Ho il sospetto che Robert Ludlum non avesse una grandissima opinione del suo secondo romanzo (1972). La struttura è quella classica che gli darà in seguito grosse soddisfazioni (*) con un impianto complottardo dove oscuri poteri tramano nell'ombra e alcuni singoli, per un motivo o per l'altro, cercano di opporvisi. Lo svolgimento però, non sembra ancora completamente messo bene a punto.
I diritti cinematografici finirono chissà come nelle mani di Peter S. Davis e William N. Panzer, che già avevano un torbido passato fatto di filmacci. Per intenderci, i due mi hanno fatto ricordare il personaggio interpretato da John Goodman nel film su Dalton Trumbo. La loro idea forse era quella di usare il nome di Ludlum per fare il salto nella produzione che conta. In realtà la Davis-Panzer productions avrà al suo attivo, dopo questo film, praticamente un solo franchise, Highlander.
Nel pacchetto, Davis & Panzer si trovarono pure una sceneggiatura, così brutta che non piaceva nemmeno ad Alan Sharp che pure l'aveva scritta. Decisero comunque di tenersela così com'era anche perché Ludlum espresse schiettamente il desiderio di non aver nulla a che fare con tutto ciò. Più avanti, forse rendendosi conto che il film avrebbe potuto dare un immagine distorta in negativo della sua capacità di scrittore, cambiò idea e si offrì per una riscrittura gratuita. Troppo tardi, ormai il progetto si era avvitato in una spirale autodistruttiva e i produttori, che a questo punto temevano un esplosione dei costi, ringraziarono ma declinarono.
Nel frattempo, infatti, avevano trovato un regista. E che regista, Sam Peckinpah. Il quale, grazie all'aiuto di alcolici e altre cose, era riuscito a rendere il suo già di per sé brutto carattere insostenibile, con il risultato che nessuno gli affidava più una regia dai tempi di Convoy (1978). Questo film avrebbe dovuto marcare il rientro di Bloody Sam nel giro, fu invece il suo ultimo, che il suo fisico non resse agli strapazzi. E, detto fra noi, non è certo all'altezza de Il mucchio selvaggio (1969). Anche perché a Peckinpah non piaceva il romanzo originale e tantomeno la sceneggiatura. Si propose di riscriverla da capo, consegnò le prime pagine del suo lavoro ai produttori i quali, inorriditi, gli vietarono di scrivere altro. Anche se pare che poi quelle prime pagine vennero utilizzate lo stesso. In positivo, il ritorno alla regia di Peckinpah attirò alcuni grossi nomi che accettarono di partecipare senza curarsi troppo né dei personaggi che dovevano interpretare e nemmeno del compenso. Abbiamo così il piacere (**) di vedere assieme Rutger Hauer, John Hurt, Dennis Hopper e Burt Lancaster.
Meglio non dire troppo della storia, sia perché, come vuole il genere, ci sono alcuni colpi di scena che è preferibile scoprire nella visione, sia perché ci sono svariati passaggi che è difficile spiegare, in quanto, come dire, inspiegabili. Posso però rivelare che al centro della storia c'è Lawrence Fassett (Hurt), una spia americana che si è molto arrabbiato in seguito alla morte della moglie. Costui, in cerca di vendetta nei confronti di chi reputa colpevole del suo lutto, scopre che l'organizzazione Omega è sulla sua strada, chiede al suo capo (Lancaster) di poter agire a suo modo, e questi glielo concede. Convince così di John Tanner (Hauer) che i suoi amici, Bernard Osterman (Craig T. Nelson), Richard Tremayne (Dennis Hopper) e Joseph Cardone (Chris Sarandon) appartengono a Omega e che lui deve trovare il modo di farne passare almeno uno dalla loro parte. Segue carneficina.
Il tutto ha l'aria di un B-movie, tendenza sexploitation, eppure di tanto in tanto emerge il polso autoriale di Peckinpah. Fatto strano, ci sono virate comiche che non sembrano avere niente a che fare con l'atmosfera della pellicola, nonostante ciò sembrano volute, e alcune certamente lo sono. Poi ho scoperto che Peckinpah, sempre meno soddisfatto del film che stava girando, ha intenzionalmente introdotto elementi comici, con lo scopo presunto di farsi beffe della produzione.
(*) Vedasi in particolare la trilogia di Jason Bourne.
(**) Mitigato dalla situazione bislacca.
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La zona morta
Secondo film di fila che vedo in cui il protagonista si schianta in auto, e in seguito a ciò gliene capitano di tutti i colori. La prendo come un invito alla prudenza nel guidare.
La pellicola appartiene al genere horror/thriller soprannaturale senza alcun minimo accenno alla commedia. La presenza di Herbert Lom nei panni del medico che segue il caso mi ha però causato risatine del tutto ingiustificate, se non dal fatto che quando vedo Lom non riesco a non pensare al suo ispettore capo Charles Dreyfus, e mi immaginavo che prima o poi il medico facesse qualcosa di folle come l'ispettore, magari strizzando l'occhio nervosamente (*).
Trattasi di un film del secondo periodo di David Cronenberg, superata la fase negli anni settanta, dove operava con budget risicatissimi. Negli anni ottanta i produttori gli concedono abbastanza soldi da permettere di inserire nei cast nomi noti, resta la propensione al film di genere, ma cresce sempre più la sua autorialità. Qui la sceneggiatura (Jeffrey Boam) è basata su un romanzo di Stephen King. Il risultato, pur non essendo paragonabile all'inarrivabile Shining di Kubrick (1980), non è male. Ha le sue debolezze, ma è superiore a molte altre versioni cinematografiche di lavori "di paura" di King.
Johnny Smith (Christopher Walken) è un insulso professore di inglese che, pur essendo fidanzato con Sarah (Brooke Adams), non va con lei oltre a casti bacetti. Una sera la porta a casa, lei insiste perché lui passi la notte con lei, prendendo la scusa di un fastidioso temporale, ma lui preferisce non mettere alla prova la loro castità. Parte nonostante il tempaccio e si schianta contro uno di quegli immensi camion che popolano le strade americane.
Si risveglia dopo cinque anni di coma e scopre che lei, dopo aver atteso per qualche anno, ha dato retta al suo orologio biologico e s'è sposata e ha procreato con altro. In più, Johnny scopre che ora riesce a vedere alcune sciagure passate, presenti e future di chi gli dà la mano. Il che non è quel gran dono del cielo che altri pensano, anche perché gli costa un enorme dispendio di energie fisiche e mentali.
Johnny cerca di usare i suoi poteri il meno possibile, ma il caso finisce per metterlo sulla strada di un bieco politicante (Martin Sheen) che mira ad un posto da senatore, come trampolino per la corsa alla presidenza, e sente che costui ha nel suo futuro la possibilità di causare una guerra mondiale.
La storia ha i suoi passaggi difficili da digerire, e la sua impostazione molto americana sul come risolvere i problemi (**), ma la scrittura è tale da far passare in secondo piano questi dettagli. La regia ha già momenti molto buoni (***) ha però ancora bisogno di affinarsi, in alcune scene mi è sembrato che gli attori recitassero senza avere particolari indicazioni da seguire. E va bene che si tratta di gente come Lom, Walken e Sheen (°) che riescono a cavarsela in ogni caso.
(*) Vedasi La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau
(**) A schioppettate.
(***) La scena della visione di Johnny nel gazebo, ad esempio.
(°) A mio gusto lui è quello che esce meglio dal film, forse anche grazie al ruolo che gli permette di divertirsi caricando certi passaggi.
La pellicola appartiene al genere horror/thriller soprannaturale senza alcun minimo accenno alla commedia. La presenza di Herbert Lom nei panni del medico che segue il caso mi ha però causato risatine del tutto ingiustificate, se non dal fatto che quando vedo Lom non riesco a non pensare al suo ispettore capo Charles Dreyfus, e mi immaginavo che prima o poi il medico facesse qualcosa di folle come l'ispettore, magari strizzando l'occhio nervosamente (*).
Trattasi di un film del secondo periodo di David Cronenberg, superata la fase negli anni settanta, dove operava con budget risicatissimi. Negli anni ottanta i produttori gli concedono abbastanza soldi da permettere di inserire nei cast nomi noti, resta la propensione al film di genere, ma cresce sempre più la sua autorialità. Qui la sceneggiatura (Jeffrey Boam) è basata su un romanzo di Stephen King. Il risultato, pur non essendo paragonabile all'inarrivabile Shining di Kubrick (1980), non è male. Ha le sue debolezze, ma è superiore a molte altre versioni cinematografiche di lavori "di paura" di King.
Johnny Smith (Christopher Walken) è un insulso professore di inglese che, pur essendo fidanzato con Sarah (Brooke Adams), non va con lei oltre a casti bacetti. Una sera la porta a casa, lei insiste perché lui passi la notte con lei, prendendo la scusa di un fastidioso temporale, ma lui preferisce non mettere alla prova la loro castità. Parte nonostante il tempaccio e si schianta contro uno di quegli immensi camion che popolano le strade americane.
Si risveglia dopo cinque anni di coma e scopre che lei, dopo aver atteso per qualche anno, ha dato retta al suo orologio biologico e s'è sposata e ha procreato con altro. In più, Johnny scopre che ora riesce a vedere alcune sciagure passate, presenti e future di chi gli dà la mano. Il che non è quel gran dono del cielo che altri pensano, anche perché gli costa un enorme dispendio di energie fisiche e mentali.
Johnny cerca di usare i suoi poteri il meno possibile, ma il caso finisce per metterlo sulla strada di un bieco politicante (Martin Sheen) che mira ad un posto da senatore, come trampolino per la corsa alla presidenza, e sente che costui ha nel suo futuro la possibilità di causare una guerra mondiale.
La storia ha i suoi passaggi difficili da digerire, e la sua impostazione molto americana sul come risolvere i problemi (**), ma la scrittura è tale da far passare in secondo piano questi dettagli. La regia ha già momenti molto buoni (***) ha però ancora bisogno di affinarsi, in alcune scene mi è sembrato che gli attori recitassero senza avere particolari indicazioni da seguire. E va bene che si tratta di gente come Lom, Walken e Sheen (°) che riescono a cavarsela in ogni caso.
(*) Vedasi La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau
(**) A schioppettate.
(***) La scena della visione di Johnny nel gazebo, ad esempio.
(°) A mio gusto lui è quello che esce meglio dal film, forse anche grazie al ruolo che gli permette di divertirsi caricando certi passaggi.
Canto di Natale di Topolino
Curiosa rilettura Disney del noto racconto natalizio di Charles Dickens, utilizzando paperi, topi, altri animali antropizzati e anche il gigante pensato originalmente per la loro versione di Jack e la pianta di fagioli. Non mi ha entusiasmato, a mio parere non rende merito né al racconto né alle possibilità dei personaggi utilizzati. Gli ingredienti sono comunque tali da permettere un risultato più che dignitoso.
Scrooge (Paperone) maltratta il suo dipendente (Topolino) e suo nipote (Paperino), che a suo dire perdono tempo - e quindi denaro - con il Natale. Interviene però il fantasma di Marley (Pippo), suo deceduto partner in affari, che lo invita a ravvedersi, e gli manda tre spiriti natalizi (*) per convincerlo.
Da notare che tra i disegnatori c'è anche John Lasseter.
(*) Il grillo parlante da Pinocchio, il sopracitato gigante, e Gambadilegno.
Scrooge (Paperone) maltratta il suo dipendente (Topolino) e suo nipote (Paperino), che a suo dire perdono tempo - e quindi denaro - con il Natale. Interviene però il fantasma di Marley (Pippo), suo deceduto partner in affari, che lo invita a ravvedersi, e gli manda tre spiriti natalizi (*) per convincerlo.
Da notare che tra i disegnatori c'è anche John Lasseter.
(*) Il grillo parlante da Pinocchio, il sopracitato gigante, e Gambadilegno.
Son contento
Lasciati i Giancattivi, Francesco Nuti ha realizzato in rapida sequenza tre commedie per la regia di Maurizio Ponzi, questo è la terza della serie, in un certo senso simile alla precedente Io, Chiara e lo Scuro con un protagonista (*) che in entrambi i casi ha una passione dominante per la quale trascura tutto il resto, ed in particolare la donna che ama. In questa versione l'impostazione è più amara e il finale, nonostante le risate di sottofondo, è piuttosto da dramma.
Paola (Barbara De Rossi) ama ancora Francesco, ma non ne può più di venire per lui dopo il lavoro, decide perciò di mollarlo. Francesco, che di lavoro fa il "fantasista" (**), entra in crisi, trascinandoci dentro pure il suo decaduto impresario, Falcone (Carlo Giuffrè). La crisi ha però un effetto positivo su Francesco, che reinventa il suo repertorio tornando rapidamente sulla cresta dell'onda. Succede così che una sera incontra nuovamente Paola e, grazie anche alla ritrovata fiducia in se stesso, la riconquista. I due passano una bella giornata assieme, e Paola dice a Francesco di essere felice, in quanto questa volta non lo ha visto più distratto dal suo lavoro, ma focalizzato su di lei. Francesco le propone di tornare a vivere da lui, e la invita a vedere la prima del suo nuovo spettacolo, una stand-up comedy, su cui lui conta molto.
Lo spettacolo piace molto al piccolo pubblico che ha richiamato, e pure a Paola, almeno inizialmente. Fino a che si rende gradatamente conto che Francesco sta mettendo in scena la loro storia, e che Francesco era così attento nei suoi confronti perché stata studiando il materiale che avrebbe portato in scena. Il dramma sta nel fatto che Francesco non capisce perché Paola se ne sia scappata dal teatro prima ancora della fine e, dopotutto, non se ne mostra nemmeno troppo dispiaciuto. La ama, continua ad amarla, ma viene dopo il suo lavoro.
Ferzan Ozpetek, che è anche aiuto regista, fa qui la sua unica brevissima apparizione sullo schermo, nei panni di un madonnaro. Altro nome che diventerà più noto negli anni successivi è quello di Ricky Tognazzi, nella parte del postino che consegnando una raccomandata a Francesco si mette inconsapevolmente e incolpevolmente in una scomoda situazione.
(*) Carattere e cognome cambia, ma il nome è sempre Francesco.
(**) Intrattenitore comico che si esibisce in balere e discoteche tra un numero musicale e l'altro
Paola (Barbara De Rossi) ama ancora Francesco, ma non ne può più di venire per lui dopo il lavoro, decide perciò di mollarlo. Francesco, che di lavoro fa il "fantasista" (**), entra in crisi, trascinandoci dentro pure il suo decaduto impresario, Falcone (Carlo Giuffrè). La crisi ha però un effetto positivo su Francesco, che reinventa il suo repertorio tornando rapidamente sulla cresta dell'onda. Succede così che una sera incontra nuovamente Paola e, grazie anche alla ritrovata fiducia in se stesso, la riconquista. I due passano una bella giornata assieme, e Paola dice a Francesco di essere felice, in quanto questa volta non lo ha visto più distratto dal suo lavoro, ma focalizzato su di lei. Francesco le propone di tornare a vivere da lui, e la invita a vedere la prima del suo nuovo spettacolo, una stand-up comedy, su cui lui conta molto.
Lo spettacolo piace molto al piccolo pubblico che ha richiamato, e pure a Paola, almeno inizialmente. Fino a che si rende gradatamente conto che Francesco sta mettendo in scena la loro storia, e che Francesco era così attento nei suoi confronti perché stata studiando il materiale che avrebbe portato in scena. Il dramma sta nel fatto che Francesco non capisce perché Paola se ne sia scappata dal teatro prima ancora della fine e, dopotutto, non se ne mostra nemmeno troppo dispiaciuto. La ama, continua ad amarla, ma viene dopo il suo lavoro.
Ferzan Ozpetek, che è anche aiuto regista, fa qui la sua unica brevissima apparizione sullo schermo, nei panni di un madonnaro. Altro nome che diventerà più noto negli anni successivi è quello di Ricky Tognazzi, nella parte del postino che consegnando una raccomandata a Francesco si mette inconsapevolmente e incolpevolmente in una scomoda situazione.
(*) Carattere e cognome cambia, ma il nome è sempre Francesco.
(**) Intrattenitore comico che si esibisce in balere e discoteche tra un numero musicale e l'altro
Local hero
In questo strano film di Bill Forsyth nulla è come sembra, tutto e tutti hanno una natura sfuggente. Tendenzialmente è una commedia ma, se non ci facciamo distrarre, dovremmo notare che dal punto di vista del protagonista è una tragedia.
Il punto di vista prevalente è quello di Mac (Peter Riegert), dipendente della Knox, azienda petrolifera texana. Il suo cognome scozzese (ma in realtà lui è ungherese) fa sì che venga scelto per una missione in Scozia, dove si vuole costruire un centro di smistamento al posto di un villaggio di pescatori.
Al capo della Knox, Felix Happer (Burt Lancaster), del petrolio non importa nulla. E' più interessato all'astronomia, e gli raccomanda di tenere gli occhi sulla costellazione della Vergine.
Sul posto viene affiancato da Oldsen (Peter Capaldi), dipendente locale della Knox, che sembra di una nerdosità pazzesca, ma che dimostrerà di saper giocare bene le sue carte in questioni d'amore.
A negoziare per la comunità ci penserà il proprietario del bar/ristorante/albergo locale (Denis Lawson), che è pure avvocato. Anche se la negoziazione è peculiare, con i paesani felicissimi di vendere, Mac che si innamora del posto e di uno stile di vita completamente diverso da quello che pensava essere così bello, ma che si accorge essere di una vacuità assoluta, e si disinteressa completamente della trattativa.
Una serie di bizzarre vicende al contorno rendono ancor più leggera e godibile la narrazione.
Lieto fine per tutti quanti tranne, per l'appunto, per il povero Mac. E non si capisce nemmeno bene perché. Semplice sfortuna, probabilmente.
Altra bizzarria, il film non è noto quanto la sua colonna sonora, scritta niente meno che da Mark Knopfler.
Il punto di vista prevalente è quello di Mac (Peter Riegert), dipendente della Knox, azienda petrolifera texana. Il suo cognome scozzese (ma in realtà lui è ungherese) fa sì che venga scelto per una missione in Scozia, dove si vuole costruire un centro di smistamento al posto di un villaggio di pescatori.
Al capo della Knox, Felix Happer (Burt Lancaster), del petrolio non importa nulla. E' più interessato all'astronomia, e gli raccomanda di tenere gli occhi sulla costellazione della Vergine.
Sul posto viene affiancato da Oldsen (Peter Capaldi), dipendente locale della Knox, che sembra di una nerdosità pazzesca, ma che dimostrerà di saper giocare bene le sue carte in questioni d'amore.
A negoziare per la comunità ci penserà il proprietario del bar/ristorante/albergo locale (Denis Lawson), che è pure avvocato. Anche se la negoziazione è peculiare, con i paesani felicissimi di vendere, Mac che si innamora del posto e di uno stile di vita completamente diverso da quello che pensava essere così bello, ma che si accorge essere di una vacuità assoluta, e si disinteressa completamente della trattativa.
Una serie di bizzarre vicende al contorno rendono ancor più leggera e godibile la narrazione.
Lieto fine per tutti quanti tranne, per l'appunto, per il povero Mac. E non si capisce nemmeno bene perché. Semplice sfortuna, probabilmente.
Altra bizzarria, il film non è noto quanto la sua colonna sonora, scritta niente meno che da Mark Knopfler.
Una poltrona per due
Una storia alla Il principe e il povero, due personaggi molto diversi che scambiano il proprio posto (il titolo originale è più esplicito, Trading places), scoprono quanto non sapevano sul mondo dell'altro, e dovrebbero alla fine della vicenda essere più maturi.
La differenza è che qui i due protagonisti il cambiamento lo subiscono. Sono i diabolici fratelli Duke (Don Ameche e Ralph Bellamy), che mi hanno ricordato i vecchietti del Muppet Show, che pensano di poter cambiare il destino dell'erede designato del loro impero economico (Dan Aykroyd) con quello di un delinquentello da strada (Eddie Murphy).
L'ambiente è quello della finanza, e direi che il film funziona bene in parallelo con Wall street di Oliver Stone.
Altro riferimento ineludibile è Le nozze di Figaro di Mozart, sia perché la sua ouverture è usata (benissimo) nella sequenza iniziale (e citata altre volte più avanti, con Aykroyd che a un certo punto ne fischietta un aria) sia per un certo parallelo nella storia. Chi sta sopra pensa di poter disporre della vita degli altri a suo piacimento, ma chi sta sotto riesce con l'astuzia a spuntarla.
Nel bene e nel male si sente il tocco alla regia di John Landis, i Blues Brothers sono proprio dietro l'angolo. Qualche caduta di tono nella sceneggiatura, con un finale posticcio comune a molte commedie (i protagonisti, dopo aver a lungo tribolato, si ritrovano ricchi su una spiaggia tropicale, vedi ad esempio Getta la mamma dal treno).
La battuta chiave del film è affidata al maggiordomo (Denholm Elliott) che suggerisce a Murphy che sta per assumere il nuovo ruolo di continuare ad essere sé stesso, che è l'unica cosa che non gli potranno togliere.
Ottima la scelta del cast, con Aykroyd e Murphy che se la intendono alla perfezione, e che include anche Jamie Lee Curtis (prostituta di buon cuore), Frank Oz (poliziotto corrotto, e altro aggancio al Muppet Show e ai Blues brothers), James Belushi (travestito da gorilla). Particina minuscola per Giancarlo Esposito (in galera con Murphy).
La differenza è che qui i due protagonisti il cambiamento lo subiscono. Sono i diabolici fratelli Duke (Don Ameche e Ralph Bellamy), che mi hanno ricordato i vecchietti del Muppet Show, che pensano di poter cambiare il destino dell'erede designato del loro impero economico (Dan Aykroyd) con quello di un delinquentello da strada (Eddie Murphy).
L'ambiente è quello della finanza, e direi che il film funziona bene in parallelo con Wall street di Oliver Stone.
Altro riferimento ineludibile è Le nozze di Figaro di Mozart, sia perché la sua ouverture è usata (benissimo) nella sequenza iniziale (e citata altre volte più avanti, con Aykroyd che a un certo punto ne fischietta un aria) sia per un certo parallelo nella storia. Chi sta sopra pensa di poter disporre della vita degli altri a suo piacimento, ma chi sta sotto riesce con l'astuzia a spuntarla.
Nel bene e nel male si sente il tocco alla regia di John Landis, i Blues Brothers sono proprio dietro l'angolo. Qualche caduta di tono nella sceneggiatura, con un finale posticcio comune a molte commedie (i protagonisti, dopo aver a lungo tribolato, si ritrovano ricchi su una spiaggia tropicale, vedi ad esempio Getta la mamma dal treno).
La battuta chiave del film è affidata al maggiordomo (Denholm Elliott) che suggerisce a Murphy che sta per assumere il nuovo ruolo di continuare ad essere sé stesso, che è l'unica cosa che non gli potranno togliere.
Ottima la scelta del cast, con Aykroyd e Murphy che se la intendono alla perfezione, e che include anche Jamie Lee Curtis (prostituta di buon cuore), Frank Oz (poliziotto corrotto, e altro aggancio al Muppet Show e ai Blues brothers), James Belushi (travestito da gorilla). Particina minuscola per Giancarlo Esposito (in galera con Murphy).
Monty Python: il senso della vita
Più che un film sul senso della vita, è una analisi di cosa rende la vita penosa, oltre che insensata. Pur essendo organizzato in una serie di sketch, la struttura tiene, offrendo allo spettatore il modo di farsi un buon numero di (amare) risate, oltre che a fornire materiale per meditare sulla condizione umana.
Pantera rosa - il mistero Clouseau
Il titolo originale è molto più evocativo, Curse of the Pink Panther: la maledizione della pantera rosa. A questo punto sembra infatti che Blake Edwards sia mosso da una sorta di maledizione, e voglia che dimostrare - magari solo a sé stesso - che la pantera rosa ha un senso anche senza Peter Sellers. Il fatto è che non ce l'ha.
Si tenta una sorta di reboot della vicenda, introducendo un poliziotto newyorkese drammaticamente incapace (Ted Wass - non all'altezza del ruolo), accennando alla possibilità che possa essere un lontano parente di Clouseau, che indaga sulla scomparsa dell'ispettore capo. Più che altro una scusa per introdurlo ai personaggi della saga, l'ispettore capo Dreyfus (un Herbert Lom sempre più stanco), Cato, i Litton del primo episodio della serie (David Niven in finale di carriera, Capucine, e Robert Wagner), Robert Loggia eccetera eccetera.
Il colpo di scena finale è l'apparizione di Roger Moore nei panni dell'ispettore.
Si tenta una sorta di reboot della vicenda, introducendo un poliziotto newyorkese drammaticamente incapace (Ted Wass - non all'altezza del ruolo), accennando alla possibilità che possa essere un lontano parente di Clouseau, che indaga sulla scomparsa dell'ispettore capo. Più che altro una scusa per introdurlo ai personaggi della saga, l'ispettore capo Dreyfus (un Herbert Lom sempre più stanco), Cato, i Litton del primo episodio della serie (David Niven in finale di carriera, Capucine, e Robert Wagner), Robert Loggia eccetera eccetera.
Il colpo di scena finale è l'apparizione di Roger Moore nei panni dell'ispettore.
Star Wars VI - Il ritorno dello Jedi
Qui il titolo italiano è la traduzione letterale dell'originale, Return of the Jedi. Casomai si potrebbe discutere sulla sua ambiguità, nel senso che non è chiaro di quale Jedi si sta parlando. Si alluderà al giovane Skywalker, Luke, o al vecchio, Anakin?
Già, perché il succo della storia è che in limine mortis Darth Vater torna a comportarsi da Jedi, e riesce quindi a salvarsi dal lato oscuro.
L'intreccio regge, anche se occorre essersi visti i due precedenti episodi per capire cosa stia succedendo. Gli effetti speciali sono terribili, se consideriamo quello che ci si aspetta da un film paragonabile al giorno d'oggi.
Già, perché il succo della storia è che in limine mortis Darth Vater torna a comportarsi da Jedi, e riesce quindi a salvarsi dal lato oscuro.
L'intreccio regge, anche se occorre essersi visti i due precedenti episodi per capire cosa stia succedendo. Gli effetti speciali sono terribili, se consideriamo quello che ci si aspetta da un film paragonabile al giorno d'oggi.
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