Un abbastanza spaventevole ma amichevole gigante (Mark Rylance), noto tra i suoi simili come Nano ma che nel suo piccolo preferisce essere chiamato GGG (*), si trova nella malaugurata circostanza di dover rapire un'orfanella londinese, Sophie (Ruby Barnhill), e di portarla nel suo strano Paese.
La convivenza tra Sophie e GGG funzionerebbe anche piuttosto bene, non fosse per il caratteraccio degli altri giganti, che maltrattano costantemente il piccolo GGG e, subodorando(**) la presenza di una umana, se la vorrebbero mangiare in un boccone.
Fortuna che Sophie ha un piano, chiedere aiuto alla regina d'Inghilterra (Penelope Wilton), spiegarle il pericolo che rappresentano i giganti ma chiarendo che il GGG è ben diverso nella sua indole.
Tra i personaggi minori appare anche brevemente Rebecca Hall, che fondamentalmente dice "Ehi, ci sono anch'io!", incassa un congruo assegno e se ne va.
Buono l'uso della CGI, bravo Rylance, eccellente la storia di partenza (***) che purtroppo è stata brutalmente normalizzata dalla sceneggiatura di Melissa Mathison, dalla regia di Steven Spielberg, e probabilimente anche dal determinante peso produttivo della Walt Disney, tutti quanti evidentemente preoccupati di non dare troppo fastidio a nessuno.
(*) In originale BFG, Big Friendly Giant.
(**) Ucci, ucci ...
(***) Uno dei caposaldi della produzione di Roald Dahl.
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Codice criminale
Uno sconosciuto compagno di visione cinematografica s'è detto scontento del film perché, che diamine, non è realistico trovare un delinquente nomade figo come Michael Fassbender. Difficile ribattere nel caso specifico, però allora che dire di un irlandese sull'orlo della morte per fame che si imbarca sul Titanic e ha l'apparenza di Leonardo DiCaprio? Ho dunque il sospetto che la critica nascondesse una qualche altra perplessità che quello spettatore non è riuscito ad esplicitare. Quale sia, vattelapesca.
Prima regia cinematografica di Adam Smith, non completamente riuscita, a mio parere, per un finale che ha cambiato inaspettatamente tono al racconto lasciandomi leggermente basito, per l'abuso della camera a mano, oltre che per una sceneggiatura perfettibile. m'è sembrata comunque buona l'idea e la direzione del cast in cui praticamente tutti sembrano a proprio agio. Pare che i Chemical Brothers abbiano scritto la colonna sonora del film in quanto amici di Smith.
Colby Cutler (Brendan Gleeson) è il dispotico patriarca che domina su una piccola comunità nomade che direi di origine irlandese e pare basata ormai da molto in un qualche paesino inglese. Sporchi, cattivi, ignoranti e piuttosto delinquenti, non sono per niente simpatici agli stanziali. Sentimenti che ricambiano di cuore. Ma il vero problema è che Chad (Fassbender), erede designato, ha seri dubbi sulla sua vita. Da un lato la vita sregolata gli calza a fagiolo, dall'altra si rende conto che è in un vicolo cieco, e che sta mettendo sulla stessa strada senza uscita i suoi due piccoli figli. Se non fosse per sua moglie Kelly (Lyndsey Marshal), probabilmente si limiterebbe a lagnarsi del padre ma abbozzare. Lei invece funziona da pungolo (*), e lo spinge ad affrontare il conflitto direttamente. Ma Colby ne sa una più del diavolo, ed escogita un contropiano per mandare in fumo quello di Chad di lasciare l'accampamento, forse per addirittura per integrarsi con gli stanziali.
L'ambiente degradato in cui si svolge l'azione mi ha fatto pensare a Come un tuono di Derek Cianfrance con Ryan Gosling (**). Entrambi potenti, qui forse Smith paga la sua relativa mancanza di esperienza.
(*) Un po' come il personaggio di Diane Keaton ne Il padrino.
(**) Altro film, tra i millemila possibili, per il quale si potrebbe applicare la stessa critica ingiustificata che ho citato su in cima.
Prima regia cinematografica di Adam Smith, non completamente riuscita, a mio parere, per un finale che ha cambiato inaspettatamente tono al racconto lasciandomi leggermente basito, per l'abuso della camera a mano, oltre che per una sceneggiatura perfettibile. m'è sembrata comunque buona l'idea e la direzione del cast in cui praticamente tutti sembrano a proprio agio. Pare che i Chemical Brothers abbiano scritto la colonna sonora del film in quanto amici di Smith.
Colby Cutler (Brendan Gleeson) è il dispotico patriarca che domina su una piccola comunità nomade che direi di origine irlandese e pare basata ormai da molto in un qualche paesino inglese. Sporchi, cattivi, ignoranti e piuttosto delinquenti, non sono per niente simpatici agli stanziali. Sentimenti che ricambiano di cuore. Ma il vero problema è che Chad (Fassbender), erede designato, ha seri dubbi sulla sua vita. Da un lato la vita sregolata gli calza a fagiolo, dall'altra si rende conto che è in un vicolo cieco, e che sta mettendo sulla stessa strada senza uscita i suoi due piccoli figli. Se non fosse per sua moglie Kelly (Lyndsey Marshal), probabilmente si limiterebbe a lagnarsi del padre ma abbozzare. Lei invece funziona da pungolo (*), e lo spinge ad affrontare il conflitto direttamente. Ma Colby ne sa una più del diavolo, ed escogita un contropiano per mandare in fumo quello di Chad di lasciare l'accampamento, forse per addirittura per integrarsi con gli stanziali.
L'ambiente degradato in cui si svolge l'azione mi ha fatto pensare a Come un tuono di Derek Cianfrance con Ryan Gosling (**). Entrambi potenti, qui forse Smith paga la sua relativa mancanza di esperienza.
(*) Un po' come il personaggio di Diane Keaton ne Il padrino.
(**) Altro film, tra i millemila possibili, per il quale si potrebbe applicare la stessa critica ingiustificata che ho citato su in cima.
Una vita da gatto
Tom Brand (Kevin Spacey) è a capo di un complesso eterogeneo di aziende che potrebbero ricordare vagamente la Virgin di Richard Branson, in quanto hanno l'unico comun denominatore nella creatività del paròn. Il conglomerato è quotato in borsa ma il Brand ha una comoda maggioranza assoluta che gli permette di fare quel che vuole, nonostante i mugugni degli azionisti di minoranza che, a ben vedere, non è che abbiano poi tutti i torti visto che il lider maximo si lascia guidare più dal suo strabordante ego che da un vero fiuto per gli affari.
Altro lato della medaglia, la famiglia Brand è tenuta assieme solo dallo spirito disneyano (*) che pervade questa produzione cinematografica. La corrente signora Brand, Lara (Jennifer Garner), è persino in buoni rapporti con la precedente, anche se questa non sembra particolarmente pacificata. Il grosso problema è che Tom pensa solo agli affari e di conseguenza maltratta, ma più spesso non dedica alcun tempo, a moglie e figli.
A fare scattare l'azione del film ci sono due eventi, uno legato al mondo degli affari, l'inaugurazione del nuovo grattacielo Brand a New York, che dovrebbe essere il più alto dell'emisfero nord, ma forse non riesce ad ottenere il record, e il compleanno della più piccola di famiglia, che vuole disperatamente come regalo un gatto - animale che Tom non sopporta. In assenza di idee alternative, all'ultimo momento Tom capitola e decide, sulla strada di casa, di passare dal più vicino venditore di felini, e prendere un animale a caso. Il gestore del posto è però Felix Perkins (Christopher Walken) che è dotato di misteriosi e incomprensibili poteri, il che porta Tom a trasmigrare nel gatto, con il rischio di restare sotto questa forma per tempo indeterminato.
La storia non è certo un granché, e direi che ha l'unico pregio di avermi fatto pensare allo strepitoso e folle La ricompensa del gatto dello Studio Ghibli. Nonostante i grossi nomi coinvolti (**) ho avuto l'impressione che l'interesse principale di tutti quanti fosse rivolto all'incasso dell'assegno pattuito. Effetti speciali demoralizzanti.
(*) Quello dei live-action del secolo scorso, intendo.
(**) La regia è di Barry Sonnenfeld, che non è certo un autore di peso, ma ha fatto cose ad alto budget e riscontro di pubblico, come Men in black.
Altro lato della medaglia, la famiglia Brand è tenuta assieme solo dallo spirito disneyano (*) che pervade questa produzione cinematografica. La corrente signora Brand, Lara (Jennifer Garner), è persino in buoni rapporti con la precedente, anche se questa non sembra particolarmente pacificata. Il grosso problema è che Tom pensa solo agli affari e di conseguenza maltratta, ma più spesso non dedica alcun tempo, a moglie e figli.
A fare scattare l'azione del film ci sono due eventi, uno legato al mondo degli affari, l'inaugurazione del nuovo grattacielo Brand a New York, che dovrebbe essere il più alto dell'emisfero nord, ma forse non riesce ad ottenere il record, e il compleanno della più piccola di famiglia, che vuole disperatamente come regalo un gatto - animale che Tom non sopporta. In assenza di idee alternative, all'ultimo momento Tom capitola e decide, sulla strada di casa, di passare dal più vicino venditore di felini, e prendere un animale a caso. Il gestore del posto è però Felix Perkins (Christopher Walken) che è dotato di misteriosi e incomprensibili poteri, il che porta Tom a trasmigrare nel gatto, con il rischio di restare sotto questa forma per tempo indeterminato.
La storia non è certo un granché, e direi che ha l'unico pregio di avermi fatto pensare allo strepitoso e folle La ricompensa del gatto dello Studio Ghibli. Nonostante i grossi nomi coinvolti (**) ho avuto l'impressione che l'interesse principale di tutti quanti fosse rivolto all'incasso dell'assegno pattuito. Effetti speciali demoralizzanti.
(*) Quello dei live-action del secolo scorso, intendo.
(**) La regia è di Barry Sonnenfeld, che non è certo un autore di peso, ma ha fatto cose ad alto budget e riscontro di pubblico, come Men in black.
Il drago invisibile
E' una specie di remake di Elliott il drago invisibile (1977) su cui però si è lavorato parecchio, rendendolo piuttosto distante dall'originale. Quello era un tipico film Disney del periodo, in anche cui i personaggi reali avevano un comportamento da animazione. Questo invece è più vicino ad un live-action puro e semplice, anche se comunque mirato ad un pubblico familiare, con bambini anche piccoli.
In entrambi i casi, il protagonista, Pete, è un orfanello. Ma nella versione del secolo scorso ricorda molto un Oliver Twist sfruttato da chi lo dovrebbe aiutare e in cerca di una famiglia degna di questo nome, qui invece, sembra un piccolo Tarzan che, persi i genitori, trova conforto in un drago, forse invisibile, forse inesistente.
In realtà, il dubbio se il drago esista davvero o se sia solo una proiezione fantastica di Pete (Oakes Fegley), dura poco. Abbiamo infatti prove tangibili della sua esistenza, e ci sarà persino un cattivo, Gavin (Karl Urban), che lo vuole catturare per farne non si sa bene cosa, ma con lo scopo di diventare ricco e famoso.
Ad aiutare Pete saranno Grace (Bryce Dallas Howard), una guardiaboschi con lo spirito da crocerossina, e il di lei padre (Robert Redford), considerato da tutti un po' picchiatello perché da molti anni racconta a tutti che nelle foreste dei dintorni abita un drago.
A vedere Pete in volo su Elliott, si direbbe che che lo sceneggiatore-regista (David Lowery) abbia visto La storia infinita ma non mi sembra abbia tratto giovamento dagli spunti che il romanzo su cui è basato (Micheal Ende) gli avrebbe potuto dare. Si segue piuttosto un filone ambientalista o alla buon selvaggio ben poco approfondito.
Bello comunque il drago e la sua integrazione nella realtà cinematografica.
In entrambi i casi, il protagonista, Pete, è un orfanello. Ma nella versione del secolo scorso ricorda molto un Oliver Twist sfruttato da chi lo dovrebbe aiutare e in cerca di una famiglia degna di questo nome, qui invece, sembra un piccolo Tarzan che, persi i genitori, trova conforto in un drago, forse invisibile, forse inesistente.
In realtà, il dubbio se il drago esista davvero o se sia solo una proiezione fantastica di Pete (Oakes Fegley), dura poco. Abbiamo infatti prove tangibili della sua esistenza, e ci sarà persino un cattivo, Gavin (Karl Urban), che lo vuole catturare per farne non si sa bene cosa, ma con lo scopo di diventare ricco e famoso.
Ad aiutare Pete saranno Grace (Bryce Dallas Howard), una guardiaboschi con lo spirito da crocerossina, e il di lei padre (Robert Redford), considerato da tutti un po' picchiatello perché da molti anni racconta a tutti che nelle foreste dei dintorni abita un drago.
A vedere Pete in volo su Elliott, si direbbe che che lo sceneggiatore-regista (David Lowery) abbia visto La storia infinita ma non mi sembra abbia tratto giovamento dagli spunti che il romanzo su cui è basato (Micheal Ende) gli avrebbe potuto dare. Si segue piuttosto un filone ambientalista o alla buon selvaggio ben poco approfondito.
Bello comunque il drago e la sua integrazione nella realtà cinematografica.
Oceania
Tempo fa, da qualche parte in Polinesia, una dolce bimbetta che si chiamerebbe Moana ma a noi è nota col nome di Vaiana, viene plagiata dalla nonna che la convince, a suon di racconti mitologici, che lei abbia l'Oceano dalla sua parte e sia chiamata a compiere una missione impossibile lontano dalla sua isola natia, con lo scopo di salvare l'umanità. D'altro canto il padre, capo del villaggio, ha, causa un trauma di gioventù che ci verrà svelato più avanti, una profonda avversione nei confronti dell'Oceano e fa tutto perché la figlioletta non lasci mai la terraferma.
Una misteriosa calamità spinge Moana-Vaiana a rompere gli indugi e partire, seguendo le ultime indicazioni della vecchia pazza, in direzione poco chiara alla ricerca di un semidio, tal Maui, che un millennio prima sarebbe stato la causa della catastrofe incombente. Inesplicabilmente, la vecchia aveva ragione. Moana trova Maui che, molto malvolentieri, si presta all'impresa.
Le traversie che seguono chiariscono particolari al contorno, e fanno sì che tutto finisca per il meglio.
Nella prima parte del film mi sono annoiato, causa svolgimento lento e scarso interesse nelle vicende dei personaggi principali. Meglio la seconda parte, quando si approfondisce la personalità di Maui e di tutto il resto che segue. La storia rimane stereotipata, ma diventa più interessante seguirne gli sviluppi.
In contrasto con il canone corrente delle animazioni, questa volta la Walt Disney rinuncia quasi completamente a fornire un prodotto che sia fruibile a un pubblico di ogni età. Si punta tutto sull'animazione (*) e sulle canzoni, che, per quel che ho sentit,o sono meglio in originale ma sono comunque di alta qualità anche in italiano.
La sceneggiatura ha qualche spunto interessante per un pubblico più maturo, ma bisogna mettersi a cercarlo armati di buona volontà.
(*) Eccellente. I capelli, il mare, i movimenti degli umani. Tutto allo stato dell'arte.
Una misteriosa calamità spinge Moana-Vaiana a rompere gli indugi e partire, seguendo le ultime indicazioni della vecchia pazza, in direzione poco chiara alla ricerca di un semidio, tal Maui, che un millennio prima sarebbe stato la causa della catastrofe incombente. Inesplicabilmente, la vecchia aveva ragione. Moana trova Maui che, molto malvolentieri, si presta all'impresa.
Le traversie che seguono chiariscono particolari al contorno, e fanno sì che tutto finisca per il meglio.
Nella prima parte del film mi sono annoiato, causa svolgimento lento e scarso interesse nelle vicende dei personaggi principali. Meglio la seconda parte, quando si approfondisce la personalità di Maui e di tutto il resto che segue. La storia rimane stereotipata, ma diventa più interessante seguirne gli sviluppi.
In contrasto con il canone corrente delle animazioni, questa volta la Walt Disney rinuncia quasi completamente a fornire un prodotto che sia fruibile a un pubblico di ogni età. Si punta tutto sull'animazione (*) e sulle canzoni, che, per quel che ho sentit,o sono meglio in originale ma sono comunque di alta qualità anche in italiano.
La sceneggiatura ha qualche spunto interessante per un pubblico più maturo, ma bisogna mettersi a cercarlo armati di buona volontà.
(*) Eccellente. I capelli, il mare, i movimenti degli umani. Tutto allo stato dell'arte.
Ballerina
Un nuovo studio entra nel giro dei lungometraggi di animazione, i canadesi de L'Atelier Animation. Questo primo loro progetto è relativamente a basso costo, si parla di una trentina di milioni, mostra qualche incertezza quando si tratta di gestire il movimento dei personaggi, ma anche molto cuore. Al punto da farmi pensare che la storia della protagonista Félicie è un po' anche la loro.
Si narra infatti di un'orfanella che ha una gran passione per la danza, sin da prima che se ne possa ricordare. Anzi, una delle scene principali del film è quando ha una intuizione e riesce ad associare una immagine che le appare spesso in sogno con quella che è la radice di un suo lontanissimo ricordo.
Così motivata, riuscirà a superare una serie di difficoltà e giungere nel finale ad una soluzione soddisfacente.
Buono il doppiaggio italiano, almeno nelle parti principali, ad esclusione di Odette, personaggio importante, che aiuta Félicie a superare alcune tra le principali barriere che le si parano davanti. La scelta di usare la voce di Eleonora Abbagnato deve avere avuto un motivo più commerciale (*) che artistico. Non mi pare che abbia funzionato in nessuno dei due ambiti. Spiacevole anche il doppiaggio del giovane ballerino di origine russa, Rudolph, che nella nostra versione ha un pesante accento romano. Cosa che non ho notato in Sabrina Ferilli, che qui dà la voce alla supercattiva della storia.
Fra l'altro, a parte Régine, non ci sono veri cattivi, al massimo cattivelli, e l'evoluzione del carattere con cambiamenti inattesi è piacevolmente distribuita tra diverse parti.
Se le citazioni e riferimenti ad altri film, di animazione e no, si sprecano, sono tutte fatte con molto garbo, e risolte con simpatiche variazioni sul tema. Bravi dunque i due Eric alla regia, Summer, che ha anche co-scritto la sceneggiatura (**), e Warin, noto per il suo lavoro in Appuntamento a Belleville. Ho notato una certa confusione sui tempi in cui si sarebbe svolta la storia, la costruzione della Tour Eiffel, la statua della libertà, la presenza di motociclette, la notorietà di Sherlock Holmes, si intrecciano malamente. Ma non mi è parso un problema.
(*) Credo si sia trattata di un esca lanciata al pubblico di riferimento - bambine appassionate di danza.
(**) Da notare che la storia parte in Bretagna, dove è nato lui, e finisce a Parigi.
Si narra infatti di un'orfanella che ha una gran passione per la danza, sin da prima che se ne possa ricordare. Anzi, una delle scene principali del film è quando ha una intuizione e riesce ad associare una immagine che le appare spesso in sogno con quella che è la radice di un suo lontanissimo ricordo.
Così motivata, riuscirà a superare una serie di difficoltà e giungere nel finale ad una soluzione soddisfacente.
Buono il doppiaggio italiano, almeno nelle parti principali, ad esclusione di Odette, personaggio importante, che aiuta Félicie a superare alcune tra le principali barriere che le si parano davanti. La scelta di usare la voce di Eleonora Abbagnato deve avere avuto un motivo più commerciale (*) che artistico. Non mi pare che abbia funzionato in nessuno dei due ambiti. Spiacevole anche il doppiaggio del giovane ballerino di origine russa, Rudolph, che nella nostra versione ha un pesante accento romano. Cosa che non ho notato in Sabrina Ferilli, che qui dà la voce alla supercattiva della storia.
Fra l'altro, a parte Régine, non ci sono veri cattivi, al massimo cattivelli, e l'evoluzione del carattere con cambiamenti inattesi è piacevolmente distribuita tra diverse parti.
Se le citazioni e riferimenti ad altri film, di animazione e no, si sprecano, sono tutte fatte con molto garbo, e risolte con simpatiche variazioni sul tema. Bravi dunque i due Eric alla regia, Summer, che ha anche co-scritto la sceneggiatura (**), e Warin, noto per il suo lavoro in Appuntamento a Belleville. Ho notato una certa confusione sui tempi in cui si sarebbe svolta la storia, la costruzione della Tour Eiffel, la statua della libertà, la presenza di motociclette, la notorietà di Sherlock Holmes, si intrecciano malamente. Ma non mi è parso un problema.
(*) Credo si sia trattata di un esca lanciata al pubblico di riferimento - bambine appassionate di danza.
(**) Da notare che la storia parte in Bretagna, dove è nato lui, e finisce a Parigi.
Allied: Un'ombra nascosta
Nel 1942 Max Vatan (Brad Pitt), introverso contadinotto canadese, viene mandato in missione quasi-suicida a Casablanca allo scopo di uccidere il console tedesco in Marocco. Per compiere questa insensata azione deve fingere di essere il marito parigino di Marianne Beauséjour (Marion Cotillard) fascinosa resistente francese finita lì per sfuggire alle indagini della polizia militare tedesca dopo che la sua unità nella Francia occupata è stata annichilita.
Ufficialmente coppietta innamorata, in realtà sconosciuti che fanno il loro lavoro ben consci di avere una altissima possibilità di lasciarci le penne a breve, i due hanno una relazione complicata che poi però sfocia in un profondo amore. Sorprendentemente, l'azione funziona, e Max decide d'impeto di portare Marianne con sé nella relativamente meno pericolosa Inghilterra. I due si sposano e poco dopo nasce, sotto un bombardamento quasi d'ordinanza, la loro figlia.
Un anno dopo, i servizi segreti inglesi comunicano a Max che Marianne è una spia tedesca. Lui deve partecipare passivamente ad una trappola per confermare definitivamente la cosa e ucciderla. Altrimenti entrambi verranno uccisi.
Max è convinto che si tratti di un errore. In subordine potrebbe anche essere una verifica sul suo conto, per accertarsi di quanto sia affidabile prima di dargli un compito estremamente delicato. Oppure Marianne potrebbe essere davvero una spia.
Interessante il lavoro alla regia di Robert Zemeckis che mescola la sua consueta capacità nel gestire scene di notevole complessità tecnica, facendole peraltro sembrare assolutamente naturali, ad un gusto nel nuovere la macchina da presa che mi ha ricordato molto i classici del dopoguerra. Ad esempio certe inquadrature e zoom su alcuni particolari mi hanno fatto pensare a Hitchcock, e il racconto visuale della Casablanca nella seconda guerra mondiale non può che riportare alla memoria il capolavoro di Michael Curtiz. Molto bella la ricostruzione d'epoca. Molto bravi gli attori, in particolare la Cotillard.
Non mi ha convinto appieno la sceneggiatura di Steven Knight, che pure ha nel suo bagaglio cose ragguardevoli come La promessa dell'assassino (2007) di David Cronenberg. In particolare, non riesco trovare un senso, in qualunque modo la guardi, per le circostanze della missione a Casablanca. Né per gli alleati né per l'asse.
Le due ore di azione filano via bene, anzi, il finale m'è sembrato persino tirato via, ridotto ai minimi termini proprio per non rischiare di sforare troppo con i tempi.
Ufficialmente coppietta innamorata, in realtà sconosciuti che fanno il loro lavoro ben consci di avere una altissima possibilità di lasciarci le penne a breve, i due hanno una relazione complicata che poi però sfocia in un profondo amore. Sorprendentemente, l'azione funziona, e Max decide d'impeto di portare Marianne con sé nella relativamente meno pericolosa Inghilterra. I due si sposano e poco dopo nasce, sotto un bombardamento quasi d'ordinanza, la loro figlia.
Un anno dopo, i servizi segreti inglesi comunicano a Max che Marianne è una spia tedesca. Lui deve partecipare passivamente ad una trappola per confermare definitivamente la cosa e ucciderla. Altrimenti entrambi verranno uccisi.
Max è convinto che si tratti di un errore. In subordine potrebbe anche essere una verifica sul suo conto, per accertarsi di quanto sia affidabile prima di dargli un compito estremamente delicato. Oppure Marianne potrebbe essere davvero una spia.
Interessante il lavoro alla regia di Robert Zemeckis che mescola la sua consueta capacità nel gestire scene di notevole complessità tecnica, facendole peraltro sembrare assolutamente naturali, ad un gusto nel nuovere la macchina da presa che mi ha ricordato molto i classici del dopoguerra. Ad esempio certe inquadrature e zoom su alcuni particolari mi hanno fatto pensare a Hitchcock, e il racconto visuale della Casablanca nella seconda guerra mondiale non può che riportare alla memoria il capolavoro di Michael Curtiz. Molto bella la ricostruzione d'epoca. Molto bravi gli attori, in particolare la Cotillard.
Non mi ha convinto appieno la sceneggiatura di Steven Knight, che pure ha nel suo bagaglio cose ragguardevoli come La promessa dell'assassino (2007) di David Cronenberg. In particolare, non riesco trovare un senso, in qualunque modo la guardi, per le circostanze della missione a Casablanca. Né per gli alleati né per l'asse.
Le due ore di azione filano via bene, anzi, il finale m'è sembrato persino tirato via, ridotto ai minimi termini proprio per non rischiare di sforare troppo con i tempi.
Paterson
Paterson (Adam Driver) è un autista di autobus che vive a Paterson, New Jersey, con la pazzerella Laura (Golshifteh Farahani). I due si amano teneramente, e se Paterson ha perplessità sulla vena creativa di Laura, le dissimula abbastanza bene. L'idillio è disturbato da Marvin (*), il bulldog inglese della coppia, che è evidentemente geloso di Paterson e vorrebbe Laura tutta per sé.
Uno dei pochi motivi di discussione nella coppia è causato dalla vena poetica di Paterson, che scrive di getto brevi composizioni in versi sciolti che trattano temi molto quotidiani con un punto di vista candido e disarmante (**). Il punto è che Paterson le scrive in un libricino che custodisce gelosamente, e Laura è l'unica che abbia avuto modo di conoscerne alcune. Lei vorrebbe che lui rendesse in qualche modo pubblico il suo lavoro, o che almeno ne facesse una copia. Malvolentieri, Paterson promette che il weekend successivo fotocopierà il libercolo.
Da questi presupposti parte la narrazione di una settimana della vita dei protagonisti, seguendo la prospettiva prevalente di Paterson. Il che è tendenzialmente noioso, considerando che la routine del nostro è inchiodata ad appuntamenti fissi che si ripetono sempre uguali tutti i giorni. Si sveglia abbracciato a Laura, fa colazione, raggiunge la stazione degli autobus, prende il suo mezzo, scambia due chiacchiere con un collega, guida tutto il giorno, prestando a volte orecchio alle parole dei passeggeri, torna a casa, cena con Laura, porta a spasso Marvin, si ferma al bar di Doc (Barry Shabaka Henley) dove beve qualche birra e chiacchiera con i presenti.
Questo quadro ripetitivo (***) viene scardinato da piccoli avvenimenti che oggettivamente sono di minima importanza ma, all'interno della cornice, mostrano quanto siano significativi per i nostri.
Chi conosce Jim Jarmush dovrebbe apprezzare questo suo lavoro che è perfettamente in linea con la sua poetica. Agli altri la tranquillità con cui si lascia che i minuti passino potrebbe risultare eccessiva.
(*) Interpretato da Nellie, ruolo che le è valso la Palma d'Oro di categoria. Ohimé, postuma.
(**) Sono in realtà lavori di Ron Padgett. Nel finale si cita la New York school, forse come indizio per permettere più facilmente di identificarlo.
(***) Per conto mio sarebbero bastate tre o quattro giornate, il resto mi è sembrato un eccesso di descrizione.
Uno dei pochi motivi di discussione nella coppia è causato dalla vena poetica di Paterson, che scrive di getto brevi composizioni in versi sciolti che trattano temi molto quotidiani con un punto di vista candido e disarmante (**). Il punto è che Paterson le scrive in un libricino che custodisce gelosamente, e Laura è l'unica che abbia avuto modo di conoscerne alcune. Lei vorrebbe che lui rendesse in qualche modo pubblico il suo lavoro, o che almeno ne facesse una copia. Malvolentieri, Paterson promette che il weekend successivo fotocopierà il libercolo.
Da questi presupposti parte la narrazione di una settimana della vita dei protagonisti, seguendo la prospettiva prevalente di Paterson. Il che è tendenzialmente noioso, considerando che la routine del nostro è inchiodata ad appuntamenti fissi che si ripetono sempre uguali tutti i giorni. Si sveglia abbracciato a Laura, fa colazione, raggiunge la stazione degli autobus, prende il suo mezzo, scambia due chiacchiere con un collega, guida tutto il giorno, prestando a volte orecchio alle parole dei passeggeri, torna a casa, cena con Laura, porta a spasso Marvin, si ferma al bar di Doc (Barry Shabaka Henley) dove beve qualche birra e chiacchiera con i presenti.
Questo quadro ripetitivo (***) viene scardinato da piccoli avvenimenti che oggettivamente sono di minima importanza ma, all'interno della cornice, mostrano quanto siano significativi per i nostri.
Chi conosce Jim Jarmush dovrebbe apprezzare questo suo lavoro che è perfettamente in linea con la sua poetica. Agli altri la tranquillità con cui si lascia che i minuti passino potrebbe risultare eccessiva.
(*) Interpretato da Nellie, ruolo che le è valso la Palma d'Oro di categoria. Ohimé, postuma.
(**) Sono in realtà lavori di Ron Padgett. Nel finale si cita la New York school, forse come indizio per permettere più facilmente di identificarlo.
(***) Per conto mio sarebbero bastate tre o quattro giornate, il resto mi è sembrato un eccesso di descrizione.
Sing
Per me che amo le animazioni, Cattivissimo me (2010) è stato un film di enorme importanza perché ha segnato la nascita dei Minion, che assumeranno maggiore importanza nel sequel del 2013 per poi diventare protagonisti assoluti nel prequel del 2015, e contestualmente la nascita di una nuova casa di produzione cinematografica, la Illumination.
Superati alcuni incidenti di percorso (*) sono rapidamente giunti ad una fase di maturità tale da riuscire a proporre una media di due titoli all'anno (**), il che, sapendo la mole di lavoro che c'è dietro, ha qualcosa di stupefacente. Interessante notare come la necessità creativa spinga la produzione ad attirare nel campo gente che viene da storie diverse. In questo caso vediamo che sceneggiatura e regia (***) sono di Garth Jennings che ha iniziato la sua carriera con i video clip per poi dirigere un film di culto come la Guida galattica per autostoppisti (2005).
Il doppiaggio italiano m'è parso molto buono, però i titoli di coda mi hanno fatto rimpiangere di aver potuto ascoltare la versione originale, che usa le voci di Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Scarlett Johansson, John C. Reilly, eccetera.
Buster Moon è un koala che ama alla follia il lavoro di imprenditore teatrale, purtroppo per lui i suoi concittadini non riescono a trovare nella sua passione uno stimolo sufficiente per andare ai suoi spettacoli. Il suo teatro è ormai fatiscente, e senza un colpo grosso la chiusura è imminente (°). Così decide di provare la via di un talent show per cantanti. La sbadatezza della sua vetusta assistente, l'iguana Karen Crawley, porterà ad un inaspettato successo tra gli aspiranti partecipanti, anche se aggiungerà un tassello al rischio di catastrofe che diventa sempre più incombente.
Estremamente divertente la collezione di performer che vanno dal minuscolo topolino Mike (°°) alla timida elefantina Meena.
(*) Ad esempio sconsiglio la visione di Hop (2011), che ai tempi mi deluse moltissimo.
(**) Questa volta, prima di Sing è toccato a Pets. Non mi ha entusiasmato ma è comunque un buon prodotto.
(***) Affiancato alla direzione da Christophe Lourdelet, nato come animatore nella Amblin, ha girovagato parecchio, passando anche dalla Aardman per Pirati! (2012) fino ad assumere un ruolo importante in Un mostro a Parigi (2012) della EuropaCorp di Luc Besson e quindi entrare nella Illumination.
(°) Tra gli altri, ricorda un po' anche la storia de I muppet (2011).
(°°) Evidente parodia di Frank Sinatra, ha una smodata passione per donne e guai, un grandissimo ego e una voce da crooner sensazionale.
Superati alcuni incidenti di percorso (*) sono rapidamente giunti ad una fase di maturità tale da riuscire a proporre una media di due titoli all'anno (**), il che, sapendo la mole di lavoro che c'è dietro, ha qualcosa di stupefacente. Interessante notare come la necessità creativa spinga la produzione ad attirare nel campo gente che viene da storie diverse. In questo caso vediamo che sceneggiatura e regia (***) sono di Garth Jennings che ha iniziato la sua carriera con i video clip per poi dirigere un film di culto come la Guida galattica per autostoppisti (2005).
Il doppiaggio italiano m'è parso molto buono, però i titoli di coda mi hanno fatto rimpiangere di aver potuto ascoltare la versione originale, che usa le voci di Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Scarlett Johansson, John C. Reilly, eccetera.
Buster Moon è un koala che ama alla follia il lavoro di imprenditore teatrale, purtroppo per lui i suoi concittadini non riescono a trovare nella sua passione uno stimolo sufficiente per andare ai suoi spettacoli. Il suo teatro è ormai fatiscente, e senza un colpo grosso la chiusura è imminente (°). Così decide di provare la via di un talent show per cantanti. La sbadatezza della sua vetusta assistente, l'iguana Karen Crawley, porterà ad un inaspettato successo tra gli aspiranti partecipanti, anche se aggiungerà un tassello al rischio di catastrofe che diventa sempre più incombente.
Estremamente divertente la collezione di performer che vanno dal minuscolo topolino Mike (°°) alla timida elefantina Meena.
(*) Ad esempio sconsiglio la visione di Hop (2011), che ai tempi mi deluse moltissimo.
(**) Questa volta, prima di Sing è toccato a Pets. Non mi ha entusiasmato ma è comunque un buon prodotto.
(***) Affiancato alla direzione da Christophe Lourdelet, nato come animatore nella Amblin, ha girovagato parecchio, passando anche dalla Aardman per Pirati! (2012) fino ad assumere un ruolo importante in Un mostro a Parigi (2012) della EuropaCorp di Luc Besson e quindi entrare nella Illumination.
(°) Tra gli altri, ricorda un po' anche la storia de I muppet (2011).
(°°) Evidente parodia di Frank Sinatra, ha una smodata passione per donne e guai, un grandissimo ego e una voce da crooner sensazionale.
Florence
Storia in due tempi, anche se questo non giustifica l'italica abitudine che mantengono numerose nostre sale di spezzare la visione in due, troncando più o meno a caso, più o meno in mezzo. La storia è basata su un personaggio reale, la signora Florence Foster Jenkins, anche se la sceneggiatura (Nicholas Martin) si prende alcune libertà allo scopo di indirizzare lo sviluppo nella direzione auspicata dal regista, Stephen Frears. Mi parrebbe interessante vedere di fila questo film con un altro recente lavoro di Frears, Philomena (2013). Entrambe storie basate su accadimenti reali, là abbiamo una lenta evoluzione dei personaggi principali dovuta alla loro interazione, qua il cambiamento del carattere dei protagonisti è molto limitato, a cambiare è quello che capiamo del loro modo di agire.
La prima parte tende alla farsa. La protagonista, Florence (Meryl Streep) è una attempata signora newyorkese dalle ingenti risorse economiche e con il pallino per la musica d'arte, che sovvenziona con larghezza. Il suo club, intitolato a Verdi, fornisce spettacoli amatoriali più in linea con i gusti ottocenteschi che con quelli degli anni quaranta del novecento. Se tutti ne sono entusiasti, forse il merito va alle notevoli quantità di cibo ammannite ai fortunati associati.
St Clair Bayfield (Hugh Grant) è un posato signore dal sorriso fascino, dai modi garbati, e dalla parlata eloquente. Spiantato, di origine inglese, in gioventù è stato attore e, come molti a quei tempi (*), ha attraversato l'Oceano in cerca di fortuna nel campo dell'intrattenimento. A lui è andata male nell'arte, ma ha trovato Florence, e ora conduce una vita decisamente piacevole.
Il sospetto che nasce e ci cresce dentro rapidamente, è che un po' tutti se ne approfittino della leggera sconclusionatezza di Florence. Senza cattiveria, si intende, ma comunque accettino le sue stravaganze in cambio di una qualche contropartita. Il dubbio che la storia pencoli pericolosamente nella direzione della pochade viene quando scopriamo che St Clair ha un suo appartamento distinto in cui vive con Kathleen (Rebecca Ferguson), la quale sembra accettare la condivisione del compagno con filosofia.
A far precipitare la situazione arriva la decisione di Florence di mettersi a cantare. Il che non sarebbe così tragico se non fosse per la sua incapacità nel campo che va oltre ad ogni possibile immaginazione. Nessuno osa farglielo notare, non il prestigioso insegnante di canto (David Haig), tantomeno il timido pianista che l'accompagna, Cosmé McMoon (Simon Helberg), che non avrebbe modo di trovare un altro ingaggio che sia lontanamente paragonabile. E il peggio è che Florence decide di fare le cose in grande, tenere un primo concerto aperto al pubblico, incidere un disco, per passare poi ad una serata alla Carnegie Hall, il tutto a sue spese, ovviamente.
E qui, gradatamente, si entra nella seconda parte. Lentamente ma inesorabilmente le carte cambiano in tavola. Scopriamo così, poco alla volta, che Florence ha sempre avuto una grande passione per la musica, amore per il quale ha abbandonato la ricca famiglia rischiando la povertà assoluta. Da giovinetta campava dando lezioni di piano, fino a che incontrò il suo primo marito, che le passò la sifilide, malattia invalidante ai tempi praticamente incurabile e che portava alla morte in pochi anni. Lei ci ha convissuto per mezzo secolo, seguendo cure che per noi sono raccapriccianti, a base di mercurio e arsenico. Scopriamo anche che St Clair la ama davvero, si fa in quattro per evitare di esporla al ridicolo, lo vediamo rischiare fisicamente cercando di far sparire uno spiacevole disco di Florence, cosa che metterà anche alla prova finale la sua relazione con la pur paziente Kathleen. E lo vedremo nel finale affrontare la Carnegie Hall, in una serata che non lascia presagire niente di buono.
Piccola parte, ma succosa, per Nina Arianda, giovane moglie di un arricchito che vede nel club di Florence un modo per entrare nella New York bene. All'inizio è quella che dice che il re è nudo, o meglio, che la cantante non sa cantare, e lo fa sbellicandosi dalle risate durante il primo concerto. Ma alla serata della Carnegie vedrà, e farà vedere agli altri, oltre le stonature.
(*) Charlie Chaplin e Stan Laurel, tanto per fare un paio di nomi.
La prima parte tende alla farsa. La protagonista, Florence (Meryl Streep) è una attempata signora newyorkese dalle ingenti risorse economiche e con il pallino per la musica d'arte, che sovvenziona con larghezza. Il suo club, intitolato a Verdi, fornisce spettacoli amatoriali più in linea con i gusti ottocenteschi che con quelli degli anni quaranta del novecento. Se tutti ne sono entusiasti, forse il merito va alle notevoli quantità di cibo ammannite ai fortunati associati.
St Clair Bayfield (Hugh Grant) è un posato signore dal sorriso fascino, dai modi garbati, e dalla parlata eloquente. Spiantato, di origine inglese, in gioventù è stato attore e, come molti a quei tempi (*), ha attraversato l'Oceano in cerca di fortuna nel campo dell'intrattenimento. A lui è andata male nell'arte, ma ha trovato Florence, e ora conduce una vita decisamente piacevole.
Il sospetto che nasce e ci cresce dentro rapidamente, è che un po' tutti se ne approfittino della leggera sconclusionatezza di Florence. Senza cattiveria, si intende, ma comunque accettino le sue stravaganze in cambio di una qualche contropartita. Il dubbio che la storia pencoli pericolosamente nella direzione della pochade viene quando scopriamo che St Clair ha un suo appartamento distinto in cui vive con Kathleen (Rebecca Ferguson), la quale sembra accettare la condivisione del compagno con filosofia.
A far precipitare la situazione arriva la decisione di Florence di mettersi a cantare. Il che non sarebbe così tragico se non fosse per la sua incapacità nel campo che va oltre ad ogni possibile immaginazione. Nessuno osa farglielo notare, non il prestigioso insegnante di canto (David Haig), tantomeno il timido pianista che l'accompagna, Cosmé McMoon (Simon Helberg), che non avrebbe modo di trovare un altro ingaggio che sia lontanamente paragonabile. E il peggio è che Florence decide di fare le cose in grande, tenere un primo concerto aperto al pubblico, incidere un disco, per passare poi ad una serata alla Carnegie Hall, il tutto a sue spese, ovviamente.
E qui, gradatamente, si entra nella seconda parte. Lentamente ma inesorabilmente le carte cambiano in tavola. Scopriamo così, poco alla volta, che Florence ha sempre avuto una grande passione per la musica, amore per il quale ha abbandonato la ricca famiglia rischiando la povertà assoluta. Da giovinetta campava dando lezioni di piano, fino a che incontrò il suo primo marito, che le passò la sifilide, malattia invalidante ai tempi praticamente incurabile e che portava alla morte in pochi anni. Lei ci ha convissuto per mezzo secolo, seguendo cure che per noi sono raccapriccianti, a base di mercurio e arsenico. Scopriamo anche che St Clair la ama davvero, si fa in quattro per evitare di esporla al ridicolo, lo vediamo rischiare fisicamente cercando di far sparire uno spiacevole disco di Florence, cosa che metterà anche alla prova finale la sua relazione con la pur paziente Kathleen. E lo vedremo nel finale affrontare la Carnegie Hall, in una serata che non lascia presagire niente di buono.
Piccola parte, ma succosa, per Nina Arianda, giovane moglie di un arricchito che vede nel club di Florence un modo per entrare nella New York bene. All'inizio è quella che dice che il re è nudo, o meglio, che la cantante non sa cantare, e lo fa sbellicandosi dalle risate durante il primo concerto. Ma alla serata della Carnegie vedrà, e farà vedere agli altri, oltre le stonature.
(*) Charlie Chaplin e Stan Laurel, tanto per fare un paio di nomi.
Sherlock 4.0: L'abominevole sposa
Quando mancano pochi giorni al primo episodio della quarta stagione, finisco di rinfrescarmi le idee rivedendo lo speciale che tira le fila della terza stagione e dà alcune indicazioni che dovrebbero prepararci all'azione.
Ricapitolando, Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) è sul punto di essere esiliato, destinato ad una missione quasi-suicida, in seguito al suo poco convenzionale modo di risovere il caso che gli si era parato davanti ne L'ultimo giuramento. Il suo aereo si è appena levato in volo, quando Jim Moriarty (Andrew Scott) appare sugli schermi di tutto il regno. La cosa fa scalpore, sia perché craccare così platealmente le telecomunicazioni britanniche non è da tutti, sia perché Jim è molto morto dai tempi de Le cascate di Reichenbach, due anni prima nella sequenza temporale sherlockiana.
Lo sconcerto nel governo britannico è tale che si decide nel giro di pochi secondi di accorciare ai minimi termini l'esilio del più turbolento Holmes. Ma anche Sherlock è sconcertato, al punto da usare estremi rimedi per trovare una spiegazione che lo convinca al mistero del ritorno di Moriarty dall'oltretomba. Per far ciò sente che è necessario che lui riesca a risolvere l'antico caso di Emilia Ricoletti (Natasha O'Keeffe) che scosse la vita londinese di fine ottocento.
Emilia era infelicemente sposata ad un bruto, così si sparò in bocca facendosi saltare le cervella, e poi uccise il marito a schioppettate. Proprio così, prima si è suicidata, poi ha ucciso il di lei vedovo. C'è un evidente parallelismo tra il caso della Ricoletti e quello di Moriarty, ma non si capisce bene perché sia così importante per Sherlock sviscerare i dettagli del primo. Credo che ne sapremo di più nel finale di stagione.
Nel finale si accenna per (almeno) la terza volta a Barbarossa (Redbeard) che sappiamo essere considerato sia da Milverton sia da Mycroft (Mark Gatiss) come un punto debole di Sherlock. Forse il punto debole per eccellenza. Sappiamo che era il suo cane quando lui era un bambino, e che è stato abbattuto. Nulla di più.
Nel subconscio di Sherlock succedono molte strane cose. Vediamo un gran senso di colpa per come ha trattato alcune donne, Molly Hooper (Louise Brealey) e Janine (Yasmine Akram), e vediamo che si sente pressato dal dottor Watson (Martin Freeman) a dargli una spiegazione sulla sua incapacità nel gestire relazioni romantiche. Vediamo anche quanto sia forte la competizione con Mycroft, il fratello più intelligente, e l'attrazione-repulsione nei confronti di Moriarty.
Di sicuro non resteremo a corto di sorprendenti sviluppi.
Ricapitolando, Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) è sul punto di essere esiliato, destinato ad una missione quasi-suicida, in seguito al suo poco convenzionale modo di risovere il caso che gli si era parato davanti ne L'ultimo giuramento. Il suo aereo si è appena levato in volo, quando Jim Moriarty (Andrew Scott) appare sugli schermi di tutto il regno. La cosa fa scalpore, sia perché craccare così platealmente le telecomunicazioni britanniche non è da tutti, sia perché Jim è molto morto dai tempi de Le cascate di Reichenbach, due anni prima nella sequenza temporale sherlockiana.
Lo sconcerto nel governo britannico è tale che si decide nel giro di pochi secondi di accorciare ai minimi termini l'esilio del più turbolento Holmes. Ma anche Sherlock è sconcertato, al punto da usare estremi rimedi per trovare una spiegazione che lo convinca al mistero del ritorno di Moriarty dall'oltretomba. Per far ciò sente che è necessario che lui riesca a risolvere l'antico caso di Emilia Ricoletti (Natasha O'Keeffe) che scosse la vita londinese di fine ottocento.
Emilia era infelicemente sposata ad un bruto, così si sparò in bocca facendosi saltare le cervella, e poi uccise il marito a schioppettate. Proprio così, prima si è suicidata, poi ha ucciso il di lei vedovo. C'è un evidente parallelismo tra il caso della Ricoletti e quello di Moriarty, ma non si capisce bene perché sia così importante per Sherlock sviscerare i dettagli del primo. Credo che ne sapremo di più nel finale di stagione.
Nel finale si accenna per (almeno) la terza volta a Barbarossa (Redbeard) che sappiamo essere considerato sia da Milverton sia da Mycroft (Mark Gatiss) come un punto debole di Sherlock. Forse il punto debole per eccellenza. Sappiamo che era il suo cane quando lui era un bambino, e che è stato abbattuto. Nulla di più.
Nel subconscio di Sherlock succedono molte strane cose. Vediamo un gran senso di colpa per come ha trattato alcune donne, Molly Hooper (Louise Brealey) e Janine (Yasmine Akram), e vediamo che si sente pressato dal dottor Watson (Martin Freeman) a dargli una spiegazione sulla sua incapacità nel gestire relazioni romantiche. Vediamo anche quanto sia forte la competizione con Mycroft, il fratello più intelligente, e l'attrazione-repulsione nei confronti di Moriarty.
Di sicuro non resteremo a corto di sorprendenti sviluppi.
Doctor Who 10.0 Speciale di Natale: The return of Doctor Mysterio
Puntata anomala della serie, anche considerando che si tratta dello speciale natalizio di una serie che fa delle anomalie uno dei suoi tratti distintivi. Più che essere una storia del Dottore (Peter Capaldi), è quella di Grant Gordon (Justin Chatwin), un giovanotto newyorkese cresciuto a pane e fumetti di supereroi che ha avuto la (s)fortuna di incontrare, quand'era ancora un bimbo, il Dottore.
Lo strano incontro, avvenuto una notte di Natale, lo ha trasformato in un supereroe, The Ghost, una specie di incrocio tra Superman e Spider-man, ma addirittura più timido e imbranato di Clark Kent e Peter Parker quando non veste gli abiti da lavoro.
Sono passati più di due dozzine di anni da quella fatidica notte, che per il Dottore è stata contemporaneamente una sola notte e ventiquattro anni, come spiegato nello speciale natalizio dell'anno scorso, e chi ne abbia seguito lo svolgimento, capirà che il suo umore non sia dei migliori. A fargli da companion è l'improbabile Nardole (Matt Lucas), nell'attesa che spunti un sostituto (*) della insostituibile "impossible girl" Clara. La parte principale femminile nella puntata è affidata a Charity Wakefield che interpreta Lucy Fletcher, giornalista investigativa ambita da Grant.
La minaccia alla Terra è piuttosto fiacca, i cattivi sono una new entry, che hanno forma di cervello e che amano sostituirsi ad altre specie per conquistare i loro pianeti.
(*) Basta vedere qualche trailer della stagione per sapere che si tratta di una sostituta, e che arriverà presto.
Lo strano incontro, avvenuto una notte di Natale, lo ha trasformato in un supereroe, The Ghost, una specie di incrocio tra Superman e Spider-man, ma addirittura più timido e imbranato di Clark Kent e Peter Parker quando non veste gli abiti da lavoro.
Sono passati più di due dozzine di anni da quella fatidica notte, che per il Dottore è stata contemporaneamente una sola notte e ventiquattro anni, come spiegato nello speciale natalizio dell'anno scorso, e chi ne abbia seguito lo svolgimento, capirà che il suo umore non sia dei migliori. A fargli da companion è l'improbabile Nardole (Matt Lucas), nell'attesa che spunti un sostituto (*) della insostituibile "impossible girl" Clara. La parte principale femminile nella puntata è affidata a Charity Wakefield che interpreta Lucy Fletcher, giornalista investigativa ambita da Grant.
La minaccia alla Terra è piuttosto fiacca, i cattivi sono una new entry, che hanno forma di cervello e che amano sostituirsi ad altre specie per conquistare i loro pianeti.
(*) Basta vedere qualche trailer della stagione per sapere che si tratta di una sostituta, e che arriverà presto.
Kubo e la spada magica
Quarto lungometraggio (*) della Laika, dopo Coraline e la porta magica (2009), ParaNorman (2012) e Boxtrolls - Le scatole magiche (2014).
Questa volta si è scelto di ambientare la storia in un Giappone medioevale fantastico, forse per omaggiare lo Studio Ghibli, in cui i normali cittadini non si inquietano se accadono fenomeni inspiegabili, anzi, li accettano come se facessero parte della loro quotidianità. Numerosi i riferimenti ad altre narrazioni fantasy, tra cui m'è sembrata spiccare quelli alla saga di Harry Potter (**), che comunque sono al servizio di una storia originale ben delineata, con una propria forte identità e un messaggio ben chiaro.
Il protagonista è Kubo, un ragazzino che è figlio di una specie di strega pentita (***) e di un potente samurai (°). I due, nel concepirlo, hanno fatto arrabbiare così tanto il padre di lei, Raiden (°°), che ha scatenato contro la coppia le sue due altre figlie (°°°) con lo scopo di accecare Kubo, in modo da staccarlo dal nostro mondo per avvicinarlo al suo. Il piano riesce solo a metà, e Kubo è portato in salvo dalla madre in una località recondita.
Il piccolo Kubo diventa un valente cantastorie, grazie anche al fatto che la forza dentro di lui è grande (#) e quindi riesce a creare origami che prendono vita al suono della sua chitarra (##). Un caso particolare fa sì che lui trasgredisca a un comandamento materno, e causi quindi l'arrivo delle sue terribili zie, col che parte per davvero la vicenda, in cui lui dovrà recuperare un'armatura magica e scontrarsi con suo nonno.
Colonna sonora giapponesizzante di Dario Marianelli impreziosita da una versione in tema di While my guitar gently weeps, proprio quella di George Harrison, cantata da Regina Spektor sui titoli di coda.
(*) Tutti e quattro realizzati in stop-motion con l'aggiunta di effetti speciali in CGI.
(**) La voce inglese dell'antagonista è quella di Ralph Fiennes, tanto per dirne una.
(***) Disegnata pensando alla voce di Charlize Theron.
(°) Matthew McConaughey, che per noi diventa Neri Marcorè.
(°°) Ralph Fiennes
(°°°) Che parlano nell'originale entrambe con la voce di Rooney Mara.
(#) Un po' Harry Potter un po' Luke Skywalker.
(##) In realtà trattasi di strumento giapponese a tre corde, da cui il titolo originale del film, Kubo and the two strings, che è molto significativo nello svolgimento della trama, mentre la spada magica ha una parte trascurabile.
Questa volta si è scelto di ambientare la storia in un Giappone medioevale fantastico, forse per omaggiare lo Studio Ghibli, in cui i normali cittadini non si inquietano se accadono fenomeni inspiegabili, anzi, li accettano come se facessero parte della loro quotidianità. Numerosi i riferimenti ad altre narrazioni fantasy, tra cui m'è sembrata spiccare quelli alla saga di Harry Potter (**), che comunque sono al servizio di una storia originale ben delineata, con una propria forte identità e un messaggio ben chiaro.
Il protagonista è Kubo, un ragazzino che è figlio di una specie di strega pentita (***) e di un potente samurai (°). I due, nel concepirlo, hanno fatto arrabbiare così tanto il padre di lei, Raiden (°°), che ha scatenato contro la coppia le sue due altre figlie (°°°) con lo scopo di accecare Kubo, in modo da staccarlo dal nostro mondo per avvicinarlo al suo. Il piano riesce solo a metà, e Kubo è portato in salvo dalla madre in una località recondita.
Il piccolo Kubo diventa un valente cantastorie, grazie anche al fatto che la forza dentro di lui è grande (#) e quindi riesce a creare origami che prendono vita al suono della sua chitarra (##). Un caso particolare fa sì che lui trasgredisca a un comandamento materno, e causi quindi l'arrivo delle sue terribili zie, col che parte per davvero la vicenda, in cui lui dovrà recuperare un'armatura magica e scontrarsi con suo nonno.
Colonna sonora giapponesizzante di Dario Marianelli impreziosita da una versione in tema di While my guitar gently weeps, proprio quella di George Harrison, cantata da Regina Spektor sui titoli di coda.
(*) Tutti e quattro realizzati in stop-motion con l'aggiunta di effetti speciali in CGI.
(**) La voce inglese dell'antagonista è quella di Ralph Fiennes, tanto per dirne una.
(***) Disegnata pensando alla voce di Charlize Theron.
(°) Matthew McConaughey, che per noi diventa Neri Marcorè.
(°°) Ralph Fiennes
(°°°) Che parlano nell'originale entrambe con la voce di Rooney Mara.
(#) Un po' Harry Potter un po' Luke Skywalker.
(##) In realtà trattasi di strumento giapponese a tre corde, da cui il titolo originale del film, Kubo and the two strings, che è molto significativo nello svolgimento della trama, mentre la spada magica ha una parte trascurabile.
Genius
Fino all'altro giorno, se pensavo ad un personaggio che di mestiere fa l'editor, mi veniva in mente solo il dottor Cavedagna in Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979) di Italo Calvino. Ancor più difficile, pensavo, mettere un carattere di questo genere, che necessariamente lavora sullo sfondo, al centro di una narrazione, specie se filmica. E invece l'operazione riesce piuttosto bene a Michael Grandage, acclamato regista treatrale inglese qui alla sua prima prova cinematografica.
La sceneggiatura (John Logan) è basata sulla biografia di Thomas Wolfe (*) che però è stata pesantemente editata per evidenziare la relazione tra lo scrittore e Max Perkins. A vedere il film sembrerebbe che Wolfe abbia dato alle stampe solo due romanzi, e tutta la sua vita risulta enormemente semplificata e piegata alle esigenze del racconto. Se interessati a come stanno davvero le cose, conviene leggere il testo di partenza.
Thomas Wolfe (Jude Law) è un genio letterario. Il problema è che il romanzo che ha prodotto è fuori dagli schemi editoriali del tempo, e nessuna casa editrice vuole rischiare di scottarsi con un malloppone da mille pagine. Per fortuna, e perseveranza della sua musa e amante Aline Bernstein (Nicole Kidman **), il faldone arriva nelle mani di Maxwell Perkins (Colin Firth), editor noto agli addetti ai lavori del tempo per curare la redazione di gente del calibro di Scott Fitzgerald (Guy Pearce) e Ernest Hemingway (Dominic West). Max, ha un carattere decisamente introverso, il che, vediamo, lo porta a trascurare moglie (Laura Linney) e nidiata di figlie, ma lo aiuta a focalizzarsi sulla lettura dei testi su cui lavora, che divora e riesce ad assorbire con una facilità sorprendente. La sua difficoltà ad aprirsi viene rappresentata visivamente con quello che era un tratto distintivo del vero Perkins, ovvero la tendenza a non togliersi mai il cappello, che qui viene estremizzata al punto che lo vediamo a capo scoperto solo nel finale, quando finalmente riesce a lasciare che le emozioni fluiscano senza filtri.
Max si rende conto della genialità di Tom, e i due riescono ad integrare i loro caratteri alla perfezione. Aiutati anche dal fatto che Max vede in Tom come il figlio maschio che non ha mai avuto, e Tom nei Perkins la famiglia che gli manca così tanto. I problemi vengono dal fatto che i due tendono a trascurare tutto il resto per il loro lavoro. Max se la cava meno peggio, grazie al buon rapporto con la moglie, Tom si mette in una situazione più delicata, sia per la sua irruenza e scarsezza di empatia, sia per la tempestosità della relazione con Aline.
I casi della vita causeranno una fine inaspettata, e in un certo senso deludente, alla vicenda.
(*) Scritta da A. Scott Berg, che ha anche partecipato alla produzione del film.
(**) Ci vorrebbe un altro film per raccontare la loro relazione. Qui, giustamente, s'è deciso di accennarla molto velocemente. Noto solo che la differenza di età tra i due è stata molto limata. Il primo candidato per il ruolo di Wolfe era Michael Fassbender, di qualche anno più giovane, e forse era stata pensata una Aline più attempata.
La sceneggiatura (John Logan) è basata sulla biografia di Thomas Wolfe (*) che però è stata pesantemente editata per evidenziare la relazione tra lo scrittore e Max Perkins. A vedere il film sembrerebbe che Wolfe abbia dato alle stampe solo due romanzi, e tutta la sua vita risulta enormemente semplificata e piegata alle esigenze del racconto. Se interessati a come stanno davvero le cose, conviene leggere il testo di partenza.
Thomas Wolfe (Jude Law) è un genio letterario. Il problema è che il romanzo che ha prodotto è fuori dagli schemi editoriali del tempo, e nessuna casa editrice vuole rischiare di scottarsi con un malloppone da mille pagine. Per fortuna, e perseveranza della sua musa e amante Aline Bernstein (Nicole Kidman **), il faldone arriva nelle mani di Maxwell Perkins (Colin Firth), editor noto agli addetti ai lavori del tempo per curare la redazione di gente del calibro di Scott Fitzgerald (Guy Pearce) e Ernest Hemingway (Dominic West). Max, ha un carattere decisamente introverso, il che, vediamo, lo porta a trascurare moglie (Laura Linney) e nidiata di figlie, ma lo aiuta a focalizzarsi sulla lettura dei testi su cui lavora, che divora e riesce ad assorbire con una facilità sorprendente. La sua difficoltà ad aprirsi viene rappresentata visivamente con quello che era un tratto distintivo del vero Perkins, ovvero la tendenza a non togliersi mai il cappello, che qui viene estremizzata al punto che lo vediamo a capo scoperto solo nel finale, quando finalmente riesce a lasciare che le emozioni fluiscano senza filtri.
Max si rende conto della genialità di Tom, e i due riescono ad integrare i loro caratteri alla perfezione. Aiutati anche dal fatto che Max vede in Tom come il figlio maschio che non ha mai avuto, e Tom nei Perkins la famiglia che gli manca così tanto. I problemi vengono dal fatto che i due tendono a trascurare tutto il resto per il loro lavoro. Max se la cava meno peggio, grazie al buon rapporto con la moglie, Tom si mette in una situazione più delicata, sia per la sua irruenza e scarsezza di empatia, sia per la tempestosità della relazione con Aline.
I casi della vita causeranno una fine inaspettata, e in un certo senso deludente, alla vicenda.
(*) Scritta da A. Scott Berg, che ha anche partecipato alla produzione del film.
(**) Ci vorrebbe un altro film per raccontare la loro relazione. Qui, giustamente, s'è deciso di accennarla molto velocemente. Noto solo che la differenza di età tra i due è stata molto limata. Il primo candidato per il ruolo di Wolfe era Michael Fassbender, di qualche anno più giovane, e forse era stata pensata una Aline più attempata.
Whiskey Tango Foxtrot
Kim Baker (Tina Fey) ha un oscuro lavoretto in una televisione americana a New York, uno sfuggente fidanzato e, quel che è peggio, sembra ormai rassegnata a quella vita. Capita però la guerra in Afghanistan, anche la sua rete deve coprire le notizie con una reporter sul posto e nessuno ci vuole andare. Dopo breve meditazione, decide di prendere l'occasione e vedere cosa le riserva.
L'impatto con la realtà è al limite del catastrofico, con tutto quel che si può immaginare che capiti a dei civili scaraventati in una zona di guerra (*), ma vediamo che Kim, da buon essere umano, si adatta rapidamente alla situazione e finisce per trovare un suo equilibrio. Al punto che l'assegnamento, che doveva essere limitato a tre mesi, sembra estendersi indefinitamente.
Ci sarà però un'altra scena chiave, in cui l'interprete di Kim (Christopher Abbott) le dice, senza girarci troppo attorno, che lei si è evidentemente presa una dipendenza da vita pericolosa (**). Per sua fortuna, lei ci pensa, elabora, comprende e decide di tornare a qualcosa di meno irragionevole.
Pur essendo diretto dal dinamico duo costituito da Glenn Ficarra e John Requa, questo andrebbe considerato a tutti gli effetti un film della Fey, che non solo interpreta la protagonista assoluta (***) ma è anche produttrice. E la sceneggiatura è scritta da un suo fedelissimo, Robert Carlock. E in effetti la distanza da altre cose di Ficarra & Requa (°) è sostanziale. In negativo manca di consistenza, come se la produzione fosse stata indecisa sull'indirizzo da prendere, ci sono momenti in cui sembra di andare verso Animal house (1978) di John Landis, vedasi anche l'indirizzo che non è altro che la sigla WTF (°°) riportata usando lo spelling militare. In positivo c'è una storia interessante, in cui vediamo il punto di vista di una donna in un ambiente che di femminile ha poco. Si impone il confronto con Zero dark thirty (2012) della Bigelow. Là la protagonista arrivava a negare la sua femminilità (°°°) allo scopo di raggiungere l'obiettivo che si era prefissa. Qui Kim non rinnega il suo essere donna, il che la porterà anche a risolvere un piccolo mistero la cui soluzione era preclusa ai maschi.
Tra i comprimari, Margot Robbie è la giornalista di guerra che mostra un lato più mascolino nell'affrontare le situazioni; Martin Freeman il giornalista freelance scozzese (Iain) che parte malissimo, sembra cambiare, poi ricade e infine chissà. Tra Iain e Kim vediamo il prologo di una scena di sesso tra le più divertenti che io mi ricordi. Alfred Molina è un politico afgano in crescita che ha una attrazione per Kim; e Billy Bob Thornton è un memorabile generale dall'eloquio molto fiorito.
(*) Vedasi MASH (1970), modello ineludibile per film di questo genere.
(**) Mi è venuto naturale citare Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir.
(***) Al resto del cast, che pure funziona molto bene, restano solo le briciole, e praticamente nessun altro ha la possibilità di dare un rilievo al suo personaggio.
(°) Crazy, stupid, love (2011), ad esempio.
(°°) What The Fuck.
(°°°) Definendosi con orgoglio motherfucker.
L'impatto con la realtà è al limite del catastrofico, con tutto quel che si può immaginare che capiti a dei civili scaraventati in una zona di guerra (*), ma vediamo che Kim, da buon essere umano, si adatta rapidamente alla situazione e finisce per trovare un suo equilibrio. Al punto che l'assegnamento, che doveva essere limitato a tre mesi, sembra estendersi indefinitamente.
Ci sarà però un'altra scena chiave, in cui l'interprete di Kim (Christopher Abbott) le dice, senza girarci troppo attorno, che lei si è evidentemente presa una dipendenza da vita pericolosa (**). Per sua fortuna, lei ci pensa, elabora, comprende e decide di tornare a qualcosa di meno irragionevole.
Pur essendo diretto dal dinamico duo costituito da Glenn Ficarra e John Requa, questo andrebbe considerato a tutti gli effetti un film della Fey, che non solo interpreta la protagonista assoluta (***) ma è anche produttrice. E la sceneggiatura è scritta da un suo fedelissimo, Robert Carlock. E in effetti la distanza da altre cose di Ficarra & Requa (°) è sostanziale. In negativo manca di consistenza, come se la produzione fosse stata indecisa sull'indirizzo da prendere, ci sono momenti in cui sembra di andare verso Animal house (1978) di John Landis, vedasi anche l'indirizzo che non è altro che la sigla WTF (°°) riportata usando lo spelling militare. In positivo c'è una storia interessante, in cui vediamo il punto di vista di una donna in un ambiente che di femminile ha poco. Si impone il confronto con Zero dark thirty (2012) della Bigelow. Là la protagonista arrivava a negare la sua femminilità (°°°) allo scopo di raggiungere l'obiettivo che si era prefissa. Qui Kim non rinnega il suo essere donna, il che la porterà anche a risolvere un piccolo mistero la cui soluzione era preclusa ai maschi.
Tra i comprimari, Margot Robbie è la giornalista di guerra che mostra un lato più mascolino nell'affrontare le situazioni; Martin Freeman il giornalista freelance scozzese (Iain) che parte malissimo, sembra cambiare, poi ricade e infine chissà. Tra Iain e Kim vediamo il prologo di una scena di sesso tra le più divertenti che io mi ricordi. Alfred Molina è un politico afgano in crescita che ha una attrazione per Kim; e Billy Bob Thornton è un memorabile generale dall'eloquio molto fiorito.
(*) Vedasi MASH (1970), modello ineludibile per film di questo genere.
(**) Mi è venuto naturale citare Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir.
(***) Al resto del cast, che pure funziona molto bene, restano solo le briciole, e praticamente nessun altro ha la possibilità di dare un rilievo al suo personaggio.
(°) Crazy, stupid, love (2011), ad esempio.
(°°) What The Fuck.
(°°°) Definendosi con orgoglio motherfucker.
Infernet
A Verona, una serie di storie si incrociano lasciando presagire una catastrofe che però, abbastanza inspiegabilmente, viene ammorbidita da un finale relativamente rassicurante.
Don Luciano (Remo Girone) insegna in una classe turbolenta stile Il seme della violenza (1955) ma aggiornato alle nuove tecnologie. Il pugno di ferro con cui tiene a bada i ragazzi è tale da spingerlo a sequestrare il cellulare al più scalmanato della combriccola, anche se solo per pochi secondi. Cosa che però sembra sufficiente per gettare il ragazzotto nel panico. Finita la lezione, Don Luciano se ne guarda bene da intervenire in un atto di bullismo dello stesso teppistello, forse perché gli sembra di aver già fatto la sua parte, o forse perché ha fretta di andare ad un poco chiaro evento in favore di migranti.
Il bullizzato, d'altronde, si fa giustizia da sè, essendo dotato di irrealistiche capacità informatiche, riesce addirittura a incendiare a distanza il pc di chi lo ha vessato, cosa che finisce per farlo apprezzare dai delinquenti in erba, che lo accolgono nel loro gruppo dedito a reati di varia natura.
Nel frattempo un architetto, Giorgio (Ricky Tognazzi) incontra un suo vecchio amico, il tassista Alessio (Massimo Olcese), di cui nota praticamente solo la figlia, Nancy, la quale, all'insaputa del padre, si prostituisce e ricatta pure i clienti per arrotondare le tariffe. Giorgio, nonostante capisca al volo le tendenze della piccola, non dice o fa nulla in proposito, anche perché ha già i suoi problemi a cui pensare, nella veste di una dipendenza da gioco d'azzardo che lo ha riempito di debiti. La moglie, Martina (Daniela Poggi) sa qualcosa, ma pensa di riuscire a tenere sotto controllo la cosa. I due sembrano anche essere genitori molto distratti, essendo loro figlio uno dei bulli di cui sopra.
Ad aiutare come testimonial Don Luciano nelle sue attività c'è un attore di secondo piano, noto per qualche serie televisiva, tale Claudio Ruggeri, interpretato con una certa autoironia da Roberto Farnesi, che però pare partecipare più come modo per promuovere se stesso, e per dar retta alla fidanzata (Elisabetta Pellini), che per un reale interesse personale. Scopriremo più avanti che è attratto da avventure sessuali con ragazzine molto giovani.
Segue una lunga serie di fatti che sembrano presi di peso dalla cronaca nera (*), con l'aggiunta di una crociera sul Mediterraneo di Giorgio e Martina, rapidamente interrotta, e che mi è sembrata avere l'unico scopo di dare spazio ad un munifico sponsor e a un cameo di Katia Ricciarelli.
Giuseppe Ferlito, che ha diretto e co-scritto il tutto, non mi è sembrato essere all'altezza della situazione. La storia m'è risultata indigesta, come pure il livello medio della recitazione, da cui si è relativamente salvato Girone, grazie al mestiere. Gli altri nomi noti se la sono cavicchiata, facendo rimpiangere l'assenza di una regia più presente. Decisamente sottotono Tognazzi, che del resto non direi sia nel suo periodo migliore.
Il riferimento ad internet è poco rilevante. Sarebbe facile spostare l'azione nel passato togliendo ogni accenno a tecnologie moderne. Al punto che il film mi ha ricordato cose che si facevano svariati decenni fa, quando la censura aveva allargato le maglie ma era ancora presente, e allora uscivano film che strizzavano l'occhio nella direzione di Arancia meccanica (1971) ma non avevano nessuna pretesa autoriale, mirando solo a solleticare i bassi istinti. Chiaramente oggi non c'è più questo problema, e dunque mi vien da pensare che l'atteggiamento ambivalente tenuto qui sia dovuto solo ad una confusione creativa.
(*) Violenze, anche sessuali, qualche morto, prostituzione, anche minorile, ricatti, atti di vandalismo, furti, eccetera.
Don Luciano (Remo Girone) insegna in una classe turbolenta stile Il seme della violenza (1955) ma aggiornato alle nuove tecnologie. Il pugno di ferro con cui tiene a bada i ragazzi è tale da spingerlo a sequestrare il cellulare al più scalmanato della combriccola, anche se solo per pochi secondi. Cosa che però sembra sufficiente per gettare il ragazzotto nel panico. Finita la lezione, Don Luciano se ne guarda bene da intervenire in un atto di bullismo dello stesso teppistello, forse perché gli sembra di aver già fatto la sua parte, o forse perché ha fretta di andare ad un poco chiaro evento in favore di migranti.
Il bullizzato, d'altronde, si fa giustizia da sè, essendo dotato di irrealistiche capacità informatiche, riesce addirittura a incendiare a distanza il pc di chi lo ha vessato, cosa che finisce per farlo apprezzare dai delinquenti in erba, che lo accolgono nel loro gruppo dedito a reati di varia natura.
Nel frattempo un architetto, Giorgio (Ricky Tognazzi) incontra un suo vecchio amico, il tassista Alessio (Massimo Olcese), di cui nota praticamente solo la figlia, Nancy, la quale, all'insaputa del padre, si prostituisce e ricatta pure i clienti per arrotondare le tariffe. Giorgio, nonostante capisca al volo le tendenze della piccola, non dice o fa nulla in proposito, anche perché ha già i suoi problemi a cui pensare, nella veste di una dipendenza da gioco d'azzardo che lo ha riempito di debiti. La moglie, Martina (Daniela Poggi) sa qualcosa, ma pensa di riuscire a tenere sotto controllo la cosa. I due sembrano anche essere genitori molto distratti, essendo loro figlio uno dei bulli di cui sopra.
Ad aiutare come testimonial Don Luciano nelle sue attività c'è un attore di secondo piano, noto per qualche serie televisiva, tale Claudio Ruggeri, interpretato con una certa autoironia da Roberto Farnesi, che però pare partecipare più come modo per promuovere se stesso, e per dar retta alla fidanzata (Elisabetta Pellini), che per un reale interesse personale. Scopriremo più avanti che è attratto da avventure sessuali con ragazzine molto giovani.
Segue una lunga serie di fatti che sembrano presi di peso dalla cronaca nera (*), con l'aggiunta di una crociera sul Mediterraneo di Giorgio e Martina, rapidamente interrotta, e che mi è sembrata avere l'unico scopo di dare spazio ad un munifico sponsor e a un cameo di Katia Ricciarelli.
Giuseppe Ferlito, che ha diretto e co-scritto il tutto, non mi è sembrato essere all'altezza della situazione. La storia m'è risultata indigesta, come pure il livello medio della recitazione, da cui si è relativamente salvato Girone, grazie al mestiere. Gli altri nomi noti se la sono cavicchiata, facendo rimpiangere l'assenza di una regia più presente. Decisamente sottotono Tognazzi, che del resto non direi sia nel suo periodo migliore.
Il riferimento ad internet è poco rilevante. Sarebbe facile spostare l'azione nel passato togliendo ogni accenno a tecnologie moderne. Al punto che il film mi ha ricordato cose che si facevano svariati decenni fa, quando la censura aveva allargato le maglie ma era ancora presente, e allora uscivano film che strizzavano l'occhio nella direzione di Arancia meccanica (1971) ma non avevano nessuna pretesa autoriale, mirando solo a solleticare i bassi istinti. Chiaramente oggi non c'è più questo problema, e dunque mi vien da pensare che l'atteggiamento ambivalente tenuto qui sia dovuto solo ad una confusione creativa.
(*) Violenze, anche sessuali, qualche morto, prostituzione, anche minorile, ricatti, atti di vandalismo, furti, eccetera.
Pets - Vita da animali
In attesa della prossima puntata della saga dei Minion (*), la Illumination Entertainment (**) ci prova con qualcosa di diverso, mantenendo lo stile della casa. Alla regia Chris Renaud è affiancato da Yarrow Cheney, che è di famiglia sin dagli inizi, e vanta anche una partecipazione come semplice disegnatore a Il gigante di ferro (1999). Sembra che il successo sia stato sufficiente da permettere di pensare già al sequel, che dovrebbe arrivare nel 2018.
Come si usa nelle animazioni moderne, la storia può essere letta a più livelli, in modo da soddisfare le esigenze del pubblico di un po' tutte le età. Al livello di base, possiamo leggerla come un buddy movie classico, in cui i due protagonisti, diversissimi, vengono costretti a unire le loro forze per uscire da una situazione molto complicata.
Facciamo così una rapida conoscenza di Katie, una giovane newyorkese che vive a Manhattan con la sola compagnia di Max, cagnetto di cui seguiamo prevalentemente il punto di vista nella narrazione. Un bel giorno, Katie torna a casa con un gigantesco cane, Duke. I due non vanno per niente d'accordo, e tentano di farsi le scarpe a vicenda. L'incontro con una banda di animali abbandonati dai proprietari, che vivono nei sotterranei della città, movimenta ancor di più l'azione.
(*) Tecnicamente, sarebbe la saga di Gru, protagonista di Cattivissimo me (2010), e del sequel (2013), ma i Minion, che sono stati protagonisti assoluti nel prequel Minions (2015) gli hanno rubato la scena. Despicable me 3 al momento risulta in pre-produzione.
(**) Con dietro la Universal Pictures a garantire gli immani costi di produzione e il necessario peso nella distribuzione.
Come si usa nelle animazioni moderne, la storia può essere letta a più livelli, in modo da soddisfare le esigenze del pubblico di un po' tutte le età. Al livello di base, possiamo leggerla come un buddy movie classico, in cui i due protagonisti, diversissimi, vengono costretti a unire le loro forze per uscire da una situazione molto complicata.
Facciamo così una rapida conoscenza di Katie, una giovane newyorkese che vive a Manhattan con la sola compagnia di Max, cagnetto di cui seguiamo prevalentemente il punto di vista nella narrazione. Un bel giorno, Katie torna a casa con un gigantesco cane, Duke. I due non vanno per niente d'accordo, e tentano di farsi le scarpe a vicenda. L'incontro con una banda di animali abbandonati dai proprietari, che vivono nei sotterranei della città, movimenta ancor di più l'azione.
(*) Tecnicamente, sarebbe la saga di Gru, protagonista di Cattivissimo me (2010), e del sequel (2013), ma i Minion, che sono stati protagonisti assoluti nel prequel Minions (2015) gli hanno rubato la scena. Despicable me 3 al momento risulta in pre-produzione.
(**) Con dietro la Universal Pictures a garantire gli immani costi di produzione e il necessario peso nella distribuzione.
Qualcosa di nuovo
Luca (Eduardo Valdarnini) sta per compiere vent'anni e sembra che la sua vita stia prendendo una brutta direzione. Una madre contemporaneamente soffocante e distratta, una fidanzatina decisa ma sa nemmeno bene lei a cosa, un padre assente e forse altri problemi che non ci sono ben presentati, lo stanno spingendo verso un probabile disdegno del genere femminile e una incapacità relazionale con ogni essere vivente. Non fosse che per sua (opinabile) fortuna incontra due amiche sulla quarantina, pazze scatenate, Lucia (Paola Cortellesi) e Maria (Micaela Ramazzotti).
Maria è una burina "un po' mignotta (*)", Lucia è una sofisticata "spadona" (**), le due si completano in un sistema abbastanza stabile. Entrambe divorziate, Maria eternamente in caccia, Lucia sdegnosa, per un curioso equivoco finiscono per inglobare Luca, circuito da Maria in discoteca, che però scambia per Lucia. Il triangolo porta ad una evoluzione di ognuno degli elementi, con Maria che si sgrezza, Lucia lima i suoi spigoli, Luca guadagna un poco di maturità. Finale a mio avviso poco credibile e poco risolto in cui sembra che il terzetto trovi un nuovo equilibrio stabile.
La commedia è divertente e ben scritta (***), anche se mi sembra sbilanciata sul lato femminile della storia. Il personaggio di Luca mi pare presente per necessità dell'intreccio che per reale interesse dell'autrice. Ad esempio, la sua improvvisa maturazione nel finale non mi pare per niente realistica ma direi che serve solo per mostrare l'evoluzione del rapporto tra Maria e Lucia.
Difficile eludere il confronto con 20 anni di meno (°), che direi si conclude con un pareggio, anche se il francese mi pare realizzato meglio anche se paga una scrittura di qualità inferiore.
Altro confronto immediato è quello con La pazza gioia, grazie anche alla presenza della Ramazzotti in entrambe le pellicole, sempre in coppia con un'altra donna, sempre nel ruolo della greve proletaria. In questo caso a perdere è la Cortellesi, grazie alla superlativa prova di Valeria Bruni Tedeschi nel film di Virzì.
A proposito della Cortellesi, brava nel suo ruolo che però non ho potuto evitare di pensare a quanto sarebbe stato meglio se fosse stato adattato per e interpretato da Laura Morante (°°). Le sue capacità canore avrebbero potuto essere la chiave del suo uso, ma non mi sembrano siano state sfuttate a fondo. Se è vero che il suo personaggio è una cantante jazz, e la vediamo all'opera, i suoi numeri mi sono sembrati freddi, forse cantati in playback per semplificare le riprese.
(*) Secondo la definizione di Lucia.
(**) Che, nel gergo di Maria, mi sembra indichi una donna frigida.
(***) Basata su una pièce di Cristina Comencini, che lei stessa tradotto in sceneggiatura con l'apporto di sua figlia, Giulia Calenda, e di Paola Cortellesi.
(°) Lo stesso tema, relazione coguar-toyboy, elaborato in entrambi i casi secondo una prospettiva anomala. Stesso approccio alle complessità della psicologia femminile, qui esplicitata più direttamente con i due personaggi polarizzati in direzioni diverse, là con la protagonista che compie la transizione per conto suo.
(°°) Ad esempio in Ciliegine la Morante ha lo stesso problema di rigidità caratteriale della Lucia di questo film.
Maria è una burina "un po' mignotta (*)", Lucia è una sofisticata "spadona" (**), le due si completano in un sistema abbastanza stabile. Entrambe divorziate, Maria eternamente in caccia, Lucia sdegnosa, per un curioso equivoco finiscono per inglobare Luca, circuito da Maria in discoteca, che però scambia per Lucia. Il triangolo porta ad una evoluzione di ognuno degli elementi, con Maria che si sgrezza, Lucia lima i suoi spigoli, Luca guadagna un poco di maturità. Finale a mio avviso poco credibile e poco risolto in cui sembra che il terzetto trovi un nuovo equilibrio stabile.
La commedia è divertente e ben scritta (***), anche se mi sembra sbilanciata sul lato femminile della storia. Il personaggio di Luca mi pare presente per necessità dell'intreccio che per reale interesse dell'autrice. Ad esempio, la sua improvvisa maturazione nel finale non mi pare per niente realistica ma direi che serve solo per mostrare l'evoluzione del rapporto tra Maria e Lucia.
Difficile eludere il confronto con 20 anni di meno (°), che direi si conclude con un pareggio, anche se il francese mi pare realizzato meglio anche se paga una scrittura di qualità inferiore.
Altro confronto immediato è quello con La pazza gioia, grazie anche alla presenza della Ramazzotti in entrambe le pellicole, sempre in coppia con un'altra donna, sempre nel ruolo della greve proletaria. In questo caso a perdere è la Cortellesi, grazie alla superlativa prova di Valeria Bruni Tedeschi nel film di Virzì.
A proposito della Cortellesi, brava nel suo ruolo che però non ho potuto evitare di pensare a quanto sarebbe stato meglio se fosse stato adattato per e interpretato da Laura Morante (°°). Le sue capacità canore avrebbero potuto essere la chiave del suo uso, ma non mi sembrano siano state sfuttate a fondo. Se è vero che il suo personaggio è una cantante jazz, e la vediamo all'opera, i suoi numeri mi sono sembrati freddi, forse cantati in playback per semplificare le riprese.
(*) Secondo la definizione di Lucia.
(**) Che, nel gergo di Maria, mi sembra indichi una donna frigida.
(***) Basata su una pièce di Cristina Comencini, che lei stessa tradotto in sceneggiatura con l'apporto di sua figlia, Giulia Calenda, e di Paola Cortellesi.
(°) Lo stesso tema, relazione coguar-toyboy, elaborato in entrambi i casi secondo una prospettiva anomala. Stesso approccio alle complessità della psicologia femminile, qui esplicitata più direttamente con i due personaggi polarizzati in direzioni diverse, là con la protagonista che compie la transizione per conto suo.
(°°) Ad esempio in Ciliegine la Morante ha lo stesso problema di rigidità caratteriale della Lucia di questo film.
Warcraft - L'inizio
Film pensato per chi conosca e apprezzi l'omonimo universo parallelo, nato nel 1994 con un videogioco (*) e poi espansosi fino a colonizzare buona parte dei media ludico ricreativi. Chi non abbia frequentato quei luoghi (**) dovrebbe riuscire a cavarsela facendo riferimento alle sue conoscenze di giochi ruolo fantasy o alla letteratura dello stesso filone, in particolare Il signore degli anelli di JRR Tolkien. Se sto parlando una lingua sconosciuta, consiglio di lasciar perdere. Si passerebbero due ore di perplessità.
Un mondo fantastico-medioevale viene invaso da bellicosi orchi provenienti da una landa che sta divenendo sempre più desolata, via opportuno portale modello Stargate (1994). Un pianeta è troppo piccolo per queste due civiltà contrapposte, e si scatena dunque una terribile guerra a base di incantesimi, malefici, spadoni, martelli e qualche pistolone archibugesco.
Come da titolo, l'idea dei produttori era quella di dare il via ad un franchise di durata indeterminata. Il risultato al botteghino sembra averli lasciati perplessi, e al momento non v'è certezza nemmeno del secondo episodio. Non mi è chiaro cosa mai si aspettassero, considerando che questo titolo è diventato il maggior successo al box office nel settore dei film derivati da video games. Credo che abbia pesato lo scarso risultato americano, e si sa che i produttori d'oltreoceano sono miopi, guardano più gli incassi di casa che quelli planetari.
Io, che non sono un fan del genere, sono stato attirato dallo scoprire che si tratta di un film di Duncan Jones, il terzo, dopo lo spettacolare debutto di Moon (2009), e Source code (2011). La curiosità che avevo era se e come fosse riuscito a mantenere l'impostazione stilistica che aveva creato con i suoi precedenti lavori. Compito non facile in produzioni ad alto budget e che di solito non lasciano grandi libertà creative. Per fortuna Jones è riuscito a conciliare l'esigenza di mantenere lo spirito dell'opera originaria con quella di dare uno spessore accettabile al racconto filmico. Anche se, ovviamente, lo spettatore tende a identificarsi con gli umani, gli orchi non sono banali cattivi che voglio solo uccidere. La complessità della loro società è presentata in modo da farci vedere quali siano le loro ragioni.
(*) A voler entrare nei dettagli, si trattava di un RTS (Real Time Strategy), vedasi Dune 2 (1992), ispirato sommariamente all'opera di Frank Herbert.
(**) Come il sottoscritto. La mia conoscenza del genere mi ha permesso di non cader dal pero ad ogni scena, senza però afferrare molti dettagli che per me sono misteriosi.
Un mondo fantastico-medioevale viene invaso da bellicosi orchi provenienti da una landa che sta divenendo sempre più desolata, via opportuno portale modello Stargate (1994). Un pianeta è troppo piccolo per queste due civiltà contrapposte, e si scatena dunque una terribile guerra a base di incantesimi, malefici, spadoni, martelli e qualche pistolone archibugesco.
Come da titolo, l'idea dei produttori era quella di dare il via ad un franchise di durata indeterminata. Il risultato al botteghino sembra averli lasciati perplessi, e al momento non v'è certezza nemmeno del secondo episodio. Non mi è chiaro cosa mai si aspettassero, considerando che questo titolo è diventato il maggior successo al box office nel settore dei film derivati da video games. Credo che abbia pesato lo scarso risultato americano, e si sa che i produttori d'oltreoceano sono miopi, guardano più gli incassi di casa che quelli planetari.
Io, che non sono un fan del genere, sono stato attirato dallo scoprire che si tratta di un film di Duncan Jones, il terzo, dopo lo spettacolare debutto di Moon (2009), e Source code (2011). La curiosità che avevo era se e come fosse riuscito a mantenere l'impostazione stilistica che aveva creato con i suoi precedenti lavori. Compito non facile in produzioni ad alto budget e che di solito non lasciano grandi libertà creative. Per fortuna Jones è riuscito a conciliare l'esigenza di mantenere lo spirito dell'opera originaria con quella di dare uno spessore accettabile al racconto filmico. Anche se, ovviamente, lo spettatore tende a identificarsi con gli umani, gli orchi non sono banali cattivi che voglio solo uccidere. La complessità della loro società è presentata in modo da farci vedere quali siano le loro ragioni.
(*) A voler entrare nei dettagli, si trattava di un RTS (Real Time Strategy), vedasi Dune 2 (1992), ispirato sommariamente all'opera di Frank Herbert.
(**) Come il sottoscritto. La mia conoscenza del genere mi ha permesso di non cader dal pero ad ogni scena, senza però afferrare molti dettagli che per me sono misteriosi.
Star Trek Beyond
Ho la sensazione che affidare la regia a Justin Lin (*) non sia stata una idea geniale. Alcune scene sono da antologia, come la presentazione della stazione spaziale Yorktown, altre sono troppo rumorose e movimentate per non essere ricordate come una traversata in traghetto su di un mare molto mosso.
L'equipaggio della NCC 1701 è impegnato in una missione quinquennale che presenta alti e bassi. In particolare al capitano James T. Kirk (Chris Pine) viene una malinconia da assenza di scopo e ha la tentazione di cambiar carriera per dedicarsi a qualcosa di più stanziale. Giunti a Yorktown, esplicita la sua richiesta ai suoi superiori, ma senza comunicare le sue intenzioni ai suoi colleghi. Nel contempo anche Spock (Zachary Quinto) pensa di dedicarsi ad altro, in seguito alla notizia della sua morte (**).
Ad interrompere questa malinconica serie di eventi arriva una aliena, Kalara (Lydia Wilson), che chiede aiuto alla federazione per un disasatro che è successo alla sua nave in una nebulosa poco distante. L'Enterprise è la nave migliore per questo intervento, e dunque Kirk richiama tutti quanti e si parte. Ma il tutto non era che una trappola ordita dal perfido Krall (Idris Elba) che medita una vendetta contro gli umani di cui si scopriranno meglio i motivi nel finale di partita. Ad aiutare Kirk e soci arriverà una industriosa e letale aliena che risponde al nome di Jaylah (Sofia Boutella), che ha i suoi motivi per non apprezzare Krall.
Trama tutto sommato semplice ma densa di dettagli poco chiari e passaggi oscuri. Non so quanto la colpa sia attribuibile agli sceneggiatori, Simon Pegg (***) e il meno noto Doug Jung (°), che penso siano stati indirizzati dalla produzione, e probabilmente dalle idee del regista su quello che sarebbe dovuto essere il risultato, nell'impostazione da dare.
Interessanti alcuni dettagli in realtà poco importanti, come ad esempio il fatto che la Enterprise sia costruita con una filosofia modulare, al punto che si può staccare tutto il resto e mantenere solo il modulo principale, facendola diventare, a tutti gli effetti, un grosso disco volante che penso faccia la felicità degli ufologi.
Svariati i riferimenti ad altri film del genere, che potrebbero anche essere visti come furtarelli. Tipo le divise di Krall e accoliti mi hanno ricordato molto la fantasia barocca utilizzata per descrivere gli Space Jockey in Alien, vedasi in particolare Prometheus, da cui mi sembra tratta pure l'idea della cattiva che muore schiacciata da una intera astronave. Il finale ricorda molto il Mars attacks! di Tim Burton.
(*) Noto per le sue partecipazioni alla saga di Fast & furious.
(**) Cosa complicata da spiegare, il suo se stesso più anziano (Leonard Mimoy) è stato sparato nel passato, ovvero nel presente del giovane Spock, per cui i vulcaniani hanno a disposizione, almeno per qualche anno due edizioni di Spock in parallelo.
(***) Che continua ad interpretare anche Scotty, all'anagrafe Montgomery Scott.
(°) Che a sua volta ha pure un piccolo ruolo come attore.
L'equipaggio della NCC 1701 è impegnato in una missione quinquennale che presenta alti e bassi. In particolare al capitano James T. Kirk (Chris Pine) viene una malinconia da assenza di scopo e ha la tentazione di cambiar carriera per dedicarsi a qualcosa di più stanziale. Giunti a Yorktown, esplicita la sua richiesta ai suoi superiori, ma senza comunicare le sue intenzioni ai suoi colleghi. Nel contempo anche Spock (Zachary Quinto) pensa di dedicarsi ad altro, in seguito alla notizia della sua morte (**).
Ad interrompere questa malinconica serie di eventi arriva una aliena, Kalara (Lydia Wilson), che chiede aiuto alla federazione per un disasatro che è successo alla sua nave in una nebulosa poco distante. L'Enterprise è la nave migliore per questo intervento, e dunque Kirk richiama tutti quanti e si parte. Ma il tutto non era che una trappola ordita dal perfido Krall (Idris Elba) che medita una vendetta contro gli umani di cui si scopriranno meglio i motivi nel finale di partita. Ad aiutare Kirk e soci arriverà una industriosa e letale aliena che risponde al nome di Jaylah (Sofia Boutella), che ha i suoi motivi per non apprezzare Krall.
Trama tutto sommato semplice ma densa di dettagli poco chiari e passaggi oscuri. Non so quanto la colpa sia attribuibile agli sceneggiatori, Simon Pegg (***) e il meno noto Doug Jung (°), che penso siano stati indirizzati dalla produzione, e probabilmente dalle idee del regista su quello che sarebbe dovuto essere il risultato, nell'impostazione da dare.
Interessanti alcuni dettagli in realtà poco importanti, come ad esempio il fatto che la Enterprise sia costruita con una filosofia modulare, al punto che si può staccare tutto il resto e mantenere solo il modulo principale, facendola diventare, a tutti gli effetti, un grosso disco volante che penso faccia la felicità degli ufologi.
Svariati i riferimenti ad altri film del genere, che potrebbero anche essere visti come furtarelli. Tipo le divise di Krall e accoliti mi hanno ricordato molto la fantasia barocca utilizzata per descrivere gli Space Jockey in Alien, vedasi in particolare Prometheus, da cui mi sembra tratta pure l'idea della cattiva che muore schiacciata da una intera astronave. Il finale ricorda molto il Mars attacks! di Tim Burton.
(*) Noto per le sue partecipazioni alla saga di Fast & furious.
(**) Cosa complicata da spiegare, il suo se stesso più anziano (Leonard Mimoy) è stato sparato nel passato, ovvero nel presente del giovane Spock, per cui i vulcaniani hanno a disposizione, almeno per qualche anno due edizioni di Spock in parallelo.
(***) Che continua ad interpretare anche Scotty, all'anagrafe Montgomery Scott.
(°) Che a sua volta ha pure un piccolo ruolo come attore.
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