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Spirit - Cavallo selvaggio

Strana animazione Dreamworks di cui non ho capito lo scopo. La prima impressione che ho avuto è che si volesse de-disneyzzare il concetto di animale, rendendolo, per quanto possibile (*), meno umano di quanto siamo abituati. Questo implica che i cavalli, che sono i protagonisti della storia, non parlano ma, sorprendentemente, si esprimono solo a nitriti.

Per quanto mi riguarda sarebbe stata una buona idea. Anzi, avrei preferito che si estremizzasse il gioco, togliendo la voce della coscenza, ovvero del cavallo protagonista, a cui nel finale verrà dato il nome di Spirit, e le canzonette che di tanto in tanto ribadiscono l'azione in musica (**). Il problema è che le azioni antropomorfe di Spirit vanno ben oltre ad ogni possibile plausibilità per un cavallo. Credo che la sceneggiatura (John Fusco) sia stata pensata come buddy movie fra umani e poi brutalmente adattata sostituendo uno dei due poli con un cavallo.

Abbiamo dunque che Spirit è un possente giovane cavallo col difetto della troppa curiosità. A causa di ciò finisce per essere catturato e ridotto in schiavitù (***). Il spirito ribelle, però, lo spinge a far comunella con un giovane Lakota. I due riusciranno a scappare, ma il secondo vorrebbe tenere il cavallo con se, ma quando si rende conto che ciò non è possibile, lo lascia andare. Succedono altre peripezie, ma alla fine tutto va per il meglio.

Buona l'animazione, in particolare se consideriamo che è roba di quindici anni fa, un eternità in questo mondo. Buona la colonna sonora, del solito Hans Zimmer. Indigesta la caratterizzazione di Spirit e dei comprimari, troppo scontata e in bianco e nero.

(*) Dopotutto è un film di fantasia destinato principalmente ad un pubblico molto giovane, non un documentario.
(**) In originale scritte e interpretate da Bryan Adams, in italiano sono state rielaborate e cantate da Zucchero.
(***) Un po' mi ha fatto pensare alla prima parte della miniserie Radici (1977), dove sono narrate le peripezie di Kunta Kinte.

L'era glaciale

Ventimila anni fa, in un bizzarro universo alternativo al nostro, si forma una ancor più bizzarra comitiva di animali che finiranno, contro tutte le loro aspettative, per diventare amiconi. Uno stonatissimo bradipo, Sid, cerca disperatamente di convincere un mammut solitario, Manny, a sopportare la sua presenza, in modo da evitare la giusta rappresaglia di due bestioni (*) a cui ha rovinato la colazione.

Nel frattempo, una gang di tigri dai denti a sciabola attacca un accampamento di umani come episodio della guerra tra le due specie per il predominio sul territorio. Curiosamente, invece della distruzione del nemico, le tigri vogliono "solo" rapire il figlio del capo tribù (**) per poi ucciderlo in un secondo tempo. Il convoluto piano fallisce per il sacrificio della madre del piccolo, e così Diego, il secondo in comando tra le tigri, deve sbattersi per recuperarlo, al fine di mantenere il suo grado nel gruppo.

Il bimbo però finisce nelle poco affidabili mani di Sid, e Manny, forse per antipatia nei confronti delle tigri, decide alla fine di supportarlo nella missione di riportarlo alla sua tribù. Diego cerca di agire di astuzia, imbastendo un doppio gioco che lo porta ad avvicinarsi sempre più agli altri due, così che alla fine ripudierà i suoi simili.

Intermezzo slapstick fornito da Scrat, un proto scoiattolo con una attrazione fatale per le ghiande.

Il grande successo della pellicola ha causato una lunga serie di sequel. Non ho avuto il coraggio di vedere l'ultimo dei quali, In rotta di collisione (2016), anche perché il quarto capitolo, Continenti alla deriva (2012), mi sembrava aver già fatto il salto dello squalo.

(*) Qualcosa di simile a dei rinoceronti.
(**) Che sembra essere l'unico ad avere una donna e un figlio.

The hours

La prima volta che ho visto questo film non ci ho capito molto. Ne ho apprezzato la qualità ma mi sono fatto distrarre da dettagli secondari, quali il naso posticcio della Kidman, e ho mancato di empatizzare con i personaggi, credo fondamentalmente per i loro problemi sessuali. Per fortuna il tempo non è passato inutilmente e questa seconda visione mi ha trovato più sul pezzo, con il risultato che me la sono goduta di più.

Pur essendo un film molto al femminile, con un eccezionale terzetto di protagoniste (*), lo leggerei come la storia di Richard Brown (Ed Harris) che tiene insieme le storie delle tre donne. Seguiamo infatti in parallelo la vicenda di Virginia Woolf (Nicole Kidman) che sta scrivendo La signora Dalloway preparandosi anche a lasciare la vita; Laura Brown (Julianne Moore) è invece una casalinga americana depressa che sembra avere l'unica consolazione nella lettura proprio di quel libro della Woolf; Clarissa Vaughan (Meryl Streep) è l'agente letterario di Brown, con cui ha convissuto, prima di dare una svolta alla sua vita e mettersi assieme a Sally Lester (Allison Janney).

Richard è il figlio di Laura, ha appena scritto un romanzo che ricalca le struttura de La signora Dalloway, è sul punto di morire causa AIDS, e vede nella devota Clarissa una reincarnazione dell'eroina del romanzo della Woolf.

Ottimo l'adattamento per lo schermo, grazie sia alla sceneggiatura di David Hare sia alla regia di Stephen Daldry (**). Eccellente la colonna sonora di Philip Glass.

(*) Tra gli innumerevoli premi, Kidman, Moore e Streep hanno condiviso l'orso d'argento per la migliore attrice.
(**) I due hanno collaborato anche per The reader - A voce alta.

Panic room

A scatenare il macello narrato è, per quanto indirettamente, un tale che muore prima dell'inizio del film. Costui era ricchissimo e piuttosto sciocco, al punto da vivere in una principesca magione nell'Upper West Side di Manhattan, New York, a due passi dal Central Park e di essersi fatto costruire una stanza segreta in cui rifugiarsi nel caso di attacco di malviventi, da cui il titolo. Come una matrioska, nella stanza c'è una cassaforte, al cui interno quel babbeo custodiva alcuni spicci nel caso di spese impreviste, ovvero svariati milioni di dollari, che sono restati lì, ben nascosti, all'insaputa dei suoi eredi.

Unico a sapere del tesoretto, il nipote Junior (Jared Leto) che, credendo di essere molto furbo, pensa di mettersi in combutta con un paio di malfattori per introdursi nella casa vuota, scassinare lo scassinabile, dare il meno possibile ai suoi accoliti e scappare col resto. Piano di una demenza colossale anche se tutto fosse andato per il meglio, cosa che non succede.

Un primo problema sta nella scelta della banda. Junior ha infatti reclutato Burnham (Forest Whitaker), un bonaccione che conosce il prodotto, in quanto è il suo lavoro fornire panic room ai facoltosi clienti newyorkesi, e che è stato convinto a passare al lato oscuro per non precisati motivi economici (*), e Raoul (Dwight Yoakam), uno psicopatico che dovrebbe farsi carico della copertura tattica. Se il primo è necessario, ma evidentemente poco adeguato ad una azione rischiosa, il secondo è una mina vagante che non si sa come e quando possa esplodere.

I tre sono così male assortiti e incapaci che starebbero bene in un film tipo Mamma ho perso l'aereo, se non fosse che la storia ha un taglio drammatico. Probabilmente anche se non ci fossero stati altri contrattempi il risultato sarebbe stato catastrofico, ma a peggiorare la cosa c'è il fatto che la casa non è vuota. Succede infatti che una neo divorziata, Meg (Jodie Foster) decide di investire una parte della considerevole fetta di soldi che derivano dalla separazione del ricco ex (Patrick Bauchau) proprio in quella casa, pur essendo evidentemente fuori misura per lei e la sua odiosa figlioletta, Sarah (Kristen Stewart **), uniche anime destinate ad abitare un appartamento in cui potrebbero vivere comodamente una decina di persone, e con un valore che non riesco nemmeno ad immaginare.

Le cose vanno come ci si può aspettare, con la variazione che la regia è di David Fincher, e che è riuscito a strappare un budget notevole da spendere in effetti speciali del tutto inutili, ma con i quali si deve essere divertito parecchio.

Non c'è una morale vera e propria in questa storia. O almeno, non sono riuscito a vedercela. Magari qualcosa come i ricchi sono fuori di testa, ma sono così ricchi che possono permetterselo. E se non lo sei non ti conviene metterti in mezzo ai loro affari che finisci male. In particolare se sei una persona decente (***) e cerchi di comportarti nel modo meno sbagliato che ti riesce.

Curioso il finale in cui si svisa nell'horror con lo psicopatico che diventa quasi immortale, resistendo ad una serie di mazzate (°) che mandano a quel paese ogni pretesa di realismo della vicenda narrata.

(*) Invero, non sappiamo più del minimo indispensabile di tutti i personaggi. L'interesse dello sceneggiatore, David Koepp, specializzato in blockbuster come robe basate su romanzi di Dan Brown, è tutto sulla situazione.
(**) Ancora ragazzina, suo primo film importante.
(***) Penso a Burnham, delinquente riluttante.
(°) In senso figurato e letterale.

La ricompensa del gatto

Nonostante il buon successo ottenuto in Giappone, è uscito da noi solo quest'anno, grazie alla Lucky Red. E adesso è disponibile in DVD. Trattasi dell'unica regia di Hiroyuki Morita, che ha iniziato la sua carriera come disegnatore allo Studio Ghibli con Kiki (1989) e che poi non ha avuto altre opportunità direttoriali.

La sceneggiatura è nata in modo peculiare, un progetto su richiesta di un parco a tema giapponese che aveva commissionato un cortometraggio specificando che ci dovevano essere dentro tanti gatti. Hayao Miyazaki pensò di sfruttare il nucleo de I sospiri del mio cuore, dove un gatto sovrappeso pareva saperla molto più lunga di quanto sia lecito aspettarsi e una statuetta di gatto antropomorfo sembrava dotato di una scintilla di vita indipendente. Il committente cambiò idea poco dopo, ma la storia ormai aveva preso una sua consistenza, e si decise di rimpolparla fino a farla diventare un lungometraggio.

La protagonista è Haru, ragazzina sul punto di diventare una giovane donna, che però ha alcuni problemi risolvere prima di compiere il passo. In particolare è distratta e piuttosto dormigliona (*), il che le complica le relazioni sociali, al punto che il compagno di classe di cui s'è infatuata non le presta la minima attenzione.

Un giorno di ordinarie delusioni, Haru ha modo di salvare la vita ad un gatto, che si rivela essere addirittura Lune, il principe del regno dei gatti. La gratitudine di suo padre il re è tale che Haru viene omaggiata di una quantità enorme di erba gatta e di topolini vivi in scatola (**). In più, le viene prospettato il matrimonio con il principe.

La risposta di Haru è così confusa che viene presa per un sì, e il meccanismo per trasferirla nel regno dei gatti parte. Come se ne rende conto, Haru, grazie anche ad una misteriosa soffiata, cerca un ufficio affari felini che è tenuto da Muta (***), il quale lo porta da Baron, meglio noto come Barone Humbert von Gikkingen, che, con l'aiuto di una garguglia-corvo a nome Toto, si interessano alla vicenda della ragazza.

Seguono una serie di folli avventure, con Haru che si rimpicciolisce e assume sembianze sempre più feline, Muta che combatte da par suo con ingenti quantità di cibo, Baron che dispensa validi consigli, e Toto che interviene come deus ex-machina nei momenti più delicati.

Il bello è che Haru riesce a trovare il bandolo della matassa, capire quello che apparentemente potrebbe sembrare una storia priva di senso, ed usarla come quello stimolo che le mancava per crescere.

(*) Caratteristiche che me la rendono automaticamente molto simpatica.
(**) A scopo ludico-gastronomico, temo.
(***) Il gatto bianco diversamente snello da I sospiri del mio cuore, che più avanti scopriremo chiamarsi Renaldo Moon ed essere stato bandito dal regno dei gatti a causa della sua mancanza di rispetto e per il suo appetito prodigioso.

L'ora di religione - Il sorriso di mia madre

Ernesto Picciafuoco (Sergio Castellitto) si sta separando dalla moglie Irene (Jacqueline Lustig), il suo lavoro di illustratore di favole non sembra andare molto bene, come neppure quello di pittore. In più, il figlio, che fa la seconda elementare, ha problemi a capire il senso di quello che dice nella sua ora di religione, sia perché i genitori sono atei, sia perché l'insegnante ha un approccio alla materia che pare persino a me poco adatto a un bambino.

Ma tutto questo non è niente, visto che gli piomba in casa un prete che gli dice che la pratica di canonizzazione di sua madre è a buon punto. Il povero Ernesto non solo non sapeva nulla di tutto ciò, essendo stato tenuto all'oscuro dal resto della famiglia, e inoltre ha serissimi dubbi sulla santità di sua madre, che ritiene, al contrario, essere stata una pessima genitrice.

Al centro della trama per la santificazione è la sorella della defunta, Maria (Piera Degli Esposti), che pur essendo in bilico tra agnosticismo e ateismo, ritiene che una santa in famiglia potrebbe fare miracoli (in senso lato). Infatti i Picciafuoco vengono da un passato di prestigio ma sembrano diretti verso un futuro di trascurabilità, in quanto mancano di un appoggio rilevante.

Ernesto si chiede se deve mantenere la sua coerenza, o cederla per ottenere immediati vantaggi materiali.

Questo film di Marco Bellocchio è noto anche a chi non l'ha visto per il bestemmione che viene sparato proprio nel momento centrale del film, quando tutti quanti stanno cercando di convincere il fratello di Ernesto che ha commesso il matricidio a modificare la sua versione dei fatti in modo da renderla compatibile con la presunta santità della madre. Se è vero che una bestemmia in un film attira l'attenzione, bisogna ammettere che è pienamente giustificata dalla trama e non è per niente gratuita. Anzi, il bestemmiatore matricida finisce per fare una gran tenerezza, e si capisce il gran dolore che è dentro di lui.

8 donne e un mistero

Al centro della storia c'è Marcel, un industriale di successo nella Francia post seconda guerra mondiale che sta affrontando un momentaccio, sia perché i nodi della sua esistenza stanno venendo tutti contemporaneamente al pettine, sia perché ha scelto malamente il suo nuovo socio in affari, che pare abbia come interesse principale la sua distruzione. Tutto questo lo scopriremo per via indiretta dalla folla di donne che lo circondano. Marcel non dirà parola in tutta la pellicola, e noi non lo vedremo nemmeno in faccia.

La storia è stata pensata negli anni 50 come pièce teatrale da Robert Thomas, e François Ozon ne ha mantenuto il periodo e l'impostazione, aggiungendo però molteplici riferimenti cinematografici, rendendola un opera più complessa, e credo anche più sul tono della commedia, pur non tralasciando l'amarezza di fondo, che comunque rimane. Alla base c'è un anima di indagine criminale, infatti subito all'inizio Marcel è trovato morto, e sappiamo che nessun estraneo può avere commesso il fattaccio (*), che però prende la piega di un gioco al massacro tra le otto indiziate, e finisce per rivelare tutte le nefandezze, ma anche quello che c'è di più positivo, in ognuno di loro. Il tutto viene narrato in modo scanzonato, lasciando largo spazio all'improbabilità tipica di una screwball comedy del periodo in oggetto, aggiungendoci persino un tocco di musical, con otto numeri musicali, ognuno dei quali ha per protagonista una delle otto donne.

Gaby (Catherine Deneuve) è la moglie, molto upper class e molto presa dal suo ruolo, al punto da sembrare algida. Ha due figlie, una, Catherine (Ludivine Sagnier), ancora minorenne, passa le notti sveglia a leggere romanzi di consumo, sembra una bambina capricciosa che non sa ancora cosa fare della sua vita, l'altra, Suzon (Virginie Ledoyen), più grandicella, è già una piccola donna, studia lontano da casa, e parrebbe aver già abbandonato il nido. In casa c'è anche Madame Chanel (Firmine Richard), che si occupa della cucina e delle piccole, e Louise (Emmanuelle Béart), la cameriera, che sembra prendere il suo ruolo con gran formalismo. Marcel e Gaby ospitano anche la di lei madre, Mamy (Danielle Darrieux) e sorella, Augustine (Isabelle Huppert), molto complessata, perennemente sull'orlo di una crisi di nervi. In più si aggiungerà a sorpresa Pierrette (Fanny Ardant), sorella di Marcel, che da qualche tempo vive nei dintorni ma che, per opposizione di Gaby in ragione di una esistenza non propriamente specchiata, non ha mai messo piede nella casa. Almeno ufficialmente.

Nel corso dell'azione si scoprirà che tutte e otto sono molto diverse dalla descrizione iniziale, aggiungendo sorprendenti variazioni che rendono ogni personaggio molto più complesso, e umano, sia nel bene sia nel male.

Certamente bravo Ozon a riuscire ad approfondire tutti e otto i personaggi senza sforare i tempi della pellicola, che si mantiene largamente sotto le due ore, ma altrettanto brave le attrici, che riescono a veicolare la complessità dei loro personaggi a volte anche con un semplice sguardo. Menzione di merito per la Huppert che rende benissimo Augustine, con tutti i suoi tic nervosi, restando in bilico tra la comicità e la simpatia per quella povera donna.

(*) Usando quello che è ormai diventato un topos da racconto investigativo che rimanda a Sherlock Holmes: i cani da guardia non hanno abbaiato.

L'importanza di chiamarsi Ernest

Stando alla definizione classica, non c'è nessuno, sia nella pièce teatrale originale di Oscar Wilde sia in questa versione cinematografica di Oliver Parker, che si possa dire "earnest" (serio, coscenzioso, sincero). E nemmeno Ernest, a dire il vero. Però i due protagonisti maschili pretendono di esserlo, sia di nome si di fatto. Si stabilirà poi che non è così importante esserlo, quanto apparirlo. Una spietata critica della società dell'epoca eseguita con leggerezza ammirevole che, a ben vedere, vale anche per i nostri tempi.

John (Colin Firth), detto Jack, è un nobile di campagna che si è inventato un fratello scapestrato residente a Londra, Ernest, che usa come scusa quando vuole andare in città. Lì assume la personalità che ha inventato, conduce vita dissipata, e ha fatto amicizia con un debosciato all'altezza della fama del suo inesistente fratello, Algernon (Rupert Everett), detto Algy. Questi ha una terribile zia, Lady Augusta Bracknell (Judi Dench), e una adorabile, per quanto sventata, cugina, Gwendolen (Frances O'Connor). Jack ama Gwendolen, ma Gwendolen ama Ernest, il che non sarebbe poi un grosso problema, se non fosse che è proprio il nome di battesimo di Ernest a focalizzare la passione di Gwendolen.

Inoltre John ha una nipote, Cecily (Reese Witherspoon), di cui è il tutore in attesa che lei raggiunga la maggiore età, e che si è innamorata dell'inesistente cugino Ernest. Anche questo non sarebbe un problema, se non fosse che Algy decidesse di impersonare Ernest e si innamorasse a sua volta di Cecily.

A lato abbiamo pure Miss Prism (Anna Massey), che cura la crescita culturale di Cecily e che ha una timida passione per il dottor Frederick Chasuble (Tom Wilkinson), curato di campagna.

Notevolissimo il cast, a parte la stonatura di Reese Witherspoon, che brilla per la sua incongruità e deve essere stata imposta dal coproduttore americano come mezzo per attirare il pubblico d'oltreoceano. Secondario l'apporto di Wilkinson e della Massey per la limitatezza dello spazio a loro disposizione, limite che non riesce invece a sminuire Judi Dench, perfettamente a suo agio nel ruolo.

Sui titoli di coda i due protagonisti cantano una versione estesa della serenata che fanno alle loro belle, per ottenere il perdono quando si scoprirà che nessuno dei due è E(a)rnest. Ad un certo punto Everett ammonisce Firth che "less is more". Avrebbe dovuto dirlo anche a Parker, che si è fatto prendere un po' la mano e ha cercato di aggiungere, soprattutto visivamente, dettagli alla commedia, mentre sarebbe forse stato meglio seguire la direzione opposta.

Equilibrium

Pur essendo, soprattutto nella lunghissima prima parte, noioso oltre misura, questo film scritto e diretto da Kurt Wimmer non mi è totalmente dispiaciuto.

Distopia ambientata nell'immediato futuro, cerca di presentarsi come clone culturalmente più raffinato di Matrix, usando riferimenti letterari e cinematografici di gran lignaggio, come 1984 di George Orwell (e film di Michael Radford), Brave new world di Aldous Huxley, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (e film di François Truffaut), Metropolis di Fritz Lang e, volendo, anche cose un po' meno elevate, come Il mago di Oz, magari via Zardoz di John Boorman, El Mariachi di Robert Rodriguez. Eccetera.

C'è stata la solita catastrofica terza guerra mondiale, un tale (Sean Pertwee) è diventato benevolo dittatore a vita e ha convinto la popolazione che i guai degli umani derivano dal provare emozioni, dunque la ricetta è quella di spararsi tutti quanti una dose di calmante e di evitare assolutamente tutto quello che possa risvegliare la sensibilità, dalle opere d'arte agli animali da compagnia.

Ovviamente ci sono anche quelli a cui questo andazzo non va bene, e dunque viene creata una bizzarra forza di polizia, i cui agenti (clerici) si vestono come i ribelli di Matrix, e usano improbabili tecniche di combattimento orientali che però non disdegnano il supporto di armi da fuoco.

La storia segue il percorso di Preston, un molto reverendo clerico (Christian Bale) che assiste senza quasi batter ciglio alla condanna a morte della moglie (Maria Pia Calzone, purtroppo parte minima), elimina personalmente il suo collega (Sean Bean) in quanto in realtà avido lettore di poesie (ovviamente vietate), ma non riesce a resistere al lato oscuro della passione quando cercano di ammazzargli sotto il naso un cucciolone canino decisamente simpatico. Ah già, anche l'esecuzione dell'ex-amante (Emily Watson) del collega, per la quale anche lui sembra avere un certo interesse non propriamente platonico, contribuisce alla sua conversione.

Spunti interessanti ce ne sono, ma finiscono per annegare o nell'umorismo involontario (In una scena un esercito di poliziotti spara contro un gruppo di ribelli asserragliati in un casermone. Dall'interno il capo dei resistenti prende il suo fucile, rompe l'unico vetro che era miracolosamente sopravvissuto fino a quel momento al fuoco incessante degli assedianti per sparare un paio di colpi a vuoto), o nelle scene di combattimenti che finiscono per aggiungere poco alla storia, o nella noia.

L'uomo senza passato

Tipico film di Aki Kaurismäki che, come spesso accade, può lasciare basito lo spettatore. La qualità dell'immagine, i colori, gli abiti, gli oggetti, le musiche, le situazioni, sembrano riferibili agli anni sessanta. Tranne una scena (quella in cui il protagonista torna al suo passato) che è visibilmente anni duemila. Il tutto poi sembra quasi opera di un neorealista italiano, che abbia distrattamente ambientato la vicenda in Finlandia.

Un tale (Markku Peltola) arriva in treno ad Helsinki nel cuore della notte. Una banda di teppisti lo rapina e lascia più morto che vivo. Senza un soldo, documento, e memoria di chi era, viene accolto da una famigliola sull'orlo della miseria, ed entra a far parte di una comunità di una specie di baraccopoli sul bordo della città, che mi ha fatto pensare a Miracolo a Milano di De Sica.

Seguono una serie di episodi tra il tragico, il comico, il desolato e il patetico, in cui il nostro riesce faticosamente a ricostruirsi una specie di vita e imbastire una relazione affettiva con una donna dell'esercito della salvezza, unica organizzazione che sembra dare un minimo supporto a quei disperati. Presa in confidenza in sé stesso, riuscirà anche a convincere la banda musicale ad aggiornare il proprio stile musicale, diventando il loro impresario (si tratta di Marko Haavisto & Poutahaukat, www.markohaavisto.com)

Nel tentativo di aprire un conto corrente, necessario per avere un lavoro propriamente detto, resta coinvolto in una rapina anomala, e questo porta la giustizia ad interessarsi di lui. Si scopre dunque la sua passata identità, nei confronti della quale il protagonista dovrà fare i conti.

Notevole la colonna sonora, in cui, oltre ai sopracitati Poutahaukat, spiccano un paio di brani cantati dalla direttrice della sezione dell'esercito della salvezza (che risulta essere Annikki Tähti).

Harry Potter e la camera dei segreti

Stessi ingredienti del primo episodio ma mescolati con maggior cura. Risultato meno confuso e più piacevole. La stessa storia originale prende una piega più interessante, con Harry (Daniel Radcliffe già meno bimbaccione) che ha le prime avvisaglie della sua contaminazione con il lato oscuro e inizia a rendersi conto che da grandi poteri derivano anche grandi responsabilità.

Tra i personaggi secondari qui domina Kenneth Branagh nei panni di un mago incapace ma affascinante, particina secondaria per Gemma Jones. Dimenticato di citare David Bradley che appariva già nella Pietra filosofale.

Ipotesi di reato

Cast notevole, storia che, a pensarci sopra, è non banale e degna di ragionarci sopra, eppure il risultato non mi ha entusiasmato. Colpa forse della regia (Roger Michell) non particolarmente ispirata?

Titolo italiano inesplicabile e che distoglie l'attenzione dal vero bersaglio del film, che viene reso meglio dal titolo originale, Changing lanes, che oltre a fare riferimento in senso letterale alla causa scatenante dell'azione, un assicuratore (Samuel L. Jackson) e un avvocato (Ben Affleck) cambiando corsia in una trafficata strada newyorkese cozzano tra loro, allude alla necessità per i due protagonisti di dare un deciso cambio alle loro vite.

L'assicuratore è un ex-alcolizzato che segue le riunione degli alcolisti anonimi (il suo referente è un William Hurt che come spesso gli capita ha un ruolo piccolo piccolo) e ha una causa di divorzio in corso da parte della moglie stufa del costante mettersi nei pasticci. L'avvocato è un sempliciotto che non si accorge che il suo studio è una sorta di palestra per squali, pur essendo sposato alla figlia di uno dei titolari (Sydney Pollack).

Le battute fondamentali vengono curiosamente assegnate ai personaggi minori, è dunque Hurt a notare che il problema dell'assicuratore non è l'alcool quanto la tendenza a complicare le situazioni semplici, cosa che gli aveva detto anche la moglie, facendogli capire come sia necessario un suo cambiamento profondo. E un ragazzetto che vorrebbe diventare avvocato, magnificando la professione con parole che forse il personaggio di Affleck avrebbe sottoscritto solo poche ore prima, gli fanno capire quanto in realtà quella visione sia fasulla.

Il gioco di Ripley

Si da per scontato che uno sappia chi mai sia Ripley, e quindi prima di vedere questo film co-scritto e diretto da Liliana Cavani conviene vedersi Il talento di Mr.Ripley o leggersi i romanzi della Highsmith che stanno alla base della vicenda. Altrimenti bisogna accontentarsi del breve prologo in cui vediamo Ripley (interpretato qui da un ottimo John Malkovich) in azione a Berlino, per capire quanto sia pazzo, pericoloso, e acculturato.

L'azione parte qualche anno dopo, quando Ripley viene scovano nel suo dorato esilio in Veneto dal suo vecchio compagno di malefatte (un divertente Ray Winstone) che gli chiede di ammazzare un tale per fargli un favore. Caso vuole che il giorno stesso Ripley si sia sentito insultato da una affermazione di un vicino (Dougray Scott, scarsotto) che notava la mancanza di gusto del ricco americano. E bisogna dire che sarà stato scortese ma non menzognero, a Ripley manca la capacità di appassionarsi, può dunque vedere la differenza tra un capolavoro e una crosta, ma riesce solo ad essere molto competente. Fatto sta che Ripley decide di cortocircuitare i due fatti, e fare in modo che il suo vicino, persona mite, diventi un assassino a pagamento.

Non sono rimasto entusiasta della regia, per lunghi tratti mi è sembrato di vedere un poliziesco anni 70, e nemmeno dei migliori, fortuna che ci sono un paio di scene davvero ben fatte, e mi sembra il caso di dire che questo è uno di quei film che viene salvato da un buon finale.

Il signore degli anelli - Le due torri

Secondo episodio delle avventure di hobbit e amici, che ho trovato meno appassionante del primo.http://www.blogger.com/img/blank.gif

Metropolis

Visto nell'edizione da due ore, come da restauro del 2002, in attesa di vedermi quella del 2010 che ha una ventina di minuti in più. La versione originale del ventisette, tre ore e mezza di film, si stima che sia persa per sempre.

Nel 1984 è uscita la versione di Giorgio Moroder che è lunga meno di un'ora e mezza ma era quanto di meglio si riusciva a trovare ai tempi. I tagli di questa versione sono tali da rendere la storia a tratti indecifrabile, nonostante questo resta un capolavoro, sia per l'immaginario visualizzato sia per le doti registiche di Fritz Lang che sopravvivono alle amputazioni. Notevoli anche alcuni momenti del montaggio, roba da far perdere la testa. Pure la colonna sonora, progettata da Moroder che si è avvalso della collaborazione, fra gli altri, anche di Freddy Mercury, è a suo modo interessante. Molto anni ottanta, ma non disprezzabile, dopotutto.

La cosiddetta edizione del 75° è però decisamente meglio. La sceneggiatura diventa decisamente più comprensibile, anche se ogni tanto spunta un cartello che dice cose tipo "A questo punto dovrebbe apparire un predicatore che fa un sermone sull'imminente fine del mondo - ma non abbiamo nemmeno un fotogramma da farvi vedere" e, purtroppo, ci si rende conto che Thea von Harbou che ha scritto la sceneggiatura assieme a Lang, traendola da un suo romanzetto uscito un paio di anni prima, avrebbe potuto far meglio.

Impossibile riassumere la storia, complicatissima, ambientata in un futuro in cui la società si è polarizzata in una piccola casta di privilegiati estremamente ricchi, e una grande maggioranza di lavoratori ipersfruttati. L'impostazione sociopolitica è curata poco e male ma, come dire, non è questo il punto. A Lang l'idea del film era venuta vedendo New York by night in una sua trasferta americana, e l'aspetto che trovava attraente nella storia era l'uso di un automa e delle macchine in genere.

Consiglio, se possibile, di vedere prima la versione Moroder e poi una tra quelle completa, perché le sorprese che si avranno valgono davvero la pena. Oltre all'apparire di scene mancanti c'è il bonus della colonna sonora che viene eseguita sulla base della partitura originale. Davvero bella, capace di dare significato ed emozioni.

A mio parere si tratta di un film imperdibile per chiunque, data la sua immensa ricchezza espressiva, ma soprattutto per gli appassionati della fantascienza che potranno sorprendersi nello scoprire in un film del '27 molti dei temi (non solo testuali - nella colonna sonora m'è sembrato di percepire a un certo punto quello che in Star Wars sarà il tema di Darth Vader), delle immagini e delle atmosfere che saranno poi riprese dalla cinematografia del genere nel secolo successivo.

Antwone Fisher

Vagamente riconducibile ad una vicenda reale che, nel gergo di Hollywood si traduce con "una storia vera".

Primo film alla regia per Denzel Washington, che si tiene pure il ruolo di coprotagonista. Una buona regia media, niente di sensazionale, niente di terribile. La scena finale è un po' involontariamente umoristica, molto suona già visto (che me lo sia effettivamente già visto e dimenticato? possibile anche questo), ma mi pare apprezzabile il tentativo di dare uno spessore universale ad una storia che poteva rischiare di diventare for black only.

Primo ruolo importante per Derek Luke, nei panni di Fisher. La prima donna è Joy Bryant, a cui resta naturalmente ben poco spazio.

Sceneggiatura scritta dallo stesso Antwone Fisher, che si è preso molte libertà nel narrare la sua drammatica vicenda. Il succo però lo ha tenuto: ha avuto una infanzia terribile, e si è salvato dal diventare un delinquente anche grazie all'incontro con uno strizza (Washington) che è riuscito a fare bene il suo lavoro.

Tra le cose interessanti del film, va segnalata la notazione del fatto che lo strizza dice che il lavoro che ha fatto su Fish (come viene soprannominato il protagonista) è andato anche a suo vantaggio - aspetto questo che in genere viene trascurato.

The Bourne Identity

Chi non rimanesse soddisfatto di questa versione cinematografica del romanzo di Robert Ludlum, potrebbe vedere la precedente versione televisiva. A seconda dei gusti finirà o per apprezzare l'intepretazione di Richard Chamberlain o per rivalutare Matt Damon.

Una buona produzione industriale, buon senso del ritmo, buona sceneggiatura, che modifica il testo originale per adattarlo ai tempi moderni e per togliere elementi secondari che avrebbero solo appesantito l'azione. Regia abbastanza anonima (Doug Liman - anche alla produzione, dove ha dato il suo meglio) ma capace di gestire bene il materiale affidatogli.

Ottimo il cast che include, oltre a Damon/Jason Bourne, Franka Potente; Chris Cooper - efficace nei panni cattivo che finisce male (nello stesso anno era in Interstate 60); Clive Owen (appena reduce da Gosford Park) - un pari di Bourne che cerca di bloccarlo; Brian Cox, ottimo caratterista in un ruolo che gli si confà, è il capo-struttura che decide chi vive e chi muore. C'è pure spazio per il nostro Orso Maria Guerrini nei panni del marinaio che ricuce Bourne all'inizio del film.

Interstate 60

Toni da commedia scanzonata, quasi da teen flick, per una storia di formazione che vira al filosofico stile Monty Python - anche se qui non si scappa dall'happy ending.

Un ragazzetto deve decidere che fare della sua vita: seguire la comoda via che gli segna un padre molto invadente, o le sue ambizioni e interessi, che vanno in una direzione completamente opposta. Alcune bizzarre circostanze e un provvidenziale trauma cranico lo aiutano a scegliere.

Molteplici gli aspetti interessanti di questa pellicola. In primo luogo il soggetto e la regia sono di Bob Gale, sodale di Robert Zemeckis, e si percepisce l'aria di famiglia.

La storia, poi, inizia a Saint Louis, si dipana in una serie di episodi sull'orlo dell'assurdo sull'inesistente strada del titolo, fino a raggiungere un'altrettanto inesistente Danver e quindi tornare alla conclusione in Saint Louis.

Divertente poi la carrellata di attori che ci troviamo sotto gli occhi in ruoli minori. Abbiamo infatti un protagonista, James Marsden (in ragazzetto di cui sopra - più noto credo come Ciclope in X-Man - fra l'altro un fumetto di questa serie appare "causalmente" in una inquadratura) e una serie di svariati personaggi bislacchi. Gary Oldman è un bizzarro ometto che ha la capacità di esaudire un unico desiderio per ogni persona che lo incontri, spesso con risultati catastrofici per il beneficiario, come scopre Michael J.Fox in una apparizione lampo. Christopher Lloyd (proprio il Dr.Emmett Brown di Back to the future) è il cugino di Oldman. Chris Cooper (Breach, Syriana, American Beauty ...) è un tizio che odia la menzogna, pronto a farsi esplodere se viene contrariato. Kurt Russel è un poliziotto piuttosto spregevole e Amy Smart colei che esprime il desiderio di incontrare Marsden.

The hours

Chissà come mai questa volta la distribuzione italiana ha deciso di mantenere il titolo originale. Un altro mistero riguarda il naso di Nicole Kidman che la rende (vagamente) simile al personaggio interpretato - nientepopodimeno che Virginia Woolf - ma a che prezzo? Ne è valsa la pena?

Cast stellare: a fianco della Kidman ci sono Meryl Streep e Julianne Moore nei ruoli principali. Tra i ruoli secondari John C. Reilly (nello stesso anno è uscito anche in Chicago e Gangs of New York) e Jeff Daniels.

Storia molto drammatica, non fa in tempo ad iniziare il film che la Kidman si suicida, anche se, fortunatamente, si tratta solo di un flash forward. Un altro personaggio si butta dalla finestra verso la fine - ma del resto aveva l'AIDS e era in condizioni precarie sin dall'inizio - un paio di altre morti ci vengono liquidate in una battuta secondaria. E anche ai sopravvissuti non è che le cose vadano poi molto meglio.

Si tratta di tre storie, una versione romanzata e abbastanza stravolta della vita della Woolf, una vicenda che ricalca sommariamente quella di un romanzo della Woolf stessa (in cui fa da protagonista la Streep) ma che viene trasposta nella New York di inizio millennio, e una terza che pare sia ispirata alla storia della madre di chi ha scritto il romanzo omonimo da cui è tratta la sceneggiatura - interpretata dalla Moore. A fine film la Moore, invecchiatissima, finisce per incontrare la Streep.

M'è risultato difficile entrare in sintonia con una vicenda centrata quasi esclusivamente su personaggi femminili, tutti più o meno omosessuali e con vari disturbi caratteriali. Del resto anche buona parte dei personaggi maschili sono omosessuali e con problemi vari.

Regia (non particolarmente entusiasmante) di Stephen Daldry (Billy Elliot), colonna sonora memorabile di Philip Glass.

Incredibilmente, tutto sommato lo ritengo un buon film. Interessanti i contributi aggiuntivi nel DVD.

The transporter

Tipico film di produzione, in questo caso del giro di Luc Besson. La regia è accreditata a Corey Yuen, ma quella "artistica" (qualunque cosa questo voglia dire) a Louis Leterrier che poi avrebbe diretto Danny The Dog con risultati che mi sembrano migliori. Per rendere la sceneggiatura più appetibile al pubblico americano, Besson si è appoggiato al solito Robert Kamen.

Non riesco a spiegarmi il successo che ha ottenuto, se non forse con il fatto che è stato coprodotto da una major americana, la 20th Century Fox, che avrà fatto valere il suo peso nella distribuzione.

La storia è tipica per Besson. Il protagonista (qui Jason Statham, che ha iniziato la sua carriera con Guy Ritchy con Lock, stock and two smoking barrels e poi in Snatch) s'è tirato in disparte a far un lavoretto decisamente sotto le sue possibilità, una giovin e piacente donna (Qi Shu) lo "costringe" a rientrare in azione.

Piacevole l'ambientazione, la Costa Azzurra, simpatico e realistico l'inglese incomprensibile dell'ispettore francese (François Berléand), insopportabile il "cattivo" (Matt Schulze).