Alla base di tutto c'è un fatto reale, la sanguinosa battaglia delle Termopili avvenuta circa due millenni e mezzo fa nel corso della seconda guerra persiana. Quel che sappiamo di quei lontani avvenimenti deriva principalmente da quello che, pochi anni dopo, ne ha scritto Erodoto nelle sue Storie. Si tenga presente che Erodoto era greco e, per quanto storico nell'animo, non lo si può biasimare se non è stato del tutto imparziale nel suo racconto.
Molti anni dopo, la Twentieth Century Fox decide di fare un film sulla vicenda, L'eroe di Sparta (*), girato in Grecia su sceneggiatura dell'improbabile George St. George basata su un lavoro di ricerca storica tutto made in Italy (**). Occhio e croce mi sembra che lo scopo fosse quello di far girare soldi producendo un film vagamente propagandistico. Il risultato non è malaccio, almeno per i cultori del genere, e ha ottenuto un curioso effetto collaterale. Lo vide infatti Frank Miller e ne restò molto impressionato. Al punto che, molti anni dopo, quando ormai era un fumettaro tra i più affermati, andò a riprendersi la storia e ne tirò fuori una serie di cinque albi (1998), che poi vennero fascicolati in un opera completa nel 2000.
Passaggio finale, Zack Snyder legge il fumetto, se ne innamora e fa di tutto per convincere la Warner a scucire il pacco di milioni necessari per farlo diventare un film. Per sua fortuna, era appena stato convertito in film il fumetto (***) Sin city (2005), sempre di Frank Miller, ottenendo una risposta di pubblico positiva quel tanto che bastava per stanziare un bel budget.
Di quanto scrisse Erodoto resta poco, in compenso la traduzione da fumetto a pellicola è fatta con un certo garbo e penso che gli estimatori di Miller potrebbero gradire questa versione. Io, invece, l'ho trovata piuttosto noiosa, rischiarata a tratti da un umorismo che mi è sembrato involontario. In positivo, mi sono trovato a considerare un parallelo con i film di Michael Bay (°). Se Bay deve essere stato uno di quei terribili bimbetti che amano far esplodere tutti i loro giocattoli con petardi (°°), Snyder deve essere stato uno di quelli che passavano il tempo a far combattere i suoi bambolotti (°°°). Mi immagino che scontri deve aver sceneggiato tra Hulk e Big Jim.
La storia è che un gayssimo re Leonida (Gerard Butler) mette assieme 300 guerrieri spartani molto muscolosi e tutti quanti marciano in mutande fino alle Termopili. Lì incontra l'altrettanto gay Serse (Rodrigo Santoro), un androgino gigantesco follemente innamorato del piercing e di se stesso, che per motivi poco chiari vuole invadere la Grecia. Leonida teme che Serse voglia la fine del culturismo greco, e allora si arrabbia. Meglio morti, ma con tutti i muscoletti scolpiti e oliati.
Serse, furibondo, gli manda contro tutto quello che ha a portata di mano. Elefanti, rinoceronti, bersaglieri effeminati, e anche la sua guardia del corpo: dei ninja immortali. Nulla sembra riuscire a scalfire lo scudo umano spartano. Se non che ...
Nonostante il gran spreco di rallenty, questo non sarebbe bastato a coprire la lunghezza standard della pellicola, e allora Snyder ha buttato dentro una trama parallela, con la signora Leonida, la regina Gorgo (Lena Headey), che cerca di convincere i politici spartani ad inviare rinforzi al suo amato sposo e re. C'è però un bieco e corrotto politico (Dominic West) che si intromette.
Per l'angolo delle curiosità, questo è il primo film per il grande schermo di Michael Fassbender, è Stelios, il luogotenente di Leonida che ha una storia alla Eurialo e Niso con il figlio del vice.
(*) The 300 spartans (1962).
(**) Remigio Del Grosso, Giovanni d'Eramo, ma anche Ugo Liberatore e Gian Paolo Callegari.
(***) O graphic novel, come mi sembra sia più politically correct dire di questi tempi.
(°) Se proprio ci si vuole fare del male, si può vedere, come esempio della sua poetica, Transformers 4 - L'era dell'estinzione.
(°°) Chissà se il cattivello di Toy story è ispirato a lui.
(°°°) Action figure?
Visualizzazione post con etichetta 2006. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2006. Mostra tutti i post
X-Men - Conflitto finale
Nonostante il titolo, e la carneficina che si consuma, lo spettatore più attento (*) noterà che gli astuti sceneggiatori hanno lasciato la porta aperta a possibili sviluppi (**). Si segue la linea tratteggiata dalle prime due puntate, con il Professor X (Patrick Stewart) e Magneto (Ian McKellen) che si contrappongono proponendo diverse ricette per risolvere la questione sul come gestire il rapporto tra mutanti e semplici umani.
Altro polo della vicenda è Jean Grey (Famke Janssen) che era stata data per morta, e che invece scopriamo che non solo è sopravvissuta ma ha pure un problema di sdoppiamento di personalità, dove la sua versione amorale, Phoenix, è dotata di enormi poteri che fanno impallidire quelli degli altri personaggi. Sommato al fatto che continua ad essere combattuta tra l'amore per Cyclops (James Marsden) e Wolverine (Hugh Jackman) otteniamo che la poveretta è una mina vagante pronta ad esplodere.
La battaglia finale di Alcatraz tra umani, mutanti della confraternita e gli X-Men, rivela che Magneto ha scarse capacità strategiche, ed è pure un pessimo scacchista. E mi è sembrata pure piuttosto noiosa, oltre che fin troppo rumorosa. Non male però la dichiarazione di amore che Wolverine fa a Jean Grey.
(*) E paziente, che alla fine dei titoli di coda c'è una breve scena che aggiunge una importante informazione.
(**) Che però non verranno utilizzati nei successivi episodi.
Altro polo della vicenda è Jean Grey (Famke Janssen) che era stata data per morta, e che invece scopriamo che non solo è sopravvissuta ma ha pure un problema di sdoppiamento di personalità, dove la sua versione amorale, Phoenix, è dotata di enormi poteri che fanno impallidire quelli degli altri personaggi. Sommato al fatto che continua ad essere combattuta tra l'amore per Cyclops (James Marsden) e Wolverine (Hugh Jackman) otteniamo che la poveretta è una mina vagante pronta ad esplodere.
La battaglia finale di Alcatraz tra umani, mutanti della confraternita e gli X-Men, rivela che Magneto ha scarse capacità strategiche, ed è pure un pessimo scacchista. E mi è sembrata pure piuttosto noiosa, oltre che fin troppo rumorosa. Non male però la dichiarazione di amore che Wolverine fa a Jean Grey.
(*) E paziente, che alla fine dei titoli di coda c'è una breve scena che aggiunge una importante informazione.
(**) Che però non verranno utilizzati nei successivi episodi.
Ti va di pagare? - Priceless
La sfiducia nostrana nella cinematografia francese, che pure è calata negli ultimi anni, fa capolino dal titolo italiano, a cui è stato affiancato quello internazionale inglese, come a voler alludere ad un inesistente riferimento americano, o almeno britannico. Trattasi invece di una commedia romantica molto francese di Pierre Salvadori che, pur non eccellendo, porta a casa il risultato promesso. Dovessi citare un difetto, direi che è scarsamente memorabile. Almeno nel mio caso, visto che ho realizzato di essere alla seconda visione solo dopo svariati minuti.
In realtà, se non fosse per il tono, alcuni sketch, e il finale, la storia sarebbe più da catalogare come dramma che commedia. Si narra infatti di un pover uomo, Jean (Gad Elmaleh), che si innamora a prima vista di bel tocco di fanciulla, Irène (Audrey Tautou), con la quale riesce a passare una bella serata, con conseguente nottata bollente, grazie ad un bizzarro equivoco di lei.
Ella è infatti una, come dire, cacciatrice di dote. Ormai non più giovinetta (la vediamo strapparsi con dispiacere un capello bianco), Irène posa come donna di gran classe per accalappiare facoltosi anzianotti. Ha già preso all'amo la sua preda, Jacques (Vernon Dobtcheff), e Jean sarebbe solo un diversivo di una triste notte a Biarritz. Lui è invece un dipendente di un hotel per ricchi (l'Hôtel du Palais) di quella nota località turistica che non sembra avere alcuna prospettiva degna di nota. L'incontro fortuito accende in lui una scintilla, che però sembra destinata a non portare a niente. Se non fosse che, un anno dopo, Jacques e Irène tornano a Biarritz.
Jean decide di giocare il tutto per tutto, e riesce a fare il bis. Jacques però sgama Irène e la molla. Questa, che pensava Jean fosse pieno di soldi, cerca rifugio in lui, scappandone inorridita quando scopre la verità. Fallito il piano A, sposare Jacques, scartato il piano B, spennare Jean, Irène ricorre al piano C. Si trasferisce in costa azzurra per cercar lì un nuovo pollo.
Ma non ha fatto i conti con Jean, che la raggiunge e cerca di convincerla della bontà dei suoi sentimenti. Inutilmente. Ella cerca il vil denaro. La disperazione di Jean è tale che decide comunque di stare al gioco che, essendo molto bello, dura estremamente poco. Infatti Irène riesce a bruciare tutti i risparmi di Jean in poche ore. A Jean resta ora un solo euro. Che fare? Lo usa per chiedere a Irène ancora dieci secondi, per guardarla ancora un po' negli occhi. Lei accetta, incassa e se ne va.
Seguirebbe la rovina completa di Jean, se non fosse che la stagionata Madeleine (Marie-Christine Adam) lo trova interessante, e fa di lui l'omologo maschile di Irène. Un po' per disperazione, un po' per sfida, un po' per restare vicino a Irène, Jean decide di dare alla sua vita questa brusca svolta, e scopre sorprendentemente di essere portato a questo ruolo. Riuscirà in questo modo a conquistare la sua bella? Fino a pochi minuti dal finale, no. Irène lo prende in simpatia, gli rivela persino di non essere quella implacabile macchina per consumare beni di lusso che sembrerebbe, ma di avere, molto in fondo, una passione per cose semplici e reali, ma finisce per considerare Jean più un collega, un amico, che un possibile amore. E nel controfinale chiede a Jean un favore di quelli che ammazzano. E, fosse stato un dramma, la storia sarebbe finita qui.
In realtà, se non fosse per il tono, alcuni sketch, e il finale, la storia sarebbe più da catalogare come dramma che commedia. Si narra infatti di un pover uomo, Jean (Gad Elmaleh), che si innamora a prima vista di bel tocco di fanciulla, Irène (Audrey Tautou), con la quale riesce a passare una bella serata, con conseguente nottata bollente, grazie ad un bizzarro equivoco di lei.
Ella è infatti una, come dire, cacciatrice di dote. Ormai non più giovinetta (la vediamo strapparsi con dispiacere un capello bianco), Irène posa come donna di gran classe per accalappiare facoltosi anzianotti. Ha già preso all'amo la sua preda, Jacques (Vernon Dobtcheff), e Jean sarebbe solo un diversivo di una triste notte a Biarritz. Lui è invece un dipendente di un hotel per ricchi (l'Hôtel du Palais) di quella nota località turistica che non sembra avere alcuna prospettiva degna di nota. L'incontro fortuito accende in lui una scintilla, che però sembra destinata a non portare a niente. Se non fosse che, un anno dopo, Jacques e Irène tornano a Biarritz.
Jean decide di giocare il tutto per tutto, e riesce a fare il bis. Jacques però sgama Irène e la molla. Questa, che pensava Jean fosse pieno di soldi, cerca rifugio in lui, scappandone inorridita quando scopre la verità. Fallito il piano A, sposare Jacques, scartato il piano B, spennare Jean, Irène ricorre al piano C. Si trasferisce in costa azzurra per cercar lì un nuovo pollo.
Ma non ha fatto i conti con Jean, che la raggiunge e cerca di convincerla della bontà dei suoi sentimenti. Inutilmente. Ella cerca il vil denaro. La disperazione di Jean è tale che decide comunque di stare al gioco che, essendo molto bello, dura estremamente poco. Infatti Irène riesce a bruciare tutti i risparmi di Jean in poche ore. A Jean resta ora un solo euro. Che fare? Lo usa per chiedere a Irène ancora dieci secondi, per guardarla ancora un po' negli occhi. Lei accetta, incassa e se ne va.
Seguirebbe la rovina completa di Jean, se non fosse che la stagionata Madeleine (Marie-Christine Adam) lo trova interessante, e fa di lui l'omologo maschile di Irène. Un po' per disperazione, un po' per sfida, un po' per restare vicino a Irène, Jean decide di dare alla sua vita questa brusca svolta, e scopre sorprendentemente di essere portato a questo ruolo. Riuscirà in questo modo a conquistare la sua bella? Fino a pochi minuti dal finale, no. Irène lo prende in simpatia, gli rivela persino di non essere quella implacabile macchina per consumare beni di lusso che sembrerebbe, ma di avere, molto in fondo, una passione per cose semplici e reali, ma finisce per considerare Jean più un collega, un amico, che un possibile amore. E nel controfinale chiede a Jean un favore di quelli che ammazzano. E, fosse stato un dramma, la storia sarebbe finita qui.
Torchwood - Stagione 1 Finale
La prima stagione di Torchwood finisce con un doppio episodio che, a ben vedere è quadruplo perché per aver il quadro complessivo andrebbero visti anche i due episodi precedenti.
Non sono restato pienamente soddisfatto di questa prima annata di questo spin-off whoviano. Forse gli sceneggiatori hanno avuto qualche problema nel carburare l'azione. Interessante notare come gli episodi migliori siano quelli caratterizzati da un punto di vista sghembo, dove il team di Torchwood appare in secondo piano rispetto ai protagonisti delle puntate. Quasi come se ci fosse una difficoltà nell'usare i personaggi principali nelle storie.
12) Captain Jack Harkness - Il capitano Jack Harkness
Il curioso titolo di questo episodio ha la sua spiegazione nel fatto che qui scopriamo che il Jack Harkness che conosciamo noi (John Barrowman) non sta usando il suo vero nome.
Succede infatti che telefonate anonime segnalano a Torchwood che da una palazzina abbandonata giungono suoni come se si tenesse una festa con musiche anni quaranta. Il Capitano e Tosh (Naoko Mori) vanno per indagare e si trovano sbalzati al tempo della seconda guerra mondiale, Jack si trova perfettamente a suo agio, Tosh un po' meno, anche perché, essendo giapponese, è identificata come nemica. A quella festa partecipa pure il vero Jack (Matt Rippy), e scopriamo che il nostro Jack ne ha usurpato il nome contando sul fatto che quello vero morirà subito dopo quella serata. Conoscerlo di persona è dunque piuttosto imbarazzante, anche perché capita che il vero Jack, pur essendo fin a quel momento etero (anche se il suo comportamento con la fidanzata sembra eccessivamente freddo), scopre con travaglio di essere gay, e i due Jack Harkness hanno una breve ma intensa liason.
Il salto nel tempo è dovuto ad un misterioso personaggio, Bilis Manger (Murray Melvin), che sembra stia ordendo una complicata trappola verso il team Torchwood finalizzata a che venga utilizzata l'inesplicabile apparecchiatura custodita nella sede della squadra così che la fessura spazio-temporale venga aperta.
E in effetti, nonostante le perplessità di Ianto (Gareth David-Lloyd), Owen (Burn Gorman) la metterà in azione, permettendo il rientro di Hack e Tosh ai nostri giorni, ma non si sa bene con quali effetti collaterali.
13) End of days - La fine dei giorni
Una tragedia. Dalla fessura spazio-temporale ne passano di ogni, causando guai di tutti i tipi. Bilis Manger offre una soluzione, azionare nuovamente il macchinario, che Jack osteggia ma a che gli altri sembra geniale (anche perché Bilis ha modo di convincerli in questo senso). Owen, spinto anche dal risentimento per non essere (a suo parere) sufficientemente valorizzato passa alle vie di fatto, sparando più volte a Jack, uccidendolo (lui non sa ancora che è tutta fatica sprecata).
Scopriamo quindi che Bilis ha fatto tutto ciò per liberare Abaddon (!) un mostro gigantesco vagamente demoniaco che però a me, chissà perché, ha fatto pensare al nemico finale degli Acchiappafantasmi. Abaddon si ciba delle vite umane, che assorbe con la sua ombra, nulla sembra riuscire a fermarlo. Ma Jack torna in vita e si offre come all-you-can-eat al mostro. Che è famelico, ma non riesce ad ingozzarsi fino a questo punto.
Nel finale c'è una breve apparizione del(la) TARDIS, di cui in realtà sentiamo solo il suono, e Jack scompare. Ritroveremo Jack nell'episodio Utopia della serie principale, così che il Capitano potrà nuovamente duettare con il Dottore.
Non sono restato pienamente soddisfatto di questa prima annata di questo spin-off whoviano. Forse gli sceneggiatori hanno avuto qualche problema nel carburare l'azione. Interessante notare come gli episodi migliori siano quelli caratterizzati da un punto di vista sghembo, dove il team di Torchwood appare in secondo piano rispetto ai protagonisti delle puntate. Quasi come se ci fosse una difficoltà nell'usare i personaggi principali nelle storie.
12) Captain Jack Harkness - Il capitano Jack Harkness
Il curioso titolo di questo episodio ha la sua spiegazione nel fatto che qui scopriamo che il Jack Harkness che conosciamo noi (John Barrowman) non sta usando il suo vero nome.
Succede infatti che telefonate anonime segnalano a Torchwood che da una palazzina abbandonata giungono suoni come se si tenesse una festa con musiche anni quaranta. Il Capitano e Tosh (Naoko Mori) vanno per indagare e si trovano sbalzati al tempo della seconda guerra mondiale, Jack si trova perfettamente a suo agio, Tosh un po' meno, anche perché, essendo giapponese, è identificata come nemica. A quella festa partecipa pure il vero Jack (Matt Rippy), e scopriamo che il nostro Jack ne ha usurpato il nome contando sul fatto che quello vero morirà subito dopo quella serata. Conoscerlo di persona è dunque piuttosto imbarazzante, anche perché capita che il vero Jack, pur essendo fin a quel momento etero (anche se il suo comportamento con la fidanzata sembra eccessivamente freddo), scopre con travaglio di essere gay, e i due Jack Harkness hanno una breve ma intensa liason.
Il salto nel tempo è dovuto ad un misterioso personaggio, Bilis Manger (Murray Melvin), che sembra stia ordendo una complicata trappola verso il team Torchwood finalizzata a che venga utilizzata l'inesplicabile apparecchiatura custodita nella sede della squadra così che la fessura spazio-temporale venga aperta.
E in effetti, nonostante le perplessità di Ianto (Gareth David-Lloyd), Owen (Burn Gorman) la metterà in azione, permettendo il rientro di Hack e Tosh ai nostri giorni, ma non si sa bene con quali effetti collaterali.
13) End of days - La fine dei giorni
Una tragedia. Dalla fessura spazio-temporale ne passano di ogni, causando guai di tutti i tipi. Bilis Manger offre una soluzione, azionare nuovamente il macchinario, che Jack osteggia ma a che gli altri sembra geniale (anche perché Bilis ha modo di convincerli in questo senso). Owen, spinto anche dal risentimento per non essere (a suo parere) sufficientemente valorizzato passa alle vie di fatto, sparando più volte a Jack, uccidendolo (lui non sa ancora che è tutta fatica sprecata).
Scopriamo quindi che Bilis ha fatto tutto ciò per liberare Abaddon (!) un mostro gigantesco vagamente demoniaco che però a me, chissà perché, ha fatto pensare al nemico finale degli Acchiappafantasmi. Abaddon si ciba delle vite umane, che assorbe con la sua ombra, nulla sembra riuscire a fermarlo. Ma Jack torna in vita e si offre come all-you-can-eat al mostro. Che è famelico, ma non riesce ad ingozzarsi fino a questo punto.
Nel finale c'è una breve apparizione del(la) TARDIS, di cui in realtà sentiamo solo il suono, e Jack scompare. Ritroveremo Jack nell'episodio Utopia della serie principale, così che il Capitano potrà nuovamente duettare con il Dottore.
Torchwood - Stagione 1: 11 Combattimento
L'episodio undici è strettamente legato al dieci. Il tema principale è infatti quello dello scoraggiamento di Owen che è stato mollato Diane (Burn Gorman), prima donna delle non poche con cui lo abbiamo visto trescare di cui si era innamorato. Inoltre, anche Gwen (Eve Myles) ha una specie di soprassalto di coscienza grazie a quanto è avvenuto nella puntata precedente, e sembra voler chiudere la relazione clandestina con Owen, anche se non è che gestisca benissimo il ritorno all'ovile, ovvero dal paziente, e piuttosto insipido, Rhys (Kai Owen).
Finalmente i Weevil fanno qualcosa, anche se continua ad essere ben poco, al punto che ancora non capisco quale sia il loro ruolo nella serie. Il "cattivo" dell'episodio, Mark (Alex Hassell), si lascia sfuggire una imbarazzante ipotesi, ovvero che questi mostriciattoli che non brillano per acume ma per violenza vengano dal nostro futuro, dopo una spiacevole (d)evoluzione.
La storia ha un evidente debito nei confronti di Fight club. Un tale, Mark, ha fondato infatti un club per giovani uomini ricchi con tendenze autodistruttive. Chi meglio di un Weevil per un bel match insensato e molto pericoloso? Così questo fight club entra in competizione con Torchwood per procurarsi avversari.
Anche questa colonna sonora è ben calibrata sul tema, tra le varie canzoni ho riconosciuto l'appropriata Assassin dei Muse.
Finalmente i Weevil fanno qualcosa, anche se continua ad essere ben poco, al punto che ancora non capisco quale sia il loro ruolo nella serie. Il "cattivo" dell'episodio, Mark (Alex Hassell), si lascia sfuggire una imbarazzante ipotesi, ovvero che questi mostriciattoli che non brillano per acume ma per violenza vengano dal nostro futuro, dopo una spiacevole (d)evoluzione.
La storia ha un evidente debito nei confronti di Fight club. Un tale, Mark, ha fondato infatti un club per giovani uomini ricchi con tendenze autodistruttive. Chi meglio di un Weevil per un bel match insensato e molto pericoloso? Così questo fight club entra in competizione con Torchwood per procurarsi avversari.
Anche questa colonna sonora è ben calibrata sul tema, tra le varie canzoni ho riconosciuto l'appropriata Assassin dei Muse.
Torchwood - Stagione 1 (9 e 10)
Sto arrivando alla fine della prima stagione di Torchwood. Ci sono stati alti e bassi, e finalmente sono arrivati anche due episodi che mi sono veramente piaciuti.
9) Random shoes - L'occhio alieno
Chi segue il Doctor Who, sa che ogni tanto ci sono episodi anomali in cui il protagonista della serie appare ben poco, e la storia segue il punto di vista di un personaggio esterno. Spesso episodi di questo tipo sono molto interessanti, anche grazie alla prospettiva sghemba che ci permettono di seguire, a volte il risultato è memorabile, come nel caso di Blink - Colpo d'occhio dove si introducono i funesti Angeli piangenti.
Il narratore e protagonista di questa puntata è Eugene (Paul Chequer) un ragazzotto che da bimbo era affascinato dalla matematica, finché un brutto giorno andò in panico ad una di quelle terribili manifestazioni per piccoli geni, non riuscendo a vincerla. Il suo babbo, che aveva in lui speranze spropositate, se ne ebbe molto a male. Una specie di ultima goccia in un qualche suo problema che non viene indagato, ma che lo spinse ad abbandonare la famiglia. Ad Eugene restò solo un occhio di presunta origine aliena, gentile omaggio di un suo insegnante che voleva in questo modo distrarlo dai suoi problemi, il senso di colpa per la fuga paterna, e la speranza di un ritorno (non sa nemmeno lui se dell'alieno che aveva perso l'occhio o del padre).
Gli anni passano e la vita di Eugene si trasforma in una lunga attesa in qualcosa che non succede. Si appassiona di scienza e casi bizzarri, e cerca di contattare Torchwood, e in particolare Gwen (Eve Myles), ma la sua incapacità a relazionarsi non lo aiuta. A scatenare i fatti narrati è la dichiarazione di una collega, che dice che vorrebbe andare in Australia ma non ha i soldi per permetterselo. Il buon Eugene rivede in lei la sua vita, e teme che anche lei spenda anni in una inutile attesa, dunque decide di vendere l'occhio su eBay per pagarle il viaggio.
Quello che segue è piuttosto triste, però darà modo ad Eugene, a un suo amico, a suo padre, e pure a Gwen di capire un po' meglio qualcosa ognuno di se stesso.
La colonna sonora include una scheggia di Starman di David Bowie, Hope there's someone di Antony and the Johnsons, e anche Danny boy, cantata da Gareth Potter (in quanto interprete del padre di Eugene).
10) Out of time - Fuori dal tempo
La traduzione italiana del titolo punta sul senso più immediato di quello che succede in questo episodio. Misteriosamente un aereo partito negli anni cinquanta arriva a Cardiff ai giorni nostri (o meglio, nel 2006). Pilota e due viaggiatori si trovano dunque fuori dal loro tempo, e il team di Torchwood ha il compito di permettere loro di adattarsi alla bizzarra situazione. Ma la locuzione inglese viene usata più comunemente per dire che il tempo a disposizione sta per scadere, ed è di questo che (forse) si renderanno conto alcuni dei personaggi principali di questa storia.
Un passeggero, John (Mark Lewis Jones), ha già un buon numero di anni sulle spalle, piuttosto tradizionalista, si trova decisamente fuori luogo nella Gran Bretagna contemporanea. A completare il suo scoraggiamento arriva la scoperta che il figlio, unico superstite della sua famiglia, è ormai più vecchio di lui, e duramente colpito dall'Alzheimer. Jack Harkness (John Barrowman) cerca di stargli vicino, e nel far questo gli racconta che anche lui si sente un reietto, rivelandoci che arriva dal futuro (credo che mai il Capitano lo avesse detto prima) e anche lui ha una grandissima difficoltà a vivere in questo modo.
La pilota, Diane (Louise Delamere), ha un carattere molto deciso, e non si fa certo abbattere da certe piccolezze. Il suo problema è che la sua licenza di volo è scaduta, ed è dunque a terra, cosa che mal tollera. A consolarla ci pensa Owen (Burn Gorman), che ne approfitta per aggiungerla alla sua collezione di amiche di letto. O almeno questo è quello che pensa lui, perché Diane non è certo tipa da sedurre e abbandonare. Sarà piuttosto lei a trovare questa avventura troppo poco speziata per il suo carattere, e a trovar di meglio.
La seconda passeggera, Emma (Olivia Hallinan) è giovane e molto inesperta, Gwen (Eve Myles) la prende in simpatia e cerca di aiutarla, finendo per assumere il ruolo della di lei madre. Il che non è un male, perché forse questa esperienza la aiuterà a ragionare sulla sua vita e a maturare.
Molto interessante questo episodio anche dal punto musicale, che presenta all'inizio una parte della sonata al chiaro di luna di Beethoven e nel finale un altro brano struggente, composizione di Murray Gold, compositore ufficiale di Doctor Who e di buona parte della musica originale dei vari spin-off.
9) Random shoes - L'occhio alieno
Chi segue il Doctor Who, sa che ogni tanto ci sono episodi anomali in cui il protagonista della serie appare ben poco, e la storia segue il punto di vista di un personaggio esterno. Spesso episodi di questo tipo sono molto interessanti, anche grazie alla prospettiva sghemba che ci permettono di seguire, a volte il risultato è memorabile, come nel caso di Blink - Colpo d'occhio dove si introducono i funesti Angeli piangenti.
Il narratore e protagonista di questa puntata è Eugene (Paul Chequer) un ragazzotto che da bimbo era affascinato dalla matematica, finché un brutto giorno andò in panico ad una di quelle terribili manifestazioni per piccoli geni, non riuscendo a vincerla. Il suo babbo, che aveva in lui speranze spropositate, se ne ebbe molto a male. Una specie di ultima goccia in un qualche suo problema che non viene indagato, ma che lo spinse ad abbandonare la famiglia. Ad Eugene restò solo un occhio di presunta origine aliena, gentile omaggio di un suo insegnante che voleva in questo modo distrarlo dai suoi problemi, il senso di colpa per la fuga paterna, e la speranza di un ritorno (non sa nemmeno lui se dell'alieno che aveva perso l'occhio o del padre).
Gli anni passano e la vita di Eugene si trasforma in una lunga attesa in qualcosa che non succede. Si appassiona di scienza e casi bizzarri, e cerca di contattare Torchwood, e in particolare Gwen (Eve Myles), ma la sua incapacità a relazionarsi non lo aiuta. A scatenare i fatti narrati è la dichiarazione di una collega, che dice che vorrebbe andare in Australia ma non ha i soldi per permetterselo. Il buon Eugene rivede in lei la sua vita, e teme che anche lei spenda anni in una inutile attesa, dunque decide di vendere l'occhio su eBay per pagarle il viaggio.
Quello che segue è piuttosto triste, però darà modo ad Eugene, a un suo amico, a suo padre, e pure a Gwen di capire un po' meglio qualcosa ognuno di se stesso.
La colonna sonora include una scheggia di Starman di David Bowie, Hope there's someone di Antony and the Johnsons, e anche Danny boy, cantata da Gareth Potter (in quanto interprete del padre di Eugene).
10) Out of time - Fuori dal tempo
La traduzione italiana del titolo punta sul senso più immediato di quello che succede in questo episodio. Misteriosamente un aereo partito negli anni cinquanta arriva a Cardiff ai giorni nostri (o meglio, nel 2006). Pilota e due viaggiatori si trovano dunque fuori dal loro tempo, e il team di Torchwood ha il compito di permettere loro di adattarsi alla bizzarra situazione. Ma la locuzione inglese viene usata più comunemente per dire che il tempo a disposizione sta per scadere, ed è di questo che (forse) si renderanno conto alcuni dei personaggi principali di questa storia.
Un passeggero, John (Mark Lewis Jones), ha già un buon numero di anni sulle spalle, piuttosto tradizionalista, si trova decisamente fuori luogo nella Gran Bretagna contemporanea. A completare il suo scoraggiamento arriva la scoperta che il figlio, unico superstite della sua famiglia, è ormai più vecchio di lui, e duramente colpito dall'Alzheimer. Jack Harkness (John Barrowman) cerca di stargli vicino, e nel far questo gli racconta che anche lui si sente un reietto, rivelandoci che arriva dal futuro (credo che mai il Capitano lo avesse detto prima) e anche lui ha una grandissima difficoltà a vivere in questo modo.
La pilota, Diane (Louise Delamere), ha un carattere molto deciso, e non si fa certo abbattere da certe piccolezze. Il suo problema è che la sua licenza di volo è scaduta, ed è dunque a terra, cosa che mal tollera. A consolarla ci pensa Owen (Burn Gorman), che ne approfitta per aggiungerla alla sua collezione di amiche di letto. O almeno questo è quello che pensa lui, perché Diane non è certo tipa da sedurre e abbandonare. Sarà piuttosto lei a trovare questa avventura troppo poco speziata per il suo carattere, e a trovar di meglio.
La seconda passeggera, Emma (Olivia Hallinan) è giovane e molto inesperta, Gwen (Eve Myles) la prende in simpatia e cerca di aiutarla, finendo per assumere il ruolo della di lei madre. Il che non è un male, perché forse questa esperienza la aiuterà a ragionare sulla sua vita e a maturare.
Molto interessante questo episodio anche dal punto musicale, che presenta all'inizio una parte della sonata al chiaro di luna di Beethoven e nel finale un altro brano struggente, composizione di Murray Gold, compositore ufficiale di Doctor Who e di buona parte della musica originale dei vari spin-off.
Torchwood - Stagione 1 (7 e 8)
Una coppia di episodi di buon livello. Sembra che la serie si sia stabilizzata sull'impostazione di un curioso CSI dove succedono cose tra la fantasy e la fantascienza "leggera", che però non disdegna dettagli truculenti, a volte quasi sconfinando nell'horror. In più, si mantiene un punto di vista molto disincantato in materia di sesso, lasciando che i vari personaggi ne combinino di tutti colori, senza stare a badare tanto a legami pregressi o al genere del partner più o meno momentaneo.
7) Greeks bearing gifts - Un amore venuto da lontano
Il bizzarro titolo italiano credo sia dovuto al fatto che da noi o si cita l'originale virgiliano (Timeo Danaos et dona ferentes) oppure ciccia. Gli inglesi, invece, hanno nella loro parlata (relativamente) comune il modo di dire "Greci che portano regali", traduzione ad sensum dalla frase latina che si usa per dire, per l'appunto, che non conviene accettare regali da chi non inspira fiducia.
Succede infatti che Mary (Daniela Denby-Ashe), una bella donna piuttosto disinibita, avvicina Toshi (Naoko Mori) che è piuttosto scontenta di come le cose vanno a Torchwood da quando è arrivata Gwen (Eve Myles), soprattutto perché questa si è buttata a rotta di collo in una relazione clandestina con Owen (Burn Gorman), sul quale Toshi aveva mire (non ricambiate) da lungo tempo. Essendo la poveretta affetta da nerdosità conclamata ha una grossa difficoltà ad esprimere i suoi sentimenti.
Il regalo "greco" di Mary per Toshi è un pendaglio che permette di ascoltare i pensieri dei presenti. Che Toshi scopre essere un'arma molto affilata, e a filo doppio.
Il temporaneo potere di Toshi permette di scoprire un dettaglio raccapricciante sul capitano Jack Harkness (John Barrowman). Non gli si riesce a leggere il pensiero, come se (dice Toshi) il suo cervello fosse quello di un morto.
8) They keep killing Suzie - Continuano a uccidere Suzie
Suzie (Indira Varma) era in Torchwood prima dell'arrivo di Gwen, e abbiamo visto la sua uscita di scena nel primo episodio. Chi, come il sottoscritto, pensava che la sua uscita fosse definitiva, si sbagliava. L'abilità principale per cui l'abbiamo conosciuta era quella di usare uno strano guanto, tipo armatura medioevale, che permetteva una temporanea ressurrezione del soggetto su cui viene utilizzata.
Per risolvere un misterioso e piuttosto truculento caso, i torchwoodiani decidono di usarlo su di lei. Ma le cose non vanno come previsto e sembra che Suzie ottenga un beneficio superiore alla media. Al punto che, come da titolo, il vero problema dell'episodio sarà quello di ucciderla una volta per tutte.
Altro indizio preoccupante su Jack. Suzie gli dice che nella specie di animazione sospesa in cui si è trovata tra la sua (prima) morte e l'essere richiamata in vita, ha percepito una oscura presenza che le sembrava fosse in cerca di un modo per raggiungere il Capitano.
7) Greeks bearing gifts - Un amore venuto da lontano
Il bizzarro titolo italiano credo sia dovuto al fatto che da noi o si cita l'originale virgiliano (Timeo Danaos et dona ferentes) oppure ciccia. Gli inglesi, invece, hanno nella loro parlata (relativamente) comune il modo di dire "Greci che portano regali", traduzione ad sensum dalla frase latina che si usa per dire, per l'appunto, che non conviene accettare regali da chi non inspira fiducia.
Succede infatti che Mary (Daniela Denby-Ashe), una bella donna piuttosto disinibita, avvicina Toshi (Naoko Mori) che è piuttosto scontenta di come le cose vanno a Torchwood da quando è arrivata Gwen (Eve Myles), soprattutto perché questa si è buttata a rotta di collo in una relazione clandestina con Owen (Burn Gorman), sul quale Toshi aveva mire (non ricambiate) da lungo tempo. Essendo la poveretta affetta da nerdosità conclamata ha una grossa difficoltà ad esprimere i suoi sentimenti.
Il regalo "greco" di Mary per Toshi è un pendaglio che permette di ascoltare i pensieri dei presenti. Che Toshi scopre essere un'arma molto affilata, e a filo doppio.
Il temporaneo potere di Toshi permette di scoprire un dettaglio raccapricciante sul capitano Jack Harkness (John Barrowman). Non gli si riesce a leggere il pensiero, come se (dice Toshi) il suo cervello fosse quello di un morto.
8) They keep killing Suzie - Continuano a uccidere Suzie
Suzie (Indira Varma) era in Torchwood prima dell'arrivo di Gwen, e abbiamo visto la sua uscita di scena nel primo episodio. Chi, come il sottoscritto, pensava che la sua uscita fosse definitiva, si sbagliava. L'abilità principale per cui l'abbiamo conosciuta era quella di usare uno strano guanto, tipo armatura medioevale, che permetteva una temporanea ressurrezione del soggetto su cui viene utilizzata.
Per risolvere un misterioso e piuttosto truculento caso, i torchwoodiani decidono di usarlo su di lei. Ma le cose non vanno come previsto e sembra che Suzie ottenga un beneficio superiore alla media. Al punto che, come da titolo, il vero problema dell'episodio sarà quello di ucciderla una volta per tutte.
Altro indizio preoccupante su Jack. Suzie gli dice che nella specie di animazione sospesa in cui si è trovata tra la sua (prima) morte e l'essere richiamata in vita, ha percepito una oscura presenza che le sembrava fosse in cerca di un modo per raggiungere il Capitano.
Torchwood - Stagione 1 (5 e 6)
In questi due episodi si aggiunge una buona dose di componenti horror all'impasto Torchwood standard, ottenendo un risultato interessante anche se le sceneggiature non sono ancora ad un livello complessivamente paragonabili a quelle dalla serie madre, Doctor Who.
5) Small worlds - Le fate cattive
Orrore in salsa fantasy. Si prende un mito comune nelle favole, in particolare nord-europee, quello delle fate, e lo si rielabora secondo l'impostazione tipica della serie, tra l'indagine poliziesca e la fantascienza "soft".
Il target di riferimento di questa serie, di una età maggiore a quella originaria, permette di usare un linguaggio meno controllato, introdurre personaggi decisamente poco raccomandabili, qui abbiamo anche un pedofilo, e di eliminarli senza andare tanto per il sottile.
In questo episodio si arricchisce anche il passato del capitano Jack Harkness (John Barrowman), che già aveva un carattere simile a quello del Dottore, per evidenziare come anche in questo caso la vita molto prolungata porti anche a delle seccature. Il buon capitano ha infatti il discutibile dono di non riuscire a morire e di restare fermo (o quasi) all'età in cui gli è successo il primo incidente "mortale". Il che può sembrare una benedizione, ma si trascina pure dietro una serie di seccature. Ad esempio, in questo episodio incontriamo Estelle (Eve Pearce) una allegra vegliarda sulla novantina convinta dell'esistenza delle fate e della loro bontà, che scopriamo essere stata la donna del capitano, prima che la guerra sconvolgesse i loro piani. La situazione è così bizzarra che Jack l'ha ricontattata spacciandosi per il figlio di sé stesso.
Altro punto interessante è che questa avventura si chiude con una sconfitta. Torchwood deve accettare che ci siano forze superiori che fanno un po' quel che vogliono, loro non possono che prenderne atto.
6) Countrycide - Il villaggio degli orrori
Quasi un horror classico. Il team di Torchwood lascia la città (Cardiff) per affrontare il caso della sparizione di numerose persone dalle parti del parco nazionale del Brecon Beacons. Abbiamo così il bonus di goderci le immagini di quelle belle parti, meno contento è Owen (Burn Gorman) che rivela di essere cittadino nell'anima.
Continuano le tensioni all'interno del gruppo, con Tosh (Naoko Mori) che lascia trasparire di essere gelosa di come Gwen (Eve Myles) si riuscita rapidamente ad acchiappare l'attenzione di Owen. Ma come, si chiederà lo spettatore, ma Gwen non è felicemente fidanzata con Kai (Rhys Williams)? Sì, però.
5) Small worlds - Le fate cattive
Orrore in salsa fantasy. Si prende un mito comune nelle favole, in particolare nord-europee, quello delle fate, e lo si rielabora secondo l'impostazione tipica della serie, tra l'indagine poliziesca e la fantascienza "soft".
Il target di riferimento di questa serie, di una età maggiore a quella originaria, permette di usare un linguaggio meno controllato, introdurre personaggi decisamente poco raccomandabili, qui abbiamo anche un pedofilo, e di eliminarli senza andare tanto per il sottile.
In questo episodio si arricchisce anche il passato del capitano Jack Harkness (John Barrowman), che già aveva un carattere simile a quello del Dottore, per evidenziare come anche in questo caso la vita molto prolungata porti anche a delle seccature. Il buon capitano ha infatti il discutibile dono di non riuscire a morire e di restare fermo (o quasi) all'età in cui gli è successo il primo incidente "mortale". Il che può sembrare una benedizione, ma si trascina pure dietro una serie di seccature. Ad esempio, in questo episodio incontriamo Estelle (Eve Pearce) una allegra vegliarda sulla novantina convinta dell'esistenza delle fate e della loro bontà, che scopriamo essere stata la donna del capitano, prima che la guerra sconvolgesse i loro piani. La situazione è così bizzarra che Jack l'ha ricontattata spacciandosi per il figlio di sé stesso.
Altro punto interessante è che questa avventura si chiude con una sconfitta. Torchwood deve accettare che ci siano forze superiori che fanno un po' quel che vogliono, loro non possono che prenderne atto.
6) Countrycide - Il villaggio degli orrori
Quasi un horror classico. Il team di Torchwood lascia la città (Cardiff) per affrontare il caso della sparizione di numerose persone dalle parti del parco nazionale del Brecon Beacons. Abbiamo così il bonus di goderci le immagini di quelle belle parti, meno contento è Owen (Burn Gorman) che rivela di essere cittadino nell'anima.
Continuano le tensioni all'interno del gruppo, con Tosh (Naoko Mori) che lascia trasparire di essere gelosa di come Gwen (Eve Myles) si riuscita rapidamente ad acchiappare l'attenzione di Owen. Ma come, si chiederà lo spettatore, ma Gwen non è felicemente fidanzata con Kai (Rhys Williams)? Sì, però.
Torchwood - Stagione 1 (3 e 4)
Spero vivamente che questi due siano gli episodi peggiori della serie. Trame poco focalizzate, regie piuttosto confuse, personaggi che non coinvolgono. Non un disastro, ma quasi. Da notare che i registi dei due episodi sono Colin Teague e James Strong, entrambi agli inizi nella loro collaborazione con il mondo del Dottor Who (forse è questo il problema) ma che ci daranno in futuro soddisfazioni con episodi molto più riusciti.
3) Ghost machine - La macchina dei fantasmi
Domina il personaggio di Owen (Burn Gorman), che si dimostra piuttosto antipatico. Non c'è un vero avversario al team, viene piuttosto trovato un oggetto alieno che fa rivivere a chi lo usa fatti ad alta tensione emotiva avvenuti in passato. Combinandolo con un modulo aggiuntivo è persino capace di ipotizzare possibili sviluppi nel futuro. Il nostro team di pasticcioni non riesce ad usarlo decentemente, con conseguenti disastri.
4) Cyberwoman - La donna cibernetica
Chi ha tradotto il titolo in italiano non doveva sapere chi fossero i Cybermen, presenza costante nell'universo del Dottore sia negli episodi classici, sia in quelli moderni, già a partire dalla seconda stagione. E infatti qui si parla non di una donna cibernetica qualunque, bensì di una umana che ha subito il processo di conversione in Cyberman nel corso della mitica battaglia di Canary Wharf. Per sua (dubbia) fortuna il processo non si è completato e si trova così ad aver mantenuto la sua apparenza femminea molto più del solito. Ad accudirla per tutto questo tempo è stato il suo fidanzato, che non è altri che il mite Ianto (Gareth David-Lloyd), factotum dei torchwoodiani, che si rivela essere ancora più incapace di quanto aveva lasciato supporre negli episodi precedenti.
3) Ghost machine - La macchina dei fantasmi
Domina il personaggio di Owen (Burn Gorman), che si dimostra piuttosto antipatico. Non c'è un vero avversario al team, viene piuttosto trovato un oggetto alieno che fa rivivere a chi lo usa fatti ad alta tensione emotiva avvenuti in passato. Combinandolo con un modulo aggiuntivo è persino capace di ipotizzare possibili sviluppi nel futuro. Il nostro team di pasticcioni non riesce ad usarlo decentemente, con conseguenti disastri.
4) Cyberwoman - La donna cibernetica
Chi ha tradotto il titolo in italiano non doveva sapere chi fossero i Cybermen, presenza costante nell'universo del Dottore sia negli episodi classici, sia in quelli moderni, già a partire dalla seconda stagione. E infatti qui si parla non di una donna cibernetica qualunque, bensì di una umana che ha subito il processo di conversione in Cyberman nel corso della mitica battaglia di Canary Wharf. Per sua (dubbia) fortuna il processo non si è completato e si trova così ad aver mantenuto la sua apparenza femminea molto più del solito. Ad accudirla per tutto questo tempo è stato il suo fidanzato, che non è altri che il mite Ianto (Gareth David-Lloyd), factotum dei torchwoodiani, che si rivela essere ancora più incapace di quanto aveva lasciato supporre negli episodi precedenti.
Torchwood - Stagione 1 (1 e 2)
In crisi di astinenza da Doctor Who, che latita ormai dai tempi dello Speciale di Natale e di cui è previsto il ritorno solo ad agosto, con un Dottore tutto nuovo, il buon vecchio Peter Capaldi, mi sono procurato dal mio spacciatore di serie televisive di fiducia le prime tre annate di Torchwood, che mi pare il più interessante tra i vari spin-off che popolano l'universo whoviano.
Il destino della serie è già nel suo nome (Torchwood è un anagramma di Doctor Who, ed è il titolo usato come depistaggio per la stampa quando si stava pensando alla rinascita delle avventure del Dottore), e nonostante che sia stata pensata inizialmente per essere ben distinta dall'illustre progenitore, già nelle prime due puntate si nota come ci sia una magnetica attrazione al modello di riferimento.
In teoria dovrebbe essere la storia di un gruppo di agenti speciali, però la figura di Jack Harkness (John Barrowman) fa fatica a distinguersi da quella di un piccolo (il capitano non me ne voglia) Dottore, e la poliziotta Gwen Cooper (Eve Myles) assume rapidamente i connotati della fida compagna. A rimetterci sono gli altri elementi della banda che, almeno in questi primi due episodi, non riescono ad avere abbastanza spazio e ad essere caratterizzati in modo interessante.
1) Everything changes - Tutto cambia
Gwen fa la poliziotta a Cardiff, che non è certo città nota per la vita spumeggiante, le capita però di incontrare un gruppetto di bizzarri individui che si qualificano come Torchwood e che si comportano come se fossero un CSI con potere di scavalcare tutto e tutti. Si accorge pure che hanno metodi e strumenti ben poco ortodossi, come se tentassero di usare tecnologie avanzate senza aver letto prima il manuale d'uso.
Scopre in breve che Torchwood mescola pure competenze d'avanguardia con errori da pivello, hanno infatti una base segretissima e dal difficilissimo accesso, ma poi si fanno recapitare pizze a domicilio dando tranquillamente il nome come riferimento.
Jack Harkess ha una lunghissima esperienza, e un gran rispetto per il Dottore, che conosce da tempo e con cui incrocerà il suo destino ancora molte volte. Gli vediamo anche custodire la mano, per così dire di riserva, che avrà una parte importante nella saga del Dottore, ma anche le sue debolezze. In primo luogo una attrazione molto fisica per chiunque stimoli i suoi sensi, a qualunque sesso appartenga, e poi ha una certa difficoltà nell'instaurare una disciplina decente nel gruppo.
Vediamo infatti come i suoi ordini siano allegramente disattesi dai suoi sottoposti, con conseguenze piuttosto spiacevoli. Ci penserà Gwen a salvare la giornata anche se, a dire il vero, lo fa più per caso che per scelta. Sia come sia, entra a far parte di Torchwood, come agente di collegamento tra la polizia e l'istituto.
2) Day one - Primo giorno
Primo vero avversario della combriccola, un bizzarro alieno che esiste in forma gassosa ed è afflitto da una sorta di ninfomania, per cui possiede (nel senso parapsicologico del termine) una donna che cerca di farsi possedere (nel senso sessuale del termine) da quanti più uomini possibile. Ci sono un paio di effetti collaterali nell'azione. L'alieno in pratica si ciba dell'energia sessuale (boh?) scatenata dall'atto e l'uomo esplode al giungere del culmine. E non intendo l'esplosione in senso figurato. Solo un mucchietto di polvere resta a suo ricordo.
Il caso non sembra particolarmente complicato, ma la pasticciosità del team riesce a far sì che l'alieno riesca a combinare una certa confusione.
Puntate non eccelse, a dire il vero. Ma si potrebbe riuscire a costruire qualcosa di interessante.
Il destino della serie è già nel suo nome (Torchwood è un anagramma di Doctor Who, ed è il titolo usato come depistaggio per la stampa quando si stava pensando alla rinascita delle avventure del Dottore), e nonostante che sia stata pensata inizialmente per essere ben distinta dall'illustre progenitore, già nelle prime due puntate si nota come ci sia una magnetica attrazione al modello di riferimento.
In teoria dovrebbe essere la storia di un gruppo di agenti speciali, però la figura di Jack Harkness (John Barrowman) fa fatica a distinguersi da quella di un piccolo (il capitano non me ne voglia) Dottore, e la poliziotta Gwen Cooper (Eve Myles) assume rapidamente i connotati della fida compagna. A rimetterci sono gli altri elementi della banda che, almeno in questi primi due episodi, non riescono ad avere abbastanza spazio e ad essere caratterizzati in modo interessante.
1) Everything changes - Tutto cambia
Gwen fa la poliziotta a Cardiff, che non è certo città nota per la vita spumeggiante, le capita però di incontrare un gruppetto di bizzarri individui che si qualificano come Torchwood e che si comportano come se fossero un CSI con potere di scavalcare tutto e tutti. Si accorge pure che hanno metodi e strumenti ben poco ortodossi, come se tentassero di usare tecnologie avanzate senza aver letto prima il manuale d'uso.
Scopre in breve che Torchwood mescola pure competenze d'avanguardia con errori da pivello, hanno infatti una base segretissima e dal difficilissimo accesso, ma poi si fanno recapitare pizze a domicilio dando tranquillamente il nome come riferimento.
Jack Harkess ha una lunghissima esperienza, e un gran rispetto per il Dottore, che conosce da tempo e con cui incrocerà il suo destino ancora molte volte. Gli vediamo anche custodire la mano, per così dire di riserva, che avrà una parte importante nella saga del Dottore, ma anche le sue debolezze. In primo luogo una attrazione molto fisica per chiunque stimoli i suoi sensi, a qualunque sesso appartenga, e poi ha una certa difficoltà nell'instaurare una disciplina decente nel gruppo.
Vediamo infatti come i suoi ordini siano allegramente disattesi dai suoi sottoposti, con conseguenze piuttosto spiacevoli. Ci penserà Gwen a salvare la giornata anche se, a dire il vero, lo fa più per caso che per scelta. Sia come sia, entra a far parte di Torchwood, come agente di collegamento tra la polizia e l'istituto.
2) Day one - Primo giorno
Primo vero avversario della combriccola, un bizzarro alieno che esiste in forma gassosa ed è afflitto da una sorta di ninfomania, per cui possiede (nel senso parapsicologico del termine) una donna che cerca di farsi possedere (nel senso sessuale del termine) da quanti più uomini possibile. Ci sono un paio di effetti collaterali nell'azione. L'alieno in pratica si ciba dell'energia sessuale (boh?) scatenata dall'atto e l'uomo esplode al giungere del culmine. E non intendo l'esplosione in senso figurato. Solo un mucchietto di polvere resta a suo ricordo.
Il caso non sembra particolarmente complicato, ma la pasticciosità del team riesce a far sì che l'alieno riesca a combinare una certa confusione.
Puntate non eccelse, a dire il vero. Ma si potrebbe riuscire a costruire qualcosa di interessante.
Il diario di Jack
Abbastanza simile a Jerry Maguire, cosa che non deve essere sfuggita a nessuno, a partire da Mike Binder, che l'ha scritto, diretto e pure interpretato in un ruolo secondario, al punto che il protagonista (Ben Affleck) cita espressamente Tom Cruise quando uno spiacevole contrattempo lo rende simile a (testuale) un fratello scemo del collega.
Jack (Affleck) è un agente di creativi losangelini arrivato al successo senza badare troppo agli scrupoli che scopre di aver sbagliato vita. Ha un bel lavoro di cui gli importa poco e una bella moglie (Rebecca Romijn) con cui quasi non parla. Refrattario alla psicologia, decide di affrontare il cambiamento iscrivendosi ad un corso per imparare a tenere un diario. Il corso si rivela gestito peculiarmente da un anomalo docente inglese (John Cleese), ma alla fine darà i suoi frutti.
Nel frattempo, Jack dovrà affrontare una serie di problemi, causati da bizzarri clienti e dalla fidanzata (Bai Ling) di un suo compagno di scuola che si aspettava, in virtù della lontana conoscenza, un trattamento di favore.
Il nucleo della storia non mi dispiace, la realizzazione non è però un granché.
Jack (Affleck) è un agente di creativi losangelini arrivato al successo senza badare troppo agli scrupoli che scopre di aver sbagliato vita. Ha un bel lavoro di cui gli importa poco e una bella moglie (Rebecca Romijn) con cui quasi non parla. Refrattario alla psicologia, decide di affrontare il cambiamento iscrivendosi ad un corso per imparare a tenere un diario. Il corso si rivela gestito peculiarmente da un anomalo docente inglese (John Cleese), ma alla fine darà i suoi frutti.
Nel frattempo, Jack dovrà affrontare una serie di problemi, causati da bizzarri clienti e dalla fidanzata (Bai Ling) di un suo compagno di scuola che si aspettava, in virtù della lontana conoscenza, un trattamento di favore.
Il nucleo della storia non mi dispiace, la realizzazione non è però un granché.
Il diavolo veste Prada
L'ultima mia visione risaliva a 3 anni fa, l'impressione complessiva non è cambiata, film guardabile, un po' confuso a livello di quello che vuole dire, il suo punto di forza è sicuramente nell'ottimo cast artistico.
Curioso che mi sia capitato di vederlo subito dopo 20 anni di meno, che me l'aveva fatto venire in mente, e dopo che il giorno stesso era venuto fuori, parlando con un collega, che non sono stato l'unico ad aver visto From Prada to nada, anche se per quest'ultimo il legame si limita al nome della celebre maison italiana di moda nel titolo.
Volendo, tutta la storia narrata dal film è riassunta dalla canzone che sentiamo sui titoli di testa, Suddenly I see di KT Tunstall, e credo che ormai sia nota anche ai sassi. In ogni caso, capita che Andrea/Andy (Anne Hathaway) è una neolaureata in materie umanistiche che vorrebbe diventare giornalista, si è trasferita a New York col fidanzato (che vorrebbe fare il cuoco) in caccia di una buona occasione, che non arriva. Viene invece chiamata per fare la vice assistente della terribile Miranda (Meryl Streep) che dirige un giornale di moda (in pratica Vogue, ma sotto falso nome). Lei non ha nulla a che fare con quel mondo, non capisce un tubo di stile, e trova francamente ridicolo tutto quell'affannarsi attorno al nulla. Per motivi ignoti, nonostante tutto ciò viene assunta. L'ambiente è ipercompetitivo, e deve letteralmente combattere contro la capa che vessa chiunque le stia attorno (pensando di mostrare così la sua forza, mentre tutto ciò non può che essere dovuto ad una sua evidente mancanza di sicurezza in quello che fa ed è) e l'altra assistente (Emily Blunt) che si trova a dover temere sia che Andy faccia male il suo lavoro (la capa se la prenderebbe con lei) sia che lo faccia bene (potrebbe venir scavalcata). L'unico modo per sopravvivere in un tale ambiente è quello di venirne assimilati, e così Andy, grazie anche all'alleanza con Nigel (Stanley Tucci), un creativo di alto rango, apprende rapidamente come muoversi, vestirsi, e comportarsi in quel mondo, trasformandosi da brutto anatroccolo in splendente cigno. D'altra parte, questa trasformazione comporta anche che Andy trascuri completamente tutto quello che la definiva come persona, gli amici, il fidanzato, la famiglia, i suoi interessi culturali, diventando a tutti gli effetti una persona diversa.
Colpo di scena finale, Andy scopre che quel mondo non fa per lei e, con una rapida retromarcia, riesce ad uscirne per andare a fare la giornalista. Ma non è una retromarcia vera e propria, piuttosto un'altra trasformazione, che non viene bene spiegato in chi o in cosa, a causa della fine del tempo a disposizione.
Tra gli attori maschili, spicca il solo Stanley Tucci mentre il cast femminile è ottimo con Meryl Streep che domina incontrastata, ma brava anche Emily Blunt nel caratterizzare l'assistente schiacciata dalla personalità della sua capa. Continua a sembrarmi poco incisiva Anne Hathaway forse perché, pur essendo la protagonista, non è che il suo personaggio sia ben definito. Credo che il problema stia nell'origine autobiografica della storia e, visto che Andrea è l'alter ego della scrittrice (Lauren Weisberger), deve trattarsi di un peccato di auto-indulgenza. Sembra infatti che Andrea non faccia mai niente di sbagliato, se finisce in situazioni balorde è solo perché è vittima delle circostanze. Inoltre il twist finale, in cui decide di mollare il suo lavoro nel momento in cui ha ottenuto l'investitura ufficiale da Miranda, mi pare poco realistico. O Andrea ha assorbito lo spirito dell'ambiente, e allora quello che succede non dovrebbe stupirla, o ne è rimasta fuori, ma allora lo scollamento tra quello che fa e quello che pensa non dovrebbe sfuggire ad una vecchia volpe come Miranda.
Altra debolezza di racconto, che penso sia imputabile alla sceneggiatura (Aline Brosh McKenna) e alla regia (David Frankel), ma forse è causata da precise direttive di produzione, è nella sua indecisione nel prendere una posizione sui fatti.
Curioso che mi sia capitato di vederlo subito dopo 20 anni di meno, che me l'aveva fatto venire in mente, e dopo che il giorno stesso era venuto fuori, parlando con un collega, che non sono stato l'unico ad aver visto From Prada to nada, anche se per quest'ultimo il legame si limita al nome della celebre maison italiana di moda nel titolo.
Volendo, tutta la storia narrata dal film è riassunta dalla canzone che sentiamo sui titoli di testa, Suddenly I see di KT Tunstall, e credo che ormai sia nota anche ai sassi. In ogni caso, capita che Andrea/Andy (Anne Hathaway) è una neolaureata in materie umanistiche che vorrebbe diventare giornalista, si è trasferita a New York col fidanzato (che vorrebbe fare il cuoco) in caccia di una buona occasione, che non arriva. Viene invece chiamata per fare la vice assistente della terribile Miranda (Meryl Streep) che dirige un giornale di moda (in pratica Vogue, ma sotto falso nome). Lei non ha nulla a che fare con quel mondo, non capisce un tubo di stile, e trova francamente ridicolo tutto quell'affannarsi attorno al nulla. Per motivi ignoti, nonostante tutto ciò viene assunta. L'ambiente è ipercompetitivo, e deve letteralmente combattere contro la capa che vessa chiunque le stia attorno (pensando di mostrare così la sua forza, mentre tutto ciò non può che essere dovuto ad una sua evidente mancanza di sicurezza in quello che fa ed è) e l'altra assistente (Emily Blunt) che si trova a dover temere sia che Andy faccia male il suo lavoro (la capa se la prenderebbe con lei) sia che lo faccia bene (potrebbe venir scavalcata). L'unico modo per sopravvivere in un tale ambiente è quello di venirne assimilati, e così Andy, grazie anche all'alleanza con Nigel (Stanley Tucci), un creativo di alto rango, apprende rapidamente come muoversi, vestirsi, e comportarsi in quel mondo, trasformandosi da brutto anatroccolo in splendente cigno. D'altra parte, questa trasformazione comporta anche che Andy trascuri completamente tutto quello che la definiva come persona, gli amici, il fidanzato, la famiglia, i suoi interessi culturali, diventando a tutti gli effetti una persona diversa.
Colpo di scena finale, Andy scopre che quel mondo non fa per lei e, con una rapida retromarcia, riesce ad uscirne per andare a fare la giornalista. Ma non è una retromarcia vera e propria, piuttosto un'altra trasformazione, che non viene bene spiegato in chi o in cosa, a causa della fine del tempo a disposizione.
Tra gli attori maschili, spicca il solo Stanley Tucci mentre il cast femminile è ottimo con Meryl Streep che domina incontrastata, ma brava anche Emily Blunt nel caratterizzare l'assistente schiacciata dalla personalità della sua capa. Continua a sembrarmi poco incisiva Anne Hathaway forse perché, pur essendo la protagonista, non è che il suo personaggio sia ben definito. Credo che il problema stia nell'origine autobiografica della storia e, visto che Andrea è l'alter ego della scrittrice (Lauren Weisberger), deve trattarsi di un peccato di auto-indulgenza. Sembra infatti che Andrea non faccia mai niente di sbagliato, se finisce in situazioni balorde è solo perché è vittima delle circostanze. Inoltre il twist finale, in cui decide di mollare il suo lavoro nel momento in cui ha ottenuto l'investitura ufficiale da Miranda, mi pare poco realistico. O Andrea ha assorbito lo spirito dell'ambiente, e allora quello che succede non dovrebbe stupirla, o ne è rimasta fuori, ma allora lo scollamento tra quello che fa e quello che pensa non dovrebbe sfuggire ad una vecchia volpe come Miranda.
Altra debolezza di racconto, che penso sia imputabile alla sceneggiatura (Aline Brosh McKenna) e alla regia (David Frankel), ma forse è causata da precise direttive di produzione, è nella sua indecisione nel prendere una posizione sui fatti.
The pervert's guide to cinema
C'è 'sto tizio, Slavoj Žižek, che per un paio d'ore parla in un inglese dal forte accento sloveno di cinema, aiutato da numerosi spezzoni che arrivano da ben note pellicole. E questo più o meno è tutto.
La regia è di Sophie Fiennes, la documentarista tra i fratelli Fiennes, la musica è di Brian Eno.
L'interesse in tutto ciò nasce dal fatto che Žižek parla di cinema dal suo punto di vista di Philostar, ovvero di filosofo(/psicologo) con un forte impatto mediatico, almeno per chi segue quegli argomenti. A me, che non sono particolarmente interessato alla psicoanalisi, sono sfuggiti alcuni punti. Ad esempio Žižek fa un parallelo tra i tre piani della casa di Norman Bates in Psycho e il suo (di Bates) io, super-io, e id, che mi è sembrato molto elegante e ben svolto, ma non sono sicuro di aver afferrato in pieno.
Nonostante questa debolezza, dovuta peraltro alla scarsa cultura dello spettatore, e limitata solo ad alcuni momenti, ho apprezzato la lettura alternativa degli spezzoni di film mostrati. Parziale e a tesi, evidentemente, ma che vale la pena di tener presente. Da sottolineare poi che questa lezione di cinema è tenuta con toni molto leggeri, con Žižek che spesso butta lì con nonchalance battute per rompere la tensione.
La regia è di Sophie Fiennes, la documentarista tra i fratelli Fiennes, la musica è di Brian Eno.
L'interesse in tutto ciò nasce dal fatto che Žižek parla di cinema dal suo punto di vista di Philostar, ovvero di filosofo(/psicologo) con un forte impatto mediatico, almeno per chi segue quegli argomenti. A me, che non sono particolarmente interessato alla psicoanalisi, sono sfuggiti alcuni punti. Ad esempio Žižek fa un parallelo tra i tre piani della casa di Norman Bates in Psycho e il suo (di Bates) io, super-io, e id, che mi è sembrato molto elegante e ben svolto, ma non sono sicuro di aver afferrato in pieno.
Nonostante questa debolezza, dovuta peraltro alla scarsa cultura dello spettatore, e limitata solo ad alcuni momenti, ho apprezzato la lettura alternativa degli spezzoni di film mostrati. Parziale e a tesi, evidentemente, ma che vale la pena di tener presente. Da sottolineare poi che questa lezione di cinema è tenuta con toni molto leggeri, con Žižek che spesso butta lì con nonchalance battute per rompere la tensione.
Il grande capo
Merito indiscusso di Nymphomaniac è di aver creato un tal polverone attorno al nome di Lars von Trier (come se ce ne fosse bisogno, chioserebbe l'illuso) che ha finalmente reso appetibile la distribuzione in DVD di suoi film considerati minori, come quello qui in oggetto, altrimenti praticamente invisibili.
Se la sceneggiatura fosse stata affidata ad un regista meno combattuto tra la voglia di far vedere i suoi film e quella di renderli inguardabili, il risultato sarebbe potuto essere una commedia di successo che avrebbe fatto la gioia di produttori e distributori.
Invece il von Trier regista ha pensato bene di prendere il lavoro del von Trier sceneggiatore e, per la pacata disperazione dei produttori (che del resto sono danesi, e conoscono il loro pollo sin dagli inizi), ha deciso di manipolare le regole di Dogma 95 per introdurre l'uso della casualità nei settaggi della macchina da presa. Abbiamo così sequenze spezzettate, inquadrature sfasate con spreco di taglio di teste (non nel senso horror del termine, ma in quello fotografico da gita scolastica) e maldestri sbalzi di luminosità.
La storia è invece quella di Ravn (Peter Gantzler) che, senza avere conoscenze informatiche né soldi, riesce a creare dal nulla una azienda di successo che produce software di successo, sfruttando l'incapacità relazionale dei suoi dipendenti. Incapace di sfruttarli fino in fondo, ha nascosto sin dall'inizio il suo vero ruolo, millantando l'esistenza di un grande capo su cui scaricare il peso delle decisioni più balorde.
Il film si apre quando i nodi stanno arrivando al pettine. Un munifico investitore islandese (che odia a morte i danesi per motivi storici) ha deciso di comprare l'azienda per una cifra esorbitante, che il perfido Ravn si vuol pappare in un sol boccone, non lasciando niente a tutti gli altri. Il problema è che ha bisogno di qualcuno che faccia finta di essere il grande capo. Lo trova in Kristoffer (Jens Albinus), attore sperimentale perennemente sull'orlo della catastrofe, che prende la cosa come una sfida artistica.
Segue una serie di bizzarri fatti che mettono alla berlina un po' tutto e tutti. Naturalmente von Trier non si limita a dileggiare finanza, informatica, società civile, ma colpisce duramente anche il mondo dello spettacolo, in particolare gli attori, ma senza trascurare gli sceneggiatori e i registi, troppo pieni di sé.
Se la sceneggiatura fosse stata affidata ad un regista meno combattuto tra la voglia di far vedere i suoi film e quella di renderli inguardabili, il risultato sarebbe potuto essere una commedia di successo che avrebbe fatto la gioia di produttori e distributori.
Invece il von Trier regista ha pensato bene di prendere il lavoro del von Trier sceneggiatore e, per la pacata disperazione dei produttori (che del resto sono danesi, e conoscono il loro pollo sin dagli inizi), ha deciso di manipolare le regole di Dogma 95 per introdurre l'uso della casualità nei settaggi della macchina da presa. Abbiamo così sequenze spezzettate, inquadrature sfasate con spreco di taglio di teste (non nel senso horror del termine, ma in quello fotografico da gita scolastica) e maldestri sbalzi di luminosità.
La storia è invece quella di Ravn (Peter Gantzler) che, senza avere conoscenze informatiche né soldi, riesce a creare dal nulla una azienda di successo che produce software di successo, sfruttando l'incapacità relazionale dei suoi dipendenti. Incapace di sfruttarli fino in fondo, ha nascosto sin dall'inizio il suo vero ruolo, millantando l'esistenza di un grande capo su cui scaricare il peso delle decisioni più balorde.
Il film si apre quando i nodi stanno arrivando al pettine. Un munifico investitore islandese (che odia a morte i danesi per motivi storici) ha deciso di comprare l'azienda per una cifra esorbitante, che il perfido Ravn si vuol pappare in un sol boccone, non lasciando niente a tutti gli altri. Il problema è che ha bisogno di qualcuno che faccia finta di essere il grande capo. Lo trova in Kristoffer (Jens Albinus), attore sperimentale perennemente sull'orlo della catastrofe, che prende la cosa come una sfida artistica.
Segue una serie di bizzarri fatti che mettono alla berlina un po' tutto e tutti. Naturalmente von Trier non si limita a dileggiare finanza, informatica, società civile, ma colpisce duramente anche il mondo dello spettacolo, in particolare gli attori, ma senza trascurare gli sceneggiatori e i registi, troppo pieni di sé.
Hollywoodland
Hollywood dei tempi andati vista da dietro le quinte, seguendo una prospettiva investigativa. Che poi è un tema piuttosto comune della letteratura hard-boiled, e sua conseguente trascrizione cinematografica. Restando ai nostri tempi, nello stesso anno è uscito Black Dahlia, e l'anno prima Kiss kiss bang bang. A chi fosse indeciso su quale dei tre vedere suggerirei, senza pensarci più di un attimo, il terzo.
La differenza è che qui si segue, con le solite ovvie molte libertà di sceneggiatura, una storia vera, quella di George Reeves (Ben Affleck), colui che fu il secondo Superman sullo schermo (essendo il primo Kirk Alyn).
Il povero Reeves era un attore di secondo piano, che viveva nella speranza di fare il grande balzo e diventare una star. Riuscì ad entrare con una particina nel cast di Via col vento ma questo non lo aiutò nella carriera. Seguono infatti apparizioni come figurante e ruoli minimi, con l'eccezione del ruolo da protagonista nel seriale Le avventure di Sir Galahad, citato nel film.
Gli capitano poi un paio di cose. Incontra Toni (Diane Lane) e diventa il suo amante, scoprendo poi che di cognome ella fa Mannix, ed è moglie di Eddie (Bob Hoskins), un pezzo grosso dell'MGM con una nomea non proprio cristallina. E poi ottiene la parte principale per una nuova serie televisiva di Superman. Non che sia entusiasta dei panni di supereroe, ma è la cosa migliore che il suo agente gli riesce a procurare.
Sfruttando il successo della serie (e forse anche qualche appoggio da parte della signora Mannix), George riesce ad ottenere qualche altro piccolo ruolo in produzioni notevoli. Appare infatti (ma non se ne parla nel film) in Gardenia blu, un film minore di Fritz Lang, e soprattutto nel polpettone di gran successo Da qui all'eternità. Succede però che il ruolo di Superman ha finito per oscurare l'attore, rendendo ridicole le sue apparizioni fuori da quel contesto. E' questa la vera maledizione di Superman che, in fin dei conti, finì per colpire anche il quasi-omonimo successore Christopher Reeve. Se un ruolo è troppo ingombrante, finisce per impedire, o rendere molto difficile, all'attore di fare il suo mestiere, che sarebbe quello di interpretare ogni volta un carattere diverso. Si pensi come ulteriore esempio ad un altro Reeves, Keanu, e al suo rapporto con Neo di Matrix.
A mio parere, la drammatica storia di George sarebbe bastata a riempire il film, grazie anche alle ottime prove attoriali di Affleck (una delle sue migliori cose, secondo me, giustamente premiato con la Coppa Volpi a Venezia), Lane e Hoskins. Non dello stesso avviso sono stati sceneggiatore (Paul Bernbaum) e regista (Allen Coulter), forse a causa del loro backgroud televisivo.
Si è dunque fatto in modo che la vicenda di George fosse contrapposta a quella di Louis (Adrien Brody), un investigatore privato sull'orlo della catastrofe umana. Costretto a lavorare in proprio per essersi inimicato il mondo del cinema, divorziato con un figlio che non riesce a seguire, ha un unico cliente che sembra psicopatico (e nel finale dimostra di esserlo), e finisce per prendere un caso che lo porta ad indagare nel mondo del cinema, scoprendone gli aspetti più deprimenti dietro una facciata che sembra così luccicante.
Tecnicamente, la doppia trama è resa mostrando in parallelo le due storie, come se stessero avvenendo contemporaneamente, mentre invece sono sequenziali. Vi sono inoltre un paio di scene che non sono "reali" (nel senso di essere realmente avvenute nell'universo definito dallo svolgimento del film) ma immaginate (o dedotte) da Louis, che vengono però presentate come se lo fossero, lasciando allo spettatore la libertà di decidere cosa farne. Espedienti che credo avrebbero funzionato meglio con una diversa storia e magari con un diverso regista.
La differenza è che qui si segue, con le solite ovvie molte libertà di sceneggiatura, una storia vera, quella di George Reeves (Ben Affleck), colui che fu il secondo Superman sullo schermo (essendo il primo Kirk Alyn).
Il povero Reeves era un attore di secondo piano, che viveva nella speranza di fare il grande balzo e diventare una star. Riuscì ad entrare con una particina nel cast di Via col vento ma questo non lo aiutò nella carriera. Seguono infatti apparizioni come figurante e ruoli minimi, con l'eccezione del ruolo da protagonista nel seriale Le avventure di Sir Galahad, citato nel film.
Gli capitano poi un paio di cose. Incontra Toni (Diane Lane) e diventa il suo amante, scoprendo poi che di cognome ella fa Mannix, ed è moglie di Eddie (Bob Hoskins), un pezzo grosso dell'MGM con una nomea non proprio cristallina. E poi ottiene la parte principale per una nuova serie televisiva di Superman. Non che sia entusiasta dei panni di supereroe, ma è la cosa migliore che il suo agente gli riesce a procurare.
Sfruttando il successo della serie (e forse anche qualche appoggio da parte della signora Mannix), George riesce ad ottenere qualche altro piccolo ruolo in produzioni notevoli. Appare infatti (ma non se ne parla nel film) in Gardenia blu, un film minore di Fritz Lang, e soprattutto nel polpettone di gran successo Da qui all'eternità. Succede però che il ruolo di Superman ha finito per oscurare l'attore, rendendo ridicole le sue apparizioni fuori da quel contesto. E' questa la vera maledizione di Superman che, in fin dei conti, finì per colpire anche il quasi-omonimo successore Christopher Reeve. Se un ruolo è troppo ingombrante, finisce per impedire, o rendere molto difficile, all'attore di fare il suo mestiere, che sarebbe quello di interpretare ogni volta un carattere diverso. Si pensi come ulteriore esempio ad un altro Reeves, Keanu, e al suo rapporto con Neo di Matrix.
A mio parere, la drammatica storia di George sarebbe bastata a riempire il film, grazie anche alle ottime prove attoriali di Affleck (una delle sue migliori cose, secondo me, giustamente premiato con la Coppa Volpi a Venezia), Lane e Hoskins. Non dello stesso avviso sono stati sceneggiatore (Paul Bernbaum) e regista (Allen Coulter), forse a causa del loro backgroud televisivo.
Si è dunque fatto in modo che la vicenda di George fosse contrapposta a quella di Louis (Adrien Brody), un investigatore privato sull'orlo della catastrofe umana. Costretto a lavorare in proprio per essersi inimicato il mondo del cinema, divorziato con un figlio che non riesce a seguire, ha un unico cliente che sembra psicopatico (e nel finale dimostra di esserlo), e finisce per prendere un caso che lo porta ad indagare nel mondo del cinema, scoprendone gli aspetti più deprimenti dietro una facciata che sembra così luccicante.
Tecnicamente, la doppia trama è resa mostrando in parallelo le due storie, come se stessero avvenendo contemporaneamente, mentre invece sono sequenziali. Vi sono inoltre un paio di scene che non sono "reali" (nel senso di essere realmente avvenute nell'universo definito dallo svolgimento del film) ma immaginate (o dedotte) da Louis, che vengono però presentate come se lo fossero, lasciando allo spettatore la libertà di decidere cosa farne. Espedienti che credo avrebbero funzionato meglio con una diversa storia e magari con un diverso regista.
L'amore non va in vacanza
Il cast è ottimo, il problema è che la sceneggiatura (Nancy Meyers) è quello che è, e la regista (ancora la Meyers) avrebbe avuto bisogno di prendersi una vacanza prima di girare il film. O magari invece.
Commedia romantica strutturata in due episodi contrapposti, ben poco legati tra loro, quasi come se l'idea originale fosse stata quella di fare due film e che poi per esigenze produttive si sia ripiegato su farne un unico, adattando la sceneggiatura. Invece di guadagnarci, il risultato è inferiore alla somma delle parti. Due ore abbondanti sono troppe e, nonostante la lunghezza, si ha come l'impressione che lo sviluppo non sia completo.
Le parti principali sono quelle di due donne in crisi. Kate Winslet, è una londinese che non riesce a vivere da protagonista, pur avendone tutte le qualità. Cameron Diaz una californiana che vuole avere il controllo totale su tutto quello che le sta attorno. Decidono entrambe di fare una vacanza completamente fuori contesto, in modo da rinfrescarsi le idee e, tramite servizio su Internet, da perfette sconosciute si scambiano la casa.
Aggiungiamo che la Winslet ha un fratello, Jude Law, e la Diaz un caro amico, Jack Black, e il lettore più avveduto avrà già capito dove andiamo a parare.
Sul versante comico direi più riuscito l'episodio inglese, sul sentimentale avrebbe vinto l'episodio americano se quella che è stata pensata come una sottotrama di riempimento fosse stata sviluppata come vicenda principale. Capita infatti che la relazione tra Winslet e Black non funziona per nulla, e non per colpa della Winslet. Un po' di colpa Black ce l'ha, ma è soprattutto il suo carattere che non funziona. Molto più interessante la relazione tra la Winslet ed Eli Wallach, nel ruolo di uno sceneggiatore hollywoodiano in pensione da decenni. Sviluppata meglio, penso che avrebbe retto da sola un intero film.
Commedia romantica strutturata in due episodi contrapposti, ben poco legati tra loro, quasi come se l'idea originale fosse stata quella di fare due film e che poi per esigenze produttive si sia ripiegato su farne un unico, adattando la sceneggiatura. Invece di guadagnarci, il risultato è inferiore alla somma delle parti. Due ore abbondanti sono troppe e, nonostante la lunghezza, si ha come l'impressione che lo sviluppo non sia completo.
Le parti principali sono quelle di due donne in crisi. Kate Winslet, è una londinese che non riesce a vivere da protagonista, pur avendone tutte le qualità. Cameron Diaz una californiana che vuole avere il controllo totale su tutto quello che le sta attorno. Decidono entrambe di fare una vacanza completamente fuori contesto, in modo da rinfrescarsi le idee e, tramite servizio su Internet, da perfette sconosciute si scambiano la casa.
Aggiungiamo che la Winslet ha un fratello, Jude Law, e la Diaz un caro amico, Jack Black, e il lettore più avveduto avrà già capito dove andiamo a parare.
Sul versante comico direi più riuscito l'episodio inglese, sul sentimentale avrebbe vinto l'episodio americano se quella che è stata pensata come una sottotrama di riempimento fosse stata sviluppata come vicenda principale. Capita infatti che la relazione tra Winslet e Black non funziona per nulla, e non per colpa della Winslet. Un po' di colpa Black ce l'ha, ma è soprattutto il suo carattere che non funziona. Molto più interessante la relazione tra la Winslet ed Eli Wallach, nel ruolo di uno sceneggiatore hollywoodiano in pensione da decenni. Sviluppata meglio, penso che avrebbe retto da sola un intero film.
La sposa perfetta - Doctor Who 3 / 0
Misteriosamente La sposa in fuga (The runaway bride) dell'episodio natalizio della seconda serie del Dottore "moderno" (che però è inserito nel primo DVD della terza serie, come se fosse il suo episodio zero) è diventata in italiano perfetta.
Mai traduzione fu meno azzeccata (OK, c'è anche di peggio), in quanto l'episodio mi pare invece tutt'altro che perfetto. C'è una frenesia nella prima parte che sconfina nella confusione, rovinando parzialmente l'effetto di una storia che non è poi così male.
Ricapitolando, il Dottore (David Tennant) ha appena salutato definitivamente (almeno per il momento) la sua amata Rose (Billie Piper) che è finita su una Terra parallela come effetto collaterale di una epica battaglia tra umani, Dalek e Cybermen, e si trova Donna, una tipetta dal carattere molto pepato (Catherine Tate), vestita da sposa e molto sorpresa all'interno del TARDIS.
Scopriremo che è arriva lassù per un errore del cattivo della puntata, o meglio, la cattiva, un'orrida donna-ragno con un'antica ruggine (e quando dico antica intendo miliardi di anni) nei confronti dei Signori del Tempo.
Donna, decisa come è, sembra un degno rimpiazzo per Rose. Pur avendo la sua buona dose di difetti, è infatti capace di fermare il Dottore, quando questi minaccia di esagerare. Però, colpo di scena, ha la fermezza necessaria a rifiutare di imbarcarsi in una vita emozionante ma non adatta a lei.
Mai traduzione fu meno azzeccata (OK, c'è anche di peggio), in quanto l'episodio mi pare invece tutt'altro che perfetto. C'è una frenesia nella prima parte che sconfina nella confusione, rovinando parzialmente l'effetto di una storia che non è poi così male.
Ricapitolando, il Dottore (David Tennant) ha appena salutato definitivamente (almeno per il momento) la sua amata Rose (Billie Piper) che è finita su una Terra parallela come effetto collaterale di una epica battaglia tra umani, Dalek e Cybermen, e si trova Donna, una tipetta dal carattere molto pepato (Catherine Tate), vestita da sposa e molto sorpresa all'interno del TARDIS.
Scopriremo che è arriva lassù per un errore del cattivo della puntata, o meglio, la cattiva, un'orrida donna-ragno con un'antica ruggine (e quando dico antica intendo miliardi di anni) nei confronti dei Signori del Tempo.
Donna, decisa come è, sembra un degno rimpiazzo per Rose. Pur avendo la sua buona dose di difetti, è infatti capace di fermare il Dottore, quando questi minaccia di esagerare. Però, colpo di scena, ha la fermezza necessaria a rifiutare di imbarcarsi in una vita emozionante ma non adatta a lei.
Doctor Who - Stagione 2 / 5
L'ultimo DVD della seconda stagione (c'è anche un sesto disco, ma è dedicato alla featurette) raccoglie un episodio singolo, che si collega bene al gruppo precedente, e il doppio episodio finale che tira le somme di tutta l'annata.
Fear her - La disegnatrice
Dopo un paio di episodi demoniaci, qui il dottore (David Tennant, decimo della lista, sul punto di completare il suo primo anno) e la sua compagna Rose (Billie Piper, secondo e ultimo anno, almeno temporaneamente) hanno a che fare con una possessione demoniaca, o almeno quasi. Un alieno immateriale si è impossessato del corpo di una bimbetta e, nonostante non lo faccia con cattiveria, potrebbe condannare l'intera popolazione mondiale ad una bizzarra vita bidimensionale.
La vicenda si svolge nel futuro recente, così recente da essere per noi già passato, e precisamente nel giorno inaugurale delle Olimpiadi londinesi del 2012. Il motivo della sceneggiatura (Matthew Graham) per scegliere questa data è che voleva mostrare la potenza dei simboli. Nel caso particolare, la fiaccola olimpica.
Un paio di curiosità: Il dottore si lascia scappare di essere stato padre, ma Rose non riesce a strappargli di più. Combinando necessità e interesse personale, il dottore riesce a fare l'ultimo tratto di percorso della fiaccola, fino ad accendere il braciere olimpico.
Army of Ghosts, Doomsday - L'esercito dei fantasmi
Gran finale che riporta momentaneamente su questa Terra Mickey, già fidanzato di Rose, oltre che vedere l'invasione dei Cybermen e persino dei Dalek. L'epicentro è la sede dell'Istituto Torchwood, che finalmente vediamo in tutto il suo splendore. Meno soddisfacente lo sviluppo del secondo tema, quello del lupo cattivo, che sembra risolversi in una semplice referenza geografica verso Dårlig Ulv-Stranden, la spiaggia del lupo cattivo, che si troverebbe dalle parti di Bergen in Norvegia. Francamente mi aspettavo molto di più. Mi viene da pensare che Russell T. Davies avesse avuto per il lupo qualche idea che poi non è riuscito a concretizzare, o abbia ritenuto (e giustamente, mi vien da dire) che c'era già fin troppa carne al fuoco.
Succedono molte cose anche sul lato emotivo, la coppia Dottore - Rose è destinata a rompersi, e il dottore riesce a forzare la sua difficoltà relazionale fino (quasi) al punto di riuscire a dichiarare il suo amore per lei - e addirittura lo vediamo in lacrime! Nel contempo madre e padre di Rose riescono a riformare una coppia, nonostante (difficile da spiegare a un non-whoviano) i due non siano mai stati prima assieme.
Scopriamo inoltre che, anche se mai se ne era fatto accenno, Rose e il dottore hanno fatto sesso. Infatti, a causa di un equivoco immediatamente chiarito, il Dottore pensa per un attimo che Rose sia incinta.
Fear her - La disegnatrice
Dopo un paio di episodi demoniaci, qui il dottore (David Tennant, decimo della lista, sul punto di completare il suo primo anno) e la sua compagna Rose (Billie Piper, secondo e ultimo anno, almeno temporaneamente) hanno a che fare con una possessione demoniaca, o almeno quasi. Un alieno immateriale si è impossessato del corpo di una bimbetta e, nonostante non lo faccia con cattiveria, potrebbe condannare l'intera popolazione mondiale ad una bizzarra vita bidimensionale.
La vicenda si svolge nel futuro recente, così recente da essere per noi già passato, e precisamente nel giorno inaugurale delle Olimpiadi londinesi del 2012. Il motivo della sceneggiatura (Matthew Graham) per scegliere questa data è che voleva mostrare la potenza dei simboli. Nel caso particolare, la fiaccola olimpica.
Un paio di curiosità: Il dottore si lascia scappare di essere stato padre, ma Rose non riesce a strappargli di più. Combinando necessità e interesse personale, il dottore riesce a fare l'ultimo tratto di percorso della fiaccola, fino ad accendere il braciere olimpico.
Army of Ghosts, Doomsday - L'esercito dei fantasmi
Gran finale che riporta momentaneamente su questa Terra Mickey, già fidanzato di Rose, oltre che vedere l'invasione dei Cybermen e persino dei Dalek. L'epicentro è la sede dell'Istituto Torchwood, che finalmente vediamo in tutto il suo splendore. Meno soddisfacente lo sviluppo del secondo tema, quello del lupo cattivo, che sembra risolversi in una semplice referenza geografica verso Dårlig Ulv-Stranden, la spiaggia del lupo cattivo, che si troverebbe dalle parti di Bergen in Norvegia. Francamente mi aspettavo molto di più. Mi viene da pensare che Russell T. Davies avesse avuto per il lupo qualche idea che poi non è riuscito a concretizzare, o abbia ritenuto (e giustamente, mi vien da dire) che c'era già fin troppa carne al fuoco.
Succedono molte cose anche sul lato emotivo, la coppia Dottore - Rose è destinata a rompersi, e il dottore riesce a forzare la sua difficoltà relazionale fino (quasi) al punto di riuscire a dichiarare il suo amore per lei - e addirittura lo vediamo in lacrime! Nel contempo madre e padre di Rose riescono a riformare una coppia, nonostante (difficile da spiegare a un non-whoviano) i due non siano mai stati prima assieme.
Scopriamo inoltre che, anche se mai se ne era fatto accenno, Rose e il dottore hanno fatto sesso. Infatti, a causa di un equivoco immediatamente chiarito, il Dottore pensa per un attimo che Rose sia incinta.
Doctor Who - Stagione 2 / 4
Il quarto DVD della seconda stagione (nuova serie) delle avventure dell'unico signore del tempo superstite nell'universo (almeno nel nostro, chissà se è stata esplorata la possibilità di suoi simili in parallelo) è piuttosto luciferino. Nell'episodio doppio il cattivo è un alieno così curiosamente simile alla rappresentazione "storica" (relativa alle religioni che fanno riferimento alla Bibbia) del demonio da far pensare che ci sia qualche connessione con quel personaggio. Oppure che il tipaccio sia molto astuto e sfrutti la coincidenza per far innervosire i terrestri con cui si trova a che fare. Nell'episodio singolo, invece, il cattivo è un alieno con uno spirito diverso, ma che assume un sembiante umano bizzarramente simile a una tipica rappresentazione ottocentesca di Satana.
Anche in questi episodi, come in tutta la stagione c'è sempre un riferimento a Torchwood, la misteriosa organizzazione segreta inglese che si occupa di analizzare i contatti con gli extraterrestri. E nell'episodio singolo si cita pure il lupo cattivo (che abbiamo scoperto essere legato a Rose) che sembra agire in contrasto a Torchwood.
L'abisso di Satana - The impossible planet, The satan pit
TARDIS porta il Dottore (David Tennant) e Rose (Billie Piper) in un inconcepibile pianeta che è in orbita attorno ad un buco nero, miracolo reso possibile da un incredibile campo gravitazionale di origine ignota. Siamo in un futuro piuttosto remoto, e gli umani (un piccolo gruppo su una agile navicella) non solo sono riusciti ad arrivare fino a lì, ma si sono pure portati dietro una squadra di strani alieni (gli Ood - termine molto simile a odd, ovvero strano) che nulla bramano di più che eseguire ordini altrui. I nostri pronipoti sono arrivati su quell'oscuro e inospitale pianeta attirati dal suo mistero, sperando di poterci cavare fuori un qualche utile. E invece scoprono che si tratta della prigione di un orrendo alieno piuttosto cattivello.
La nuova vena empatica di Rose, che tanto aveva funzionato nel precedente episodio, qui rischia di portare la storia alla catastrofe, ma riesce anche a farle salvare la situazione in extremis. Scientificamente parlando, è uno degli episodi più azzardati che io abbia visto (e l'accuratezza scientifica non è certo una delle massime preoccupazioni degli sceneggiatori), nonostante questo è anche tra le cose che mi son piaciute di più, in particolare la prima parte.
Sulle tracce del mito - Love & monsters
Bruttino il titolo italiano, che trascura in pieno l'originale in cui si fa notare come anche il buon dottore sia, per quanto inconsapevolmente, anche lui una sorta di mostro. Non certo come il suo nemico di questa puntata, un orrido bestione che assorbe gli umani (e vorrebbe assorbire anche il dottore), ma anche la sua compagnia è piuttosto pericolosa.
Curiosità dell'episodio è che la coppia protagonista della serie qui appare subalterna a tale Elton (Marc Warren) che racconta in prima persona la sua esperienza di incontro col dottore. L'impacciato Elton trova l'amore in una quasi altrettanto timida Ursula (Shirley Henderson), finiscono però in un gioco più grande di loro, e rischiano di finire molto male.
Anche in questi episodi, come in tutta la stagione c'è sempre un riferimento a Torchwood, la misteriosa organizzazione segreta inglese che si occupa di analizzare i contatti con gli extraterrestri. E nell'episodio singolo si cita pure il lupo cattivo (che abbiamo scoperto essere legato a Rose) che sembra agire in contrasto a Torchwood.
L'abisso di Satana - The impossible planet, The satan pit
TARDIS porta il Dottore (David Tennant) e Rose (Billie Piper) in un inconcepibile pianeta che è in orbita attorno ad un buco nero, miracolo reso possibile da un incredibile campo gravitazionale di origine ignota. Siamo in un futuro piuttosto remoto, e gli umani (un piccolo gruppo su una agile navicella) non solo sono riusciti ad arrivare fino a lì, ma si sono pure portati dietro una squadra di strani alieni (gli Ood - termine molto simile a odd, ovvero strano) che nulla bramano di più che eseguire ordini altrui. I nostri pronipoti sono arrivati su quell'oscuro e inospitale pianeta attirati dal suo mistero, sperando di poterci cavare fuori un qualche utile. E invece scoprono che si tratta della prigione di un orrendo alieno piuttosto cattivello.
La nuova vena empatica di Rose, che tanto aveva funzionato nel precedente episodio, qui rischia di portare la storia alla catastrofe, ma riesce anche a farle salvare la situazione in extremis. Scientificamente parlando, è uno degli episodi più azzardati che io abbia visto (e l'accuratezza scientifica non è certo una delle massime preoccupazioni degli sceneggiatori), nonostante questo è anche tra le cose che mi son piaciute di più, in particolare la prima parte.
Sulle tracce del mito - Love & monsters
Bruttino il titolo italiano, che trascura in pieno l'originale in cui si fa notare come anche il buon dottore sia, per quanto inconsapevolmente, anche lui una sorta di mostro. Non certo come il suo nemico di questa puntata, un orrido bestione che assorbe gli umani (e vorrebbe assorbire anche il dottore), ma anche la sua compagnia è piuttosto pericolosa.
Curiosità dell'episodio è che la coppia protagonista della serie qui appare subalterna a tale Elton (Marc Warren) che racconta in prima persona la sua esperienza di incontro col dottore. L'impacciato Elton trova l'amore in una quasi altrettanto timida Ursula (Shirley Henderson), finiscono però in un gioco più grande di loro, e rischiano di finire molto male.
Doctor Who - Stagione 2 / 3
Un doppio episodio, che con un astuto espediente recupera i Cybermen già apparsi molti anni addietro, e un episodio singolo. Accomunati da una venatura dark, a tratti quasi horror, e da una decisa critica sui rischi di massificazione causati da televisione e internet.
L'ascesa dei cyberuomini - Rise of the cybermen, The age of steel
Un guasto di TARDIS (o una sua grave malattia, non è chiaro quanto sia essere vivente e quanto macchinario) scaraventa il dottore (David Tennant), la sua bella Rose (Billie Piper), e il di lei fidanzato Mickey (Noel Clarke) nella Londra dei nostri giorni, ma in un universo parallelo.
In una specie di futuro immaginato un secolo fa (vedi Metropolis di Fritz Lang), il Regno Unito non è un regno, il padre di Rose non è morto, anzi, ha fatto successo, e Rose non è nata. Non c'è traccia nemmeno di un Dottore-parallelo, e l'unico a incontrare il proprio doppio è Mickey. Costui si chiama Ricky (proprio come lo chiamava il dottore) ed è a capo di un manipolo di rivoltosi. Occasione del contendere è il solito scienziato pazzo paralitico che vuole usare la sua influenza mediatica per imporre un folle "upgrade" all'umanità, che progetta di trasformare in robottoni privi di sentimenti.
Mickey, che nei precedenti episodi non aveva fatto una buona figura, accettando un ruolo da Penelope in attesa del ritorno di Rose/Ulisse, trova qui finalmente la sua riscossa. Decide di prendere atto che Rose è ormai la sua ex, e finirà per puntare a rifarsi una vita nel mondo parallelo.
La trasmittente - The idiot's lantern
Il titolo originale è decisamente più esplicito, e lascia immaginare quale sia il parere degli autori sulla televisione. O almeno, sui rischi di un uso distorto di quel mezzo di trasmissione.
Rose si è ripresa in un baleno dell'uscita di scena di Mickey e, assieme al dottore, volevano andare a vedere un concerto con Elvis Presley. Vestita che sembra Olivia Newton John nella prima parte di Grease, salta dunque sulla Vespa (!) del Dottore, e partono alla ricerca del palco. Ma TARDIS li ha portati invece a Londra, in occasione dell'incoronazione della Regina. Il fatto è che una aliena sta assorbendo, in un modo raccapricciante, energia dagli umani, sfruttando per l'appunto la televisione.
Anche in questa puntata il Dottore mostra alcune debolezze. Rose si mostra più capace emotivamente, e segue pure una pista investigativa più interessante. Inoltre, un semplice schiaffone ben assestato da parte di un poliziotto riesce riesce ad aver ragione di chi solitamente è abituato a mettere KO fior di delinquentoni.
L'ascesa dei cyberuomini - Rise of the cybermen, The age of steel
Un guasto di TARDIS (o una sua grave malattia, non è chiaro quanto sia essere vivente e quanto macchinario) scaraventa il dottore (David Tennant), la sua bella Rose (Billie Piper), e il di lei fidanzato Mickey (Noel Clarke) nella Londra dei nostri giorni, ma in un universo parallelo.
In una specie di futuro immaginato un secolo fa (vedi Metropolis di Fritz Lang), il Regno Unito non è un regno, il padre di Rose non è morto, anzi, ha fatto successo, e Rose non è nata. Non c'è traccia nemmeno di un Dottore-parallelo, e l'unico a incontrare il proprio doppio è Mickey. Costui si chiama Ricky (proprio come lo chiamava il dottore) ed è a capo di un manipolo di rivoltosi. Occasione del contendere è il solito scienziato pazzo paralitico che vuole usare la sua influenza mediatica per imporre un folle "upgrade" all'umanità, che progetta di trasformare in robottoni privi di sentimenti.
Mickey, che nei precedenti episodi non aveva fatto una buona figura, accettando un ruolo da Penelope in attesa del ritorno di Rose/Ulisse, trova qui finalmente la sua riscossa. Decide di prendere atto che Rose è ormai la sua ex, e finirà per puntare a rifarsi una vita nel mondo parallelo.
La trasmittente - The idiot's lantern
Il titolo originale è decisamente più esplicito, e lascia immaginare quale sia il parere degli autori sulla televisione. O almeno, sui rischi di un uso distorto di quel mezzo di trasmissione.
Rose si è ripresa in un baleno dell'uscita di scena di Mickey e, assieme al dottore, volevano andare a vedere un concerto con Elvis Presley. Vestita che sembra Olivia Newton John nella prima parte di Grease, salta dunque sulla Vespa (!) del Dottore, e partono alla ricerca del palco. Ma TARDIS li ha portati invece a Londra, in occasione dell'incoronazione della Regina. Il fatto è che una aliena sta assorbendo, in un modo raccapricciante, energia dagli umani, sfruttando per l'appunto la televisione.
Anche in questa puntata il Dottore mostra alcune debolezze. Rose si mostra più capace emotivamente, e segue pure una pista investigativa più interessante. Inoltre, un semplice schiaffone ben assestato da parte di un poliziotto riesce riesce ad aver ragione di chi solitamente è abituato a mettere KO fior di delinquentoni.
Iscriviti a:
Post (Atom)