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Kreuzweg - Le stazioni della fede

Questo dei Brüggemann (*) sembra uno di quei film che si va a cercare gli spettatori a piccoli numeri. Dieci qua, una mezza dozzina là. Ogni tanto capita nel pubblico qualche sbadato, che non si è accorto che non era stato chiamato alla visione. E ci resta molto male.

Da un lato la distribuzione italiana ha aiutato la tendenza all'autolimitazione del pubblico con uscite centellinate e mantenendo il titolo originale tedesco, accompagnato da un sottotitolo sibillino. Ma chissà, se avessero avuto il coraggio di tradurlo, se questo avrebbe avuto un impatto positivo o negativo sul numero di biglietti staccati.

Lo stile è di una totale asciuttezza, la storia è divisa in quattordici capitoli, quanti sono le tappe della Via Crucis, e seguono pochi giorni nella vita di Maria (Lea van Acken), una quattordicenne, attorno al momento della sua cresima. Ogni capitolo si svolge sotto l'occhio vitreo della macchina da presa, immobile, che lascia che l'azione si svolga senza che, almeno apparentemente, ne prenda parte, in un unico ininterrotto piano sequenza. A me ha fatto pensare a Michael Haneke, vedasi Amour, Niente da nascondere, o un po' tutta la sua filmografia. L'impressione che abbiamo è di avere a che fare con un quasi documentario, che vediamo i fatti come davvero sono andati e non come ce li sta proponendo il regista. Il che può risultare di una certa pesantezza per lo spettatore abituato ai montaggi sempre più frenetici del cinema ad alto budget, ma che permette, a chi abbia pazienza, una maggiore partecipazione alla vicenda.

Solo due quadri fanno eccezione, quello centrale, la cresima, in cui la camera compie tre o quattro movimenti, e quello finale in cui la tensione si spezza e la macchina da presa ci riporta quella che deve essere il respiro di sollievo di Maria, finalmente libera.

(*) Fratello e sorella. Lei, Anna, si è occupata della scrittura, lui, Dietrich, ha firmato anche la regia.
(**) Nato anche lui a Monaco di Baviera, come i Brüggemann, ma una trentina di anni prima.

Sherlock 3.3: L'ultimo giuramento

Come da manuale, la puntata è dedicata al confronto tra Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) e il cattivo di stagione, Charles Augustus Magnussen (Lars Mikkelsen), di fino ad ora sapevamo solo che era dietro al rapimento di John Watson (Martin Freeman) e fatti successivi narrati ne La cassa vuota.

Per maggiori dettagli vedasi quello che avevo scritto in occasione della mia prima visione, qui aggiungo che è sorprendente quanti errori faccia Holmes in questa puntata. Inatteso nello schema di una serie di questo tipo, ma realistico e interessante. Lavorando di induzione, è naturale che Sherlock non ci azzecchi sempre. Spesso due o più diverse opzioni possono giustificare le sue osservazioni, e non sarebbe umano se operasse sempre la scelta corretta. Anche se nei momenti essenziali riesce sempre a calcolare almeno un passo in più degli altri.

Il difetto fondamentale di Sherlock è quello di maltrattare indegnamente chi gli sta vicino. Watson ha avuto modo di spiegargli che così non si fa, in maniera brutale ma efficace all'inizio di stagione. Qui si premurano di dargli un supplemento di spiegazioni Molly Hooper (Louise Brealey), anche se, tecnicamente, lo prende a schiaffoni forse quando avrebbe meno motivi per farlo, e Janine (Yasmine Akram). Ha anche modo di venir maltrattato da Mary Watson née Morstan (Amanda Abbington), con toni un po' sopra le righe, a dire il vero, al punto che non si capisce bene quanto è precisa lei e osso duro lui, in un gioco di responsabilità a cui è difficile dare un senso definito.

Come nella precedente puntata, vediamo Sherlock, in un momento fondamentale, fare i conti con le persone che per lui sono davvero importanti, che scopriamo essere, oltre a John, Molly, Lestrade (Rupert Graves), Mycroft (Mark Gatiss) ma soprattutto Jim Moriarty (Andrew Scott).

Bello il finale, che sembra chiudere la serie brutalmente, ma che la riprende per i capelli e ci offre un cliffhanger per la prossima stagione.

Sherlock 3.2: Il segno dei tre

Nella terza stagione non vale la regola dell'episodio centrale meno forte. Ho avuto qualche limitata perplessità su Il banchiere cieco (prima stagione) e su I mastini di Baskerville (seconda stagione), ma non qui.

In questo caso la parte del leone la fa il matrimonio tra John Hamish (*) Watson (Martin Freeman) e Mary Elizabeth Morstan (Amanda Abbington). Delle rare somiglianze con Il segno dei quattro di Conan Doyle ho parlato quando ho commentato la mia prima visione di questa puntata, ora mi limito a sottolineare come anche questa volta si sia mantenuto lo schema di accennare al supercattivo del momento nel primo episodio dell'annata, e dedicare allo scontro tra questi (**) e Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) il finale di stagione.

Succede così che in questa puntata Sherlock non ha un avversario al suo livello con cui combattere, ma passa il tempo a combattere con i suoi demoni, che sono poi il suo complesso di inferiorità nei confronti del fratello Mycroft (Mark Gatiss), l'attrazione irrisolta per Irene Adler (Lara Pulver), l'invidia per l'umanità del dottor Watson, la sua quasi totale incapacità di relazionarsi con gli umani.

(*) Il middle name del buon dottore ha un ruolo importante nello sviluppo.
(**) Jim Moriarty (Andrew Scott) nelle due precedenti stagioni.

Sherlock 3.1: La cassa vuota

Poco da aggiungere a quanto avevo scritto dopo la mia prima visione di questo episodio. Come vuole il canone (*), Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) ritorna a Londra, pescato dal fratello Mycroft (Mark Gatiss) da qualche parte nell'Europa orientale mentre si dilettava a distruggere elementi della rete di Moriarty. Mycroft si dedica di persona all'impresa, per lui enormemente spiacevole, diventando un operativo e mischiandosi con umani, perché gli è giunto un allarme molto preoccupante. Un attentato di enormi proporzioni sta per avvenire nella capitale, e Sherlock sembra essere l'unico che possa impedire la catastrofe. O forse, più semplicemente, Mycroft s'è stufato di sapere il fratellino in "vacanza" e lo vuole di nuovo tenere sotto più stretta sorveglianza.

Si bisticcia molto in questa puntata. I due fratelli Holmes, si beccano a più non posso, rinfacciandosi di tutto. Ma soprattutto Sherlock e il dottor John Watson (Martin Freeman) hanno molto da dirsi, con John che non ha mandato giù di essere lasciato all'oscuro della finta morte del consulting detective per due lunghi anni.

Rapida introduzione di Mary Morstan (Amanda Abbington), che sarà tra breve la signora Watson. La simpatia immediata e reciproca tra Mary e Sherlock dovrebbe farci sollevare un sopracciglio. Anche la povera Molly Hooper (Louise Brealey) sembrerebbe aver trovato un compagno che non sia un sociopatico, ma la silenziosa reazione di Sherlock alla sua vista potrebbe farci temere in qualche risvolto negativo.

(*) Ma non avrebbe voluto Conan Doyle, che avrebbe volentieri lasciato il suo eroe a mollo nel Reichenbach.

Cattivi vicini

Nonostante le mie aspettative fossero basse, non sono state raggiunte. Forse non è poi così orrendo, per chi fa parte del pubblico di riferimento. Io mi sono sentito terribilmente fuori fascia, alcune parti mi hanno annoiato, altre disgustato, gran parte del tempo m'è passato senza lasciar traccia di sé, però almeno una risata m'è venuta, grazie ad un momento slapstick. L'ho visto perché c'è una mezza idea di andare a vedere il seguito, che uscirà tra breve, e ho voluto tirarmi a pari con gli altri.

La storia è giocata come lo scontro tra una compagine di giovinastri universitari e un paio di coppie di giovani adulti che non hanno ancora ben capito quale sia il proprio ruolo nel mondo. Siamo in pratica dalle parti di Giovani si diventa, stesso anno, stessa incapacità degli adulti di essere veramente tali, qui però si punta di più sul filone American pie.

Mac (Seth Rogen) e Kelly (Rose Byrne) sono sposati, hanno una bella bimbetta, e fanno fatica ad accettare la loro condizione di famiglia. Sembra abbiano solo due amici, Jimmy (Ike Barinholtz) e Paula (Carla Gallo) che, più immaturi di loro, hanno divorziato e preferiscono fingere di essere ancora ragazzini. Penso si debba considerarli sulla trentina.

Nella casa a fianco si installa una confraternita universitaria, a capo della quale c'è Teddy (Zac Efron) affiancato da Pete (Dave Franco). Scopo di costoro è fare qualcosa di così oltraggioso da restare nella memoria di chi li seguirà.

La relazione tra le due compagini oscilla tra la simpatia e il conflitto, sia per gli interessi diversi, sia per una (*) reciproca invidia. La cattiva gestione del rapporto causerà una serie di disastri che nella vita reale si tradurrebbero in lesioni fisiche permanenti e magari anche qualche morte. Ma a guidare la fantasia del team creativo devono essere stati i fumetti, e i personaggi sembrano essere fatti di gomma. Dopotutto la regia è di Nicholas Stoller, vedasi il reboot dei Muppet e il suo seguito.

(*) appena accennata, in realtà.

Non ti addormentare

Invero al momento di questo film non esiste una versione italiana, e quindi il titolo che ho messo al post è basato sull'illazione che un possibile distributore utilizzi il titolo del primo romanzo di S.J. Watson su cui è basata la sceneggiatura (*). Strano che il film abbia girato tutto il mondo, compresa Papua Nuova Guinea, Giappone, Lettonia e Uruguay ma da non non abbia fatto nemmeno una apparizione simbolica. Meraviglie del mercato europeo, ce lo si può comunque procurare facilmente, in versione originale inglese, tedesca o francese (**) a seconda dei gusti personali.

Protagonista della storia è Christine (Nicole Kidman), che ha un problema simile a quello narrato in Memento (2000). Da quando anni prima ha picchiato malamente la testa, riesce a ricordare solo quello che le succede nella giornata, come si addormenta tutto si svapora, e si risveglia con la memoria ferma a quando aveva venti anni.

Difficile immaginarsi lo shock di scoprire al risveglio di essere invecchiata in un lampo e di non sapere cosa è successo per una metà della propria vita. Christine si risveglia di fianco a un uomo (Colin Firth) che dice di essere Ben, suo marito, ma di cui lei non ha nemmeno il minimo ricordo. E ci sono cose peggiori, perché sembra che Christine si sia comportata in passato in un modo che ora non riconosce più come suo, e ci sono anche pesanti ombre sulle circostanze dei fatti che l'hanno portata a perdere la memoria.

Inoltre, c'è pure un medico, il dottor Nasch (Mark Strong) che l'ha incontrata per caso, si è interessato al caso, e ora cerca di aiutarla, ma di nascosto dal marito, per motivi che non appaiono chiari.

Ci pare evidente che qualcuno non la conti giusta, ma chi? Forse la botta in testa ha migliorato Christine, sono cose che capitano, vedasi ad esempio Total recall, meglio se quello di Paul Verhoeven (1990), anche se lì la perdita della memoria aveva altre ragioni. Oppure Ben non è il marito amorevolmente disperato che sembra e nasconde invece qualcosa di torbido. Ma anche il dottor Nasch ha qualcosa di strano e direi che a tratti si può legittimamente dubitare dei suoi metodi.

Notevole il trio di protagonisti, con la Kidman in primo piano e i due uomini che, purtroppo, sono messi un po' da parte. Peccato in particolare che Strong e Firth abbiano solo pochi secondi per duettare. La storia ha svariate debolezze, sia perchè il confronto con Memento è troppo pesante, sia perché non c'è tempo e modo per approfondire alcunchè. Resta a dominare la scena il lato thriller, facendoci chiedere chi sia davvero il cattivo e quale sia il suo senso di agire. Che purtroppo non mi pare abbastanza.

(*) Che, come la regia, è stata affidata a Rowan Joffe
(**) Intitolate rispettivamente Before I go to sleep, Ich. Darf. Nicht. Schlafen, e Avant d'aller dormir.

Trash

In principio era il romanzo omonimo, scritto da Andy Mulligan e pensato per un pubblico molto giovanile. Tre ragazzini che campano miserevolmente ai margini di Rio de Janeiro si trovano al centro di un'intrigo hitchcockiano della mala politica locale.

L'improbo compito di trasformarlo in un film che non risulti troppo imbarazzante allo spettatore occidentale è stato affidato a Richard Curtis, sceneggiatura, e Stephen Daldry, regia. Niente meno. Ci sono riusciti? Abbastanza. La lievità della scrittura e lo sguardo attento di Daldry hanno fatto quello che hanno potuto, ma non mi è stato facile immedesimarmi nei tre giovanissimi protagonisti. Per mia fortuna la mia vita è stata, relativamente parlando, una passeggiata rispetto alla loro.

Forse sarei riuscito a seguirlo meglio se si fosse dato più spazio alla trama adulta, rappresentata da un prete che segue la comunità locale, Padre Juilliard (Martin Sheen) e dalla missionaria (*) che l'affianca, Olivia (Rooney Mara), che si vedono contrapposti ad uno spregevole poliziotto José Angelo (Wagner Moura).

Ma non è che a Daldry abbia mai cercato di rendere facile la vita al suo pubblico. E poi il risultato sarebbe stato, oltre che un tradimento sostanziale del testo di partenza, molto meno interessante.

(*) Invero non ho capito bene a che titolo fosse presente nella baraccopoli. Per quel che ne so, potrebbe essere stata una ricercatrice universitaria che stava facendo un qualche studio sui nativi.

Hunger games: Il canto della rivolta - Parte 1

Le lungaggini di questo episodio mi fanno pensare che il terzo libro della serie scritta da Suzanne Collins sia stato diviso in due parti per motivi meramente economici. La conversione per il cinema è affidata ora a Peter Craig e Danny Strong, come a dire che non è poi così importante chi scrive la sceneggiatura, basta che si seguano le linee generali indicate dai romanzi. La regia resta a Francis Lawrence, che continua nel suo lavoro, non molto personale ma nemmeno disprezzabile.

Se le differenze tra il primo Hunger games e il suo seguito mi sono sembrate più nell'ambito del volume che di sostanza, qui si opera una netta cesura. I giochi sono finiti, ora si passa alla guerra.

Scopriamo così che il presidente Snow (Donald Sutherland) deve fare i conti con la presidente Alma Coin (Julianne Moore), che finora era rimasta nascosta con i suoi ribelli in attesa del momento propizio per attaccare Capitol City. Scopriamo anche che Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman) era un raffinato doppiogiochista, e che praticamente tutti erano al corrente che stava per scoppiare la guerra, esclusa Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson). Anche se Snow sembra essere in una posizione di forza, intuiamo che la Coin ha dalla sua una spinta che le potrebbe permettere di fare il colpaccio. Ma l'azione si interrompe a metà ed è dunque giocoforza attendere la parte II prima di tirare le conseguenze.

La base di Alma Coin mi ha fatto pensare a Metropolis. Il paragone è ovvio, Snow a capo dei privilegiati, Coin con gli oppressi, costretti anche ad evitare la luce del giorno. Anche se mi pare che la contrapposizione tra Snow e Coin mi pare più apparente che di sostanza. La freddezza della Coin è glaciale, quanto quella del suo avversario, l'uso della propaganda tra le due parti è speculare.

I problemi di Katniss diventano sempre più complicati. Le viene il dubbio che Gale Hawthorne (Liam Hemsworth) abbia qualche lato oscuro non proprio in linea con la sua visione del mondo. Si ricordi infatti che a Katniss non piace per niente la piega bellica che ha preso la sua esistenza, mentre Gale sembra divertirsi alquanto con i gadget militari che gli vengono messi a disposizione. A proposito, Beetee (Jeffrey Wright) si è trasformato in una specie di Q della saga di 007, e ha fornito a Katniss arco e frecce che farebbero la felicità di John Rambo.

Good kill

Non mi è chiaro che tipo di spettatore avesse in mente Andrew Niccol (*) come destinatario di questa storia. Il falco non gradirà i dubbi instillati sulla strategia militare americana amichevolmente nota come Guerra al terrorismo; alla colomba non piacerà il punto di vista seguito, e probabilmente nemmeno lo svolgimento. Battutine salaci, anche se più depresse che satiriche, colpiscono un po' tutti, e mi pare che la convinzione che emerga sia che ci siamo ficcati in un gran pasticcio da cui nessuno ha una buona idea sul come uscirne. Il che non è molto consolante.

Si narra del maggiore dell'aviazione americana Thomas Egan (Ethan Hawke), entusiasta pilota da caccia, che è stato messo a terra, non per demeriti, ma perché la strategia è cambiata. Si preferisce usare droni, e i piloti se ne stanno al sicuro, in un container dalle parti di Las Vegas. In questo modo si riduce il rischio di scenari imbarazzanti alla Black Hawk down. Egan non ha grossi problemi morali nell'uccidere nemici in questo modo piuttosto di come era abituato in precedenza, gli manca però l'adrenalina legata al rischio del volo e del combattimento, e reputa poco cavalleresco scontrarsi con un avversario restando intoccabile (**). Pur essendo molto bravo anche nel suo nuovo ruolo, non è proprio un pilota da videogame, e scalpita per tornare su un aereo. La frustrazione lo porta al bere e ad alienarsi da moglie (January Jones) e figli.

Viene affiancato ai comandi del drone da una recluta (Zoë Kravitz) che ha maggiori perplessità sul loro lavoro, soprattutto quando il loro equipaggio viene assegnato a missioni molto sporche sotto il comando della CIA. Tra i due c'è del tenero, non si supera mai nessun limite, ma pare che in qualche modo lei finisca per instillare qualche dubbio aggiuntivo in lui. E forse sarà proprio questa esposizione ad un diverso punto di vista a portare un cambiamento sostanziale nel suo modo di pensare.

Il punto del film è più sulle implicazioni derivate dal nuovo modo altamente tecnologico di combattere che sull'analisi dell'impatto che questo ha sui militari che le adoperano. Se viene raccontata con una certa plausibilità la crisi di Egan, si risolve con una eccessiva rapidità la fase di presa di coscienza del problema e la sua soluzione. Per dire, non è credibile che un alcolizzato superi la sua dipendenza con uno schiocco di dita. Vedasi ad esempio Flight.

(*) Sua sceneggiatura e regia.
(**) In un qualche modo richiama all'etica del protagonista de Il cacciatore di Michael Cimino, che prima della guerra va sì a caccia di cervi, ma non abusa della tecnologia per avere il risultato in tasca.

La isla mínima

Ci si può accontentare di guardarlo come un classico thriller poliziottesco, e già così fa la sua bella figura. La regia di Alberto Rodríguez (*) è eccellente, sfrutta a meraviglia le potenzialità del posto (**) e del tempo (***), grazie anche ad una fotografia dai colori slavagiati, che ci dà l'impressione di guardare un film d'epoca.

Due poliziotti madrileni vengono spediti in un paesino sperduto nel sud per indagare sulla scomparsa di due giovani sorelle. Per Pedro (Raúl Arévalo), giovane e rampante, si tratta di una punizione, per aver criticato pubblicamente un generale. Invece Juan (Javier Gutiérrez), che ormai è un residuo del passato, non ci fa nemmeno caso. Ha ben altro a cui pensare, tipo i malanni che se lo stanno divorando e la coscienza che non lo lascia dormire.

Il caso in sé è di una banalità sconcertante. Nonostante il disinteresse generalizzato, i due inquadrano subito correttamente la situazione, imbastiscono una indagine che lentamente ma con gran sicurezza segue il suo percorso e arriva senza grossi sconvolgimenti alla soluzione. Eppure, se non fossero arrivati loro, l'assassino sarebbe rimasto impunito. Anzi, di più. Aveva già colpito in passato, e avrebbe nuovamente colpito. In pratica il thrill principale dell'azione è scoprire se i due riusciranno a evitare un ennesimo ammazzamento. E, come ci dice il padre delle due vittime, l'unico motivo per cui loro sono stati mandati ad investigare è che avevano un parente con agganci a Madrid. Scopriamo infatti che i militi della Guardia Civil (°) preferiscono fare il meno possibile, adducendo come ragione che loro devono restare lì, e quindi devono fare attenzione a non pestare i piedi a nessuno.

La storia assume maggior interesse se teniamo presente il suo aspetto metaforico. Pedro è il nuovo spagnolo, democratico, che deve convivere con un suo vecchio alter ego, Juan, che ha pesanti responsabilità derivanti dal suo coinvolgimento con il franchismo. La tentazione di Pedro è quella di mettere da parte Juan, considerarlo un peso, e gestire l'indagine per conto suo. Cosa che del resto, almeno a tratti, fa. Ma non è la via giusta. Juan sarà anche stato una brutta persona, e forse continua ad esserlo, almeno parzialmente. Però ha anche una parte positiva. Ha la capacità di empatizzare con i locali, mentre Juan, algido, cittadino, moderno, nessuno se lo fila. Solo lavorando assieme i due possono sperare di portare a casa il risultato.

(*) Nonostante le convinzioni che un mio vicino di poltrona cinematografica ha sbandierato allegramente, Alberto Rodríguez non ha niente a che fare con Quentin Tarantino. Quello è Robert Rodriguez.
(**) Dalle parti di Siviglia, ma la città è ignorata e tutta l'azione si svolge nelle campagne attorno al Guadalquivir. Il fiume, la natura, il carattere brusco e diffidente dei paesani che vivono in un ambiente affascinante in cui però è difficile anche solo sopravvivere hanno una parte notevole nella narrazione.
(***) 1980. La Spagna sta vivendo il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Nonostante Franco sia morto da cinque anni, e che le prime elezioni libere si siano tenute l'anno prima, è evidente che l'inerzia dei decenni precendenti non sia ancora stata smaltita.
(°) Che sarebbe approssimativamente il corrispettivo spagnolo dei nostri carabinieri.

1981: Indagine a New York

Blaise Pascal, con la sua famosa scommessa, sosteneva che conveniva puntare sull'esistenza di Dio (*), in quanto se si vince si ottiene un ricompensa infinita e se si perde, beh, comunque si è vissuto una vita felice. Ho l'impressione che nemmeno Pascal desse molto peso alle sue argomentazioni, e che le considerasse piuttosto un simpatico giochetto logico con cui stupire gli amici. Che razza di vita sarebbe mai, mi sono sempre chiesto, quella di un tale che segue una religione non perché ci crede ma perché spera in una futura ricompensa.

In questo film J.C. Chandor ce lo racconta. O almeno, qualcosa del genere.

Si narra infatti di Abel Morales (Oscar Isaac) che cerca di mantenere la sua vita in un difficile equilibrio morale in un mondo che di morale sembra avere ben poco. Siamo infatti nel 1981 a New York, in uno dei periodi più turbolenti che la città abbia attraversato (**). Immigrato ispanico, ha rapidamente fatto carriera, sposato Anna (Jessica Chastain), figlia di quello che sembra essere stato un pezzo grosso della mafia italo-americana, e preso la direzione dell'attività di famiglia, commercio di combustibile per riscaldamento.

Lui vuole stare fuori dagli affari sporchi, preferendo contare sulle sue capacità di venditore e un modello di business profittevole, ma le pratiche commerciali di quel ramo non sono pulitissime e bisogna adeguarsi alla concorrenza. La sua azienda subisce una serie di furti, e seguiamo la vicenda di un suo autista, Julian (Elyes Gabel) che viene selvaggiamente picchiato. In più c'è un pubblico ministero (David Oyelowo) che lo ha preso di mira e sta indagando su di lui.

Non sembrerebbe il momento di compiere azione azzardate, ma Abel la pensa diversamente, e punta tutto sull'acquisto di un'area che lo farebbe crescere enormemente. Il problema è che una serie di circostanze spaventa la banca che doveva garantirgli i fondi necessari, facendogli correre il rischio di capottare bruscamente. In pochi giorni Abel deve risolvere una lunga serie di inghippi se non vuole rischiare di fare la fine del topo.

Le atmosfere sono quelle da film sulla mafia, da Il padrino in qua, con l'avvocato di Abel, Andrew (Albert Brooks) che sembra proprio il consigliori di famiglia, e anche con un incontro al ristorante italo-americano (***) di una specie di consiglio capitanato da quello che sembra essere il corrente big boss, Peter (Alessandro Nivola). Però il punto di vista è quello di uno che si trova ai margini di quel sistema e fa di tutto per non venirne coinvolto.

Per gran parte del film sembra esserci una distinzione piuttosto netta tra buoni e cattivi, con Anna che sembra quasi una Lady Macbeth che vorrebbe che il suo uomo si facesse meno scrupoli, e con il PM che sembra attaccare Abel perché non lo distingue dai veri cattivi.

Nel finale, decisamente amaro, scopriamo come di buoni ce ne siano davvero pochi (°), e non abbiano un buon destino che li aspetta.

(*) E in particolare su quella del Dio cristiano cattolico, corrente giansenista.
(**) Da cui il titolo originale, A most violent year. L'idagine è assolutamente secondaria allo sviluppo della storia, e i nostri distributori l'hanno messa nel titolo con l'evidente intenzione di attirare pubblico che si aspetterà qualcosa di diverso e rimarrà così molto deluso dalla pellicola.
(***) Con tanto di Una lacrima sul viso di Bobby Solo in sottofondo.
(°) Difficile non ripensare al primo film di Chandor, Margin call. Qui è come se si dicesse che il sistema non è che si sia corrotto negli ultimi anni, è una cosa più radicata, forse intrinseca al nostro modello di società.

Hector and the search for happiness

Ho aspettato tutto il 2015 che venisse distribuito in Italia, ma pare che questo titolo non sia considerato appetibile per il nostro mercato, e a tutt'oggi non è disponibile. Il rischio che cadesse nel dimenticatoio era alto, è successo però che mi sono iscritto per curiosità ad un corso sulla felicità, vista da un punto di vista strettamente scientifico, e ad un certo punto, tra i compiti assegnati, c'era pure la visione di questo film. Avrei potuto agevolmente portare la giustifica, ho preferito invece darmi un pochettino da fare, e sfruttare l'unione con i nostri confratelli europei che ci permette di accedere a prodotti teoricamente non disponibili da noi. Unica seccatura, che però può essere anche vista come un vantaggio, l'assenza di doppiaggio e anche sottotitoli nella nostra bella lingua.

Alla base del lavoro di Peter Chelsom c'è un libro di François Lelord che ha avuto un gran successo in Francia, poi in Germania, per essere poi tradotto in inglese e vendere parecchio in tutto il mondo. Per quanto ne so, da noi non è arrivato.

Il film inizia con Hector (Simon Pegg) che sta sognando, un bel sogno che rapidamente si trasforma in incubo, interrotto da Clara (Rosamund Pike) che amorevolmente lo mette in pista per la giornata. Scopriamo così che Hector (*) è una persona che avrebbe tutto per essere felice, è uno stimato psichiatra, vive con una donna bella e simpatica a Londra, ha soldi, un bell'appartamento, nessun problema. Eppure è visibilmente infelice. Decide così di prendersi un sabbatico e partire in un viaggio alla ricerca della felicità. Da solo. Lasciando a casa Clara che, ribadisco, è interpretata da Rosamund Pike. Per non sa nemmeno lui quanto tempo.

Difficile immedesimarsi in Hector. Benestante, fortunato, potrebbe avere una vita bellissima eppure non riesce a farlo. E per tutta la prima metà del film si continua su questa falsariga. Prende un areo per la Cina, il caso gli fa ottenere un upgrade in prima classe, finisce di fianco ad un uomo d'affari (Stellan Skarsgård) che lo prende a benvolere e gli offre una serata da super-ricco, conosce una cinese giovane e bella (Ming Zhao), si fa una bella chiacchierata con un monaco. Ma tutto questo gli scivola sopra, e non sembra che niente possa cambiarlo.

Deve accorgersi anche lui che qualcosa non va, decide così di cambiare continente, tocca all'Africa, dove può contare su un suo vecchio amico che lavora lì come medico. Altri incontri fortunosi, tra cui un narcotrafficante (Jean Reno) che finirà per salvargli incidentalmente la vita, e a cui forse riuscirà a sua volta a cambiare, almeno parzialmente, la sua visione del mondo. Ma anche qui è difficile simpatizzare per lui. Continua ad essere visibilmente distaccato dagli altri, iniziamo a vedere qualche germe di interazione, resta però la sensazione che nulla riesca a colpirlo più di tanto.

Ed è tempo per la terza tappa, direzione Los Angeles, dove vive Agnes (Toni Collette), altra sua vecchia amica, di cui era innamorato ma con la quale non ha mai concluso nulla. Mentre è in volo succede qualcosa che sembra finalmente dargli una scossa. Forse è proprio qui che parte il suo cambiamento, essere sul punto di prendersi una pallottola in faccia non l'aveva smosso più di tanto, ma scoprire che è possibile affrontare la morte con serenità potrebbe essere quello che gli serviva.

Un'altra bella spinta gliela dà Agnes, che gli chiarisce la differenza tra sogno e realtà, e lo introduce al professor Coreman (Christopher Plummer), un luminare degli studi sulla fisica delle emozioni. E infine arriva il punto chiave del film, Hector deve affrontare le sue paure. Riuscirà a superarle? Se sì, potrebbe riuscire a recuperare il rapporto con Clara. E magari trovarla, quella felicità che ha cercato per tutto il mondo.

(*) Che sembra essere una specie di alter ego dello scrittore. Spero per lui che la distorsione operata dalla fantasia sia sostanziale.

Tutto può accadere a Broadway

Credo che il problema di questo film stia nella sua lunghissima gestazione, e nei numerosi cambiamenti di cast che ha subito lungo la strada. Scritto da Peter Bogdanovich (*) e Louise Stratten (**), quando i due erano sposati, era stato pensato con John Ritter nel ruolo maschile principale, il che avrebbe dato un indirizzo più slapstick allo svolgimento dei fatti. L'improvvisa morte di Ritter, e altri fatti, hanno causato un lungo stop al progetto e una riscrittura che forse ha causato qualche sbilanciamento di troppo nell'azione.

Come in Rumori fuori scena, il tutto ruota attorno alla preparazione di uno spettacolo teatrale che sembra ugualmente destinato alla catastrofe. Qui però il punto di vista prevalente è quello del secondo ruolo femminile, una debuttante che sappiamo subito aver fatto un gran salto verso Hollywood, infatti tutta la storia è narrata in flashback da lei ad una giornalista.

Abbiamo dunque che Izzy/Isabella (Imogen Poots) lavora come escort a New York sotto l'improbabile nome di Glow Stick in attesa di ottenere una parte come attrice. Una sera viene mandata dalla sua maitresse nella camera di albergo del noto regista Arnold Albertson (Owen Wilson), che però nasconde la sua vera identità ad entrambe. Arnold, che è sposato con Delta Simmons (Kathryn Hahn), ha l'hobby di portare a cena prostitute, passare con loro serate romantiche e, dopo averci fatto sesso, offrir loro un sacco di soldi affinché cambino vita realizzando quello che è il loro sogno.

Glow ha alcuni affezionati clienti, tra cui un giudice (Austin Pendleton) che ha per lei una fissazione, al punto che la fa pedinare da un investigatore privato. Rendendosi conto di esagerare, vorrebbe parlare con la sua psicoterapeuta, che però s'è presa un sabbatico di sei mesi per cercar di risolvere la sua dipendenza da alcolici (***), e dunque finisce in cura dalla di lei figlia, Jane (Jennifer Aniston), una pazza scatenata.

Nello stesso albergo, stesso piano, di Arnold c'è anche la stanza di Seth (Rhys Ifans), protagonista maschile della commedia che Arnold deve dirigere, che è innamorato, non ricambiato, di Delta, che a sua volta è la protagonista femminile. La pièce è scritta da Joshua (Will Forte), che è fidanzato a Jane, ed è il figlio dell'investigatore a cui il giudice si è rivolto per far pedinare Glow. Joshua, sfinito dal caratteraccio di Jane, la molla, e cerca di concludere con Isabella, attirandosi così le ire di Jane e del giudice.

Dopodiché la vicenda diventa più intricata. Tutto sommato l'architettura del racconto regge, anche se non tutto fila per il meglio. Il punto chiave della storia mi è sembrato un po' duretto da mandar giù. Va bene che da una screwball comedy non ci si deve aspettare una gran ragionevolezza, ma il comportamento di Arnold mi pare veramente bizzarro. Ho delle riserve anche sul finale, basato su una comparsata di Quentin Tarantino.

(*) Sua pure la regia.
(**) Anche tra i numerosi produttori, assieme a Wes Anderson e Noah Baumbach.
(***) Vederemo nel finale che non ci riesce. Forse perché la presunta riabilitazione aveva sede in Toscana.

Professore per amore

A me piace di più il titolo provvisorio usato durante le riprese, qualcosa come Il professore riluttante. Il titolo originale definitivo, The rewrite, ha pure un suo fascino, creando un parallelo tra l'attività del protagonista, uno sceneggiatore che una volta era di successo, ma che ora non riesce nemmeno a trovare lavoro come aggiustatore di sceneggiature ballerine, e la sua necessità di riscrivere quella che è la sceneggiatura della sua vita. Il titolo scelto dalla distribuzione italiana porta a fraintendere la storia.

Si narra di Keith Michaels (Hugh Grant) che per una serie di motivi non riesce più ad imbroccare un lavoro decente. Il suo agente, forse per toglierselo di torno, gli offre un lavoro inaspettato, andare ad insegnare in una piccola università periferica nello Stato di New York come si scrivono sceneggiature. Keith ne farebbe volentieri a meno, anche perché ha una pessima opinione dei corsi che vorrebbero insegnare ad essere creativi, è solo la disperazione lo porta ad accettare.

Ma quando uno è in parabola discendente c'è poco da fare, è troppo facile continuare la serie negativa. Finisce così che in brevissimo tempo Keith si porti a letto una sua giovanissima studentessa (Bella Heathcote) ancora prima di cominciare il corso, selezioni i suoi studenti usando un metodo molto discutibile, faccia di tutto per non fare il suo lavoro, e si metta in rotta con Mary Weldon (Allison Janney), potentissima docente, esperta di Jane Austen e con una opinione molto bassa dell'arte filmica.

Succedono però alcune cose che, lentamente, lo portano a riconsiderare la sua esperienza. Ad esempio il rettore, Dr. Lerner (J.K. Simmons), e un insegnante di inglese, Jim (Chris Elliott) gli offrono incondizionatamente la loro amicizia, nonostante le evidenti differenze. Scopre poi che insegnare non è così male, anzi, ci prova gusto, e scopre che ad insegnare si finisce per imparare parecchio. E poi conosce Holly Carpenter (Marisa Tomei), studentessa di ritorno, spiantata, con una vita alle spalle non delle più semplici, che però, alla sua non più freschissima età, non ha nessuna voglia di arrendersi.

Non che la storia sia particolarmente innovativa, e bisogna pure dire che Marc Lawrence avrebbe potuto anche fare meglio, però il film funziona. Forse grazie al cast in ottima forma.

Jack Ryan - L'iniziazione

Viene comunemente indicato come reboot della serie dedicata al personaggio creato da Tom Clancy, trascurando il fatto che, a ben vedere, non c'è alcun precedente boot, nel senso che i precedenti film, a partire da Caccia ad Ottobre rosso, non sono stati sviluppati organicamente come una serie.

Il problema principale degli sceneggiatori deve essere stato quello di svecchiare il contorno, che era quella tipica della guerra fredda, con la contrapposizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti, senza tradire l'anima del racconto. E direi che tutto sommato ci sono riusciti, grazie anche alla regia di Kenneth Branagh, che ha puntato su una impostazione solida, evitando quasi completamente il confronto con prodotti più moderni dello stesso genere, vedasi la serie di Bourne. Di conseguenza, il film risulterà più appetibile a chi abbia una certa età, mentre i giovinastri correranno il rischio di appisolarsi a metà pellicola.

La storia non segue nessun romanzo originale, sembra piuttosto l'episodio pilota di una serie televisiva in cui si presentano i personaggi principali, i loro caratteri, e li si mette al lavoro in un canovaccio che sarà replicato nelle puntate successive.

Ci viene così spiegato chi è Jack Ryan (Chris Pine), la sua fidanzata Cathy Muller (Keira Knightley), e Thomas Harper (Kevin Costner) che sarebbe poi quello che recluta Jack per la CIA. Il cattivo di questo episodio è il russo Viktor Cherevin (lo stesso Branagh). Parte piccola ma interessante per Nonso Anozie nei panni di una guardia del corpo con idee particolari sul come fare il suo lavoro.

Nel product placement fa la sua bella figura una Ducati Diavel, anche se viene usata poco (e male).

Le regole del caos

Luigi XIV (Alan Rickman) ha deciso di spostare la corte a Versailles. Il che sarebbe una scelta piuttosto balorda, ma vai tu a spiegarglielo senza rimetterci la testa. La realizzazione dei giardini è affidata André Le Nôtre (Matthias Schoenaerts), che però non può fare tutto da solo, e deve decidere a chi subappaltare cosa. Tra i vari concorrenti in lizza ci sarebbe anche Sabine De Barra (Kate Winslet) che però gli sembra troppo poco classica per gli assolutisti gusti regali.

Il buon André però sa bene che il Re Sole ha gusti molto difficili da accontentare, e che occorre osare qualcosa in più per evitare di cadere in disgrazia. E dunque decide di correre il rischio, prende un progetto di Sabine, lo adatta, e la ingaggia per realizzarlo.

Riuscirà Sabine a combinare classicità e caoticità in un risultato che soddisfi il re? E, nel contempo, riuscirà anche a trovare l'amore in André? Lo scopriremo nel finale. Posso però dire che lungo la strada troverà preziosi alleati, come Filippo d'Orleans (Stanley Tucci), fratello del re, e la sua gentil consorte, e anche qualche pericoloso nemico, tra cui la moglie di André (Helen McCrory).

Il film è certamente qualificabile come opera Alan Rickman, che lo ha diretto e co-scritto, oltre che interpretato. Ne ho apprezzato il coraggio, che si vede ad esempio nella colonna sonora affidata a Peter Gregson, valido violoncellista, ma al suo primo lavoro di questo tipo - ben riuscito, tra l'altro. Anche la storia che, da come l'ho raccontata, sembra piuttosto leggera, ha invece un fondo molto amaro. Ogni personaggio ha un dolore che lo perseguita, e riuscirà ad uscir bene dal racconto chi sarà capace di affrontare i suoi fantasmi e tenerli a bada.

L'affidabilità storica del racconto è molto questionabile, ma il tutto viene dichiarato sin dall'inizio, con una buona dose di humor britannico.

Suite francese

Lucile (Michelle Williams) ha sposato un tal Gaston, un personaggio così poco interessante che non lo vedremo mai sullo schermo. Poi è arrivata la seconda guerra mondiale, e lui è partito per il fronte. Poco male per entrambi, visto che si tratta di un matrimonio di interesse che poco piace sia a lui (*) sia a lei, che si è adattata ai voleri paterni. Più che l'assenza di Gaston, a Lucile pesa la presenza della suocera, Madame Angellier (Kristin Scott Thomas), una burbera possidente che ha un sottile piacere perverso ad angariare i mezzadri, e che le rende difficili anche gli svaghi più innocenti, quali suonare il pianoforte.

La guerra va come doveva andare, e una compagnia di tedeschi si accampa proprio nel paesino di Lucile, in attesa di essere spediti su di un altro fronte. Un aitante sottotenente, Bruno von Falk (Matthias Schoenaerts), prende possesso di una stanza della magione degli Angellier, e ci vuole ben poco perché i due piccioncini si mettano a tubare assieme, nonostante tutte le avversità. Che però si fanno sentire in vario modo, impedendo il romantico lieto fine.

La prima parte dello sviluppo m'è parsa troppo lenta, ma lo spettatore paziente avrà modo di rifarsi più avanti. Sempre che apprezzi il genere.

Il film è basato sull'omonimo ciclo di Irène Némirovsky, che avrebbe dovuto comprendere cinque titoli. Purtroppo la Némirovsky, di origine ebraica, finì i suoi giorni Auschwitz, avendo completato solo i primi due romanzi. L'idea era quella di mimare lo sviluppo di una sinfonia, e quello trattato qui è il secondo movimento, il cui titolo è Dolce. Solo pochi anni fa l'opera è stata pubblicata, ottenendo un buon successo, e spingendo a farne una versione per il grande schermo. La regia è stata data a Saul Dibb, che ha anche partecipato alla riduzione del romanzo in sceneggiatura.

(*) Scopriremo che ha una amante e relativo figlio illegittimo.

The reach: Caccia all'uomo

La giornata comincia male per Ben (Jeremy Irvine), la cui ragazza è in partenza per Denver per ragioni di studio. Lui, che fa la guida ai cacciatori nel deserto del Mojave, è giovane e confuso, non riesce a dirle quanto la ama, anche se le fa un regalo che per lui è molto importante (*), e tantomeno a decidersi ad abbandonare quel buco dimenticato da dio e dagli uomini per cercare un futuro con lei.

Capita poi un cliente fuori stagione, tal Madec (Michael Douglas), una specie di Gordon Gekko con la passione della caccia. Così cattivo che usa prodotti di estremo lusso europei e sembra voglia vendere la sua attività ai cinesi. Si capisce subito che a Madec piace giocare con le regole che detta lui stesso, e infatti va a finire che la preda finirà per diventare Ben, da cui il titolo italiano che, a ben vedere, è sull'orlo dello spoiler.

La base, anche se non particolarmente sorprendente, non è nemmeno male. E Douglas fa la carogna è sempre uno spettacolo. Purtroppo non c'è molto da aggiungere. Lo sviluppo non è intrigante, la regia (Jean-Baptiste Léonetti) non riesce a sfruttare appieno i notevoli scenari e deve fare pure i conti con una sceneggiatura che nel finale tradisce le premesse iniziali per tuffarsi in una direzione che sembra più quella di un horror a basso budget.

(*) Incredibile a dirsi, ma si tratta di una pistola. E lei invece di tirargliela in testa o fargli la ramanzina perché, per farle una sorpresa, gliela stava nascondendo nel suo bagaglio sembra essere contenta.

Interstellar

Mia seconda visione dell'ultimo lavoro dei fratelli Christopher e Jonathan Nolan. Trattandosi di proiezione gratuita, temevo la catastrofe, nel senso che non è il film che consiglierei a chiunque. Lungo, complicato nella trama e nelle premesse scientifiche, destinato a causare discussioni anche all'interno dei fan della fantascienza "hard", non mi sembra la scelta migliore per un film da dare in pasto ad un pubblico generico in una calda e zanzarosa sera estiva.

Tutto sommato mi sbagliavo. Anche se ho fondati motivi per pensare che in molti non abbiano capito bene cosa sia successo, non ho sentito eccessivi rumoreggiamenti in sala, e mi pare che in generale il film sia piaciuto. Credo che la qualità delle immagini, si inaugurava un nuovo proiettore 4K, e la loro spettacolarità, abbinata alla bella colonna sonora di Hans Zimmer, abbiano aiutato non poco.

La storia è centrata su Cooper (Matthew McConaughey) e sul suo tentativo di essere contemporaneamente un buon padre, soprattutto per Murphy (interpretata da Mackenzie Foy, Jessica Chastain ed Ellen Burstyn), che percepisce essere la più fragile tra i due figli, ad effettuare una missione disperata che potrebbe essere l'ultima possibilità per salvare la specie umana.

Alla fine storia tutto finirà relativamente bene, forse Cooper troverà anche un nuovo amore nella dottoressa Brand (Anne Hathaway), però prima di arrivare al finale ne dovremmo fare molta di strada. Sia fisicamente, andremmo addirittura in un altra galassia, via wormhole, sia in senso figurato.

Il bello della storia è anche che non esistono eroi infallibili. Tutti quanti fanno errori, a volte anche terribili. Chi riuscirà a salvare la baracca, sarà chi riuscirà ad imparare dagli errori per cambiare la sua prospettiva.

Diplomacy - Una notte per salvare Parigi

Il generale Dietrich von Choltitz (Niels Arestrup) agisce con la sua solita fredda determinazione che lo ha seguito durante due guerre mondiali, anche se alcuni dettagli lasciano intuire come ci sia qualcosa che gli rode. Ci mettiamo poco a scoprire cosa sia. Ha ricevuto uno di quegli ordini che, pur essendo completamente folli, non si possono discutere. Siamo infatti nell'agosto 1944, gli alleati sono ad un passo da Parigi, e il von Choltitz ne è stato nominato governatore un paio di settimane prima da Adolf Hitler in persona, con il mandato esplicito di ridurre la Ville Lumière ad un ammasso di rovine.

Sappiamo tutti che alla fine l'ordine non è stato eseguito, e questo potrebbe sembrare un gigantesco spoiler. Ma non è così, perché il punto non è cosa farà il von Choltitz, ma come si svolgerà la sua decisione di disconoscere tutta una vita di disciplina militare. L'altro polo dell'azione è Raoul Nordling (André Dussollier), console svedese, che contrappone lo stile diplomatico a quello militaresco, e porta argomenti ai dubbi del generale tedesco.

Gli altri personaggi sono poco più che comparse, e questo si spiega con il fatto che all'origine della sceneggiatura c'è una pièce teatrale, firmata da Cyril Gely, che ha lavorato assieme al regista Volker Schlöndorff per adattarla allo schermo. C'è quindi chi potrebbe non apprezzare la centralità che hanno i dialoghi a scapito dell'azione. Mi spiace per lui. Ho un lontano ricordo di un altro film sulla vicenda, Parigi brucia? che risale a mezzo secolo fa, che ha molta più azione.

Un aspetto che mi ha intrigato del racconto è il ribaltamento di campo che possiamo osservare in quelle che sono le caratteristiche dei personaggi. Meglio non azzardare giudizi su nessuno, finché non vediamo come vanno a finire le cose.

Pur essendo basata su fatti storici, non ci si aspetti un taglio documentaristico, Gely e Schlöndorff ci mettono molto di loro, e fanno dire al generale e al diplomatico cose che probabilmente i due non hanno mai nemmeno pensato.

Credo valga la pena si sottolineare un paio di cose che sono successe dopo, nella realtà, dopo la liberazione di Parigi. Dietrich von Choltitz si fece un paio di anni di galera militare prima di essere rilasciato. Per aver salvato Parigi, venne consegnata una croce di guerra a Raoul Nordling.

Pare però che Nordling abbia girato la medaglia a von Choltitz, affermando che era stato il generale a comportarsi in modo eroico.