Come regalo di Natale ai pazienti fan della serie, la BBC ha prodotto questo breve episodio per il web (*) che ha immediatamente preceduto l'arrivo della terza stagione sugli schermi televisivi. L'ispettore Lestrade (Rupert Graves) beve una birra assieme ad Anderson (Jonathan Aris) che dopo la presunta morte di Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) ha sbarellato, perso il suo lavoro, e adesso vive cercando di convincere il mondo che il consulting detective è vivo e risolve astrusi casi. Lestrade è spiaciuto per il precario equilibrio mentale dell'ex collega ma non può far molto. Passa poi da John Watson (Martin Freeman), con cui scambia quattro chiacchiere.
(*) Ora incluso tra i contenuti speciali della terza stagione in DVD è comunque ancora visibile sul canale BBC di YouTube:
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Elementary 1.24: Moriarty
La distribuzione italiana si deve essere trovata in imbarazzo nel gestire il titolo originale, Heroine, che da noi si traduce con Eroina, assumendo il duplice senso di donna eroica e di sostanza stupefacente (*), e hanno preferito inventarselo di sana pianta, puntando sul fatto che qui, finalmente, si scopre chi è Moriarty (Natalie Dormer) e cosa vuole da Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Questo è dunque il cuore dell'intera stagione. Che dal mio punto di vista sarebbe anche accettabile se non fosse che ci sono volute due dozzine di puntate per arrivarci.
Si parte ricucendosi alla puntata precedente, che è così strettamente legata a questa da creare un doppio episodio (**) di cui la prima parte m'è sembrata eccessivamente spiegosa, quindi troppo lenta, esclusivamente funzionale a questa seconda parte in cui si sviluppa il caso che, come spesso accade in questa serie, richiede una notevole dose di complicità da parte dello spettatore, chiamato ad accettare svariati dettagli tendenti all'inverosimile.
Scopriamo così che il diabolico piano della Moriarty (***) è robetta da finanza creativa che poteva essere pensata da un qualunque finanziere d'assalto (°). Ella vuole infatti sabotare l'entrata della Macedonia (°°) nell'Unione Europea. Nella finzione di questo universo parallelo, infatti, nel 2013 si è trovato un accordo nominalistico che deve essere ratificato con referendum. Tutti sembrano felici e contenti, e si suppone dunque una sua facile vittoria. Moriarty scommette pesantemente contro (°°°), e punta su di un sanguinoso colpo di scena per far pendere la bilancia dalla sua parte.
Sherlock Holmes intuisce buona parte del piano ma non riesce ad agire in quanto bloccato tutte le cose di cui è meglio non dire qui (§), fortuna vuole che proprio in questa circostanza la dottoressa Joan Watson (Lucy Liu) riesca a dimostrare di che pasta sia fatta e a salvare la giornata.
(*) In inglese sono due parole diverse, la sostanza è heroin, senza la e finale. Credo che Robert Doherty (ideazione e sceneggiatura) volesse giocare sulla forte assonanza, in quanto entrambi i termini hanno il loro peso in questa puntata.
(**) La prima visione CBS prevedeva appunto la visione consecutiva, da noi si è preferito trattarli separatamente.
(***) In questa versione non sembra che abbia un titolo professorale, ma sappiamo davvero poco del personaggio, se non che è un genio del male nel solco tracciato da sir Conan Doyle.
(°) Ma, viste le cifre in ballo, dotato in un consistente portafoglio.
(°°) O meglio, La Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, come viene spesso indicata in seguito alle rimostranze greche sull'uso del nome di quella che è anche una loro regione.
(°°°) I dettagli della scommessa sono campati in aria e vivono nel reame dell'insensatezza. Meglio avrebbero fatto a restare nel generico.
(§) Perché è proprio suoi motivi di questo blocco che verte l'interesse dell'episodio.
Si parte ricucendosi alla puntata precedente, che è così strettamente legata a questa da creare un doppio episodio (**) di cui la prima parte m'è sembrata eccessivamente spiegosa, quindi troppo lenta, esclusivamente funzionale a questa seconda parte in cui si sviluppa il caso che, come spesso accade in questa serie, richiede una notevole dose di complicità da parte dello spettatore, chiamato ad accettare svariati dettagli tendenti all'inverosimile.
Scopriamo così che il diabolico piano della Moriarty (***) è robetta da finanza creativa che poteva essere pensata da un qualunque finanziere d'assalto (°). Ella vuole infatti sabotare l'entrata della Macedonia (°°) nell'Unione Europea. Nella finzione di questo universo parallelo, infatti, nel 2013 si è trovato un accordo nominalistico che deve essere ratificato con referendum. Tutti sembrano felici e contenti, e si suppone dunque una sua facile vittoria. Moriarty scommette pesantemente contro (°°°), e punta su di un sanguinoso colpo di scena per far pendere la bilancia dalla sua parte.
Sherlock Holmes intuisce buona parte del piano ma non riesce ad agire in quanto bloccato tutte le cose di cui è meglio non dire qui (§), fortuna vuole che proprio in questa circostanza la dottoressa Joan Watson (Lucy Liu) riesca a dimostrare di che pasta sia fatta e a salvare la giornata.
(*) In inglese sono due parole diverse, la sostanza è heroin, senza la e finale. Credo che Robert Doherty (ideazione e sceneggiatura) volesse giocare sulla forte assonanza, in quanto entrambi i termini hanno il loro peso in questa puntata.
(**) La prima visione CBS prevedeva appunto la visione consecutiva, da noi si è preferito trattarli separatamente.
(***) In questa versione non sembra che abbia un titolo professorale, ma sappiamo davvero poco del personaggio, se non che è un genio del male nel solco tracciato da sir Conan Doyle.
(°) Ma, viste le cifre in ballo, dotato in un consistente portafoglio.
(°°) O meglio, La Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, come viene spesso indicata in seguito alle rimostranze greche sull'uso del nome di quella che è anche una loro regione.
(°°°) I dettagli della scommessa sono campati in aria e vivono nel reame dell'insensatezza. Meglio avrebbero fatto a restare nel generico.
(§) Perché è proprio suoi motivi di questo blocco che verte l'interesse dell'episodio.
Elementary 1.23: Peonie
Dicesi spiegone quella pausa nell'azione in cui il narratore obbliga i personaggi a innaturali spiegazioni che hanno senso solo dalla prospettiva del pubblico. A volte il senso dello spiegone sta nel dubbio che lo spettatore abbia bisogno di un aiutino per capire cosa sia successo. Vedasi come esempio di questo caso il mitologico monologo dello psichiatra sul finire dello Psycho di Alfred Hitchcock (1960 *). Il Maestro doveva aver seri e legittimi dubbi su cosa potesse pensare uno spettatore medio del caso in questione, e probabilmente quello che oggi sembra completamente inutile ai tempi doveva essere a molti sembrato necessario.
Altre volte lo spiegone serve per mettere al corrente di cose di cui fino al quel momento si era parlato poco o niente. Invito a cena con delitto (1976) illustra molto bene e con notevole verve comica (**) quanto questo spesso indispettisca il fruitore dell'opera.
Nella serialità più smaccata, lo spiegone è un espediente per ricordare ai distratti cosa sta accadendo e perché.
Questa puntata è un raro esempio di mega-spiegone. Praticamente l'intero episodio è dedicato a spiegare il punto chiave di tutta la stagione, che del resto è stata costellata da spiegoni che hanno imperversato in molti episodi.
La puntata precedente era finita con la rivelazione che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) aveva sprecato un paio di anni della sua vita, oltre ad aver rischiato la morte per abuso di droghe, per la causa sbagliata. La sua amata Irene Adler (Natalie Dormer) è viva, e non morta come lui credeva.
Un noiosissimo flash-back sulla storia londinese di Sherlock e Irene occupa gran parte del tempo, mentre l'azione corrente, a New York, verte sulla storia corrente tra i due piccioncini, con Sherlock che cerca di capire il piano di Moriarty e come può salvare capra (Irene) e cavoli (sconfiggere il suo arcinemico). Colpo di scena finale, scopriamo la vera identità di Moriarty, il che rende il compito di Holmes ancora più impervio.
Nota di demerito alla distribuzione italiana, che ha dato a questo episodio, in originale The woman (***), come anche l'originale Holmes chiamava la Adler, in un titolo di una bruttezza unica.
(*) Riproposto pari pari nel remake di Gus Van Sant (1998), ovviamente meglio vedersi l'originale.
(**) E voglio vedere, con una sceneggiatura firmata da Neil Simon e un cast stellare come se ne sono visti pochi.
(***) La donna, con lo stress sull'articolo, a sottolineare come per Holmes la Adler sia quasi l'unica donna al mondo degna di questo nome.
Altre volte lo spiegone serve per mettere al corrente di cose di cui fino al quel momento si era parlato poco o niente. Invito a cena con delitto (1976) illustra molto bene e con notevole verve comica (**) quanto questo spesso indispettisca il fruitore dell'opera.
Nella serialità più smaccata, lo spiegone è un espediente per ricordare ai distratti cosa sta accadendo e perché.
Questa puntata è un raro esempio di mega-spiegone. Praticamente l'intero episodio è dedicato a spiegare il punto chiave di tutta la stagione, che del resto è stata costellata da spiegoni che hanno imperversato in molti episodi.
La puntata precedente era finita con la rivelazione che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) aveva sprecato un paio di anni della sua vita, oltre ad aver rischiato la morte per abuso di droghe, per la causa sbagliata. La sua amata Irene Adler (Natalie Dormer) è viva, e non morta come lui credeva.
Un noiosissimo flash-back sulla storia londinese di Sherlock e Irene occupa gran parte del tempo, mentre l'azione corrente, a New York, verte sulla storia corrente tra i due piccioncini, con Sherlock che cerca di capire il piano di Moriarty e come può salvare capra (Irene) e cavoli (sconfiggere il suo arcinemico). Colpo di scena finale, scopriamo la vera identità di Moriarty, il che rende il compito di Holmes ancora più impervio.
Nota di demerito alla distribuzione italiana, che ha dato a questo episodio, in originale The woman (***), come anche l'originale Holmes chiamava la Adler, in un titolo di una bruttezza unica.
(*) Riproposto pari pari nel remake di Gus Van Sant (1998), ovviamente meglio vedersi l'originale.
(**) E voglio vedere, con una sceneggiatura firmata da Neil Simon e un cast stellare come se ne sono visti pochi.
(***) La donna, con lo stress sull'articolo, a sottolineare come per Holmes la Adler sia quasi l'unica donna al mondo degna di questo nome.
Elementary 1.22: Gestione del rischio
Seconda parte del finale di stagione, e io mi sono già stufato. Spero che il doppio episodio terminale riesca in qualche modo a cambiar direzione. Usciti di scena i due comprimari di lusso (*) che, pur non avendo parti significative, hanno reso più interessante il precedente episodio, si ricade nel mesto tran tran dello show.
Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) si trova nella curiosa situazione di dover fare un lavoretto per conto di Moriarty. Indaga dunque su di un omicidio di sei mesi prima che sembra essere opera di piccola delinquenza ma ad occhio più attento rivela una situazione più complessa. Evidentemente, la soluzione di questo caso porterà vantaggi a Moriarty, ma Holmes pensa di riuscire comunque a batterlo. Visto quello che succede, non sembra proprio.
(*) I due psicopatici al soldo di Moriarty, Moran (Vinnie Jones) e Gottlieb (F. Murray Abraham)
Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) si trova nella curiosa situazione di dover fare un lavoretto per conto di Moriarty. Indaga dunque su di un omicidio di sei mesi prima che sembra essere opera di piccola delinquenza ma ad occhio più attento rivela una situazione più complessa. Evidentemente, la soluzione di questo caso porterà vantaggi a Moriarty, ma Holmes pensa di riuscire comunque a batterlo. Visto quello che succede, non sembra proprio.
(*) I due psicopatici al soldo di Moriarty, Moran (Vinnie Jones) e Gottlieb (F. Murray Abraham)
Elementary 1.21: Un fatto storico
Ridendo e scherzando, siamo arrivati alla fine della prima stagione. Abbiamo dunque un finalone diviso in quattro episodi. Un po' eccessivo, invero. Il punto chiave su cui è stata costruita la vicenda è che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ha lasciato Londra per Manhattan, New York in seguito ad una sua brutale sconfitta nei confronti di Moriarty, il quale ha ucciso, per motivi ignoti, Irene Adler, unico e insostituibile amore di Sherlock.
Gli interessi delinquenziali di Moriarty, però, fanno sì che le strade dei due si incontrino nuovamente. Sembra quasi che Moriarty sia a caccia di Holmes, cerchi lo scontro, volendo eliminarlo o essere dal consulting detective eliminato. In un episodio a metà serie Sherlock si è scontrato con M., che però non è Moriarty ma un suo scagnozzo, Sebastian Moran (Vinnie Jones), lo ha sconfitto, ma il brandello di verità che ne ha ricavato è stato ben poco consolante.
Dopo quell'episodio, mi sarei aspettato un fiero scontro tra i due avversari. Invece niente. Sembra che entrambi abbiano deciso di prendersi una lunga pausa di riflessione. Si riprende adesso, e solo perché Moran, dalla fondo della sua galera, intuisce che un tale, apparentemente morto per cause naturali, è stato eliminato da Moriarty. Avverte Holmes, e questi verifica (*) che si tratta effettivamente di un omicidio astutamente dissimulato usando tecniche fantascientifiche alla James Bond. Avendo capito il motivo che era dietro a questo assassinio, gli è facile capire chi sia la prossima vittima in lista, e riesce altrettanto facilmente a far cadere in una trappola quest'altro sodale di Moriarty, tal Daniel Gottlieb (F. Murray Abraham **), ennesimo psicopatico. Questo è un serial killer che, al contrario di Moran, ama uccidere la gente facendo pensare che si tratti di cause naturali o incidenti casuali.
Moriarty non sembra particolarmente addolorato dalla sconfitta. Anzi, usa il telefono di Gottlieb, ora in possesso di Holmes, per contattarlo e chiedergli di fare un lavoretto per conto suo. Di cui si parlerà nella prossima puntata.
(*) Grazie alle conoscenze chirurgiche di Watson (Lucy Liu), che ha perciò una certa necessità di essere in questo episodio.
(**) Nientemeno.
Gli interessi delinquenziali di Moriarty, però, fanno sì che le strade dei due si incontrino nuovamente. Sembra quasi che Moriarty sia a caccia di Holmes, cerchi lo scontro, volendo eliminarlo o essere dal consulting detective eliminato. In un episodio a metà serie Sherlock si è scontrato con M., che però non è Moriarty ma un suo scagnozzo, Sebastian Moran (Vinnie Jones), lo ha sconfitto, ma il brandello di verità che ne ha ricavato è stato ben poco consolante.
Dopo quell'episodio, mi sarei aspettato un fiero scontro tra i due avversari. Invece niente. Sembra che entrambi abbiano deciso di prendersi una lunga pausa di riflessione. Si riprende adesso, e solo perché Moran, dalla fondo della sua galera, intuisce che un tale, apparentemente morto per cause naturali, è stato eliminato da Moriarty. Avverte Holmes, e questi verifica (*) che si tratta effettivamente di un omicidio astutamente dissimulato usando tecniche fantascientifiche alla James Bond. Avendo capito il motivo che era dietro a questo assassinio, gli è facile capire chi sia la prossima vittima in lista, e riesce altrettanto facilmente a far cadere in una trappola quest'altro sodale di Moriarty, tal Daniel Gottlieb (F. Murray Abraham **), ennesimo psicopatico. Questo è un serial killer che, al contrario di Moran, ama uccidere la gente facendo pensare che si tratti di cause naturali o incidenti casuali.
Moriarty non sembra particolarmente addolorato dalla sconfitta. Anzi, usa il telefono di Gottlieb, ora in possesso di Holmes, per contattarlo e chiedergli di fare un lavoretto per conto suo. Di cui si parlerà nella prossima puntata.
(*) Grazie alle conoscenze chirurgiche di Watson (Lucy Liu), che ha perciò una certa necessità di essere in questo episodio.
(**) Nientemeno.
Elementary 1.20: Ricatto col morto
Come da tradizione (*), Charles Augustus Milverton (David Mogentale), è una persona così brutta che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) non ha alcuna voglia di intervenire contro chi riesca ad interrompere le sue deprecabili attività, qualunque sia il modo. Il twist in questa versione (**) è che Milverton, prima di uscire ai giochi, aveva creato una complicata rete che avrebbe dovuto cautelarlo da possibi accidenti, che però funziona malissimo. Anzi, per niente. Però riesce a rendere l'investigazione di Holmes e Watson (Lucy Liu) abbastanza intricata da occupare la mezz'oretta canonica. A proposito, il ruolo di Watson è terribilmente appiattito, avendo ben poco da fare se non imparare il lavoro di consulting detective. Spero che Robert Doherty (***) abbia in mente come risolvere l'impasse che lui stesso ha creato.
Il confronto con altre versioni televisive dello stesso racconto è desolante. Nella serie Granada si è riusciti addirittura ad espandere il breve racconto in un episodio doppio (1992) da cento minuti dove si trova il modo di creare una digressione che allarghi la visuale sul rapporto che quello Sherlock Holmes (Jeremy Brett) ha con le donne. La serie BBC corrente rende Milverton (Lars Mikkelsen), sia pur cambiandogli il nome per esigenze di sceneggiatura (°), personaggio di rifimento della terza stagione (2014), di cui il terzo e ultimo episodio, L'ultimo giuramento riporta i temi del racconto originale, ma aggiungendo tanta di quella roba, e con un finale da brividi, da farlo diventare un must see per tutti gli interessati al genere (°°).
Qui, purtroppo, l'intrico che crea Milverton al massimo mi ha fatto pensare "meh". Ma il peggio è la parte extra-indagine, che è dominata dai capricci di Holmes che non vuole essere premiato per un anno di sobrietà (°°°), il che non fa felice né Watson né Alfredo Llamosa (Ato Essandoh), che poi sarebbe l'ex tossico, ex delinquente che lo segue nel precorso riabilitativo. Dopo lunghi e noiosi tira e molla, Holmes spiega il vero motivo per cui non vuole essere premiato, e tutti ritornano amici come e più di prima.
(*) Arthur Conan Doyle, L'avventura di Charles Augustus Milverton (1904), raccolta in Il ritorno di Sherlock Holmes (1905).
(**) Soggetto di Christopher Silber, che ha sceneggiato assieme a Liz Friedman.
(***) Creatore della serie.
(°) Charles Augustus Magnussen. Volendo sottolineare la sua non inglesicità, lo si è fatto diventare scandinavo.
(°°) Però conviene vedersi tutti gli episodi precedenti, per goderselo appieno.
(°°°) Cose da americani, che si inventano premi per tutto. Io solidarizzavo con Sherlock, il premio nel restare sobri per un anno sta nell'esserci riuscito, non nel prendere una medaglietta.
Il confronto con altre versioni televisive dello stesso racconto è desolante. Nella serie Granada si è riusciti addirittura ad espandere il breve racconto in un episodio doppio (1992) da cento minuti dove si trova il modo di creare una digressione che allarghi la visuale sul rapporto che quello Sherlock Holmes (Jeremy Brett) ha con le donne. La serie BBC corrente rende Milverton (Lars Mikkelsen), sia pur cambiandogli il nome per esigenze di sceneggiatura (°), personaggio di rifimento della terza stagione (2014), di cui il terzo e ultimo episodio, L'ultimo giuramento riporta i temi del racconto originale, ma aggiungendo tanta di quella roba, e con un finale da brividi, da farlo diventare un must see per tutti gli interessati al genere (°°).
Qui, purtroppo, l'intrico che crea Milverton al massimo mi ha fatto pensare "meh". Ma il peggio è la parte extra-indagine, che è dominata dai capricci di Holmes che non vuole essere premiato per un anno di sobrietà (°°°), il che non fa felice né Watson né Alfredo Llamosa (Ato Essandoh), che poi sarebbe l'ex tossico, ex delinquente che lo segue nel precorso riabilitativo. Dopo lunghi e noiosi tira e molla, Holmes spiega il vero motivo per cui non vuole essere premiato, e tutti ritornano amici come e più di prima.
(*) Arthur Conan Doyle, L'avventura di Charles Augustus Milverton (1904), raccolta in Il ritorno di Sherlock Holmes (1905).
(**) Soggetto di Christopher Silber, che ha sceneggiato assieme a Liz Friedman.
(***) Creatore della serie.
(°) Charles Augustus Magnussen. Volendo sottolineare la sua non inglesicità, lo si è fatto diventare scandinavo.
(°°) Però conviene vedersi tutti gli episodi precedenti, per goderselo appieno.
(°°°) Cose da americani, che si inventano premi per tutto. Io solidarizzavo con Sherlock, il premio nel restare sobri per un anno sta nell'esserci riuscito, non nel prendere una medaglietta.
Elementary 1.19: Angeli nella neve
Cosa che mi piace poco in molte delle sceneggiature di Elementary (*) è che i cattivi siano solitamente psicopatici o comunque gente con grossi problemi mentali. Non sembrerebbe questo il caso, visto che si parla di una rapina, ma con lo svolgersi del caso scopriamo che la banda è composta da svitati. Hanno infatti messo in opera un piano folle che nessun delinquente sano di mente si sognerebbe di utilizzare.
Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) e Joan Watson (Lucy Liu) lavorano in coppia al caso, e si potrebbe far a meno di lei, meno utilizzata del solito, che ha come peculiarità di essere ambientato mentre una tempesta di neve si abbatte su New York. L'idea "geniale" della banda è proprio quella di usare le avverse condizioni atmosferiche come copertura, grazie anche ad una talpa piazzata al posto giusto. La complicazione è che hanno bisogno di informazioni riservate, che accedono grazie alla falsa rapina di cui sopra. Un punto molto debole è appunto questa copertura, che è legato ad una tempistica tutta sua, e che difficilmente si abbina ai capricci meteorologici del momento.
A ravvivare la puntata fiacca c'è, oltre alla neve, l'introduzione di Miss (**) Hudson (Candis Cayne). Costei è una transessuale amica di Holmes dalla vita privata piuttosto tormentata. Nel finire di puntata scopriamo che diventerà una specie di donna delle pulizie, e quindi ci possiamo aspettare che diventi un personaggio ricorrente.
(*) Robert Doherty è il nume tutelare della serie, questo episodio è stato scritto da Jason Tracey, sua seconda partecipazione in questo ruolo, dopo Dettagli. Più attivo come produttore.
(**) Altra piccola variazione rispetto al canone di Conan Doyle.
Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) e Joan Watson (Lucy Liu) lavorano in coppia al caso, e si potrebbe far a meno di lei, meno utilizzata del solito, che ha come peculiarità di essere ambientato mentre una tempesta di neve si abbatte su New York. L'idea "geniale" della banda è proprio quella di usare le avverse condizioni atmosferiche come copertura, grazie anche ad una talpa piazzata al posto giusto. La complicazione è che hanno bisogno di informazioni riservate, che accedono grazie alla falsa rapina di cui sopra. Un punto molto debole è appunto questa copertura, che è legato ad una tempistica tutta sua, e che difficilmente si abbina ai capricci meteorologici del momento.
A ravvivare la puntata fiacca c'è, oltre alla neve, l'introduzione di Miss (**) Hudson (Candis Cayne). Costei è una transessuale amica di Holmes dalla vita privata piuttosto tormentata. Nel finire di puntata scopriamo che diventerà una specie di donna delle pulizie, e quindi ci possiamo aspettare che diventi un personaggio ricorrente.
(*) Robert Doherty è il nume tutelare della serie, questo episodio è stato scritto da Jason Tracey, sua seconda partecipazione in questo ruolo, dopo Dettagli. Più attivo come produttore.
(**) Altra piccola variazione rispetto al canone di Conan Doyle.
Elementary 1.18: Deja vu
Nonostante alcune mie perplessità, Elementary non è una brutta serie. Interpreti di buon profilo, budget che per noi basterebbe a farci un film di medio livello, buchi di sceneggiatura e svarioni limitati e accettabili. Cos'è dunque che mi rende difficile schiodare il mio giudizio dalla sufficienza, mi chiedevo alla fine della visione di questo episodio, che non è malaccio, a tratti anche divertente.
Il punto chiave che mi ha infastidito è che si insiste ancora sul cambio di ruolo di Watson (Lucy Liu). Dopo lunghe titubanze, in Dettagli ha finalmente deciso di diventare junior consulting detective sotto l'ala di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), in Seconda possibilità vediamo i due gestire la mutata relazione, ma è solo alla fine di questa puntata che Watson, dopo aver litigato con i suoi amici, preoccupati per la sua instabilità occupazionale (*), che la Watson cambia la sua scheda personale online (**) per divulgare al mondo quale sia la sua nuova occupazione. Questa lentezza nell'evolvere i personaggi è normale nelle produzioni televisive, in cui si assume un pubblico che guarda distrattamente un episodio, o magari lo salta completamente, e comunque ha bisogno continui spiegoni per non naufragare nella visione. O almeno lo era fino a qualche anno fa. Adesso, tra repliche e accesso su internet degli episodi precedenti, le serie più moderne assumono uno spettatore più focalizzato, o almeno capace di andarsi a rivedere quello che si era perso.
Sherlock aveva chiesto un favore a suo padre in Caricata a droga, e gli era stato concesso, a patto di dover ricambiare il piacere. Il momento è arrivato, e ora Sherlock deve risolvere un caso per un amico di senior. Dati i rapporti molto tesi tra i due, Sherlock maltratta il cliente e affida il caso a Watson, che fatica, fallisce, ma alla fine riesce ad apportare un contributo sostanziale alla soluzione. Il caso in sé è improbabile. Una donna sparisce, il marito sembra molto sospetto, Watson è convinto della sua colpevolezza ma non riesce a trovare prove. Una intuizione al momento giusto si rivela fondamentale.
(*) Ricordo che la serie è ambientata a Manhattan, New York. Posto in cui non si riesce a vivere decentemente in assenza di entrate continue e sostanziose. A meno che non si sia di famiglia ricca, si intende.
(**) Non ho capito bene di che sito, forse una specie di Facebook farlocco.
Il punto chiave che mi ha infastidito è che si insiste ancora sul cambio di ruolo di Watson (Lucy Liu). Dopo lunghe titubanze, in Dettagli ha finalmente deciso di diventare junior consulting detective sotto l'ala di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), in Seconda possibilità vediamo i due gestire la mutata relazione, ma è solo alla fine di questa puntata che Watson, dopo aver litigato con i suoi amici, preoccupati per la sua instabilità occupazionale (*), che la Watson cambia la sua scheda personale online (**) per divulgare al mondo quale sia la sua nuova occupazione. Questa lentezza nell'evolvere i personaggi è normale nelle produzioni televisive, in cui si assume un pubblico che guarda distrattamente un episodio, o magari lo salta completamente, e comunque ha bisogno continui spiegoni per non naufragare nella visione. O almeno lo era fino a qualche anno fa. Adesso, tra repliche e accesso su internet degli episodi precedenti, le serie più moderne assumono uno spettatore più focalizzato, o almeno capace di andarsi a rivedere quello che si era perso.
Sherlock aveva chiesto un favore a suo padre in Caricata a droga, e gli era stato concesso, a patto di dover ricambiare il piacere. Il momento è arrivato, e ora Sherlock deve risolvere un caso per un amico di senior. Dati i rapporti molto tesi tra i due, Sherlock maltratta il cliente e affida il caso a Watson, che fatica, fallisce, ma alla fine riesce ad apportare un contributo sostanziale alla soluzione. Il caso in sé è improbabile. Una donna sparisce, il marito sembra molto sospetto, Watson è convinto della sua colpevolezza ma non riesce a trovare prove. Una intuizione al momento giusto si rivela fondamentale.
(*) Ricordo che la serie è ambientata a Manhattan, New York. Posto in cui non si riesce a vivere decentemente in assenza di entrate continue e sostanziose. A meno che non si sia di famiglia ricca, si intende.
(**) Non ho capito bene di che sito, forse una specie di Facebook farlocco.
Elementary 1.17: Seconda possibilità
Con il senno di poi è facile notare come il ribaltamento della relazione tra Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) e la dottoressa Watson (Lucy Liu) fosse potenzialmente presente sin dal pilot della serie. Con una calcolata lentezza lo abbiamo visto svilupparsi per una quindicina di episodi e infine nel sedicesimo capitolo abbiamo avuto la conferma. Watson non è più stipendiata da Holmes senior (*) ma è diventata una apprendista consulting detective che prende lezioni da Holmes junior. La cosa non mi soddisfa, ma almeno ci siamo tolti un tema ricorrente che cominciava ad essere più un peso che una attrattiva.
Abbiamo dunque uno Sherlock che fa il maestro e propina all'allieva una serie di compiti che, secondo il suo punto di vista, dovrebbero servire a risvegliare le capacità investigative in lei. L'effetto che ho avuto è stato quello di rivedere le lezioni di karate che Miyagi (Pat Morita) dava al karate kid Daniel (Ralph Macchio) nel noto film del 1984 (**).
Il caso principale mi è sembrato troppo complesso e improbabile per riuscirmi interessante. Un tale super-ricco scopre di avere un raro malanno che è di origine ereditaria, lo strano è che lui non ha nessuno in famiglia con lo stesso problema. E dunque ritiene che qualcuno, chissà come, lo abbia infettato. Watson, però, che più che un ex medico sembra spesso una biblioteca medica ambulante, nota che tra gli effetti collaterali della malattia c'è anche una crescente paranoia, che porta a sospettare tutto di tutti. Sherlock decide perciò che non può seguire il caso, in quanto non sente di poterne dare una soluzione soddisfacente.
Cose che succedono dopo lo spingono a cambiare idea, indagare, e trovare una sorprendente, per quanto arzigogolata, soluzione.
(*) Particolare inquietante, non abbiamo nessuna prova dell'esistenza di questo personaggio. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere il parto della fantasia malata di Sherlock.
(**) Per chi non fosse interessato al cinema del secolo scorso è disponibile anche un remake sostanzialmente equivalente datato 2010.
Abbiamo dunque uno Sherlock che fa il maestro e propina all'allieva una serie di compiti che, secondo il suo punto di vista, dovrebbero servire a risvegliare le capacità investigative in lei. L'effetto che ho avuto è stato quello di rivedere le lezioni di karate che Miyagi (Pat Morita) dava al karate kid Daniel (Ralph Macchio) nel noto film del 1984 (**).
Il caso principale mi è sembrato troppo complesso e improbabile per riuscirmi interessante. Un tale super-ricco scopre di avere un raro malanno che è di origine ereditaria, lo strano è che lui non ha nessuno in famiglia con lo stesso problema. E dunque ritiene che qualcuno, chissà come, lo abbia infettato. Watson, però, che più che un ex medico sembra spesso una biblioteca medica ambulante, nota che tra gli effetti collaterali della malattia c'è anche una crescente paranoia, che porta a sospettare tutto di tutti. Sherlock decide perciò che non può seguire il caso, in quanto non sente di poterne dare una soluzione soddisfacente.
Cose che succedono dopo lo spingono a cambiare idea, indagare, e trovare una sorprendente, per quanto arzigogolata, soluzione.
(*) Particolare inquietante, non abbiamo nessuna prova dell'esistenza di questo personaggio. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere il parto della fantasia malata di Sherlock.
(**) Per chi non fosse interessato al cinema del secolo scorso è disponibile anche un remake sostanzialmente equivalente datato 2010.
Elementary 1.16: Dettagli
Forse è merito della regia (*), o forse del fatto che è uno dei pochi episodi di Elementary il cui soggetto viene dalla penna di Robert Doherty (**), fatto sta che questa puntata spicca per una serie di peculiarità.
Per la prima volta il detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) ha il modo di occupare la scena; non è molto significativo ai fini della narrazione, ma il suo interprete sarà stato felice dell'occasione ottenuta.
Si aggiunge una componente comica che, pur essendo aliena all'universo immaginato da Conan Doyle (***), ha ottenuto il risultato di farmi fare qualche risata.
E Watson (Lucy Liu), nonostante sia sconsigliata dalla sua analista, decide di abbandonare la sua carriera per diventare l'assistente di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Questo terzo punto covava già da tempo, non mi convinceva prima, e continua a non convincermi adesso. Non ci vedo un valore aggiunto.
Il caso, come spesso accade, non è molto interessante. Qualcuno ce l'ha con Bell, addirittura lo prende a mitragliate, però lasciandolo illeso. Si risale ad un possibile soggetto che avrebbe ragioni per avercela con lui, ma questo trova un modo per essere escluso dalle investigazioni, per quanto forse un po' troppo radicale. Solito arrancare delle indagini finché viene fuori un punto che era stata nascosto pur essendo essenziale, con relativo spiegone d'ordinanza.
(*) Per la prima volta affidata a Sanaa Hamri, a oggi altri tre episodi della serie portano la sua firma.
(**) Che ha creato la serie ma che, fino a questo punto, aveva scritto solo il pilota e altri tre episodi.
(***) Ricorda molto di più quello dell'ispettore Clouseau di Peter Sellers e Blake Edwards, vedasi ad esempio La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau.
Per la prima volta il detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) ha il modo di occupare la scena; non è molto significativo ai fini della narrazione, ma il suo interprete sarà stato felice dell'occasione ottenuta.
Si aggiunge una componente comica che, pur essendo aliena all'universo immaginato da Conan Doyle (***), ha ottenuto il risultato di farmi fare qualche risata.
E Watson (Lucy Liu), nonostante sia sconsigliata dalla sua analista, decide di abbandonare la sua carriera per diventare l'assistente di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Questo terzo punto covava già da tempo, non mi convinceva prima, e continua a non convincermi adesso. Non ci vedo un valore aggiunto.
Il caso, come spesso accade, non è molto interessante. Qualcuno ce l'ha con Bell, addirittura lo prende a mitragliate, però lasciandolo illeso. Si risale ad un possibile soggetto che avrebbe ragioni per avercela con lui, ma questo trova un modo per essere escluso dalle investigazioni, per quanto forse un po' troppo radicale. Solito arrancare delle indagini finché viene fuori un punto che era stata nascosto pur essendo essenziale, con relativo spiegone d'ordinanza.
(*) Per la prima volta affidata a Sanaa Hamri, a oggi altri tre episodi della serie portano la sua firma.
(**) Che ha creato la serie ma che, fino a questo punto, aveva scritto solo il pilota e altri tre episodi.
(***) Ricorda molto di più quello dell'ispettore Clouseau di Peter Sellers e Blake Edwards, vedasi ad esempio La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau.
Elementary 1.15: Caricata a droga
Per misteriosi motivi il titolo è stato troncato, traducendolo dall'originale sarebbe dovuto essere qualcosa come Una gigantesca pistola caricata con droga. Altra curiosità è la partecipazione, come guest star, di John Hannah. Dalla fatica con cui la sceneggiatura ne giustifica la sua presenza mi vien da pensare che sia stata adattata all'ultimo momento quando invece la sua parte era pensata per un attore americano. D'altra parte la scrittura non è certo il punto di forza di questa serie, e potrebbe essere benissimo che la confusione sia un peccato originale anche di questo episodio.
Succede dunque che nel prologo una tipetta, tale Emily Grant (Allie Gallerani *) viene rapita, scopriamo poco dopo che si tratta della figlia di Rhys Kinlan (Hannah). Costui è un "amico" di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), nel senso che era il suo spacciatore di fiducia quando stava a Londra, e che ha le chiavi del suo appartamento newyorkese in quanto gli ha fornito sostanze anche all'inizio del suo soggiorno americano, prima della cura disintossicante.
La convoluta storia di Rhys vuole che un quarto di secolo prima un'americana passasse da Londra, concepisse con lui, e se ne tornasse in America con il frutto della colpa. La donna viene fatta morire qualche anno prima dell'azione, così ce la togliamo dai piedi, resta però il patrigno di Emily, utile per la solita falsa pista da seguire inizialmente. Pare che Rhys fosse legato ad una banda di dominicani che opera sui due lati dell'Oceano a cui ha fregato una cifra spaventosa. Il suo boss di riferimento dovrebbe essere, per logica basato a Londra, ma per qualche motivo è a New York. Rhys, però, a New York ci torna solo quando scopre che la figlia è stata rapita, in quanto si trovava in Thailandia, dove stava scialacquando il malloppo.
Insomma, Ryhs non può chiedere aiuto alla polizia, e allora lo chiede a Sherlock. Che non è che si possa propriamente dire che risolva il caso, diciamo che lo segue mentre questo si risolve da sé.
Mentre i protagonisti si rivoltolano in questo ginepraio, c'è anche il solito risvolto extra-giallo. Holmes sembra più partecipe nel gruppo di ex-tossici, a cui all'inizio scodella una sua vecchia avventura (**) e poi medita di raccontare quello che gli succede questa volta, come storiella edificante sui rischi di una ricaduta. Già, perché, come accenna il titolo, Ryhs agisce da gran tentazione tossica, come del resto si rende conto bene sin dall'inizio Watson (Lucy Liu).
(*) Questo è praticamente il suo debutto.
(**) Ne sentiamo un accenno, ma ogni bravo sherlockiano dovrebbe riconoscere al volo che si tratta de Il caso dell'uomo deforme. Se ne può vedere la buona versione televisiva della Granada che da noi ha il criptico titolo di L'uomo difforme (1984). Da notare che in quel racconto di Conan Doyle, Holmes dice, forse per l'unica volta in tutto il corpus quell'"Elementare!" che è diventato un suo tratto distintivo nell'immaginario collettivo, al punto da essere scelto anche come titolo di questa serie.
Succede dunque che nel prologo una tipetta, tale Emily Grant (Allie Gallerani *) viene rapita, scopriamo poco dopo che si tratta della figlia di Rhys Kinlan (Hannah). Costui è un "amico" di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), nel senso che era il suo spacciatore di fiducia quando stava a Londra, e che ha le chiavi del suo appartamento newyorkese in quanto gli ha fornito sostanze anche all'inizio del suo soggiorno americano, prima della cura disintossicante.
La convoluta storia di Rhys vuole che un quarto di secolo prima un'americana passasse da Londra, concepisse con lui, e se ne tornasse in America con il frutto della colpa. La donna viene fatta morire qualche anno prima dell'azione, così ce la togliamo dai piedi, resta però il patrigno di Emily, utile per la solita falsa pista da seguire inizialmente. Pare che Rhys fosse legato ad una banda di dominicani che opera sui due lati dell'Oceano a cui ha fregato una cifra spaventosa. Il suo boss di riferimento dovrebbe essere, per logica basato a Londra, ma per qualche motivo è a New York. Rhys, però, a New York ci torna solo quando scopre che la figlia è stata rapita, in quanto si trovava in Thailandia, dove stava scialacquando il malloppo.
Insomma, Ryhs non può chiedere aiuto alla polizia, e allora lo chiede a Sherlock. Che non è che si possa propriamente dire che risolva il caso, diciamo che lo segue mentre questo si risolve da sé.
Mentre i protagonisti si rivoltolano in questo ginepraio, c'è anche il solito risvolto extra-giallo. Holmes sembra più partecipe nel gruppo di ex-tossici, a cui all'inizio scodella una sua vecchia avventura (**) e poi medita di raccontare quello che gli succede questa volta, come storiella edificante sui rischi di una ricaduta. Già, perché, come accenna il titolo, Ryhs agisce da gran tentazione tossica, come del resto si rende conto bene sin dall'inizio Watson (Lucy Liu).
(*) Questo è praticamente il suo debutto.
(**) Ne sentiamo un accenno, ma ogni bravo sherlockiano dovrebbe riconoscere al volo che si tratta de Il caso dell'uomo deforme. Se ne può vedere la buona versione televisiva della Granada che da noi ha il criptico titolo di L'uomo difforme (1984). Da notare che in quel racconto di Conan Doyle, Holmes dice, forse per l'unica volta in tutto il corpus quell'"Elementare!" che è diventato un suo tratto distintivo nell'immaginario collettivo, al punto da essere scelto anche come titolo di questa serie.
Elementary 1.14: Il deduttore
Confondere induzione con deduzione è per Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) una tradizione che dura dai tempi di Conan Doyle e sarebbe dunque ingeneroso prendersela se anche una profiler dell'FBI (Kari Matchett) cade nell'equivoco. E così Holmes se ne ha a male solo per essere stato profilato (*) da costei.
Il caso non sarebbe neanche male, un serial killer (Terry Kinney **) usa uno strano piano per uscire di galera e attuare la sua vendetta verso la profiler che l'aveva incastrato. Holmes è combattuto tra risolvere il caso (***) e parteggiare per il cattivo, visto che entrambi hanno il dente avvelenato con la stessa persona. Purtroppo, a mio gusto, lo sviluppo non sufficientemente intrigante.
Per riempire il tempo assistiamo ad un problema di Watson (Lucy Liu), che perde il suo appartamento per averlo subaffittato ad un regista di documentari che, per sbarcare il lunario, gira proprio lì un porno. Lei usa le capacità di osservazione che ha appreso (°) da Holmes e induce (°°) un dettaglio che le permetterà di uscire meno traumaticamente dalla sua tana.
(*) Un po' come se la prenderebbe Hannibal Lecter, vedasi Il silenzio degli innocenti (1991) e seguenti.
(**) Avrei visto meglio nella parte Steve Buscemi.
(***) Non particolarmente complicato, a ben vedere.
(°) Non si spiega bene come, forse per osmosi.
(°°) E non deduce!
Il caso non sarebbe neanche male, un serial killer (Terry Kinney **) usa uno strano piano per uscire di galera e attuare la sua vendetta verso la profiler che l'aveva incastrato. Holmes è combattuto tra risolvere il caso (***) e parteggiare per il cattivo, visto che entrambi hanno il dente avvelenato con la stessa persona. Purtroppo, a mio gusto, lo sviluppo non sufficientemente intrigante.
Per riempire il tempo assistiamo ad un problema di Watson (Lucy Liu), che perde il suo appartamento per averlo subaffittato ad un regista di documentari che, per sbarcare il lunario, gira proprio lì un porno. Lei usa le capacità di osservazione che ha appreso (°) da Holmes e induce (°°) un dettaglio che le permetterà di uscire meno traumaticamente dalla sua tana.
(*) Un po' come se la prenderebbe Hannibal Lecter, vedasi Il silenzio degli innocenti (1991) e seguenti.
(**) Avrei visto meglio nella parte Steve Buscemi.
(***) Non particolarmente complicato, a ben vedere.
(°) Non si spiega bene come, forse per osmosi.
(°°) E non deduce!
Elementary 1.13: La squadra rossa
In seguito a quello che è successo nella precedente puntata, il capitano Gregson (Aidan Quinn) ha deciso di fare a meno dei servigi del suo consultant detective di fiducia. A Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ovviamente non passa nemmeno per l'anticamera del cervello di scusarsi, anzi, approfitta della pausa forzata per lavorare su Moriarty, ottenendo invero poco o niente.
Per distrarsi pensa di chattare con un complottista di sua conoscenza, di cui, a sua insaputa, si fa ferocemente beffe. Costui però questa volta non gli dà spago, in quanto è stato ucciso. L'omicidio è stato goffamente travestito da suicidio, ma non ci voleva un Holmes per capire come erano andate le cose. Solo il povero detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) poteva cascarci.
Pur non potendo contare più di tanto sul supporto della polizia, Holmes arriva ben presto a scoprire che tra i millemila complotti insensati di cui si occupava la vittima ce n'era uno che avrebbe potuto avere qualcosa di reale. Potrebbe essere la pista buona.
In parallelo, Watson (Lucy Liu) ha finito il periodo pagato da Holmes senior per badare a junior. Però non riesce a staccarsi da questo cliente e, adducendo pietose scuse, continua a fare il suo lavoro, come pro bono, e senza avvertire il paziente della situazione. Il che potrebbe portare problemi in futuro.
Per distrarsi pensa di chattare con un complottista di sua conoscenza, di cui, a sua insaputa, si fa ferocemente beffe. Costui però questa volta non gli dà spago, in quanto è stato ucciso. L'omicidio è stato goffamente travestito da suicidio, ma non ci voleva un Holmes per capire come erano andate le cose. Solo il povero detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) poteva cascarci.
Pur non potendo contare più di tanto sul supporto della polizia, Holmes arriva ben presto a scoprire che tra i millemila complotti insensati di cui si occupava la vittima ce n'era uno che avrebbe potuto avere qualcosa di reale. Potrebbe essere la pista buona.
In parallelo, Watson (Lucy Liu) ha finito il periodo pagato da Holmes senior per badare a junior. Però non riesce a staccarsi da questo cliente e, adducendo pietose scuse, continua a fare il suo lavoro, come pro bono, e senza avvertire il paziente della situazione. Il che potrebbe portare problemi in futuro.
Elementary 1.12: Il mandante
Buona puntata, che presenta più riferimenti del solito all'opera di sir Arthur Conan Doyle, un cattivo con notevole presenza scenica (Vinnie Jones *), e un risvolto oscuro che finalmente toglie l'eccesso di comicità dal personaggio di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) che in altri episodi mi sembra più ridurlo a macchietta che presentarlo con un taglio da commedia (**).
Un brutale assassino, noto solo come M. (***), arriva da Londra a New York per proseguire lì la sua serie di efferate esecuzioni. Holmes aveva già collaborato con Scotland Yard per risolvere questo caso, ma evidentemente con poco successo. Accecato dal fatto che M. sembra aver ucciso Irene Adler, il nostro sembra non accorgersi nemmeno della stranezza di un serial killer che lo segue oltreoceano. Ci deve pensare il capitano Gregson (Aidan Quinn) a fargli notare il dettaglio.
Tramite uno spericolato uso della versione americana degli irregolari di Baker Street, rappresentata sullo schermo dal solo Teddy (Bobb'e J. Thompson), Holmes riesce ad anticipare le mosse di M. arrivando ad un regolamento dei conti che riserverà qualche sorpresa.
Esternamente al caso, Watson (Lucy Liu) è arrivata alla fine del suo contratto, dovrebbe prepararsi a lasciare l'appartamento e pensare ad un altro cliente. Sembra però morbosamente attratta dal lavoro di consulting detective e la vediamo tentennare. Ufficialmente teme una ricaduta di Holmes in seguito agli accadimenti qui narrati, ufficiosamente pare diventare una piccola investigatrice. Il che non mi piace un granché, così si smussa il dualismo Watson-Holmes, diventano più amiconi che fanno lo stesso lavoro. Ma allora mi guardo Starsky & Hutch.
(*) Presente in molti dei lavori di Guy Ritchie pre-Madonna. Poi le strade dei due si sono brutalmente separate.
(**) Vedasi piuttosto Vita privata di Sherlock Holmes (1970) o Senza indizio (1988).
(***) La singola lettera puntata è anche il titolo originale dell'episodio. Il riferimento sembra essere al professor Moriarty, ma è una falsa traccia, scopriremo più avanti che il vero nome di M. è Sebastian Moran, definito dal vero SH come il secondo delinquente più pericoloso operante a Londra, sodale di Moriarty.
Un brutale assassino, noto solo come M. (***), arriva da Londra a New York per proseguire lì la sua serie di efferate esecuzioni. Holmes aveva già collaborato con Scotland Yard per risolvere questo caso, ma evidentemente con poco successo. Accecato dal fatto che M. sembra aver ucciso Irene Adler, il nostro sembra non accorgersi nemmeno della stranezza di un serial killer che lo segue oltreoceano. Ci deve pensare il capitano Gregson (Aidan Quinn) a fargli notare il dettaglio.
Tramite uno spericolato uso della versione americana degli irregolari di Baker Street, rappresentata sullo schermo dal solo Teddy (Bobb'e J. Thompson), Holmes riesce ad anticipare le mosse di M. arrivando ad un regolamento dei conti che riserverà qualche sorpresa.
Esternamente al caso, Watson (Lucy Liu) è arrivata alla fine del suo contratto, dovrebbe prepararsi a lasciare l'appartamento e pensare ad un altro cliente. Sembra però morbosamente attratta dal lavoro di consulting detective e la vediamo tentennare. Ufficialmente teme una ricaduta di Holmes in seguito agli accadimenti qui narrati, ufficiosamente pare diventare una piccola investigatrice. Il che non mi piace un granché, così si smussa il dualismo Watson-Holmes, diventano più amiconi che fanno lo stesso lavoro. Ma allora mi guardo Starsky & Hutch.
(*) Presente in molti dei lavori di Guy Ritchie pre-Madonna. Poi le strade dei due si sono brutalmente separate.
(**) Vedasi piuttosto Vita privata di Sherlock Holmes (1970) o Senza indizio (1988).
(***) La singola lettera puntata è anche il titolo originale dell'episodio. Il riferimento sembra essere al professor Moriarty, ma è una falsa traccia, scopriremo più avanti che il vero nome di M. è Sebastian Moran, definito dal vero SH come il secondo delinquente più pericoloso operante a Londra, sodale di Moriarty.
Elementary 1.11: Panni sporchi
Il titolo (*) allude al detto secondo cui si lavano in famiglia, ma si riferisce anche al fatto che il cadavere che dà il via all'indagine seguita da Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) viene ritrovato in una lavatrice. Incredibile a dirsi, la sceneggiatura (Liz Friedman) sembra risalire a cinquanta anni fa, piena guerra fredda, paranoia americana (**) relativa ad agenti segreti russi che si fingono americani per rubare segreti. Una serie di spiegoni che occupano metà del tempo di trasmissione rendono il tutto ancora meno digeribile.
La trama parallela riguarda prevalentemente l'addio di Watson (Lucy Liu) che sembra essere imminente. Il dottore ritiene di aver fatto il suo lavoro, e si vuole dedicare ad un'altra anima persa. O forse vuole solo che Holmes le chieda con modi meno bruschi e supponenti, come da carattere, di restare.
(*) Niente da dire sulla traduzione, Dirty laundry è l'originale.
(**) Non del tutto ingiustificata, vedasi Il ponte delle spie.
La trama parallela riguarda prevalentemente l'addio di Watson (Lucy Liu) che sembra essere imminente. Il dottore ritiene di aver fatto il suo lavoro, e si vuole dedicare ad un'altra anima persa. O forse vuole solo che Holmes le chieda con modi meno bruschi e supponenti, come da carattere, di restare.
(*) Niente da dire sulla traduzione, Dirty laundry è l'originale.
(**) Non del tutto ingiustificata, vedasi Il ponte delle spie.
The zero theorem
Altro film che non è stato distribuito in Italia. In questo caso il motivo va cercato nel fallimento di Moviemax, che ne aveva acquistato i diritti. In attesa che si sblocchino le questioni legali, temo che il modo più semplice per vedersi quella che è ancora oggi l'ultima regia di Terry Gilliam (*) sia cercarsi una copia del DVD proveniente da altro Paese europeo. Curioso destino, in particolare se pensiamo che il film è stato presentato in anteprima a Venezia nel 2013.
In un quasi incomprensibile futuro distopico, un programmatore informatico capace ma estremamente complessato, Qohen Leth (Christoph Waltz), viene assegnato dal misterioso capo (Matt Damon) della azienda per cui lavora ad un compito che sembra impossibile, dimostrare il Teorema Zero per mezzo di una complessa elaborazione di entità (**). Qohen accetta di buon grado l'ingrato lavoro perché gli permette di lavorare a "casa" (***) riducendo quindi drasticamente il rischio di contatti umani, e perché spera che questo gli permetta di ricevere una oscura telefonata che dovrebbe spiegargli il senso della sua vita (°).
Il lavoro procede alacremente, ma manca sempre un qualche cosina ad arrivare alla soluzione finale. Alcuni personaggi arrivano in suo aiuto, tra cui:
Joby (David Thewlis), suo supervisore, che sembra di una mediocre mediocrità molto pythoniana, ma d'altro canto sembra anche avere una simpatia forse sincera per Qohen.
Il giovane programmatore prodigio Bob (Lucas Hedges), che ha intuizioni che lo potrebbero rendere capace di risolvere il teorema, ma manca della necessaria capacità di impegnarsi sul lungo periodo. C'è poi il fatto che Bob è figlio del capo dell'azienda, e ha perciò un problema relazionale di diverso tipo.
La dottoressa Shrink-Rom (Tilda Swinton), una strizzacervelli virtuale che deve cerca di tenere sotto controllo le tendenze autodistruttive di Qohen. Ricorda in modo preoccupante la Mason di Snowpiercer, sempre interpretata dalla Swinton, almeno fino a che non viene craccata da Bob che la rende ancora più folle.
Tra parentesi, la Shrink-Rom viene concessa a Qohen dopo una assurda visita medica tenuta da tre dottori sciroccati (Sanjeev Bhaskar, Ben Whishaw, Peter Stormare).
Bainsley (Mélanie Thierry), una strana fanciulla che sembra ancor più stranamente attratta da Qohen. Inizialmente introdotta a questi da Joby, che sarebbe loro comune amico, se Joby avesse amici, poi passa ad un rapporto più professionale, avendo una attività di cyber-prostituzione, ed essendo forse considerabile come un benefit aziendale.
Le cose, che sono già abbastanza complicate, lo diventano ancora di più. Sembra che Qohen, grazie all'interazione con umani amichevoli, riduca le sue tendenze autistiche, sia capace di sentimenti di amicizia e forse sia anche di mostrare il suo amore per Bainsley, nonostante lo roda il dubbio che questa abbia per lui solo attenzioni a tempo determinato.
Finale molto in stile Brazil (1985), meno deprimente, però, perché ognuno può decidere cosa stia succedendo. Il sospetto è che tutto vada orribilmente male, la speranza (°°) è che inspiegabilmente un lieto fine sia riuscito a sgusciare tra le pieghe della storia.
(*) In questi giorni sono trapelate notizie positive sulla ripresa del progetto relativo alla sua versione di Don Chischotte, con lo scoop che dovrebbe essere Michael Palin ad interpretare l'eroe eponimo. E' l'ottava volta che Gilliam ci prova, speriamo che sia quella buona.
(**) O come dicono loro, "crunching entities".
(***) Che sarebbe poi una austera chiesa che ha comprato a prezzo vantaggioso in seguito ad un incendio che ha spazzato via i precedenti inquilini, religiosi di un ordine che, tra l'altro, aveva tra le sue regole quella del rigido rispetto del silenzio.
(°) Evidente il richiamo ad Aspettando Godot.
(°°) Supportata da voci che si sentono sui titoli di coda, senza che noi si possa vedere cosa stia succedendo.
In un quasi incomprensibile futuro distopico, un programmatore informatico capace ma estremamente complessato, Qohen Leth (Christoph Waltz), viene assegnato dal misterioso capo (Matt Damon) della azienda per cui lavora ad un compito che sembra impossibile, dimostrare il Teorema Zero per mezzo di una complessa elaborazione di entità (**). Qohen accetta di buon grado l'ingrato lavoro perché gli permette di lavorare a "casa" (***) riducendo quindi drasticamente il rischio di contatti umani, e perché spera che questo gli permetta di ricevere una oscura telefonata che dovrebbe spiegargli il senso della sua vita (°).
Il lavoro procede alacremente, ma manca sempre un qualche cosina ad arrivare alla soluzione finale. Alcuni personaggi arrivano in suo aiuto, tra cui:
Joby (David Thewlis), suo supervisore, che sembra di una mediocre mediocrità molto pythoniana, ma d'altro canto sembra anche avere una simpatia forse sincera per Qohen.
Il giovane programmatore prodigio Bob (Lucas Hedges), che ha intuizioni che lo potrebbero rendere capace di risolvere il teorema, ma manca della necessaria capacità di impegnarsi sul lungo periodo. C'è poi il fatto che Bob è figlio del capo dell'azienda, e ha perciò un problema relazionale di diverso tipo.
La dottoressa Shrink-Rom (Tilda Swinton), una strizzacervelli virtuale che deve cerca di tenere sotto controllo le tendenze autodistruttive di Qohen. Ricorda in modo preoccupante la Mason di Snowpiercer, sempre interpretata dalla Swinton, almeno fino a che non viene craccata da Bob che la rende ancora più folle.
Tra parentesi, la Shrink-Rom viene concessa a Qohen dopo una assurda visita medica tenuta da tre dottori sciroccati (Sanjeev Bhaskar, Ben Whishaw, Peter Stormare).
Bainsley (Mélanie Thierry), una strana fanciulla che sembra ancor più stranamente attratta da Qohen. Inizialmente introdotta a questi da Joby, che sarebbe loro comune amico, se Joby avesse amici, poi passa ad un rapporto più professionale, avendo una attività di cyber-prostituzione, ed essendo forse considerabile come un benefit aziendale.
Le cose, che sono già abbastanza complicate, lo diventano ancora di più. Sembra che Qohen, grazie all'interazione con umani amichevoli, riduca le sue tendenze autistiche, sia capace di sentimenti di amicizia e forse sia anche di mostrare il suo amore per Bainsley, nonostante lo roda il dubbio che questa abbia per lui solo attenzioni a tempo determinato.
Finale molto in stile Brazil (1985), meno deprimente, però, perché ognuno può decidere cosa stia succedendo. Il sospetto è che tutto vada orribilmente male, la speranza (°°) è che inspiegabilmente un lieto fine sia riuscito a sgusciare tra le pieghe della storia.
(*) In questi giorni sono trapelate notizie positive sulla ripresa del progetto relativo alla sua versione di Don Chischotte, con lo scoop che dovrebbe essere Michael Palin ad interpretare l'eroe eponimo. E' l'ottava volta che Gilliam ci prova, speriamo che sia quella buona.
(**) O come dicono loro, "crunching entities".
(***) Che sarebbe poi una austera chiesa che ha comprato a prezzo vantaggioso in seguito ad un incendio che ha spazzato via i precedenti inquilini, religiosi di un ordine che, tra l'altro, aveva tra le sue regole quella del rigido rispetto del silenzio.
(°) Evidente il richiamo ad Aspettando Godot.
(°°) Supportata da voci che si sentono sui titoli di coda, senza che noi si possa vedere cosa stia succedendo.
Don Jon
Opera prima di Joseph Gordon-Levitt (*), basata su una idea che non mi sembra per niente male, fare una versione più leggera di Shame incrociandolo con (500) giorni insieme. Sfortunatamente il risultato è inferiore alla somma dei due modelli originari. Come commedia ha troppi momenti di stanca, come tragedia manca un approfondimento della situazione e dei personaggi, che troppo spesso sono più tratteggiati che sviluppati. Non voglio nemmeno pensare che il titolo sia un riferimento al Don Giovanni di Da Ponte - Mozart, il paragone è così fuori scala che nessun filmmaker in possesso del ben dell'intelletto lo azzarderebbe.
Jon Martello (Gordon-Levitt) è un ragazzotto italo-americano che ha un solo grosso interesse nella sua vita, il sesso. Non ha nessuna difficoltà a procurarsi donne affascinanti per rapide avventure (**) che però non riescono a soddisfarlo. Il fatto è che si è assuefatto alla pornografia, e gli sembra che il sesso reale non ne sia all'altezza. Il perfido meccanismo sembra incepparsi quando incontra Barbara (Scarlett Johansson), che gli sembra la personificazione dei suoi sogni molto materialistici sulle donne. Il problema è che anche Barbara ha una sua deviazione, cresciuta come una principessina dalla sua famiglia, in una casa che sembra quella di Barbie (***), si nutre di film rosa come Jon di porno, e ritiene che l'uomo della sua vita debba seguire quel modello.
La fortuna di Jon sta nell'incontrare Esther (Julianne Moore), una donna molto più matura (°) di lui, che riuscirà a fargli capire in che razza di vicolo cieco si sia ficcato, e forse lo aiuterà ad uscirne.
Un certo peso nella narrativa è preso dalla famiglia di Jon, una famiglia italo-americana molto stereotipata, con il padre (Tony Danza) interessato solo allo sport e la madre (Glenne Headly) ossessionata dal voler vedere Jon sposato, in modo che lei possa realizzarsi come nonna. In questo contesto si ritaglia un piccolo spazio anche Brie Larson nel ruolo della sorella, che per tutto il film sembra essere presente solo col corpo, assorbita com'è dal suo telefono, ma che nel finale avrà modo di scodellare la sua unica battuta in cui spiega la natura della relazione tra Barbara e Jon, dimostrandosi come l'unica della famiglia con una buona capacità di osservazione e interpretazione dei fatti.
(*) Scritta, diretta e interpretata da lui medesimo. Per essere precisi Gordon-Levitt aveva già diretto una manciata di corti, questo è il suo primo lungometraggio.
(**) Tra i punti forti del film c'è anche l'ottimo casting.
(***) Nel senso della bambola. E ora che ci penso, forse il legame tra i nomi, Barbie-Barbara, non è casuale.
(°) In tutti i sensi.
Jon Martello (Gordon-Levitt) è un ragazzotto italo-americano che ha un solo grosso interesse nella sua vita, il sesso. Non ha nessuna difficoltà a procurarsi donne affascinanti per rapide avventure (**) che però non riescono a soddisfarlo. Il fatto è che si è assuefatto alla pornografia, e gli sembra che il sesso reale non ne sia all'altezza. Il perfido meccanismo sembra incepparsi quando incontra Barbara (Scarlett Johansson), che gli sembra la personificazione dei suoi sogni molto materialistici sulle donne. Il problema è che anche Barbara ha una sua deviazione, cresciuta come una principessina dalla sua famiglia, in una casa che sembra quella di Barbie (***), si nutre di film rosa come Jon di porno, e ritiene che l'uomo della sua vita debba seguire quel modello.
La fortuna di Jon sta nell'incontrare Esther (Julianne Moore), una donna molto più matura (°) di lui, che riuscirà a fargli capire in che razza di vicolo cieco si sia ficcato, e forse lo aiuterà ad uscirne.
Un certo peso nella narrativa è preso dalla famiglia di Jon, una famiglia italo-americana molto stereotipata, con il padre (Tony Danza) interessato solo allo sport e la madre (Glenne Headly) ossessionata dal voler vedere Jon sposato, in modo che lei possa realizzarsi come nonna. In questo contesto si ritaglia un piccolo spazio anche Brie Larson nel ruolo della sorella, che per tutto il film sembra essere presente solo col corpo, assorbita com'è dal suo telefono, ma che nel finale avrà modo di scodellare la sua unica battuta in cui spiega la natura della relazione tra Barbara e Jon, dimostrandosi come l'unica della famiglia con una buona capacità di osservazione e interpretazione dei fatti.
(*) Scritta, diretta e interpretata da lui medesimo. Per essere precisi Gordon-Levitt aveva già diretto una manciata di corti, questo è il suo primo lungometraggio.
(**) Tra i punti forti del film c'è anche l'ottimo casting.
(***) Nel senso della bambola. E ora che ci penso, forse il legame tra i nomi, Barbie-Barbara, non è casuale.
(°) In tutti i sensi.
La vita è facile ad occhi chiusi
Primo film dello spagnolo David Trueba che arriva in Italia. Distribuito l'autunno scorso, non l'ha visto praticamente nessuno, nonostante avesse nelle sue credenziali ben sei Goya (*). Per mia fortuna è stato rimesso in cartellone dal cinemino sotto casa, che spesso cerca la competizione insensata con i multisala (**) ma a volte fa un lavoro più utile di recupero di pellicole che hanno avuto poca o nulla visibilità.
L'idea è simile a quella di Marilyn, il risultato inferiore ma comunque buono. Anche qui al centro della storia c'è un mito della cultura popolare novecentesca, che però è visto da un punto di vista molto laterale. Qui la lateralità del racconto è ancor più accentuata, al punto che lui, il mito, ovvero John Lennon, lo vediamo fugacemente in materiale d'archivio e, dal vivo, solo per pochi secondi (***) in campo lungo.
Il protagonista è invece Antonio (Javier Cámara) un professore spagnolo di inglese e latino che ha una grande passione per i Beatles e cerca di usarla come mezzo per spingere i suoi alunni a studiare la lingua d'Albione. Siamo alla metà degli anni sessanta, c'è già un po' di crisi tra i Fab Four e John Lennon si è preso una vacanza dal gruppo per girare Come ho vinto la guerra di Richard Lester (1967). Erano i tempi in cui la Spagna era una meta tipica per girare film spendendo poco, vedasi gli spaghetti western che approfittavano anche dei locali paesaggi desertici.
Un problema di Antonio è che in quegli anni non era così facile avere i testi delle canzoni, che spesso non erano pubblicati nemmeno nei dischi, e così lui le traduzioni se le faceva da solo. Però non è sempre facile capire una canzone, a volte nemmeno quando viene cantata nella nostra lingua. Così spesso le sue versioni avevano dei buchi in corrispondenza delle sue incertezze di traduttore. Così decide di fare un viaggio e chiedere a Lennon di risolvergli i dubbi. Sulla strada incontra un paio di ragazzetti, prima Belén (Natalia de Molina) e poi Juanjo (Francesc Colomer). Dà un passaggio ad entrambi, e l'anomalo terzetto collabora ad un'avventura di pochi giorni, che diventa maggiore della somma delle loro tre storie.
Strawberry Fields forever è nata proprio mentre John Lennon era in Spagna, e nella sua prima versione non aveva quella che diventerà la strofa iniziale ("Let me take you down ...") ma attaccava con "Living is easy with eyes closed", che è diventato il titolo di questo film e ne dà la chiave interpretativa. Siamo infatti in piena dittatura franchista, e le cose su cui è meglio tenere gli occhi chiusi, se non si voglio avere problemi, abbondano. Antonio, che non è certo un eroe, si barcamena nella situazione. Evitando gli scontri diretti (°), cerca di seminare qualcosa tra le giovani generazioni, per il poco che può fare.
Chissà come andranno a finire le storie dei nostri personaggi. Forse riusciranno a tenere aperti gli occhi anche quando questo è difficile. E sarà già un piccolo passo in avanti.
(*) Miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice debuttante, e miglior colonna sonora, affidata a niente meno che Pat Metheny.
(**) Programmando film che sono già passati dai fratelli più potenti, facendo così la fine di quelle che erano decenni fa le seconde o terze visioni, attirando cioè solo il pubblico dei distratti che si sono persi la prima uscita. Il che qualche volta è utile, almeno per me, così mi sono recuperato l'ultimo Star wars, ma in genere non è che abbia molto senso.
(***) Interpretato dalla stesso Trueba.
(°) Ci riesce per quasi tutto il tempo. Solo una volta, nel finale, si lascia andare ad un piccolo atto di violenza ribelle, più comico che altro.
L'idea è simile a quella di Marilyn, il risultato inferiore ma comunque buono. Anche qui al centro della storia c'è un mito della cultura popolare novecentesca, che però è visto da un punto di vista molto laterale. Qui la lateralità del racconto è ancor più accentuata, al punto che lui, il mito, ovvero John Lennon, lo vediamo fugacemente in materiale d'archivio e, dal vivo, solo per pochi secondi (***) in campo lungo.
Il protagonista è invece Antonio (Javier Cámara) un professore spagnolo di inglese e latino che ha una grande passione per i Beatles e cerca di usarla come mezzo per spingere i suoi alunni a studiare la lingua d'Albione. Siamo alla metà degli anni sessanta, c'è già un po' di crisi tra i Fab Four e John Lennon si è preso una vacanza dal gruppo per girare Come ho vinto la guerra di Richard Lester (1967). Erano i tempi in cui la Spagna era una meta tipica per girare film spendendo poco, vedasi gli spaghetti western che approfittavano anche dei locali paesaggi desertici.
Un problema di Antonio è che in quegli anni non era così facile avere i testi delle canzoni, che spesso non erano pubblicati nemmeno nei dischi, e così lui le traduzioni se le faceva da solo. Però non è sempre facile capire una canzone, a volte nemmeno quando viene cantata nella nostra lingua. Così spesso le sue versioni avevano dei buchi in corrispondenza delle sue incertezze di traduttore. Così decide di fare un viaggio e chiedere a Lennon di risolvergli i dubbi. Sulla strada incontra un paio di ragazzetti, prima Belén (Natalia de Molina) e poi Juanjo (Francesc Colomer). Dà un passaggio ad entrambi, e l'anomalo terzetto collabora ad un'avventura di pochi giorni, che diventa maggiore della somma delle loro tre storie.
Strawberry Fields forever è nata proprio mentre John Lennon era in Spagna, e nella sua prima versione non aveva quella che diventerà la strofa iniziale ("Let me take you down ...") ma attaccava con "Living is easy with eyes closed", che è diventato il titolo di questo film e ne dà la chiave interpretativa. Siamo infatti in piena dittatura franchista, e le cose su cui è meglio tenere gli occhi chiusi, se non si voglio avere problemi, abbondano. Antonio, che non è certo un eroe, si barcamena nella situazione. Evitando gli scontri diretti (°), cerca di seminare qualcosa tra le giovani generazioni, per il poco che può fare.
Chissà come andranno a finire le storie dei nostri personaggi. Forse riusciranno a tenere aperti gli occhi anche quando questo è difficile. E sarà già un piccolo passo in avanti.
(*) Miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice debuttante, e miglior colonna sonora, affidata a niente meno che Pat Metheny.
(**) Programmando film che sono già passati dai fratelli più potenti, facendo così la fine di quelle che erano decenni fa le seconde o terze visioni, attirando cioè solo il pubblico dei distratti che si sono persi la prima uscita. Il che qualche volta è utile, almeno per me, così mi sono recuperato l'ultimo Star wars, ma in genere non è che abbia molto senso.
(***) Interpretato dalla stesso Trueba.
(°) Ci riesce per quasi tutto il tempo. Solo una volta, nel finale, si lascia andare ad un piccolo atto di violenza ribelle, più comico che altro.
Into darkness - Star Trek
Dodicesimo film della serie, secondo a partire dal reboot del 2009, di cui è il seguito naturale, essendo situato un annetto dopo i fatti narrati, prima di quanto è stato raccontato dalla serie televisiva e poi dai dieci capitoli della saga cinematografica.
Dopo una simpatica introduzione che ci mostra quanto il capitano James T. Kirk (Chris Pine) sia inventivo e sprezzante delle regole, in opposizione al suo primo ufficiale vulcaniano Spock (Zachary Quinto), dal sangue freddo e logica impressionante, entriamo nel vivo del racconto. Che si rivela essere un quasi-remake di Star Trek II: L'ira di Khan, dove il ruolo di Khan è coperto da niente meno che Benedict Cumberbatch. Ora, i trekker sanno che Khan ha un pesante fardello nel suo passato, e può dunque essere tranquillamente qualificato come cattivo senza che nemmeno lui se ne abbia a male, c'è però da dire che chi cerca di manipolarlo è anche peggio di lui, ben sapendo a cosa si va incontro. Non per nulla in quelle che è probabilmente la sua battuta chiave, Khan dice che avrebbero dovuto lasciarlo dormire (*).
Bravo J.J. Abrams a mantenere lo spirito della serie nonostante i molti cambiamenti - in particolare, anche se non si fa vedere praticamente niente per non perdersi il pubblico più giovane, risulta chiaro che il sesso è un hobby molto praticato dall'equipaggio dell'Enterprise. Ci sono molti dettagli tecnologici che mi hanno lasciato perplesso, tra cui la facilità e il raggio di teletrasporto e a anche dei viaggi spaziali in genere, molto cresciuta rispetto allo standard, di per se già molto generoso, della serie originale.
Breve apparizione di Leonard Nimoy (**) nel ruolo dell'impossibile Spock anziano che è tornato indietro del tempo e che viene consultato da Spock giovane per avere qualche informazione aggiuntiva su Khan.
(*) Lo status di Khan è sempre stato controverso. La prima volta che lo hanno beccato, non sapendo che farne lo hanno ibernato, lui e i suoi accoliti, passando la patata bollente a chi segue.
(**) La sua ultima, un commosso ricordo.
Dopo una simpatica introduzione che ci mostra quanto il capitano James T. Kirk (Chris Pine) sia inventivo e sprezzante delle regole, in opposizione al suo primo ufficiale vulcaniano Spock (Zachary Quinto), dal sangue freddo e logica impressionante, entriamo nel vivo del racconto. Che si rivela essere un quasi-remake di Star Trek II: L'ira di Khan, dove il ruolo di Khan è coperto da niente meno che Benedict Cumberbatch. Ora, i trekker sanno che Khan ha un pesante fardello nel suo passato, e può dunque essere tranquillamente qualificato come cattivo senza che nemmeno lui se ne abbia a male, c'è però da dire che chi cerca di manipolarlo è anche peggio di lui, ben sapendo a cosa si va incontro. Non per nulla in quelle che è probabilmente la sua battuta chiave, Khan dice che avrebbero dovuto lasciarlo dormire (*).
Bravo J.J. Abrams a mantenere lo spirito della serie nonostante i molti cambiamenti - in particolare, anche se non si fa vedere praticamente niente per non perdersi il pubblico più giovane, risulta chiaro che il sesso è un hobby molto praticato dall'equipaggio dell'Enterprise. Ci sono molti dettagli tecnologici che mi hanno lasciato perplesso, tra cui la facilità e il raggio di teletrasporto e a anche dei viaggi spaziali in genere, molto cresciuta rispetto allo standard, di per se già molto generoso, della serie originale.
Breve apparizione di Leonard Nimoy (**) nel ruolo dell'impossibile Spock anziano che è tornato indietro del tempo e che viene consultato da Spock giovane per avere qualche informazione aggiuntiva su Khan.
(*) Lo status di Khan è sempre stato controverso. La prima volta che lo hanno beccato, non sapendo che farne lo hanno ibernato, lui e i suoi accoliti, passando la patata bollente a chi segue.
(**) La sua ultima, un commosso ricordo.
Hunger games: La ragazza di fuoco
Rispetto al primo episodio raddoppia il budget e cambia completamente la cabina di comando, con la regia che viene affidata a Francis Lawrence, e Suzanne Collins che lascia la cura sceneggiatura a Simon Beaufoy e Michael Arndt. Il cambio di regia si vede, spariscono d'incanto le pretese artistiche e l'abuso di camera a mano, quello di scrittura no. I due titolatissimi responsabili si saranno presi la paccata di soldi stabilita e avranno generato il testo che la produzione si aspettava.
Il risultato è curioso, sembra di assistere al sequel di un qualunque blockbuster dalla sceneggiatura irrilevante. In pratica nelle due ore e mezza di questa volta succede quasi lo stesso della volta precedente, solo di più. Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) ha gli stessi problemi di cuore, dovendo gestire un amoretto che non può essere rivelato, Gale (Liam Hemsworth), e fingere per le masse di amare Peeta (Josh Hutcherson), adesso però si mira addirittura all'immagine della famigliola felice. Katniss e Peter dovranno partecipare ad una nuova edizione del truculento reality, ma per avversari avranno truculenti sopravvissuti dalle precedenti annate. Il campo di battaglia sarà molto più letale, eccetera.
Le figure al contorno restano le stesse e fanno le stesse cose. Mi hanno divertito come prima Stanley Tucci e Elizabeth Banks, e come prima m'è sembrato irrilevante Woody Harrelson. Continua ad essere sprecato Donald Sutherland nel ruolo del crudele presidente. A gestire i giochi arriva Plutarch Heavensbee, ed è un piacere vedere Philip Seymour Hoffman, sprecato anche lui, ma almeno Sutherland per qualche minuto non deve recitare da solo.
Utili alla storia sono solo pochi minuti nel corso dell'azione, che spiegano come l'equilibrio della presunta repubblica di Panem, gestita in realtà come un impero, un frullato tra la classicità romana, ancien régime alla Re Sole, e quello dei Sith di Guerre Stellari (*), sia molto instabile, e ci si aspetti un suo crollo da un momento all'altro. Da una parte il presidente Snow fa di tutto per evitare una nuova crisi, dall'altra i ribelli sono in cerca di un simbolo per scatenare lo scontro. E dunque entrambe le parti vogliono usare Katniss per i loro scopi.
(*) Vedasi i pacificatori, che qui risultano molto simili agli stormtrooper imperiali immaginati da George Lucas, anche se sembrano avere una miglior mira.
Il risultato è curioso, sembra di assistere al sequel di un qualunque blockbuster dalla sceneggiatura irrilevante. In pratica nelle due ore e mezza di questa volta succede quasi lo stesso della volta precedente, solo di più. Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) ha gli stessi problemi di cuore, dovendo gestire un amoretto che non può essere rivelato, Gale (Liam Hemsworth), e fingere per le masse di amare Peeta (Josh Hutcherson), adesso però si mira addirittura all'immagine della famigliola felice. Katniss e Peter dovranno partecipare ad una nuova edizione del truculento reality, ma per avversari avranno truculenti sopravvissuti dalle precedenti annate. Il campo di battaglia sarà molto più letale, eccetera.
Le figure al contorno restano le stesse e fanno le stesse cose. Mi hanno divertito come prima Stanley Tucci e Elizabeth Banks, e come prima m'è sembrato irrilevante Woody Harrelson. Continua ad essere sprecato Donald Sutherland nel ruolo del crudele presidente. A gestire i giochi arriva Plutarch Heavensbee, ed è un piacere vedere Philip Seymour Hoffman, sprecato anche lui, ma almeno Sutherland per qualche minuto non deve recitare da solo.
Utili alla storia sono solo pochi minuti nel corso dell'azione, che spiegano come l'equilibrio della presunta repubblica di Panem, gestita in realtà come un impero, un frullato tra la classicità romana, ancien régime alla Re Sole, e quello dei Sith di Guerre Stellari (*), sia molto instabile, e ci si aspetti un suo crollo da un momento all'altro. Da una parte il presidente Snow fa di tutto per evitare una nuova crisi, dall'altra i ribelli sono in cerca di un simbolo per scatenare lo scontro. E dunque entrambe le parti vogliono usare Katniss per i loro scopi.
(*) Vedasi i pacificatori, che qui risultano molto simili agli stormtrooper imperiali immaginati da George Lucas, anche se sembrano avere una miglior mira.
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