Che sia il seguito di Ma che siamo tutti matti? lo si capisce meglio dal titolo originale, The gods must be crazy II. Anche in questo caso mi vien da pensare che la distribuzione italiana non abbia capito il senso del titolo e abbiano semplicemente cercato un qualcosa di simile, privato del riferimento esplicito al divino.
L'impostazione è molto simile a quella del primo episodio, non per nulla sono entrambi scritti e diretti da Jamie Uys. Una commedia traslata in Africa che viene stravolta dal passaggio di un boscimano, sempre N!xau, impegnato in una sua peculiare missione, questa volta più semplice s spiegarsi: la ricerca di due suoi figli che sono finiti nel camion di bracconieri passato dal loro territorio.
Più complicata la commedia occidentale. Una donna d'affari newyorkese (Lena Farugia) è in resort africano per un convegno. Una guida in cerca di avvenenti turiste da abbordare le offre un giro su di un buffo aeroplanetto. A metà viaggio la guida scende e lascia il posto ad un biologo. Tra i due c'è immediata antipatia, e la comicità nasce dalla contrapposizione dei due caratteri (e sappiamo bene che ci sarà il lieto fine). Causa maltempo i due si perderanno nel deserto, verranno separati, lei incontrerà due soldati di opposte milizie che cercano di arrestarsi a vicenda - ma sarà lei ad arrestare entrambi. Riuniti grazie all'intervento di N!xau, incapperanno nei bracconieri di cui sopra. Segue una certa concitazione, ma poi tutto andrà per il meglio.
Apprezzabile l'ambientazione africana e l'umorismo molto leggero.
Ma che siamo tutti matti?
Probabile che il titolo originale, The gods must be crazy, sia stato considerato troppo blasfemo per il mercato italiano. Però almeno si sarebbe dovuto tenere il punto di vista alieno, e usare qualcosa come Ma siete tutti matti? che avrebbe reso meglio il concetto.
Infatti si narra una tipica storia da comica in bianco e nero (vedi Buster Keaton) traslata in Africa, seguendo il punto di vista di un boscimano (interpretato da N!xau, dove il punto esclamativo nel nome sta per un buffo suono, una sorta di click, tipico della lingua boscimana) che è impegnato in una missione tangenziale alla vicenda dei bianchi che incontra.
La vicenda comica è quella di una giovane donna che decide di abbandonare la vita di una metropoli africana (europeizzata) per andare a fare la maestrina in mezzo al nulla africano. Lì incontra un biologo estremamente impacciato con le donne, a cui lei evidentemente piace molto, e questo lo porta ad essere ancora più impacciato e disastroso. Terzo incomodo, un fascinoso operatore turistico. Il cattivo della vicenda è un rivoluzionario da strapazzo che rapisce la bella e la sua classe per guadagnarsi una via di fuga.
La vicenda boscimana è invece quella di un clan familiare che incappa nella civiltà occidentale sotto forma di bottiglia della cocacola lanciata da un aereo di passaggio. Inizialmente ne apprezzano la versatilità, ma finisce per causare più problemi che vantaggi. Dunque chi l'ha trovata decide di partire per la fine del mondo e gettarla. Nel suo viaggio incontra strani individui (che inizialmente pensa essere dei, data la loro alterità) che si comportano in modo bislacco.
Infatti si narra una tipica storia da comica in bianco e nero (vedi Buster Keaton) traslata in Africa, seguendo il punto di vista di un boscimano (interpretato da N!xau, dove il punto esclamativo nel nome sta per un buffo suono, una sorta di click, tipico della lingua boscimana) che è impegnato in una missione tangenziale alla vicenda dei bianchi che incontra.
La vicenda comica è quella di una giovane donna che decide di abbandonare la vita di una metropoli africana (europeizzata) per andare a fare la maestrina in mezzo al nulla africano. Lì incontra un biologo estremamente impacciato con le donne, a cui lei evidentemente piace molto, e questo lo porta ad essere ancora più impacciato e disastroso. Terzo incomodo, un fascinoso operatore turistico. Il cattivo della vicenda è un rivoluzionario da strapazzo che rapisce la bella e la sua classe per guadagnarsi una via di fuga.
La vicenda boscimana è invece quella di un clan familiare che incappa nella civiltà occidentale sotto forma di bottiglia della cocacola lanciata da un aereo di passaggio. Inizialmente ne apprezzano la versatilità, ma finisce per causare più problemi che vantaggi. Dunque chi l'ha trovata decide di partire per la fine del mondo e gettarla. Nel suo viaggio incontra strani individui (che inizialmente pensa essere dei, data la loro alterità) che si comportano in modo bislacco.
Certamente, forse
Terribile titolo per una molto newyorkese piacevole commedia sentimentale ben scritta e un po' meno bene diretta da Adam Brooks. Incolpevole la distribuzione italiana, visto che si tratta della traduzione letterale dell'originale Definitely, maybe - un riferimento al primo album degli Oasis, sembra, anche se non ne vedo il motivo. Forse una di quelle canzoni doveva far parte della colonna sonora (molto ricca) e poi è mancato l'accordo con la produzione? Misteri.
Ottimo il cast, tranne il protagonista (Ryan Reynolds) che mi è sembrato una pallida copia di Ben Affleck. Ruoli minori per Derek Luke e Kevin Kline (che, detto per inciso, ha un paio di scene con Reynolds e lo fa letteralmente scomparire dalla scena). Lato femminile ben servito da Isla Fisher, Rachel Weisz, Elizabeth Banks e la piccola (ma tosta) Abigail Breslin.
La storia inizia con Reynolds che riceve per posta il documento per completare la pratica di divorzio, esce dal suo ufficio in midtown Manhattan e si fa una piacevole passeggiata primaverile fino alla scuola della figlioletta, nell'Upper East Side (insomma, ha fatto il grano), con cui passerà una giornata. Parte un lungo flash back in cui il protagonista racconta alla figlia la sua complicata storia sentimentale, cercando di spiegarle come mai si sta arrivando alla rottura. Divertente il fatto che la figlia (e lo spettatore) viene sfidata a scoprire quale sia la madre tra le molteplici donne che incrociano la vita del padre. Nonostante il fatto che sappiamo sin dall'inizio che c'è un divorzio in corso, la storia ad avere una sorta di happy ending.
Ottimo il cast, tranne il protagonista (Ryan Reynolds) che mi è sembrato una pallida copia di Ben Affleck. Ruoli minori per Derek Luke e Kevin Kline (che, detto per inciso, ha un paio di scene con Reynolds e lo fa letteralmente scomparire dalla scena). Lato femminile ben servito da Isla Fisher, Rachel Weisz, Elizabeth Banks e la piccola (ma tosta) Abigail Breslin.
La storia inizia con Reynolds che riceve per posta il documento per completare la pratica di divorzio, esce dal suo ufficio in midtown Manhattan e si fa una piacevole passeggiata primaverile fino alla scuola della figlioletta, nell'Upper East Side (insomma, ha fatto il grano), con cui passerà una giornata. Parte un lungo flash back in cui il protagonista racconta alla figlia la sua complicata storia sentimentale, cercando di spiegarle come mai si sta arrivando alla rottura. Divertente il fatto che la figlia (e lo spettatore) viene sfidata a scoprire quale sia la madre tra le molteplici donne che incrociano la vita del padre. Nonostante il fatto che sappiamo sin dall'inizio che c'è un divorzio in corso, la storia ad avere una sorta di happy ending.
Il gioco di Ripley
Si da per scontato che uno sappia chi mai sia Ripley, e quindi prima di vedere questo film co-scritto e diretto da Liliana Cavani conviene vedersi Il talento di Mr.Ripley o leggersi i romanzi della Highsmith che stanno alla base della vicenda. Altrimenti bisogna accontentarsi del breve prologo in cui vediamo Ripley (interpretato qui da un ottimo John Malkovich) in azione a Berlino, per capire quanto sia pazzo, pericoloso, e acculturato.
L'azione parte qualche anno dopo, quando Ripley viene scovano nel suo dorato esilio in Veneto dal suo vecchio compagno di malefatte (un divertente Ray Winstone) che gli chiede di ammazzare un tale per fargli un favore. Caso vuole che il giorno stesso Ripley si sia sentito insultato da una affermazione di un vicino (Dougray Scott, scarsotto) che notava la mancanza di gusto del ricco americano. E bisogna dire che sarà stato scortese ma non menzognero, a Ripley manca la capacità di appassionarsi, può dunque vedere la differenza tra un capolavoro e una crosta, ma riesce solo ad essere molto competente. Fatto sta che Ripley decide di cortocircuitare i due fatti, e fare in modo che il suo vicino, persona mite, diventi un assassino a pagamento.
Non sono rimasto entusiasta della regia, per lunghi tratti mi è sembrato di vedere un poliziesco anni 70, e nemmeno dei migliori, fortuna che ci sono un paio di scene davvero ben fatte, e mi sembra il caso di dire che questo è uno di quei film che viene salvato da un buon finale.
L'azione parte qualche anno dopo, quando Ripley viene scovano nel suo dorato esilio in Veneto dal suo vecchio compagno di malefatte (un divertente Ray Winstone) che gli chiede di ammazzare un tale per fargli un favore. Caso vuole che il giorno stesso Ripley si sia sentito insultato da una affermazione di un vicino (Dougray Scott, scarsotto) che notava la mancanza di gusto del ricco americano. E bisogna dire che sarà stato scortese ma non menzognero, a Ripley manca la capacità di appassionarsi, può dunque vedere la differenza tra un capolavoro e una crosta, ma riesce solo ad essere molto competente. Fatto sta che Ripley decide di cortocircuitare i due fatti, e fare in modo che il suo vicino, persona mite, diventi un assassino a pagamento.
Non sono rimasto entusiasta della regia, per lunghi tratti mi è sembrato di vedere un poliziesco anni 70, e nemmeno dei migliori, fortuna che ci sono un paio di scene davvero ben fatte, e mi sembra il caso di dire che questo è uno di quei film che viene salvato da un buon finale.
Essere John Malkovich
La scena che da sola vale la visione del film è quella in cui John Malkovich viene sparato, per mezzo di un inesplicabile meccanismo che è il fulcro della storia, in un assurdo mondo in cui tutti (uomini, donne, bambini) sono John Malkovich e l'unica parola pronunciabile è Malkovich.
Regia piacevole di Spike Jonze, storia sorprendente di Charlie Kaufman, entrambi al primo lungometraggio. Meglio non entrare nei dettagli di quel che succede perché, svanito l'effetto sorpresa, la prima visione perde molto. Anche se c'è da dire che l'ottimo cast permette di godersi anche le visioni successive.
Un tale (John Cusack) che per vocazione sarebbe puparo, cosa che perfino a New York non offre molti sbocchi occupazionali, è sposato a una ingrigita e dimessa Cameron Diaz. Su pressione di lei si cerca un lavoro alternativo, e lo trova come archivista in un ufficio che si trova al settimo piano e mezzo di un bizzarro palazzotto in Manhattan. Lì incontra un'altra donna (Catherine Keener) da cui viene irresistibilmente attratto, nonostante lei gli faccia capire di non avere praticamente il minimo interesse per lui - o forse proprio per questo.
Questa che sembra una normale commedia metropolitana, vira improvvisamente su un piano metafisico/psicologico, tirando in ballo temi non indifferenti quali il senso della vita, la morte, il concetto di "essere", di individualità, e altre bazzecole del genere, ma sempre restando nei canoni della commedia sentimentale leggera. A ben vedere, la storia in quanto tale è una sciocchezza magistrale, e non sono nemmeno ben sicuro di cosa voglia dire. Però offre un paio d'ore di bizzarro divertimento.
Simpatica la partecipazione di Charlie Sheen, anche lui, come Malkovich, nei panni di sé stesso.
Regia piacevole di Spike Jonze, storia sorprendente di Charlie Kaufman, entrambi al primo lungometraggio. Meglio non entrare nei dettagli di quel che succede perché, svanito l'effetto sorpresa, la prima visione perde molto. Anche se c'è da dire che l'ottimo cast permette di godersi anche le visioni successive.
Un tale (John Cusack) che per vocazione sarebbe puparo, cosa che perfino a New York non offre molti sbocchi occupazionali, è sposato a una ingrigita e dimessa Cameron Diaz. Su pressione di lei si cerca un lavoro alternativo, e lo trova come archivista in un ufficio che si trova al settimo piano e mezzo di un bizzarro palazzotto in Manhattan. Lì incontra un'altra donna (Catherine Keener) da cui viene irresistibilmente attratto, nonostante lei gli faccia capire di non avere praticamente il minimo interesse per lui - o forse proprio per questo.
Questa che sembra una normale commedia metropolitana, vira improvvisamente su un piano metafisico/psicologico, tirando in ballo temi non indifferenti quali il senso della vita, la morte, il concetto di "essere", di individualità, e altre bazzecole del genere, ma sempre restando nei canoni della commedia sentimentale leggera. A ben vedere, la storia in quanto tale è una sciocchezza magistrale, e non sono nemmeno ben sicuro di cosa voglia dire. Però offre un paio d'ore di bizzarro divertimento.
Simpatica la partecipazione di Charlie Sheen, anche lui, come Malkovich, nei panni di sé stesso.
Le relazioni pericolose
La maledizione del primo film americano, secondo cui un regista europeo a Hollywood ottenga un risultato ben al disotto delle sue possibilità, è stata disattesa da Stephen Frears, che con Dangerous Liaisons ha realizzato uno dei suoi film più belli. Sarà forse perché invece di lasciarsi incantare dai meccanismi produttivi di oltreoceano è riuscito a usarli a dovere, in modo da ottenere un cast lussuoso e i mezzi economici non indifferenti che richiede un film in costume, quando lo si voglia fare a modo.
La sceneggiatura è adattata dall'omonimo romanzo epistolare di fine settecento che rappresenta ottimamente una storia di vanità e di scontro di personalità che potrebbe essere traslata in qualunque periodo - ricordo la versione anni cinquanta di Roger Vadim che, pur spostando il baricentro dell'azione sul rapporto tra sesso e amore, manteneva comunque un suo interesse.
La storia narra di due libertini, il visconte di Valmont (John Malkovich) e la marchesa di Merteuil (Glenn Close), già amanti, e che coltivano una relazione disincantata, mirante a soddisfare le reciproche lussurie. In realtà si amano, ma non sanno come dirselo, o forse reputano che ne andrebbe del loro prestigio se lo ammettessero.
La marchesa vorrebbe tirare un brutto tiro ad un altro suo ex amante, e fare in modo che la sua promessa sposa (una giovane Uma Thurman) non giunga propriamente immacolata al matrimonio. Chiede aiuto a Valmont che però nicchia. La ragazzetta è un bersaglio troppo semplice per la sua reputazione. Vuole invece conquistare una borghese (Michelle Pfeiffer) nota per il suo rigore morale. La marchesa storce il naso, e passa al piano B, cercando di fare in modo che un ragazzetto (Keanu Reeves al primo ruolo significativo) la concupisca.
I toni sono da commedia, solo nel finale si rivela che stiamo assistendo ad una tragedia che si porterà via i tre (bravissimi) interpreti principali.
La sceneggiatura è adattata dall'omonimo romanzo epistolare di fine settecento che rappresenta ottimamente una storia di vanità e di scontro di personalità che potrebbe essere traslata in qualunque periodo - ricordo la versione anni cinquanta di Roger Vadim che, pur spostando il baricentro dell'azione sul rapporto tra sesso e amore, manteneva comunque un suo interesse.
La storia narra di due libertini, il visconte di Valmont (John Malkovich) e la marchesa di Merteuil (Glenn Close), già amanti, e che coltivano una relazione disincantata, mirante a soddisfare le reciproche lussurie. In realtà si amano, ma non sanno come dirselo, o forse reputano che ne andrebbe del loro prestigio se lo ammettessero.
La marchesa vorrebbe tirare un brutto tiro ad un altro suo ex amante, e fare in modo che la sua promessa sposa (una giovane Uma Thurman) non giunga propriamente immacolata al matrimonio. Chiede aiuto a Valmont che però nicchia. La ragazzetta è un bersaglio troppo semplice per la sua reputazione. Vuole invece conquistare una borghese (Michelle Pfeiffer) nota per il suo rigore morale. La marchesa storce il naso, e passa al piano B, cercando di fare in modo che un ragazzetto (Keanu Reeves al primo ruolo significativo) la concupisca.
I toni sono da commedia, solo nel finale si rivela che stiamo assistendo ad una tragedia che si porterà via i tre (bravissimi) interpreti principali.
Ombre e nebbia
Uno dei titoli più europeizzanti dal catalogo di Woody Allen. Basato di su un suo precedente pezzo teatrale, e la cosa mi pare venga pagata con una certa lentezza dell'azione in alcuni punti. La storia mette insieme atmosfere da sogno (che spesso virano in incubo), analisi psicologica e sociale, e altre bazzecole come il senso della vita, l'amore, la morte e sicuramente qualcos'altro che al momento mi sfugge.
L'azione si svolge presumibilmente in una città europea dell'inizio del secolo scorso, immersa in un notte nebbiosa fotografata impeccabilmente da Carlo Di Palma. Un povero disgraziato (Woody Allen) viene svegliato da una ronda di vigilantes che vogliono che lui partecipi ad un piano - che nessuno gli spiega - per catturare un serial killer che ha già strangolato e sgozzato varia gente. Riluttante, esce nella notte e vive varie vicende che lo porteranno nel finale ad essere inseguito dalla polizia, da una torma urlante che vuole impiccarlo sul posto, e dal maniaco omicida. Ma dopotutto è una commedia e il nostro eroe riuscirà a cavarsela, passando lo specchio come Alice.
Le citazioni sono innumerevoli. Visualmente l'atmosfera è quella dell'espressionismo tedesco, richiamato soprattutto con un magnifico uso delle ombre; l'impostazione della storia è tipicamente kafkiana, con il protagonista che deve partecipare ad un piano che nessuno gli sa spiegare e che vede sin dall'inizio che non gli porterà niente di buono; musicalmente ci si appoggia su una base fornita da Kurt Weill, e le tematiche sociali di Brecht fanno capolino con discrezione. Il bersaglio grosso mi pare comunque sia Ingemar Bergman, di cui vengono riprese tematiche, modalità di ripresa (vedi la scena con le prostitute che raccontano le loro esperienze), e anche uno dei finali del film. Abbiamo infatti anche qui, come ne Il settimo sigillo, alcune vittime predestinate che sfuggono alla morte, in un modo tutto sommato simile.
Alla città viene contrapposto il circo (e qui c'è un bel rimando a Federico Fellini), di cui non viene data una immagine edulcorata - al contrario, la sua prima apparizione fa pensare piuttosto a Freaks - ma ne viene sottolineata comunque l'alterità rispetto alla grigia vita cittadina.
A dir poco incredibile il cast. Nel circo abbiamo Mia Farrow, mangiatrice di spade che convive con il clown John Malkovich. Il terzo incomodo è Madonna (nel senso della signora Ciccone) trapezista di facili costumi. Sul finale entrerà in azione anche il mago, un deus ex machina pasticcione interpretato da Kenneth Mars, caratterista scomparso di recente.
Altro centro nevralgico dell'azione è il bordello, dove cercheranno rifugio prima la Farrow e poi Allen, che è popolato da attrici del calibro di Jodie Foster e Kathy Bates, e che ha tra i suoi clienti più assidui lo studente John Cusack.
Interessante notare che i cittadini sono interpretati da personaggi secondari, a sottolineare che l'interesse della storia è altrove. Spicca in questo contesto il personaggio del medico (il sempre impressionante Donald Pleasence), che rappresenta l'uomo di scienza che perde il contatto con la realtà e finisce per dare alla razionalità uno spazio maggiore di quanto le competa. Quasi più una curiosità che altro l'apparizione di John C. Reilly tra i poliziotti.
L'azione si svolge presumibilmente in una città europea dell'inizio del secolo scorso, immersa in un notte nebbiosa fotografata impeccabilmente da Carlo Di Palma. Un povero disgraziato (Woody Allen) viene svegliato da una ronda di vigilantes che vogliono che lui partecipi ad un piano - che nessuno gli spiega - per catturare un serial killer che ha già strangolato e sgozzato varia gente. Riluttante, esce nella notte e vive varie vicende che lo porteranno nel finale ad essere inseguito dalla polizia, da una torma urlante che vuole impiccarlo sul posto, e dal maniaco omicida. Ma dopotutto è una commedia e il nostro eroe riuscirà a cavarsela, passando lo specchio come Alice.
Le citazioni sono innumerevoli. Visualmente l'atmosfera è quella dell'espressionismo tedesco, richiamato soprattutto con un magnifico uso delle ombre; l'impostazione della storia è tipicamente kafkiana, con il protagonista che deve partecipare ad un piano che nessuno gli sa spiegare e che vede sin dall'inizio che non gli porterà niente di buono; musicalmente ci si appoggia su una base fornita da Kurt Weill, e le tematiche sociali di Brecht fanno capolino con discrezione. Il bersaglio grosso mi pare comunque sia Ingemar Bergman, di cui vengono riprese tematiche, modalità di ripresa (vedi la scena con le prostitute che raccontano le loro esperienze), e anche uno dei finali del film. Abbiamo infatti anche qui, come ne Il settimo sigillo, alcune vittime predestinate che sfuggono alla morte, in un modo tutto sommato simile.
Alla città viene contrapposto il circo (e qui c'è un bel rimando a Federico Fellini), di cui non viene data una immagine edulcorata - al contrario, la sua prima apparizione fa pensare piuttosto a Freaks - ma ne viene sottolineata comunque l'alterità rispetto alla grigia vita cittadina.
A dir poco incredibile il cast. Nel circo abbiamo Mia Farrow, mangiatrice di spade che convive con il clown John Malkovich. Il terzo incomodo è Madonna (nel senso della signora Ciccone) trapezista di facili costumi. Sul finale entrerà in azione anche il mago, un deus ex machina pasticcione interpretato da Kenneth Mars, caratterista scomparso di recente.
Altro centro nevralgico dell'azione è il bordello, dove cercheranno rifugio prima la Farrow e poi Allen, che è popolato da attrici del calibro di Jodie Foster e Kathy Bates, e che ha tra i suoi clienti più assidui lo studente John Cusack.
Interessante notare che i cittadini sono interpretati da personaggi secondari, a sottolineare che l'interesse della storia è altrove. Spicca in questo contesto il personaggio del medico (il sempre impressionante Donald Pleasence), che rappresenta l'uomo di scienza che perde il contatto con la realtà e finisce per dare alla razionalità uno spazio maggiore di quanto le competa. Quasi più una curiosità che altro l'apparizione di John C. Reilly tra i poliziotti.
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