Titsiana (Tania Lacy) è una ragazzotta che lavora in un supermercato. Di evidente origine italiana, è presa in giro dalle colleghe per la sua diversità. Lei però ha un animo profondo, almeno se confrontato all'ambiente circostante, sta scrivendo un racconto (che sembra terribile) e ogni tanto ha dei flash in cui si vede trasportata in una realtà da sogno, resa con dei numeri da musical.
L'ennesima marachella delle sue colleghe arriva molto vicina al causare una tragedia. Questo spinge una di loro a rompere il fronte anti-Titsiana e a far comunella con lei, fino a spiegarle che c'è un semplice modo per limitare le differenze tra lei e le altre ragazze, che sono icasticamente rappresentate dal bel paio di baffi che le adornano le labbra.
Risolto questo problema, il brutto anatroccolo si trasforma in cigno e riceve persino le attenzioni di un collega da cui era attratta.
Sceneggiatura non particolarmente profonda, anche perché trattasi di un cortometraggio, regia divertente ma evidentemente immatura, entrambe firmate da Robert Luketic. Però bisogna tener conto che si tratta del suo primo lavoro, e che ai tempi era poco più che ventenne. E il risultato complessivo della produzione è superiore a quelle che erano le mie aspettative.
Il non anglofono si potrebbe chiedere che razza di nome sia quello della protagonista. Con tutta la buona volontà non è infatti pensabile che sia davvero un nome italiano. Infatti è un gioco di parole basato su due sinonimi birbantelli, tit e boob.
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L'amante in città
Niente moglie in vacanza, e dunque nemmeno Edwige Fenech. Si tratta invece di un film indipendente americano, il primo lungometraggio di Greg Mottola, che farà più avanti cose come Superbad e Paul.
Il titolo originale è, come spesso accade, completamente diverso, The daytrippers, e dà un'idea molto migliore di cosa racconta il film. Un po' come Kevin Smith, Mottola mette al centro del racconto la gente del posto dove è nato (nel suo caso Long Island) e il loro rapporto con l'ingombrante vicino che è la città di New York. Il confronto con Clerks (di tre anni prima) va a vantaggio di Smith, grazie ad una sceneggiatura meglio bilanciata.
Al centro dell'impiccio c'è una famiglia suburbana, centrata sull'insopportabilmente soffocante madre italo-americana (Anne Meara) che spadroneggia sul marito (Pat McNamara) e sulle figlie, Jo (Parker Posey) ed Eliza (Hope Davis). La piccola, Jo, ha un pomposo fidanzato, Carl (Liev Schreiber), e una prorompente passione per farne di tutti i colori. Eliza è invece più posata, e sposata con Louis (un ancora poco noto Stanley Tucci). Eliza trova un ambiguo bigliettino che potrebbe indicare che Luis non sia poi quel marito modello che sembrava. Lo mostra alla madre che organizza immediatamente una spedizione in città con tutta la famiglia per scoprire cosa accade.
La storia è così esile che è evidente quanto essa sia un pretesto per qualcos'altro. In primo luogo, come appunto indica il titolo originale, a raccontare alcuni tipici personaggi americani di provincia, e come reagiscono quando vengono catapultati nella grande città. Un viaggio di poche miglia che però cambia completamente il quadro di riferimento.
I primi tre quarti del film sono quadretti comici che permettono ai personaggi principali di mostrare le loro caratteristiche, interagendo tra loro o con altri personaggi secondari. Il finale indaga più sulle relazioni tra le tre coppie, lasciando in disparte i toni da commedia.
Direi che la commedia sia rovinata dall'eccessivo peso lasciato alla madre, che è veramente terribile. Viene da sperare che i parenti uniti la strangolino e si continui senza di lei. Più soddisfacenti gli equilibri del finale.
Il titolo originale è, come spesso accade, completamente diverso, The daytrippers, e dà un'idea molto migliore di cosa racconta il film. Un po' come Kevin Smith, Mottola mette al centro del racconto la gente del posto dove è nato (nel suo caso Long Island) e il loro rapporto con l'ingombrante vicino che è la città di New York. Il confronto con Clerks (di tre anni prima) va a vantaggio di Smith, grazie ad una sceneggiatura meglio bilanciata.
Al centro dell'impiccio c'è una famiglia suburbana, centrata sull'insopportabilmente soffocante madre italo-americana (Anne Meara) che spadroneggia sul marito (Pat McNamara) e sulle figlie, Jo (Parker Posey) ed Eliza (Hope Davis). La piccola, Jo, ha un pomposo fidanzato, Carl (Liev Schreiber), e una prorompente passione per farne di tutti i colori. Eliza è invece più posata, e sposata con Louis (un ancora poco noto Stanley Tucci). Eliza trova un ambiguo bigliettino che potrebbe indicare che Luis non sia poi quel marito modello che sembrava. Lo mostra alla madre che organizza immediatamente una spedizione in città con tutta la famiglia per scoprire cosa accade.
La storia è così esile che è evidente quanto essa sia un pretesto per qualcos'altro. In primo luogo, come appunto indica il titolo originale, a raccontare alcuni tipici personaggi americani di provincia, e come reagiscono quando vengono catapultati nella grande città. Un viaggio di poche miglia che però cambia completamente il quadro di riferimento.
I primi tre quarti del film sono quadretti comici che permettono ai personaggi principali di mostrare le loro caratteristiche, interagendo tra loro o con altri personaggi secondari. Il finale indaga più sulle relazioni tra le tre coppie, lasciando in disparte i toni da commedia.
Direi che la commedia sia rovinata dall'eccessivo peso lasciato alla madre, che è veramente terribile. Viene da sperare che i parenti uniti la strangolino e si continui senza di lei. Più soddisfacenti gli equilibri del finale.
In cerca di Amy
Per quanto ne so, questo film di Kevin Smith da noi non ha trovato spazio al cinema ed è passato direttamente in DVD. Non è sorprendente, visto la sorte che hanno avuto altri suoi titoli, in particolare Dogma, che hanno faticato a trovare una distribuzione italiana a causa delle tematiche trattate e del linguaggio esplicito utilizzato.
La storia è quella di Holden (Ben Affleck) che si innamora di Alyssa (Joey Lauren Adams), si mettono assieme, ma quando scopre un dettaglio sul suo passato che lo inquieta decide di rompere, per poi scoprire che ha fatto una sciocchezza, pensa di aver capito quale sia il problema, propone una soluzione, che però si dimostra essere ancora più scema, con conseguente catastrofe. Ad addolcire il finale viene lasciato uno spiraglio su una possibile ricomposizione della coppia.
Sembra dunque una classica commedia romantica, a parte l'assenza di un vero e proprio happy ending. A sconvolgere il quadro ci pensano alcuni elementi al contorno.
Alyssa è lesbica, ma questo non è un grosso problema per Holden, quello che lo sconvolgerà sarà scoprire che quando era una ragazzina ha pure avuto trascorsi piuttosto burrascosi con l'altro sesso. Questo dettaglio, che può apparire strano, si spiega bene con la convinzione di Holden secondo cui il sesso tra donne non sia "vero".
Holden scrive e disegna fumetti assieme a Banky (Jason Lee) da una ventina d'anni, e nella loro relazione si intravede qualcosa di morboso, come se Banky abbia una attrazione omosessuale per Holden che però non è chiara nemmeno a lui.
Il fumetto che Holden e Banky scrivono è basato sulle avventure di Jay e Silent Bob (Jason Mewes e lo stesso Kevin Smith), e i due fanno ad un certo punto irruzione nell'azione, con la loro solita carica eversiva. In particolare, Silent Bob sarà qui ben poco silenzioso, scodellando il monologo che spiega il titolo del film e chiarisce il senso di tutta la storia.
Un amico di Holden, Hooper X (Dwight Ewell), è un gay di colore che fa fumetti estremisti (il suo nome dovrebbe essere un riferimento a Malcom X) in cui non crede mica tanto, ma che gli ritagliano un adeguato spazio commerciale.
Camei per Casey Affleck e Matt Damon.
La storia è quella di Holden (Ben Affleck) che si innamora di Alyssa (Joey Lauren Adams), si mettono assieme, ma quando scopre un dettaglio sul suo passato che lo inquieta decide di rompere, per poi scoprire che ha fatto una sciocchezza, pensa di aver capito quale sia il problema, propone una soluzione, che però si dimostra essere ancora più scema, con conseguente catastrofe. Ad addolcire il finale viene lasciato uno spiraglio su una possibile ricomposizione della coppia.
Sembra dunque una classica commedia romantica, a parte l'assenza di un vero e proprio happy ending. A sconvolgere il quadro ci pensano alcuni elementi al contorno.
Alyssa è lesbica, ma questo non è un grosso problema per Holden, quello che lo sconvolgerà sarà scoprire che quando era una ragazzina ha pure avuto trascorsi piuttosto burrascosi con l'altro sesso. Questo dettaglio, che può apparire strano, si spiega bene con la convinzione di Holden secondo cui il sesso tra donne non sia "vero".
Holden scrive e disegna fumetti assieme a Banky (Jason Lee) da una ventina d'anni, e nella loro relazione si intravede qualcosa di morboso, come se Banky abbia una attrazione omosessuale per Holden che però non è chiara nemmeno a lui.
Il fumetto che Holden e Banky scrivono è basato sulle avventure di Jay e Silent Bob (Jason Mewes e lo stesso Kevin Smith), e i due fanno ad un certo punto irruzione nell'azione, con la loro solita carica eversiva. In particolare, Silent Bob sarà qui ben poco silenzioso, scodellando il monologo che spiega il titolo del film e chiarisce il senso di tutta la storia.
Un amico di Holden, Hooper X (Dwight Ewell), è un gay di colore che fa fumetti estremisti (il suo nome dovrebbe essere un riferimento a Malcom X) in cui non crede mica tanto, ma che gli ritagliano un adeguato spazio commerciale.
Camei per Casey Affleck e Matt Damon.
Contact
Ho trovato una serie di difetti in questo film, che in altri mi avrebbero indisposto, spinto a guardare l'orologio, borbottare tra me e me per le incongruenze. Invece me ne sono stato buono fin (quasi) alla fine, senza riuscire ad interrompere la visione (pensavo di spezzarla in due, visto la lunghezza non indifferente).
Merito della storia, che nonostante debolezze e un pesante debito nei confronti di 2001: Odissea nello spazio, m'ha affascinato (Carl Sagan), della regia (Robert Zemeckis) che riesce a creare pathos anche in una scena dove una scienziata corre in macchina ad un centro di controllo di un osservatorio radio-astronomico dove non succede niente di più drammatico che l'allineamento rispetto una certa coordinata delle antenne (che in mano ad altri sarebbe stata solo noiosa), e soprattutto della protagonista (Jodie Foster) che riesce ad umanizzare il personaggio della suddetta scienziata, che pure segue un percorso piuttosto peculiare.
Si tratta di fantascienza "dura", come si suol dire, ovvero con una aderenza alla scienza piuttosto alta (nonostante qualche svarione e licenza cinematografica), in cui si narra la vicenda di una ricercatrice del SETI che riesce ad intercettare un segnale extraterrestre. Combatte contro la burocrazia e frange estremiste religiose che non riescono ad immaginare come possa esistere vita su altri pianeti, e fa di tutto per riuscire ad incontrare questa intelligenza aliena. Se ci riuscirà o meno, è il punto fondamentale del film (e a dire il vero è pure questionabile), e dunque rimando alla visione della pellicola per maggiori dettagli.
Gran parte della scena è presa dalla Foster, spazi secondari restano per Bill Clinton (nei panni di sé stesso presidente), John Hurt (miliardario eccentrico che ha qualche peccato da farsi perdonare), James Woods (burocrate impegnato a salire la scala del potere), Larry King e Jay Leno (in televisione, come compete loro).
Coprotagonista dovrebbe essere Matthew McConaughey, nei panni di un predicatore che non ho capito esattamente bene cosa voglia e dove stia, ma che comunque risulta totalmente dimenticabile (gli andrà meglio con la parte del quasi-protagonista in Killer Joe di Friedkin).
Il punto principale del racconto è una sorta di apologia del progetto SETI (ricerca di intelligenza extraterrestre) che era l'interesse principale di Sagan, a cui si mescola una meditazione, non troppo profonda, mi spiace dirlo, sui rapporti tra scienza e religione, razionalità e sentimento.
Memorabile la carrellata all'indietro iniziale (quasi degna di Hitchcock, vedi Frenzy), in cui si lascia la Terra e si sale su su, lasciando il sistema solare, poi la Via Lattea, per perforare una Nube di Magellano, e fuggire via tra milioni e milioni di galassie.
Merito della storia, che nonostante debolezze e un pesante debito nei confronti di 2001: Odissea nello spazio, m'ha affascinato (Carl Sagan), della regia (Robert Zemeckis) che riesce a creare pathos anche in una scena dove una scienziata corre in macchina ad un centro di controllo di un osservatorio radio-astronomico dove non succede niente di più drammatico che l'allineamento rispetto una certa coordinata delle antenne (che in mano ad altri sarebbe stata solo noiosa), e soprattutto della protagonista (Jodie Foster) che riesce ad umanizzare il personaggio della suddetta scienziata, che pure segue un percorso piuttosto peculiare.
Si tratta di fantascienza "dura", come si suol dire, ovvero con una aderenza alla scienza piuttosto alta (nonostante qualche svarione e licenza cinematografica), in cui si narra la vicenda di una ricercatrice del SETI che riesce ad intercettare un segnale extraterrestre. Combatte contro la burocrazia e frange estremiste religiose che non riescono ad immaginare come possa esistere vita su altri pianeti, e fa di tutto per riuscire ad incontrare questa intelligenza aliena. Se ci riuscirà o meno, è il punto fondamentale del film (e a dire il vero è pure questionabile), e dunque rimando alla visione della pellicola per maggiori dettagli.
Gran parte della scena è presa dalla Foster, spazi secondari restano per Bill Clinton (nei panni di sé stesso presidente), John Hurt (miliardario eccentrico che ha qualche peccato da farsi perdonare), James Woods (burocrate impegnato a salire la scala del potere), Larry King e Jay Leno (in televisione, come compete loro).
Coprotagonista dovrebbe essere Matthew McConaughey, nei panni di un predicatore che non ho capito esattamente bene cosa voglia e dove stia, ma che comunque risulta totalmente dimenticabile (gli andrà meglio con la parte del quasi-protagonista in Killer Joe di Friedkin).
Il punto principale del racconto è una sorta di apologia del progetto SETI (ricerca di intelligenza extraterrestre) che era l'interesse principale di Sagan, a cui si mescola una meditazione, non troppo profonda, mi spiace dirlo, sui rapporti tra scienza e religione, razionalità e sentimento.
Memorabile la carrellata all'indietro iniziale (quasi degna di Hitchcock, vedi Frenzy), in cui si lascia la Terra e si sale su su, lasciando il sistema solare, poi la Via Lattea, per perforare una Nube di Magellano, e fuggire via tra milioni e milioni di galassie.
Das Schloss
Trasposizione televisiva de Il castello di Franz Kafka. Credo che non esistano altri tentativi del genere, e si può ben capire come mai, visto quanto è impervio il testo, oltre a mancare del finale.
L'idea di Michael Haneke è stata quella di portare la storia in un recente passato, e lasciare che una voce narrante segua tutta l'azione, spesso duplicando le battute recitate dagli attori.
Ottima prova attoriale di Ulrich Mühe nei panni del protagonista, K., che viene chiamato per un lavoro in un remoto castello in località non ben identificata. Scopre che il castello non è raggiungibile, nel paesino ai suoi piedi dove trova (con difficoltà) alloggio la gente vive seguendo regole al limite dell'assurdo (e anche lui si comporta in modo a tratti incomprensibile), il lavoro che dovrebbe fare in realtà non esiste, si tratta un errore della kafkiana burocrazia locale.
La vicenda diventa sempre più ingarbugliata, personaggi mossi da motivazioni oscure, spesso contraddittorie, entrano ed escono di scena. Non si capisce nemmeno bene perché poi K. sia così interessato a restare in quel posto miserevole. Come nel romanzo, anche qui la fine arriva con un improvviso colpo di forbice, prima che un nuovo personaggio riesca a dire la sua battuta.
Lo catalogherei come prodotto "only for fans", di Kafka, Haneke, e magari anche Mühe. Gli spunti proposti sono notevoli, ma non è che lo si possa dire di facile fruizione.
L'idea di Michael Haneke è stata quella di portare la storia in un recente passato, e lasciare che una voce narrante segua tutta l'azione, spesso duplicando le battute recitate dagli attori.
Ottima prova attoriale di Ulrich Mühe nei panni del protagonista, K., che viene chiamato per un lavoro in un remoto castello in località non ben identificata. Scopre che il castello non è raggiungibile, nel paesino ai suoi piedi dove trova (con difficoltà) alloggio la gente vive seguendo regole al limite dell'assurdo (e anche lui si comporta in modo a tratti incomprensibile), il lavoro che dovrebbe fare in realtà non esiste, si tratta un errore della kafkiana burocrazia locale.
La vicenda diventa sempre più ingarbugliata, personaggi mossi da motivazioni oscure, spesso contraddittorie, entrano ed escono di scena. Non si capisce nemmeno bene perché poi K. sia così interessato a restare in quel posto miserevole. Come nel romanzo, anche qui la fine arriva con un improvviso colpo di forbice, prima che un nuovo personaggio riesca a dire la sua battuta.
Lo catalogherei come prodotto "only for fans", di Kafka, Haneke, e magari anche Mühe. Gli spunti proposti sono notevoli, ma non è che lo si possa dire di facile fruizione.
Hana-bi
Noto in Italia con due titoli, Fiori di fuoco e Fuochi d'artificio. Scritto, diretto, montato e interpretato da Takeshi Kitano, che ha pure realizzato gli inquietanti dipinti che punteggiano l'azione.
Altro elemento importante nel film è Joe Hisaishi, che ha curato la colonna sonora che mi ha fatto pensare allo studio Ghibli. E infatti, grazie a imdb, vedo che la sua collaborazione con Hayao Miyazaki è cosa che dura nel tempo, lo troviamo, tra gli altri, già ne Il castello nel cielo, come anche ne Il mio vicino Totoro, e il più recente Ponyo sulla scogliera.
Poco è lasciato ai personaggi, il cui approfondimento caratteriale è lasciato per esercizio allo spettatore, e la storia è riassumibile in poche parole. Grande spazio è lasciato invece all'impressione che è generata da immagini e suoni.
Faccia dunque attenzione chi pensasse di avere a che fare con un classico film d'azione giapponese. Vero che il protagonista è un (ex) poliziotto, che ha un legame non ben chiarito con la yakuza, vero pure che ci sono scene di violenza, ma l'azione è rarefatta, e anche il montaggio tende più a rendere criptico lo svolgimento dei fatti che adrenalinico.
Altro elemento importante nel film è Joe Hisaishi, che ha curato la colonna sonora che mi ha fatto pensare allo studio Ghibli. E infatti, grazie a imdb, vedo che la sua collaborazione con Hayao Miyazaki è cosa che dura nel tempo, lo troviamo, tra gli altri, già ne Il castello nel cielo, come anche ne Il mio vicino Totoro, e il più recente Ponyo sulla scogliera.
Poco è lasciato ai personaggi, il cui approfondimento caratteriale è lasciato per esercizio allo spettatore, e la storia è riassumibile in poche parole. Grande spazio è lasciato invece all'impressione che è generata da immagini e suoni.
Faccia dunque attenzione chi pensasse di avere a che fare con un classico film d'azione giapponese. Vero che il protagonista è un (ex) poliziotto, che ha un legame non ben chiarito con la yakuza, vero pure che ci sono scene di violenza, ma l'azione è rarefatta, e anche il montaggio tende più a rendere criptico lo svolgimento dei fatti che adrenalinico.
L'uomo che sapeva troppo poco
Nonostante il titolo (che una volta tanto è l'esatta traduzione dall'originale, The man who knew too little) non è uno spoof de L'uomo che sapeva troppo del Maestro, semmai l'ennesimo tentativo di riprendere in altro modo la serie della Pantera rosa, magari strizzando un occhio a Un pesce di nome Wanda.
Il risultato direi che è accettabile, anche se non è che sia uno di quei titoli memorabili. E in effetti mi sono accorto che si trattava di una seconda visione. La prima me la ero, per l'appunto, dimenticata.
Direi che il difetto fondamentale sta nella sceneggiatura che tende ad appisolarsi di tanto in tanto. La storia è uno strano connubio tra una avventura alla Clouseau e una tipica commedia degli equivoci. In pratica per un curioso equivoco un tale (Bill Murray) normalmente considerato un disastro finisce in un incastro spionistico da cui ne esce bene nonostante (o forse grazie) alla sua svagatezza.
Simpatico, anche se non sfruttato al meglio, Alfred Molina nel ruolo di uno spietato killer.
Il risultato direi che è accettabile, anche se non è che sia uno di quei titoli memorabili. E in effetti mi sono accorto che si trattava di una seconda visione. La prima me la ero, per l'appunto, dimenticata.
Direi che il difetto fondamentale sta nella sceneggiatura che tende ad appisolarsi di tanto in tanto. La storia è uno strano connubio tra una avventura alla Clouseau e una tipica commedia degli equivoci. In pratica per un curioso equivoco un tale (Bill Murray) normalmente considerato un disastro finisce in un incastro spionistico da cui ne esce bene nonostante (o forse grazie) alla sua svagatezza.
Simpatico, anche se non sfruttato al meglio, Alfred Molina nel ruolo di uno spietato killer.
La principessa Mononoke
Vista in inglese (Princess Mononoke), dove Billy Bob Thornton dà voce a Jigo (un importante personaggio secondario, che inizialmente si presenta come monaco).
Magistrale regia del solito Hayao Miyazaki. Storia complicatissima (sempre di Miyazaki) su cui mi permetto di dire poche parole più avanti. Stupenda fotografia, e prima di vedere prodotti Studio Ghibli non avevo mai pensato che si potesse dire qualcosa del genere per le animazioni, e ottima integrazione con la colonna sonora. Punto debole, il doppiaggio. Alcune voci mi sono sembrate poco in parte.
Solita ambientazione in un mondo parallelo, qui siamo alla fine del medioevo giapponese, dove però incontriamo animali giganteschi con caratteristiche più o meno divine, e nessuno se ne sorprende più di tanto. Il principe di una comunità periferica uccide un demoniaco cinghiale prima che questo distrugga il suo villaggio, ma viene ferito e gli viene passata la maledizione originale. Parte, dunque, con la remota speranza di trovare una cura. Dopo alcune vicende, arriva in una città-stato dominata da una tipetta molto determinata, che ha un rapporto conflittuale con la principessa Mononoke, nata donna ma adottata dai lupi, e che ha finito per rinnegare la sua natura umana, vista la propensione distruttiva della sua razza. Il nostro protagonista dovrà cercare di ribilanciare la situazione.
Le scene di guerra mi hanno fatto pensare ad Akira Kurosawa, alcune atmosfere del bosco e della città semi-industriale al Signore degli anelli. Ma l'aria generale è quella tipica di casa Ghibli, vedi ad esempio i buffi (ma un po' inquietanti) spiriti del bosco.
Magistrale regia del solito Hayao Miyazaki. Storia complicatissima (sempre di Miyazaki) su cui mi permetto di dire poche parole più avanti. Stupenda fotografia, e prima di vedere prodotti Studio Ghibli non avevo mai pensato che si potesse dire qualcosa del genere per le animazioni, e ottima integrazione con la colonna sonora. Punto debole, il doppiaggio. Alcune voci mi sono sembrate poco in parte.
Solita ambientazione in un mondo parallelo, qui siamo alla fine del medioevo giapponese, dove però incontriamo animali giganteschi con caratteristiche più o meno divine, e nessuno se ne sorprende più di tanto. Il principe di una comunità periferica uccide un demoniaco cinghiale prima che questo distrugga il suo villaggio, ma viene ferito e gli viene passata la maledizione originale. Parte, dunque, con la remota speranza di trovare una cura. Dopo alcune vicende, arriva in una città-stato dominata da una tipetta molto determinata, che ha un rapporto conflittuale con la principessa Mononoke, nata donna ma adottata dai lupi, e che ha finito per rinnegare la sua natura umana, vista la propensione distruttiva della sua razza. Il nostro protagonista dovrà cercare di ribilanciare la situazione.
Le scene di guerra mi hanno fatto pensare ad Akira Kurosawa, alcune atmosfere del bosco e della città semi-industriale al Signore degli anelli. Ma l'aria generale è quella tipica di casa Ghibli, vedi ad esempio i buffi (ma un po' inquietanti) spiriti del bosco.
Alien - La clonazione
Dopo l'Alien di Ridley Scott, gli Aliens di Cameron, l'Alien al cubo di Fincher, tocca a Jean-Pierre Jeunet darci la sua interpretazione della saga.
Ai tempi Jeunet non aveva ancora prodotto quello che credo sia il suo film più noto, Amelie, ma aveva già piazzato un paio di titoli, Delicatessen e La città dei bambini perduti, che lo caratterizzavano molto bene. Dunque penso che la produzione sapesse a cosa andava incontro, e mirassero consapevolmente ad un ennesimo deciso cambiamento di stile. E tutto sommato direi che il regista se la cava bene, pur in una storia che non è esattamente nelle sue corde, portando il suo tocco tra il comico e il truculento in una saga che fino a questo momento si era presa fin troppo sul serio.
La sceneggiatura, purtroppo, non è che sia delle meglio riuscite. Far notare l'irragionevolezza di gran parte dell'intreccio mi pare che sia come sparare sulla croce rossa. L'assurdità di quello che accade è tale che anche i personaggi non se ne capacitano - vedasi la scena in cui il generale cerca di farsi spiegare dagli scenziati (pazzi) come sia possibile che un clone umano possa attingere alla memoria dell'originale, ma dopo un tentativo di improbabile spiegazione, li manda tutti a quel paese.
Due secoli dopo al suo suicidio Ripley (sempre Sigourney Weaver) risorge dalle sue ceneri (il titolo originale infatti è Alien: Resurrection) per mano di un manipolo di scienziati privi di ogni scrupolo che operano su una astronave militare stanziata da qualche parte all'esterno del nostro sistema solare. Lo scopo è quello di estrarre da lei l'ape regina Alien che ospitava. Assurdo, anche senza stare a vedere che partivano da poche cellule del sangue della Ripley originale, ma tant'è. Ci riescono all'ottavo tentativo, e la Ripley-8 che ottengono è un ibrido umano-Alien con tutti i problemi del caso. A complicare la vicenda si aggiunge l'equipaggio di una (astro)nave pirata che include i soliti tipi molto diversi tra loro, oscillanti tra una Winona Ryder che sembra una militante ecologista e un Ron Perlman (già ne La città dei bambini perduti) brutto ceffo d'ordinanza.
L'idea di studiare gli Alien è evidentemente insensata, e porta alla rapida catastrofe. E, come se non bastasse una astronave che pullula di Alien rapidamente mutanti verso nuove forme sempre più distruttive, si aggiunge anche il fatto che un demente sistema di sicurezza fa sì che l'astronave si diriga automaticamente verso la Terra, con il suo distruttivo carico. Quanto ci mette a fare il viaggetto? Circa tre ore. Plutone - Terra in tre ore. Viaggiando senza nessuna fretta, naturalmente. Fortuna che già Ripley era un osso duro, figuriamoci Ripley-8.
Si accentua in questo episodio il pessimismo sull'uomo, sia nel senso di essere umano, sia in quello della parte maschile dello stesso. I personaggi positivi (o almeno, non negativi) sono femminili e non (completamente) umani. Se non altro gli Alien non sono visti solo come mostri, almeno non totalmente. O forse si sottolinea a tal punto la nostra mostruosità che la loro non sembra nemmeno eccessiva.
Ai tempi Jeunet non aveva ancora prodotto quello che credo sia il suo film più noto, Amelie, ma aveva già piazzato un paio di titoli, Delicatessen e La città dei bambini perduti, che lo caratterizzavano molto bene. Dunque penso che la produzione sapesse a cosa andava incontro, e mirassero consapevolmente ad un ennesimo deciso cambiamento di stile. E tutto sommato direi che il regista se la cava bene, pur in una storia che non è esattamente nelle sue corde, portando il suo tocco tra il comico e il truculento in una saga che fino a questo momento si era presa fin troppo sul serio.
La sceneggiatura, purtroppo, non è che sia delle meglio riuscite. Far notare l'irragionevolezza di gran parte dell'intreccio mi pare che sia come sparare sulla croce rossa. L'assurdità di quello che accade è tale che anche i personaggi non se ne capacitano - vedasi la scena in cui il generale cerca di farsi spiegare dagli scenziati (pazzi) come sia possibile che un clone umano possa attingere alla memoria dell'originale, ma dopo un tentativo di improbabile spiegazione, li manda tutti a quel paese.
Due secoli dopo al suo suicidio Ripley (sempre Sigourney Weaver) risorge dalle sue ceneri (il titolo originale infatti è Alien: Resurrection) per mano di un manipolo di scienziati privi di ogni scrupolo che operano su una astronave militare stanziata da qualche parte all'esterno del nostro sistema solare. Lo scopo è quello di estrarre da lei l'ape regina Alien che ospitava. Assurdo, anche senza stare a vedere che partivano da poche cellule del sangue della Ripley originale, ma tant'è. Ci riescono all'ottavo tentativo, e la Ripley-8 che ottengono è un ibrido umano-Alien con tutti i problemi del caso. A complicare la vicenda si aggiunge l'equipaggio di una (astro)nave pirata che include i soliti tipi molto diversi tra loro, oscillanti tra una Winona Ryder che sembra una militante ecologista e un Ron Perlman (già ne La città dei bambini perduti) brutto ceffo d'ordinanza.
L'idea di studiare gli Alien è evidentemente insensata, e porta alla rapida catastrofe. E, come se non bastasse una astronave che pullula di Alien rapidamente mutanti verso nuove forme sempre più distruttive, si aggiunge anche il fatto che un demente sistema di sicurezza fa sì che l'astronave si diriga automaticamente verso la Terra, con il suo distruttivo carico. Quanto ci mette a fare il viaggetto? Circa tre ore. Plutone - Terra in tre ore. Viaggiando senza nessuna fretta, naturalmente. Fortuna che già Ripley era un osso duro, figuriamoci Ripley-8.
Si accentua in questo episodio il pessimismo sull'uomo, sia nel senso di essere umano, sia in quello della parte maschile dello stesso. I personaggi positivi (o almeno, non negativi) sono femminili e non (completamente) umani. Se non altro gli Alien non sono visti solo come mostri, almeno non totalmente. O forse si sottolinea a tal punto la nostra mostruosità che la loro non sembra nemmeno eccessiva.
L.A. confidential
Noir in ritardo di cinquant'anni che fa pensare a titoli come Il mistero del falco o Il grande sonno. Diretto, co-scritto (sceneggiatura non originale basata sul romanzo di James Ellroy), e co-prodotto da Curtis Hanson, che brilla sia per l'adattamento cinematografico di una storia decisamente complicata, come si può aspettare chi apprezza il genere, e nella scelta di un cast non banale, considerando anche che i due protagonisti (Russell Crowe e Guy Pearce) erano praticamente ignoti al pubblico americano.
Tutto ruota attorno ad un massacro in un bar, che viene seguito da tre elementi molto diversi del Los Angeles Police Department. Un giovane ambizioso (Pearce) dalle notevoli capacità investigative ma poco abile nel integrarsi con i colleghi; un muscoloso agente poco brillante (Crowe) ma non scemo; e un disilluso Kevin Spacey che usa il suo ruolo per ritagliarsi vantaggi e notorietà.
Nel ruolo della dark lady una Kim Basinger in uno dei suoi migliori ruoli - piccolo, ma che le lascia il modo di piazzare qualche bella scena; e non trascurabile la presenza di Danny DeVito come giornalista scandalistico che finirà per venir travolto dalla macchina che pensava di usare a suo vantaggio.
Vale la pena notare come i personaggi principali, pur tagliati un po' con l'accetta, sempre come richiede il genere, hanno tutti una loro evoluzione nel corso della vicenda che li rende interessanti.
Tutto ruota attorno ad un massacro in un bar, che viene seguito da tre elementi molto diversi del Los Angeles Police Department. Un giovane ambizioso (Pearce) dalle notevoli capacità investigative ma poco abile nel integrarsi con i colleghi; un muscoloso agente poco brillante (Crowe) ma non scemo; e un disilluso Kevin Spacey che usa il suo ruolo per ritagliarsi vantaggi e notorietà.
Nel ruolo della dark lady una Kim Basinger in uno dei suoi migliori ruoli - piccolo, ma che le lascia il modo di piazzare qualche bella scena; e non trascurabile la presenza di Danny DeVito come giornalista scandalistico che finirà per venir travolto dalla macchina che pensava di usare a suo vantaggio.
Vale la pena notare come i personaggi principali, pur tagliati un po' con l'accetta, sempre come richiede il genere, hanno tutti una loro evoluzione nel corso della vicenda che li rende interessanti.
Harry a pezzi
L'esplicito riferimento al decostruzionismo va perso nel titolo italiano, mentre spadroneggiava nell'originale, Deconstructing Harry. Non credo che se il film fosse uscito titolato Decostruendo Harry avrebbe guadagnato di più (o di meno) - credo piuttosto si sia trattato di un problema di articolazione della parola. Me lo figuro il distributore che chiede al traduttore "decostru-che?"
Oltre al titolo, anche il montaggio a scatti, funzionale ma fastidiosetto, potrebbe allontanare lo spettatore, che del resto potrebbe restare basito anche da una dose di volgarità a tratti spiazzante, considerando quello che ci si aspetta da un film di Woody Allen.
L'azione si svolge nel classico territorio alleniano (questa volta centrato nell'Upper West Side) ma il tema è quasi una meditazione sul suo cinema, appunto una sorta di decostruzione dei suoi film. Grazie al cielo l'argomento, a tratti spaventoso, viene trattato con il consueto garbo, e con l'atteso contorno di battute fulminanti.
Woody Allen interpreta, per l'appunto, un personaggio simile allo stesso autore/regista, colto dopo l'ennesimo divorzio, e in piena crisi creativa (è un affermato autore letterario). Inoltre, ha il problema di aver mescolato per tutta la vita realtà e finzione, e si trova ora a non riuscire più a fare una netta distizione. Si inizia con un litigio con una ex-amante, sorella della ex-moglie, in cui scambiano i nomi delle persone reali con quelli dei personaggi dell'ultimo libro e si finisce con i personaggi creati dall'autore che entrano allegramente nel film.
Notevole il cast con ruoli minori Billy Crystal, Demi Moore, Tobey Maguire (ai tempi ancora sconosciuto), Stanley Tucci e Robin Williams che appare tutto il tempo sfuocato. Quest'ultima trovata è tipica del film, e del cinema di Allen in genere, dove situazioni palesemente drammatiche (una persona che perde la consapevolezza di sé) vengono rese in modo comicamente sorprendente.
Oltre al titolo, anche il montaggio a scatti, funzionale ma fastidiosetto, potrebbe allontanare lo spettatore, che del resto potrebbe restare basito anche da una dose di volgarità a tratti spiazzante, considerando quello che ci si aspetta da un film di Woody Allen.
L'azione si svolge nel classico territorio alleniano (questa volta centrato nell'Upper West Side) ma il tema è quasi una meditazione sul suo cinema, appunto una sorta di decostruzione dei suoi film. Grazie al cielo l'argomento, a tratti spaventoso, viene trattato con il consueto garbo, e con l'atteso contorno di battute fulminanti.
Woody Allen interpreta, per l'appunto, un personaggio simile allo stesso autore/regista, colto dopo l'ennesimo divorzio, e in piena crisi creativa (è un affermato autore letterario). Inoltre, ha il problema di aver mescolato per tutta la vita realtà e finzione, e si trova ora a non riuscire più a fare una netta distizione. Si inizia con un litigio con una ex-amante, sorella della ex-moglie, in cui scambiano i nomi delle persone reali con quelli dei personaggi dell'ultimo libro e si finisce con i personaggi creati dall'autore che entrano allegramente nel film.
Notevole il cast con ruoli minori Billy Crystal, Demi Moore, Tobey Maguire (ai tempi ancora sconosciuto), Stanley Tucci e Robin Williams che appare tutto il tempo sfuocato. Quest'ultima trovata è tipica del film, e del cinema di Allen in genere, dove situazioni palesemente drammatiche (una persona che perde la consapevolezza di sé) vengono rese in modo comicamente sorprendente.
Il quinto elemento
Dopo Nikita, di cui è stato fatto un remake ad hoc per poter essere distribuito negli USA, e dopo Léon, girato in inglese a New York e che ha dimostrato ai produttori che era possibile per un regista francese fare un film che vende biglietti oltreoceano, Luc Besson è riuscito a convincere la Gaumont a sborsare una cifra stratosferica (per il cinema europeo) per un lavoro in cui la fantascienza va a braccetto con una buona dose di autoironia.
Scommessa vinta, anche se più a livello planetario che americano. E mi vien difficile pensare che qualche altro regista europeo possa far meglio di Besson.
Da notare che, per andar meglio incontro al gusto americano, Besson si è fatto aiutare nella stesura della sceneggiatura da Robert Kamen, con cui, a quanto pare, si è instaurata una sorta di collaborazione permanente (The Transporter, Io vi troverò).
Due ore di pellicola che scorrono via bene con una vicenda ambientata fra un paio di secoli, con una impellente fine dell'universo che può essere impedita solo da uno squinternato gruppetto composto da un ex-militare, ora tassista depresso (Bruce Willis), un prete di una strana e antica religione (Ian Holm che diventerà Bilbo nel Signore degli anelli) e il suo assistente, un assurdo conduttore radiofonico (Chris Tucker) e il quinto elemento in persona, un superguerriero ingegnerizzato da alieni per sconfiggere il supercattivo, che non è interpretato da altri che Milla Jovovich.
Il supercattivo invece è di difficile rappresentazione, in quanto si tratta di una sorta di planetoide senziente, che però ha come degno rappresentante in Terra un cattivissimo magnate interpretato con gusto da Gary Oldman.
Il punto debole è sicuramente rappresentato dagli effetti speciali, fortunatamente tenuti a galla da un look futuribile di impronta tipicamente francese dovuto a nomi del calibro di Jean-Paul Gaultier e Moebius (noto all'anagrafe come Jean Giraud).
Scommessa vinta, anche se più a livello planetario che americano. E mi vien difficile pensare che qualche altro regista europeo possa far meglio di Besson.
Da notare che, per andar meglio incontro al gusto americano, Besson si è fatto aiutare nella stesura della sceneggiatura da Robert Kamen, con cui, a quanto pare, si è instaurata una sorta di collaborazione permanente (The Transporter, Io vi troverò).
Due ore di pellicola che scorrono via bene con una vicenda ambientata fra un paio di secoli, con una impellente fine dell'universo che può essere impedita solo da uno squinternato gruppetto composto da un ex-militare, ora tassista depresso (Bruce Willis), un prete di una strana e antica religione (Ian Holm che diventerà Bilbo nel Signore degli anelli) e il suo assistente, un assurdo conduttore radiofonico (Chris Tucker) e il quinto elemento in persona, un superguerriero ingegnerizzato da alieni per sconfiggere il supercattivo, che non è interpretato da altri che Milla Jovovich.
Il supercattivo invece è di difficile rappresentazione, in quanto si tratta di una sorta di planetoide senziente, che però ha come degno rappresentante in Terra un cattivissimo magnate interpretato con gusto da Gary Oldman.
Il punto debole è sicuramente rappresentato dagli effetti speciali, fortunatamente tenuti a galla da un look futuribile di impronta tipicamente francese dovuto a nomi del calibro di Jean-Paul Gaultier e Moebius (noto all'anagrafe come Jean Giraud).
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