Cattivissimo me 2

Minion, minion, e ancora minion. E se questi buffi esserini gialli non ti sembrano un motivo sufficiente per guardare questo film (o il precedente episodio), mi dispiace per te.

Consigliata la visione in originale, dove si possono ascoltare le voci di Steve Carell (Gru, il protagonista), Russell Brand (Dottor Nefario), Kristen Wiig (Lucy, bizzarra agente segreto che fa coppia con Gru in questo episodio) e Steve Coogan (il capo di lei).

Belle & Sebastien

Il film mira evidentemente ai genitori di bambini che erano a loro volta bambini quando l'omonima serie di cartoni animati giapponesi (basati su una serie di romanzi di Cécile Aubry) spopolava in televisione. E direi che ha colpito il centro.

L'esperienza documentaristica di Nicolas Vanier si riverbera in una regia che spesso indugia sui bei panorami alpini, la sceneggiatura (Juliette Sales e Fabien Suarez, oltre lo stesso Vanier) parte dalla storia originale, che ha al suo centro l'amicizia tra un bambino e una bella e massiccia cagna (un pastore dei Pirenei, se non sbaglio), trasformandola in una storia ambientata nella resistenza francese nelle vicinanze del confine svizzero.

Come dice il nonno di Sebastien (Tchéky Karyo), a volte succede che parti per cercare una belva e torni con un cucciolo. E' un po' quello che succede al film, che parte per raccontare la formazione di un orfanello e finisce per parlare della difficoltà di relazionarsi tra umani.

A livello di scrittura ci sono debolezze non indifferenti, praticamente a nessuna delle numerose storie che si intersecano viene data una chiusura soddisfacente, e l'inserimento degli stereotipati militari tedeschi in funzione di cattivi mi pare che funzioni davvero poco. Funziona meglio se si lasciano perdere questi dettagli e si seguono invece le emozioni dei vari personaggi.

RoboCop

Ad un occhio distratto potrebbe sembrare che la storia (sviluppata da Joshua Zetumer e diretta da José Padilha) non si discosti nemmeno troppo dall'originale che Paul Verhoeven ha firmato negli anni ottanta. Uno sguardo più attento dovrebbe portare a notare differenze anche sostanziali. Nessuna delle due versioni mi ha particolarmente entusiasmato, anche se darei una vittoria di misura a Padilha, grazie al buon cast e a quella che mi pare una miglior strutturazione della sceneggiatura.

In un futuro piuttosto vicino (una quindicina d'anni), un giornalista televisivo d'assalto (Samuel L. Jackson) sposa con gran foga la causa della OmniCorp, che vorrebbe vendere sul mercato interno (per la polizia) la tecnologia che ha sviluppato per i militari (ma che può essere usata solo fuori dagli USA). Visto che l'opposizione principale è quella che non si vuole automatizzare l'uso della violenza per scopi di ordine pubblico, il boss della OCP (Michael Keaton) ha l'idea di combinare uomo e robot in un unica mostruosa istanza. Ha la capacità tecnica di farlo, grazie anche alla genialità del dottor Norton (Gary Oldman) che, nonostante i suoi dubbi, si lascia convincere a lavorare a questa folle idea.

Il solito buon poliziotto, bravo marito e padre di famiglia esemplare (Joel Kinnaman) si trova nella spiacevole situazione di mutare in RoboCop, con tutto quello che ne consegue.

Il rapporto tra Norton e RoboCop mi sembra sia costruito pensando a Frankenstein e il suo mostro, la figura del giornalista dà al racconto una impostazione politica che non dovrebbe piacere un granché ai repubblicani americani. Anche se penso che a restar maggiormente impresso nello spettatore medio sia la grande potenza di fuoco messa in mostra nelle principali scene d'azione, che sembrano prese di forza da un videogame.

RoboCop - Il futuro della legge

Il weekend scorso mi sono sparato prima l'originale di un quarto di secolo fa (ne parlo qui) e poi il remake targato 2014 (ne parlo dopo). Credo si tratti per me di una prima visione, ne avevo qualche lontana memoria ma deve trattarsi di un qualche sequel.

In un futuro imprecisato, ma che non sembra troppo lontano, la Omni Consumer Products, una corporation di quelle impicciose che finiscono per avere più potere dei governi (vedasi la Weyland Corp aka "The Company" della saga di Alien o la Umbrella Inc di Resident evil) ha in appalto, tra le altre cose, la gestione delle forze di polizia. Il che è una evidente idiozia, visto che se lo stato delega a terzi la gestione della violenza finisce per perdere il senso stesso della sua esistenza. Ma la sceneggiatura è stata scritta (da Edward Neumeier e Michael Miner) negli anni ottanta, nel bel mezzo della sbornia neoliberista à la Chicago-boys, in cui un incubo di questo genere poteva non sembrare nemmeno impossibile. E non che le cose siano cambiate più di tanto al giorno d'oggi, ora che ci penso.

Sia come sia, un grosso papavero della OCP (Ronny Cox) pensa di usare robot invece di agenti. Un suo sottoposto (Miguel Ferrer) cerca di scavalcarlo con una idea ancor più spaventosa, creare un misto uomo-macchina che dovrebbe sommare i pregi delle sue componenti.

Un poliziotto qualunque (Peter Weller) si trova a fornire la materia prima per l'esperimento.

Ci sono punti interessanti in questa storia, ad esempio le lotte intestine tra manager sono narrate con un piglio umoristico (molto nero) non disprezzabile, la riflessione sulla disumanità che viene richiesta ai poliziotti, o su quanto sia assurdo lasciare che sia l'interesse economico a guidare scelte che sono evidentemente esterne a quella sfera.

Però la vicenda viene sviluppata caoticamente e non capisco dove davvero Paul Verhoeven (regia) volesse andare a parare. Realizzato come un B-movie dove il buddy-movie poliziottesco (con Nancy Allen nel ruolo della spalla), l'horror gore (la transizione di Weller da cop a robocop è decisamente sopra le righe), l'horror atomico/barocco (un cattivo si schianta in un deposito di scorie, e subisce una istantanea mutazione in una specie di mostruoso Quasimodo), la fantascienza (con robottoni che sembrano presi da film giapponesi alla Godzilla - che è pure esplicitamente citato), si alternano senza posa.

Alla scoperta di Charlie

Titolo segnalatomi tempo fa da un mio amico, e visto proprio ora, a ridosso di Nebraska con cui ha molto in comune. Ho trovato spiegazione all'aria di famiglia leggendo nei titoli di coda il nome di Alexander Payne, che lo ha prodotto. E' il primo (e al momento unico) film di Mike Cahill, da non confondere con l'omonimo regista di Another Earth.

L'io narrante è Miranda (Evan Rachel Wood), ragazzina californiana che si è dovuta trovare il modo di sopravvivere alla scomparsa della sua famiglia. Prima la madre ha salutato e se ne è andata, poi il padre, Charlie (Michael Douglas), è andato completamente fuori di testa e si è fatto un soggiorno di un paio di anni in clinica. L'azione parte con lei che va a riprendersi il padre. Ha quasi diciassette anni, ed è riuscita a vivere da sola nella sua casa di famiglia contando sul poco interesse della burocrazia, a cui basta un pezzo di carta per completare la pratica per essere felice, e sulla facilità di trovare un lavoro negli USA, se ci si accontenta di uno stipendio ridicolo.

Non che la clinica abbia fatto benissimo a Charlie, pur non sapendo cosa abbia fatto per essere internato, lo vediamo agire in modo piuttosto sconnesso dalla realtà. Un po' come in Nebraska, però, l'uomo ha un piano. Un piano alquanto bizzarro, invero, ma almeno è un piano. Grazie alla biblioteca dell'ospedale e un accesso ad internet, pensa di aver risolto il mistero della sparizione di una spedizione spagnola ai tempi dell'El Dorado, e ora crede di poter ritrovare la cassa d'oro che i conquistadores si portavano dietro per le piccole spese.

Come in Nebraska, scopriremo che anche Charlie non ha un interesse personale per il tesoro, lo vede più che altro come un mezzo di riscatto da una vita di fallimenti (che Miranda, quando lui gliene combina una più grossa del solito, gli rinfaccia senza nessun filtro), e come opportunità da lasciare a sua figlia, sperando che lei la sappia sfruttare.

Al contrario di Nebraska, Cahill non vuole allontanare lo spettatore, anzi, cerca di rendere appetibile la storia usando i toni leggeri della commedia - un po' mi ha ricordato la mano di Terry Zwigoff, vedi ad esempio Babbo Bastardo - ma, sarà anche colpa della poca esperienza, nonostante i due ottimi protagonisti si percepiscono alcuni sbandamenti nello svolgimento della vicenda.

P.S.: Chissà perché mai la nostra distribuzione, unica la mondo, ha cambiato così radicalmente il titolo che in originale è King of California.

Amore e guerra

Si tratta di una sorta di folle riscrittura di Guerra e pace di Lev Tolstoj, incrociato con riferimenti ad altri romanzi russi ottocenteschi (un dialogo è addirittura costruito quasi solo con titoli di romanzi di Fëdor Dostoevskij) e alla cinematografia di Ingmar Bergman, con un deciso cambio di tono dal dramma alla commedia che spesso sconfina nella comica, con aperte citazioni anche allo slapstick del cinema muto.

Boris (Woody Allen), giovane russo inetto, è segretamente innamorato della cugina Sonja (Diane Keaton), la quale ama il di lui fratello, uno zotico che a sua volta è innamorato di un'altra. Napoleone invade una prima volta la Russia e, nonostante le sue resistenze, Boris è costretto ad andare al fronte. Pessimo soldato, con forte tendenza ad imboscarsi, si trasforma fortunosamente in eroe. Tornato a San Pietroburgo, ha una breve ma molto intensa relazione con la contessa Alexandrovna, il che lo porta a duellare con il di lei amante ufficiale, tiratore infallibile. Nel frattempo Sonja, che aveva sposato un mercante di aringhe come rivalsa dell'abbandono da parte del fratello di Boris, è diventata vedova. Dunque Boris le dichiara il suo amore. Lei, pensando che lui sia spacciato, gli assicura che lo sposerà, qualora dovesse sopravvivere al duello. Sorprendentemente si salva.

Il matrimonio tra Sonja e Boris, dopo una partenza molto fredda, sembra destinato al meglio, ma Napoleone invade nuovamente la Russia, e Sonja decide che loro devono uccidere il tiranno e salvare la patria. Un colpo di fortuna permette loro di avvicinarsi al loro obiettivo ma una serie di circostanze fa sì che Boris venga arrestato e condannato a morte per un delitto che lui non ha commesso. Nonostante che un angelo gli appaia poco prima dell'esecuzione dicendogli che l'esecuzione verrà annullata, tutto ciò non accade. Però La Morte (in sembianze molto bergmaniane) gli permette di apparire ancora una volta a Sonja, prima che i due si allontanino assieme danzando allegramente.

La Keaton e Allen assieme fanno faville. Memorabile la colonna sonora, basata quasi completamente su musiche di Sergei Prokofiev.

Nebraska

Woody (Bruce Dern) è una brutta persona. Un vecchiaccio alcolizzato, testone, che si dimentica di tutto e tutti, e ha un rapporto molto teso con sua moglie Kate (June Squibb), nemmeno lei una persona con cui sia piacevole avere a che fare. Suo figlio David (Will Forte) cerca di stargli dietro, nonostante che abbia i suoi problemi, con un lavoro piuttosto deprimente e una relazione affettiva che non funziona per niente. Ma il padre non sembra nemmeno farci caso, e la madre gli dice chiaramente che non dovrebbe perdere tempo dietro di lui. Nemmeno suo fratello (Bob Odenkirk), a cui le cose sembrano andare meglio, capisce perché David si dia così tanta pena per il padre che, gli ricorda, praticamente non ha mai fatto niente per loro.

Fra l'altro Woody sembra essersi cucinato il cervello. Gli è arrivata una di quelle pubblicità al limite della truffa che dichiarano a caratteri cubitali che il destinatario ha vinto un milione (di dollari, visto che siamo negli USA) e in piccolo, molto piccolo, che è solo una lontanissima possibilità, e lui l'ha presa per vera. Inoltre, non fidandosi delle poste, vuole andare di persona a ritirare il premio. Non avendo la patente, e la mente piuttosto confusa, cerca di andarci a piedi. Lui abita a Billings, Montana, il presunto premio si trova a Lincoln, Nebraska, per un viaggio di ben più di mille chilometri. Fra l'altro, del milione di dollari non si capisce bene cosa vuole farsene. Dice che lo vuole usare per comprarsi un pick-up e un compressore, per rimpiazzare il quello che gli è stato "preso in prestito" da un suo vecchio amico decenni prima.

David decide che, dopotutto, non è poi una cattiva idea farsi un viaggetto, si dà malato, e via all'avventura. Il problema che il carattere di Woody non migliora affatto lungo la strada, anzi, direi quasi che peggiora, se questo fosse possibile.

Se non basta questo a dissuadere lo spettatore i cui gusti si siano assuefatti a Michael Bay, aggiungo che la sceneggiatura (Bob Nelson, esordio cinematografico, nativo del South Dakota, e quindi conosce bene quelle parti) sembra scritta per rendere impervio l'accesso alla storia da parte di chi non sia più che motivato ad arrivare in fondo, e che la regia (Alexander Payne) ne asseconda alla perfezione lo spirito, fotografando il tutto in uno splendido bianco e nero che non può che allontanare l'amante dei lustrini, e lasciando che i fatti si sviluppino con i loro tempi, che non possono che essere molto lenti.

Chi non si lascia scoraggiare, avrà modo di scoprire un tesoro che vale ben più di un milione.

Le sei nomination agli Oscar (per il film, la regia, la sceneggiatura originale, Dern, la Squibb, e la fotografia) dimostrano che, dopotutto, ogni tanto l'Academy si prende una vacanza dalle logiche commerciali (a oggi, negli USA il film ha incassato quindici milioni, roba che serve appena a non far perdere i produttori) e riconosce la capacità artistiche.

Imperdibile la colonna sonora, che accompagna benissimo le immagini, scritta (no, non da Bruce Springsteen) da Marc Orton, e interpretata da lui medesimo, in alcuni brani in formazione con i suoi Tin hat, il che è già di per sé un evento. Curioso che i Tin hat creino un legame con La giusta distanza di Carlo Mazzacurati.

Almeno chi ha apprezzato i precedenti lavori di Alexander Payne, come Paradiso amaro e A proposito di Schmidt, dovrebbe accettare la scommessa che pone questo film.

Come un tuono

In un solo film da centoquaranta minuti una intera trilogia. Alla faccia di chi ci mette tre ore per raccontare una storia molto meno interessante.

E' il terzo lungometraggio di Derek Cianfrance, dopo un misterioso Brother tied del lontano 1998 che non saprei come reperire e un più recente e fortunato Blue valentine, che segna anche l'inizio del sodalizio artistico con Ryan Gosling. I soldi a disposizione continuano ad essere pochi, ma sembra che i distributori si stiano iniziando a fidarsi e questo lascia sperare bene per i prossimi lavori.

Il primo capitolo è dominato dalla figura di Luke (Gosling), uno spiantato col corpo coperto da tatuaggi che campa usando la sua abilità di motociclista come attrazione circense. Impressionante la lunghissima sequenza iniziale, dove la macchina da presa segue Luke dalla sua roulotte, al tendone dove lo aspetta il pubblico, e segue l'inizio del folle numero acrobatico. A alla fine del numero una bella figliola, Romina (Eva Mendes), chiede a Luke se si ricorda di lei, avevano avuto una rapida storiella l'anno precedente. Lei sembra sul punto di dirgli qualcosa, ma poi lascia perdere. La verità comunque viene fuori, dal loro incontro è nato un bimbo. Per Luke questo è uno shock. Scopriamo che non ha avuto un padre, ed è questa assenza di una figura di riferimento che sembra averlo portato a girare a vuoto. Non vuole che questo accada anche a suo figlio, e allora abbandona il circo per diventar stanziale. Ci sono però un paio di problemi. Non c'è lavoro e Romina sta assieme ad un altro uomo. La soluzione sembra essere Robin (Ben Mendelsohn), un meccanico alcolizzato che lo prende in simpatia. Ma i guadagni sono miseri, e i due penseranno di sfruttare l'abilità motociclistica di Luke per rapinare banche. Difficile immaginarsi un lieto fine.

Tocca ora al secondo protagonista, Avery (Bradley Cooper). Rampollo di famiglia influente che fa il poliziotto perché crede che sia la cosa giusta. Sarà lui a terminare la carriera di rapinatore di Luke, con una brutalità che inizialmente gli sembrava necessaria ma che, ripensandoci, trova lui stesso eccessiva. In particolare quando scopre che Luke aveva un figlio della stessa età del suo. Succede anche che la polizia e i media montano il caso facendo diventare Avery un eroe e Luke un feroce delinquente, in una maniera così eccessiva da far crescere i dubbi di Avery. Capita pure che alcuni colleghi, con a capo Deluca (Ray Liotta), tirino dentro Avery in un giro losco, trascinandoselo dietro quando vanno a tormentare Romina e famiglia per rubarsi quel che Luke aveva a sua volta rubato per garantire un futuro a suo figlio. Anche qui le cose sembrano destinate al disastro, ma Avery può contare sul padre, giudice in pensione, e riesce in qualche modo ad uscirne bene.

Passano quindici anni, Avery sta facendo carriera nella magistratura inquirente (che negli USA è un potere molto vicino a quello politico) ma per far questo ha trascurato la famiglia, lo troviamo infatti separato, e capiamo subito che il figlio, AJ (Emory Cohen), sta prendendo una brutta strada. Caso vuole che AJ si trovi a far comunella con Jason (Dane DeHaan), che è proprio il figlio di Luke. Jason non sapeva nulla del padre, e scoprirà con gran dolore che è stato proprio il padre del suo amico/nemico (AJ ha notevoli problemi, meglio sarebbe starne alla larga) ad ammazzarlo. La storia sembra destinata alla catastrofe, Jason si trova davanti ad una strada che replica quella di Luke, e sembriamo entrare in un circolo vizioso da cui non c'è uscita. Ma forse anche no. Jason forse riuscirà a rompere il maleficio.

Bella la storia, notevole il cast, interessante lo stile di Cianfrance alla regia. Il grande uso della camera a mano che rende la quasi asfissiante impossibilità di uscire dalla trappola in cui sono costretti i personaggi, lascia spazio ai larghi spazi solo nel finale. Si noti come il numero da circo di Luke, che vediamo nella sequenza iniziale, consista nel roteare in una palla, costretto in uno spazio minimo mentre Jason sale in moto (per la prima volta, per quanto ne sappiamo, ma subito a suo agio) nel finale, per andarsene via lungo una di quelle lunghe strade dritte che attraversano tutta l'America da costa a costa. Difficile non trasalire nel vedere due volte, con piccole variazioni, praticamente la stessa scena in cui viene offerto a Romina un pacchetto che lei non vuole accettare. Come pure viene ripetuto, anche qui con variazioni, il viaggio in macchina di Avery nel bosco (che mi ha fatto pensare al Crocevia della morte dei Coen).

Il titolo italiano, come spesso accade, ha poco a che fare con l'originale. Ma almeno chi lo ha deciso si è preso la briga di utilizzare una battuta del film, e non di inventarselo di sana pianta. La scelta non è delle migliori, perché rimanda alla prima parte, parlando solo della storia di Luke. Meglio sarebbe stato mantenere l'originale The place beyond the pines, Il posto oltre i pini, che risulta invero abbastanza perplimente finché non si fa qualche ricerca e si scopre che è la traduzione del nome della cittadina in cui si svolge la vicenda, Schenectady, nello stato di New York.

All is lost - Tutto è perduto

Il nostro uomo (Robert Redford) sta veleggiando in solitaria nell'Oceano Indiano, quando un container pieno di scarpe caduto da una nave di passaggio cozza contro la sua barca, aprendo un antipatico squarcio che mette anche fuori uso tutte le apparecchiature elettriche di bordo. E questa è solo la prima delle disavventure che colpiscono il protagonista (e unico attore) del film, con una tale perseveranza e crudeltà che non si può certo biasimarlo se ad un certo punto non riesce a trattenersi dal gridare la cielo la sua contrarietà.

Nulla sappiamo di lui, anche perché nulla si dice. Lo sentiamo solo subito all'inizio nel prologo che spoilera i cento minuti che seguono, dirci in voice-over cosa scriverà in un biglietto che lancia al mare quando, come da titolo, si convince persino lui che non c'è più niente da fare.

Scritto e diretto da J.C. Chandor, al suo secondo lungometraggio dopo Margin call, e che dunque entra di diritto nella rosa dei registi che preferisco.

Capisco che a qualcuno possa risultare indigesta la storia raccontata praticamente solo con immagini, con il solo Redford sullo schermo e ben poco in vena di parlare, con il supporto della bella e suggestiva colonna sonora di Alex Ebert, che sottolinea però solo le scene principali. Però questo è proprio il film che avrei voluto vedere in questo momento, e non riesco a immaginarmi come avrebbe potuto essere fatto meglio.

Faccia attenzione soprattutto chi, vedendo il poster, si immagini una storia tipo La tempesta perfetta (di Wolfgang Petersen, con George Clooney e Mark Wahlberg, 2000). Siamo invece piuttosto vicini, a voler ben vedere, a Vita di Pi, ma senza la tigre. Uno spettatore poco incline al silenzio e alla meditazione potrebbe preferire qualcosa di completamente diverso, una cosa come Battleship (di Peter Berg, 2012), ad esempio.

A proposito di Davis

Al povero Llewyn (Oscar Isaac) non ne va una dritta. Anzi, sembra che la sua vita giri in circolo come un disco incantato con situazioni che si ripetono sempre uguali (ma con qualche piccola variazione) chissà da quanto tempo, al punto che nemmeno lui non se ne accorge più.

Siamo giusto agli inizi degli anni sessanta e lui è un folk singer in anticipo di qualche anno sui tempi. Può sembrare una contraddizione di termini, ma invece è proprio così. Prima del fenomeno Bob Dylan, non è che ci fosse un grande spazio per musica di qualità in quell'ambito, era un genere che andava a colpire una fascia di pubblico dai gusti piuttosto semplici. E nel film si narra una singola settimana della vita di Llewyn, giusto prima dell'arrivo di Mr Robert Allen Zimmerman a New York.

Come quasi sempre capita nei film dei fratelli Joel ed Ethan Coen, il caso si accanisce sul protagonista, maltrattandolo oltre misura, costringendolo perfino ad accettare inutilmente patti leonini. Vedasi ad esempio il caso in cui, spinto dal bisogno immediato di denaro, accetta di suonare in una incisione di un brano (orrendo) per un pagamento immediato, rinunciando alla compartecipazione sugli utili futuri. In breve Llewin scoprirà che non aveva bisogno di quei soldi, e più tardi gli verrà pure detto che quella terribile canzonetta si stava trasformando in un successo prodigioso.

Vero è che Llewin commette una serie immensa di sciocchezze. Scopriamo ad esempio, insieme a lui, che potrebbe essere padre di un bambino di un paio d'anni, e che ha (forse) messo incinta la compagna (Carey Mulligan) di quello che sembra essere il suo unico amico (Justin Timberlake). Però, considerando le biografie degli artisti, mi pare normale amministrazione.

Il suo vero problema direi che è la solitudine. Faceva parte di un duo, ma il suo compare lo ha lasciato da prima che inizi il film - i dettagli saranno dati più avanti, nel corso di un inconcludente viaggio a Chicago, grazie alla ficcanasaggine di un antipaticissimo jazzista (John Goodman) - rompendo il suo equilibrio. Come molti gli faranno notare, non riesce a relazionarsi decentemente con nessuno, e questo non può certo aiutarlo ad emergere.

Pur avendo un taglio molto scuro, siamo quasi ai livelli di A serious man, non mancano le sequenze comiche in puro stile Coen. Come quando Jane, molto arrabbiata per aver scoperto di essere incinta, insulta a lungo Llewyn in vari modi, definendolo una specie di fratello scemo di Re Mida, che trasforma tutto quello che tocca in materiale molto meno nobile, e invitandolo a prendere precauzioni per evitare di toccare alcunché.

Inoltre, il finale, che a prima vista mi era sembrato quasi tragico, a ben vedere è aperto. Già, perché prima di cadere in un ennesimo dejavu, Llewyn ha modo di sentire che sul palco del locale dove si esibisce di solito al Greenwich Village c'è qualcuno che, finalmente, lo sorprende in positivo, ed è proprio il giovane Dylan che sta per fare il gran botto. Che sia quello che ci vuole per far saltare la puntina e far sì che la vita Llewyn riprenda a correre?

Il diavolo veste Prada

L'ultima mia visione risaliva a 3 anni fa, l'impressione complessiva non è cambiata, film guardabile, un po' confuso a livello di quello che vuole dire, il suo punto di forza è sicuramente nell'ottimo cast artistico.

Curioso che mi sia capitato di vederlo subito dopo 20 anni di meno, che me l'aveva fatto venire in mente, e dopo che il giorno stesso era venuto fuori, parlando con un collega, che non sono stato l'unico ad aver visto From Prada to nada, anche se per quest'ultimo il legame si limita al nome della celebre maison italiana di moda nel titolo.

Volendo, tutta la storia narrata dal film è riassunta dalla canzone che sentiamo sui titoli di testa, Suddenly I see di KT Tunstall, e credo che ormai sia nota anche ai sassi. In ogni caso, capita che Andrea/Andy (Anne Hathaway) è una neolaureata in materie umanistiche che vorrebbe diventare giornalista, si è trasferita a New York col fidanzato (che vorrebbe fare il cuoco) in caccia di una buona occasione, che non arriva. Viene invece chiamata per fare la vice assistente della terribile Miranda (Meryl Streep) che dirige un giornale di moda (in pratica Vogue, ma sotto falso nome). Lei non ha nulla a che fare con quel mondo, non capisce un tubo di stile, e trova francamente ridicolo tutto quell'affannarsi attorno al nulla. Per motivi ignoti, nonostante tutto ciò viene assunta. L'ambiente è ipercompetitivo, e deve letteralmente combattere contro la capa che vessa chiunque le stia attorno (pensando di mostrare così la sua forza, mentre tutto ciò non può che essere dovuto ad una sua evidente mancanza di sicurezza in quello che fa ed è) e l'altra assistente (Emily Blunt) che si trova a dover temere sia che Andy faccia male il suo lavoro (la capa se la prenderebbe con lei) sia che lo faccia bene (potrebbe venir scavalcata). L'unico modo per sopravvivere in un tale ambiente è quello di venirne assimilati, e così Andy, grazie anche all'alleanza con Nigel (Stanley Tucci), un creativo di alto rango, apprende rapidamente come muoversi, vestirsi, e comportarsi in quel mondo, trasformandosi da brutto anatroccolo in splendente cigno. D'altra parte, questa trasformazione comporta anche che Andy trascuri completamente tutto quello che la definiva come persona, gli amici, il fidanzato, la famiglia, i suoi interessi culturali, diventando a tutti gli effetti una persona diversa.

Colpo di scena finale, Andy scopre che quel mondo non fa per lei e, con una rapida retromarcia, riesce ad uscirne per andare a fare la giornalista. Ma non è una retromarcia vera e propria, piuttosto un'altra trasformazione, che non viene bene spiegato in chi o in cosa, a causa della fine del tempo a disposizione.

Tra gli attori maschili, spicca il solo Stanley Tucci mentre il cast femminile è ottimo con Meryl Streep che domina incontrastata, ma brava anche Emily Blunt nel caratterizzare l'assistente schiacciata dalla personalità della sua capa. Continua a sembrarmi poco incisiva Anne Hathaway forse perché, pur essendo la protagonista, non è che il suo personaggio sia ben definito. Credo che il problema stia nell'origine autobiografica della storia e, visto che Andrea è l'alter ego della scrittrice (Lauren Weisberger), deve trattarsi di un peccato di auto-indulgenza. Sembra infatti che Andrea non faccia mai niente di sbagliato, se finisce in situazioni balorde è solo perché è vittima delle circostanze. Inoltre il twist finale, in cui decide di mollare il suo lavoro nel momento in cui ha ottenuto l'investitura ufficiale da Miranda, mi pare poco realistico. O Andrea ha assorbito lo spirito dell'ambiente, e allora quello che succede non dovrebbe stupirla, o ne è rimasta fuori, ma allora lo scollamento tra quello che fa e quello che pensa non dovrebbe sfuggire ad una vecchia volpe come Miranda.

Altra debolezza di racconto, che penso sia imputabile alla sceneggiatura (Aline Brosh McKenna) e alla regia (David Frankel), ma forse è causata da precise direttive di produzione, è nella sua indecisione nel prendere una posizione sui fatti.

20 anni di meno

Commedia romantica francese che direi abbia tra i suoi progenitori Il diavolo veste Prada e Notting Hill. Scritta da Amro Hamzawi (che sembra essere in qualche modo vicino a Michel Gondry) e David Moreau (anche alla regia), con lo zampino di Virginie Efira (che immagino abbia adattato la sua parte di protagonista al suo carattere). Coglie l'obiettivo di far passare una serata divertente seguendo gli stilemi del genere, anche se in più punti si rimpiange la poca esperienza del team creativo.

Alice (la Efira) è una donna in carriera nel mondo dell'editoria. Ha quasi quarant'anni e mira a dirigere il giornale di moda della sua azienda. I numeri ce li avrebbe, se non fosse che il suo capo la vorrebbe sbarazzina e scioccarella, mentre lei è più sul genere gran lavoratrice tutto metodo e dedizione al lavoro. Di ritorno da un viaggio di lavoro in Brasile le finisce accanto in aereo Balthazar (Pierre Niney - che simpaticamente si lascia apostrofare come un "Dujardin rimpicciolito" nel corso del film) che, nonostante sia molto più giovane (o forse proprio per quello, visto che sembra che non abbia una figura materna di riferimento), si prende immediatamente una cotta per lei. Che non lo considera minimamente. Se non fosse che il solito provvidenziale impiccio la costringe a rintracciarlo.

Un ulteriore equivoco fa pensare che lei sia una mantide religiosa (o una "coguar") che abbia agganciato un toy boy. Notando come questo pettegolezzo (orchestrato dal partito a lei avverso nella battaglia per la conquista della direzione) potrebbe in realtà trasformarsi in un suo punto di forza dandole una immagine più gggiovane, lei decide di marciarci su, usando il povero Balthazar, senza nemmeno spiegargli cosa succede.

Ovviamente capita l'impensabile, e la razionale Alice finisce per abbandonarsi ad una passione impossibile. Seguono le obbligatorie traversie con il necessario finale, nella variazione tipicamente europea del genere.

Il buon livello del cast artistico si vede anche nelle parti secondarie, in particolare si nota il padre di Balthazar (Charles Berling, credo che da noi sia noto per la sua partecipazione a Caos calmo), una parte piccola ma giocata piuttosto bene. Sembra infatti il solito maschio di mezza età di successo, che pensa solo a spassarsela, possibilmente in compagnia di giovani donne. Epperò riesce a uscire dal cliché sia in un buffo, e clamorosamente fallito, tentativo di consolare il figlio per la sua debacle amorosa sia in una successiva manovra di salvataggio in extremis che ha miglior fortuna, anche se al costo di rovinargli l'immagine, che fino a quel punto sembrava essere l'unica cosa che gli importasse.

The World's end

L'inizio del film è la rievocazione in soggettiva della miglior giornata della vita di Gary King (Simon Pegg), narrata da lui medesimo. Ultimo giorno di scuola, dopo una breve chiacchierata con un docente (Pierce Brosnan) che Gary quasi mitizza, ma che a me sembra semplicemente disinteressato al futuro suo discepolo, mette assieme la banda di amici e si mette all'opera per realizzare l'impresa di conquistare il miglio d'oro, ovvero fare il giro di dodici pub locali, per arrivare a La fine del mondo (The World's end). Buttar giù sei litri di birra (più gli extra, non solo alcolici) non è cosa da tutti, e infatti i cinque amici non riescono ad arrivare in fondo.

Dopodiché non è successo nulla di significativo. E sono passati un paio di decenni. In più, Gary ha narrato la sua avventura ad un gruppetto che sembra qualcosa come un circolo di alcolisti anonimi (scopriremo molto più avanti nel film cosa sia), e un suo compagno di sventura gli fa notare come già la meta non è che fosse particolarmente degna di nota, ma il non averla raggiunta toglie altro interesse alla faccenda.

Deve essere questa la scintilla che spinge Gary a ritentare il colpo, un po' come i moschettieri di Dumas, se si sorvola su alcuni dettagli secondari. Con una testardaggine degna di miglior causa, Gary convince Peter (Eddie Marsan), Steven (Paddy Considine), Oliver (Martin Freeman), e infine anche Andy (Nick Frost), il più riottoso del gruppo, usando alcuni mezzucci poco ortodossi, a prendersi una giornata, recarsi a Newton Haven (che in realtà non esiste - chi voglia vedere i luoghi del film deve andare a nord di Londra, nel Hertfordshire, e visitare Welwyn Garden City e Letchworth Garden City), prendere alloggio in un B&B (gestito da Julia Deakin) e spendere la giornata camminando e bevendo.

Come ci si può aspettare, l'atmosfera è piuttosto tesa, e l'arrivo di Sam (Rosamund Pike), sorella di Oliver, acuisce ancor più la tensione (Gary ha avuto una veloce relazione sessuale con lei durante prima edizione del tour, e scopriamo ora che Steven si è sentito tradito dall'amico per questo), anche perché Gary è rimasto bloccato a quel tempo, e pensa Sam sia ancora cotta di lui (spoiler minimo, lei ha superato da tempo la delusione).

Le cose peggiorano di minuto in minuto e sembra ormai inevitabile la catastrofe, ovvero che la compagnia si sfaldi, quando succede l'incredibile. Ovvero, Gary scopre che dei bizzarri alieni stanno invadendo la Terra, hanno fatto di Newton Haven uno dei centri nevralgici della loro strategia, e hanno sostituito gran parte degli abitanti con dei cloni. I nostri eroi si ricompattano, e cercano in qualche modo di trovare una via di uscita dalla spinosa situazione, fino all'apocalittico finale.

Questa bizzarra storia è figlia della fantasia deviata di Simon Pegg e Edgar Wright (la sceneggiatura è di entrambi, la regia del secondo), ed è il terzo ed ultimo episodio della trilogia del Cornetto (nel senso proprio del ben noto gelato industriale, che pare abbia lo stesso nome in tutto il mondo), dopo L'alba dei morti dementi e Hot fuzz. Il filo comune ai tre film, oltre al Cornetto, è solo la stessa mente creativa e il nucleo principale del cast artistico. Nonostante manchi il gelato, la sit-com Spaced può esserne considerato un degno prologo.

Pegg, Frost, Wright e (sorpresa) la Deakin fanno il grande slam, e sono in tutte e quattro le istanze della trilogia estesa. Martin Freeman appare in tutti e tre i capitoli canonici, mentre Bill Nighy qui è presente solo con la voce (è il network dei misteriosi alieni).

Mi pare interessante notare come il brusco cambio di tono a metà film può essere interpretato come se la storia sia imparentata all'immaginario relativo al Doctor Who, e dunque la prima parte serva da introduzione prima di passare all'azione vera e propria, o se succeda qualcosa di altamente drammatico, a tal punto che il narratore preferisca parlare d'altro invece di quello che è davvero successo. Ovviamente io propendo per la seconda chiave interpretativa, che mi sembra più stimolante.

Spoilerando il meno possibile, noto che scopriamo gli alieni nel momento di maggior crisi per Gary, quando ormai pensa che il suo progetto sia sul punto di fallire. Sembra proprio che facciano la parte del deus ex-machina. Gary è in bagno, arrabbiato, ubriaco, e sta per tirare un pugno al muro, su di un pavimento bagnato, con il rischio, quasi la certezza, di perdere l'equilibrio e probabilmente cadere e picchiar la testa. Proprio in quel momento entra in scena un alieno (un ragazzetto che a noi sembra del tutto normale), che non degna Gary di uno sguardo, il che causa per attirare su di lui l'ira funesta del protagonista. Segue colluttazione in cui Gary ha la meglio, si scopre la natura pseudo-robotica del tale che ha, invece del sangue, un liquido blu che sembra proprio della stessa tonalità del pennarello con cui Gary segna i pub visitati. Strani rumori di fondo si sentono ora in background, come di suoni che arrivino al cervello in uno stato di semi-coscienza. Dopodiché tutto procede come Gary vorrebbe. Persino nel catastrofico finale lui riesce a ritagliarsi il ruolo che gli si addice.

Strano, no?

The wolf of Wall Street

Sul finire degli anni ottanta, Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio), giovinastro newyorkese di belle speranze, si fa assumere come ultima ruota del carro dalla LF Rothschild (ai tempi già trasformatasi ufficialmente in L.F. Rothschild, Unterberg, Towbin), che era una banca di investimento tra le più importanti di quei tempi. Il suo capo (Matthew McConaughey) gli spiega i rudimenti del lavoro (fregare il cliente e intascare il più possibile) e come combattere lo stress derivante (uso e abuso di sesso, alcolici, droghe varie). Dopo un paio di anni di gavetta, Jordan supera l'esame per diventare broker, e dunque accede all'attività vera e propria, che dura (almeno nel film, che è basato sul libro scritto dal vero Belfort) esattamente un giorno, che sarebbe poi il cosiddetto Lunedì Nero (Black Monday) del 1987, che ha battezzato il lungo periodo di instabilità finanziaria che dura tuttora. Tra i vari effetti collaterali di quel crollo di borsa ci fu pure la bancarotta della LF Rothschild, con conseguente licenziamento di Jordan.

Grazie al supporto della moglie (Cristin Milioti) Jordan riesce a stare a galla e, nonostante il periodo poco favorevole all'attività di cui si è invaghito, riesce a trovare un altro posto come broker, anche se lontano da Wall Street, e su bordo dell'illegalità. In pratica vende azioni senza alcun valore reale (i cosiddetti penny stock) a poveri diavoli che non hanno idea del pasticcio in cui si stanno andando a cacciare. Gli affari vanno così bene che, messosi in società con Donnie (Jonah Hill), un suo vicino di casa molto vicino al livello di idiozia congenita, fonda una sua società finanziaria dal nome altisonante e recluta come broker una mezza dozzina di suoi conoscenti, presentati come una masnada di incapaci o piccoli criminali la cui attività dominante è lo spaccio di erba.

Gli affari vanno bene, ma la moglie di Jordan sente un certo imbarazzo nel suo accresciuto tenore di vita, visto che sa bene che i soldi vengono sottratti a gente a cui servono per sopravvivere, e spinge il marito almeno a cambiare target, e cercare di spennare chi non ne risentirebbe così duramente. Jordan ci pensa un po' su, e capisce più che il lato morale della faccenda (che sembra aldilà del suo debole comprendonio) il lato economico. Un cliente ricco può essere spremuto molto di più di uno povero. Segue un vero e proprio diluvio di dollari che si abbatte sulla capoccia di Jordan e di chi gli sta attorno.

I soldi diventano così tanti che ci sono alcune conseguenze. I controlli della SEC aumentano, la stampa inizia ad interessarsi al caso, persino Forbes gli dà spazio creandogli il soprannome di lupo di Wall Street che avrebbe voluto essere negativo ma invece finisce per attirare l'attenzione di tanti piccoli squali in cerca di un maestro. Anche l'FBI si interessa a lui, e un agente (Kyle Chandler) inizia a raccogliere elementi. Inoltre Jordan decide che sia tempo di un bel divorzio per passare ad una pupa (Margot Robbie) più in linea con il suo nuovo status.

A questo punto la situazione è matura per la catastrofe, che in effetti arriva, però Belfort farà in modo di non capire la lezione e per uscirne scemo quanto era all'inizio della storia.

Film voluto da fortemente da DiCaprio, un po' meno da Martin Scorsese che ad un certo punto aveva abbandonato il progetto, per ritornare a bordo solo dopo aver ottenuto una maggiore libertà di azione di quanto aveva inizialmente spuntato. I due sono anche tra i produttori, e hanno praticamente deciso cosa fare della storia, in barba alla sceneggiatura di Terence Winter (che fra l'altro non aveva praticamente nessuna esperienza nel campo, venendo dalle serie televisive). Come ci si può aspettare, il livello della produzione è alto, notevole il cast che include anche gente come Rob Reiner (padre del protagonista), Jon Favreau (anche lui più noto come regista, entrambi sembrano divertirsi a fare spesso gli attori) e Jean Dujardin (è il banchiere svizzero).

Nonostante tutto, a me non è che sia piaciuto un granché. Il problema più evidente è la lunghezza. Tre ore sono troppe, anche perché non è che ci fosse poi così tanto da dire. Sesso, droga, imbecillità. Concetti facili da trasmettere al pubblico, la reiterazione dei quali non ha aggiunto nulla, se non una gran stanchezza. Forse l'idea era quella mostrare come rivoltolarsi nell'eccesso finisce per portare alla nausea, ma non mi sembra che il risultato ottenuto sia quello. Per quanto mi pare di aver capito, direi che gran parte degli altri spettatori si sono diverti, e alla fine erano solo stanchi. Per conto mio, la nausea m'è venuta subito, già all'inizio. Veder gente che gioca al lancio del nano non mi fa ridere, mi disgusta. Dato che l'essere umano è molto adattabile, col passare delle ore mi è passato anche quello, restandomi solo un certo tedio.

La scena che mi ha più divertito è quando il protagonista invita l'agente dell'FBI che sta indagando su di lui sul suo yacht, per un maldestro tentativo di corruzione. E quello, senza tanti giri di parole, gli dice che è un poveraccio. Quanta verità in quelle parole.