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X-Men 2

Il titolo originale, X2, deve essere sembrato troppo criptico alla nostra distribuzione, che ha preferito mettere ben in chiaro che si tratta del seguito dell'X-Men di tre anni prima. Stesso cast, con alcune new entry, e pure stesso regista, Bryan Singer, che qui mostra di essere cresciuto nel ruolo, confezionando un prodotto che mi è piaciuto di più.

I mutanti sono arrivati ad una tregua non dichiarata, anche perché Magneto (Ian McKellen) è in gattabuia, opportunamente plasticosa. Succede però che una specie di diabolico essere capace di teletrasportarsi, tale Kurt Wagner (*), attenta alla vita del presidente americano. Entra così in scena uno scienziato pazzo in forza all'esercito, William Stryker (Brian Cox), che ha carta bianca nell'interrogare Magneto, usando metodi non propriamente garantisti, e nell'usare le informazioni ottenute per attaccare la scuola del professor X (Patrick Stewart). Le due contrapposte schiere di mutanti dovranno combattere unite contro di lui per evitare la disfatta, anche se manterranno posizioni ben distinte.

Nel campo dei "buoni" abbiamo la contrapposizione tra Wolverine (Hugh Jackman) e Cyclops (James Marsden), che si contendono i favori della bella Jean Grey (Famke Janssen), la quale tentenna fino all'ultimo. Ma Wolverine è concupito anche da Mystique (Rebecca Romijn) e da Rouge (Anna Paquin), anche se quest'ultima fila con Iceman (Shawn Ashmore), e ha una relazione piuttosto travagliata con Yuriko Oyama (Kelly Hu), che risulta essergli in un certo senso molto simile, ma i due finiranno per non legare.

(*) Personaggio evidentemente tedesco, che chissà come mai è interpretato dallo scozzese Alan Cumming.

Confessioni di una mente pericolosa

La sceneggiatura (Charlie Kaufman) è basata sulla autobiografia non autorizzata (sic) di Chuck Barris, nome che a noi dice poco, ma che conosciamo indirettamente in quanto è colui che ha inventato il format di alcuni tra i programmi televisivi più deprimenti nella storia dell'umanità, quali The dating game (*) e The gong show (**).

Barris è un nome noto negli USA, i diritti cinematografici per la sua storia saranno costati un botto, e quindi non aveva molto senso farne un film indipendente, che non sarebbe riuscito a rientrare nelle spese. D'altro canto la storia è così assurda che difficilmente si potevano trovare produttori disposti a rischiare le cifre ingenti di un film mainstream. Questo ha comportato una gestazione travagliata fino alla decisione di affidare la regia al debuttante di lusso George Clooney. Scelta che si è dimostrata arrischiata per l'equilibrio del racconto, ma che ha permesso di ottenere un cast a supporto di tutto rispetto, in quanto in molti hanno partecipato per amicizia, accettando un compenso relativamente modesto.

In pratica Barris sostiene di essere stato reclutato dalla CIA per uccidere in giro per il mondo, e di aver colpito una trentina di volte prima di essere messo a riposo. Il che si sposa piuttosto male con la sua carriera di produttore televisivo. La scelta della sceneggiatura, e sopratutto della regia, è quella di dargli corda, raccontare la storia come se fosse plausibile, e lasciare allo spettatore il compito di decidere cosa ne vuole pensare. Siamo un po' a metà strada tra la scelta di Ron Howard per A beautiful mind, e quella di Peter Weir per The way back. Nel primo è chiaro, almeno da un certo punto in avanti, che il protagonista ha problemi mentali, e che non possiamo fidarci di quello che viene narrato seguendo la sua prospettiva. Nel secondo non ci viene dato praticamente nessun indizio sulla falsità della storia e viene lasciato tutto allo spettatore l'onere di informarsi su cosa ci sia dietro.

Ci viene detto che Chuck ha un solo grande interesse nella vita, le donne. O meglio, fare sesso con le donne. Lo vediamo ragazzetto (Michael Cera) approcciare disastrosamente sue coetanee e poi, più adulto (Sam Rockwell), scegliere la sua vita in base alle probabilità di andare a segno. Finisce dunque per produrre spettacoli televisivi. Nel passare da donna in donna, incontra Debbie (Maggie Gyllenhaal) che condivide l'appartamento con Penny (Drew Barrymore), tipetta bizzarra con cui Chuck finirà per avere una lunghissima per quanto anomala relazione.

Sta ancora lottando per emergere quando viene contattato da un losco figuro, Jim Byrd (lo stesso Clooney), che lo convince a partecipare ad un bizzarro corso per assassini e poi lo manda in Messico ad uccidere un tale per conto del governo. Tornato dalla missione, scopre che Penny ha avuto una svolta hippy e che il suo Dating Game ha fortunosamente ottenuto il via libera per la produzione. Nonostante questo Jim gli tiene gli occhi addosso, anzi, quando scopre che il programma ha successo, suggerisce a Chuck di introdurre una variazione che gli permetterà di usarlo come copertura per missioni all'estero.

Però nemmeno il KGB scherza, e ci viene suggerito che pure loro usino il programma di Chuck per i loro scopi. Vediamo infatti che in una puntata la tipa sceglie il suo compagno scartando nientemeno che Brad Pitt e Matt Damon per favorire quello che scopriremo essere un agente doppiogiochista. Tra i colleghi di Chuck facciamo la conoscenza della letale Patricia (Julia Roberts) e del disilluso Keeler (Rutger Hauer). I due sembrano una copia in negativo di Penny e Chuck, e forse non è un caso che Chuck li debba eliminare per potersi sposare con Penny.

Lo stile della narrazione è in una via di mezzo tra quello dei fratelli Coen e di Steven Soderbergh (che è tra i produttori). Meglio andrà quando Clooney riuscirà a fare a meno di modelli altrui e userà le sue capacità. Vedasi Le idi di marzo.

(*) Da noi noto come Il gioco delle coppie, anche perché il termine "date" era, e credo continui ad essere, praticamente intraducibile.
(**) Molto simile al nostro La corrida, che però è precedente.

Alex & Emma

Rob Reiner è un bravo regista. Ha firmato cose come Stand by me, Harry ti presento Sally, Misery non deve morire. E poi ha fatto cose meno egregie. Questo film cade nel secondo gruppo.

A Boston un romanziere (Luke Wilson, fratello di Owen e Andrew) ha avuto successo col primo lavoro ma ha una profonda crisi creativa che gli impedisce di scrivere altro. Nel frattempo ha accumulato un cospicuo debito (causa gioco d'azzardo) con un paio di delinquenti cubani. Se non salda in un mese gli succederà qualcosa di brutto, ma il suo editore (lo stesso Reiner) non è disposto a sganciare altri soldi se non vede qualcosa di pubblicabile.

Per riuscire a rispettare la scadenza, il nostro chiama (con l'inganno) una stenografa (Kate Hudson) che inizialmente non vorrebbe prendere il lavoro ma che poi si dimostra indispensabile nel guidare la vena creativa dell'autore.

Mentre il romanzo prende corpo (una specie di versione americana ai tempi di Gatsby de Il giocatore di Fedor Dostoevskij, che tra l'altro è stato scritto in una situazione simile a quella narrata dalla sceneggiatura, ma è molto peggiore) i due piccioncini vincono l'inziale incomunicabilità e finiscono, ovviamente, per innamorarsi. La situazione nel "reale" viene duplicata nel romanzesco, con conseguente doppia interpretazione dei personaggi. Con la variante che la Hudson finisce per cambiare svariate volte nazionalità (inzia come svedese, poi diventa tedesca, quindi ispanica, e infine wasp americana) a seconda dei mutamenti della trama. A fare da terzo vertice del triangolo amoroso concorre Sophie Marceau, nel ruolo di una (possibile) ereditiera francofona di cui il protagonista romanzato è innamorato (e, poi scopriremo, anche quello filmico).

Da notare come i "cattivi" siano tutti non-americani (francesi, cubani, etc) e cerchino, in un modo o nell'altro, di disturbare il romanzetto amoroso tra i protagonisti.

La struttura della storia principale (il romanziere che scopre l'amore con chi gli scrive la storia) ricorda molto la sceneggiatura di Insieme a Parigi, film non propriamente memorabile del '64 ma che ha come protagonisti William Holden e, soprattutto, Audrey Hepburn.

Ned Kelly

Il Ned Kelly storico di cui è qui narrata la vicenda era forse meno fascinoso di Heath Ledger, che qui lo interpretò, e sicuramente non proprio quella brava persona trascinata dalle circostanze che viene descritta dalla sceneggiatura (di John Michael McDonagh, fratello di Martin) e dalla regia (Gregor Jordan).

Però si tratta di una specie di mito nazionale australiano, una specie di incrocio tra Robin Hood e Jesse James, e come tale è stato qui trattato, glissando su alcuni aspetti meno presentabili e sottolineando con fin troppa decisione gli altri.

Il Ned che risulta è un candido agnellino nato in un ambiente sfavorevole (babbo galeotto, origine irlandese e in quanto tale pesantemente discriminato) che subisce una serie impressionante di ingiustizie e alla fine si ribella. Che fra l'altro, nella sostanza, è tutto vero, a parte il dettaglio che il manto non era propriamente candido, e forse gli starebbe stato meglio la pelliccia del lupacchiotto.

Ned viene accusato ingiustamente di aver picchiato una guardia. Lui avrebbe l'alibi, in quel momento era in compagnia di Julia (Naomi Watts), una gentil dama che però è sposata con prole. Sceglie dunque di scappare con un piccolo seguito (tra cui Orlando Bloom). Inseguito da un sopraintendente molto bellicoso (Geoffrey Rush), riesce a farla franca per un certo tempo contando sia sulla solidarietà irlandese, sia sui proventi di alcune rapine in banca.

Rendendosi conto che non può evitare lo scontro indefinitamente, Ned pensa ad un piano diabolico un po' alla Mucchio selvaggio. Le cose però non vanno esattamente come aveva preventivato.

Già all'inizio del film c'è una scena che spiega molto sul taglio che è stato scelto per narrare la vicenda. Il marito di Julia non riesce a domare un cavallo e decide di abbatterlo. Ned si offre di provarci lui, ma gli viene detto che è inutile. Il cavallo è comunque "cattivo" e non ha senso spenderci tempo. Evidente parallelo con la condizione degli irlandesi in Australia a quei tempi. Considerati "cattivi" (erano in genere galeotti mandati a scontare la pena dall'altra parte del mondo), non si vedeva il senso di andare troppo per il sottile.

The station agent

Che poi in italiano il titolo sarebbe stato facilmente traducibile in Il capostazione. Prima sceneggiatura e regia di Thomas "Tom" McCarthy, forse più noto come attore. Un po' come Sergio Rubini che ha diretto il suo primo film, La stazione (in inglese The station) un decennio prima. E in effetti i due film hanno in comune, oltre all'ambientazione ferroviaria, anche uno sguardo su personaggi e ambienti periferici.

Il protagonista qui è Fin (Peter Dinklage) un trentenne affetto da nanismo, ormai rassegnato alla crudele ironia dei "normali" e con una grande passione per i treni. A causa di una eredità lascia i sobborghi di New York per prendere possesso di una stazione abbandonata nel nulla del New Jersey. Interessante notare come il passaggio dai due ambienti venga visto come abissale, nonostante che Fin, con il suo passo corto, riesca a cambiare casa con una lunga passeggiata. E, ho controllato sulla cartina, direi che sia fattibile, anche se magari sarebbe meglio mettere in conto due giorni.

Sembra che il suo progetto sia quello di vivere in solitudine avendo meno contatti possibile con il resto dell'umanità, ma finisce per incappare in Olivia (Patricia Clarkson), una cinquantenne molto sbadata che rischia di investirlo (due volte!), e Joe (Bobby Cannavale - di questi giorni lo si può vedere in Blue Jasmine) un loquace cubano sulla trentina che gestisce per conto del padre momentaneamente indisposto un baracchino che, misteriosamente, vende caffè proprio fuori dalla ex-stazione di Fin. Altri incontri, tra cui quello con la bibliotecaria (Michelle Williams ancora non molto nota, Brokeback Mountain è di un paio di anni dopo) e con una bambina cicciosetta, finiranno per fargli cambiare idea.

McCarthy mescola con giudizio i toni da commedia con quelli più drammatici, raccontandoci la storia di tre solitudini che riescono miracolosamente a far sbocciare una bella amicizia. C'è qualche angolo oscuro nella sceneggiatura - per esempio, se si capisce bene come mai Fin e Olivia preferiscano starsene per conto loro, non è chiaro perché Joe sia così attratto da quei due musoni - ma il risultato complessivo è ottimo.

Swimming pool

E' uno di quei film di cui bisogna aspettare con pazienza la fine, altrimenti è ben difficile trovare una chiave interpretativa che permetta di aprire porte che sembrano non aprirsi, o farlo con fatica.

Un altro fattore di interesse è che si tratta di un film molto francese, ma la cui lingua principale è l'inglese. La sceneggiatura, infatti, è scritta François Ozon (anche regista) con il supporto di Emmanuèle Bernheim, ma è stata rivista e adattata da Sionann O'Neill. Direi che questo mostri quanto il cinema francese sia capace di adattarsi alle richieste commerciali moderne, senza perdere la propria specificità.

L'azione si svolge in tre tempi. Inizio a Londra, blocco centrale nella provincia francese, finale nuovamente a Londra. Quel che succede in Inghilterra sembra essere solidamente ancorato nella realtà, fra l'altro la prima scena, ambientata nella metropolitana londinese, è girata in uno stile quasi documentaristico. Mentre su quello che succede in Francia pesa una grande incertezza. Realtà e fantasia si mescolano senza che la regia dica esplicitamente cosa sia avvenuto per davvero e cosa no. Dobbiamo essere noi, una volta finita la pellicola, a ragionare su quel che abbiamo visto e trarre le nostre conclusioni.

La protagonista è Sarah (Charlotte Rampling) una scrittrice di polizieschi di successo che però si è stufata della serialità e vorrebbe passare ad altro. Il suo editore (Charles Dance), con cui pare avere qualcosa di più profondo che una relazione d'affari, le consiglia di staccare, e le dà le chiavi della sua casa in Francia. Il cambio di clima e atmosfera sembra fare il miracolo, e Sarah riprende rapidamente a produrre pagine su pagine.

L'impiccio è rappresentato da Julie (Ludivine Sagnier), figlia dell'editore, giovane e con un corpo da far girare la testa - e per di più messo in mostra senza risparmio - che ha una girandola di uomini attorno. Sarah si mostra subito molto ostile nei suoi confronti, ammorbidendosi solo quando scopre il diario segreto della giovinetta (cosa ci sia scritto non ci è dato saperlo). Non si capisce bene se perché matura una simpatia, o perché voglia utilizzare quel materiale per tirarci fuori un libro.

Julie scopre di essere spiata e, all'insaputa di Sarah, organizza una feroce rappresaglia, che finirà drammaticamente per il solito povero disgraziato estraneo ai fatti. Contro colpo di scena, questo finisce per cementare l'amicizia tra le due, con ritorno alla pace.

Raccontato così sembra un giallo, e nemmeno dei migliori. Però non ho detto del finale londinese, che ribalta quello che sapevamo (credevamo di sapere) su Julie, rendendo molto più problematica la comprensione dei fatti raccontati.

Buona la colonna sonora di Philippe Rombi che veicola un senso di inquietudine dietro una apparente levità.

La ragazza con l'orecchino di perla

Atmosfere impeccabili, regia misurata (Peter Webber) che segue con attenzione un notevole cast. Purtroppo non ho capito dove vada a parare la storia (basata sul romanzo di Tracy Chevalier), e questo mi ha ridotto il piacere della visione.

Si tratta della invenzione delle vicende che avrebbero portato il pittore seicentesco olandese Jan Vermeer (Colin Firth) a dipingere uno dei quadri più noti al mondo (come da titolo), che rappresenta una ignota fanciulla (Scarlett Johansson) colta sulla tre quarti, con un semplice turbante blu in testa (da cui l'altro nome con cui il dipinto è noto: la ragazza col turbante) e una vistosa perla all'orecchio. Il gioco tra contrasti (ragazza molto giovane, ma con bocca e sguardo da far rimescolare il sangue; abbigliamento semplice ma gioiello di gran valore; la luminosità della figura nell'oscurità del contorno) rendono la tela indimenticabile.

In realtà poco si sa di Vermeer, e nulla della modella. Nel film mi pare si voglia fare il punto che lei, pur non sapendo nemmeno leggere, avesse una grande intelligenza istintiva, e che avrebbe potuto forse essere una grande pittrice. Ma le circostanze hanno deciso altrimenti. I toni dello svolgimento sono molto leggeri, seguiamo senza molta fretta le vicende della giovane servetta, che conosce un possibile marito, il figlio del macellaio (Cillian Murphy), rischia di essere violentata da un ricco mercante (Tom Wilkinson), ha screzi con la moglie di Vermeer eccetera. Molte scene ricordano dipinti di Vermeer e la pittura olandese del tempo in genere.

Girato sul luogo, ovvero Delft, a due passi da L'Aia, ben conservata, vale la pena di visitarla, magari dopo aver visto il film, come vale la pena di andare alla Mauritshuis, che sarebbe poi il museo che conserva il dipinto citato. Interessante il confronto con In Bruges, ambientato ai nostri giorni ma in una città che sembra quasi gemella.

Il tempo dei lupi

Post catastrofico scritto e diretto, con il suo solito stile, da Michael Haneke. Assenza quasi totale di musica, come del resto di quasi tutto quanto, non solo per noi, ma anche per i personaggi del film.

Ai nostri tempi, una catastrofe indefinita si è abbattuta sulla Francia, e forse sul mondo intero. All'inizio non lo sappiamo e ci pare che la gente si comporti in modo pazzesco (ancor più del solito, intendo), ma poi appare chiaro che il disastro ha fatto saltare non solo le reti di distribuzione ma, soprattutto, quelle sociali che definiscono l'umanità stessa.

Tematica affrontata da innumerevoli film di genere, e che quindi risulta meno interessante di altri lavori di Haneke, se non per paragonare il risultato ad altri prodotti simili.

Protagonista Isabelle Huppert (incolpevolmente meno incisiva, rispetto al precedente La pianista, madre di un paio di ragazzetti allo sbando nelle campagna francese. Un piccolo ruolo anche per Béatrice Dalle.

Taxxi 3

Non che cambi molto rispetto allo primo o, soprattutto, al secondo episodio, ma a questo punto la debolezza strutturale della trama non regge più. Meglio sarebbe stato fermarsi prima, se non fosse per l'aspetto commerciale dell'operazione.

Fondamentalmente si mantiene il cast della seconda puntata. Immutate regia (Gérard Krawczyk) e co-produzione/ispirazione generale (Luc Besson), la novità sta nella maggiore internazionalizzazione, affidata principalmente alla partecipazione di Sylvester Stallone nella sola scena iniziale (solita folle corsa in taxi), ed al deciso taglio dei toni sciovinisti usati dal commissario. In Francia fanno ridere, all'estero lasciano perplessi.

Aumentano i riferimenti a 007, i titoli di testa ne sono un chiaro spoof, il ruolo di cattiva viene affidato ad una improbabile svizzero-cinese (Bai Ling) che usa gli stessi metodi dei bizzarri avversari bondiani.

Al solito i due protagonisti vivono vicende parallele, entrambe le loro donne (Marion Cotillard sottotono, doveva essersi stufata della serie, e Emma Sjöberg) sono incinte, il poliziotto (Frédéric Diefenthal) punta sempre più decisamente a livelli di imbranatezza alla Clouseau, ma il suo capo, più che replicare la contrapposizione alla Dreyfus, sembra essere un'altro Clouseau, il che rovina l'effetto e rende il ruolo del commissario tutto sommato inutile.

Il taxi del titolo continua a subire mutazione improbabili, arrivando pure a viaggare sulle nevi delle Val d'Isère. Il suo proprietario (Samy Naceri) diventa sempre meno interessante. È una specie di Topolino saputello che risolve i guai del suo amico. Il suo unico problema è quello di convincere la sua donna a stare con lui, cosa che si capisce subito sia un non problema.

Paycheck

L'idea di partenza è simpatica (bella forza, viene da un racconto che, per quanto minore, è pur sempre scritto da Philip K. Dick) ma lo sviluppo (sceneggiatura di Dean Georgaris, pare aver abbandonato la carriera per passare a fare il produttore, con risultati che gli auguro migliori; regia dell'adrenalinico John Woo) m'è parso sottotono, una specie di riepilogo di film del genere, diretto e recitato senza troppa convinzione, per un risultato che, almeno nel mio caso, non definirei memorabile.

Infatti mi ero dimenticato di averlo visto, e per la prima mezz'oretta ho notato le somiglianze con gli altri film, per poi accorgermi che assomigliava anche al se stesso che avevo visto e che mi ero dimenticato. In teoria la circostanza varrebbe un parallelo con la storia raccontata, visto che il sottotitolo è "remember the future", ma nel mio caso si tratta di pura sbadataggine, mentre nel film le cose sono molto più complicate ed implausibili. Per un migliore resoconto del film rimando a quello che ne ha recentemente scritto Tomobiki, che mi ha fatto venire il dubbio "non visto, o visto e dimenticato?" che è stato cancellato dalla visione.

Un super-ingegnere (Ben Affleck) che sa e fa tutto, preferibilmente da solo, ma non è un nerd-mollusco bensì ha anche un fisico e una combattività da agente segreto, si prende una cotta per una bella biologa di cui non sa nulla (Uma Thurman), che lavora per un suo amico milionario (Aaron Eckhart), che lo coinvolge in un lavoro segretissimo strapagato ma con la clausola che gli verrà cancellata la memoria di tutto quello che ha fatto. Al tizio la cosa va bene, perché ha già fatto cose del genere, sotto la guida del suo amico-manager un po' sfigato (Paul Giamatti), che però gli sconsiglia questo lavoro, e perché la topolona di cui sopra sarà - non si capisce bene a che titolo - nel suo stesso laboratorio.

I tre anni dell'assegnamento passano in un baleno, e il tipo si ritrova tre anni più vecchio, e molto più ricco. Anzi no. Perché scopre che il suo vecchio io ha barattato il suo compenso per una busta contenente una ventina di oggetti di scarso valore. Il come mai verrà spiegato dal resto dell'azione.

Buchi di sceneggiatura tanto grandi da farci passare pullman, scene d'azione che non mi hanno molto coinvolto, nonostante la coreografia non disprezzabile e la sponsorizzata BMW Rockster (nel senso di moto, dunque) che sfreccia manco fossimo nel coetaneo Matrix Reloaded (lì il product placement era made in Ducati).

The cooler

Un po' come il signor Malaussène di Pennac, incrociato allo iettatore professionista de La patente di Pirandello (ripreso sul grande schermo da Totò), il raffreddatore (William H. Macy) è un tizio che gira tra i tavoli di un casinò a terminare le serie positive dei giocatori. A pagarlo, ma neanche tanto, è il direttore (Alec Baldwin), fautore del gioco d'azzardo vecchio stile, al punto da gestire l'ultima casa da gioco a Las Vegas che ancora non si sia trasformata in un parco giochi.

La storia, co-scritta e diretta da Wayne Kramer non è così profonda e interessante come gli esempi sopra citati, ma ha comunque un suo interesse. È il secondo film che vedo di Kramer, e questo è il suo primo "vero" lungometraggio. In comune con Running c'è una sceneggiatura molto densa di particolari, in cui molta attenzione è dedicata anche ai comprimari e ai personaggi secondari.

La trama naviga sul conflitto tra Macy e Baldwin, nato dal fatto che il primo se ne vuole andare, stufo di quella vita, ma il secondo lo ritiene un asset troppo importante per la sua attività, e cerca in ogni modo di trattenerlo. La situazione viene complicata in primo luogo dall'entrata in gioco di Maria Bello che, incongruamente (o forse no), si prenderà una cotta per il catalizzatore di sfortuna aziendale. Ma capita anche che gli investitori non siano poi così contenti della gestione vecchio stile di Baldwin, e gli affianchino un giovane squaletto dalle idee molto moderne. E succede pure che piombi in città il figlio di Macy, da lui abbandonato con la madre tempo prima. E altri fatterelli minori.

Interessante il parallelo con Casinò di Scorsese, anche se qui direi che il punto principale è nel personaggio di Macy, del suo essere sfortunato perché non si sente amato, e non, come pensa lui, di non essere amato perché sfortunato.

Master & Commander - Sfida ai confini del mare

In attesa di The way back, già uscito in praticamente tutto il mondo ma ancora latitante sui nostri schermi, Master and commander: The far side of the world è correntemente il titolo più recente di Peter Weir. Oltre alla regia ha partecipato anche alla produzione e alla sceneggiatura (assieme a John Collee, che scriverà Happy feet e, più interessante in questo contesto, Creation), basata sulla serie di racconti di Patrick O'Brian, che non conosco, non mi pare sia molto popolare da noi, ma è ben noto nel mondo anglofono.

La regia è accurata, la storia ricordo molto i classici della letteratura marinara, con evidenti riferimenti a Joseph Conrad, Herman Melville, Robert Louis Stevenson, e a molta tradizione del genere cinematografico del secolo scorso. L'impostazione è quella da primo episodio di una saga, il finale è lasciato appositamente aperto, ma il successo di pubblico inferiore alle aspettative ha fatto sì che questo restasse un episodio unico. Da notare che nello stesso anno è uscito il primo episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, in un certo senso paragonabile.

Centro della vicenda l'amicizia virile tra il capitano (Russell Crowe) e il medico di bordo (Paul Bettany) di una fregata (nel senso di nave) britannica impegnata nella caccia di una nave francese (siamo ai tempi delle guerre napoleoniche) nei mari del Sudamerica. I francesi sono più veloci, potenti, e sembrano quasi protetti da incantesimi, e la caccia si trasforma quasi in una ossessione. Molti gli episodi che inframmezzano lo scontro, che danno modo di affrontare molti elementi tipici del genere.

La regola del sospetto

Placidamente ignorabile. Se non fosse basato su una sceneggiatura con molti punti deboli, potrebbe essere considerato un prodotto medio. Regia accettabile del discontinuo Roger Donaldson, cast basato su due stelle, Al Pacino e Colin Farrell, e una stellina, Bridget Moynahan.

Pacino recluta Farrell nella CIA, da cui il titolo originale The recruit, e tra i due si instaura una simil-relazione padre-figlio. Durante la selezione Farrell e la Moynahan si invaghiscono, ma preferiscono anteporre il lavoro alla passione. E dato che il lavoro è quello della spia, mestiere in cui non ci si deve fidare di nessuno, e si deve essere disposti a tradire chiunque, non è che i due piccioncini abbiano grandi possibilità di convolare. A dire il vero a un certo punto convoleranno pure, ma con gran bagaglio di sospetti, retropensieri, dubbi vari che non deve aver reso la faccenda molto piacevole.

Il tutto ruota su un complesso giro di possibili tradimenti, e non si capisce bene, fino allo spiegone finale, chi tradisca chi, e perché.

La parte più ridicolmente interessante è quella informatica, del tutto implausibile e assurda, al punto da risultare amaramente comica.

Appuntamento a Belleville

Dopo aver visto L'illusionista, ho pensato bene di andarmi a recuperare il primo lungometraggio scritto e diretto da Sylvain Chomet, Les Triplettes de Belleville, in inglese The Triplets of Belleville. In italiano il terzetto è inesplicabilmente diventato un appuntamento.

La storia è decisamente sorprendente e spiazzante, narrata con un tono realistico ma includendo dettagli impossibili, surreali, caricaturali. Inizia come un cartone animato anni trenta, un po' Betty Boop, un po' Walt Disney, che ha per protagonista un terzetto che a noi potrebbe ricordare il Trio Lescano, in cui succedono cose folli, tipo un clone di Fred Astaire mangiato vivo dalle sue scarpe. Scopriamo però che stiamo guardando la televisione, a casa di una vecchina e del suo nipotino. Il piccolo tende alla depressione, e lo si può ben capire, visto che tutto quello che gli resta dei genitori è una loro foto in bicicletta. La nonna prova a fargli passare la malinconia regalandogli un cagnolino - scarsi risultati - e poi, scoprendo la sua passione per il pedale, un triciclo.

Passano gli anni, la casetta che era nella campagna è stata fagocitata dalla periferia parigina. Il cagnolino è diventato un cagnone obeso, e il bimbo un giovanotto triste, vagamente somigliante a Fausto Coppi, del quale ha pure una foto con autografo, e che pedala incessantemente, sempre seguito dalla nonna in triciclo e fischietto. Le bizzarre sessioni di allenamento servono per prepararlo al Tour, a cui finalmente partecipa, sempre seguito dalla nonna manager e dal cane, combattendo per riuscire a terminare le tappe. Ma in una terribile salita succede l'incredibile, due individui molto preoccupanti (scopriremo trattasi di scagnozzi della mafia franco-americana) rapiscono lui e altri due ciclisti e li imbarcano su una assurda nave.

Può la nonna arrendersi alla scomparsa del nipote? Investe tutte le sue finanze (un franco) nel noleggio per mezz'ora di un pedalò (il noleggiatore resterà in attesa del suo ritorno per tutto il resto del film) e assieme al fedele segugio parte all'inseguimento che li porterà a Belleville, curiosa metropoli americana che pare una New York stravolta, descritta da uno che non l'abbia mai vista e sia dotato di molta fantasia. E qui l'intreccio si infittisce, il trio del titolo, ora molto invecchiato, rientra in azione, fa comunella con la nonna, che scopre che la french connection organizza un crudele (e folle) giro di scommesse clandestine sulla pelle dei ciclisti rapiti. Dopo rocamboleschi avvenimenti, si giunge alla resa dei conti, i cattivi vengono sconfitti, il bene vince.

Strani i punti di contatto di questo film con The artist, anche questo è francese, ambientato negli USA, quasi-muto, il personaggio principale maschile ha una sola battuta, che è l'ultima del film, e che fa pensare se non sia il caso di rivedere l'intera vicenda sotto un diverso punto di vista.

Simpatica la colonna sonora, che mescola allegramente jazz anni trenta, un po' di classica (Mozart e pochi secondi di Bach nell'esecuzione di Glenn Gould), e persino musica concreta. Le citazioni sono prevalentemente legate al mondo dell'animazione, ma c'è spazio anche per Jacques Tati, che viene anche citato esplicitamente quando il Trio di Belleville si mette a guardare il suo Giorno di festa (divertendosi molto).

La storia è vista prevalentemente dal punto di vista della nonna, ma ogni tanto prende il sopravvento il cane, di cui ci sono narrati anche gli incubi che mostrano un interessante spaccato sulla (immaginaria) psiche canina. Ma forse, come potrebbe suggerire il finale, è il nipote il protagonista, in quanto voce narrante. Anche se la vicenda narrata è così incongrua da far pensare che sia inventata. Potrebbe dunque trattarsi del ricordo distorto della sua gioventù ormai lontana, in cui brandelli di verità, il fedele cane, la nonna che per lui avrebbe attraversato l'oceano in pedalò, si mescolano con fantasie e invenzioni.

E' un film di una ricchezza incredibile, moltissime le scene che meriterebbero di essere ricordate. Il cane che ha un appuntamento fisso con i treni che passano sotto la finestra di casa, e interrompe qualunque cosa stia facendo per andare ad abbaiare al suo passaggio. Vediamo al rallentatore lo scambio di sguardi tra cane e un passeggero (molto canino), e più avanti nel film troveremo la rielaborazione dell'episodio in un sogno del cane. O anche la triste storia di una rana che, pescata da una del trio in un metodo molto poco ortodosso (lancia una bomba a mano, residuato bellico chissà come finito nelle loro mani, nello stagno a due passi dalla loro fatiscente abitazione), bollita con le sue compagne in un pentolone, sfuggita dal piatto, liberata dalla protagonista che la fa uscire dalla finestra, finisce sotto il treno un attimo dopo.

Babbo Bastardo

Messo in lista dopo averne letto una bollarecensione natalizia, è finalmente arrivato il turno di Bad Santa, accolto del resto da nevicate e temperature polari.

Avevo un ottimo ricordo di Ghost World, un piccolo film del 2001 con un bel cast (Steve Buscemi, Thora Birch, Scarlett Johansson) ma non mi ricordavo chi fosse il regista. D'altronde Terry Zwigoff non è che sia un personaggio molto socievole e, con tre film in un decennio, nemmeno molto attivo. Fatto è che nel vedere Babbo Bastardo ho riconosciuto la sua mano. Tragedie di personaggi secondari mascherate da commedie.

In questo caso il protagonista (Billy Bob Thornton) è un oltraggioso disadattato che fuma, bestemmia, beve, fa sesso casuale con praticamente ogni donna che gli dia retta, prediligendo fra l'altro la sodomia. Per mestiere forza casseforti, anche se questi lavori li fa solo di Natale, reclutato da un nanetto villanzone (Tony Cox) che ha pensato ad un piano geniale. Per le festa lavorano in coppia come Babbo Natale e il suo fidato elfo in un qualche grande centro commerciale, e il giorno di Natale fanno il colpo.

Basta pensare allo shock che avrà avuto qualche distratta famiglia americana che pensava di assistere alla solita commediola natalizia per trovare l'idea divertente. Me li immagino che fanno il tifo per il direttore del centro commerciale (John Ritter a fine carriera, spassoso) che cerca di essere politically correct nel parlare di e con quei due loschi individui che ha distrattamente assunto per un lavoro così delicato.

Il Babbo è evidentemente alla fine di una parabola autodistruttiva, e visto che l'alcool ci mette troppo a fare il suo mestiere, cercherà pure altre vie. Nemmeno l'incontro con un bel pezzo di fanciulla (Lauren Graham) che resta incomprensibilmente affascinata da quel relitto umano (pare che la scintilla sia uno strano feticismo natalizio) riesce a farlo rinsavire. Ci riuscirà invece un bambino. "Uh, che palle", dirà il lettore che non ha ancora visto il film ed è incappato in questo post, "il solito bambinetto strappacuore che redime il cattivaccio". No, non proprio. Un imperturbabile bimbetto grasso mezzo citrullo che vive con una nonna completamente fusa, dopo che i suoi genitori sono misteriosamente (per lui, che non è molto sveglio) spariti.

Il bambino è un mezzo demente, però, diamine, è un bambino. Avrebbe diritto anche lui al suo briciolo di felicità. Non è che vorrebbe molto, un peluche di elefante rosa, spiega a Babbo Natale, gli pare di averne quasi diritto, visto che per due natali non ha ricevuto niente. Ma il Babbo è veramente Bastardo e se ne frega. Gli mangia persino i cioccolatini del calendario dell'avvento. I bulli lo ridicolizzano? Babbo se ne frega, anzi, gli dice è colpa sua. Gli fanno un occhio nero? Ah no, questo è troppo anche per lui.

Segue una sorta di lieto fine, che sarebbe più opportuno chiamare non-catastrofe. Le cose in qualche modo si aggiustano e, chissà, forse proseguiranno in una direzione migliore.

Curiosa anche la colonna sonora, che mescola una sfilza di canzoni in puro stile natalizio (Let it snow, let it snow, let it snow cantata da Dean Martin, ad esempio) con Chopin, Tchaikovsky (vabbè, diamoli per natalizi), opera italiana (il barbiere di Rossini, Verdi con il coro degli zingari dal Trovatore, ma cantata in inglese) e francese (Carmen di Bizet). Ah, c'è pure spazio per la Jazz suite di Shostakovich, più nota per l'uso fattone da Kubrick in Eyes wide shut.

Mystic river

Il forte legame con Gone baby gone è dovuto a Dennis Lehane, che ha scritto i due romanzi che hanno fatto da base alle sceneggiature. Quasi identica l'ambientazione - Boston, quartieri non propriamente molto raccomandabili - ma molto differente lo sviluppo.

Qui il cardine della storia sono le relazioni tra i tre protagonisti e tra loro e le proprie mogli. La sceneggiatura (Brian Helgeland) e la regia (Clint Eastwood) danno un taglio quasi shakespeariano alla vicenda, che potrebbe essere traslata facilmente in diverso luogo e periodo. Una tale impostazione ad alta intensità richiede capacità attoriali conseguenti, che è garantita da un trio di star di tutto rispetto (Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon) e da comprimari all'altezza.

Allo spettatore disattento, o che non si voglia fare troppi problemi, potrebbe sembrare un semplice (si fa per dire) film investigativo che tratta un caso spinoso dai risvolti drammatici. Il prologo ci mostra tre ragazzetti che giocano finché un paio di tali che si atteggiano a poliziotti intervengono caricando uno dei tre in macchina. Si trattava di pedofili che abuseranno del poveretto per giorni. Salto di una ventina d'anni, i tre non si frequentano più ma un nuovo dramma li rimette in contatto. La figlia del più teppista (Penn) viene ferocemente uccisa; a quello che era il gregario, e nel frattempo è diventato poliziotto (Bacon), viene assegnato il caso (e Laurence Fishburne è il suo socio); il capro espiatorio (Robbins), violentato da piccolo, è tra i maggiori sospettati.

Come investigazioni se ne sono viste di più intriganti, ma qui, come detto, l'interesse è più sulle personalità dei personaggi e sulle loro interazioni. In parallelo c'è anche una sorta di studio sulle relazioni tra moglie e marito, che però risulta appena abbozzato, mostrando un rapporto basato sull'incomprensione (Robbins), uno sulla fuga e la completa assenza di dialogo (Bacon), e il meglio evidenziato, con una scena nel finale in cui Laura Linney si ritaglia di prepotenza uno spazio breve ma intenso, un legame alla Macbeth (Penn).

Anything else

Ad occhio distratto (e non solo) potrebbe apparire come un film di Woody Allen quasi indistinguibile da svariati suoi altri, precedenti e anche successivi. Il parallelo con Whatever works, ad esempio, funziona molto bene, per esplicitare sia le comunalità sia le differenze.

Il protagonista è un tipico carattere alla Woody Allen (interpretato da Jason Biggs, che non mi ha fatto fare i salti di gioia), scrive battute per standup comedians, ha relazioni tormentate con le donne e con la psicanalisi. Parla molto in camera, come se ci stesse raccontando personalmente un fatto che gli è accaduto. E' in un periodo di stasi. La sua vita non funziona, e rischia di diventare un fallito, non per mancanza di meriti personali, ma per mancanza di fiducia in sé stesso e di persone che gli diano un supporto. Situazione del resto in cui si ficca da solo, mollando la fidanzata per una pazza scatenata, fra l'altro.

La pazza di cui sopra è interpretata da Christina Ricci, ossessionata dal sesso e incapace di avere una relazione stabile. Ha una madre all'altezza della situazione (Stockard Channing - era giovanetta in Grease, per chi se la ricorda), caotica quanto la figlia.

Il vero Woody Allen interpreta un collega del protagonista, invecchiato nella carriera senza arrivare al successo, sia per mancanza di fiducia - ha preferito mantenere il lavoro di insegnante e fare il battutaro solo part time - sia per vicissitudini complicate.

L'aspetto più interessante della vicenda è, a mio avviso, come il vecchio Woody Allen veda nel giovane sé stesso, capisca che sta correndo il rischio di rovinare la sua vita finendo in un vicolo cieco, e riesca a indirizzarlo verso un cambiamento radicale. Quello che probabilmente era mancato a lui, lo riesce a dare a un altro.

Tra i personaggi minori spicca Danny DeVito, nei panni di un esoso agente, un po' alla Broadway Danny Rose. E Diana Krall nel ruolo di sé stessa.

Jeepers Creepers 2 - Il canto del diavolo 2

Niente da fare, a me l'horror proprio non mi attizza. Ogni tanto ne vedo qualcuno, così che i riferimenti fatti da L'alba dei morti dementi non sono caduti completamente nel vuoto, ma ad una frequenza molto bassa. In genere mi faccio attirare da un attore che mi interessa, tipo Julianne Moore in Shelter o Vera Farmiga in Orphan (per quest'ultimo ha avuto il suo peso anche la regia di Collet-Serra), ma difficilmente posso dire di aver apprezzato.

In questo caso non ci sono nomi che possano attirare (a parte niente di meno che !!! Francis Ford Coppola !!! tra i produttori - che ho interpretato come pura scommessa sul successo al botteghino del prodotto - che mi pare sia stata pure vinta) mi sono fatto traviare da seconda serata e mi sono visto il quarto d'ora iniziale, gentilmente postato nell'indicata pagina del blog.

Scritto e diretto da Victor. Salva Belle le inquadrature, bello l'uso della macchina da presa, ma scontata la sceneggiatura e il sonoro (sia gli effetti sia la musica - non male nel genere).

Il primo quarto d'ora si svolge in due scenari distinti. Da una parte vediamo padre e due figli agricoltori nel mezzo del nulla americano che si trovano ad avere a che fare con un satanico spaventapasseri che si piglia il più giovane e fugge in volo (lasciando il suo coltellaccio come souvenir involontario). Particolarmente scarsa la scena del distacco, con il padre che continua ad urlare "Billy!" e il figlio "papà... Aiuto... papà, papà ... aiuto" inutilmente a lungo. Dopodichè i due superstiti studiano il reperto e pare che decidano di fare qualcosa.

Dall'altra parte vediamo un pullmann scolastico (di quelli gialli, tipici, che sembrano risalire all'ottocento), occupato da una squadra di odiosi ragazzetti di ritorno da una partita evidentemente vinta. Nel mezzo del nulla si devono fermare per una ruota buca - foratura causata da un attrezzo da diabolico da quattro soldi. La radio del bus ci fa un riassunto di Jeepers Creepers 1, giusto per chi non sapesse di cosa si tratta (come il sottoscritto), i responsabili cercano di contattare via radio aiuti, perché mandino qualcuno a cambiare la gomma, e tutti si mettono in attesa.

Non occorre essere dei geni per immaginare quel che segue. L'essere diabolico farà cose terribili agli insopportabili ragazzetti sportiveggianti, ma ha sottovalutato il desiderio di vendetta del padre e fratello della sua giovane vittima iniziale.

Dogville

Lars Von Trier è uno tra i pochi uomini di cinema viventi che hanno realmente qualcosa da dire. Affermato questo mio personalissimo dogma, passo a blaterare di questo suo film (scritto, diretto, ripreso) di quasi un decennio fa.

Trattasi, come spesso accade con questo autore, di malloppazzo che richiede di giungere alla sua visione ben preparati. Nel mio caso, ad esempio, dopo una mezz'oretta ho dovuto sospendere la visione per abbiocco improvviso. Però una volta passata la crisi, le due ore e mezza successive sono scorse vie leggere senza altri intoppi.

Quella che penso sia la parola chiave arriva solo nel finale: arroganza. E' una storia di arroganti. Ognuno pensa di sapere cosa sia giusto, e tutti sbagliano. Un giovane intellettuale in erba (Paul Bettany) si arroga il diritto di spiegare agli abitanti del suo depresso paesino (Dogville, da qualche parte negli USA, tra le montagne, in fondo ad una strada che non porta in nessun posto) cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Una giovane donna di città (Nicole Kidman), evidentemente cresciuta nella ricchezza e ora in fuga non sappiamo bene fino al finale rivelatore da cosa e perché, finisce in questo posto letteralmente dimenticato da Dio (c'è una chiesetta, ma il prete non passa da tempo immemorabile). Il giovane, continuando nella sua arroganza, decide di usarla per mostrare ai suoi compaesani una diversa via nella vita. A sua volta la giovane decide che costoro sono dei "buoni selvaggi", e finisce per accettare tutto da loro, venendo vessata, violentata, maltrattata in un crescendo che sembra senza fine.

La fine invece arriva, e non è delle più consolatorie. Nel microcosmo di Dogville, che rappresenta un po' tutta l'umanità, non c'è nessuno che si salvi, almeno a livello morale. Se non il cane - che teleologicamente dà nome al paese stesso.

Cast di una bravura abbacinante. Oltre ai protagonisti ricordo Lauren Bacall (gli anni passano, ma lo sguardo è sempre quello), Ben Gazzarra, Stellan Skarsgård (decisamente a suo agio nei ruoli da tipaccio), e James Caan a cui, come al solito, gli tocca di fare il boss mafioso - e lo fa egregiamente.

Tecnicamente il film è a dir poco sorprendente. Un curioso tentativo di conciliare il radiodramma, con una voce in sottofondo (in originale l'ammaliante John Hurt) che racconta l'azione, il teatro e l'avanguardia cinematografica - giocando tra un minimalismo scenico, che costringe gli attori a fingere si aprire porte che non ci sono, e effetti speciali, così speciali che ci danno emozioni senza quasi farsi notare. Mi verrebbe quasi da dire che anche Von Trier pecchi di arroganza, mescolando così pretenziosamente le carte, se non fosse che mi pare di vedere nella figura del protagonista una sorta di alter-ego dell'autore, e bisogna dire che non gli fa nessuno sconto.

The Italian job

Teoricamente si tratta del remake di Un colpo all'italiana, in pratica ha poco o niente a cui spartire con lui, se non le tre Mini che vengono utilizzate in entrambe le produzioni per compiere il colpo.

A dire il vero anche il protagonista è in entrambi i casi un personaggio che si fa chiamare Charlie Croker, ma sono connotati in modo completamente diverso, e qui, a coprire il ruolo che era di Michael Caine c'è Mark Walhberg (ah ah ah). Altri nomi notevoli nel cast sono Charlize Theron (poco rilevante), Donald Sutherland (dura poco), Jason Statham (in pratica il personaggio è lo stesso di Transporter) e Edward Norton (nel ruolo del supercattivo).

Anche qui c'è un genio del computer, ma meno divertente di quanto fosse Benny Hill, tratteggiato come il solito nerd (interpretato Seth Green) con la peculiarità che crede di aver inventato Napster e che Sean Parker gli abbia rubato l'idea (evidentemente una sciocchezza, ma una buona occasione per citare The social network).

Poco umorismo, molta più azione, molta meno autoironia (la banda originale era un gruppo di disadattati semicatastrofici, qui si tratta di professionisti del crimine - si salva solo una rapida presentazione dell'origine delle loro carriere). E, soprattutto, finale chiuso. I malfattori "buoni" sconfiggono il malfattore "cattivo" e si pappano il bottino.

Colonna sonora da film adrenalinico, dopotutto non male, se si eccettua una versione di Money (non l'originale dei Pink Floyd) che avrei preferito evitare di sentire.