Primo film della trilogia tratta dalla serie fantasy quasi omonima (*) scritta da Luc Besson su idea di Céline Garcia. Besson stesso ha curato il passaggio al cinema della storia.
Combinazione di live-action e animazione in cui la prima ricorda molto un film Disney anni sessanta, tipo Un maggiolino tutto matto (**), la seconda, invero non completamente riuscita, è completamente folle, con riferimenti temporali mescolati che creano un curioso effetto di spiazzamento.
Si narra di un ragazzetto (Freddie Highmore) che, nell'intento di salvare la proprietà dei nonni dallo sfratto, parte alla ricerca del nonno che scopre essere in giardino, rimpicciolito al fino di andare a far visita al microbico popolo dei Minimei che lì si trovano per motivi troppo lunghi da spiegare.
Lascia così la nonna (Mia Farrow) senza spiegare bene la situazione e si fionda in una inesplicabile avventura nel corso della quale dovrà sconfiggere il perfido Maltazard e si innamorerà della bella, per quanto di carattere difficile, principessa Selenia.
Pur essendo una produzione francese, mira molto al mercato americano in particolare e di lingua inglese in generale. Io l'ho visto in italiano, e così non ho potuto sentire la voce del David Bowie che doppia il cattivo (***), Madonna come Selenia (°), e poi David Suchet (narratore), Harvey Keitel, Robert De Niro, Chazz Palminteri, Snoop Dogg, eccetera.
(*) In quattro volumi. I primi due concorrono a formare la sceneggiatura di questo episodio cinematografico.
(**) L'ambientazione è proprio anni sessanta nel New England americano. Il buffo è che sembra davvero girato in quel periodo.
(***) Scelta che deve essere stata compiuta in fase di pre-produzione, visto che Maltazard assomiglia al Duca Bianco.
(°) Come dicevo, il mondo dei Minimei è tutto strano. Selenia ha mille anni locali, che corrispondono a dieci anni nostri, ma ha una maturità e una voce di una donna non più giovanissima.
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Il club di Jane Austen
Film che in qualche modo fanno riferimento a Jane Austen ne escono di continuo. Vedasi l'ortodosso Orgoglio e pregiudizio (2005)di Joe Wright o la riscrittura sbarazzina di From Prada to nada (2011). Qui invece si parte da un romanzo (Karen Joy Fowler) che usa l'opera omnia della Austen come base di un racconto corale con lo scopo di mostrare quanto di austeniano ci sia un po' in tutte le coppie romantiche (*).
Credo che il problema principale sia da addebitarsi a Robin Swicord, la quale, pur avendo una buona esperienza di sceneggiature, era qui alla sua prima regia. Magari avrebbe dovuto affrontare un compito meno complicato. I troppi personaggi hanno poco tempo a disposizione, e non riuscono ad emergere nella complessità che, immagino, avevano su carta.
Jocelyn (Maria Bello) è in un momento difficile della sua vita, il suo compagno di vita del momento è morto, e il fatto che sia un cane non rende il suo lutto meno drammatico. Le sue amiche, la pluridivorziata Bernadette (Kathy Baker) e la strenuamente monogamica Sylvia (Amy Brenneman), stanno cercando di inventarsi qualcosa per starle più vicino quando una nuova tegola si abbatte su di loro. Daniel (Jimmy Smits), dopo vent'anni di matrimonio, pensa che sia una buona idea separarsi da Sylvia per esplorare una alternativa.
L'incontro fortuito tra la petulante Bernadette e Prudie (Emily Blunt), scatena l'idea di creare un gruppo di lettura dedicato ai Jane Austen. I libri da leggere sono sei, i lettori al momento sono quattro, vengono reclutati a forza altri due elementi che sembrano molto stonati. Allegra (Maggie Grace), che ha il solo torto di essere figlia di Sylvia, e Grigg (Hugh Dancy) che si è preso una cotta a prima vista per Jocelyn.
Il resto del film procede tra letture, paralleli tra l'opera della Austen e l'attualità dei personaggi, incomprensioni tra i sei, fino ad un immancabile lieto fine di gruppo.
(*) O almeno, così credo di aver capito.
Credo che il problema principale sia da addebitarsi a Robin Swicord, la quale, pur avendo una buona esperienza di sceneggiature, era qui alla sua prima regia. Magari avrebbe dovuto affrontare un compito meno complicato. I troppi personaggi hanno poco tempo a disposizione, e non riuscono ad emergere nella complessità che, immagino, avevano su carta.
Jocelyn (Maria Bello) è in un momento difficile della sua vita, il suo compagno di vita del momento è morto, e il fatto che sia un cane non rende il suo lutto meno drammatico. Le sue amiche, la pluridivorziata Bernadette (Kathy Baker) e la strenuamente monogamica Sylvia (Amy Brenneman), stanno cercando di inventarsi qualcosa per starle più vicino quando una nuova tegola si abbatte su di loro. Daniel (Jimmy Smits), dopo vent'anni di matrimonio, pensa che sia una buona idea separarsi da Sylvia per esplorare una alternativa.
L'incontro fortuito tra la petulante Bernadette e Prudie (Emily Blunt), scatena l'idea di creare un gruppo di lettura dedicato ai Jane Austen. I libri da leggere sono sei, i lettori al momento sono quattro, vengono reclutati a forza altri due elementi che sembrano molto stonati. Allegra (Maggie Grace), che ha il solo torto di essere figlia di Sylvia, e Grigg (Hugh Dancy) che si è preso una cotta a prima vista per Jocelyn.
Il resto del film procede tra letture, paralleli tra l'opera della Austen e l'attualità dei personaggi, incomprensioni tra i sei, fino ad un immancabile lieto fine di gruppo.
(*) O almeno, così credo di aver capito.
Mr. Bean's holiday
Nella featurette presente nei contenuti speciali del DVD si spiega, senza girarci tanto attorno, che alla base della sceneggiatura (*) c'è Le vacanze di Monsieur Hulot (1953). Giusto omaggio al personaggio inventato da Jacques Tati che non è difficile capire sia stato nella mente di Rowan Atkinson e Richard Curtis quando hanno creato Mr. Bean. Come viene spiegato, le vacanze di Bean sono una specie di negativo (**) di quelle di Hulot. Se nel film di Tati il viaggio di Hulot porta via poco, e tutta l'azione si svolge sulla spiaggia, qui solo la scena finale è in riva al mare, tutto succede nel lungo tentativo di Bean di raggiungere la sua agognata meta.
Mr. Bean (Atkinson) lascia la sua bigia e piovosa Londra per passare una settimana nell'assolata Cannes, proprio in occasione del festival - che però a lui non interessa per niente. Come spesso gli accade, il suo piano è semplice, guidato da un unico interesse, godersi il mare e il sole, ma la sua totale incapacità di relazionarsi con chicchessia e di complicare le cose più semplici, il tutto aiutato da un destino beffardo che sembra accanirsi su di lui (***), lo trasforma in una odissea. C'è da dire che la sua scarsa conoscenza del francese non aiuta. Sa infatti una parola, oui, sfrutta la comprensibilità del no inglese, e pensa di sapere come dire grazie, ovvero gracias.
Arrivato a Parigi, perso un TGV per un paio di intoppi minori (°), gustata la raffinata cucina locale sotto l'occhio attento di un perplesso maitre (Jean Rochefort), riesce a far perdere il treno ad un famoso regista russo, il che lo mette di buon umore (°°), almeno fino a quando non si accorge che lo ha separato da suo figlio Stepan (Max Baldry). I due finiscono per legare e unire le loro forze per raggiungere Cannes, il che complica ancora di più le cose, almeno fino a quando arriva Sabine (Emma de Caunes), giovine attrice di belle speranze, che si sta recando a Cannes per far passerella e vedere la prima del film di Carson Clay (Willem Dafoe), in cui ha una minuscola particina che potrebbe però schiuderle la porta del mondo del grande cinema.
Forse è inutile dire che la direzione presa sembra quella della catastrofe assoluta generalizzata eppure, inspiegabilmente, un finale tocco di imbecillità del nostro, che sembrerebbe destinato a far precipitare completamente la situazione causando una serie di sciagure impressionanti, riesce invece a salvare la giornata di ognuno.
Finale con tutti quanti che cantano a squarciagola La mer di Charles Trenet.
(*) Di Simon McBurney, Hamish McColl e Robin Driscoll.
(**) In senso fotografico.
(***) E su chi ha la (s)ventura di incrociare il suo percorso.
(°) Per una curiosa coincidenza il taxi lo porta a La Défense invece che in stazione.
(°°) A volte Mr. Bean riesce ad essere davvero una carogna.
Mr. Bean (Atkinson) lascia la sua bigia e piovosa Londra per passare una settimana nell'assolata Cannes, proprio in occasione del festival - che però a lui non interessa per niente. Come spesso gli accade, il suo piano è semplice, guidato da un unico interesse, godersi il mare e il sole, ma la sua totale incapacità di relazionarsi con chicchessia e di complicare le cose più semplici, il tutto aiutato da un destino beffardo che sembra accanirsi su di lui (***), lo trasforma in una odissea. C'è da dire che la sua scarsa conoscenza del francese non aiuta. Sa infatti una parola, oui, sfrutta la comprensibilità del no inglese, e pensa di sapere come dire grazie, ovvero gracias.
Arrivato a Parigi, perso un TGV per un paio di intoppi minori (°), gustata la raffinata cucina locale sotto l'occhio attento di un perplesso maitre (Jean Rochefort), riesce a far perdere il treno ad un famoso regista russo, il che lo mette di buon umore (°°), almeno fino a quando non si accorge che lo ha separato da suo figlio Stepan (Max Baldry). I due finiscono per legare e unire le loro forze per raggiungere Cannes, il che complica ancora di più le cose, almeno fino a quando arriva Sabine (Emma de Caunes), giovine attrice di belle speranze, che si sta recando a Cannes per far passerella e vedere la prima del film di Carson Clay (Willem Dafoe), in cui ha una minuscola particina che potrebbe però schiuderle la porta del mondo del grande cinema.
Forse è inutile dire che la direzione presa sembra quella della catastrofe assoluta generalizzata eppure, inspiegabilmente, un finale tocco di imbecillità del nostro, che sembrerebbe destinato a far precipitare completamente la situazione causando una serie di sciagure impressionanti, riesce invece a salvare la giornata di ognuno.
Finale con tutti quanti che cantano a squarciagola La mer di Charles Trenet.
(*) Di Simon McBurney, Hamish McColl e Robin Driscoll.
(**) In senso fotografico.
(***) E su chi ha la (s)ventura di incrociare il suo percorso.
(°) Per una curiosa coincidenza il taxi lo porta a La Défense invece che in stazione.
(°°) A volte Mr. Bean riesce ad essere davvero una carogna.
Once (Una volta)
John Carney questo film lo voleva proprio fare. Così quando chi sarebbe dovuto essere il nome noto da mettere in locandina (Cillian Murphy) si è sfilato dal progetto, lui non si è dato per vinto. Ha convinto Glen Hansard, che aveva composto la colonna sonora assieme a Markéta Irglová, a fare un passettino in più, e a diventare lui il protagonista. Passettino per modo di dire, che il buon Hansard non aveva nessuna intenzione di esporsi in un ruolo così importante, gli era bastata l'apparizione ne The Committments di Alan Parker, roba di quindici anni prima.
Senza la garanzia di Murphy, Carney ha dovuto salutare il budget iniziale, e accontentarsi di una cifra miserrima. Da cui l'atmosfera da simil documentario che permea tutto il racconto, l'assenza di attori professionisti, l'abbondanza di riprese che sembrano rubate e che, a tutti gli effetti, lo sono. Ma se Carney ha consultato il Dogma 95 di von Trier, lo ha fatto con la sola intenzione di trovare escamotage per tagliare i costi.
Un ultima considerazione, la musica qui la fa da padrona. Sconsiglio perciò la visione a chi non piace il genere che pratica Hansard. Per intendersi, i suoi riferimenti sono Leonard Cohen, Van Morrison, Bob Dylan. Con una spruzzatina di Bruce Springsteen.
Lui (Hansard) è stato mollato molti anni prima dalla sua bella. Non si è più ripreso. Vive con suo padre, e i due mandano avanti un negozietto di assistenza per aspirapolveri. Anche se gran parte del tempo lui lo spende come busker per le vie di Dublino. Una sera incontra Lei (Irglová), che rimane colpita dalla triste canzone di amor perduto che lui canta solitario. I due iniziano una titubante relazione di amicizia e cooperazione musicale.
Forse Lui e Lei sarebbero una bella coppia, ma nessuno dei due ci crede abbastanza. Lui ha la sua ex e il sogno di trasferirsi a Londra e fare successo nel mondo della musica. Lei ha un marito che è tornato al paese (Repubblica Ceca) e l'ha lasciata con la responsabilità di badare alla madre e alla figlioletta.
O forse non doveva essere niente di più che un bell'incontro destinato a durare poco. In ogni caso, Lei gli dà la spinta per uscire dalla secca in cui era finito. Lo aiuta a raccogliere i soldi necessari per incidere un demo, mettono assieme un gruppetto di sciagurati, passano un weekend nello studio, e il risultato sembra davvero buono. Anche Lei ottiene qualcosa da questo incontro, decide infatti di ricontattare il marito, e forse riesce a far ripartire quella relazione che sembrava chiusa.
Chissà come va poi a finire. Possiamo solo sperare che l'Oscar per la miglior canzone originale sia un buon auspicio:
Senza la garanzia di Murphy, Carney ha dovuto salutare il budget iniziale, e accontentarsi di una cifra miserrima. Da cui l'atmosfera da simil documentario che permea tutto il racconto, l'assenza di attori professionisti, l'abbondanza di riprese che sembrano rubate e che, a tutti gli effetti, lo sono. Ma se Carney ha consultato il Dogma 95 di von Trier, lo ha fatto con la sola intenzione di trovare escamotage per tagliare i costi.
Un ultima considerazione, la musica qui la fa da padrona. Sconsiglio perciò la visione a chi non piace il genere che pratica Hansard. Per intendersi, i suoi riferimenti sono Leonard Cohen, Van Morrison, Bob Dylan. Con una spruzzatina di Bruce Springsteen.
Lui (Hansard) è stato mollato molti anni prima dalla sua bella. Non si è più ripreso. Vive con suo padre, e i due mandano avanti un negozietto di assistenza per aspirapolveri. Anche se gran parte del tempo lui lo spende come busker per le vie di Dublino. Una sera incontra Lei (Irglová), che rimane colpita dalla triste canzone di amor perduto che lui canta solitario. I due iniziano una titubante relazione di amicizia e cooperazione musicale.
Forse Lui e Lei sarebbero una bella coppia, ma nessuno dei due ci crede abbastanza. Lui ha la sua ex e il sogno di trasferirsi a Londra e fare successo nel mondo della musica. Lei ha un marito che è tornato al paese (Repubblica Ceca) e l'ha lasciata con la responsabilità di badare alla madre e alla figlioletta.
O forse non doveva essere niente di più che un bell'incontro destinato a durare poco. In ogni caso, Lei gli dà la spinta per uscire dalla secca in cui era finito. Lo aiuta a raccogliere i soldi necessari per incidere un demo, mettono assieme un gruppetto di sciagurati, passano un weekend nello studio, e il risultato sembra davvero buono. Anche Lei ottiene qualcosa da questo incontro, decide infatti di ricontattare il marito, e forse riesce a far ripartire quella relazione che sembrava chiusa.
Chissà come va poi a finire. Possiamo solo sperare che l'Oscar per la miglior canzone originale sia un buon auspicio:
In the name of the king
Fino all'altro giorno non sapevo chi fosse Uwe Boll. Personalità eclettica, ha fatto il pugile, studi economici e si è guadagnato una laurea in lettere. Ma è noto soprattutto per essere un terribile film-maker. Una cosa al livello di Ed Wood (*), tanto per intenderci. Ma, attenzione, almeno in questo caso il tipo di bruttezza non è quello che fa ridere quanto annoiare.
Il titolo italiano è monco della parte finale, A dungeon siege tale, che spiega come la sceneggiatura prenda spunto dal mondo immaginato da Chris Taylor per il suo omonimo videogame RPG. Chi non conosce il gioco non si preoccupi, casomai viene in mente più volte Il signore degli anelli, e il riferimento a Dungeon siege mi sembra avere l'unico scopo di evitare discussioni sui diritti d'autore.
Un contadino contento del suo lavoro a tal punto da farsi chiamare semplicemente Fattore (Jason Statham) vive la sua semplice vita agreste in compagnia della bella moglie Solana (Claire Forlani), del figlioletto, e del vicino Norick (Ron Perlman), che in passato gli aveva fatto da papà. Già, perché Fattore ha un passato oscuro, e non si sa chi siano i suoi veri genitori.
Come da stereotipo del genere, arrivano i cattivi, che qui chiamiamo krug ma ricordano molto gli orchetti di Tolkien, e spaccano tutto. Variazione che non mi aspettavo, Solana sopravvive, così che il nostro eroe non debba restare per sempre con il rovello di non averle detto di amarla (**). E dunque la molla che spinge Fattore a scoprire chi sia il Sauron di turno è sia la vendetta sia la voglia di riprendersi la sua donna, che è stata rapita per lavorare come schiava.
Fattore ci mette un po' a scoprirlo, ma noi sappiamo subito che il supercattivo è Gallian (Ray Liotta), uno dei due soli maghi restati in questa terra, essendo l'altro Merick (John Rhys-Davies), che serve fedelmente re Konreid (Burt Reynolds). Gallian vuole diventare un re-stregone, e per far questo ha circuito l'inetto nipote del re, duca Fallow (Matthew Lillard), e la figlia di Merick, Muriella (Leelee Sobieski), scontenta di come il padre non la consideri.
Se lo spettatore ha dubbi sostanziali su come andrà a finire questa storia, vuol dire che non ha fatto i compiti. Prima di perdere il tempo con filmetti come questo, si riveda i classici del genere.
E il problema non è tanto nella mancanza di sorprese, quanto nella piattezza della sceneggiatura che brilla anche per l'assenza di battute degne di questo nome e nella regia che spesso e volentieri sbaglia i tempi, indugiando in parti inutili, non sviluppando personaggi interessanti (***), facendo calare una gran noia su tutto il racconto.
(*) Vedasi il film biografico-fantastico che ne ha fatto Tim Burton per dettagli.
(**) Egli è infatti un rude agricolo dal cuore d'oro, e pensa che basti l'atto fisico ad esprimere l'amore per la sua gentil signora.
(***) Esagero, non ci sono personaggi interessanti. Però magari si poteva fare qualcosa per non lasciarli così desolatamente vacui.
Il titolo italiano è monco della parte finale, A dungeon siege tale, che spiega come la sceneggiatura prenda spunto dal mondo immaginato da Chris Taylor per il suo omonimo videogame RPG. Chi non conosce il gioco non si preoccupi, casomai viene in mente più volte Il signore degli anelli, e il riferimento a Dungeon siege mi sembra avere l'unico scopo di evitare discussioni sui diritti d'autore.
Un contadino contento del suo lavoro a tal punto da farsi chiamare semplicemente Fattore (Jason Statham) vive la sua semplice vita agreste in compagnia della bella moglie Solana (Claire Forlani), del figlioletto, e del vicino Norick (Ron Perlman), che in passato gli aveva fatto da papà. Già, perché Fattore ha un passato oscuro, e non si sa chi siano i suoi veri genitori.
Come da stereotipo del genere, arrivano i cattivi, che qui chiamiamo krug ma ricordano molto gli orchetti di Tolkien, e spaccano tutto. Variazione che non mi aspettavo, Solana sopravvive, così che il nostro eroe non debba restare per sempre con il rovello di non averle detto di amarla (**). E dunque la molla che spinge Fattore a scoprire chi sia il Sauron di turno è sia la vendetta sia la voglia di riprendersi la sua donna, che è stata rapita per lavorare come schiava.
Fattore ci mette un po' a scoprirlo, ma noi sappiamo subito che il supercattivo è Gallian (Ray Liotta), uno dei due soli maghi restati in questa terra, essendo l'altro Merick (John Rhys-Davies), che serve fedelmente re Konreid (Burt Reynolds). Gallian vuole diventare un re-stregone, e per far questo ha circuito l'inetto nipote del re, duca Fallow (Matthew Lillard), e la figlia di Merick, Muriella (Leelee Sobieski), scontenta di come il padre non la consideri.
Se lo spettatore ha dubbi sostanziali su come andrà a finire questa storia, vuol dire che non ha fatto i compiti. Prima di perdere il tempo con filmetti come questo, si riveda i classici del genere.
E il problema non è tanto nella mancanza di sorprese, quanto nella piattezza della sceneggiatura che brilla anche per l'assenza di battute degne di questo nome e nella regia che spesso e volentieri sbaglia i tempi, indugiando in parti inutili, non sviluppando personaggi interessanti (***), facendo calare una gran noia su tutto il racconto.
(*) Vedasi il film biografico-fantastico che ne ha fatto Tim Burton per dettagli.
(**) Egli è infatti un rude agricolo dal cuore d'oro, e pensa che basti l'atto fisico ad esprimere l'amore per la sua gentil signora.
(***) Esagero, non ci sono personaggi interessanti. Però magari si poteva fare qualcosa per non lasciarli così desolatamente vacui.
12
Non è un semplice adattamento russo di La parola ai giurati. Vero è che ci ritroviamo tutto quanto c'era nell'originale, però Nikita Mikhalkov ci ha anche messo dentro dell'altro, con l'effetto collaterale di far raggiungere alla pellicola una durata superiore alle due ore e mezza. Curiosamente, e qui si vede la maestria del regista, l'ora in più non appesantisce l'azione, al contrario, la alleggerisce, alternando le scene in cui la giuria discute il destino dell'imputato a quelle in cui vediamo l'infanzia dello stesso.
Se nell'originale l'imputato era un italo-americano, e come tale si beccava la sua bella serie di pregiudizi, qui il ragazzetto è un ceceno che, per complicare le cose, è stato adottato da un militare russo ora in pensione. L'accusa rimane quella di parricidio, la differenza sembra essere che le testimonianze non sono semplicemente guidate dall'assunto che l'imputato sia colpevole a prescindere, ma dalla paura di una misteriosa organizzazione che avrebbe un interesse nella vicenda.
La parte di Henry Fonda è qui sostenuta da Sergei Makovetsky, mentre il suo antagonista, che per Lumet era Lee J.Cobb, è qui Sergey Garmash. Un colpo di scena nel finale viene riservato per il presidente della giuria, interpretato dallo stesso Mikhalkov. Bravissimi comunque tutti e dodici i giurati, che danno vita alla complicata discussione sul destino dell'imputato.
Se nell'originale l'imputato era un italo-americano, e come tale si beccava la sua bella serie di pregiudizi, qui il ragazzetto è un ceceno che, per complicare le cose, è stato adottato da un militare russo ora in pensione. L'accusa rimane quella di parricidio, la differenza sembra essere che le testimonianze non sono semplicemente guidate dall'assunto che l'imputato sia colpevole a prescindere, ma dalla paura di una misteriosa organizzazione che avrebbe un interesse nella vicenda.
La parte di Henry Fonda è qui sostenuta da Sergei Makovetsky, mentre il suo antagonista, che per Lumet era Lee J.Cobb, è qui Sergey Garmash. Un colpo di scena nel finale viene riservato per il presidente della giuria, interpretato dallo stesso Mikhalkov. Bravissimi comunque tutti e dodici i giurati, che danno vita alla complicata discussione sul destino dell'imputato.
Stardust
L'unica spiegazione ragionevole al fatto che io abbia scoperto solo ora che l'omonimo romanzo fantasy di Neil Gaiman è stato trasformato in film è che qualcuno mi abbia colpito con un maleficio, quale quello usato da Lamia (Michelle Pfeiffer) su Uggiosa Sal (Melanie Hill). Il lato positivo è che, essendo passato molto tempo dalla lettura, mi sono maggiormente divertito a indovinare se le discordanze che notavo erano dovute a mancanze nella mia memoria o a variazioni di sceneggiatura.
La storia originale è piuttosto intricata, e Matthew Vaughn, sceneggiatore (*) e regista, ha tagliato e aggiustato molto sia per riuscire a stare in un paio d'ore sia per adattare i personaggi al cast. Il risultato è discontinuo e poco chiaro in alcuni passaggi, consiglio perciò di leggere prima il libro. Anche dove le differenze sono sostanziali, le informazioni aggiuntive rendono molto più comprensibile anche il film.
Sostanzialmente si narra di un ragazzotto, Tristan (Charlie Cox), che vive in un villaggetto inglese ottocentesco in cui c'è ben poco di interessante, a parte Victoria (Sienna Miller) e una curiosa muraglia che il folklore locale vuole separi il nostro mondo da un mondo di favola.
Per far colpo su Victoria, le promette in omaggio una stella cadente che i due hanno visto precipitare proprio in direzione dell'altro mondo. Quello che Tristan non sa è che nel mondo fatato le stelle sono donne, quella in particolare si chiama Yvaine (Claire Danes). Non sa altre cosette, come ad esempio che Yvaine è caduta sulla Terra per colpa del re locale (Peter O'Toole) che, essendo moribondo, deve per tradizione trovare il modo di far sì che uno solo tra i suoi figli maschi sopravviva e ne prenda il posto. O che ci sono tre sorelle streghe, tra cui la sopra citata Lamia, che ambiscono a impossessarsi del cuore di una stella.
Assistiamo dunque alla lotta per la successione tra i due principi superstiti, Secundus (Rupert Everett) e Septimus (Mark Strong); la caccia alla stella da parte di Lamia; e il percorso di crescita di Tristan che trova subito Yvaine, ma che dovrà patire non poco per tornare al suo paese e scoprire che, dopotutto, ha di meglio da fare.
Ad aiutare Tristan ci penserà sua madre, che però è asservita ad una strega, e un bizzarro pirata, il capitano Shakespeare (Robert De Niro). Lungo il suo percorso avrà anche modo di incontrare un inaffidabile mercante (Ricky Gervais), che fornisce un ulteriore variazione nello svolgimento della storia.
Il tono del racconto cinematografico è simile a quello de La storia fantastica di Rob Reiner, a parte l'inserto piratesco, che mi ha fatto pensare più ai Monty Python, vedasi ad esempio i Banditi del tempo.
*) Co-sceneggiatrice è Jane Goldman.
La storia originale è piuttosto intricata, e Matthew Vaughn, sceneggiatore (*) e regista, ha tagliato e aggiustato molto sia per riuscire a stare in un paio d'ore sia per adattare i personaggi al cast. Il risultato è discontinuo e poco chiaro in alcuni passaggi, consiglio perciò di leggere prima il libro. Anche dove le differenze sono sostanziali, le informazioni aggiuntive rendono molto più comprensibile anche il film.
Sostanzialmente si narra di un ragazzotto, Tristan (Charlie Cox), che vive in un villaggetto inglese ottocentesco in cui c'è ben poco di interessante, a parte Victoria (Sienna Miller) e una curiosa muraglia che il folklore locale vuole separi il nostro mondo da un mondo di favola.
Per far colpo su Victoria, le promette in omaggio una stella cadente che i due hanno visto precipitare proprio in direzione dell'altro mondo. Quello che Tristan non sa è che nel mondo fatato le stelle sono donne, quella in particolare si chiama Yvaine (Claire Danes). Non sa altre cosette, come ad esempio che Yvaine è caduta sulla Terra per colpa del re locale (Peter O'Toole) che, essendo moribondo, deve per tradizione trovare il modo di far sì che uno solo tra i suoi figli maschi sopravviva e ne prenda il posto. O che ci sono tre sorelle streghe, tra cui la sopra citata Lamia, che ambiscono a impossessarsi del cuore di una stella.
Assistiamo dunque alla lotta per la successione tra i due principi superstiti, Secundus (Rupert Everett) e Septimus (Mark Strong); la caccia alla stella da parte di Lamia; e il percorso di crescita di Tristan che trova subito Yvaine, ma che dovrà patire non poco per tornare al suo paese e scoprire che, dopotutto, ha di meglio da fare.
Ad aiutare Tristan ci penserà sua madre, che però è asservita ad una strega, e un bizzarro pirata, il capitano Shakespeare (Robert De Niro). Lungo il suo percorso avrà anche modo di incontrare un inaffidabile mercante (Ricky Gervais), che fornisce un ulteriore variazione nello svolgimento della storia.
Il tono del racconto cinematografico è simile a quello de La storia fantastica di Rob Reiner, a parte l'inserto piratesco, che mi ha fatto pensare più ai Monty Python, vedasi ad esempio i Banditi del tempo.
*) Co-sceneggiatrice è Jane Goldman.
Nosferatu il vampiro
La scelta di appiattire il titolo originale, Nosferatu eine Symphonie des Grauens (una sinfonia del terrore), forse aveva lo scopo di chiarire che il Nosferatu, non-morto, del titolo è proprio il Dracula di Bram Stoker. Precisazione del tutto inutile, dato che solo in tempi relativamente recenti (vedi il Dracula di Francis Ford Coppola, 1992) l'immaginario collettivo ha rispolverato il romanzo originale, che era stato messo in ombra per decenni dalla potenza visuale di questa versione cinematografica di Friedrich Wilhelm Murnau.
Magari è stato proprio il timore di vedere l'opera del fu marito ricordata in una versione alternativa a spingere la vedova Stoker ad opporsi all'idea di Albin Grau di metterlo su pellicola, prodotto dalla sua Prana Film. Dovevano essere entrambi molto cocciuti, visto che Grau decise comunque di proseguire, semplicemente indicando allo sceneggiatore, Henrik Galeen, di cambiare un po' di nomi. E infatti abbiamo che il conte non è più Dracula ma Orlok. Gli altri cambiamenti nella storia, a partire dall'incompatibilità tra sole e vampiri, assente nella versione di Stoker, sono invece propri del team Grau-Galeen-Murnau, che avevano le proprie idee da veicolare con questo racconto.
La cocciutaggine della vedova Stoker la portò invece a far causa alla Prana Film, vincendola e ottenendo un rimborso principesco per violazione dei diritti d'autore che portò al tracollo la piccola casa di produzione tedesca. Non contenta, ottenne pure che tutte le copie del film venissero distrutte. Fortunatamente qualche pizza si salvò, e così oggi possiamo vedere qualcosa di abbastanza simile alla versione originale del '22. Esistono numerose versioni di Nosferatu, ed è praticamente impossibile dire quale sia la "migliore". La prima che vidi, qualche decennio fa, durava circa un'ora e non aveva alcun accompagnamento sonoro. Questa mia ultima visione raggiunge l'ora e mezza ed è dotata di una colonna sonora basata, per quanto possibile, sugli spartiti originali di Hans Erdmann.
La storia viene narrata seguendo prevalentemente il punto di vista di Hutter (Gustav von Wangenheim), un giovanottone non troppo brillante, sposato alla molto sensibile Ellen (Greta Schröder). Lavora per l'inquietante immobiliarista Knock (Alexander Granach, che poi sarà uno dei tre commissari russi a Parigi a fianco di Ninotchka), al quale i furbetti del quartierino gli farebbero un baffo. Costui ha infatti uno scambio epistolare con il conte Orlok (Max Schreck, nome vero, nonostante che in italiano suoni come Massimo Spavento) e questi gli ha appena comunicato, usando una lingua arcana, che intende trasferirsi dal suo castello in Transilvania alle sue parti (Wisborg, località inesistente nel nord della Germania). Hutter viene incaricato di andare dal cliente per sottoporgli alcuni possibili acquisti.
Nonostante l'apprensione di Ellen, Hutter parte felice per il lungo viaggio. Riderà pure delle perplessità dei paesani vicine del conte. Meno giulivo sarà quando giungerà al suo castello e avrà modo di passare qualche tempo in sua compagnia.
Orlok si pasce di Hutter, anche se non riesce a completare il suo fiero pasto a causa dell'intromissione di Ellen, che in qualche modo riesce a stabilire un contatto psichico col vampiro e allontanarlo dalla sua vittima.
La mezza sconfitta non distoglie Orlok dai suoi piani. Abbandona il suo castello e, portandosi in una mezza dozzine di bare un po' di terra maledetta, contaminata, e piena di topi, si mette in viaggio verso la sua nuova residenza. Approfitta dell'occasione anche per diffondere un morbo lungo il suo passaggio e succhiarsi l'intero equipaggio della nave su cui viene trasportato.
Nel frattempo, a Wisborg Knock non regge alla tensione che gli causa l'avvicinarsi del Maestro, e dà fuori di matto. Anche Ellen patisce per lo stesso motivo, pur essendo, diversamente da Knock, combattuta tra repulsione ed attrazione per "l'uccello della morte".
Hutter recupera a malapena le forze e riesce a giungere a Wisborg assieme al conte. E qui si scatena la battaglia finale attorno ad Ellen, alla quale parteciperebbe pure un uomo di scienza, quello che nell'originale stokeriano sarebbe Van Helsing, se non che il suo contributo risulterà essere del tutto trascurabile.
Nonostante trucco e effetti speciali molto datati, Orlok è estremamente impressionante. In effetti la scena più paurosa è quella dove non si vede nemmeno il personaggio, ma solo la sua ombra, sgraziata e distorta, che avanza nella notte verso la sua vittima.
Le differenze con il racconto originale sono sostanziali, riducendo la struttura all'osso ma dandole contemporaneamente una complessità maggiore, e usando i temi gotici trattati da Stoker in maniera molto personale, tra occultismo, legami paranormali e approfondimenti psicologici di notevole interesse.
Magari è stato proprio il timore di vedere l'opera del fu marito ricordata in una versione alternativa a spingere la vedova Stoker ad opporsi all'idea di Albin Grau di metterlo su pellicola, prodotto dalla sua Prana Film. Dovevano essere entrambi molto cocciuti, visto che Grau decise comunque di proseguire, semplicemente indicando allo sceneggiatore, Henrik Galeen, di cambiare un po' di nomi. E infatti abbiamo che il conte non è più Dracula ma Orlok. Gli altri cambiamenti nella storia, a partire dall'incompatibilità tra sole e vampiri, assente nella versione di Stoker, sono invece propri del team Grau-Galeen-Murnau, che avevano le proprie idee da veicolare con questo racconto.
La cocciutaggine della vedova Stoker la portò invece a far causa alla Prana Film, vincendola e ottenendo un rimborso principesco per violazione dei diritti d'autore che portò al tracollo la piccola casa di produzione tedesca. Non contenta, ottenne pure che tutte le copie del film venissero distrutte. Fortunatamente qualche pizza si salvò, e così oggi possiamo vedere qualcosa di abbastanza simile alla versione originale del '22. Esistono numerose versioni di Nosferatu, ed è praticamente impossibile dire quale sia la "migliore". La prima che vidi, qualche decennio fa, durava circa un'ora e non aveva alcun accompagnamento sonoro. Questa mia ultima visione raggiunge l'ora e mezza ed è dotata di una colonna sonora basata, per quanto possibile, sugli spartiti originali di Hans Erdmann.
La storia viene narrata seguendo prevalentemente il punto di vista di Hutter (Gustav von Wangenheim), un giovanottone non troppo brillante, sposato alla molto sensibile Ellen (Greta Schröder). Lavora per l'inquietante immobiliarista Knock (Alexander Granach, che poi sarà uno dei tre commissari russi a Parigi a fianco di Ninotchka), al quale i furbetti del quartierino gli farebbero un baffo. Costui ha infatti uno scambio epistolare con il conte Orlok (Max Schreck, nome vero, nonostante che in italiano suoni come Massimo Spavento) e questi gli ha appena comunicato, usando una lingua arcana, che intende trasferirsi dal suo castello in Transilvania alle sue parti (Wisborg, località inesistente nel nord della Germania). Hutter viene incaricato di andare dal cliente per sottoporgli alcuni possibili acquisti.
Nonostante l'apprensione di Ellen, Hutter parte felice per il lungo viaggio. Riderà pure delle perplessità dei paesani vicine del conte. Meno giulivo sarà quando giungerà al suo castello e avrà modo di passare qualche tempo in sua compagnia.
Orlok si pasce di Hutter, anche se non riesce a completare il suo fiero pasto a causa dell'intromissione di Ellen, che in qualche modo riesce a stabilire un contatto psichico col vampiro e allontanarlo dalla sua vittima.
La mezza sconfitta non distoglie Orlok dai suoi piani. Abbandona il suo castello e, portandosi in una mezza dozzine di bare un po' di terra maledetta, contaminata, e piena di topi, si mette in viaggio verso la sua nuova residenza. Approfitta dell'occasione anche per diffondere un morbo lungo il suo passaggio e succhiarsi l'intero equipaggio della nave su cui viene trasportato.
Nel frattempo, a Wisborg Knock non regge alla tensione che gli causa l'avvicinarsi del Maestro, e dà fuori di matto. Anche Ellen patisce per lo stesso motivo, pur essendo, diversamente da Knock, combattuta tra repulsione ed attrazione per "l'uccello della morte".
Hutter recupera a malapena le forze e riesce a giungere a Wisborg assieme al conte. E qui si scatena la battaglia finale attorno ad Ellen, alla quale parteciperebbe pure un uomo di scienza, quello che nell'originale stokeriano sarebbe Van Helsing, se non che il suo contributo risulterà essere del tutto trascurabile.
Nonostante trucco e effetti speciali molto datati, Orlok è estremamente impressionante. In effetti la scena più paurosa è quella dove non si vede nemmeno il personaggio, ma solo la sua ombra, sgraziata e distorta, che avanza nella notte verso la sua vittima.
Le differenze con il racconto originale sono sostanziali, riducendo la struttura all'osso ma dandole contemporaneamente una complessità maggiore, e usando i temi gotici trattati da Stoker in maniera molto personale, tra occultismo, legami paranormali e approfondimenti psicologici di notevole interesse.
The thick of it specials: Spinners and losers
Si riparte esattamente dalla fine del precedente special, il mai nominato primo ministro (che molto ricorda Tony Blair) ha dato le dimissioni, e l'indefinito partito di governo (una specie di Labor) vive una frenetica giornata per decidere chi sarà il suo successore. Il capo della fronda interna (detta dei "nutters") fa la conta dei voti e valuta chi far salire sul carro dei vincenti.
Noi seguiamo la vicenda sempre dal punto di vista del piccolo insulso ministero, retto pro-tempore da Ben Swain (Justin Edwards) che, in quanto "nutter", confida in una promozione. Tradimenti, finte e controfinte, soffiate alla stampa per gettar discredito su competitori, insulti, depressioni, si susseguono in un ora di pellicola che non lascia un minuto per tirare il fiato. Al centro delle trame c'è il solito Malcolm Tucker (Peter Capaldi) che inizialmente sembra tagliato fuori dalle danze ma riesce a manovrare fino al finale dove si scopre che manterrà il suo ruolo di spin doctor anche con il nuovo primo ministro.
A questo episodio segue una postilla, l'Opposition extra, dove in un quarto d'ora ci viene fatta vedere la stessa storia dal punto di vista dell'opposizione, seguendo in particolare il ministro-ombra dello stesso ministero (il bravo Peter Mannion), il suo staff e il suo spin doctor.
Noi seguiamo la vicenda sempre dal punto di vista del piccolo insulso ministero, retto pro-tempore da Ben Swain (Justin Edwards) che, in quanto "nutter", confida in una promozione. Tradimenti, finte e controfinte, soffiate alla stampa per gettar discredito su competitori, insulti, depressioni, si susseguono in un ora di pellicola che non lascia un minuto per tirare il fiato. Al centro delle trame c'è il solito Malcolm Tucker (Peter Capaldi) che inizialmente sembra tagliato fuori dalle danze ma riesce a manovrare fino al finale dove si scopre che manterrà il suo ruolo di spin doctor anche con il nuovo primo ministro.
A questo episodio segue una postilla, l'Opposition extra, dove in un quarto d'ora ci viene fatta vedere la stessa storia dal punto di vista dell'opposizione, seguendo in particolare il ministro-ombra dello stesso ministero (il bravo Peter Mannion), il suo staff e il suo spin doctor.
The thick of it specials: Rise of the nutters
Nonostante il successo delle prime due stagioni, una serie di problemi ha impedito la realizzazione della terza stagione in tempi ragionevoli. Così nel 2007 Armando Iannucci ha avuto l'OK della BBC per due episodi speciali da un'ora l'uno. Anche per non farsi sfuggire la ghiotta circostanza dell'uscita di scena di Tony Blair, con la presa del potere di Gordon Brown.
Realtà che viene mimata dagli accadimenti di questo episodio, dove i "nutters" del titolo sono i sostenitori della fronda interna al partito al governo (non espressamente citato, ma è evidentemente il Labour). Non so bene da dove abbiano preso il nome gli sceneggiatori, ma ad un italiano dovrebbe venire automatica l'associazione alla congiura dei Pazzi contro Lorenzo il Magnifico.
Al centro dell'azione c'è sempre lo stesso ministero inesistente e marginale, che però manca del ministro Hugh Abbot (Chris Langham), in quanto in Australia al momento dei fatti (in realtà Langham è rimasto coinvolto in una brutta vicenda personale che lo ha costretto ad abbandonare l'attività per molti anni - evidentemente, al momento della realizzazione degli speciali, si sperava che il problema potesse essere superato). A sostituirlo viene chiamato Ben Swain (Justin Edwards) che, incredibilmente, riesce ad essere anche peggio del ministro titolare. In particolare fa una figura terribile in una intervista televisiva.
Novità della serie, seguiamo anche cosa succede dalle parti dell'opposizione, e ci vengono dati squarci sull'attività del relativo ministro-ombra. Cambiano alcuni dettagli, ma fondamentalmente si tratta anche lui di un povero disgraziato costretto a fare cose che non vuole fare dal suo spin doctor che però è meno violento e sboccato di quello governativo.
Punto chiave della storia è che l'innominato primo ministro è sul punto di dare le dimissioni e che Malcolm Tucker (Peter Capaldi) sta facendo di tutto per tirare più in là possibile la data. A un certo punto pare che il nostro piccolo ministero sia al centro di tutte le strategie, ne segue una gran battaglia in cui ne capitano di tutti i colori, con la solita dose di finte, tradimenti, e doppi giochi.
Realtà che viene mimata dagli accadimenti di questo episodio, dove i "nutters" del titolo sono i sostenitori della fronda interna al partito al governo (non espressamente citato, ma è evidentemente il Labour). Non so bene da dove abbiano preso il nome gli sceneggiatori, ma ad un italiano dovrebbe venire automatica l'associazione alla congiura dei Pazzi contro Lorenzo il Magnifico.
Al centro dell'azione c'è sempre lo stesso ministero inesistente e marginale, che però manca del ministro Hugh Abbot (Chris Langham), in quanto in Australia al momento dei fatti (in realtà Langham è rimasto coinvolto in una brutta vicenda personale che lo ha costretto ad abbandonare l'attività per molti anni - evidentemente, al momento della realizzazione degli speciali, si sperava che il problema potesse essere superato). A sostituirlo viene chiamato Ben Swain (Justin Edwards) che, incredibilmente, riesce ad essere anche peggio del ministro titolare. In particolare fa una figura terribile in una intervista televisiva.
Novità della serie, seguiamo anche cosa succede dalle parti dell'opposizione, e ci vengono dati squarci sull'attività del relativo ministro-ombra. Cambiano alcuni dettagli, ma fondamentalmente si tratta anche lui di un povero disgraziato costretto a fare cose che non vuole fare dal suo spin doctor che però è meno violento e sboccato di quello governativo.
Punto chiave della storia è che l'innominato primo ministro è sul punto di dare le dimissioni e che Malcolm Tucker (Peter Capaldi) sta facendo di tutto per tirare più in là possibile la data. A un certo punto pare che il nostro piccolo ministero sia al centro di tutte le strategie, ne segue una gran battaglia in cui ne capitano di tutti i colori, con la solita dose di finte, tradimenti, e doppi giochi.
Suxbad: Tre menti sopra il pelo
Judd Apatow appare solo come produttore, ma è il nome che bisogna tener presente per identificare rapidamente il tipo di umorismo che permea questa commedia giovanilistica. Piuttosto maschilista, decisamente sboccato, scorretto ma anche molto divertente. Almeno per chi ne riesca ad accettarne la apparente ruvidezza. Ma conviene non lasciarsi ingannare dal titolo italiano, l'originale è un semplice Superbad, la guida creativa del film non vola così basso come si potrebbe temere.
La regia è di Greg Mottola, che qualche anno dopo dirigerà Paul, della premiata coppia Simon Pegg & Nick Frost, la sceneggiatura è di un'altra coppia di amici nel mondo del cinema, Seth Rogen & Evan Goldberg. Il primo si è anche ritagliato un ruolo secondario nella storia.
La storia è incentrata su una coppia di amici piuttosto sfigatelli Evan e Seth (Michael Cera e Jonah Hill - che caso, i personaggi hanno i nomi degli sceneggiatori) che stanno per finire le superiori e iniziare la loro carriera universitaria. In realtà ci sarebbe un terzo elemento della combriccola, Fogell (Christopher Mintz-Plasse) ma costui è così sfigato che persino loro se ne vergognano.
L'azione può avere inizio grazie al fatto che la bella Jules (la debuttante Emma Stone) invita a una di quelle dirompenti feste minorili Seth, che si offre di comprare i necessari alcolici. Necessari e irraggiungibili, visto che sono minorenni.
Fortuna (?) vuole che Fogell riesca a farsi fare una patente falsa. Purtroppo Fogell decide di assumere l'assurdo nome di McLovin (niente nome di battesimo, solo McLovin) e dichiarare una assolutamente improbabile età di 25 anni, seguendo il ragionamento che se avesse dichiarato il minimo necessario (21 anni) avrebbe dato troppo nell'occhio.
Da qui, seguono una serie di incredibili accadimenti con Seth & Evan che conoscono un piccolo delinquente (Joe Lo Truglio) che li porterà ad una malfamatissima festa, mentre Fogell farà amicizia con un paio di bizzarri agenti (Bill Hader e Seth Rogen) che lo trascineranno in giro per la città.
Bello il finale, in cui Seth e Evan riescono a far evolvere la loro amicizia, e persino (forse) a trovarsi ognuno una fidanzata.
La regia è di Greg Mottola, che qualche anno dopo dirigerà Paul, della premiata coppia Simon Pegg & Nick Frost, la sceneggiatura è di un'altra coppia di amici nel mondo del cinema, Seth Rogen & Evan Goldberg. Il primo si è anche ritagliato un ruolo secondario nella storia.
La storia è incentrata su una coppia di amici piuttosto sfigatelli Evan e Seth (Michael Cera e Jonah Hill - che caso, i personaggi hanno i nomi degli sceneggiatori) che stanno per finire le superiori e iniziare la loro carriera universitaria. In realtà ci sarebbe un terzo elemento della combriccola, Fogell (Christopher Mintz-Plasse) ma costui è così sfigato che persino loro se ne vergognano.
L'azione può avere inizio grazie al fatto che la bella Jules (la debuttante Emma Stone) invita a una di quelle dirompenti feste minorili Seth, che si offre di comprare i necessari alcolici. Necessari e irraggiungibili, visto che sono minorenni.
Fortuna (?) vuole che Fogell riesca a farsi fare una patente falsa. Purtroppo Fogell decide di assumere l'assurdo nome di McLovin (niente nome di battesimo, solo McLovin) e dichiarare una assolutamente improbabile età di 25 anni, seguendo il ragionamento che se avesse dichiarato il minimo necessario (21 anni) avrebbe dato troppo nell'occhio.
Da qui, seguono una serie di incredibili accadimenti con Seth & Evan che conoscono un piccolo delinquente (Joe Lo Truglio) che li porterà ad una malfamatissima festa, mentre Fogell farà amicizia con un paio di bizzarri agenti (Bill Hader e Seth Rogen) che lo trascineranno in giro per la città.
Bello il finale, in cui Seth e Evan riescono a far evolvere la loro amicizia, e persino (forse) a trovarsi ognuno una fidanzata.
Charlie viene prima di tuo marito - Tutte pazze per Charlie
I distributori italiani pensavano di farlo uscire al cinema col primo titolo (Charlie prima ...), poi devono avere avuto un inaspettato soprassalto di buon gusto, o forse è stata solo la fortuna che ha risparmiato allo spettatore disattento il rischio di sprecare il tempo e qualche euro con questa pellicola. Ormai il doppiaggio lo avevano fatto, e sembrava brutto buttare via il tutto. Hanno cambiato il titolo, evidentemente per strizzare l'occhio a Tutti pazzi per Mary, e ne hanno fatto un DVD. In televisione, però, potreste trovarlo col titolo cinematografico. Per essere sicuri di evitarlo, conviene tenere a mente anche il titolo originale, Good luck Chuck.
L'idea al cuore della sceneggiatura è una versione romanzata delle disgrazie amorose di Steve Glenn, un tizio che fa case prefabbricate (in versione eco-sostenibile e modaiola, e in California) che conosce gente di Hollywood. Gli capitò di parlarne ad un produttore cinematografico di troppo, e da qui, complice la scarsità di idee che aleggia da quelle parti, a pensare di farne un film il passo è stato breve. Non è neanche una cattiva storia, anche se tendente al paranoico. Lui esce con donne, con nessuna delle quali riesce ad avere una relazione a lungo termine, ma queste, come rompono con lui, trovano immediatamente in un altro l'amore della loro vita.
Il problema è che questo canovaccio è stato passato a Josh Stolberg che, evidentemente, ha un immaginario non molto maturo. Per dirla tutta, al confronto i Farrelly (giustamente citati nel secondo titolo italiano) sono dei raffinati geni. Per ridurre al minimo le possibilità che ne uscisse qualcosa di accettabile si è preso come regista Mark Helfrich, un bravo montatore che mai aveva diretto alcunché.
I protagonisti sono Dane Cook e Jessica Alba, che hanno meritato una candidatura ai Razzie per la loro interpretazione poco esaltante.
L'idea al cuore della sceneggiatura è una versione romanzata delle disgrazie amorose di Steve Glenn, un tizio che fa case prefabbricate (in versione eco-sostenibile e modaiola, e in California) che conosce gente di Hollywood. Gli capitò di parlarne ad un produttore cinematografico di troppo, e da qui, complice la scarsità di idee che aleggia da quelle parti, a pensare di farne un film il passo è stato breve. Non è neanche una cattiva storia, anche se tendente al paranoico. Lui esce con donne, con nessuna delle quali riesce ad avere una relazione a lungo termine, ma queste, come rompono con lui, trovano immediatamente in un altro l'amore della loro vita.
Il problema è che questo canovaccio è stato passato a Josh Stolberg che, evidentemente, ha un immaginario non molto maturo. Per dirla tutta, al confronto i Farrelly (giustamente citati nel secondo titolo italiano) sono dei raffinati geni. Per ridurre al minimo le possibilità che ne uscisse qualcosa di accettabile si è preso come regista Mark Helfrich, un bravo montatore che mai aveva diretto alcunché.
I protagonisti sono Dane Cook e Jessica Alba, che hanno meritato una candidatura ai Razzie per la loro interpretazione poco esaltante.
Alla scoperta di Charlie
Titolo segnalatomi tempo fa da un mio amico, e visto proprio ora, a ridosso di Nebraska con cui ha molto in comune. Ho trovato spiegazione all'aria di famiglia leggendo nei titoli di coda il nome di Alexander Payne, che lo ha prodotto. E' il primo (e al momento unico) film di Mike Cahill, da non confondere con l'omonimo regista di Another Earth.
L'io narrante è Miranda (Evan Rachel Wood), ragazzina californiana che si è dovuta trovare il modo di sopravvivere alla scomparsa della sua famiglia. Prima la madre ha salutato e se ne è andata, poi il padre, Charlie (Michael Douglas), è andato completamente fuori di testa e si è fatto un soggiorno di un paio di anni in clinica. L'azione parte con lei che va a riprendersi il padre. Ha quasi diciassette anni, ed è riuscita a vivere da sola nella sua casa di famiglia contando sul poco interesse della burocrazia, a cui basta un pezzo di carta per completare la pratica per essere felice, e sulla facilità di trovare un lavoro negli USA, se ci si accontenta di uno stipendio ridicolo.
Non che la clinica abbia fatto benissimo a Charlie, pur non sapendo cosa abbia fatto per essere internato, lo vediamo agire in modo piuttosto sconnesso dalla realtà. Un po' come in Nebraska, però, l'uomo ha un piano. Un piano alquanto bizzarro, invero, ma almeno è un piano. Grazie alla biblioteca dell'ospedale e un accesso ad internet, pensa di aver risolto il mistero della sparizione di una spedizione spagnola ai tempi dell'El Dorado, e ora crede di poter ritrovare la cassa d'oro che i conquistadores si portavano dietro per le piccole spese.
Come in Nebraska, scopriremo che anche Charlie non ha un interesse personale per il tesoro, lo vede più che altro come un mezzo di riscatto da una vita di fallimenti (che Miranda, quando lui gliene combina una più grossa del solito, gli rinfaccia senza nessun filtro), e come opportunità da lasciare a sua figlia, sperando che lei la sappia sfruttare.
Al contrario di Nebraska, Cahill non vuole allontanare lo spettatore, anzi, cerca di rendere appetibile la storia usando i toni leggeri della commedia - un po' mi ha ricordato la mano di Terry Zwigoff, vedi ad esempio Babbo Bastardo - ma, sarà anche colpa della poca esperienza, nonostante i due ottimi protagonisti si percepiscono alcuni sbandamenti nello svolgimento della vicenda.
P.S.: Chissà perché mai la nostra distribuzione, unica la mondo, ha cambiato così radicalmente il titolo che in originale è King of California.
L'io narrante è Miranda (Evan Rachel Wood), ragazzina californiana che si è dovuta trovare il modo di sopravvivere alla scomparsa della sua famiglia. Prima la madre ha salutato e se ne è andata, poi il padre, Charlie (Michael Douglas), è andato completamente fuori di testa e si è fatto un soggiorno di un paio di anni in clinica. L'azione parte con lei che va a riprendersi il padre. Ha quasi diciassette anni, ed è riuscita a vivere da sola nella sua casa di famiglia contando sul poco interesse della burocrazia, a cui basta un pezzo di carta per completare la pratica per essere felice, e sulla facilità di trovare un lavoro negli USA, se ci si accontenta di uno stipendio ridicolo.
Non che la clinica abbia fatto benissimo a Charlie, pur non sapendo cosa abbia fatto per essere internato, lo vediamo agire in modo piuttosto sconnesso dalla realtà. Un po' come in Nebraska, però, l'uomo ha un piano. Un piano alquanto bizzarro, invero, ma almeno è un piano. Grazie alla biblioteca dell'ospedale e un accesso ad internet, pensa di aver risolto il mistero della sparizione di una spedizione spagnola ai tempi dell'El Dorado, e ora crede di poter ritrovare la cassa d'oro che i conquistadores si portavano dietro per le piccole spese.
Come in Nebraska, scopriremo che anche Charlie non ha un interesse personale per il tesoro, lo vede più che altro come un mezzo di riscatto da una vita di fallimenti (che Miranda, quando lui gliene combina una più grossa del solito, gli rinfaccia senza nessun filtro), e come opportunità da lasciare a sua figlia, sperando che lei la sappia sfruttare.
Al contrario di Nebraska, Cahill non vuole allontanare lo spettatore, anzi, cerca di rendere appetibile la storia usando i toni leggeri della commedia - un po' mi ha ricordato la mano di Terry Zwigoff, vedi ad esempio Babbo Bastardo - ma, sarà anche colpa della poca esperienza, nonostante i due ottimi protagonisti si percepiscono alcuni sbandamenti nello svolgimento della vicenda.
P.S.: Chissà perché mai la nostra distribuzione, unica la mondo, ha cambiato così radicalmente il titolo che in originale è King of California.
La bussola d'oro
Notevole l'universo fantastico che viene narrato, basato sul romanzo per ragazzi omonimo di Philip Pullman, primo episodio della trilogia Queste oscure materie. Belli i costumi, le scenografie, gli effetti speciali usati per descrivere un mondo alternativo al nostro, simile al nostro ottocento ma con varianti non trascurabili, a partire dagli orsi bianchi corazzati e parlanti che popolano il Nord della loro Europa. Piacevole la colonna sonora, affidata a Alexandre Desplat, che può contare anche su una canzone appositamente scritta e interpretata da Kate Bush, che apre i titoli di coda.
Si narrano le avventure di Lyra (Dakota Blue Richards), una nobile orfanella (ma forse no) affidata alle cure di una specie di università inglese di gran prestigio mentre quello che lei chiama zio, Lord Asriel (Daniel Craig), gira per il mondo alla ricerca di prove dell'esistenza di una curiosa polvere che sembra minare il dettato di una Chiesa molto dogmatica, il Magisterium, che domina sulla società.
Lyra sembrerebbe essere al centro di una misteriosa profezia, motivo per cui le viene assegnata la bussola del titolo, che permette a pochi eletti (tra cui si scopre essere la protagonista) di avere risposte corrette ad apparentemente ogni tipo di domanda. O almeno quelle che si riescono a porre al macchinario che è dotato di una interfaccia ben poco amichevole.
Questo, e il suo legame con Lord Asriel, la rendono invisa al Magisterium, che cerca, tramite Marisa Coulter (Nicole Kidman), di tenerla sotto controllo. Ma le cose sono molto più complicate di come le sto dipingendo, anche perché la nostra percezione della relazione tra Coulter, Asriel e Lyra cambia nel corso dello svolgimento dell'azione.
Il problema fondamentale è che la produzione ha preso il lavoro di Chris Weitz (sceneggiatura e regia), che effettivamente era lunghetto (sulle tre ore), e ne ha tagliato via un terzo, senza andare molto per il sottile, rimontando il materiale, introducendo (pare) anche nuove sequenze, come quella in cui appare Christopher Lee, che non sembra avere alcun senso se non quello di creare un legame con Il signore degli anelli, e tagliando brutalmente il finale. Tutto questo lavorio non è che abbia giovato alla fluidità del racconto.
Nonostante questo harakiri in post-produzione, il film è andato abbastanza bene a livello planetario, e non si capirebbe dunque come mai non gli sia stato dato un seguito, se non si facesse caso al fatto che negli USA l'incasso sia stato drammaticamente inferiore alle attese.
Sembra che la spiegazione stia nel fatto che la storia non piacesse molto, anzi non piacesse per niente, a certi ambienti cristiano-conservatori che sono molto forti oltre oceano. Il lavoro di rimontaggio avrebbe dunque avuto lo scopo di annacquare la critica verso una religione puramente dogmatica contrapposta ad un pensiero aperto alla critica. L'avvicinamento a Il signore degli anelli era stato forse pensato per spostare maggiormente il racconto nel territorio della fantasy pura. Non è però bastato a tranquillizzare i critici, e le pressioni sono continuate anche in fase di distribuzione della pellicola, contribuendo allo scarso risultato ai botteghini americani.
Si narrano le avventure di Lyra (Dakota Blue Richards), una nobile orfanella (ma forse no) affidata alle cure di una specie di università inglese di gran prestigio mentre quello che lei chiama zio, Lord Asriel (Daniel Craig), gira per il mondo alla ricerca di prove dell'esistenza di una curiosa polvere che sembra minare il dettato di una Chiesa molto dogmatica, il Magisterium, che domina sulla società.
Lyra sembrerebbe essere al centro di una misteriosa profezia, motivo per cui le viene assegnata la bussola del titolo, che permette a pochi eletti (tra cui si scopre essere la protagonista) di avere risposte corrette ad apparentemente ogni tipo di domanda. O almeno quelle che si riescono a porre al macchinario che è dotato di una interfaccia ben poco amichevole.
Questo, e il suo legame con Lord Asriel, la rendono invisa al Magisterium, che cerca, tramite Marisa Coulter (Nicole Kidman), di tenerla sotto controllo. Ma le cose sono molto più complicate di come le sto dipingendo, anche perché la nostra percezione della relazione tra Coulter, Asriel e Lyra cambia nel corso dello svolgimento dell'azione.
Il problema fondamentale è che la produzione ha preso il lavoro di Chris Weitz (sceneggiatura e regia), che effettivamente era lunghetto (sulle tre ore), e ne ha tagliato via un terzo, senza andare molto per il sottile, rimontando il materiale, introducendo (pare) anche nuove sequenze, come quella in cui appare Christopher Lee, che non sembra avere alcun senso se non quello di creare un legame con Il signore degli anelli, e tagliando brutalmente il finale. Tutto questo lavorio non è che abbia giovato alla fluidità del racconto.
Nonostante questo harakiri in post-produzione, il film è andato abbastanza bene a livello planetario, e non si capirebbe dunque come mai non gli sia stato dato un seguito, se non si facesse caso al fatto che negli USA l'incasso sia stato drammaticamente inferiore alle attese.
Sembra che la spiegazione stia nel fatto che la storia non piacesse molto, anzi non piacesse per niente, a certi ambienti cristiano-conservatori che sono molto forti oltre oceano. Il lavoro di rimontaggio avrebbe dunque avuto lo scopo di annacquare la critica verso una religione puramente dogmatica contrapposta ad un pensiero aperto alla critica. L'avvicinamento a Il signore degli anelli era stato forse pensato per spostare maggiormente il racconto nel territorio della fantasy pura. Non è però bastato a tranquillizzare i critici, e le pressioni sono continuate anche in fase di distribuzione della pellicola, contribuendo allo scarso risultato ai botteghini americani.
La giusta distanza
Raccontata come se fosse la storia della formazione al giornalismo di Giovanni (Giovanni Capovilla, esordiente), mi è parso piuttosto un affresco sulla periferia padana narrato da uno (Carlo Mazzacurati, regista e co-sceneggiatore) che sa bene di cosa si sta parlando.
Quasi tutta l'azione (o meglio, la sua quasi assenza) si svolge in un microscopico paesino veneto dove tutto sembra immobile e immutabile. "Qui una volta era tutta campagna", dice Franco (Natalino Balasso) a Giovanni, in una stradicciola tra campi e canali, dove nulla è cambiato da tempo immemorabile. Anche se basta prendere la macchina per incontrare la modernità periferica, fatta di prefabbricati e grandi distributori automatici di benzina che fanno anche da supermercati del sesso.
Poco accade, e poco ci si può aspettare che accada. C'è un serial killer, però è specializzato in cani. Il tabaccaio (Giuseppe Battiston) che ha scoperto il modo per arricchirsi grazie al riscaldamento globale, ma non ha idea di come spendere quei soldi, e finisce per sposare una rumena grazie ad un apposito servizio su internet. C'è il mago locale (Dario Cantarelli), che ha una grande notorietà grazie ai suoi amuleti, o forse piuttosto grazie al gran vuoto culturale che niente e nessuno sembra voler colmare. Ci sono pure tanti stranieri, diventati indispensabili ma più tollerati che accettati.
A smuovere le acque arriva Mara (Valentina Lodovini, al suo primo ruolo importante), giovane donna inquieta che insegna alle elementari in attesa di partire per il Brasile per una cooperazione internazionale. Giovanni, un po' come tutti, si prende una cottarella per lei, mentre cerca di scrivere per il Resto del Carlino entrando in contatto con un giornalista locale (Fabrizio Bentivoglio, pochi minuti che riesce comunque a sfruttare bene per dare spessore al suo personaggio).
Ci scapperà il morto, ma lo spettatore non si aspetti un film d'azione, la parte investigativa viene risolta frettolosamente, senza grandi approfondimenti. Ed è proprio questo sbilanciamento della struttura della sceneggiatura (a cui hanno collaborato Doriana Leondeff, Marco Pettenello e Claudio Piersanti) che non mi ha completamente convinto. La storia di Giovanni finisce per essere poco interessante sia perché manca lo sviluppo (OK, il giovane giornalista scopre che l'insegnamento del vecchio maestro, tenere la giusta distanza tra narrazione e narratore, non è che vada preso come oro colato, ma poi che succede?) sia perché il giovane attore non mi pare capace di reggere il ruolo.
Lussuosa la colonna sonora, affidata ai Tin hat.
Quasi tutta l'azione (o meglio, la sua quasi assenza) si svolge in un microscopico paesino veneto dove tutto sembra immobile e immutabile. "Qui una volta era tutta campagna", dice Franco (Natalino Balasso) a Giovanni, in una stradicciola tra campi e canali, dove nulla è cambiato da tempo immemorabile. Anche se basta prendere la macchina per incontrare la modernità periferica, fatta di prefabbricati e grandi distributori automatici di benzina che fanno anche da supermercati del sesso.
Poco accade, e poco ci si può aspettare che accada. C'è un serial killer, però è specializzato in cani. Il tabaccaio (Giuseppe Battiston) che ha scoperto il modo per arricchirsi grazie al riscaldamento globale, ma non ha idea di come spendere quei soldi, e finisce per sposare una rumena grazie ad un apposito servizio su internet. C'è il mago locale (Dario Cantarelli), che ha una grande notorietà grazie ai suoi amuleti, o forse piuttosto grazie al gran vuoto culturale che niente e nessuno sembra voler colmare. Ci sono pure tanti stranieri, diventati indispensabili ma più tollerati che accettati.
A smuovere le acque arriva Mara (Valentina Lodovini, al suo primo ruolo importante), giovane donna inquieta che insegna alle elementari in attesa di partire per il Brasile per una cooperazione internazionale. Giovanni, un po' come tutti, si prende una cottarella per lei, mentre cerca di scrivere per il Resto del Carlino entrando in contatto con un giornalista locale (Fabrizio Bentivoglio, pochi minuti che riesce comunque a sfruttare bene per dare spessore al suo personaggio).
Ci scapperà il morto, ma lo spettatore non si aspetti un film d'azione, la parte investigativa viene risolta frettolosamente, senza grandi approfondimenti. Ed è proprio questo sbilanciamento della struttura della sceneggiatura (a cui hanno collaborato Doriana Leondeff, Marco Pettenello e Claudio Piersanti) che non mi ha completamente convinto. La storia di Giovanni finisce per essere poco interessante sia perché manca lo sviluppo (OK, il giovane giornalista scopre che l'insegnamento del vecchio maestro, tenere la giusta distanza tra narrazione e narratore, non è che vada preso come oro colato, ma poi che succede?) sia perché il giovane attore non mi pare capace di reggere il ruolo.
Lussuosa la colonna sonora, affidata ai Tin hat.
Doctor Who - Stagione 3 / Finale
Finale di stagione con un giga episodio in ben tre parti che però non è che mi abbia entusiasmato. Si chiudono alcuni fili che erano rimasti pendenti, Martha (Freema Agyeman), la compagna di viaggio del decimo Dottore (David Tennant) di questa stagione perde definitivamente la pazienza e decide di chiudere qua la sua avventura (ma prima, incidentalmente, salva il mondo, se non addirittura la galassia), riappare il Capitano Jack Harkness (John Barrowman) che aiuta anche a rafforzare il legame tra questa serie e lo spin-off Torchwood, si compie la profezia della Faccia di Boe, e altre cosettine.
Utopia
Il trattamento a cui Rose (Billie Piper) ai tempi in cui era ancora compagna di viaggio del nono dottore (Christopher Eccleston) ha sottoposto il Capitano, episodio finale della prima stagione Padroni dell'universo, ha avuto l'effetto di renderlo immortale, o per lo meno di creargli un complicato rapporto con la morte. Questa sua caratteristica lo rende sgradevole ai Signori del Tempo e pure al TARDIS, e dunque succede che quando il Capitano cerca di acchiappare il Dottore, dopo averlo inseguito per qualche secolo (del suo tempo, per noi sono stati solo pochi anni) causa la fuga del TARDIS ad equipaggio completo fino ai limiti del tempo (almeno secondo quella che è l'idea degli sceneggiatori del Doctor Who, in particolare Russell T. Davies).
Curiosamente, anche qui esistono umani, e stanno cercando di abbandonare il corrente pianeta, condiviso con una razza poco socievole, i Futurekind (che sembrano una devoluzione degli umani), in uno scenario che ricorda quello di Mad Max. A guidare l'improbabile migrazione (si presume che l'universo stia tendendo alla morte tiepida dovuta al tendere a zero dell'entropia) c'è il professor Yana (Derek Jacobi), un benevolo scienziato con tracce di follia che sembrano poco pericolose, assistito da una simpatica insettona umanoide (Chipo Chung) caratterizzata da un buffo modo di parlare.
Il professore, però, avrebbe dovuto ricordare al Dottore le ultime parole della Faccia di Boe, episodio L'ingorgo, "You are not alone", di cui il suo nome, YANA, è l'acronimo. E infatti, usando il medesimo trucco che il Dottore aveva sperimentato nell'episodio doppio Natura umana, un suo temibile compare, il Maestro (in originale Master, che è forse meglio traducibile come Padrone) si è nascosto nel professor Yana per lunghissimi anni.
The sound of drums - Il suono dei tamburi
Per tutta la serie si è accennato ad un tal Saxon che stava facendo carriera politica, scopriamo qui che costui non era altri che il Maestro (John Simm) che è andato definitivamente fuori di testa e che ha congegnato un diabolico piano per impadronirsi prima del Regno Unito, poi del mondo, e infine dell'universo. Dottore, Martha e Capitano sono troppo in ritardo per impedirgli il primo passo, cercano di impedire il secondo, ma falliscono brutalmente. Il Maestro, spalleggiato da misteriosi esseri che lui chiama Toclafane (ma il Dottore contesta il nome, dichiarando che è inventato di sana pianta), ammazza il presidente degli USA, un decimo della popolazione mondiale, e il Capitano (ma tanto quello torna in vita di continuo). Il Dottore viene invecchiato di un centinaio d'anni, e ridotto in prigionia, in attesa di decidere cosa farne. Scampa solo Martha.
Last of the Time Lords - L'ultimo signore del tempo
Quasi come in un film sulla resistenza nella seconda guerra mondiale, Martha lavora nell'ombra per organizzare il riscatto, colpi di scena e controcolpi di scena, per arrivare al finale, con la resa dei conti tra il Maestro e il Dottore, che nel frattempo ha subito un secondo feroce invecchiamento che l'ha reso simile a Gollum del Signore degli Anelli.
Numerosi, fin troppi per il mio gusto, temi e spunti presentati. E' un po' il limite dei finali di stagione del Doctor Who. Questo continuo puntare a situazioni sempre più ingarbugliate mi pare eccessivo.
Sono comunque interessanti gli scorci di vita passata del Dottore, presentati per spiegare il personaggio del Maestro, considerando quanto lui sia normalmente restio a parlare del suo bel tempo andato. Da cui scopriamo, fra l'altro, che anche i Signori del Tempo non è che vivessero in una società perfetta, nonostante tutto il loro evolversi.
Utopia
Il trattamento a cui Rose (Billie Piper) ai tempi in cui era ancora compagna di viaggio del nono dottore (Christopher Eccleston) ha sottoposto il Capitano, episodio finale della prima stagione Padroni dell'universo, ha avuto l'effetto di renderlo immortale, o per lo meno di creargli un complicato rapporto con la morte. Questa sua caratteristica lo rende sgradevole ai Signori del Tempo e pure al TARDIS, e dunque succede che quando il Capitano cerca di acchiappare il Dottore, dopo averlo inseguito per qualche secolo (del suo tempo, per noi sono stati solo pochi anni) causa la fuga del TARDIS ad equipaggio completo fino ai limiti del tempo (almeno secondo quella che è l'idea degli sceneggiatori del Doctor Who, in particolare Russell T. Davies).
Curiosamente, anche qui esistono umani, e stanno cercando di abbandonare il corrente pianeta, condiviso con una razza poco socievole, i Futurekind (che sembrano una devoluzione degli umani), in uno scenario che ricorda quello di Mad Max. A guidare l'improbabile migrazione (si presume che l'universo stia tendendo alla morte tiepida dovuta al tendere a zero dell'entropia) c'è il professor Yana (Derek Jacobi), un benevolo scienziato con tracce di follia che sembrano poco pericolose, assistito da una simpatica insettona umanoide (Chipo Chung) caratterizzata da un buffo modo di parlare.
Il professore, però, avrebbe dovuto ricordare al Dottore le ultime parole della Faccia di Boe, episodio L'ingorgo, "You are not alone", di cui il suo nome, YANA, è l'acronimo. E infatti, usando il medesimo trucco che il Dottore aveva sperimentato nell'episodio doppio Natura umana, un suo temibile compare, il Maestro (in originale Master, che è forse meglio traducibile come Padrone) si è nascosto nel professor Yana per lunghissimi anni.
The sound of drums - Il suono dei tamburi
Per tutta la serie si è accennato ad un tal Saxon che stava facendo carriera politica, scopriamo qui che costui non era altri che il Maestro (John Simm) che è andato definitivamente fuori di testa e che ha congegnato un diabolico piano per impadronirsi prima del Regno Unito, poi del mondo, e infine dell'universo. Dottore, Martha e Capitano sono troppo in ritardo per impedirgli il primo passo, cercano di impedire il secondo, ma falliscono brutalmente. Il Maestro, spalleggiato da misteriosi esseri che lui chiama Toclafane (ma il Dottore contesta il nome, dichiarando che è inventato di sana pianta), ammazza il presidente degli USA, un decimo della popolazione mondiale, e il Capitano (ma tanto quello torna in vita di continuo). Il Dottore viene invecchiato di un centinaio d'anni, e ridotto in prigionia, in attesa di decidere cosa farne. Scampa solo Martha.
Last of the Time Lords - L'ultimo signore del tempo
Quasi come in un film sulla resistenza nella seconda guerra mondiale, Martha lavora nell'ombra per organizzare il riscatto, colpi di scena e controcolpi di scena, per arrivare al finale, con la resa dei conti tra il Maestro e il Dottore, che nel frattempo ha subito un secondo feroce invecchiamento che l'ha reso simile a Gollum del Signore degli Anelli.
Numerosi, fin troppi per il mio gusto, temi e spunti presentati. E' un po' il limite dei finali di stagione del Doctor Who. Questo continuo puntare a situazioni sempre più ingarbugliate mi pare eccessivo.
Sono comunque interessanti gli scorci di vita passata del Dottore, presentati per spiegare il personaggio del Maestro, considerando quanto lui sia normalmente restio a parlare del suo bel tempo andato. Da cui scopriamo, fra l'altro, che anche i Signori del Tempo non è che vivessero in una società perfetta, nonostante tutto il loro evolversi.
Glory to the filmmaker!
Se qualcuno pensasse che questo film sia discontinuo, confuso, a tratti semplicemente brutto, non mi sentirei di dargli torto. La sua importanza credo stia nell'aver contribuito ad evitare il suicidio di un importante uomo di cinema, Takeshi Kitano, in attesa che si decida a produrre il capolavoro della sua vita (supponendo non l'abbia già fatto).
Credo di aver capito dalla lettura di un trafiletto sul New York Times (purtroppo non ho trovato niente di attinente sulLa Prealpina) che Kitano avrebbe descritto questo film come parte di un tentativo di distruggere creativamente la sua carriera cinematografica. Ha dedicato una intera trilogia allo scopo (il precedente Takeshis' e il successivo Achille e la tartaruga) senza per fortuna riuscire nello scopo, grazie soprattutto all'Europa (cfr. il finale di Hollywood ending di Woody Allen), e adesso sembra aver superato la fase critica, buttandosi in un'altra trilogia (Outrage, Outrage Beyond, e l'atteso capitolo finale) in cui torna a fare quello che è più nelle sue corde.
Nel caso specifico, il film inizia come una specie di rilettura di 8½, dove il dualismo tra regista reale e personaggio che lo rappresenta non è tra Federico Fellini e Guido Anselmi (a sua volta interpretato da Marcello Mastroianni), ma tra Takeshi Kitano e un regista di cui non sappiamo bene il nome, interpretato da Beat Takeshi (che è sempre Kitano). Il doppio Takeshi si sdoppia ancora, e sullo schermo quando Beat è in difficoltà si fa sostituire da un pupazzone vagamente somigliante.
Abbiamo dunque un regista che vorrebbe fare un film, invece di traccheggiare come Fellini, e di navigare nel profondo, Beat decide di abbandonare gli indugi e partire deciso con una serie di progetti, che si riveleranno uno più fallimentare dell'altro. Una rapida e spassosa carrellata tra diversi generi cinematografici, tutti interpretati alla Kitano, e tutti che finiscono con un gran punto di domanda e il suicidio-omicidio del pupazzone alias di Beat.
Infine il regista ha un colpo di genio, realizzare un film fantascientifico dove la grafica computerizzata spadroneggia. Un kolossal destinato a invadere gli schermi di tutto il mondo. Almeno questo in teoria. In pratica la sceneggiatura è bislacca (gli interpreti stessi a tratti si chiedono perplessi che diamine stia succedendo), gli effetti risibili, la continuità assente.
All'inizio di questo film nel film vediamo un meteorite che si sta avvicinando alla Terra (o alla simil-Terra a noi lontanissima), viene avvistata da alcuni astronomi che sembrano moderatamente preoccupati. Si apre quindi una lunga parentesi con vicende più o meno insensate di personaggi bislacchi che vengono chiuse con l'arrivo del meteorite che distrugge il pianeta, e dà una fine anche alle vicende dei film possibili che erano stati accennati all'inizio ma abbandonati.
Dalla Terra dolente emerge il titolo del film, in puro stile Monty Python, e c'è spazio solo per i titoli di coda.
Credo di aver capito dalla lettura di un trafiletto sul New York Times (purtroppo non ho trovato niente di attinente sulLa Prealpina) che Kitano avrebbe descritto questo film come parte di un tentativo di distruggere creativamente la sua carriera cinematografica. Ha dedicato una intera trilogia allo scopo (il precedente Takeshis' e il successivo Achille e la tartaruga) senza per fortuna riuscire nello scopo, grazie soprattutto all'Europa (cfr. il finale di Hollywood ending di Woody Allen), e adesso sembra aver superato la fase critica, buttandosi in un'altra trilogia (Outrage, Outrage Beyond, e l'atteso capitolo finale) in cui torna a fare quello che è più nelle sue corde.
Nel caso specifico, il film inizia come una specie di rilettura di 8½, dove il dualismo tra regista reale e personaggio che lo rappresenta non è tra Federico Fellini e Guido Anselmi (a sua volta interpretato da Marcello Mastroianni), ma tra Takeshi Kitano e un regista di cui non sappiamo bene il nome, interpretato da Beat Takeshi (che è sempre Kitano). Il doppio Takeshi si sdoppia ancora, e sullo schermo quando Beat è in difficoltà si fa sostituire da un pupazzone vagamente somigliante.
Abbiamo dunque un regista che vorrebbe fare un film, invece di traccheggiare come Fellini, e di navigare nel profondo, Beat decide di abbandonare gli indugi e partire deciso con una serie di progetti, che si riveleranno uno più fallimentare dell'altro. Una rapida e spassosa carrellata tra diversi generi cinematografici, tutti interpretati alla Kitano, e tutti che finiscono con un gran punto di domanda e il suicidio-omicidio del pupazzone alias di Beat.
Infine il regista ha un colpo di genio, realizzare un film fantascientifico dove la grafica computerizzata spadroneggia. Un kolossal destinato a invadere gli schermi di tutto il mondo. Almeno questo in teoria. In pratica la sceneggiatura è bislacca (gli interpreti stessi a tratti si chiedono perplessi che diamine stia succedendo), gli effetti risibili, la continuità assente.
All'inizio di questo film nel film vediamo un meteorite che si sta avvicinando alla Terra (o alla simil-Terra a noi lontanissima), viene avvistata da alcuni astronomi che sembrano moderatamente preoccupati. Si apre quindi una lunga parentesi con vicende più o meno insensate di personaggi bislacchi che vengono chiuse con l'arrivo del meteorite che distrugge il pianeta, e dà una fine anche alle vicende dei film possibili che erano stati accennati all'inizio ma abbandonati.
Dalla Terra dolente emerge il titolo del film, in puro stile Monty Python, e c'è spazio solo per i titoli di coda.
Doctor Who - Stagione 3 / 3
Se una crudele serie di eventi mi costringesse a disfarmi di tutti i DVD con le avventure del Dottore che ho già visto, permettendomi di salvarne solo uno, questo sarebbe il prescelto.
Due storie che sono completamente slegate dal filo conduttore della stagione, entrambe sono infatti basate su racconti precedentemente scritti, e adattati per l'occasione. La prima (che occupa due episodi) è basata su un romanzo scritto un decennio prima da Paul Cornell e che lo stesso ha adattato alla serie corrente. La seconda porta la firma di Steven Moffat, ed era una storia breve che lo stesso aveva scritto un anno prima.
Human nature, The family of blood - Natura umana
Per gran parte del tempo, il Dottore (David Tennant) non è un Signore del Tempo, ma un umano. Braccato nello spazio e nel tempo da una famiglia di esseri incorporei, che lo vogliono assimilare per diventare immortali, escogita il folle trucchetto di mutarsi cellula per cellula in un umano, e di immagazzinare temporaneamente la sua vera essenza in un sofisticato macchinario che sembra, in tutto e per tutto, un orologio da tasca. Diventa dunque (a tutti gli effetti, ha persino un solo cuore) uno svagato professore inglese di una scuola di provincia negli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale. Peggio va a Martha (Freema Agyeman), che si trova a dover recitare la parte della servetta di colore, in un periodo in cui essere donna, non bianca, e di casta bassa non era certo una passeggiata.
L'idea del Dottore era restare in questo stato pochi mesi, attendendo la morte naturale degli strani alieni che lo pedinano, istruendo Martha su come farlo ritornare in sé (basta aprire l'orologio). Ma, ovviamente, un paio di cose vanno storte. La Famiglia è più astuta (o disperata) di quanto il Dottore pensasse, e riescono a rintracciarlo nonostante il cambio di forma. L'orologio, che era protetto da un campo di forza che mi ha fatto pensare al "non è affar mio" della Guida Galattica di Douglas Adams, non sfugge alle attenzioni di uno studente, che pare dotato di una speciale capacità di percezione. Ma, peggio di tutto, il Dottore si è dimenticato di considerare il caso in cui il professore si innamorasse, cosa che puntualmente capita.
Il professore innamorato, dunque, non crede a Martha che gli dice che lui in realtà è quell'avventuriero galattico che gli appare in sogno di tanto in tanto, e non vuole nemmeno crederci, perché questo vorrebbe dire abbandonare la sua amata crocerossina (Jessica Hynes).
Alcune sottotrame di questa storia, debitamente sviluppate, sarebbero bastate da sole a giustificare un intero episodio. La storia del ragazzetto che ruba l'orologio, ad esempio, lo vediamo sul campo di battaglia della prima guerra mondiale (episodio che mi ha fatto pensare a Espiazione, avesse incontrato anche il Dottore!) e poi, vecchissimo ad una celebrazione della fine della guerra, vedere di lontano il Dottore e Martha venuti a salutarlo un ultima volta.
Blink - Colpo d'occhio
Un po' come nell'episodio Sulle tracce del mito - Love & monsters della seconda stagione, anche qui il Dottore e la sua compagna (là era Rose/Billie Piper) appaiono quasi di sfuggita. I cattivi qui sono gli Angeli Piangenti, raccapriccianti alieni che se li guardi assumono la forma e la sostanza di una statua di pietra ma, come chiudi gli occhi o ti volti, si muovono con mortale rapidità. Scopo di costoro è scaraventare esseri viventi nel passato, usando in questo modo la loro energia vitale. Tra le loro vittime c'è anche il Dottore e Martha, che vengono separati dal TARDIS, e non possono dunque più viaggiare nel tempo. Con un curioso (e autocontraddittorio, ma meglio non approfondire) trucco, e grazie alla collaborazione di un poliziotto che subisce il loro stesso destino, i nostri viaggiatori riescono ad imbastire una bizzarra discussione a distanza nel tempo con la vera protagonista dell'episodio (niente meno che Carey Mulligan, che già era apparsa in Orgoglio e pregiudizio, dove era Kitty Bennet, ma poco altro aveva fatto).
Incredibile come la tensione venga raggiunta con effetti speciali quasi risibili, notevole lo spessore emotivo ottenuto anche grazie alla Mulligan, che con i suoi occhioni sarebbe capace di sbriciolare anche un angelo di pietra.
Due storie che sono completamente slegate dal filo conduttore della stagione, entrambe sono infatti basate su racconti precedentemente scritti, e adattati per l'occasione. La prima (che occupa due episodi) è basata su un romanzo scritto un decennio prima da Paul Cornell e che lo stesso ha adattato alla serie corrente. La seconda porta la firma di Steven Moffat, ed era una storia breve che lo stesso aveva scritto un anno prima.
Human nature, The family of blood - Natura umana
Per gran parte del tempo, il Dottore (David Tennant) non è un Signore del Tempo, ma un umano. Braccato nello spazio e nel tempo da una famiglia di esseri incorporei, che lo vogliono assimilare per diventare immortali, escogita il folle trucchetto di mutarsi cellula per cellula in un umano, e di immagazzinare temporaneamente la sua vera essenza in un sofisticato macchinario che sembra, in tutto e per tutto, un orologio da tasca. Diventa dunque (a tutti gli effetti, ha persino un solo cuore) uno svagato professore inglese di una scuola di provincia negli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale. Peggio va a Martha (Freema Agyeman), che si trova a dover recitare la parte della servetta di colore, in un periodo in cui essere donna, non bianca, e di casta bassa non era certo una passeggiata.
L'idea del Dottore era restare in questo stato pochi mesi, attendendo la morte naturale degli strani alieni che lo pedinano, istruendo Martha su come farlo ritornare in sé (basta aprire l'orologio). Ma, ovviamente, un paio di cose vanno storte. La Famiglia è più astuta (o disperata) di quanto il Dottore pensasse, e riescono a rintracciarlo nonostante il cambio di forma. L'orologio, che era protetto da un campo di forza che mi ha fatto pensare al "non è affar mio" della Guida Galattica di Douglas Adams, non sfugge alle attenzioni di uno studente, che pare dotato di una speciale capacità di percezione. Ma, peggio di tutto, il Dottore si è dimenticato di considerare il caso in cui il professore si innamorasse, cosa che puntualmente capita.
Il professore innamorato, dunque, non crede a Martha che gli dice che lui in realtà è quell'avventuriero galattico che gli appare in sogno di tanto in tanto, e non vuole nemmeno crederci, perché questo vorrebbe dire abbandonare la sua amata crocerossina (Jessica Hynes).
Alcune sottotrame di questa storia, debitamente sviluppate, sarebbero bastate da sole a giustificare un intero episodio. La storia del ragazzetto che ruba l'orologio, ad esempio, lo vediamo sul campo di battaglia della prima guerra mondiale (episodio che mi ha fatto pensare a Espiazione, avesse incontrato anche il Dottore!) e poi, vecchissimo ad una celebrazione della fine della guerra, vedere di lontano il Dottore e Martha venuti a salutarlo un ultima volta.
Blink - Colpo d'occhio
Un po' come nell'episodio Sulle tracce del mito - Love & monsters della seconda stagione, anche qui il Dottore e la sua compagna (là era Rose/Billie Piper) appaiono quasi di sfuggita. I cattivi qui sono gli Angeli Piangenti, raccapriccianti alieni che se li guardi assumono la forma e la sostanza di una statua di pietra ma, come chiudi gli occhi o ti volti, si muovono con mortale rapidità. Scopo di costoro è scaraventare esseri viventi nel passato, usando in questo modo la loro energia vitale. Tra le loro vittime c'è anche il Dottore e Martha, che vengono separati dal TARDIS, e non possono dunque più viaggiare nel tempo. Con un curioso (e autocontraddittorio, ma meglio non approfondire) trucco, e grazie alla collaborazione di un poliziotto che subisce il loro stesso destino, i nostri viaggiatori riescono ad imbastire una bizzarra discussione a distanza nel tempo con la vera protagonista dell'episodio (niente meno che Carey Mulligan, che già era apparsa in Orgoglio e pregiudizio, dove era Kitty Bennet, ma poco altro aveva fatto).
Incredibile come la tensione venga raggiunta con effetti speciali quasi risibili, notevole lo spessore emotivo ottenuto anche grazie alla Mulligan, che con i suoi occhioni sarebbe capace di sbriciolare anche un angelo di pietra.
Doctor Who - Stagione 3 / 2
Il terzo DVD della terza annata delle nuove avventure del (presunto) unico superstite della stirpe dei Signori del Tempo presenta ben quattro puntate, organizzate in un imperdibile doppio episodio in cui prosegue lo scontro con i Dalek, un buon episodio in cui emerge un nuovo avversario del Dottore (tale Saxon, nome che già s'è fatto sentire nei precedenti episodi), e un episodio adrenalinico da cui però mi sarei aspettato qualcosa di diverso, colpa del titolo, probabilmente.
Daleks in Manhattan, Evolution of the Daleks - L'evoluzione dei Daleks
Il Dottore (decima reincarnazione - David Tennant) aveva promesso a Martha (Freema Agyeman) un solo viaggio sul TARDIS, come sorta di premio per il suo contributo alla soluzione di un delicato impiccio. Concluso il viaggio ai tempi di Shakespeare, ridefinisce il senso di viaggio, includendo una puntata nella New New (new new new ...) York del futuro remoto che già conoscevamo. Ma evidentemente gli risulta difficile staccarsi da Martha, in quanto bara di nuovo, approfittando del fatto che la gentil fanciulla avrebbe voluto vedere la vera New York facciamo un salto nella Big apple degli anni '30. In piena recessione, e nelle giornate in cui si stava completando la costruzione dell'Empire State Building. Stridente quanto mai il rapporto tra immensa disponibilità economica di pochi e miseria assoluta di molti. Ma non siamo qui per far sociologia o politica, bensì fantascienza. Capita infatti che la banda dei quattro Dalek che avevamo visto in azione nell'episodio natalizio ha trovato riparo in questa epoca, e ne stanno pensando una nuova per stabilire il loro dominio sul mondo prima, e poi sull'universo.
Il povero Dottore dovrà nuovamente affrontare lo stress psicologico di vedere una intera razza, fra l'altro in qualche modo a lui imparentata, distrutta dai Dalek. Tre dei quattro Dalek termineranno la loro travagliata esistenza, uno di loro dopo aver tentato di evolversi in forma umanoide.
Da notare la presenza, in un ruolo minore, di Andrew Garfield agli inizi di carriera, immediatamente prima del suo debutto sul grande schermo in Leoni per agnelli (è lo studente che Redford cerca di salvare da una vita di plastica).
The Lazarus Experiment - L'esperimento Lazarus
Finalmente il Dottore riporta a casa Martha. Si stanno per separare, anche se entrambi non sembrano realmente convinti che sia la cosa giusta da fare, quando scoprono che un tal dottor Lazarus sta per testare un procedimento (sponsorizzato dal Saxon sopra accennato) volto a ringiovanire sostanzialmente che vi si sottoponga. L'esperimento (compiuto sullo stesso Lazarus, come dottor Jekyll insegna) funziona, ma con un piccolo inciampo, con conseguente scia di morte, distruzione e desolazione.
Una serie di buffi fatterelli:
La sorella di Martha dice che il dottore è un "nerd". Dall'imbarazzo con cui Martha spiega il senso della parola dedurrei che ai tempi il termine aveva una valenza prevalentemente negativa (adesso non è più così, o forse è quello che mi dicono per consolarmi).
Il dottore si becca uno schiaffone dalla "suocera" che, come al solito, almeno inizialmente lo trova insopportabile.
Per sconfiggere il mostro del momento, una specie di gigantesco scorpione umanizzato, il dottore decide che deve suonare un organo di chiesa a piena potenza o, come dice lui, al livello 11. E' una evidente citazione da This is Spinal Tap di Rob Reiner, mockumentary che segue una balorda e inesistente rock band inglese che amano suonare al massimo livello. Anzi una tacca sopra il massimo livello.
Finita l'avventura, il Dottore propone a Martha un altro viaggio premio. Lei lo mette alle strette, o diventano compagni di viaggio, o lei se ne sta a casa.
42 - Impatto solare
Il titolo originale non può che far pensare alla Guida galattica per autostoppisti, ma è una falsa pista. Sono infatti i minuti che l'equipaggio dell'astronave su cui il Dottore e Martha sono stati portati dal TARDIS hanno a disposizione per evitare di finire di schiantarsi in una stella.
Checché ne dica il titolo italiano, non si tratta del nostro sole (il Dottore specifica che siamo a mezza galassia di distanza, e il tipo di motori della nave suggeriscono che non si tratta di un futuro troppo lontano), e dunque sarebbe più appropriato parlare di un generico impatto stellare.
Il Dottore conferma di essere un nerd, riconosce infatti al volo alcuni numeri come appartenenti alla famiglia dei numeri felici, roba da matematica ricreativa, chiosa lui stesso.
Ha invece dei dubbi se siano stati i Beatles o Elvis Presley a vendere più dischi prima della pubblicazione, e per trovare la risposta Martha deve telefonare alla madre, che continua a brontolare sulle amicizie della figlia.
Daleks in Manhattan, Evolution of the Daleks - L'evoluzione dei Daleks
Il Dottore (decima reincarnazione - David Tennant) aveva promesso a Martha (Freema Agyeman) un solo viaggio sul TARDIS, come sorta di premio per il suo contributo alla soluzione di un delicato impiccio. Concluso il viaggio ai tempi di Shakespeare, ridefinisce il senso di viaggio, includendo una puntata nella New New (new new new ...) York del futuro remoto che già conoscevamo. Ma evidentemente gli risulta difficile staccarsi da Martha, in quanto bara di nuovo, approfittando del fatto che la gentil fanciulla avrebbe voluto vedere la vera New York facciamo un salto nella Big apple degli anni '30. In piena recessione, e nelle giornate in cui si stava completando la costruzione dell'Empire State Building. Stridente quanto mai il rapporto tra immensa disponibilità economica di pochi e miseria assoluta di molti. Ma non siamo qui per far sociologia o politica, bensì fantascienza. Capita infatti che la banda dei quattro Dalek che avevamo visto in azione nell'episodio natalizio ha trovato riparo in questa epoca, e ne stanno pensando una nuova per stabilire il loro dominio sul mondo prima, e poi sull'universo.
Il povero Dottore dovrà nuovamente affrontare lo stress psicologico di vedere una intera razza, fra l'altro in qualche modo a lui imparentata, distrutta dai Dalek. Tre dei quattro Dalek termineranno la loro travagliata esistenza, uno di loro dopo aver tentato di evolversi in forma umanoide.
Da notare la presenza, in un ruolo minore, di Andrew Garfield agli inizi di carriera, immediatamente prima del suo debutto sul grande schermo in Leoni per agnelli (è lo studente che Redford cerca di salvare da una vita di plastica).
The Lazarus Experiment - L'esperimento Lazarus
Finalmente il Dottore riporta a casa Martha. Si stanno per separare, anche se entrambi non sembrano realmente convinti che sia la cosa giusta da fare, quando scoprono che un tal dottor Lazarus sta per testare un procedimento (sponsorizzato dal Saxon sopra accennato) volto a ringiovanire sostanzialmente che vi si sottoponga. L'esperimento (compiuto sullo stesso Lazarus, come dottor Jekyll insegna) funziona, ma con un piccolo inciampo, con conseguente scia di morte, distruzione e desolazione.
Una serie di buffi fatterelli:
La sorella di Martha dice che il dottore è un "nerd". Dall'imbarazzo con cui Martha spiega il senso della parola dedurrei che ai tempi il termine aveva una valenza prevalentemente negativa (adesso non è più così, o forse è quello che mi dicono per consolarmi).
Il dottore si becca uno schiaffone dalla "suocera" che, come al solito, almeno inizialmente lo trova insopportabile.
Per sconfiggere il mostro del momento, una specie di gigantesco scorpione umanizzato, il dottore decide che deve suonare un organo di chiesa a piena potenza o, come dice lui, al livello 11. E' una evidente citazione da This is Spinal Tap di Rob Reiner, mockumentary che segue una balorda e inesistente rock band inglese che amano suonare al massimo livello. Anzi una tacca sopra il massimo livello.
Finita l'avventura, il Dottore propone a Martha un altro viaggio premio. Lei lo mette alle strette, o diventano compagni di viaggio, o lei se ne sta a casa.
42 - Impatto solare
Il titolo originale non può che far pensare alla Guida galattica per autostoppisti, ma è una falsa pista. Sono infatti i minuti che l'equipaggio dell'astronave su cui il Dottore e Martha sono stati portati dal TARDIS hanno a disposizione per evitare di finire di schiantarsi in una stella.
Checché ne dica il titolo italiano, non si tratta del nostro sole (il Dottore specifica che siamo a mezza galassia di distanza, e il tipo di motori della nave suggeriscono che non si tratta di un futuro troppo lontano), e dunque sarebbe più appropriato parlare di un generico impatto stellare.
Il Dottore conferma di essere un nerd, riconosce infatti al volo alcuni numeri come appartenenti alla famiglia dei numeri felici, roba da matematica ricreativa, chiosa lui stesso.
Ha invece dei dubbi se siano stati i Beatles o Elvis Presley a vendere più dischi prima della pubblicazione, e per trovare la risposta Martha deve telefonare alla madre, che continua a brontolare sulle amicizie della figlia.
Doctor Who - Stagione 3 / 1
Bando agli indugi, rappresentati dall'episodio natalizio in cui già non c'è più Rose ma manca ancora la nuova compagna del Dottore (sempre il decimo, David Tennant), il primo episodio di questo terzetto introduce rapidamente Martha Jones (Freema Agyeman), così che i due possano avere un'avventura nel presente di lei, poi facciamo un salto nel passato (millecinque, quasi millesei) e infine saltiamo in avanti di qualche miliardo d'anni.
Smith and Jones - Alieni sulla Luna
Martha sta facendo pratica al Royal Hope Hospital, un inesistente ospedale londinese sulla riva del Tamigi, a due passi del London Eye. Tra gli strani pazienti in cui incappa c'è pure un tizio svitato con due cuori, il Dottore, ovviamente, che se è lì vuol dire che sta succedendo qualcosa di interessante. Infatti capita che dei bizzarri rinoceronti antropomorfi strappino l'intero edificio dalle fondamenta e lo trasportino in un attimo sulla Luna. Si tratta di Judoon, esseri molto burocratizzati che agiscono come polizia spaziale mercenaria. Stanno cercando un alieno dalle costumanze poco civili, succhia tutto il sangue da chi gli capita a tiro, da cui il nome di plasmivoro, che ha prosciugato chi non doveva.
La parentela tra Judoon e Vogon della Guida galattica mi pare evidente, anche se i Judoon sono meno idioti e crudeli.
Il Dottore, come sempre molto abbottonato sulla sua vita precedente, si lascia scappare di aver avuto (almeno) un fratello. Lo vediamo anche combattuto tra l'evidente amore per Rose, e la incapacità di stare da solo. Non che ami le compagnie numerose, ma se non ha una donna vicino diventa inquieto. Lo vediamo dunque esibire un comportamento a fasi alterne con Martha, la bacia (con la scusa di creare un diversivo genetico per gli ottusi Judoon) ma le dice esplicitamente che non ha alcuna mira su di lei. Le offre un viaggio premio in TARDIS (spiegandole che l'acronimo sta per Time and Relative Dimension in Space), ma sarà una sola corsa.
The Shakespeare Code - Il codice shakespeariano
Dunque il Dottore porta Martha nella Londra del 1599. Siamo al tempo di Elisabetta I e William Shakespeare. Ai due interessa di più il secondo, e dunque vanno al Globe, dove assistono alla rappresentazione di Pene d'amore perdute. Sugli applausi a fine rappresentazione, Shakespeare annuncia che il giorno sarà il turno del sequel, Pene d'amore vinte, opera che non è giunta fino a noi. A spingere il Bardo alla dichiarazione è Lilith (Christina Cole) una bella strega (ma che sappiamo in realtà essere orrida) che di concerto con le sue madri (che non si peritano di nascondere la loro orridezza) hanno oscure mire sull'opera, che dovrà nascondere una chiave che permetterà loro di compiere nefandezze immani.
Il titolo originale è un evidente calco su The Da Vinci Code di Dan Brown, che però è sfuggito a chi ha fatto il titolo italiano - Il codice Shakespeare avrebbe funzionato meglio.
La lotta contro le tre streghe (che ispireranno a Shakespeare il Macbeth) finirà per prendere un andazzo molto potteriano, al punto che il buon dottore (che ammetterà di essere un lettore accanito dell'opera, al punto di aver fatto un salto nel futuro per leggere l'ultimo libro, non ancora uscito nel presente di Martha) ringrazierà J. K. (ovvero la Rowling) per aver fornito la parola adatta per vincere la tenzone.
A proposito, le streghe non sono veramente tali, ma alieni di razza Carrionite.
Continua il comportamento ondivago del Dottore nei confronti di Martha. Ne è attratto ma, quando lei sembrerebbe disposta a passare alle vie di fatto, lui si mette a dire quanto intelligente era Rose, che sicuramente avrebbe trovato una soluzione al loro problema corrente, bla bla bla.
Nel finale appare la Regina, il Dottore vorrebbe scambiare qualche parola con lei, ma come Elisabetta lo vede, gli manda incontro le guardie, in modalità ben poco amichevole. Nel futuro del Dottore, e nel passato della Regina, deve essere successo qualcosa di spiacevole.
Gridlock - L'ingorgo
Il Dottore smentisce se stesso. Aveva attirato Martha sul TARDIS promettendole un unico viaggio, ma non riesce a resistere alla tentazione di tenerla con sé, almeno ancora per un po'. Secondo viaggio temporale della coppia, dunque. Destinazione New New (new new new ...) York, nell'anno cinque miliardi e poco più, sulla Nuova Terra che il Dottore aveva visitato con Rose qualche (loro) decennio prima, in seguito ad una precedente avventura vissuta in contemporanea con la morte del Sole. Questa trilogia non ha una forza coesiva molto forte, ci sono legami tra il primo (La fine del mondo) e il secondo (La vendetta di Cassandra) capitolo, come ce ne sono tra il secondo e il terzo. Tra il primo e il terzo l'unica connessione è la presenza della misteriosa e inquietante Faccia di Boe (che non è un insulto, ma un inesplicabile alieno tutta faccia e niente arrosto, che ha vissuto miliardi di anni e che è ormai vicino alla sua fine).
I cattivi dell'episodio sono una popolazione di giganteschi granchi (i Macra) un tempo molto intelligenti, ora ridotti a bruti che si pasciono dei gas di scarico delle vetture volanti della popolazione (che mi hanno ricordato quelle de Il quinto elemento di Besson, ambientato quello a New York, in un futuro meno remoto), oltre a non disdegnare di papparsi qualche vettura, quando capita.
Ma il vero motore dei fatti è un virus, che ha sterminato gran parte dell'umanità, e l'eccessiva automatizzazione della società, che ha portato ad uno stallo risolvibile solo dall'intervento di qualcuno dotato di inventiva e capacità di agire fuori dagli schemi. Il Dottore, per l'appunto.
Il quale in questo episodio afferma che il giaccone che usa gli è stato donato da niente meno che Janis Joplin, e scopre di non essere l'ultimo Time Lord, come aveva sempre creduto. "You are not alone", gli dice infatti il sibillino Faccia di Boe, non sei solo. A dire il vero, Martha cerca di convincerlo che il senso sia che ora c'è lei assieme a lui, ma il dottore non aggancia.
Smith and Jones - Alieni sulla Luna
Martha sta facendo pratica al Royal Hope Hospital, un inesistente ospedale londinese sulla riva del Tamigi, a due passi del London Eye. Tra gli strani pazienti in cui incappa c'è pure un tizio svitato con due cuori, il Dottore, ovviamente, che se è lì vuol dire che sta succedendo qualcosa di interessante. Infatti capita che dei bizzarri rinoceronti antropomorfi strappino l'intero edificio dalle fondamenta e lo trasportino in un attimo sulla Luna. Si tratta di Judoon, esseri molto burocratizzati che agiscono come polizia spaziale mercenaria. Stanno cercando un alieno dalle costumanze poco civili, succhia tutto il sangue da chi gli capita a tiro, da cui il nome di plasmivoro, che ha prosciugato chi non doveva.
La parentela tra Judoon e Vogon della Guida galattica mi pare evidente, anche se i Judoon sono meno idioti e crudeli.
Il Dottore, come sempre molto abbottonato sulla sua vita precedente, si lascia scappare di aver avuto (almeno) un fratello. Lo vediamo anche combattuto tra l'evidente amore per Rose, e la incapacità di stare da solo. Non che ami le compagnie numerose, ma se non ha una donna vicino diventa inquieto. Lo vediamo dunque esibire un comportamento a fasi alterne con Martha, la bacia (con la scusa di creare un diversivo genetico per gli ottusi Judoon) ma le dice esplicitamente che non ha alcuna mira su di lei. Le offre un viaggio premio in TARDIS (spiegandole che l'acronimo sta per Time and Relative Dimension in Space), ma sarà una sola corsa.
The Shakespeare Code - Il codice shakespeariano
Dunque il Dottore porta Martha nella Londra del 1599. Siamo al tempo di Elisabetta I e William Shakespeare. Ai due interessa di più il secondo, e dunque vanno al Globe, dove assistono alla rappresentazione di Pene d'amore perdute. Sugli applausi a fine rappresentazione, Shakespeare annuncia che il giorno sarà il turno del sequel, Pene d'amore vinte, opera che non è giunta fino a noi. A spingere il Bardo alla dichiarazione è Lilith (Christina Cole) una bella strega (ma che sappiamo in realtà essere orrida) che di concerto con le sue madri (che non si peritano di nascondere la loro orridezza) hanno oscure mire sull'opera, che dovrà nascondere una chiave che permetterà loro di compiere nefandezze immani.
Il titolo originale è un evidente calco su The Da Vinci Code di Dan Brown, che però è sfuggito a chi ha fatto il titolo italiano - Il codice Shakespeare avrebbe funzionato meglio.
La lotta contro le tre streghe (che ispireranno a Shakespeare il Macbeth) finirà per prendere un andazzo molto potteriano, al punto che il buon dottore (che ammetterà di essere un lettore accanito dell'opera, al punto di aver fatto un salto nel futuro per leggere l'ultimo libro, non ancora uscito nel presente di Martha) ringrazierà J. K. (ovvero la Rowling) per aver fornito la parola adatta per vincere la tenzone.
A proposito, le streghe non sono veramente tali, ma alieni di razza Carrionite.
Continua il comportamento ondivago del Dottore nei confronti di Martha. Ne è attratto ma, quando lei sembrerebbe disposta a passare alle vie di fatto, lui si mette a dire quanto intelligente era Rose, che sicuramente avrebbe trovato una soluzione al loro problema corrente, bla bla bla.
Nel finale appare la Regina, il Dottore vorrebbe scambiare qualche parola con lei, ma come Elisabetta lo vede, gli manda incontro le guardie, in modalità ben poco amichevole. Nel futuro del Dottore, e nel passato della Regina, deve essere successo qualcosa di spiacevole.
Gridlock - L'ingorgo
Il Dottore smentisce se stesso. Aveva attirato Martha sul TARDIS promettendole un unico viaggio, ma non riesce a resistere alla tentazione di tenerla con sé, almeno ancora per un po'. Secondo viaggio temporale della coppia, dunque. Destinazione New New (new new new ...) York, nell'anno cinque miliardi e poco più, sulla Nuova Terra che il Dottore aveva visitato con Rose qualche (loro) decennio prima, in seguito ad una precedente avventura vissuta in contemporanea con la morte del Sole. Questa trilogia non ha una forza coesiva molto forte, ci sono legami tra il primo (La fine del mondo) e il secondo (La vendetta di Cassandra) capitolo, come ce ne sono tra il secondo e il terzo. Tra il primo e il terzo l'unica connessione è la presenza della misteriosa e inquietante Faccia di Boe (che non è un insulto, ma un inesplicabile alieno tutta faccia e niente arrosto, che ha vissuto miliardi di anni e che è ormai vicino alla sua fine).
I cattivi dell'episodio sono una popolazione di giganteschi granchi (i Macra) un tempo molto intelligenti, ora ridotti a bruti che si pasciono dei gas di scarico delle vetture volanti della popolazione (che mi hanno ricordato quelle de Il quinto elemento di Besson, ambientato quello a New York, in un futuro meno remoto), oltre a non disdegnare di papparsi qualche vettura, quando capita.
Ma il vero motore dei fatti è un virus, che ha sterminato gran parte dell'umanità, e l'eccessiva automatizzazione della società, che ha portato ad uno stallo risolvibile solo dall'intervento di qualcuno dotato di inventiva e capacità di agire fuori dagli schemi. Il Dottore, per l'appunto.
Il quale in questo episodio afferma che il giaccone che usa gli è stato donato da niente meno che Janis Joplin, e scopre di non essere l'ultimo Time Lord, come aveva sempre creduto. "You are not alone", gli dice infatti il sibillino Faccia di Boe, non sei solo. A dire il vero, Martha cerca di convincerlo che il senso sia che ora c'è lei assieme a lui, ma il dottore non aggancia.
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