Non è solo il titolo ad essere pulp, anche la principale sorpresa di questo episodio della serie Universal delle avventure di Sherlock Holmes sembra estratta di peso dai film horror di quel periodo. E pensare che secondo i titoli di testa la sceneggiatura sarebbe basata su L'avventura dei sei napoleoni di Conan Doyle. In realtà di quel racconto mantiene pochissimo, in pratica solo i busti del titolo, utilizzati da un delinquente (che là era italiano) per nascondere la sua refurtiva.
Si narra di come Holmes (Basil Rathbone), per motivi non ben specificati, si metta contro una piccola organizzazione criminale che vuole rubare una gigantesca perla che ai tempi sarebbe appartenuta a nientemeno che Alessandro Borgia in persona. Sventa un primo tentativo di furto, compiuto dalla bella avventuriera Naomi Drake (Evelyn Ankers, era già stata Kitty ne La voce del terrore), ma poi, pavoneggiandosi con le sue capacità deduttive, favorisce il secondo tentativo che va a buon segno. Ne approfitta l'ispettore Lestrade (Dennis Hoey) per prendersi una ben meritata rivincita agli svillaneggiamenti che è solito patire, ed è giocoforza che il nostro consulting detective si dia da fare per risolvere il guaio.
La piccola banda, capitanata da Giles Conover (Miles Mander, che era già morto come altro personaggio ne L'artiglio scarlatto) ha un asso nella manica, un gigantesco assassino noto col soprannome di The Creeper (tradotto in italiano come "mostro", quando invece è qualcosa di più inquietante, strisciante, che fa venire i brividi) di cui si parla per tutto il film ma che vediamo solo nel finale.
Ad interpretarlo è il povero Rondo Hatton che non aveva bisogno di alcun trucco per interpretare il suo spaventoso personaggio. Un problema endocrinologo lo aveva infatti sfigurato e lo porterà di lì a poco alla morte.
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L'artiglio scarlatto
Sceneggiatura che, pur essendo evidentemente basata su Il mastino dei Baskerville, viene accreditata per essere originale. Mentre si sono visti precedenti episodi che sono indicati come rielaborazioni di racconti di Conan Doyle quando i riferimenti sono molto più tenui che qui.
I toni sono definitivamente da horror tardo gotico, ambientato com'è in un paesino dall'improbabile nome di La Mort Rouge, forse citazione da La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe, che però non mi pare abbia alcun riferimento con la storia narrata. Una vera e propria landa desolata, con tanto di palude che la circonda e nebbia che la ammanta giorno e notte. Chissà perché si è scelto di immaginarsela in Canada. Forse per fare sfoggio di nomi francesi, anche se poi tutti parlano tranquillamente in inglese.
Sherlock Holmes (Basil Rathbone) e il dottor Watson (Nigel Bruce) sono da quelle parti, espressamente giunti per assistere ad un convegno sull'occulto, che viene bruscamente interrotto quando Lord Penrose, che l'ha convocato e lo dirige, viene raggiunto dalla notizia che sua moglie è morta in modo misterioso. Lui non ha dubbi, è la maledizione di La Mort Rouge, dove per l'appunto abita. Holmes non sembra così convinto, ma non ha certo voglia di disputare con tal soggetto. Succede però che il giorno dopo riceve una lettera di Lady Penrose (le poste non sono lente solo da noi) che chiede il suo aiuto e fa cambiare idea al nostro detective.
Da notare che, come in Sherlock Holmes a Washington, anche qui si chiude con Holmes che cita Winston Churchill. Questa volta Watson riconosce la fonte senza fare gaffe imbarazzanti.
I toni sono definitivamente da horror tardo gotico, ambientato com'è in un paesino dall'improbabile nome di La Mort Rouge, forse citazione da La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe, che però non mi pare abbia alcun riferimento con la storia narrata. Una vera e propria landa desolata, con tanto di palude che la circonda e nebbia che la ammanta giorno e notte. Chissà perché si è scelto di immaginarsela in Canada. Forse per fare sfoggio di nomi francesi, anche se poi tutti parlano tranquillamente in inglese.
Sherlock Holmes (Basil Rathbone) e il dottor Watson (Nigel Bruce) sono da quelle parti, espressamente giunti per assistere ad un convegno sull'occulto, che viene bruscamente interrotto quando Lord Penrose, che l'ha convocato e lo dirige, viene raggiunto dalla notizia che sua moglie è morta in modo misterioso. Lui non ha dubbi, è la maledizione di La Mort Rouge, dove per l'appunto abita. Holmes non sembra così convinto, ma non ha certo voglia di disputare con tal soggetto. Succede però che il giorno dopo riceve una lettera di Lady Penrose (le poste non sono lente solo da noi) che chiede il suo aiuto e fa cambiare idea al nostro detective.
Da notare che, come in Sherlock Holmes a Washington, anche qui si chiude con Holmes che cita Winston Churchill. Questa volta Watson riconosce la fonte senza fare gaffe imbarazzanti.
La donna ragno
Continua l'opera di demilitarizzazione di questa serie di avventure di Sherlock Holmes interpretate da Basil Rathbone. In pratica qui ne resta solo un accenno nel finale, quando ci si trova tutti in una specie di fiera paesana dove una attrazione è il tiro al bersaglio mobile, rappresentato dalle sagome dei leader dell'Asse.
Sceneggiatura composita che combina elementi da diversi racconti di Conan Doyle. In particolare il principale nemico di turno è una donna, Adrea Spedding ben interpretata da Gale Sondergaard, qualificata da Holmes come una Moriarty al femminile, che mi ha fatto pensare alla Irene Adler descritta in Uno scandalo in Boemia. Come per la Adler dell'originale, anche questo Holmes ha una fascinazione trattenuta a stento per questa avventuriera che arriva (quasi) a sconfiggerlo.
Ms. Spedding accalappia uomini rovinati dal gioco d'azzardo, ne sugge gli ultimi soldi e quindi li spinge al suicidio. Per scoprire il suo gioco, Holmes finge la sua morte e riappare nelle sembianze di un ricco indiano magneticamente attratto dalla roulette. La Spedding non cade nella trappola e quasi riuscirebbe a farla franca se non fosse che, grazie anche alle conoscenze anatomiche del dottor Watson (Nigel Bruce), Holmes riuscirà a trovare il bandolo della matassa.
Sceneggiatura composita che combina elementi da diversi racconti di Conan Doyle. In particolare il principale nemico di turno è una donna, Adrea Spedding ben interpretata da Gale Sondergaard, qualificata da Holmes come una Moriarty al femminile, che mi ha fatto pensare alla Irene Adler descritta in Uno scandalo in Boemia. Come per la Adler dell'originale, anche questo Holmes ha una fascinazione trattenuta a stento per questa avventuriera che arriva (quasi) a sconfiggerlo.
Ms. Spedding accalappia uomini rovinati dal gioco d'azzardo, ne sugge gli ultimi soldi e quindi li spinge al suicidio. Per scoprire il suo gioco, Holmes finge la sua morte e riappare nelle sembianze di un ricco indiano magneticamente attratto dalla roulette. La Spedding non cade nella trappola e quasi riuscirebbe a farla franca se non fosse che, grazie anche alle conoscenze anatomiche del dottor Watson (Nigel Bruce), Holmes riuscirà a trovare il bandolo della matassa.
La fiamma del peccato
Il titolo originale non è melodrammatico come quello scelto (chissà da chi) per il mercato italiano, ma molto asciutto, come del resto è il film: Double Indemnity. Doppia indennità, che sarebbe poi una clausola assicurativa che raddoppia il premio in caso di morte particolarmente improbabile.
Ottima regia di Billy Wilder, che ha curato la sceneggiatura, assieme a Raymond Chandler, basata sul romanzo breve di James M. Cain che in italiano si intitola La morte paga doppio - più noto per Il postino suona sempre due volte (utilizzato come base anche da Visconti per Ossessione). Con un tal pool di cervelli dietro non ci si può aspettare che un risultato eccellente, e infatti abbiamo a che fare con uno dei prototipi del film noir. La donna fatale (Barbara Stanwyck), l'inghippo orchestrato in combinazione con il ganzo che si crede superastuto (Fred MacMurray), le cose che sembrano andare come previsto, ma poi tutto va a ramengo, anche grazie all'intervento di chi ne sa una più del diavolo (Edward G. Robinson - il migliore dei tre, a mio parere).
Ma non ci si può aspettare da Billy Wilder la mera enunciazione di uno schema classico. Infatti lo sovverte, dicendoci sin dall'inizio che il piano è fallito, e lasciando che sia l'assassino a raccontarci in flash back tutta la vicenda. Ricorda niente? Ma certo, Il viale del tramonto, sempre di Wilder, sei anni dopo, con la vicenda raccontataci addirittura dal morto.
E non è questo il solo aspetto bizzarro della vicenda. I protagonisti sembrano guidati nella vicenda più da una pulsione autodistruttiva che da un vero interesse per quelli che sono normalmente i temi classici del genere (soldi e sesso). I due si vedono, si capiscono, e organizzano la trama che li porterà alla distruzione, ma anche quando sembra che tutto vada per il meglio, entrambi agiscono come se non fossero poi particolarmente interessati ai presunti obiettivi dichiarati.
Addirittura sembra che la vera coppia del film sia quella rappresentata da Robinson e MacMurray, con il primo che vorrebbe che il secondo seguisse le sue orme e dimostra una fiducia in lui evidentemente mal riposta. D'altra parte il secondo dimostra di nutrire per lui una profonda stima, ma di essere trascinato da chissà che verso la propria distruzione.
Ottima regia di Billy Wilder, che ha curato la sceneggiatura, assieme a Raymond Chandler, basata sul romanzo breve di James M. Cain che in italiano si intitola La morte paga doppio - più noto per Il postino suona sempre due volte (utilizzato come base anche da Visconti per Ossessione). Con un tal pool di cervelli dietro non ci si può aspettare che un risultato eccellente, e infatti abbiamo a che fare con uno dei prototipi del film noir. La donna fatale (Barbara Stanwyck), l'inghippo orchestrato in combinazione con il ganzo che si crede superastuto (Fred MacMurray), le cose che sembrano andare come previsto, ma poi tutto va a ramengo, anche grazie all'intervento di chi ne sa una più del diavolo (Edward G. Robinson - il migliore dei tre, a mio parere).
Ma non ci si può aspettare da Billy Wilder la mera enunciazione di uno schema classico. Infatti lo sovverte, dicendoci sin dall'inizio che il piano è fallito, e lasciando che sia l'assassino a raccontarci in flash back tutta la vicenda. Ricorda niente? Ma certo, Il viale del tramonto, sempre di Wilder, sei anni dopo, con la vicenda raccontataci addirittura dal morto.
E non è questo il solo aspetto bizzarro della vicenda. I protagonisti sembrano guidati nella vicenda più da una pulsione autodistruttiva che da un vero interesse per quelli che sono normalmente i temi classici del genere (soldi e sesso). I due si vedono, si capiscono, e organizzano la trama che li porterà alla distruzione, ma anche quando sembra che tutto vada per il meglio, entrambi agiscono come se non fossero poi particolarmente interessati ai presunti obiettivi dichiarati.
Addirittura sembra che la vera coppia del film sia quella rappresentata da Robinson e MacMurray, con il primo che vorrebbe che il secondo seguisse le sue orme e dimostra una fiducia in lui evidentemente mal riposta. D'altra parte il secondo dimostra di nutrire per lui una profonda stima, ma di essere trascinato da chissà che verso la propria distruzione.
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