Storia non particolarmente sorprendente, ma ben narrata, un adattatamento dello stesso Ronald Harwood dalla sua piece teatrale. Che poi Harwood sarebbe quello che ha scritto cose come Il servo di scena o La diva Julia. Il che spiega come mai il mondo teatral-musicale sia raccontato così bene, ma anche come mai, causa la regia affidata all'esordiente (da quel lato della macchina da presa, si intende) Dustin Hoffman, la messa in scena risulti a tratti molto poco cinematografica.
Ambientata in una inesistente casa di riposo per cantanti e musicisti che sarebbe nella bella campagna inglese, ma che prende evidentemente ispirazione dalla milanese Casa Verdi, racconta dei preparativi per il tradizionale concerto che gli ospiti tengono tutti gli anni, in occasione del compleanno del Maestro Giuseppe Verdi (per l'appunto), con lo scopo di raccogliere fondi per aiutare la cassa dell'istituto.
Due i filoni che si rincorrono, da un lato seguiamo i preparativi secondo le direttive di Cedric (Michael Gambon), che presumibilmente era un impresario, dall'altro le vicende sentimentali di una coppia di cantanti d'opera, Jean (Maggie Smith) e Reggie (Tom Courtenay), il cui matrimonio, risalente a decenni prima, era durato solo poche ore. Parte importante hanno anche altri due cantanti, l'estroverso Wilf (Billy Connolly) e la smemorina Cissy (Pauline Collins). I quattro avevano spesso cantato assieme in passato, e dunque vorrebbero ricostruire l'amicizia, e possibilmente anche tornando a cantare come attrazione principale nello spettacolo di cui sopra. Il problema principale sta nel carattere di Jean, che da brava prima donna, fa le bizze.
La colonna sonora non concede molto spazio alle musiche originali di Dario Marianelli, data la gran mole di materiale d'archivio. Molto Verdi, naturalmente, ma anche Bach, Rossini, Puccini (Vissi d'arte dalla Tosca), eccetera.
Argo
Seconda visione, ad un annetto di distanza dalla prima. Impressioni confermate, buon film, simpatica commistione tra dramma e commedia, realtà e finzione. Unica differenza, questa volta ho sentito meno la tensione. Sotto questo punto di vista è uno di quei film che rende di più la prima volta. Non è tanto sul come vada a finire, questo lo sapevo anche un anno fa, e che è costruito (anche) sul "chissà cosa succede adesso". Gli ostaggi in fuga saranno scoperti? I mujaheddin li fermeranno nel bazar? Eccetera. Tutti dubbi che sono già risolti nelle repliche.
Nonostante questo, e nonostante anche un certa carenza di sottigliezza in alcuni passaggi, la sceneggiatura di Chris Terrio (in pratica al suo debutto) e la regia di Ben Affleck tengono bene, al punto che anche questa volta le due ore sane di pellicola mi sono scorse via senza problemi.
Nonostante questo, e nonostante anche un certa carenza di sottigliezza in alcuni passaggi, la sceneggiatura di Chris Terrio (in pratica al suo debutto) e la regia di Ben Affleck tengono bene, al punto che anche questa volta le due ore sane di pellicola mi sono scorse via senza problemi.
The station agent
Che poi in italiano il titolo sarebbe stato facilmente traducibile in Il capostazione. Prima sceneggiatura e regia di Thomas "Tom" McCarthy, forse più noto come attore. Un po' come Sergio Rubini che ha diretto il suo primo film, La stazione (in inglese The station) un decennio prima. E in effetti i due film hanno in comune, oltre all'ambientazione ferroviaria, anche uno sguardo su personaggi e ambienti periferici.
Il protagonista qui è Fin (Peter Dinklage) un trentenne affetto da nanismo, ormai rassegnato alla crudele ironia dei "normali" e con una grande passione per i treni. A causa di una eredità lascia i sobborghi di New York per prendere possesso di una stazione abbandonata nel nulla del New Jersey. Interessante notare come il passaggio dai due ambienti venga visto come abissale, nonostante che Fin, con il suo passo corto, riesca a cambiare casa con una lunga passeggiata. E, ho controllato sulla cartina, direi che sia fattibile, anche se magari sarebbe meglio mettere in conto due giorni.
Sembra che il suo progetto sia quello di vivere in solitudine avendo meno contatti possibile con il resto dell'umanità, ma finisce per incappare in Olivia (Patricia Clarkson), una cinquantenne molto sbadata che rischia di investirlo (due volte!), e Joe (Bobby Cannavale - di questi giorni lo si può vedere in Blue Jasmine) un loquace cubano sulla trentina che gestisce per conto del padre momentaneamente indisposto un baracchino che, misteriosamente, vende caffè proprio fuori dalla ex-stazione di Fin. Altri incontri, tra cui quello con la bibliotecaria (Michelle Williams ancora non molto nota, Brokeback Mountain è di un paio di anni dopo) e con una bambina cicciosetta, finiranno per fargli cambiare idea.
McCarthy mescola con giudizio i toni da commedia con quelli più drammatici, raccontandoci la storia di tre solitudini che riescono miracolosamente a far sbocciare una bella amicizia. C'è qualche angolo oscuro nella sceneggiatura - per esempio, se si capisce bene come mai Fin e Olivia preferiscano starsene per conto loro, non è chiaro perché Joe sia così attratto da quei due musoni - ma il risultato complessivo è ottimo.
Il protagonista qui è Fin (Peter Dinklage) un trentenne affetto da nanismo, ormai rassegnato alla crudele ironia dei "normali" e con una grande passione per i treni. A causa di una eredità lascia i sobborghi di New York per prendere possesso di una stazione abbandonata nel nulla del New Jersey. Interessante notare come il passaggio dai due ambienti venga visto come abissale, nonostante che Fin, con il suo passo corto, riesca a cambiare casa con una lunga passeggiata. E, ho controllato sulla cartina, direi che sia fattibile, anche se magari sarebbe meglio mettere in conto due giorni.
Sembra che il suo progetto sia quello di vivere in solitudine avendo meno contatti possibile con il resto dell'umanità, ma finisce per incappare in Olivia (Patricia Clarkson), una cinquantenne molto sbadata che rischia di investirlo (due volte!), e Joe (Bobby Cannavale - di questi giorni lo si può vedere in Blue Jasmine) un loquace cubano sulla trentina che gestisce per conto del padre momentaneamente indisposto un baracchino che, misteriosamente, vende caffè proprio fuori dalla ex-stazione di Fin. Altri incontri, tra cui quello con la bibliotecaria (Michelle Williams ancora non molto nota, Brokeback Mountain è di un paio di anni dopo) e con una bambina cicciosetta, finiranno per fargli cambiare idea.
McCarthy mescola con giudizio i toni da commedia con quelli più drammatici, raccontandoci la storia di tre solitudini che riescono miracolosamente a far sbocciare una bella amicizia. C'è qualche angolo oscuro nella sceneggiatura - per esempio, se si capisce bene come mai Fin e Olivia preferiscano starsene per conto loro, non è chiaro perché Joe sia così attratto da quei due musoni - ma il risultato complessivo è ottimo.
Dietro i candelabri
La quasi totale scomparsa dei cinema indipendenti negli Stati Uniti ha avuto tra le sue conseguenze l'appiattimento della loro produzione cinematografica. Un film che non ambisca ad un'ampia platea finisce per essere stroncato all'origine, non trovando gli (ingenti) capitali necessari.
Fortuna che gli autori sono creativi, e dunque si è trovato il modo di superare il problema. E' nato dunque un nuovo tipo di film per la TV. Sono film che potrebbero essere tranquillamente distribuiti al cinema - ed in effetti lo sono, in Europa - ma che sono prodotti dalla televisione (tipicamente la HBO) per essere in primo luogo visti sul piccolo schermo. Vedasi ad esempio Wit (2001) che ha Mike Nichols alla regia ed Emma Thompson come protagonista, trattando il tema della morte per cancro non è stato considerato sufficientemente appetibile.
Stesso destino per questo film, che pur essendo diretto da Steven Soderbergh, con i ruoli principali affidati a Michael Douglas e Matt Damon, comprimari del calibro di Dan Aykroyd, Scott Bakula, Rob Lowe, Debbie Reynolds, ad avendo uno sviluppo su toni piuttosto leggeri, non ha ottenuto l'OK da nessuna major perché si tratta esplicitamente il tema della gayezza che, evidentemente, dopo una parentesi di permissivismo, è tornato ad essere tra gli argomenti che richiedono una particolare attenzione.
La storia è quella di Liberace (Douglas), un pianista estremamente gay famosissimo negli USA, morto a fine anni ottanta di AIDS. Figlio del suo tempo, negò sempre pubblicamente le sue preferenze sessuali, e gran parte dei suoi fan incredibilmente gli credevano senza problemi. Il punto di vista è quello di Scott (Damon), suo amante per alcuni anni nel periodo finale della sua vita.
Gli atteggiamenti da diva del protagonista ricordano gli eccessi de Il vizietto, o delle drag queen di Priscilla, anche se qui viene dato maggior spazio alla fisicità del rapporto tra i due protagonisti, un po' come in My beautiful laundrette. Ne sconsiglierei perciò caldamente la visione agli omofobi, visto che anche a me gli sbaciucchiamenti tra Douglas e Damon sono sembrati eccessivi.
A proposito del lato documentaristico della vicenda, occorre tener presente che il personaggio di Scott è stato pesantemente adattato alle esigenze di sceneggiatura. Nella realtà era minorenne quando conobbe Liberace (e Damon, seppur ringiovanito dal trucco, non riesce a sembrare così giovane), e non aveva per niente una buona relazione con la sua famiglia adottiva.
Riassumendo, ottima prova attoriale, in particolare quella di Michael Douglas, buona regia e sceneggiatura, anche se non ho capito bene dove volesse andare a parare.
Fortuna che gli autori sono creativi, e dunque si è trovato il modo di superare il problema. E' nato dunque un nuovo tipo di film per la TV. Sono film che potrebbero essere tranquillamente distribuiti al cinema - ed in effetti lo sono, in Europa - ma che sono prodotti dalla televisione (tipicamente la HBO) per essere in primo luogo visti sul piccolo schermo. Vedasi ad esempio Wit (2001) che ha Mike Nichols alla regia ed Emma Thompson come protagonista, trattando il tema della morte per cancro non è stato considerato sufficientemente appetibile.
Stesso destino per questo film, che pur essendo diretto da Steven Soderbergh, con i ruoli principali affidati a Michael Douglas e Matt Damon, comprimari del calibro di Dan Aykroyd, Scott Bakula, Rob Lowe, Debbie Reynolds, ad avendo uno sviluppo su toni piuttosto leggeri, non ha ottenuto l'OK da nessuna major perché si tratta esplicitamente il tema della gayezza che, evidentemente, dopo una parentesi di permissivismo, è tornato ad essere tra gli argomenti che richiedono una particolare attenzione.
La storia è quella di Liberace (Douglas), un pianista estremamente gay famosissimo negli USA, morto a fine anni ottanta di AIDS. Figlio del suo tempo, negò sempre pubblicamente le sue preferenze sessuali, e gran parte dei suoi fan incredibilmente gli credevano senza problemi. Il punto di vista è quello di Scott (Damon), suo amante per alcuni anni nel periodo finale della sua vita.
Gli atteggiamenti da diva del protagonista ricordano gli eccessi de Il vizietto, o delle drag queen di Priscilla, anche se qui viene dato maggior spazio alla fisicità del rapporto tra i due protagonisti, un po' come in My beautiful laundrette. Ne sconsiglierei perciò caldamente la visione agli omofobi, visto che anche a me gli sbaciucchiamenti tra Douglas e Damon sono sembrati eccessivi.
A proposito del lato documentaristico della vicenda, occorre tener presente che il personaggio di Scott è stato pesantemente adattato alle esigenze di sceneggiatura. Nella realtà era minorenne quando conobbe Liberace (e Damon, seppur ringiovanito dal trucco, non riesce a sembrare così giovane), e non aveva per niente una buona relazione con la sua famiglia adottiva.
Riassumendo, ottima prova attoriale, in particolare quella di Michael Douglas, buona regia e sceneggiatura, anche se non ho capito bene dove volesse andare a parare.
Equilibrium
Pur essendo, soprattutto nella lunghissima prima parte, noioso oltre misura, questo film scritto e diretto da Kurt Wimmer non mi è totalmente dispiaciuto.
Distopia ambientata nell'immediato futuro, cerca di presentarsi come clone culturalmente più raffinato di Matrix, usando riferimenti letterari e cinematografici di gran lignaggio, come 1984 di George Orwell (e film di Michael Radford), Brave new world di Aldous Huxley, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (e film di François Truffaut), Metropolis di Fritz Lang e, volendo, anche cose un po' meno elevate, come Il mago di Oz, magari via Zardoz di John Boorman, El Mariachi di Robert Rodriguez. Eccetera.
C'è stata la solita catastrofica terza guerra mondiale, un tale (Sean Pertwee) è diventato benevolo dittatore a vita e ha convinto la popolazione che i guai degli umani derivano dal provare emozioni, dunque la ricetta è quella di spararsi tutti quanti una dose di calmante e di evitare assolutamente tutto quello che possa risvegliare la sensibilità, dalle opere d'arte agli animali da compagnia.
Ovviamente ci sono anche quelli a cui questo andazzo non va bene, e dunque viene creata una bizzarra forza di polizia, i cui agenti (clerici) si vestono come i ribelli di Matrix, e usano improbabili tecniche di combattimento orientali che però non disdegnano il supporto di armi da fuoco.
La storia segue il percorso di Preston, un molto reverendo clerico (Christian Bale) che assiste senza quasi batter ciglio alla condanna a morte della moglie (Maria Pia Calzone, purtroppo parte minima), elimina personalmente il suo collega (Sean Bean) in quanto in realtà avido lettore di poesie (ovviamente vietate), ma non riesce a resistere al lato oscuro della passione quando cercano di ammazzargli sotto il naso un cucciolone canino decisamente simpatico. Ah già, anche l'esecuzione dell'ex-amante (Emily Watson) del collega, per la quale anche lui sembra avere un certo interesse non propriamente platonico, contribuisce alla sua conversione.
Spunti interessanti ce ne sono, ma finiscono per annegare o nell'umorismo involontario (In una scena un esercito di poliziotti spara contro un gruppo di ribelli asserragliati in un casermone. Dall'interno il capo dei resistenti prende il suo fucile, rompe l'unico vetro che era miracolosamente sopravvissuto fino a quel momento al fuoco incessante degli assedianti per sparare un paio di colpi a vuoto), o nelle scene di combattimenti che finiscono per aggiungere poco alla storia, o nella noia.
Distopia ambientata nell'immediato futuro, cerca di presentarsi come clone culturalmente più raffinato di Matrix, usando riferimenti letterari e cinematografici di gran lignaggio, come 1984 di George Orwell (e film di Michael Radford), Brave new world di Aldous Huxley, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (e film di François Truffaut), Metropolis di Fritz Lang e, volendo, anche cose un po' meno elevate, come Il mago di Oz, magari via Zardoz di John Boorman, El Mariachi di Robert Rodriguez. Eccetera.
C'è stata la solita catastrofica terza guerra mondiale, un tale (Sean Pertwee) è diventato benevolo dittatore a vita e ha convinto la popolazione che i guai degli umani derivano dal provare emozioni, dunque la ricetta è quella di spararsi tutti quanti una dose di calmante e di evitare assolutamente tutto quello che possa risvegliare la sensibilità, dalle opere d'arte agli animali da compagnia.
Ovviamente ci sono anche quelli a cui questo andazzo non va bene, e dunque viene creata una bizzarra forza di polizia, i cui agenti (clerici) si vestono come i ribelli di Matrix, e usano improbabili tecniche di combattimento orientali che però non disdegnano il supporto di armi da fuoco.
La storia segue il percorso di Preston, un molto reverendo clerico (Christian Bale) che assiste senza quasi batter ciglio alla condanna a morte della moglie (Maria Pia Calzone, purtroppo parte minima), elimina personalmente il suo collega (Sean Bean) in quanto in realtà avido lettore di poesie (ovviamente vietate), ma non riesce a resistere al lato oscuro della passione quando cercano di ammazzargli sotto il naso un cucciolone canino decisamente simpatico. Ah già, anche l'esecuzione dell'ex-amante (Emily Watson) del collega, per la quale anche lui sembra avere un certo interesse non propriamente platonico, contribuisce alla sua conversione.
Spunti interessanti ce ne sono, ma finiscono per annegare o nell'umorismo involontario (In una scena un esercito di poliziotti spara contro un gruppo di ribelli asserragliati in un casermone. Dall'interno il capo dei resistenti prende il suo fucile, rompe l'unico vetro che era miracolosamente sopravvissuto fino a quel momento al fuoco incessante degli assedianti per sparare un paio di colpi a vuoto), o nelle scene di combattimenti che finiscono per aggiungere poco alla storia, o nella noia.
Il mio amico Eric
Il titolo originale, Looking for Eric (qualcosa come Alla ricerca di Eric), rende meglio il fatto che l'amico Eric è immaginario, anche se noi lo vediamo come se fosse in carne ed ossa, ed è il modo disperato che il protagonista (che si chiama anche lui Eric) usa per cercare di uscire da una brutta situazione.
l'Eric reale (Steve Evets) è un postino cinquantenne messo davvero male. Trent'anni prima ha mollato la moglie da poco sposata e che aveva appena avuto la loro figlia, senza sapere nemmeno bene perché. Da quel momento in poi la sua vita è andata sempre peggio. Per sua fortuna ha un nutrito gruppo di amici/colleghi che lo aiutano, per quanto possibile, a non fare naufragio completo.
La lenta deriva viene interrotta dalla necessità di incontrare la ex moglie, cosa che lo mette in grandissimo stato di agitazione, al punto che finisce per materializzare Eric Cantona (interpretato da lui medesimo), suo idolo calcistico.
Inizialmente le cose invece che migliorare peggiorano. Seguendo i consigli di Cantona, il vero Eric viene picchiato, minacciato, umiliato con un filmato su YouTube. Il suo tentativo di riconciliazione con ex-moglie e figlia si risolve in un disastro, con la polizia che gli piomba in casa e arresta tutti quanti.
Ma Eric non si arrende. Continua a seguire gli insegnamenti di Cantona, e alla fine una soluzione, per quanto bizzarra, si trova.
La coppia Ken Loach (regia) - Paul Laverty (sceneggiatura), a mio gusto, funziona benissimo. Laverty ha smussato i toni fin troppo combattivi di Loach fornendo comunque storie che ben si adattano alla verve popolar-contestataria del regista. L'espediente dell'amico immaginario superstar non è certo nuovo, vedasi l'Humphrey Bogart in Provaci ancora Sam di Woody Allen o, in tempi più recenti, Tony Hawk in Tutto per una ragazza di Nick Hornby, ma mi pare che sia gestita in modo molto naturale.
l'Eric reale (Steve Evets) è un postino cinquantenne messo davvero male. Trent'anni prima ha mollato la moglie da poco sposata e che aveva appena avuto la loro figlia, senza sapere nemmeno bene perché. Da quel momento in poi la sua vita è andata sempre peggio. Per sua fortuna ha un nutrito gruppo di amici/colleghi che lo aiutano, per quanto possibile, a non fare naufragio completo.
La lenta deriva viene interrotta dalla necessità di incontrare la ex moglie, cosa che lo mette in grandissimo stato di agitazione, al punto che finisce per materializzare Eric Cantona (interpretato da lui medesimo), suo idolo calcistico.
Inizialmente le cose invece che migliorare peggiorano. Seguendo i consigli di Cantona, il vero Eric viene picchiato, minacciato, umiliato con un filmato su YouTube. Il suo tentativo di riconciliazione con ex-moglie e figlia si risolve in un disastro, con la polizia che gli piomba in casa e arresta tutti quanti.
Ma Eric non si arrende. Continua a seguire gli insegnamenti di Cantona, e alla fine una soluzione, per quanto bizzarra, si trova.
La coppia Ken Loach (regia) - Paul Laverty (sceneggiatura), a mio gusto, funziona benissimo. Laverty ha smussato i toni fin troppo combattivi di Loach fornendo comunque storie che ben si adattano alla verve popolar-contestataria del regista. L'espediente dell'amico immaginario superstar non è certo nuovo, vedasi l'Humphrey Bogart in Provaci ancora Sam di Woody Allen o, in tempi più recenti, Tony Hawk in Tutto per una ragazza di Nick Hornby, ma mi pare che sia gestita in modo molto naturale.
La giusta distanza
Raccontata come se fosse la storia della formazione al giornalismo di Giovanni (Giovanni Capovilla, esordiente), mi è parso piuttosto un affresco sulla periferia padana narrato da uno (Carlo Mazzacurati, regista e co-sceneggiatore) che sa bene di cosa si sta parlando.
Quasi tutta l'azione (o meglio, la sua quasi assenza) si svolge in un microscopico paesino veneto dove tutto sembra immobile e immutabile. "Qui una volta era tutta campagna", dice Franco (Natalino Balasso) a Giovanni, in una stradicciola tra campi e canali, dove nulla è cambiato da tempo immemorabile. Anche se basta prendere la macchina per incontrare la modernità periferica, fatta di prefabbricati e grandi distributori automatici di benzina che fanno anche da supermercati del sesso.
Poco accade, e poco ci si può aspettare che accada. C'è un serial killer, però è specializzato in cani. Il tabaccaio (Giuseppe Battiston) che ha scoperto il modo per arricchirsi grazie al riscaldamento globale, ma non ha idea di come spendere quei soldi, e finisce per sposare una rumena grazie ad un apposito servizio su internet. C'è il mago locale (Dario Cantarelli), che ha una grande notorietà grazie ai suoi amuleti, o forse piuttosto grazie al gran vuoto culturale che niente e nessuno sembra voler colmare. Ci sono pure tanti stranieri, diventati indispensabili ma più tollerati che accettati.
A smuovere le acque arriva Mara (Valentina Lodovini, al suo primo ruolo importante), giovane donna inquieta che insegna alle elementari in attesa di partire per il Brasile per una cooperazione internazionale. Giovanni, un po' come tutti, si prende una cottarella per lei, mentre cerca di scrivere per il Resto del Carlino entrando in contatto con un giornalista locale (Fabrizio Bentivoglio, pochi minuti che riesce comunque a sfruttare bene per dare spessore al suo personaggio).
Ci scapperà il morto, ma lo spettatore non si aspetti un film d'azione, la parte investigativa viene risolta frettolosamente, senza grandi approfondimenti. Ed è proprio questo sbilanciamento della struttura della sceneggiatura (a cui hanno collaborato Doriana Leondeff, Marco Pettenello e Claudio Piersanti) che non mi ha completamente convinto. La storia di Giovanni finisce per essere poco interessante sia perché manca lo sviluppo (OK, il giovane giornalista scopre che l'insegnamento del vecchio maestro, tenere la giusta distanza tra narrazione e narratore, non è che vada preso come oro colato, ma poi che succede?) sia perché il giovane attore non mi pare capace di reggere il ruolo.
Lussuosa la colonna sonora, affidata ai Tin hat.
Quasi tutta l'azione (o meglio, la sua quasi assenza) si svolge in un microscopico paesino veneto dove tutto sembra immobile e immutabile. "Qui una volta era tutta campagna", dice Franco (Natalino Balasso) a Giovanni, in una stradicciola tra campi e canali, dove nulla è cambiato da tempo immemorabile. Anche se basta prendere la macchina per incontrare la modernità periferica, fatta di prefabbricati e grandi distributori automatici di benzina che fanno anche da supermercati del sesso.
Poco accade, e poco ci si può aspettare che accada. C'è un serial killer, però è specializzato in cani. Il tabaccaio (Giuseppe Battiston) che ha scoperto il modo per arricchirsi grazie al riscaldamento globale, ma non ha idea di come spendere quei soldi, e finisce per sposare una rumena grazie ad un apposito servizio su internet. C'è il mago locale (Dario Cantarelli), che ha una grande notorietà grazie ai suoi amuleti, o forse piuttosto grazie al gran vuoto culturale che niente e nessuno sembra voler colmare. Ci sono pure tanti stranieri, diventati indispensabili ma più tollerati che accettati.
A smuovere le acque arriva Mara (Valentina Lodovini, al suo primo ruolo importante), giovane donna inquieta che insegna alle elementari in attesa di partire per il Brasile per una cooperazione internazionale. Giovanni, un po' come tutti, si prende una cottarella per lei, mentre cerca di scrivere per il Resto del Carlino entrando in contatto con un giornalista locale (Fabrizio Bentivoglio, pochi minuti che riesce comunque a sfruttare bene per dare spessore al suo personaggio).
Ci scapperà il morto, ma lo spettatore non si aspetti un film d'azione, la parte investigativa viene risolta frettolosamente, senza grandi approfondimenti. Ed è proprio questo sbilanciamento della struttura della sceneggiatura (a cui hanno collaborato Doriana Leondeff, Marco Pettenello e Claudio Piersanti) che non mi ha completamente convinto. La storia di Giovanni finisce per essere poco interessante sia perché manca lo sviluppo (OK, il giovane giornalista scopre che l'insegnamento del vecchio maestro, tenere la giusta distanza tra narrazione e narratore, non è che vada preso come oro colato, ma poi che succede?) sia perché il giovane attore non mi pare capace di reggere il ruolo.
Lussuosa la colonna sonora, affidata ai Tin hat.
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