Esperimento interessante, che però non mi sembra riuscitissimo, e che rischia lasciar perplesso lo spettatore che si lasci sfuggire qualche importante dettaglio. Già, perché seguire una storia raccontata seguendo la prospettiva del protagonista può creare notevoli problemi se questi non è affidabile. In un certo senso siamo dalle parti di Memento, con la differenza che qui il problema di Ben (Colin Firth) è tale che gli succede di non sapere se quello che vede sia reale o meno, ha false memorie, si dimentica cose, a volte mente a se stesso (e a noi). Insomma, un macello. Tocca a noi stare molto attenti a quello che vediamo, a confrontare quello che Ben dice a seconda del suo interlocutore, e a cercare di estrarre un possibile senso compiuto da tutto ciò.
Di certo succede che Ben ha un incidente in macchina, e si risveglia dopo un lungo coma con la certezza che sua moglie sia morta, e con una certa inquietudine che gli fa pensare che potrebbe essere colpa sua. Sulle prime le sue memorie sembrano portarlo alla conclusione che lei era in auto con lei, e che sia morta a causa della sua guida. Poi i ricordi si confondono, si mescolano con spezzoni di discussioni che ha con altri, un suo amico, un poliziotto, la sorella della moglie, e ci rendiamo conto che Ben ha in testa una confusione raccapricciante.
A complicare maggiormente le cose c'è Charlotte (Mena Suvari), padrona di casa e vicina nel suo nuovo appartamento, che inizialmente sembra estremamente reale, ma che in seguito inizia pericolosamente a sembrare una creazione della fantasia di Ben. Infatti si chiama come sua zia (*) a cui era molto affezionato, e in una scena piuttosto impressionante vediamo come la sua immagine si sovrapponga a quella di sua moglie.
Il finale mi ha ricordato, in un suo modo tutto particolare, lo Psycho di Hitchcock, con Ben che si è ritratto nel suo mondo, mantenendo una interazione distratta con il nostro.
(*) E da una foto scopriamo anche che le assomiglia.
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Il siero della vanità
Il titolo mi aveva lasciato perplesso. Forse un riferimento a Il falò delle vanità (*)? Ma il siero che c'entra? Vedendo il film ho scoperto di un potente sonnifero (**) che il "cattivo" usa per mettere in pratica la prima parte del suo folle piano, ma non ha alcuna rilevanza all'interno della trama, poteva tramortire le sue vittime con una randellata in testa e l'essenza della storia non sarebbe cambiata di una virgola. Pensando meglio, a visione ultimata e digerita, ha un sua ragione d'essere. Come la sceneggiatura (***) anche il titolo accosta concetti a caso, come se l'accumulo bastasse a dare un senso.
Anche se la sceneggiatura ha grossi problemi, ci si sarebbe potuto tirar fuori un buon film di genere. Ci sarebbe voluto però un budget meno risicato e un regista più capace di Alex Infascelli. Forse l'aspetto da "buona la prima" di molte scene è dovuto alla mancanza di soldi, ma un risultato così deprimente dal notevole cast a disposizione deve essere figlio anche di una carenza di direttive. Credo che Infascelli abbia anche voluto giocare sul basso costo, forse pensando di ottenere un risultato artistico (°), citando magari film simili di trent'anni prima. In ogni caso con me questo approccio non ha funzionato, mi sono solo annoiato e infastidito.
Lucia (Margherita Buy) è una ispettrice di polizia in crisi. Due anni prima un'azione da lei coordinata è finita in modo splatter, e lei si sente responsabile (°°) del disastro. In più, mentre lei era in ospedale, il marito, vice-questore, l'ha mollata per altra. Ora fa solo lavoro di routine, nonostante abbia un evidente fiuto investigativo, ha una brutta tendenza all'alcolismo, zoppica, e vive con il figlio adolescente con cui intesse un rapporto spigoloso. Insomma, una sciagura.
Sembra però che in tutta Roma non ci sia investigatore più acuto di lei, così, quando iniziano a sparire noti personaggi della televisione trash, e la pressione sul suo ex-marito aumenta, questi non ha altri a cui rivolgersi se non lei. Malvolentieri, lei prende in mano il caso, appoggiandosi a Franco (Valerio Mastandrea), collega con cui lavorava ai tempi.
Si scopre rapidamente che al centro del caso c'è lo show di tale Sonia Norton (Francesca Neri), uno di quei programmi che mescolano psicologi, soubrette, casi patetici, e quant'altro, al fine di tirare fuori il peggio dagli spettatori. Tra le varie brutte persone coinvolte, ha un po' più di spazio Azzurra (Barbora Bobulova), che vorrebbe non sommergersi completamente nel fango, ma è anche troppo debole per tirarsene fuori.
Dopo uno svolgimento poco appassionante si arriva alla resa dei conti finale, dove si mostra come tutti siano delle schifezze immani, chi più chi meno, tranne Lucia.
(*) C'è qualcosa del romanzo di Tom Wolfe, tradotto in film da Brian De Palma con risultati non eccelsi, che riverbera nel soggetto. La distanza è però abissale e forse sarebbe stato meglio evitare ogni possibile allusione.
(**) Di un assurdo colore verde acido.
(***) Debutto di Antonio Manzini su soggetto di Niccolò Ammaniti.
(°) Vedasi ad esempio la scena in cui Margherita Buy siede pensosa al tavolo, mentre la macchina da presa lentamente si alza. Il che darebbe un approfondimento emotivo sulla situazione del carattere, se non si fosse voluto - intenzionalmente, mi aspetto - sporcare l'immagine con un fastidioso riflesso, come se la ripresa fosse fatta da un dilettante.
(°°) E, in buona parte, a ragione.
Anche se la sceneggiatura ha grossi problemi, ci si sarebbe potuto tirar fuori un buon film di genere. Ci sarebbe voluto però un budget meno risicato e un regista più capace di Alex Infascelli. Forse l'aspetto da "buona la prima" di molte scene è dovuto alla mancanza di soldi, ma un risultato così deprimente dal notevole cast a disposizione deve essere figlio anche di una carenza di direttive. Credo che Infascelli abbia anche voluto giocare sul basso costo, forse pensando di ottenere un risultato artistico (°), citando magari film simili di trent'anni prima. In ogni caso con me questo approccio non ha funzionato, mi sono solo annoiato e infastidito.
Lucia (Margherita Buy) è una ispettrice di polizia in crisi. Due anni prima un'azione da lei coordinata è finita in modo splatter, e lei si sente responsabile (°°) del disastro. In più, mentre lei era in ospedale, il marito, vice-questore, l'ha mollata per altra. Ora fa solo lavoro di routine, nonostante abbia un evidente fiuto investigativo, ha una brutta tendenza all'alcolismo, zoppica, e vive con il figlio adolescente con cui intesse un rapporto spigoloso. Insomma, una sciagura.
Sembra però che in tutta Roma non ci sia investigatore più acuto di lei, così, quando iniziano a sparire noti personaggi della televisione trash, e la pressione sul suo ex-marito aumenta, questi non ha altri a cui rivolgersi se non lei. Malvolentieri, lei prende in mano il caso, appoggiandosi a Franco (Valerio Mastandrea), collega con cui lavorava ai tempi.
Si scopre rapidamente che al centro del caso c'è lo show di tale Sonia Norton (Francesca Neri), uno di quei programmi che mescolano psicologi, soubrette, casi patetici, e quant'altro, al fine di tirare fuori il peggio dagli spettatori. Tra le varie brutte persone coinvolte, ha un po' più di spazio Azzurra (Barbora Bobulova), che vorrebbe non sommergersi completamente nel fango, ma è anche troppo debole per tirarsene fuori.
Dopo uno svolgimento poco appassionante si arriva alla resa dei conti finale, dove si mostra come tutti siano delle schifezze immani, chi più chi meno, tranne Lucia.
(*) C'è qualcosa del romanzo di Tom Wolfe, tradotto in film da Brian De Palma con risultati non eccelsi, che riverbera nel soggetto. La distanza è però abissale e forse sarebbe stato meglio evitare ogni possibile allusione.
(**) Di un assurdo colore verde acido.
(***) Debutto di Antonio Manzini su soggetto di Niccolò Ammaniti.
(°) Vedasi ad esempio la scena in cui Margherita Buy siede pensosa al tavolo, mentre la macchina da presa lentamente si alza. Il che darebbe un approfondimento emotivo sulla situazione del carattere, se non si fosse voluto - intenzionalmente, mi aspetto - sporcare l'immagine con un fastidioso riflesso, come se la ripresa fosse fatta da un dilettante.
(°°) E, in buona parte, a ragione.
Le pagine della nostra vita
Quale sia il registro del film lo si capisce dalle prime immagini, belle fin che si vuole, ma con un tasso di zuccherosità tale da renderle un pericolo glicemico per chiunque. Dopo pochi minuti ho avuto la sensazione di sapere praticamente tutto quello che c'era da sapere sulla storia, e in effetti avrei saputo fare un rapido riassunto di quello che stava per succedere. Eppure è un film che si lascia vedere, se non si aborriscono i drammi sentimentali strappalacrime, e ha anche un buon numero di aspetti positivi, che direi superano quelli negativi.
Tra i secondi metterei la lunghezza e una fantasia consolatoria che, purtroppo, è assolutamente improbabile, se non impossibile. Il romanzo di Nicholas Sparks parte infatti dall'assunto che l'Alzheimer non sia quel mostro ingordo che si mangia tutta la nostra memoria, e che l'amore possa sconfiggerlo, anche se solo temporaneamente. La regia di Nick Cassavetes ha il torto, se così si può dire, di seguire con molto rispetto la storia originale che mette in parallelo due vicende, con conseguente uso di due ore per completare la narrazione. Ci sono alcuni elementi, come tutta la parte legata all'amico del protagonista, che hanno un impatto minimo sullo sviluppo della storia e che, per il mio gusto, potevano essere eliminati senza problemi.
Ci sono due coppie di protagonisti in due tempi diversi. Nel tempo presente (*) Duke (James Garner) è in una casa di riposo e legge una storia a Lei (Gena Rowlands) che ha grossi problemi di memoria, in pratica non ricorda nulla, in cui si narra di Allie (Rachel McAdams) e Noah (Ryan Gosling) che erano ragazzetti sul finire degli anni trenta. Lei di famiglia ricca, lui poverissimo, ma il cui padre è interpretato da Sam Shepard. Diversissimi, sono in contrasto su tutto, ma trovano sempre una sintesi. Lui lavora per pochi centesimi all'ora, lei è sul punto di partire per una qualche costosa università chissadove (**). Nonostante tutto si amano e vogliono trovare un modo di continuare a stare assieme. L'ostacolo, che si rivelerà insormontabile (***) è la madre di lei (Joan Allen), che proprio non ne vuole sapere di vedere la figlia sposata a "white trash" (°).
Lo svolgimento susseguente segue le regole del genere, ma con alcune sorprese. Ad esempio, più avanti scopriremo il perché del comportamento della madre di Allie, e la vedremo titubare, forse ammettere di aver avuto torto, e comunque lasciare che sia la figlia a fare la scelta finale.
Ottima la prova degli attori, con le due coppie principali estremamente credibili. Per la coppia giovane forse aiuta anche il fatto che la McAdams e Gosling siano quasi coetanei, nati entrambi a London nell'Ontario, e che proprio con l'occasione di questo film si siano messi assieme per un paio d'anni.
(*) Occhio e croce siamo attorno al cambio di secolo.
(**) Alla fine finirà a New York.
(***) Almeno temporaneamente.
(°) Immondizia bianca, così vengono qualificati i bianchi che non hanno adeguato pedigree.
Tra i secondi metterei la lunghezza e una fantasia consolatoria che, purtroppo, è assolutamente improbabile, se non impossibile. Il romanzo di Nicholas Sparks parte infatti dall'assunto che l'Alzheimer non sia quel mostro ingordo che si mangia tutta la nostra memoria, e che l'amore possa sconfiggerlo, anche se solo temporaneamente. La regia di Nick Cassavetes ha il torto, se così si può dire, di seguire con molto rispetto la storia originale che mette in parallelo due vicende, con conseguente uso di due ore per completare la narrazione. Ci sono alcuni elementi, come tutta la parte legata all'amico del protagonista, che hanno un impatto minimo sullo sviluppo della storia e che, per il mio gusto, potevano essere eliminati senza problemi.
Ci sono due coppie di protagonisti in due tempi diversi. Nel tempo presente (*) Duke (James Garner) è in una casa di riposo e legge una storia a Lei (Gena Rowlands) che ha grossi problemi di memoria, in pratica non ricorda nulla, in cui si narra di Allie (Rachel McAdams) e Noah (Ryan Gosling) che erano ragazzetti sul finire degli anni trenta. Lei di famiglia ricca, lui poverissimo, ma il cui padre è interpretato da Sam Shepard. Diversissimi, sono in contrasto su tutto, ma trovano sempre una sintesi. Lui lavora per pochi centesimi all'ora, lei è sul punto di partire per una qualche costosa università chissadove (**). Nonostante tutto si amano e vogliono trovare un modo di continuare a stare assieme. L'ostacolo, che si rivelerà insormontabile (***) è la madre di lei (Joan Allen), che proprio non ne vuole sapere di vedere la figlia sposata a "white trash" (°).
Lo svolgimento susseguente segue le regole del genere, ma con alcune sorprese. Ad esempio, più avanti scopriremo il perché del comportamento della madre di Allie, e la vedremo titubare, forse ammettere di aver avuto torto, e comunque lasciare che sia la figlia a fare la scelta finale.
Ottima la prova degli attori, con le due coppie principali estremamente credibili. Per la coppia giovane forse aiuta anche il fatto che la McAdams e Gosling siano quasi coetanei, nati entrambi a London nell'Ontario, e che proprio con l'occasione di questo film si siano messi assieme per un paio d'anni.
(*) Occhio e croce siamo attorno al cambio di secolo.
(**) Alla fine finirà a New York.
(***) Almeno temporaneamente.
(°) Immondizia bianca, così vengono qualificati i bianchi che non hanno adeguato pedigree.
Cellular
Credo che lo scopo principale di questo film fosse meramente commerciale. Impiegare un certo numero di milioni per produrre un buon prodotto medio che li ripagasse adeguatamente abbastanza velocemente. Risultato che è stato agevolmente ottenuto, tra l'altro.
L'unica componente eccellente del film direi che è la storia originale (Larry Cohen), che riesce a raccontare pianamente un intreccio piuttosto complicato che include svariate prospettive che riescono ad essere sviluppate senza pestarsi i piedi a vicenda. La sceneggiatura (Chris Morgan) e la regia (David R. Ellis) hanno il merito di veicolare le idee originali senza ingarbugliare inutilmente i vari fili del racconto.
Il cast manca di stelle brillanti ma include gente del calibro di Kim Basinger (che ha già salutato da anni il suo periodo migliore), William H. Macy (comprimario di lusso sempre pronto a dare peso a film di ogni tipo), Jason Statham (in un ruolo meno pungente del suo solito, era ancora in attesa di venir scoperto oltre oceano), e gli ancor poco noti Chris Evans e Jessica Biel.
La storia è piuttosto hitchcockiana, con un protagonista mediocre costretto dagli eventi a dare il meglio di sé, un meglio che nemmeno lui era probabilmente a conoscenza di avere, con una meccanica alla Lola corre (primo grosso successo di Tom Tykwer con Franka Potente costretta a correre per tutto il tempo dell'azione).
I cattivi, capitanati da Ethan (Statham), rapiscono Jessica (la Basinger) per motivi che sono inizialmente poco chiari. Capiamo però che lei è spacciata, uno di quei casi in cui si può decidere solo quando e come verrà eliminata. Riesce a stabilire un contatto telefonico con Ryan (Chris Evans), un ragazzotto così poco affidabile che la fidanzatina (Jessica Biel) è tentata di mandarlo a quel paese. Per motivi che non sto a spiegare, se cade la linea, Jessica potrebbe non avere una seconda possibilità.
Ryan contatta un poliziotto, Bob Mooney (Macy), piuttosto sfigatello, con una moglie che lo tartassa, e maltrattato dai colleghi (ha solo un amico, Noah Emmerich), che è sul punto di mollare il servizio per fare qualcosa di completamente differente. Purtroppo Mooney viene distratto da accadimenti vari e non riesce ad intervenire rapidamente.
Così tocca a Ryan correre (ma in macchina, siamo in California) per la città per cercare di evitare che i cattivi mettano le mani sul figlio di Jessica, che si chiama Ricky Martin (al solo scopo di fare una battuta sull'omonimia col cantante), e sul marito. Tutto sembra andare di male in peggio, ma alla fine gli improbabili eroi Mooney e Ryan dimostreranno di valere di più di quello che un po' tutti si aspettavano.
Tra i siparietti comici, da notare l'intermezzo in cui appare un antipaticissimo avvocato che viene derubato dal protagonista per due volte di fila della sua macchina, una bella Porsche targata "Faccio causa anche a te".
L'unica componente eccellente del film direi che è la storia originale (Larry Cohen), che riesce a raccontare pianamente un intreccio piuttosto complicato che include svariate prospettive che riescono ad essere sviluppate senza pestarsi i piedi a vicenda. La sceneggiatura (Chris Morgan) e la regia (David R. Ellis) hanno il merito di veicolare le idee originali senza ingarbugliare inutilmente i vari fili del racconto.
Il cast manca di stelle brillanti ma include gente del calibro di Kim Basinger (che ha già salutato da anni il suo periodo migliore), William H. Macy (comprimario di lusso sempre pronto a dare peso a film di ogni tipo), Jason Statham (in un ruolo meno pungente del suo solito, era ancora in attesa di venir scoperto oltre oceano), e gli ancor poco noti Chris Evans e Jessica Biel.
La storia è piuttosto hitchcockiana, con un protagonista mediocre costretto dagli eventi a dare il meglio di sé, un meglio che nemmeno lui era probabilmente a conoscenza di avere, con una meccanica alla Lola corre (primo grosso successo di Tom Tykwer con Franka Potente costretta a correre per tutto il tempo dell'azione).
I cattivi, capitanati da Ethan (Statham), rapiscono Jessica (la Basinger) per motivi che sono inizialmente poco chiari. Capiamo però che lei è spacciata, uno di quei casi in cui si può decidere solo quando e come verrà eliminata. Riesce a stabilire un contatto telefonico con Ryan (Chris Evans), un ragazzotto così poco affidabile che la fidanzatina (Jessica Biel) è tentata di mandarlo a quel paese. Per motivi che non sto a spiegare, se cade la linea, Jessica potrebbe non avere una seconda possibilità.
Ryan contatta un poliziotto, Bob Mooney (Macy), piuttosto sfigatello, con una moglie che lo tartassa, e maltrattato dai colleghi (ha solo un amico, Noah Emmerich), che è sul punto di mollare il servizio per fare qualcosa di completamente differente. Purtroppo Mooney viene distratto da accadimenti vari e non riesce ad intervenire rapidamente.
Così tocca a Ryan correre (ma in macchina, siamo in California) per la città per cercare di evitare che i cattivi mettano le mani sul figlio di Jessica, che si chiama Ricky Martin (al solo scopo di fare una battuta sull'omonimia col cantante), e sul marito. Tutto sembra andare di male in peggio, ma alla fine gli improbabili eroi Mooney e Ryan dimostreranno di valere di più di quello che un po' tutti si aspettavano.
Tra i siparietti comici, da notare l'intermezzo in cui appare un antipaticissimo avvocato che viene derubato dal protagonista per due volte di fila della sua macchina, una bella Porsche targata "Faccio causa anche a te".
Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy
E' uno di quei film che promette quello che mantiene, basta leggere chi l'ha fatto. Prodotto da Judd Apatow (che poi dirigerà cose come 40 anni vergine e Molto incinta), diretto da Adam McKay, che l'ha anche scritto assieme a Will Ferrell che, a sua volta, è anche il protagonista a cui si allude nel titolo.
Lecito dunque aspettarsi una commedia di grana grossa, qualcosa che sta tra Mel Brooks e il trio Zucker-Abrahams-Zucker (aerei pazzi, pallottole spuntate). Ed è proprio così. Ho riso più volte, anche se devo ammettere che preferirei non entrare nei dettagli di alcune scene.
Anni settanta a San Diego. Ron Burgundy (Ferrell) è il conduttore delle news di una rete locale, pieno di sé e piuttosto scemo che, per gli insondabili motivi della celebrità televisiva, ha un travolgente successo. Con i tre colleghi con cui va in onda, interpretati da Paul Rudd (quello bello), David Koechner (il bovaro), e Steve Carell (che ammette candidamente di avere un quoziente intellettivo tendente allo zero), c'è un rapporto di amicizia e cameratismo che li lega profondamente.
Arriva però Veronica Corningstone (Christina Applegate), assunta per cercare di dare una immagine più moderna al programma. I quattro reagiscono amabilmente, cercando di farla scappare a gambe levate. Lei però si aspettava già una reazione del genere, e li riesce a tenere a bada. O meglio, riuscirebbe, se non capitasse che Ron e Veronica si innamorino, con conseguenti sviluppi.
I vari accadimenti che seguono, coinvolgono una gran serie di personaggi minori interpretati da noti attori, il che crea un aggiuntivo effetto comico. C'è ad esempio Vince Vaughn nel ruolo dell'arcinemico di Ron, Danny Trejo (Machete) barista che dà miti consigli al cliente alcolizzato in crisi, Jack Black motociclista antianimalista, Ben Stiller giornalista ispanico.
Mi è piaciuto come sono riusciti nel film a mitigare l'antipatia che ispirano naturalmente i protagonisti dando loro una bizzarra simpatia (in fin dei conti sono solo scemi, non sono cattivi). Meno riuscite quelle scene che svisano nel demenziale, e rovinano l'effetto di un racconto che, pur essendo esagerato per amor di effetto comico, sarebbe tutto sommato quasi realistico.
Lecito dunque aspettarsi una commedia di grana grossa, qualcosa che sta tra Mel Brooks e il trio Zucker-Abrahams-Zucker (aerei pazzi, pallottole spuntate). Ed è proprio così. Ho riso più volte, anche se devo ammettere che preferirei non entrare nei dettagli di alcune scene.
Anni settanta a San Diego. Ron Burgundy (Ferrell) è il conduttore delle news di una rete locale, pieno di sé e piuttosto scemo che, per gli insondabili motivi della celebrità televisiva, ha un travolgente successo. Con i tre colleghi con cui va in onda, interpretati da Paul Rudd (quello bello), David Koechner (il bovaro), e Steve Carell (che ammette candidamente di avere un quoziente intellettivo tendente allo zero), c'è un rapporto di amicizia e cameratismo che li lega profondamente.
Arriva però Veronica Corningstone (Christina Applegate), assunta per cercare di dare una immagine più moderna al programma. I quattro reagiscono amabilmente, cercando di farla scappare a gambe levate. Lei però si aspettava già una reazione del genere, e li riesce a tenere a bada. O meglio, riuscirebbe, se non capitasse che Ron e Veronica si innamorino, con conseguenti sviluppi.
I vari accadimenti che seguono, coinvolgono una gran serie di personaggi minori interpretati da noti attori, il che crea un aggiuntivo effetto comico. C'è ad esempio Vince Vaughn nel ruolo dell'arcinemico di Ron, Danny Trejo (Machete) barista che dà miti consigli al cliente alcolizzato in crisi, Jack Black motociclista antianimalista, Ben Stiller giornalista ispanico.
Mi è piaciuto come sono riusciti nel film a mitigare l'antipatia che ispirano naturalmente i protagonisti dando loro una bizzarra simpatia (in fin dei conti sono solo scemi, non sono cattivi). Meno riuscite quelle scene che svisano nel demenziale, e rovinano l'effetto di un racconto che, pur essendo esagerato per amor di effetto comico, sarebbe tutto sommato quasi realistico.
Mucche alla riscossa
La storia di tre mucche nel selvaggio West che affrontano il mondo per salvare la loro fattoria oberata dai debiti.
Ultimo film della Walt Disney classica, quando la norma era realizzare tutto a mano, in un periodo di evidente crisi creativa dello studio. E visto che il problema non era tecnico, il passaggio al digitale non è che abbia cambiato di molto i risultati - il successivo Chicken little difficilmente può essere considerato un titolo memorabile.
Ci sono cosettine simpatiche, ad esempio un cattivo è disegnato molto simile a Steve Buscemi, che poi ho scoperto ha dato la sua voce al personaggio nell'originale (in italiano è stato doppiato da Daniele Formica). Non mancano neppure citazioni da precedenti titoli Disney, tutte cose che aiutano a tener sveglio lo spettatore meno giovane. Già, perché la sceneggiatura non ben sviluppata (alcuni passaggi sono lasciati come facile esercizio al pubblico, altri sono destinati a restare avvolti nel mistero) non appassiona un granché.
Nonostante le svariate pecche si lascia guardare. Ma da casa Disney è lecito aspettarsi molto di meglio.
Ultimo film della Walt Disney classica, quando la norma era realizzare tutto a mano, in un periodo di evidente crisi creativa dello studio. E visto che il problema non era tecnico, il passaggio al digitale non è che abbia cambiato di molto i risultati - il successivo Chicken little difficilmente può essere considerato un titolo memorabile.
Ci sono cosettine simpatiche, ad esempio un cattivo è disegnato molto simile a Steve Buscemi, che poi ho scoperto ha dato la sua voce al personaggio nell'originale (in italiano è stato doppiato da Daniele Formica). Non mancano neppure citazioni da precedenti titoli Disney, tutte cose che aiutano a tener sveglio lo spettatore meno giovane. Già, perché la sceneggiatura non ben sviluppata (alcuni passaggi sono lasciati come facile esercizio al pubblico, altri sono destinati a restare avvolti nel mistero) non appassiona un granché.
Nonostante le svariate pecche si lascia guardare. Ma da casa Disney è lecito aspettarsi molto di meglio.
Primer
Un paio di ingegneri si ingegnano attorno ad un apparecchiatura che non è chiaro nemmeno a loro cosa sia e cosa faccia. Dopo lungo meditare decidono che si tratta di una macchina del tempo. Pensano di sfruttarla per fare soldi, ma in breve scoprono che le cose sono più complicate di quel che credevano. Uno dei due pensa di sabotare l'invenzione e farla cadere nel dimenticatoio, l'altro continua a pensare che sia una genialata.
Film a bassissimo costo scritto, diretto, interpretato (eccetera eccetera) da Shane Carruth. L'altro protagonista (il buono) è David Sullivan. È un film che ha qualcosa di simpatico, in particolare la fase in cui i due inventori inventano senza sapere cosa stanno inventando e, ad esempio, segano la marmitta catalitica della loro auto per procurarsi il palladio necessario ad un esperimento, e pensano di distruggere il frigo di casa per il freon.
Ma per il resto è nebbia. Grandi chiacchierate tecnologiche in latinorum; una trama esageratamente complessa a nascondere una struttura che è in realtà banale e che non offre un appiglio emozionale alla storia; personaggi secondari appena tratteggiati che fanno cose che non danno spessore alla narrazione.
Anche il meccanismo stesso del viaggio nel tempo è poco chiaro, ci si appoggia alla teoria degli universi paralleli, di cui però viene trascurata la logica, e usato solo il bonus di poter replicare gli accadimenti e i personaggi.
In teoria, la complicazione della narrazione spingerebbe a vedere più volte il film per riuscire a capire il senso di una parte di dettagli che sono oscuri ma spiegabili (credo che altri siano oscuri semplicemente perché non hanno spiegazione). Ma mi manca il coinvolgimento emotivo per farlo.
Al confronto, il simile Timecrimes esce vincitore. Molto più facilmente fruibile, dritto allo scopo di raccontare una storia, per quanto ingarbugliata. A ben vedere entrambe le vicende sono insensate, i paradossi del viaggio nel tempo le smontano in un batter d'occhio, ma Primer si regge tutto sull'invenzione e nell'uso dell'impossibile macchinario mentre Timecrimes la usa per raccontare di come un povero diavolo si trovi costretto a gestire una situazione apparentemente senza via di uscita.
Come dire, c'è un lato umano, che in Primer mi sembra che manchi.
Film a bassissimo costo scritto, diretto, interpretato (eccetera eccetera) da Shane Carruth. L'altro protagonista (il buono) è David Sullivan. È un film che ha qualcosa di simpatico, in particolare la fase in cui i due inventori inventano senza sapere cosa stanno inventando e, ad esempio, segano la marmitta catalitica della loro auto per procurarsi il palladio necessario ad un esperimento, e pensano di distruggere il frigo di casa per il freon.
Ma per il resto è nebbia. Grandi chiacchierate tecnologiche in latinorum; una trama esageratamente complessa a nascondere una struttura che è in realtà banale e che non offre un appiglio emozionale alla storia; personaggi secondari appena tratteggiati che fanno cose che non danno spessore alla narrazione.
Anche il meccanismo stesso del viaggio nel tempo è poco chiaro, ci si appoggia alla teoria degli universi paralleli, di cui però viene trascurata la logica, e usato solo il bonus di poter replicare gli accadimenti e i personaggi.
In teoria, la complicazione della narrazione spingerebbe a vedere più volte il film per riuscire a capire il senso di una parte di dettagli che sono oscuri ma spiegabili (credo che altri siano oscuri semplicemente perché non hanno spiegazione). Ma mi manca il coinvolgimento emotivo per farlo.
Al confronto, il simile Timecrimes esce vincitore. Molto più facilmente fruibile, dritto allo scopo di raccontare una storia, per quanto ingarbugliata. A ben vedere entrambe le vicende sono insensate, i paradossi del viaggio nel tempo le smontano in un batter d'occhio, ma Primer si regge tutto sull'invenzione e nell'uso dell'impossibile macchinario mentre Timecrimes la usa per raccontare di come un povero diavolo si trovi costretto a gestire una situazione apparentemente senza via di uscita.
Come dire, c'è un lato umano, che in Primer mi sembra che manchi.
Se mi lasci ti cancello
Rivisto dopo un paio d'anni, non è cambiato molto nell'impressione (molto positiva) che mi ha lasciato. Un paio di suggerimenti che potrebbero essere utili a chi non l'abbia ancora visto: non distrarsi nella prima parte che richiede una certa attenzione per non perdersi per strada, e non farsi ingannare dal macchinario fantascientifico del dottor Tom Wilkinson, qui la fantascienza c'entra davvero poco, trattasi piuttosto di commedia romantica che usa un improbabile inghippo per fare un punto dalle parti del sentimento piuttosto che della tecnologia.
Lui (Jim Carrey), introverso, si innamora di Lei (Kate Winslet), estroversa e mutevole. Una combinazione da montagne russe, così che un giorno topico (San Valentino) si trasforma in un macigno che cade sulla loro relazione, rompendola. Lei si dimentica completamente (o forse no) di lui, utilizzando per l'appunto i servigi della Lacuna, azienda creata dal Wilkinson e operata dai molto inaffidabili Elijah Wood (che si prende una cotta per la Winslet), Kirsten Dunst (che si innamora del capo) e Mark Ruffalo (che si innamora della Dunst). Lui decide di renderle la pariglia, e usare lo stesso metodo per dimenticarsi di lei. Visto che seguiamo prevalentemente il punto di vista di Carrey, in particolare il lungo strano sogno lucido che ha mentre Ruffalo & co. operano sulla sua mente per rimuovere le memorie rilevanti, la vicenda assume pieghe bizzarre, fortunatamente gestita bene da Michel Gondry (che ha scritto e diretto il film - come Lisa qui sotto mi fa notare, buona parte del merito sul versante scrittura va dato a Charlie Kaufman, e in effetti, ora che mi ci si fa pensare, si sente una certa aria di casa con Essere John Malkovic).
Una storia su scherzi della memoria, e direi dunque che è gioco forza citare Memento, mentre per la commistione tra fantascienza (strumentale al tema principale) e film romantico segnalerei I guardiani del destino.
Lui (Jim Carrey), introverso, si innamora di Lei (Kate Winslet), estroversa e mutevole. Una combinazione da montagne russe, così che un giorno topico (San Valentino) si trasforma in un macigno che cade sulla loro relazione, rompendola. Lei si dimentica completamente (o forse no) di lui, utilizzando per l'appunto i servigi della Lacuna, azienda creata dal Wilkinson e operata dai molto inaffidabili Elijah Wood (che si prende una cotta per la Winslet), Kirsten Dunst (che si innamora del capo) e Mark Ruffalo (che si innamora della Dunst). Lui decide di renderle la pariglia, e usare lo stesso metodo per dimenticarsi di lei. Visto che seguiamo prevalentemente il punto di vista di Carrey, in particolare il lungo strano sogno lucido che ha mentre Ruffalo & co. operano sulla sua mente per rimuovere le memorie rilevanti, la vicenda assume pieghe bizzarre, fortunatamente gestita bene da Michel Gondry (che ha scritto e diretto il film - come Lisa qui sotto mi fa notare, buona parte del merito sul versante scrittura va dato a Charlie Kaufman, e in effetti, ora che mi ci si fa pensare, si sente una certa aria di casa con Essere John Malkovic).
Una storia su scherzi della memoria, e direi dunque che è gioco forza citare Memento, mentre per la commistione tra fantascienza (strumentale al tema principale) e film romantico segnalerei I guardiani del destino.
Nessuno lo sa
L'idea di un film così demoralizzante è venuta a Hirokazu Koreeda (sceneggiatura e regia) quando è venuto a sapere di un fatto realmente accaduto, che poi ha modificato, ripensandolo e adattandolo al proprio immaginario.
Si narra di una famiglia anticonvenzionale, la madre (You - nota cantante/attrice in Giappone) è, come dire, uno spirito libero. Ha avuto quattro figli da quattro diversi uomini, e questo non ha impattato sul suo modo di vivere, torna abitualmente tardi alla sera, spesso si assenta per lunghi periodi. A fare le spese della libertà materna sono i figli, che non sono stati registrati all'anagrafe e quindi ufficialmente non esistono.
È il più grandicello, dodicenne (Yuya Yagira), a fare da capofamiglia quando la mamma non c'è. Questa situazione già molto precaria viene ulteriormente destabilizzata dall'ennesimo allontanamento della madre, troppo lungo per i pochi risparmi della famigliola. Si aggiunga che i ragazzini sono estremamente onesti, e che i padri non hanno molta voglia di contribuire al sostentamento dei loro figli naturali.
Tragedia nel finale, ma che aiuta far trovare un nuovo, per quanto precario, equilibrio ai superstiti. Grazie anche all'arrivo di una ragazzina, circa coetanea del maggiore, che si avvicina a loro.
Lo stile impiegato è semi-documentaristico, interrotto solo da un momento di commozione evidenziato dall'esecuzione di una canzone, Houseki (Gioiello) di Tate Takako (che fra l'altro appare nel film come cassiera del minimarket), e dalle riprese che diventano temporaneamente più pulite.
Per il resto del tempo, Koreeda evita di prendere una posizione, lasciandoci a noi l'ingrato compito di elaborare la storia. Difficile parteggiare per la madre, anche se sembra più sciocca che altro, non rendendosi conto del danno che sta facendo ai suoi stessi figli. Gli altri adulti tendono ad adagiarsi nell'illusione che sia il problema di qualcun altro, preferendo fingere di non vedere piuttosto che fare qualcosa.
Si narra di una famiglia anticonvenzionale, la madre (You - nota cantante/attrice in Giappone) è, come dire, uno spirito libero. Ha avuto quattro figli da quattro diversi uomini, e questo non ha impattato sul suo modo di vivere, torna abitualmente tardi alla sera, spesso si assenta per lunghi periodi. A fare le spese della libertà materna sono i figli, che non sono stati registrati all'anagrafe e quindi ufficialmente non esistono.
È il più grandicello, dodicenne (Yuya Yagira), a fare da capofamiglia quando la mamma non c'è. Questa situazione già molto precaria viene ulteriormente destabilizzata dall'ennesimo allontanamento della madre, troppo lungo per i pochi risparmi della famigliola. Si aggiunga che i ragazzini sono estremamente onesti, e che i padri non hanno molta voglia di contribuire al sostentamento dei loro figli naturali.
Tragedia nel finale, ma che aiuta far trovare un nuovo, per quanto precario, equilibrio ai superstiti. Grazie anche all'arrivo di una ragazzina, circa coetanea del maggiore, che si avvicina a loro.
Lo stile impiegato è semi-documentaristico, interrotto solo da un momento di commozione evidenziato dall'esecuzione di una canzone, Houseki (Gioiello) di Tate Takako (che fra l'altro appare nel film come cassiera del minimarket), e dalle riprese che diventano temporaneamente più pulite.
Per il resto del tempo, Koreeda evita di prendere una posizione, lasciandoci a noi l'ingrato compito di elaborare la storia. Difficile parteggiare per la madre, anche se sembra più sciocca che altro, non rendendosi conto del danno che sta facendo ai suoi stessi figli. Gli altri adulti tendono ad adagiarsi nell'illusione che sia il problema di qualcun altro, preferendo fingere di non vedere piuttosto che fare qualcosa.
Confidenze troppo intime
La mia lunghissima e ingiustificata disattenzione nei confronti del cinema francese è iniziata non molto dopo la visione de L'insolito caso di Mr.Hire, e mi pare di buon auspicio che l'abbia chiusa vedendo (anche) questo film che ripropone la coppia Patrice Leconte (regia) e Sandrine Bonnaire (prima donna).
A richiamare la mia attenzione su questo titolo ci ha pensato Sailor Fede, a cui direi che è piaciuto, ma con qualche perplessità. Che io ho in misura molto minore, probabilmente perché conosco un po' di più i due sopra citati, e so cosa aspettarmi da loro. In particolare, in una scena in cui la Bonnaire racconta la sua infanzia, non ho potuto fare a meno di fare un collegamento a Senza tetto né legge. Tutti elementi che allargano la prospettiva, aggiungendo valore al film.
La Bonnaire ha problemi matrimoniali, vuole andare da uno psicologo, per sbaglio (è molto distratta) va invece da un commercialista. Costui (Fabrice Luchini) è molto timido e risevato, e non riesce a spiegare l'equivoco che quando è troppo tardi. Seguono complicazioni varie che coinvolgono il marito della paziente, la ex fidanzata del commercialista, lo psicologo (che finisce per seguire il commercialista, sia pure in una modalità poco ortodossa), e altri personaggi minori, fino allo scioglimento che potrebbe sembrare in linea con i dettami classici della commedia romantica.
Su questo canovaccio apparentemente lineare (di Jerome Tonnerre) si innestano una serie di variazioni che dovrebbero servire a far rizzare le orecchie allo spettatore.
Ad esempio le musiche originali (Pascal Esteve). Non sono da commedia, bensì quasi da thriller, giocano sulle dissonanze, fanno pensare ad un improvviso rivolgimento dell'azione. E sottolineano i dubbi di Lui su di Lei, che hanno molto su cui lavorare (non sa dove abita, come si chiama, potrebbe essere tutto falso quello che gli racconta). E nota che lo stesso tema lo ritroviamo nel finale, quando le immagini, invece, ci farebbero pensare ad una chiusura lieta della vicenda. Che succede, allora? La Bonnaire ha ingannato Luchini (e anche noi)? O è solo che le cose sono sempre più complicate di come possono sembrare?
Come dicevo sopra, la storia principale è complicata da una serie di numerose sottotrame secondarie che sta allo spettatore interpretare come più gli sembra opportuno. C'è la storia della portiera ficcanaso, che segue con passione una bizzarra telenovela che ricorda vagamente Uccelli di rovo, ma con un inaspettato colpo di scena nel finale. C'è il cliente dello psicanalista, che fa amicizia con la Bonnaire, così che lei abbia modo di rivelare come mai continua ad andare a parlare dei suoi problemi con un commercialista. E c'è la ex fidanzata del commercialista, che lo ha mollato una mezza dozzina di volte, e che nonostante abbia un nuovo amico, non pare che sia poi così convinta di voler chiudere la relazione.
Aggiungiamoci poi l'uso della macchina da presa. Spesso e volentieri lascia la (presunta) oggettività per seguire la soggettiva, soprattutto di Lui. E visto che Lui è molto timido e affascinato da Lei, abbiamo inquadrature sghembe, che vorrebbero puntare agli occhi di Lei ma non ce la fanno, e scivolano via di lato. In una occasione, poi, la Bonnaire ha un vestito leggero, un poco scollato, lei si china e si intravvede il seno, ma questo è davvero troppo per Lui, e la stabilità della ripresa va a farsi benedire. Oppure, quando lei se ne esce dallo studio, abbiamo addirittura uno sfocamento, quasi che al commercialista fosse sul punto di perdere le forze.
Complimenti infine al cast, in cui naturalmente spiccano i due protagonisti, la Bonnaire in un ruolo che non si capisce se è da dark lady o da donna a cui piacerebbero le cose semplici ma che è stata travolta da una vita troppo complicata, Luchini che brilla nel mostrare il suo (comico) sgomento alle rivelazioni del mistero femminino - come nota il divertito psicologo della porta accanto.
A richiamare la mia attenzione su questo titolo ci ha pensato Sailor Fede, a cui direi che è piaciuto, ma con qualche perplessità. Che io ho in misura molto minore, probabilmente perché conosco un po' di più i due sopra citati, e so cosa aspettarmi da loro. In particolare, in una scena in cui la Bonnaire racconta la sua infanzia, non ho potuto fare a meno di fare un collegamento a Senza tetto né legge. Tutti elementi che allargano la prospettiva, aggiungendo valore al film.
La Bonnaire ha problemi matrimoniali, vuole andare da uno psicologo, per sbaglio (è molto distratta) va invece da un commercialista. Costui (Fabrice Luchini) è molto timido e risevato, e non riesce a spiegare l'equivoco che quando è troppo tardi. Seguono complicazioni varie che coinvolgono il marito della paziente, la ex fidanzata del commercialista, lo psicologo (che finisce per seguire il commercialista, sia pure in una modalità poco ortodossa), e altri personaggi minori, fino allo scioglimento che potrebbe sembrare in linea con i dettami classici della commedia romantica.
Su questo canovaccio apparentemente lineare (di Jerome Tonnerre) si innestano una serie di variazioni che dovrebbero servire a far rizzare le orecchie allo spettatore.
Ad esempio le musiche originali (Pascal Esteve). Non sono da commedia, bensì quasi da thriller, giocano sulle dissonanze, fanno pensare ad un improvviso rivolgimento dell'azione. E sottolineano i dubbi di Lui su di Lei, che hanno molto su cui lavorare (non sa dove abita, come si chiama, potrebbe essere tutto falso quello che gli racconta). E nota che lo stesso tema lo ritroviamo nel finale, quando le immagini, invece, ci farebbero pensare ad una chiusura lieta della vicenda. Che succede, allora? La Bonnaire ha ingannato Luchini (e anche noi)? O è solo che le cose sono sempre più complicate di come possono sembrare?
Come dicevo sopra, la storia principale è complicata da una serie di numerose sottotrame secondarie che sta allo spettatore interpretare come più gli sembra opportuno. C'è la storia della portiera ficcanaso, che segue con passione una bizzarra telenovela che ricorda vagamente Uccelli di rovo, ma con un inaspettato colpo di scena nel finale. C'è il cliente dello psicanalista, che fa amicizia con la Bonnaire, così che lei abbia modo di rivelare come mai continua ad andare a parlare dei suoi problemi con un commercialista. E c'è la ex fidanzata del commercialista, che lo ha mollato una mezza dozzina di volte, e che nonostante abbia un nuovo amico, non pare che sia poi così convinta di voler chiudere la relazione.
Aggiungiamoci poi l'uso della macchina da presa. Spesso e volentieri lascia la (presunta) oggettività per seguire la soggettiva, soprattutto di Lui. E visto che Lui è molto timido e affascinato da Lei, abbiamo inquadrature sghembe, che vorrebbero puntare agli occhi di Lei ma non ce la fanno, e scivolano via di lato. In una occasione, poi, la Bonnaire ha un vestito leggero, un poco scollato, lei si china e si intravvede il seno, ma questo è davvero troppo per Lui, e la stabilità della ripresa va a farsi benedire. Oppure, quando lei se ne esce dallo studio, abbiamo addirittura uno sfocamento, quasi che al commercialista fosse sul punto di perdere le forze.
Complimenti infine al cast, in cui naturalmente spiccano i due protagonisti, la Bonnaire in un ruolo che non si capisce se è da dark lady o da donna a cui piacerebbero le cose semplici ma che è stata travolta da una vita troppo complicata, Luchini che brilla nel mostrare il suo (comico) sgomento alle rivelazioni del mistero femminino - come nota il divertito psicologo della porta accanto.
Melinda e Melinda
Ne La dea dell'amore, di dieci anni prima, Woody Allen modificava la sua tipica commedia newyorkese contrapponendole niente meno che la tragedia greca. Contrapposizione che si trasformava rapidamente in scambio di temi e persino di personaggi, che passavano tranquillamente dal teatro greco di Taormina alle vie di Manhattan e viceversa, per arrivare alla allegra fusione finale, con il coro greco che si trasforma in una coreografia che non stonerebbe in molti spettacoli a Broadway.
In Melinda e Melinda Allen fa qualcosa di simile e anche molto diverso. Usando uno schema che fa pensare al Decameron (o al Bar Sport), presenta una cornice in cui due registi (Wallace Shawn e Larry Pine), che direi proiezione delle due anime del cinema alleniano, che discutono su commedia e dramma, e la loro relazione sulla realtà in cui viviamo. Un terzo commensale propone ai due una storia reale e chiede ai due di leggerla a seconda del loro punto di vista. La vicenda di Melinda (Radha Mitchell) parte dunque dagli stessi presupposti, ma si sviluppa diversamente, con piccoli punti di contatto.
La struttura fa pensare allo Sliding doors di Peter Howitt e ai due film Smoking - No smoking di Alain Resnais. Ma invece di analizzare quanto il caso possa influire sulle vicende umane, basta perdere un treno del metrò, o decidere se fumarsi o no una sigaretta, per innescare una serie completamente di eventi, la prospettiva qui è quella di ragionare sul punto di vista del narratore, e quale, tra commedia e dramma, sia da preferire. Ovviamente il finale è aperto, lasciando l'ultima parola allo spettatore.
Basta la colonna sonora per dare l'idea di come viene sviluppata l'azione. Quella della Melinda drammatica è classica europeggiante, parte con Stravinsky (il bell'andantino che dovrebbe risultare noto agli ascoltatori di radio tre) e fa ampio uso di Bach, con supporto di Brahms, una punta di Beethoven e persino il ben poco popolare Bela Bartok. La Melinda da commedia è molto più sbarazzina, introdotta da Take the 'A' train di Duke Ellington (più newyorkese di così ...), indugia molto sulle musiche del Duca, mescolato ad altro jazz del periodo che mi è meno identificabile. E infatti il dramma ricorda molto i precedenti dell'Allen influenzato da Bergman e dalla filmografia drammatica europea in genere, mentre la commedia fila nei canoni classici alleniani.
Il personaggio "alla Woody Allen" è interpretato da Will Ferrel, naturalmente nella sezione commedia, che se la cava inaspettatamente bene, rispetto alle mie aspettative. Dopo la prima mezzoretta di perplessità ho finito per accettarlo nella parte. Molto meglio del risultato deludente della prova di Kenneth Branagh in Celebrity.
Nei ruoli minori da non farsi scappare Josh Brolin, odontoiatra dal basso livello intellettivo ma molto fascinoso, e Steve Carell, anche se solo puramente strumentale allo sviluppo. Una apparizione anche per Andy Borowitz.
In Melinda e Melinda Allen fa qualcosa di simile e anche molto diverso. Usando uno schema che fa pensare al Decameron (o al Bar Sport), presenta una cornice in cui due registi (Wallace Shawn e Larry Pine), che direi proiezione delle due anime del cinema alleniano, che discutono su commedia e dramma, e la loro relazione sulla realtà in cui viviamo. Un terzo commensale propone ai due una storia reale e chiede ai due di leggerla a seconda del loro punto di vista. La vicenda di Melinda (Radha Mitchell) parte dunque dagli stessi presupposti, ma si sviluppa diversamente, con piccoli punti di contatto.
La struttura fa pensare allo Sliding doors di Peter Howitt e ai due film Smoking - No smoking di Alain Resnais. Ma invece di analizzare quanto il caso possa influire sulle vicende umane, basta perdere un treno del metrò, o decidere se fumarsi o no una sigaretta, per innescare una serie completamente di eventi, la prospettiva qui è quella di ragionare sul punto di vista del narratore, e quale, tra commedia e dramma, sia da preferire. Ovviamente il finale è aperto, lasciando l'ultima parola allo spettatore.
Basta la colonna sonora per dare l'idea di come viene sviluppata l'azione. Quella della Melinda drammatica è classica europeggiante, parte con Stravinsky (il bell'andantino che dovrebbe risultare noto agli ascoltatori di radio tre) e fa ampio uso di Bach, con supporto di Brahms, una punta di Beethoven e persino il ben poco popolare Bela Bartok. La Melinda da commedia è molto più sbarazzina, introdotta da Take the 'A' train di Duke Ellington (più newyorkese di così ...), indugia molto sulle musiche del Duca, mescolato ad altro jazz del periodo che mi è meno identificabile. E infatti il dramma ricorda molto i precedenti dell'Allen influenzato da Bergman e dalla filmografia drammatica europea in genere, mentre la commedia fila nei canoni classici alleniani.
Il personaggio "alla Woody Allen" è interpretato da Will Ferrel, naturalmente nella sezione commedia, che se la cava inaspettatamente bene, rispetto alle mie aspettative. Dopo la prima mezzoretta di perplessità ho finito per accettarlo nella parte. Molto meglio del risultato deludente della prova di Kenneth Branagh in Celebrity.
Nei ruoli minori da non farsi scappare Josh Brolin, odontoiatra dal basso livello intellettivo ma molto fascinoso, e Steve Carell, anche se solo puramente strumentale allo sviluppo. Una apparizione anche per Andy Borowitz.
Spartan
Ogni tanto capita che la distribuzione italiana non cambi il titolo originale, come qui. Perché non titolarlo Lo spartano? Avevano paura che lo spettatore italiano pensasse ad un peplum (come venivano chiamati i film ambientati nell'antichità classica)? In ogni caso il titolo ha lo scopo di rimarcare le differenze tra il protagonista (Val Kilmer) e la ragazzina che sta cercando di liberare. Lui pensa ai ranger, e cita una tra le loro frasi preferite, un po' da spaccone come nel carattere del corpo, "One riot, one ranger", e lei risponde citando Re Leonida da Sparta che pare avesse l'abitudine (che le Termopili gli toglieranno) di mandare un solo uomo quando fosse richiesto un suo aiuto militare.
Visto su segnalazione di Gegio, che pure non ne era rimasto completamente convinto.
Nel primo quarto d'ora non ho capito che diamine stesse accadendo, solo una certa aria di familiarità con le tecniche di addestramento mostrate ne Il silenzio degli innocenti mi ha salvato dall'essere completamente perso. E in effetti il riferimento al bel film di Jonathan Demme non è poi peregrino, anche se gli sviluppi sono ben diversi, dato che a scrivere e dirigere qui c'è David Mamet (che ha anche un legame diretto con quel film, avendo scritto la sceneggiatura del seguito Hannibal - non una delle sue cose migliori, per essere gentili - e, chissà, forse i soldi per fare questo glieli hanno dati anche come ringraziamento per aver scritto quello).
Ma con un po' di pazienza si capisce che Kilmer è un istruttore di uno di quei corpi speciali che entrano in azione quando i guai non riguardano i comuni mortali. Facciamo la rapida conoscenza di un paio di reclute da lui formate (Tia Texada e Derek Luke) ma veniamo poi scaraventati in azione: la figlia di un pezzo grosso di Washington (il presidente?) scompare. Non si capisce bene come, tutto è poco chiaro. Kilmer non ci fa caso, non è un suo problema, lui è un operativo. Gli si dica cosa fare e lui lo fa. Ci pensino gli analisti a farsi carico delle decisioni. Ma che succede se le decisioni che altri prendono sono evidentemente in contrasto con tutto quello che lui ritiene giusto? Riuscirà a essere lui a prendere delle decisioni? E riuscirà ad accettare il peso che deriva da prendere decisioni?
Bella l'accoppiata (fortuita) tra questa mia visione e il precedente I mercenari. In entrambi i casi i protagonisti hanno un dilemma morale, ma Stallone lo risolve come se fosse una barzelletta. Lì la divisione tra "buoni" e "cattivi" è immediata e facilmente comprensibile anche a un poppante (i cattivi muoiono, i buoni non si fanno neanche un graffio. I buoni che sbagliano e fanno qualcosa di male rischiano la morte ma, essendo buoni, alla fine si salvano), qui è difficile dire quanto sia giusto o sbagliato quello che qualcuno fa, se non relativamente al contesto. Anche la colonna sonora (Mark Isham) rimarca la differenza tra una produzione grossolana e un film fatto per il piacere di dire qualcosa.
Da notare William H. Macy in una parte che inizialmente sembra assolutamente secondaria, ma che assume rilevanza nel finale.
Visto su segnalazione di Gegio, che pure non ne era rimasto completamente convinto.
Nel primo quarto d'ora non ho capito che diamine stesse accadendo, solo una certa aria di familiarità con le tecniche di addestramento mostrate ne Il silenzio degli innocenti mi ha salvato dall'essere completamente perso. E in effetti il riferimento al bel film di Jonathan Demme non è poi peregrino, anche se gli sviluppi sono ben diversi, dato che a scrivere e dirigere qui c'è David Mamet (che ha anche un legame diretto con quel film, avendo scritto la sceneggiatura del seguito Hannibal - non una delle sue cose migliori, per essere gentili - e, chissà, forse i soldi per fare questo glieli hanno dati anche come ringraziamento per aver scritto quello).
Ma con un po' di pazienza si capisce che Kilmer è un istruttore di uno di quei corpi speciali che entrano in azione quando i guai non riguardano i comuni mortali. Facciamo la rapida conoscenza di un paio di reclute da lui formate (Tia Texada e Derek Luke) ma veniamo poi scaraventati in azione: la figlia di un pezzo grosso di Washington (il presidente?) scompare. Non si capisce bene come, tutto è poco chiaro. Kilmer non ci fa caso, non è un suo problema, lui è un operativo. Gli si dica cosa fare e lui lo fa. Ci pensino gli analisti a farsi carico delle decisioni. Ma che succede se le decisioni che altri prendono sono evidentemente in contrasto con tutto quello che lui ritiene giusto? Riuscirà a essere lui a prendere delle decisioni? E riuscirà ad accettare il peso che deriva da prendere decisioni?
Bella l'accoppiata (fortuita) tra questa mia visione e il precedente I mercenari. In entrambi i casi i protagonisti hanno un dilemma morale, ma Stallone lo risolve come se fosse una barzelletta. Lì la divisione tra "buoni" e "cattivi" è immediata e facilmente comprensibile anche a un poppante (i cattivi muoiono, i buoni non si fanno neanche un graffio. I buoni che sbagliano e fanno qualcosa di male rischiano la morte ma, essendo buoni, alla fine si salvano), qui è difficile dire quanto sia giusto o sbagliato quello che qualcuno fa, se non relativamente al contesto. Anche la colonna sonora (Mark Isham) rimarca la differenza tra una produzione grossolana e un film fatto per il piacere di dire qualcosa.
Da notare William H. Macy in una parte che inizialmente sembra assolutamente secondaria, ma che assume rilevanza nel finale.
Crash - Contatto fisico
Il sottotitolo italiano, una volta tanto, non è inopportuno, sia perché riprende la battuta di uno tra gli innumerevoli protagonisti, forse quella che dà la giusta chiave interpretativa, sia perché a dire Crash (mi) viene in mente il film di Cronenberg, basato su un inquietante racconto di Ballard, e non questo lavoro, scritto, diretto e coprodotto da Paul Haggis.
Storia corale a incastro sulle complicazioni della vita californiana. Ce ne si può facilmente tirar fuori una lunga serie: Crossing over, Traffic, Bobby, Magnolia, America oggi, tanto per fare un po' di nomi.
La prima parte ci mostra una situazione catastrofica, dove tutti diffidano di tutti, per paura si rifiuta il minimo contatto fisico, e alla fine si usa lo scontro violento come unico mezzo rimasto per avere una qualche relazione umana. In un certo senso questa visione ricorda molto l'idea originaria di Ballard, ma viene trasferita su un piano più sociologico. Già, perché qui tutti i protagonisti usano un bieco razzismo come arma di difesa nei confronti di una sostanziale solitudine.
La seconda parte è più interlocutoria, cose che andavano male sorprendentemente trovano un modo di aggiustarsi, personaggi che avevano una certa opinione, spesso di loro stessi, si trovano a doverla cambiare, nel bene o nel male.
Nonostante questa impostazione quasi meccanica, lo svolgimento evita i luoghi comuni più beceri, o almeno li affronta in un modo inconsueto, da angolazioni inaspettate, riuscendo quasi sempre a tenere sul filo lo spettatore. O almeno, con me c'è riuscito. Solo una delle storie narrate ho capito subito dove andava a parare, ma anche in questo caso sono rimasto soddisfatto che finisse proprio come mi aspettavo.
In una storia così intricata è bene che nessun attore spicchi sugli altri, ed è quello che succede qui. Buon cast, ognuno fa il suo lavoro, ma nessuno può essere considerato il personaggio chiave. Tra i nomi noti che ci troviamo davanti cito Sandra Bullock, tendenzialmente razzista, rafforzata nelle sue convinzioni da un furto d'auto da parte di una coppia di giovani delinquenti di colore, se la piglia per quello con tutti i non-bianchi che le capitano a tiro, fino a scoprire che l'unica persona su cui può contare è la sua domestica messicana; Matt Dillon, poliziotto che abusa del suo potere, ma che scopriamo poi che si comporta così perché pensa di avere le sue ragioni - il caso vorrà che trovi il modo di riparare a una sua malefatta; Brendan Fraser, un bietolone interessato solo a manipolare gli eventi a fine politico, uno dei pochi personaggi per cui le due ore di film sono passate praticamente invano; Thandie Newton bella moglie di un regista televisivo, scoprirà che gli umani sono esseri molto complicati; Terrence Howard, marito della Newton, avrà modo di incidere sulla realtà dei fatti; Michael Peña subisce per gran parte del tempo i pregiudizi di tutti quanti, praticamente unico nella storia che non fa niente di male.
Colonna sonora tutti frutti, sui titoli finali ci sono persino i gallesi Stereophonics.
Storia corale a incastro sulle complicazioni della vita californiana. Ce ne si può facilmente tirar fuori una lunga serie: Crossing over, Traffic, Bobby, Magnolia, America oggi, tanto per fare un po' di nomi.
La prima parte ci mostra una situazione catastrofica, dove tutti diffidano di tutti, per paura si rifiuta il minimo contatto fisico, e alla fine si usa lo scontro violento come unico mezzo rimasto per avere una qualche relazione umana. In un certo senso questa visione ricorda molto l'idea originaria di Ballard, ma viene trasferita su un piano più sociologico. Già, perché qui tutti i protagonisti usano un bieco razzismo come arma di difesa nei confronti di una sostanziale solitudine.
La seconda parte è più interlocutoria, cose che andavano male sorprendentemente trovano un modo di aggiustarsi, personaggi che avevano una certa opinione, spesso di loro stessi, si trovano a doverla cambiare, nel bene o nel male.
Nonostante questa impostazione quasi meccanica, lo svolgimento evita i luoghi comuni più beceri, o almeno li affronta in un modo inconsueto, da angolazioni inaspettate, riuscendo quasi sempre a tenere sul filo lo spettatore. O almeno, con me c'è riuscito. Solo una delle storie narrate ho capito subito dove andava a parare, ma anche in questo caso sono rimasto soddisfatto che finisse proprio come mi aspettavo.
In una storia così intricata è bene che nessun attore spicchi sugli altri, ed è quello che succede qui. Buon cast, ognuno fa il suo lavoro, ma nessuno può essere considerato il personaggio chiave. Tra i nomi noti che ci troviamo davanti cito Sandra Bullock, tendenzialmente razzista, rafforzata nelle sue convinzioni da un furto d'auto da parte di una coppia di giovani delinquenti di colore, se la piglia per quello con tutti i non-bianchi che le capitano a tiro, fino a scoprire che l'unica persona su cui può contare è la sua domestica messicana; Matt Dillon, poliziotto che abusa del suo potere, ma che scopriamo poi che si comporta così perché pensa di avere le sue ragioni - il caso vorrà che trovi il modo di riparare a una sua malefatta; Brendan Fraser, un bietolone interessato solo a manipolare gli eventi a fine politico, uno dei pochi personaggi per cui le due ore di film sono passate praticamente invano; Thandie Newton bella moglie di un regista televisivo, scoprirà che gli umani sono esseri molto complicati; Terrence Howard, marito della Newton, avrà modo di incidere sulla realtà dei fatti; Michael Peña subisce per gran parte del tempo i pregiudizi di tutti quanti, praticamente unico nella storia che non fa niente di male.
Colonna sonora tutti frutti, sui titoli finali ci sono persino i gallesi Stereophonics.
Alien vs. Predator
Mi sono recentemente sparato la quadrilogia canonica di Alien, in una specie di (fallito) rito propiziatorio all'arrivo di Prometheus. Su quest'ultimo, e sui motivi che mi hanno spinto a rimandare la visione a data da destinarsi, vedasi la recensione su La Tosca non è per tutti.
Il coraggio di affrontare questo quinto episodio, che collega (a mio avviso malamente) l'universo di Alien con quello di Predator, mi era mancato. Ma caso ha voluto farmici incappare l'altro giorno. Si tratta di una seconda visione incompleta, essendomi perso (senza alcun dispiacere) l'inizio per piombare direttamente in media res, con aliens di tutte le dimensioni che si fanno fare a fette da un predator, con contorno di umani che hanno lo scopo di renderci comprensibile l'azione, fornendoci improbabili spiegoni.
Il livello di insensatezza è pericolosamente alto, la regia di Paul W.S. Anderson è assolutamente dimenticabile. Protagonista Sanaa Lathan, che già aveva fornito la voce al personaggio del videogame di una decina di anni prima su cui è molto lontanamente basata la storia. Le fa da spalla Raoul Bova, che fa la fine che merita.
Il coraggio di affrontare questo quinto episodio, che collega (a mio avviso malamente) l'universo di Alien con quello di Predator, mi era mancato. Ma caso ha voluto farmici incappare l'altro giorno. Si tratta di una seconda visione incompleta, essendomi perso (senza alcun dispiacere) l'inizio per piombare direttamente in media res, con aliens di tutte le dimensioni che si fanno fare a fette da un predator, con contorno di umani che hanno lo scopo di renderci comprensibile l'azione, fornendoci improbabili spiegoni.
Il livello di insensatezza è pericolosamente alto, la regia di Paul W.S. Anderson è assolutamente dimenticabile. Protagonista Sanaa Lathan, che già aveva fornito la voce al personaggio del videogame di una decina di anni prima su cui è molto lontanamente basata la storia. Le fa da spalla Raoul Bova, che fa la fine che merita.
Il Castello Errante Di Howl
Questa volta non si tratta di una storia originale di Hayao Miyazaki, ma è basata su un romanzo di Diana Wynne Jones (autrice fantasy inglese, a me sconosciuta), anche se basta leggere un riassunto dell'originale per rendersi conto che la sceneggiatura è stata pesantemente adattata all'immaginario tipico dei prodotti dello Studio Ghibli.
Siamo infatti, come spesso accade, in un indefinito universo parallelo, occhio e croce tardo ottocentesco, come ne Il castello nel cielo, a cui è assimilabile anche per le strane macchine volanti da fantascienza à la Jules Verne che popolano entrambe le pellicole. Locazione incerta, centro Europea, alcuni scorci mi sono sembrati tipicamente tedeschi. Solita tranquilla accettazione della mescolanza tra magici e persone comuni. In comune con Porco rosso c'è lo strano fenomeno della mutazione della protagonista sotto altro sembiante, che però non è definitivo, a tratti rispunta l'aspetto originale.
Il castello del titolo, abitato dal mago Howl, sembra uscito da un cartone dei Monty Python, o dei Beatles, il che si sposa alla perfezione con il messaggio antimilitarista che aleggia sullo sfondo. I disegni sono spettacolari, una vera festa per gli occhi, con un livello di dettaglio incantevole.
C'è qualche passaggio oscuro nella storia, le relazioni tra la protagonista, sua madre e le due sorelle sono appena accennate, giusto per rispetto del romanzo originale, immagino, ma penso che sarebbe stato meglio eliminarle del tutto, che la storia è già abbastanza complicata anche senza di loro. Succede infatti che la protagonista, per un equivoco, viene trasformata da una perfida strega in una vecchina. Disperata, scappa di casa, e finisce nel castello semovente del titolo, grazie all'aiuto di uno spaventapasseri, a far da donna delle pulizie del mago. Quindi scoppia una sanguinosa guerra, a cui il mago sarebbe chiamato a partecipare, ma proprio non gli va. Altre complicazioni, ma la protagonista, accettando il cambiamento pur mantenendosi fedele alla sua vera essenza, riuscirà ad arrivare sana e salva al lieto fine.
Siamo infatti, come spesso accade, in un indefinito universo parallelo, occhio e croce tardo ottocentesco, come ne Il castello nel cielo, a cui è assimilabile anche per le strane macchine volanti da fantascienza à la Jules Verne che popolano entrambe le pellicole. Locazione incerta, centro Europea, alcuni scorci mi sono sembrati tipicamente tedeschi. Solita tranquilla accettazione della mescolanza tra magici e persone comuni. In comune con Porco rosso c'è lo strano fenomeno della mutazione della protagonista sotto altro sembiante, che però non è definitivo, a tratti rispunta l'aspetto originale.
Il castello del titolo, abitato dal mago Howl, sembra uscito da un cartone dei Monty Python, o dei Beatles, il che si sposa alla perfezione con il messaggio antimilitarista che aleggia sullo sfondo. I disegni sono spettacolari, una vera festa per gli occhi, con un livello di dettaglio incantevole.
C'è qualche passaggio oscuro nella storia, le relazioni tra la protagonista, sua madre e le due sorelle sono appena accennate, giusto per rispetto del romanzo originale, immagino, ma penso che sarebbe stato meglio eliminarle del tutto, che la storia è già abbastanza complicata anche senza di loro. Succede infatti che la protagonista, per un equivoco, viene trasformata da una perfida strega in una vecchina. Disperata, scappa di casa, e finisce nel castello semovente del titolo, grazie all'aiuto di uno spaventapasseri, a far da donna delle pulizie del mago. Quindi scoppia una sanguinosa guerra, a cui il mago sarebbe chiamato a partecipare, ma proprio non gli va. Altre complicazioni, ma la protagonista, accettando il cambiamento pur mantenendosi fedele alla sua vera essenza, riuscirà ad arrivare sana e salva al lieto fine.
Harry Potter e il prigioniero di Azkaban
Columbus passa il timone ad Alfonso Cuarón che continua l'opera di maturazione della serie. Dalle atmosfere disneyane siamo passati in un ambito che direi vicino a Tim Burton. Anche la colonna sonora, sempre di John Williams, contribuisce a modificare la percezione dello spettatore nella stessa direzione.
Il trio di protagonisti cresce, e l'avventura assume un non so che da Signore degli anelli, con Potter (Daniel Radcliffe) sempre più novello Frodo che si trova ad essere al centro dell'attenzione, sviando lo sguardo dei nemici dal gran lavoro fatto da tutti gli altri. Più che Rupert Grint (nei panni di Ron Weasley), ho notato come Emma Watson stia rapidamente abbandonando l'infanzia per portare il personaggio di Hermione Granger nell'età adulta.
A dire il vero è un po' mostruosa questa saga che lega gli attori per così lungo tempo ad un ruolo fisso. Dolorosa eccezione per Richard Harris che viene sostituito da Michael Gambon.
Entrano in gioco nuovi comprimari, David Thewlis in particolare, poi Gary Oldman, che ha l'occasione per un duetto con Alan Rickman, Emma Thompson sopra le righe in un personaggio al limite del fuori di testa. Particina per Julie Christie, e quasi una apparizione per Timothy Spall, in un altro personaggio molto da Signore degli anelli, come verrà meglio evidenziato nei prossimi episodi.
Il trio di protagonisti cresce, e l'avventura assume un non so che da Signore degli anelli, con Potter (Daniel Radcliffe) sempre più novello Frodo che si trova ad essere al centro dell'attenzione, sviando lo sguardo dei nemici dal gran lavoro fatto da tutti gli altri. Più che Rupert Grint (nei panni di Ron Weasley), ho notato come Emma Watson stia rapidamente abbandonando l'infanzia per portare il personaggio di Hermione Granger nell'età adulta.
A dire il vero è un po' mostruosa questa saga che lega gli attori per così lungo tempo ad un ruolo fisso. Dolorosa eccezione per Richard Harris che viene sostituito da Michael Gambon.
Entrano in gioco nuovi comprimari, David Thewlis in particolare, poi Gary Oldman, che ha l'occasione per un duetto con Alan Rickman, Emma Thompson sopra le righe in un personaggio al limite del fuori di testa. Particina per Julie Christie, e quasi una apparizione per Timothy Spall, in un altro personaggio molto da Signore degli anelli, come verrà meglio evidenziato nei prossimi episodi.
The chronicles of Riddick
Il pregio fondamentale del secondo episodio delle avventure di Riddick è quello di avermi fatto rivalutare il precedente Pitch black. Pensavo che lì i problemi venissero dal lato scrittura e pensavo che la regia avesse raddrizzato la situazione, ma vedo che qui alla parte creativa c'è il solo David Twohy e il risultato è nettamente inferiore.
I molti soldi a disposizione della produzione devono aver convinto Twohy a lasciare il filone tra l'horror e il fantascientifico straccione post-atomico per dedicarsi alla fantascienza classica "imperiale", alla Star wars o Dune. D'altro canto le atmosfere usate sono quelle da supereroi cupi alla Batman, complicate da una scenografia tra il futurismo e il gotico, inscatolando tra l'altro i figuranti in armature di gusto rinascimentale del tutto insensate.
Resta Vin Diesel nei panni di Riddick, che subisce alcuni cambiamenti, il principale dei quali è che adesso vede bene anche alla luce normale, e gli occhialetti che gli erano necessari qui diventano un mero accessorio alla moda.
Cast variegato che include Thandie Newton nel ruolo di una dark lady molto cospirativa e Judi Dench molto aerea.
I molti soldi a disposizione della produzione devono aver convinto Twohy a lasciare il filone tra l'horror e il fantascientifico straccione post-atomico per dedicarsi alla fantascienza classica "imperiale", alla Star wars o Dune. D'altro canto le atmosfere usate sono quelle da supereroi cupi alla Batman, complicate da una scenografia tra il futurismo e il gotico, inscatolando tra l'altro i figuranti in armature di gusto rinascimentale del tutto insensate.
Resta Vin Diesel nei panni di Riddick, che subisce alcuni cambiamenti, il principale dei quali è che adesso vede bene anche alla luce normale, e gli occhialetti che gli erano necessari qui diventano un mero accessorio alla moda.
Cast variegato che include Thandie Newton nel ruolo di una dark lady molto cospirativa e Judi Dench molto aerea.
The assassination
Visione consigliata da Seconda serata.
Si tratta di un film anomalo per la cinematografia statunitense, potrebbe essere visto in abbinata a Permette? Rocco Papaleo di Ettore Scola con Marcello Mastroianni, semmai. Nel confronto Scola batte senza fatica Niels Mueller, soprattutto registicamente parlando, e Mastroianni oscura il pur valido Sean Penn. Anche come protagonista femminile Lauren Hutton distanzia Naomi Watts, ma in questo caso valgono più delle capacità personali il fatto che Papaleo è stato girato nei favolosi anni settanta (insomma, si può ammirare della Hutton molto più di quanto viene concesso della Watts).
Onore al merito per Penn, che interpreta un ruolo difficilissimo per un attore americano, quello di un fallito senza speranze, tale Samuel Bicke. Narrato in flash back a partire dal momento in cui sta registrando un nastro dove spiega i suoi motivi per il gesto che sta per cercare di compiere (e che fallirà), ci mostra per la prima ora una serie di suoi fallimenti che alla fine lo fanno definitivamente uscire di testa. Il povero diavolo non avrà nemmeno la soddisfazione postuma di essere uscito col botto. Finirà invece dimenticato e ignorato da tutti.
Oltra al danno la beffa, persino i distributori italiani del film si accaniranno contro di lui cambiando inesplicabilmente il titolo originale che avrebbe potuto essere tranquillamente tradotto e lasciato intero: L'assassinio di Richard Nixon.
Non mi è sembrato un film semplice da vedersi, anche per come viene mostrata la vicenda. Per tutta la prima ora, in pratica, si ribadisce che Bicke è incapace di relazionarsi propriamente con le altre persone, che non riesce ad adattarsi alla realtà, e che ha aspettative irrealistiche dati i suoi talenti piuttosto limitati. D'accordo, è un punto importante, ed è illustrato bene da Penn, ma mi pare lo si tiri troppo per il lungo. Forse sarebbe risultato più intrigante mettere prima la mezz'ora finale, e poi tornare indietro in una sorta di indagine retrospettiva per recuperare i motivi di quel comportamento.
In ogni caso si tratta di un lavoro interessante, anche se prima di ammetterlo ci ho dovuto dormire sopra. Per come la vedo io, lo spettatore dovrebbe essere portato a chiedersi cosa si sarebbe potuto fare per evitare il tragico epilogo della vicenda, e scoprire che in realtà non ci sarebbe voluto poi molto. Una migliore educazione, probabilmente; un servizio sociale decente che si facesse carico di seguire persone che hanno problemi di integrazione, certamente.
Nel corso della visione, mi sono venute in mente altre pellicole che però, ripensandoci bene, ora mi pare che c'entrino come i cavoli a merenda. Giusto per divertimento li elenco a seguire:
La ricerca della felicità: Se Penn qui interpreta un poveraccio che ha qualche problema caratteriale che non riesce a trovare nessuno che lo capisca e lo aiuti, lì Will Smith interpreta un imbecille che confonde la felicità con il denaro. Si potrebbe cadere nell'equivoco di paragonarli perchè qui si cita Dale Carnegie con un accento molto critico, mentre quel (non)senso della vita è molto vicino a quello veicolato dal film di Muccino. In realtà in The assassination questo aspetto è secondario. A Bicke dei soldi importa davvero poco, sarebbero solo un mezzo per ottenere la sua versione di felicità, che sarebbe vivere con la sua famiglia e lavorare con un suo amico.
Taxi driver: il tassista di De Niro non è un perdente. Ha grossi problemi, nessuno se lo fila ma, in un modo o nell'altro, alla fine riesce a ottenere quello che voleva.
Un giorno di ordinaria follia: al personaggio interpretato da Michael Douglas è andata bene per un bel po' di tempo, poi le cose hanno preso una piega balorda. Lui perde il lavoro pur essendo perfettamente inserito nel sistema - è il sistema non ha più bisogno di lui. Bicke il sistema non riesce nemmeno a capirlo.
Si tratta di un film anomalo per la cinematografia statunitense, potrebbe essere visto in abbinata a Permette? Rocco Papaleo di Ettore Scola con Marcello Mastroianni, semmai. Nel confronto Scola batte senza fatica Niels Mueller, soprattutto registicamente parlando, e Mastroianni oscura il pur valido Sean Penn. Anche come protagonista femminile Lauren Hutton distanzia Naomi Watts, ma in questo caso valgono più delle capacità personali il fatto che Papaleo è stato girato nei favolosi anni settanta (insomma, si può ammirare della Hutton molto più di quanto viene concesso della Watts).
Onore al merito per Penn, che interpreta un ruolo difficilissimo per un attore americano, quello di un fallito senza speranze, tale Samuel Bicke. Narrato in flash back a partire dal momento in cui sta registrando un nastro dove spiega i suoi motivi per il gesto che sta per cercare di compiere (e che fallirà), ci mostra per la prima ora una serie di suoi fallimenti che alla fine lo fanno definitivamente uscire di testa. Il povero diavolo non avrà nemmeno la soddisfazione postuma di essere uscito col botto. Finirà invece dimenticato e ignorato da tutti.
Oltra al danno la beffa, persino i distributori italiani del film si accaniranno contro di lui cambiando inesplicabilmente il titolo originale che avrebbe potuto essere tranquillamente tradotto e lasciato intero: L'assassinio di Richard Nixon.
Non mi è sembrato un film semplice da vedersi, anche per come viene mostrata la vicenda. Per tutta la prima ora, in pratica, si ribadisce che Bicke è incapace di relazionarsi propriamente con le altre persone, che non riesce ad adattarsi alla realtà, e che ha aspettative irrealistiche dati i suoi talenti piuttosto limitati. D'accordo, è un punto importante, ed è illustrato bene da Penn, ma mi pare lo si tiri troppo per il lungo. Forse sarebbe risultato più intrigante mettere prima la mezz'ora finale, e poi tornare indietro in una sorta di indagine retrospettiva per recuperare i motivi di quel comportamento.
In ogni caso si tratta di un lavoro interessante, anche se prima di ammetterlo ci ho dovuto dormire sopra. Per come la vedo io, lo spettatore dovrebbe essere portato a chiedersi cosa si sarebbe potuto fare per evitare il tragico epilogo della vicenda, e scoprire che in realtà non ci sarebbe voluto poi molto. Una migliore educazione, probabilmente; un servizio sociale decente che si facesse carico di seguire persone che hanno problemi di integrazione, certamente.
Nel corso della visione, mi sono venute in mente altre pellicole che però, ripensandoci bene, ora mi pare che c'entrino come i cavoli a merenda. Giusto per divertimento li elenco a seguire:
La ricerca della felicità: Se Penn qui interpreta un poveraccio che ha qualche problema caratteriale che non riesce a trovare nessuno che lo capisca e lo aiuti, lì Will Smith interpreta un imbecille che confonde la felicità con il denaro. Si potrebbe cadere nell'equivoco di paragonarli perchè qui si cita Dale Carnegie con un accento molto critico, mentre quel (non)senso della vita è molto vicino a quello veicolato dal film di Muccino. In realtà in The assassination questo aspetto è secondario. A Bicke dei soldi importa davvero poco, sarebbero solo un mezzo per ottenere la sua versione di felicità, che sarebbe vivere con la sua famiglia e lavorare con un suo amico.
Taxi driver: il tassista di De Niro non è un perdente. Ha grossi problemi, nessuno se lo fila ma, in un modo o nell'altro, alla fine riesce a ottenere quello che voleva.
Un giorno di ordinaria follia: al personaggio interpretato da Michael Douglas è andata bene per un bel po' di tempo, poi le cose hanno preso una piega balorda. Lui perde il lavoro pur essendo perfettamente inserito nel sistema - è il sistema non ha più bisogno di lui. Bicke il sistema non riesce nemmeno a capirlo.
La diva Julia
Visto su suggerimento de il bibliofilo in seguito alla visione di Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, in relazione alla presenza in entrambi in film di Lucy Punch, qui antagonista di una splendida Annette Bening (brava anche in I ragazzi stanno bene, per restare in tema di agganci a film recenti).
Toni da commedia romantica per quello che, a ben vedere, è un dramma. Diretto da István Szabó che usa con maestria anche una bella colonna sonora, dove i brani non originali si innestano a perfezione nella vicenda, e le musiche originali (scritte e dirette da Mychael Danna) la commentano egregiamente.
Il nome di Szabó non può non farmi pensare a Mephisto, anche quello film sul teatro e i teatranti - con un Klaus Maria Brandauer in forma strepitosa. Lì però il tema e i toni erano decisamente più drammatici.
Qui, tutto sommato, ce la caviamo a buon prezzo. La storia è quella della maturazione della protagonista che per tutta la vita è stata attrice e ha finito per dimenticare di essere anche una donna. Meglio, perciò, il titolo originale Being Julia che sottolinea la conquista del suo vero essere, e non tanto il suo essere grande attrice, come fa il titolo italiano.
Buon lavoro di gran parte del cast, dove Jeremy Irons ha il ruolo del marito/impresario (più impresario che marito), curato anche nei ruoli minori, come quello di Juliet Stevenson (l'assistente di Julia), a cui è data una buona profondità [e mi sono dimenticato di citare Michael Gambon]. Merito dell'ottima sceneggiatura (Ronald Harwood - che tra l'altro ha scritto la sceneggiatura originale de Il servo di scena, sempre nello stesso ambito) basata su una novella di Somerset Maugham.
Il centro dell'azione è Julia, attrice teatrale quarantacinquenne che viene colta da crisi di mezza età, pensa di risolversela invaghendosi di un giovinotto (Shaun Evans) che però la usa e la lascia. Il vero superamento della crisi avverrà quando riuscirà a conciliare la sua esistenza di donna e di attrice. Non c'è un vero e proprio lieto fine (grazie al cielo) se non la raggiunta maturità del carattere.
Molto brava la Bening ha rappresentare la mutevolezza di Julia, che sembra vecchissima quando è in crisi, una ragazzina quando è felice e, da vera attrice, riesce a passare dal pianto al sorriso in un attimo.
Toni da commedia romantica per quello che, a ben vedere, è un dramma. Diretto da István Szabó che usa con maestria anche una bella colonna sonora, dove i brani non originali si innestano a perfezione nella vicenda, e le musiche originali (scritte e dirette da Mychael Danna) la commentano egregiamente.
Il nome di Szabó non può non farmi pensare a Mephisto, anche quello film sul teatro e i teatranti - con un Klaus Maria Brandauer in forma strepitosa. Lì però il tema e i toni erano decisamente più drammatici.
Qui, tutto sommato, ce la caviamo a buon prezzo. La storia è quella della maturazione della protagonista che per tutta la vita è stata attrice e ha finito per dimenticare di essere anche una donna. Meglio, perciò, il titolo originale Being Julia che sottolinea la conquista del suo vero essere, e non tanto il suo essere grande attrice, come fa il titolo italiano.
Buon lavoro di gran parte del cast, dove Jeremy Irons ha il ruolo del marito/impresario (più impresario che marito), curato anche nei ruoli minori, come quello di Juliet Stevenson (l'assistente di Julia), a cui è data una buona profondità [e mi sono dimenticato di citare Michael Gambon]. Merito dell'ottima sceneggiatura (Ronald Harwood - che tra l'altro ha scritto la sceneggiatura originale de Il servo di scena, sempre nello stesso ambito) basata su una novella di Somerset Maugham.
Il centro dell'azione è Julia, attrice teatrale quarantacinquenne che viene colta da crisi di mezza età, pensa di risolversela invaghendosi di un giovinotto (Shaun Evans) che però la usa e la lascia. Il vero superamento della crisi avverrà quando riuscirà a conciliare la sua esistenza di donna e di attrice. Non c'è un vero e proprio lieto fine (grazie al cielo) se non la raggiunta maturità del carattere.
Molto brava la Bening ha rappresentare la mutevolezza di Julia, che sembra vecchissima quando è in crisi, una ragazzina quando è felice e, da vera attrice, riesce a passare dal pianto al sorriso in un attimo.
Ocean's twelve
Dove finisce Ocean's eleven, riparte Ocean's twelve, con qualche personaggio in più e qualche idea in meno. La regia di Steven Soderbergh si fa più nervosa (autoriale, verrebbe da dire, se non fosse che questo è un film di puro intrattenimento e l'autorialità ci sta come i cavoli a merenda) e l'azione si appesantisce nel correre dietro a tanta, troppa, gente.
Se nel primo episodio Ocean (George Clooney) era riuscito a rinconquistare la propria ex-moglie (Julia Roberts) che torna a tutti gli effetti ad essere la signora Ocean, ora tocca al suo compare (Brad Pitt) trovare l'anima gemella, nelle improbabili sembianze di una affascinante poliziotta (Catherine Zeta-Jones) che, un po' come l'ispettore Clouseau è ossessionata da una sorta di pantera rosa (Vincent Cassel) che a sua volta ce l'ha a morte con la squadra di Ocean - per motivi che verranno spiegati da chi avrà la pazienza di guardarsi le due ore del film - al punto da rivelare al derubato proprietario del Bellagio (Andy Garcia) chi ha compiuto il colpo.
Dunque, come promesso, il biscazziere contatta tutti i ladri, compreso il ragazzo di bottega (Matt Damon), e li avverte che hanno due settimane di tempo per restituire il maltolto con gli interessi maturati. Un po' poco come vendetta, rispetto a quanto aveva annunciato in precedenza, a voler essere pignoli. Ma non è certo questa la più grossa incongruenza. La verosimiglianza non era particolarmente elevata neanche nella prima puntata, ma qui si esagera. Del resto si continua sulla stessa falsa riga, quello che conta è il cast e come interagiscono tra loro, piazzando anche scenette divertenti, ad esempio quella dove Bruce Willis appare in quanto sé stesso, ma con una minore fluidità di quanto visto in Eleven. Insomma, per dirla tutta ci sono momenti di noia e scene veramente brutte (Cassel che improvvisa un balletto per passare un sistema d'allarme) che spezzano il ritmo.
Girato principalmente in Europa (Amsterdam, Parigi, Roma, Villa Erba sul lago di Como), ha reso possibile la partecipazione di qualche attore locale in minuscole particine. Ad esempio Marina Stella ha la possibilità di spiaccicare poche parole in italiano in una apparizione lampo.
Se nel primo episodio Ocean (George Clooney) era riuscito a rinconquistare la propria ex-moglie (Julia Roberts) che torna a tutti gli effetti ad essere la signora Ocean, ora tocca al suo compare (Brad Pitt) trovare l'anima gemella, nelle improbabili sembianze di una affascinante poliziotta (Catherine Zeta-Jones) che, un po' come l'ispettore Clouseau è ossessionata da una sorta di pantera rosa (Vincent Cassel) che a sua volta ce l'ha a morte con la squadra di Ocean - per motivi che verranno spiegati da chi avrà la pazienza di guardarsi le due ore del film - al punto da rivelare al derubato proprietario del Bellagio (Andy Garcia) chi ha compiuto il colpo.
Dunque, come promesso, il biscazziere contatta tutti i ladri, compreso il ragazzo di bottega (Matt Damon), e li avverte che hanno due settimane di tempo per restituire il maltolto con gli interessi maturati. Un po' poco come vendetta, rispetto a quanto aveva annunciato in precedenza, a voler essere pignoli. Ma non è certo questa la più grossa incongruenza. La verosimiglianza non era particolarmente elevata neanche nella prima puntata, ma qui si esagera. Del resto si continua sulla stessa falsa riga, quello che conta è il cast e come interagiscono tra loro, piazzando anche scenette divertenti, ad esempio quella dove Bruce Willis appare in quanto sé stesso, ma con una minore fluidità di quanto visto in Eleven. Insomma, per dirla tutta ci sono momenti di noia e scene veramente brutte (Cassel che improvvisa un balletto per passare un sistema d'allarme) che spezzano il ritmo.
Girato principalmente in Europa (Amsterdam, Parigi, Roma, Villa Erba sul lago di Como), ha reso possibile la partecipazione di qualche attore locale in minuscole particine. Ad esempio Marina Stella ha la possibilità di spiaccicare poche parole in italiano in una apparizione lampo.
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