Stanno già lavorando alla versione live action che dovrebbe uscire venti anni dopo essere stato il trentaseiesimo classico Disney (*). Considerando i tempi, la storia ha una impostazione quasi sperimentale, con la protagonista che agisce per buona parte del tempo en travesti.
Mulan è una giovinetta cinese a cui mal si attaglia la rigidezza della società in cui vive. Succede però che gli unni passano la Grande Muraglia e puntano decisi verso la capitale. Ogni famiglia è tenuta a partecipare alla difesa del Paese, fornendo una persona all'esercito. Ma Mulan è figlia unica e il padre è messo male, la vita militare gli potrebbe essere fatale. Mulan decide così di fingersi uomo e partire per la guerra. In suo soccorso arriva uno scarsissimo draghetto, Mushu e un grillo che si assume porti fortuna.
Non è chiarissimo nemmeno a Mulan cosa ella ci faccia nell'esercito cinese, difende l'onore di famiglia e la vita del padre o cerca un modo di realizzarsi? Un bizzarro percorso evolutivo la porterà, forse, a capirci qualcosa di più.
Nel finale casa Disney punta comunque su una normalizzazione della vicenda.
(*) Dopo Hercules (1997) e prima di Tarzan (1999).
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Love is the devil
La versione italiana fa a meno del sottotitolo, Study for a portrait of Francis Bacon, che chiarisce subito che trattasi di un tentativo di approcciare la vita di quell'artista inglese. Progetto ambizioso, in particolare se si tiene conto che i detentori dei diritti della sua immagine si sono rifiutati di concederne l'uso a John Maybury (sceneggiatura e regia).
L'ingegnosa soluzione è stata quella di rappresentare il processo creativo a partire dalle sorgenti (foto di modelle, la visione de La corazzata Potemkin, un incontro di pugilato), mostrando l'ambiente in cui si muoveva Bacon (il suo studio, i locali che frequentava) e possibili interpretazioni delle distorsioni che filtravano il suo punto di vista. Ovviamente il gioco regge solo se e tanto quanto lo spettatore conosca la sua opera.
Londra, 1964. George Dyer (Daniel Craig) è un furfante sulla trentina che, senza avere idea di cosa lo aspetti, irrompe nottetempo in casa Bacon (Derek Jacobi) e finisce proprio nel suo inquietante studio. Il gran baccano che fa, attira il padrone di casa, che ai tempi virava già verso la sessantina, il quale non si scompone più di tanto, e invita l'inatteso ospite a spogliarsi ed entrare nel suo letto.
Seguono sette anni di una relazione a tinte forti. George è insicuro e perseguitato da incubi, forse vede in Francis una figura paterna, che però non gli può dare alcuna sicurezza. Anche perché Francis esprime i suoi sentimenti con la sua arte, mentre nella vita reale è spesso brutale e arrogante, incapace di mostrare quello che ha realmente dentro. Sessualmente, la coppia cambia i ruoli, e George infierisce sadicamente sul masochista Francis.
Piccolo ruolo per Tilda Swinton che si dimostra, come suo solito, camaleontica.
Colonna sonora, impervia quanto appropriata, di Ryuichi Sakamoto.
L'ingegnosa soluzione è stata quella di rappresentare il processo creativo a partire dalle sorgenti (foto di modelle, la visione de La corazzata Potemkin, un incontro di pugilato), mostrando l'ambiente in cui si muoveva Bacon (il suo studio, i locali che frequentava) e possibili interpretazioni delle distorsioni che filtravano il suo punto di vista. Ovviamente il gioco regge solo se e tanto quanto lo spettatore conosca la sua opera.
Londra, 1964. George Dyer (Daniel Craig) è un furfante sulla trentina che, senza avere idea di cosa lo aspetti, irrompe nottetempo in casa Bacon (Derek Jacobi) e finisce proprio nel suo inquietante studio. Il gran baccano che fa, attira il padrone di casa, che ai tempi virava già verso la sessantina, il quale non si scompone più di tanto, e invita l'inatteso ospite a spogliarsi ed entrare nel suo letto.
Seguono sette anni di una relazione a tinte forti. George è insicuro e perseguitato da incubi, forse vede in Francis una figura paterna, che però non gli può dare alcuna sicurezza. Anche perché Francis esprime i suoi sentimenti con la sua arte, mentre nella vita reale è spesso brutale e arrogante, incapace di mostrare quello che ha realmente dentro. Sessualmente, la coppia cambia i ruoli, e George infierisce sadicamente sul masochista Francis.
Piccolo ruolo per Tilda Swinton che si dimostra, come suo solito, camaleontica.
Colonna sonora, impervia quanto appropriata, di Ryuichi Sakamoto.
Train de vie - Un treno per vivere
L'idea alla base della sceneggiatura (Radu Mihaileanu, come la regia) è folgorante. Avrebbe i tempi giusti per essere sviluppata in un cortometraggio. Purtroppo i corti hanno una distribuzione molto limitata, e il racconto è stato pompato ai canonici cento minuti per farne un normale lungometraggio. Il risultato è che il treno, che inizia e finisce la sua corsa brillantemente, ansima sulle salite, e di tanto in tanto fa venire voglia al passeggero di alzarsi e fare quattro passi.
La storia ci viene narrata in prima persona da Shlomo (Lionel Abelanski), lo scemo del villaggio di una comunità ebraica nell'est europeo ai tempi della seconda guerra mondiale. Succede che un giorno scopre che i nazisti stanno per arrivare, e si stanno portando dietro una nomea che non è per niente buona. Che fare, si chiede il consiglio dei saggi. Shlomo, che più avanti ci rivelerà che avrebbe voluto fare il rabbino ma il posto era occupato, ha la prima di una lunga serie di idee folli ma con una propria coerenza. Invece di aspettare che i nazisti carichino tutti quanti su di un treno per deportarli, dovrebbero farsi loro un finto treno per deportarsi in Palestina.
Tra le traversie dei nostri, abbiamo che Yossi (Michel Muller), figlio del rabbino, va in città per sbrigare delle faccende, ma lì incontra un parente comunista, che lo converte istantaneamente alla causa, della quale a dire il vero Yossi non è che abbia poi capito molto. Così nel treno si affronteranno tre partiti, gli ebrei-ebrei, gli ebrei-comunisti, e gli ebrei-nazisti (ovvero quelli che recitano il ruolo della scorta militare, ma che si sono immedesimati un po' troppo nella parte). Capiterà poi anche che il finto treno incontri un finto convoglio nazista che ha catturato una intera comunità rom, e i due gruppi si fonderanno in un unico variopinto convoglio zingaresco-ebraico. Altre vicende sono meno divertenti, tipo l'incontro con la resistenza o con i veri nazisti.
In ogni caso, lo scopo del viaggio in treno è quello di superare il fronte del combattimento tra nazisti e russi, così che ebrei e rom possano andare ognuno verso la propria Terra Promessa. Oppure no, come spiegherà un laconico finale che ci darà la chiave di lettura su quanto narrato prima.
Tra le cose migliori del film, la colonna sonora di Goran Bregović, che approfitta dell'occasione per fare un divertente mash-up tra musiche zingaresche e yiddish.
La storia ci viene narrata in prima persona da Shlomo (Lionel Abelanski), lo scemo del villaggio di una comunità ebraica nell'est europeo ai tempi della seconda guerra mondiale. Succede che un giorno scopre che i nazisti stanno per arrivare, e si stanno portando dietro una nomea che non è per niente buona. Che fare, si chiede il consiglio dei saggi. Shlomo, che più avanti ci rivelerà che avrebbe voluto fare il rabbino ma il posto era occupato, ha la prima di una lunga serie di idee folli ma con una propria coerenza. Invece di aspettare che i nazisti carichino tutti quanti su di un treno per deportarli, dovrebbero farsi loro un finto treno per deportarsi in Palestina.
Tra le traversie dei nostri, abbiamo che Yossi (Michel Muller), figlio del rabbino, va in città per sbrigare delle faccende, ma lì incontra un parente comunista, che lo converte istantaneamente alla causa, della quale a dire il vero Yossi non è che abbia poi capito molto. Così nel treno si affronteranno tre partiti, gli ebrei-ebrei, gli ebrei-comunisti, e gli ebrei-nazisti (ovvero quelli che recitano il ruolo della scorta militare, ma che si sono immedesimati un po' troppo nella parte). Capiterà poi anche che il finto treno incontri un finto convoglio nazista che ha catturato una intera comunità rom, e i due gruppi si fonderanno in un unico variopinto convoglio zingaresco-ebraico. Altre vicende sono meno divertenti, tipo l'incontro con la resistenza o con i veri nazisti.
In ogni caso, lo scopo del viaggio in treno è quello di superare il fronte del combattimento tra nazisti e russi, così che ebrei e rom possano andare ognuno verso la propria Terra Promessa. Oppure no, come spiegherà un laconico finale che ci darà la chiave di lettura su quanto narrato prima.
Tra le cose migliori del film, la colonna sonora di Goran Bregović, che approfitta dell'occasione per fare un divertente mash-up tra musiche zingaresche e yiddish.
Analisi di un delitto
Il buon cast che la produzione è riuscita ad assicurarsi per questo film scritto e diretto dal (giustamente) poco noto Rowdy Herrington non basta a risollevarlo da una mediocrità che direi figlia di una sceneggiatura migliorabile. L'impostazione è da trama hitchcockiana con il protagonista che si trova con sua grande sorpresa in un inghippo di cui non capisce bene il senso se non che deve scappare e trovare da se il bandolo della matassa, se non vuole fare una brutta fine.
Un avvocato amorale (Cuba Gooding Jr - non particolarmente ispirato) decide improvvisamente che ne ha abbastanza di difendere ricconi evidentemente colpevoli, a partire dal suo cliente del momento (Eric Stoltz) e comunica al mondo il suo cambiamento in modo così poco appropriato che gli viene revocata la licenza.
Non sapendo più che fare della sua vita, decide di portare turisti in mare a pescare e pensa di scrivere un libro, senza avere bene una idea di cosa potrebbe mettere su quelle pagine. Per sua fortuna (?) gli capita di portare in giro un vegliardo che un giorno gli confida di aver scritto una storia su un serial killer di avvocati, gli lascia il malloppo in lettura e schiatta.
Mettendo rapidamente a tacere i suoi dubbi morali, il nostro copia, praticamente parola per parola, il romanzo e, spacciandolo come suo, lo sottopone ad una casa editrice, capitanata da una affascinante tipetta (Ashley Laurence), che in quattro e quattr'otto lo fa diventare un best seller.
La cosa migliore del romanzo è il titolo, che è anche il titolo originale del film, A murder of crows, che si può tradurre come Un assassino di corvi o anche Uno stormo di corvi, visto che il romanzo racconta di un omicida che odia gli avvocati, visti come corvi, sottolineando l'aspetto di quanto, almeno secondo l'assassino, agiscano di comune accordo, come animali gregari.
Ma qui arriva l'inghippo. Il romanzo non è opera di fantasia, ma la narrazione documentaristica di una serie di omicidi. Il libro viene recapitato al poliziotto (Tom Berenger) che ha seguito il primo caso narrato, a cui nasce il sospetto che l'ex-avvocato sia o conosca l'assassino. Una serie di circostanze, evidentemente preparate dal vero colpevole, fanno sì che la posizione del protagonista diventi sempre più scomoda. Al punto che si dovrà improvvisare investigatore del suo stesso caso.
Le indagini avranno punto chiave nella figura di un mite insegnante universitario (Mark Pellegrino) tramite cui si arriverà a capire l'intreccio. Anche se la chiusura della vicenda viene sbrigata in pochi minuti trascurando la complessità del problema in cui il protagonista si è andato a ficcare.
Un avvocato amorale (Cuba Gooding Jr - non particolarmente ispirato) decide improvvisamente che ne ha abbastanza di difendere ricconi evidentemente colpevoli, a partire dal suo cliente del momento (Eric Stoltz) e comunica al mondo il suo cambiamento in modo così poco appropriato che gli viene revocata la licenza.
Non sapendo più che fare della sua vita, decide di portare turisti in mare a pescare e pensa di scrivere un libro, senza avere bene una idea di cosa potrebbe mettere su quelle pagine. Per sua fortuna (?) gli capita di portare in giro un vegliardo che un giorno gli confida di aver scritto una storia su un serial killer di avvocati, gli lascia il malloppo in lettura e schiatta.
Mettendo rapidamente a tacere i suoi dubbi morali, il nostro copia, praticamente parola per parola, il romanzo e, spacciandolo come suo, lo sottopone ad una casa editrice, capitanata da una affascinante tipetta (Ashley Laurence), che in quattro e quattr'otto lo fa diventare un best seller.
La cosa migliore del romanzo è il titolo, che è anche il titolo originale del film, A murder of crows, che si può tradurre come Un assassino di corvi o anche Uno stormo di corvi, visto che il romanzo racconta di un omicida che odia gli avvocati, visti come corvi, sottolineando l'aspetto di quanto, almeno secondo l'assassino, agiscano di comune accordo, come animali gregari.
Ma qui arriva l'inghippo. Il romanzo non è opera di fantasia, ma la narrazione documentaristica di una serie di omicidi. Il libro viene recapitato al poliziotto (Tom Berenger) che ha seguito il primo caso narrato, a cui nasce il sospetto che l'ex-avvocato sia o conosca l'assassino. Una serie di circostanze, evidentemente preparate dal vero colpevole, fanno sì che la posizione del protagonista diventi sempre più scomoda. Al punto che si dovrà improvvisare investigatore del suo stesso caso.
Le indagini avranno punto chiave nella figura di un mite insegnante universitario (Mark Pellegrino) tramite cui si arriverà a capire l'intreccio. Anche se la chiusura della vicenda viene sbrigata in pochi minuti trascurando la complessità del problema in cui il protagonista si è andato a ficcare.
C'è posta per te
Caposaldo della commedia romantica di fine secolo, ai tempi mi era risultato insopportabilmente zuccheroso e non ne avevo apprezzato nemmeno la struttura che mi era sembrata antiquata. Continuo a mantenere una serie di perplessità però, nonostante sia l'ennesima visione, devo ammettere che alcune battute mi hanno fatto ancora ridere.
Trattasi di lontano remake del molto superiore Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch, a sua volta basato sulla pièce teatrale di Miklós László, la cui sceneggiatura è stata rivoltata come un calzino da Nora Ephron (anche regia), mantenendo quasi solo il meccanismo chiave che prevede che i due protagonisti, qui chiamati Joe Fox (Tom Hanks) e Kathleen Kelly (Meg Ryan), si detestino cordialmente nella vita reale mentre si trovino estremamente simpatici quando si scrivano (senza conoscere la loro vera identità).
In questa variante, Kathleen ha un negozietto di libri per l'infanzia nell'Upper West Side di New York, e Joe, per conto dell'azienda di famiglia, sta per aprire una specie di Barnes&Noble proprio dietro l'angolo del negozio di Kathleen, che per l'appunto si chiama The shop around the corner (che poi era il titolo originale del film di Lubitsch e il nome del negozio dove si svolgeva l'azione). Joe ha una passionaccia per Il padrino di Francis Ford Coppola che cita a ogni piè sospinto ("niente di personale, sono solo affari", "vai ai materassi", ...), e una situazione familiare molto complicata, visto che sia il padre sia il nonno sono molto attivi commercialmente e sessualmente, con conseguente girandola di matrigne e nonnastre che gli portano nuovi zii e fratelli.
L'ottima alchimia tra i due protagonisti (e in particolare splende la Ryan, ai tempi chiamata fidanzata d'America, come già lo era stata Doris Day) fa passare in sottordine il fatto che i due siano, all'inizio della storia, già in una relazione. Ne escono senza troppi drammi, nel caso di Kathleen vediamo che lei e il suo Frank (Greg Kinnear) scoprono di essere solo amici, mentre per Joe abbiamo solo il suggerimento che la sua Patricia (Parker Posey) gli sia diventata insopportabile, forse perché gli ricorda come era lui prima dell'inizio del film.
Trattasi di lontano remake del molto superiore Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch, a sua volta basato sulla pièce teatrale di Miklós László, la cui sceneggiatura è stata rivoltata come un calzino da Nora Ephron (anche regia), mantenendo quasi solo il meccanismo chiave che prevede che i due protagonisti, qui chiamati Joe Fox (Tom Hanks) e Kathleen Kelly (Meg Ryan), si detestino cordialmente nella vita reale mentre si trovino estremamente simpatici quando si scrivano (senza conoscere la loro vera identità).
In questa variante, Kathleen ha un negozietto di libri per l'infanzia nell'Upper West Side di New York, e Joe, per conto dell'azienda di famiglia, sta per aprire una specie di Barnes&Noble proprio dietro l'angolo del negozio di Kathleen, che per l'appunto si chiama The shop around the corner (che poi era il titolo originale del film di Lubitsch e il nome del negozio dove si svolgeva l'azione). Joe ha una passionaccia per Il padrino di Francis Ford Coppola che cita a ogni piè sospinto ("niente di personale, sono solo affari", "vai ai materassi", ...), e una situazione familiare molto complicata, visto che sia il padre sia il nonno sono molto attivi commercialmente e sessualmente, con conseguente girandola di matrigne e nonnastre che gli portano nuovi zii e fratelli.
L'ottima alchimia tra i due protagonisti (e in particolare splende la Ryan, ai tempi chiamata fidanzata d'America, come già lo era stata Doris Day) fa passare in sottordine il fatto che i due siano, all'inizio della storia, già in una relazione. Ne escono senza troppi drammi, nel caso di Kathleen vediamo che lei e il suo Frank (Greg Kinnear) scoprono di essere solo amici, mentre per Joe abbiamo solo il suggerimento che la sua Patricia (Parker Posey) gli sia diventata insopportabile, forse perché gli ricorda come era lui prima dell'inizio del film.
The Truman show
Misteriosamente, la mia prima visione di questo film diretto da Peter Weir su sceneggiatura di Andrew Niccol non mi aveva particolarmente convinto. Sarà stato perché Jim Carrey mi sembrava fuori parte? Ai tempi era noto per cose come Ace Ventura e Scemo & più scemo, e anche qui ogni tanto sembra che faccia fatica a non sbizzarrirsi con la sua mimica facciale comicamente esagerata, non particolarmente adatta ad una storia come quella narrata qui. Qualche anno dopo Carrey darà un altra dimostrazione di tener bene anche il registro drammatico (alludo a Se mi lasci ti cancello), ma non seguirà spesso questa direzione.
In ogni caso, mi sbagliavo. Anche se continuo a non essere completamente convinto dell'interpretazione data dal protagonista, la storia funziona e ha un suo notevole spessore.
Si narra di Truman (Carrey), un tizio mediocre sulla trentina abbondante, che inizia a pensare che tutta la sua vita sia un gigantesco imbroglio ordito nei suoi confronti. La moglie (Laura Linney) si atteggia come se lo amasse, ma gli pare che in realtà a lei non importi poi molto di lui. Gli viene da pensare che anche il suo amico di infanzia (Noah Emmerich), che fa tanto il compagnone, e persino la madre, non gliela contino giusta.
Potrebbe essere crisi della mezza età, con un buon grado di paranoia, mescolata a teorie complottiste. Ma è ben peggio. Il povero Truman è l'inconsapevole protagonista (sin dalla nascita!) di uno spaventoso reality che lo segue ventiquattrore al giorno. Un gigantesco studio che rappresenta un'isoletta sulla costa orientale degli Stati Uniti è tutto il suo mondo, da cui gli è vietato uscire. Su di lui veglia un regista con una altissima opinione di sé stesso (Ed Harris) e un piccolo esercito di tecnici (tra cui Paul Giamatti e persino Philip Glass, ovviamente come responsabile delle musiche del reality), attori e figuranti.
Come minimo, si può leggere il film come una impietosa critica al nostro sistema televisivo, che crea una realtà posticcia che gli spettatori seguono bovinamente senza chiedersene il senso. Ma si può approfondire il discorso seguendo un gran numero di prospettive, a seconda dei gusti dello spettatore.
Colonna sonora variegata, in cui spiccano le musiche del figurante Glass.
In ogni caso, mi sbagliavo. Anche se continuo a non essere completamente convinto dell'interpretazione data dal protagonista, la storia funziona e ha un suo notevole spessore.
Si narra di Truman (Carrey), un tizio mediocre sulla trentina abbondante, che inizia a pensare che tutta la sua vita sia un gigantesco imbroglio ordito nei suoi confronti. La moglie (Laura Linney) si atteggia come se lo amasse, ma gli pare che in realtà a lei non importi poi molto di lui. Gli viene da pensare che anche il suo amico di infanzia (Noah Emmerich), che fa tanto il compagnone, e persino la madre, non gliela contino giusta.
Potrebbe essere crisi della mezza età, con un buon grado di paranoia, mescolata a teorie complottiste. Ma è ben peggio. Il povero Truman è l'inconsapevole protagonista (sin dalla nascita!) di uno spaventoso reality che lo segue ventiquattrore al giorno. Un gigantesco studio che rappresenta un'isoletta sulla costa orientale degli Stati Uniti è tutto il suo mondo, da cui gli è vietato uscire. Su di lui veglia un regista con una altissima opinione di sé stesso (Ed Harris) e un piccolo esercito di tecnici (tra cui Paul Giamatti e persino Philip Glass, ovviamente come responsabile delle musiche del reality), attori e figuranti.
Come minimo, si può leggere il film come una impietosa critica al nostro sistema televisivo, che crea una realtà posticcia che gli spettatori seguono bovinamente senza chiedersene il senso. Ma si può approfondire il discorso seguendo un gran numero di prospettive, a seconda dei gusti dello spettatore.
Colonna sonora variegata, in cui spiccano le musiche del figurante Glass.
Psycho
In un futuro remoto, l'originale firmato da Alfred Hitchcock nel 1960 potrebbe essere irreperibile ai nostri sfortunati pronipoti, e magari si dovrebbero accontentare di questo curioso remake di Gus Van Sant. Se la drammatica ipotesi si avverasse, saranno i nostri posteri capaci di leggere in controluce il genio del Maestro o penseranno che era sopravvalutato?
Non che questa versione sia brutta, è solo molto sbiadita, come se fosse stata passata in lavatrice ad una temperatura troppo elevata. Sceneggiatura praticamente identica, con qualche minuscola variazione che non aggiunge praticamente nulla, idem per la colonna sonora, tra le migliori firmate da Bernard Herrman, riadattata qui da Danny Elfman, introduzione del colore, di cui si poteva fare tranquillamente a meno, anzi forse concorre a togliere quell'alone di inquietudine che aleggia nell'originale anche nelle scene più banali, cast poco incisivo.
In particolare il Norman Bates di Vince Vaughn non riesce ad avvicinarsi nemmeno lontanamente a quello di Anthony Perkins. E anche il confronto tra Anne Heche e Janet Leigh è vinto dalla seconda senza alcuna fatica.
Tra i comprimari, Julianne Moore è quella che se la cava meglio (aiutata anche dalla sceneggiatura che le dà un po' più di respiro - è la sorella della protagonista), accettabile anche il risultato di William H. Macy (l'investigatore). Viggo Mortensen m'è sembrato fuori parte e sprecato in un ruolo assolutamente secondario (fidanzato).
Una segretaria (Heche) viene messa di fronte ad una grossa tentazione, non riesce a resistere, si impossessa di una forte somma di denaro e scappa. Finisce al Bates Hotel, il cui proprietario (Vaughn) è fuori come un balcone e dominato dalla personalità molto forte della madre. In una scena che è nella storia del cinema, la protagonista passa dalla doccia all'oltretomba nel giro di pochi secondi via una serie di coltellate che nemmeno Caio Giulio Cesare. Un investigatore (Macy), la sorella (Moore), il fidanzato (Mortensen), indagheranno sulla vicenda scoprendo cose che avrebbero preferito non scoprire.
Finale con spiegone che, se nell'originale poteva essere utile per quella parte del pubblico che non fosse avvezzo ai problemi della psiche, in un film girato alla fine di millennio induce allo sbadiglio.
Il cast si deve essere divertito un mucchio a girare questo esercizio di stile. Meno divertente la visione.
Non che questa versione sia brutta, è solo molto sbiadita, come se fosse stata passata in lavatrice ad una temperatura troppo elevata. Sceneggiatura praticamente identica, con qualche minuscola variazione che non aggiunge praticamente nulla, idem per la colonna sonora, tra le migliori firmate da Bernard Herrman, riadattata qui da Danny Elfman, introduzione del colore, di cui si poteva fare tranquillamente a meno, anzi forse concorre a togliere quell'alone di inquietudine che aleggia nell'originale anche nelle scene più banali, cast poco incisivo.
In particolare il Norman Bates di Vince Vaughn non riesce ad avvicinarsi nemmeno lontanamente a quello di Anthony Perkins. E anche il confronto tra Anne Heche e Janet Leigh è vinto dalla seconda senza alcuna fatica.
Tra i comprimari, Julianne Moore è quella che se la cava meglio (aiutata anche dalla sceneggiatura che le dà un po' più di respiro - è la sorella della protagonista), accettabile anche il risultato di William H. Macy (l'investigatore). Viggo Mortensen m'è sembrato fuori parte e sprecato in un ruolo assolutamente secondario (fidanzato).
Una segretaria (Heche) viene messa di fronte ad una grossa tentazione, non riesce a resistere, si impossessa di una forte somma di denaro e scappa. Finisce al Bates Hotel, il cui proprietario (Vaughn) è fuori come un balcone e dominato dalla personalità molto forte della madre. In una scena che è nella storia del cinema, la protagonista passa dalla doccia all'oltretomba nel giro di pochi secondi via una serie di coltellate che nemmeno Caio Giulio Cesare. Un investigatore (Macy), la sorella (Moore), il fidanzato (Mortensen), indagheranno sulla vicenda scoprendo cose che avrebbero preferito non scoprire.
Finale con spiegone che, se nell'originale poteva essere utile per quella parte del pubblico che non fosse avvezzo ai problemi della psiche, in un film girato alla fine di millennio induce allo sbadiglio.
Il cast si deve essere divertito un mucchio a girare questo esercizio di stile. Meno divertente la visione.
Demoni e dei
Si tratterebbe del racconto degli ultimi giorni della vita di James Whale, regista di cose come Frankenstein e La moglie di Frankenstein con Boris Karloff (a cui tanto deve, tra gli altri, Frankenstein Junior), e de L'uomo invisibile (dal romanzo di H.G.Wells). Solo che lo sceneggiatore-regista (Bill Condon) si è basato più sul romanzo Father of Frankenstein (di Christopher Bram) che sulla realtà dei fatti, finendo per centrare la storia sulla inesistente relazione tra Whale (Ian McKellen) e il suo giardiniere (Brendan Fraser), mediata dalla domestica tuttofare (Lynn Redgrave).
Il film regge soprattutto sulle intense prove attoriali di McKellen e della Redgrave (credibilissima come bigotta donnetta dell'Est-Europa che si trova a giustificare quello che per lei sarebbe ingiustificabile). Il povero Fraser fa del suo meglio, ma non riesce ad evitare il destino del vaso di coccio.
Sconsigliabile la visione ad un pubblico omofobo, dato che Whale era gay e non si faceva alcun problema in ciò, probabilmente aiutato dal fatto di essere uno straniero (il solito regista europeo trasferitosi a Hollywood dopo la prima guerra mondiale).
Piacevole la colonna sonora di Carter Burwell.
Il film regge soprattutto sulle intense prove attoriali di McKellen e della Redgrave (credibilissima come bigotta donnetta dell'Est-Europa che si trova a giustificare quello che per lei sarebbe ingiustificabile). Il povero Fraser fa del suo meglio, ma non riesce ad evitare il destino del vaso di coccio.
Sconsigliabile la visione ad un pubblico omofobo, dato che Whale era gay e non si faceva alcun problema in ciò, probabilmente aiutato dal fatto di essere uno straniero (il solito regista europeo trasferitosi a Hollywood dopo la prima guerra mondiale).
Piacevole la colonna sonora di Carter Burwell.
A civil action
Non è bello da dire, ma più vedo film di Steven Zaillian e più mi convinco che il loro problema principale stia nella sua regia. Questo è il suo secondo film, dopo In cerca di Bobby Fischer del 1993, e prima di Tutti gli uomini del re del 2006. Da allora Zaillian sembra aver accettato che produttore e sceneggiatore siano ruoli più nelle sue corde.
Da notare come preferisca adattare storie realmente accadute, e in genere riesce a tirar fuori sempre aspetti interessanti. Purtroppo come regista non mi pare sia capace di dare un taglio riconoscibile alla narrazione, e spesso finisce per disperdersi in rami secondari del racconto. Nel caso particolare, non ha aiutato nemmeno avere nel ruolo del protagonista un John Travolta non particolarmente inspirato.
Trattasi, come si evince sin dal titolo, di dramma d'ambiente legale. L'impostazione è vagamente ecologista, simile all'Erin Brockovich che Steven Soderbergh dirigerà un paio d'anni dopo con ben altra personalità. Qui il protagonista (Travolta) è uno di quegli avvocati che campano sulle cause per danni, (vedi L'uomo della pioggia di Francis Ford Coppola) un vero squaletto del ramo, che ha imparato alla perfezione quale sia il cliente più lucroso, e come spremere più soldi possibile da ogni caso. Ha imparato anche quali casi evitare, e dunque cerca di stare più lontano possibile da uno che sembra quanto di peggio possa esistere. Una scalcagnata conceria ha inquinato la falda acquifera di un paesino poco lontano da Boston, causando, anni dopo, la morte di un buon numero di bambini. I bambini morti portano ad un magro risarcimento, secondo la cinica tabella che il nostro sa a memoria, e non ha senso fare causa a chi non ha soldi per pagare ricchi rimborsi.
Capita però che qualcosa si inceppi nel suo cuore di squalo, e che scopra che dietro la conceria ci siano un paio di grosse aziende dotate di cospicui portafogli. Questo lo convince ad imbarcarsi in una impresa costosa e complicata. Trascurando il parere dei suoi soci in affari (tra cui William H. Macy), che preferirebbero restare nelle loro acque, contatta dottori, geologi (uno è Stephen Fry), intervista dipendenti (tra cui James Gandolfini, un ricordo per lui, di recente scomparso), per raccogliere prove che inchiodino i responsabili.
Purtroppo per lui, dall'altra parte della barricata c'è un espertissimo avvocato (Robert Duvall) che sa bene che Travolta sa solo mangiare un certo tipo di pesci. Cambiando mare e preda, diventa uno sbarbatello alle prime armi.
Travolta scoprirà, pagando a caro prezzo l'esperienza, che c'era un modo per ottenere un successo, ma avrebbe dovuto applicare metodologie completamente diverse. E, non è mai troppo tardi, a volte è possibile ottenere anche una seconda chance, a patto di ribaltare il senso della propria vita.
Degna di nota la breve apparizione di Sydney Pollack nei panni dello spocchiosissimo capo di una delle due aziende incriminate, in una scena a due con Travolta che mostra come Pollack non fosse solo un ottimo regista, ma anche un notevole attore.
Da notare come preferisca adattare storie realmente accadute, e in genere riesce a tirar fuori sempre aspetti interessanti. Purtroppo come regista non mi pare sia capace di dare un taglio riconoscibile alla narrazione, e spesso finisce per disperdersi in rami secondari del racconto. Nel caso particolare, non ha aiutato nemmeno avere nel ruolo del protagonista un John Travolta non particolarmente inspirato.
Trattasi, come si evince sin dal titolo, di dramma d'ambiente legale. L'impostazione è vagamente ecologista, simile all'Erin Brockovich che Steven Soderbergh dirigerà un paio d'anni dopo con ben altra personalità. Qui il protagonista (Travolta) è uno di quegli avvocati che campano sulle cause per danni, (vedi L'uomo della pioggia di Francis Ford Coppola) un vero squaletto del ramo, che ha imparato alla perfezione quale sia il cliente più lucroso, e come spremere più soldi possibile da ogni caso. Ha imparato anche quali casi evitare, e dunque cerca di stare più lontano possibile da uno che sembra quanto di peggio possa esistere. Una scalcagnata conceria ha inquinato la falda acquifera di un paesino poco lontano da Boston, causando, anni dopo, la morte di un buon numero di bambini. I bambini morti portano ad un magro risarcimento, secondo la cinica tabella che il nostro sa a memoria, e non ha senso fare causa a chi non ha soldi per pagare ricchi rimborsi.
Capita però che qualcosa si inceppi nel suo cuore di squalo, e che scopra che dietro la conceria ci siano un paio di grosse aziende dotate di cospicui portafogli. Questo lo convince ad imbarcarsi in una impresa costosa e complicata. Trascurando il parere dei suoi soci in affari (tra cui William H. Macy), che preferirebbero restare nelle loro acque, contatta dottori, geologi (uno è Stephen Fry), intervista dipendenti (tra cui James Gandolfini, un ricordo per lui, di recente scomparso), per raccogliere prove che inchiodino i responsabili.
Purtroppo per lui, dall'altra parte della barricata c'è un espertissimo avvocato (Robert Duvall) che sa bene che Travolta sa solo mangiare un certo tipo di pesci. Cambiando mare e preda, diventa uno sbarbatello alle prime armi.
Travolta scoprirà, pagando a caro prezzo l'esperienza, che c'era un modo per ottenere un successo, ma avrebbe dovuto applicare metodologie completamente diverse. E, non è mai troppo tardi, a volte è possibile ottenere anche una seconda chance, a patto di ribaltare il senso della propria vita.
Degna di nota la breve apparizione di Sydney Pollack nei panni dello spocchiosissimo capo di una delle due aziende incriminate, in una scena a due con Travolta che mostra come Pollack non fosse solo un ottimo regista, ma anche un notevole attore.
I miserabili
Credo che la storia la sappiano anche i sassi. Anche chi non abbia mai letto l'originale Victor Hugo (Les misérables) avrà visto una delle innumerevoli riduzioni televisive o cinematografiche.
Questa versione dura un paio d'ore, e ci si può ben immaginare di come lo sceneggiatore (Rafael Yglesias) si sia dovuto lambiccare per semplificare la magmatica vicenda senza correre il rischio di renderla incomprensibile. Al contrario di quanto spesso accade (vedasi il Dune di David Lynch, ad esempio), il risultato mi pare accettabile, anche se lo si è ottenuto a patto di stravolgere alcuni fatti e focalizzarsi sul contrasto tra i due protagonisti.
Abbiamo dunque un ex-galeotto, Jean Valjean (Liam Neeson), che viene redento dall'incontro con un vescovo caritatevole (Peter Vaughan, di cui non c'è purtroppo tempo per narrare l'interessante storia). Costui incontrerà una ragazza-madre, Fantine (Uma Thurman), ormai ridotta agli ultimi, in quanto costretta dalla sua condizione a una vita di stenti e a prostituirsi. Platonicamente innamoratosene, non potrà far molto più che assisterla nei suoi ultimi giorni e prometterle di badare alla di lei figlioletta Cosette. Anni dopo Cosette è grandicella (Claire Danes) e si piglia una cotta ricambiata per Marius, un ragazzotto (Hans Matheson) di simpatie repubblicane (siamo nel periodo della restaurazione). Cosette si trova a decidere tra lui e il padre adottivo, che a sua volta deve trovare la forza per lasciare che la piccola lasci il nido.
Tutto questo sarebbe già tanto, ma il vero rapporto conflittuale del film è tra Valjean e Javert (Geoffrey Rush). I due si conoscono il galera, quando il primo è ai lavori forzati e l'altro è un secondino. Poi Javert viene nominato ispettore proprio nel paese dove Valjean s'è rifatto una vita, crede di riconoscerlo e cerca di smascherarlo. Valjean fugge a Parigi, ma Javert lo segue, trasferito nella capitale per i suoi meriti, e continua ad essere ossessionato dal galeotto, fino alla risoluzione della loro partita nel finale.
Il motivo di tanto accanimento è che il povero Javert ha avuto padre e madre miserabili, che lo devono aver trattato molto male, e dunque pensa che sia suo dovere punire rigorosamente tutti i miserabili che incontra. Valjean ha anch'egli avuto un passato tremendo, ma ha avuto la forza di cambiare. Da un lato Jarvet deve trovarlo insopportabile perché gli rovina il suo bello schema (non c'è cambiamento, ognuno è legato al proprio ruolo) e perché gli mostra, con l'esempio, una via alternativa che lui non ha saputo percorrere.
La regia di Bille August non mi è parsa adeguata. Bello l'attacco iniziale, ma poi m'è sembrata più che altro rassegnata a seguire lo svolgimento, senza metterci molto di suo. La parte finale, con le barricate parigine, mi pare abbia un aria di ricostruzione in studio che la rende poco coinvolgente.
Non male il cast (anche se l'edizione televisiva del 2000, con Gérard Depardieu, John Malkovich e altri promette sfracelli), in particolare Valjean-Neeson. Javert-Rush avrebbe forse avuto bisogno di maggior spazio, per chiarirne la psicologia. Credibile Fantine-Thurman, peccato per la figlia Cosette-Danes che sembra una adolescente contemporanea (e capricciosa) e spasimante Marius-Matheson poco incisivo. Particina minuscola ma ben caratterizzata (è l'usciere del tribunale) per Toby Jones.
Questa versione dura un paio d'ore, e ci si può ben immaginare di come lo sceneggiatore (Rafael Yglesias) si sia dovuto lambiccare per semplificare la magmatica vicenda senza correre il rischio di renderla incomprensibile. Al contrario di quanto spesso accade (vedasi il Dune di David Lynch, ad esempio), il risultato mi pare accettabile, anche se lo si è ottenuto a patto di stravolgere alcuni fatti e focalizzarsi sul contrasto tra i due protagonisti.
Abbiamo dunque un ex-galeotto, Jean Valjean (Liam Neeson), che viene redento dall'incontro con un vescovo caritatevole (Peter Vaughan, di cui non c'è purtroppo tempo per narrare l'interessante storia). Costui incontrerà una ragazza-madre, Fantine (Uma Thurman), ormai ridotta agli ultimi, in quanto costretta dalla sua condizione a una vita di stenti e a prostituirsi. Platonicamente innamoratosene, non potrà far molto più che assisterla nei suoi ultimi giorni e prometterle di badare alla di lei figlioletta Cosette. Anni dopo Cosette è grandicella (Claire Danes) e si piglia una cotta ricambiata per Marius, un ragazzotto (Hans Matheson) di simpatie repubblicane (siamo nel periodo della restaurazione). Cosette si trova a decidere tra lui e il padre adottivo, che a sua volta deve trovare la forza per lasciare che la piccola lasci il nido.
Tutto questo sarebbe già tanto, ma il vero rapporto conflittuale del film è tra Valjean e Javert (Geoffrey Rush). I due si conoscono il galera, quando il primo è ai lavori forzati e l'altro è un secondino. Poi Javert viene nominato ispettore proprio nel paese dove Valjean s'è rifatto una vita, crede di riconoscerlo e cerca di smascherarlo. Valjean fugge a Parigi, ma Javert lo segue, trasferito nella capitale per i suoi meriti, e continua ad essere ossessionato dal galeotto, fino alla risoluzione della loro partita nel finale.
Il motivo di tanto accanimento è che il povero Javert ha avuto padre e madre miserabili, che lo devono aver trattato molto male, e dunque pensa che sia suo dovere punire rigorosamente tutti i miserabili che incontra. Valjean ha anch'egli avuto un passato tremendo, ma ha avuto la forza di cambiare. Da un lato Jarvet deve trovarlo insopportabile perché gli rovina il suo bello schema (non c'è cambiamento, ognuno è legato al proprio ruolo) e perché gli mostra, con l'esempio, una via alternativa che lui non ha saputo percorrere.
La regia di Bille August non mi è parsa adeguata. Bello l'attacco iniziale, ma poi m'è sembrata più che altro rassegnata a seguire lo svolgimento, senza metterci molto di suo. La parte finale, con le barricate parigine, mi pare abbia un aria di ricostruzione in studio che la rende poco coinvolgente.
Non male il cast (anche se l'edizione televisiva del 2000, con Gérard Depardieu, John Malkovich e altri promette sfracelli), in particolare Valjean-Neeson. Javert-Rush avrebbe forse avuto bisogno di maggior spazio, per chiarirne la psicologia. Credibile Fantine-Thurman, peccato per la figlia Cosette-Danes che sembra una adolescente contemporanea (e capricciosa) e spasimante Marius-Matheson poco incisivo. Particina minuscola ma ben caratterizzata (è l'usciere del tribunale) per Toby Jones.
Taxxi
Misteri della distribuzione italiana, il film da noi ha guadagnato una X aggiuntiva nel titolo. Il suo interesse principale credo stia nell'essere il primo film di successo (commerciale, si intende) per Marion Cotillard, ai tempi ventenne.
Scritto e co-prodotto da Luc Besson, che l'ha fatto dirigere a Gérard Pirès che, temo, abbia fatto del suo meglio ma proprio meglio di così non gli è venuto. La storia in poche parole, è quella di 48 ore, una strana coppia, sbirro e delinquentello, che si trovano uniti dalle circostanze nel combattere contro i cattivi, in questo caso una banda tedesca di rapinatori di banche, e nel cercare di convicere le rispettive donne a stare con loro.
Ma la scena iniziale, con il protagonista-delinquente alla guida indemoniata di scooter trasporto-pizza sulle note della Misirlou di Dick Dale, mette bene in chiaro lo stile post-tarantiniano con cui viene affrontata la vicenda:
Il piccolo delinquente lascia subito dopo lo scooter per un taxi da formula uno (e per la Cotillard), incappa nel poliziotto e nella di lui madre, che lo trascinano in una storia, tutto sommato divertente, densa di colpi di scena e buchi di sceneggiatura.
Più i secondi che i primi, a dire il vero.
Scritto e co-prodotto da Luc Besson, che l'ha fatto dirigere a Gérard Pirès che, temo, abbia fatto del suo meglio ma proprio meglio di così non gli è venuto. La storia in poche parole, è quella di 48 ore, una strana coppia, sbirro e delinquentello, che si trovano uniti dalle circostanze nel combattere contro i cattivi, in questo caso una banda tedesca di rapinatori di banche, e nel cercare di convicere le rispettive donne a stare con loro.
Ma la scena iniziale, con il protagonista-delinquente alla guida indemoniata di scooter trasporto-pizza sulle note della Misirlou di Dick Dale, mette bene in chiaro lo stile post-tarantiniano con cui viene affrontata la vicenda:
Il piccolo delinquente lascia subito dopo lo scooter per un taxi da formula uno (e per la Cotillard), incappa nel poliziotto e nella di lui madre, che lo trascinano in una storia, tutto sommato divertente, densa di colpi di scena e buchi di sceneggiatura.
Più i secondi che i primi, a dire il vero.
Kiki consegne a domicilio
Trovato solo nella versione inglese della Disney datata 1998, che comunque non dovrebbe mancare nelle collezioni degli ammiratori di Kirsten Dunst, in quanto è proprio lei a dar la voce a Kiki. Per quel che ne ho capito, le differenze con l'originale dovrebbero essere minimali.
Visto su consiglio di Acalia, quando ha scoperto che il sottoscritto, pur rimanendo favorevolmente colpito dall'indubbia qualità de Il castello nel cielo, opera dello stesso Studio Ghibli, sempre per la regia di Hayao Miyazaki, di animazioni giapponesi ne conosceva davvero poco.
È il mio terzo film della famiglia, e ormai non sono più (molto) sorpreso dallo strano mondo parallelo in cui sono ambientate le vicende. Qui si narra di una giovane strega, ancora bambina, che come tradizione deve lasciare la famiglia per un anno in cui sperimentare le capacità magiche, prima di diventare una strega a tutti gli effetti. Una specie di rito di passaggio, dunque.
Al contrario del mondo potteriano, qui non c'è alcuna contrapposizione tra magici e "normali", al massimo un leggero stupore per chi vede la bimba volante per la prima volta. Con la sola compagnia di un simpatico gatto nero, Kiki parte per una città a caso, gira che ti rigira arriva a ... Stoccolma. È proprio lei, lo giuro. Solo che è su un oceano, ha un non so che di centro-europeo, con un tocco molto mediterraneo. E per quanto riguarda il periodo, direi che si tratta di un inizio secolo scorso, anni 30 o giù di lì, però variazioni (televisioni anni sessanta nelle case, ad esempio) che rendono una datazione reale impossibile.
La storia raccontata è minimalista, il fatto che Kiki voli su una scopa è puramente incidentale. È una ragazzina che sta diventando adulta, vive in una grande città, conosce gente, un ragazzino che si invaghisce di lei, fa amicizie, ha qualche avventura e piccole disavventure, finché sul più bello, si accorge di aver perso il suo unico potere magico, non sa più volare (ah, dimenticavo, non riesce nemmeno più a capire cosa dice il gatto). Tutto finirà bene, ma con qualche batticuore.
Direi che il film è pensato per un pubblico molto giovanile, ma con una cura tale da renderlo interessante un po' per tutti. Direi che sono due i temi principali, il distacco dalla famiglia e il bilanciamento tra l'esigenza di adattarsi all'ambiente circostante pur senza abbandonare le proprie caratteristiche personali.
Visto su consiglio di Acalia, quando ha scoperto che il sottoscritto, pur rimanendo favorevolmente colpito dall'indubbia qualità de Il castello nel cielo, opera dello stesso Studio Ghibli, sempre per la regia di Hayao Miyazaki, di animazioni giapponesi ne conosceva davvero poco.
È il mio terzo film della famiglia, e ormai non sono più (molto) sorpreso dallo strano mondo parallelo in cui sono ambientate le vicende. Qui si narra di una giovane strega, ancora bambina, che come tradizione deve lasciare la famiglia per un anno in cui sperimentare le capacità magiche, prima di diventare una strega a tutti gli effetti. Una specie di rito di passaggio, dunque.
Al contrario del mondo potteriano, qui non c'è alcuna contrapposizione tra magici e "normali", al massimo un leggero stupore per chi vede la bimba volante per la prima volta. Con la sola compagnia di un simpatico gatto nero, Kiki parte per una città a caso, gira che ti rigira arriva a ... Stoccolma. È proprio lei, lo giuro. Solo che è su un oceano, ha un non so che di centro-europeo, con un tocco molto mediterraneo. E per quanto riguarda il periodo, direi che si tratta di un inizio secolo scorso, anni 30 o giù di lì, però variazioni (televisioni anni sessanta nelle case, ad esempio) che rendono una datazione reale impossibile.
La storia raccontata è minimalista, il fatto che Kiki voli su una scopa è puramente incidentale. È una ragazzina che sta diventando adulta, vive in una grande città, conosce gente, un ragazzino che si invaghisce di lei, fa amicizie, ha qualche avventura e piccole disavventure, finché sul più bello, si accorge di aver perso il suo unico potere magico, non sa più volare (ah, dimenticavo, non riesce nemmeno più a capire cosa dice il gatto). Tutto finirà bene, ma con qualche batticuore.
Direi che il film è pensato per un pubblico molto giovanile, ma con una cura tale da renderlo interessante un po' per tutti. Direi che sono due i temi principali, il distacco dalla famiglia e il bilanciamento tra l'esigenza di adattarsi all'ambiente circostante pur senza abbandonare le proprie caratteristiche personali.
Following
Primo lungometraggio di Christopher Nolan, girato evidentemente a basso costo (oltre che in bianco e nero) ma con la cura che Nolan dedicherà a tutti i suoi successivi lavori. Per tagliare i costi, oltre che scrivere, dirigere, produrre, ha pure girato e curato il montaggio. Fortuna vuole che non sia portato all'interpretazione, però ha fatto in modo di dare una particina allo zio (il poliziotto che interroga il protagonista).
Il modo di raccontare ricorda molto quello di Memento, con salti in avanti e indietro nel tempo, anche se qui è più strumentale al semplice mantenere la suspense nella storia.
Si racconta l'avventura di un giovinastro innominato (Jeremy Theobald) che vorrebbe fare lo scrittore ma gli manca l'ispirazione (ricorda Limitless come situazione di partenza, sembra quasi che Burger sia colpito dalla maledizione di confrontarsi di continuo con Nolan). Per ingannare il tempo e cercare di cavare qualche idea dal prossimo, si mette a pedinare sconosciuti. Il problema è finisce per incocciare un tipo ancor più strano che per passatempo svaligia appartamenti, con lo scopo più di incasinare la vita altrui che di sottrarre cose di valore. Tra le vittime delle strana coppia c'è una biondona (Lucy Russell) che è coinvolta in un giro delinquenziale ancor più pericoloso, il protagonista si prende una cotta, e cerca di aiutarla in un suo problemino con un boss poco raccomandabile. E a questo punto le cose diventano ancora più complicate.
La sceneggiatura cede leggermente nel finale, dove viene data qualche spiegazione di troppo. Ma avercene di opere prime di questo livello.
Il modo di raccontare ricorda molto quello di Memento, con salti in avanti e indietro nel tempo, anche se qui è più strumentale al semplice mantenere la suspense nella storia.
Si racconta l'avventura di un giovinastro innominato (Jeremy Theobald) che vorrebbe fare lo scrittore ma gli manca l'ispirazione (ricorda Limitless come situazione di partenza, sembra quasi che Burger sia colpito dalla maledizione di confrontarsi di continuo con Nolan). Per ingannare il tempo e cercare di cavare qualche idea dal prossimo, si mette a pedinare sconosciuti. Il problema è finisce per incocciare un tipo ancor più strano che per passatempo svaligia appartamenti, con lo scopo più di incasinare la vita altrui che di sottrarre cose di valore. Tra le vittime delle strana coppia c'è una biondona (Lucy Russell) che è coinvolta in un giro delinquenziale ancor più pericoloso, il protagonista si prende una cotta, e cerca di aiutarla in un suo problemino con un boss poco raccomandabile. E a questo punto le cose diventano ancora più complicate.
La sceneggiatura cede leggermente nel finale, dove viene data qualche spiegazione di troppo. Ma avercene di opere prime di questo livello.
Hilary and Jackie
La tragica storia di Jackie Du Pré, una delle più note violoncelliste del secolo scorso e prima moglie di Daniel Barenboin, narrata dal punto di vista della sorella.
L'attendibilità storica della vicenda è perlomeno dubbia. Come è naturale che sia, la visuale troppo ravvicinata potrebbe aver distorto parti non secondarie della vicenda, direi quindi che non conviene dare troppo credito ai fatti narrati, ma concentrarsi piuttosto sul lato emozionale della vicenda, che del resto direi è anche il taglio complessivo dato dalla regia (Anand Tucker).
Jackie (Emily Watson) e Hilary (Rachel Griffiths) sono musiciste più per obbligo familiare che per passione, e sembrano indirizzate ad una carriera musicale di quelle che finiscono per cancellare la vita privata, se non che Hilary, meno dotata, viene salvata dall'incontro con un estroso direttore d'orchestra che vede la musica come solo un aspetto della vita, e non la vita nella sua interezza. I due si sposano e vanno a vivere in campagna, tra galline e una nutrita figliolanza.
Jackie viene tratteggiata come sfortunata nella fortuna, praticamente costretta ad abbracciare una carriera da pendolare perenne, sacrificando tutto il resto, diventando quasi una propaggine del suo strumento musicale. Lo stesso Barenboin viene descritto come attirato di lei soprattutto in quanto virtuosa del violoncello. Quando la sclerosi multipla la colpisce, portandola prima all'incapacità di suonare, poi, con una inenarrabile lentezza alla morte, Jackie sembra drammaticamente regredire a poco a poco, per tornare la bambina che era all'inizio del film.
Bella l'idea di riproporre la parte centrale del film, quando le due sorelle si separano, dai due punti di vista diversi, mostrando come la stessa vicenda sembri completamente diversa a causa delle diverse prospettive. Sarebbe stato interessante vederla narrata anche da Barenboin.
L'attendibilità storica della vicenda è perlomeno dubbia. Come è naturale che sia, la visuale troppo ravvicinata potrebbe aver distorto parti non secondarie della vicenda, direi quindi che non conviene dare troppo credito ai fatti narrati, ma concentrarsi piuttosto sul lato emozionale della vicenda, che del resto direi è anche il taglio complessivo dato dalla regia (Anand Tucker).
Jackie (Emily Watson) e Hilary (Rachel Griffiths) sono musiciste più per obbligo familiare che per passione, e sembrano indirizzate ad una carriera musicale di quelle che finiscono per cancellare la vita privata, se non che Hilary, meno dotata, viene salvata dall'incontro con un estroso direttore d'orchestra che vede la musica come solo un aspetto della vita, e non la vita nella sua interezza. I due si sposano e vanno a vivere in campagna, tra galline e una nutrita figliolanza.
Jackie viene tratteggiata come sfortunata nella fortuna, praticamente costretta ad abbracciare una carriera da pendolare perenne, sacrificando tutto il resto, diventando quasi una propaggine del suo strumento musicale. Lo stesso Barenboin viene descritto come attirato di lei soprattutto in quanto virtuosa del violoncello. Quando la sclerosi multipla la colpisce, portandola prima all'incapacità di suonare, poi, con una inenarrabile lentezza alla morte, Jackie sembra drammaticamente regredire a poco a poco, per tornare la bambina che era all'inizio del film.
Bella l'idea di riproporre la parte centrale del film, quando le due sorelle si separano, dai due punti di vista diversi, mostrando come la stessa vicenda sembri completamente diversa a causa delle diverse prospettive. Sarebbe stato interessante vederla narrata anche da Barenboin.
La sottile linea rossa
Viene generalmente catalogato come film di guerra, ma penso che dovrebbe essere accuratamente evitato da chi è interessato in modo specifico a quel genere. A mio parere Terrence Malick (regia e sceneggiatura non originale) avrebbe fatto meglio a togliere del tutto le scene belliche vere e proprie, lasciando solo il resto - riducendo il film ad una durata di "solo" un paio d'ore.
Del resto la vicenda bellica in sé non è particolarmente interessante: si seguono le gesta di una compagnia USA nella battaglia di Guadalcanal. Il solito ufficiale demente (un notevole Nick Nolte) mette in atto una strategia pressoché suicida con lo scopo di pavoneggiarsi con un brillante risultato. Un subalterno (Elias Koteas) si rifiuta di mandare al massacro i suoi uomini, e per questo verrà sostituito da un altro capitano (John Cusack) che, con un colpo di fortuna inenarrabile, riesce a far fuori un numero spaventoso di giapponesi. A questo essenziale canovaccio si sovrappongono storie minori intepretate tutte da attori di ottimo livello, tanto per non far nomi Sean Penn, Adrien Brody, Jared Leto, Ben Chaplin. Apparizioni anche per John Travolta e George Clooney.
In realtà, come dicevo, la parte militare - con botti e ammazzamenti - potrebbe benissimo essere messa da parte, dato che il vero tema del film mi pare la contrapposizione tra la natura (e i nativi che vivono a contatto di essa) e gli umani "civilizzati". La camera segue spesso i paesaggi e gli animali, che sembrano osservare perplessi quei tipi bizzarri che, non contenti di quanto sia già normalmente complicato stare al mondo, cercano di rendere la breve permanenza ancor più difficile. Alla parte umana (del primo mondo) è dato spazio soprattutto per mezzo dei pensieri di molti dei personaggi (che magicamente possiamo ascoltare).
Superlativa la colonna sonora di Hans Zimmer.
Del resto la vicenda bellica in sé non è particolarmente interessante: si seguono le gesta di una compagnia USA nella battaglia di Guadalcanal. Il solito ufficiale demente (un notevole Nick Nolte) mette in atto una strategia pressoché suicida con lo scopo di pavoneggiarsi con un brillante risultato. Un subalterno (Elias Koteas) si rifiuta di mandare al massacro i suoi uomini, e per questo verrà sostituito da un altro capitano (John Cusack) che, con un colpo di fortuna inenarrabile, riesce a far fuori un numero spaventoso di giapponesi. A questo essenziale canovaccio si sovrappongono storie minori intepretate tutte da attori di ottimo livello, tanto per non far nomi Sean Penn, Adrien Brody, Jared Leto, Ben Chaplin. Apparizioni anche per John Travolta e George Clooney.
In realtà, come dicevo, la parte militare - con botti e ammazzamenti - potrebbe benissimo essere messa da parte, dato che il vero tema del film mi pare la contrapposizione tra la natura (e i nativi che vivono a contatto di essa) e gli umani "civilizzati". La camera segue spesso i paesaggi e gli animali, che sembrano osservare perplessi quei tipi bizzarri che, non contenti di quanto sia già normalmente complicato stare al mondo, cercano di rendere la breve permanenza ancor più difficile. Alla parte umana (del primo mondo) è dato spazio soprattutto per mezzo dei pensieri di molti dei personaggi (che magicamente possiamo ascoltare).
Superlativa la colonna sonora di Hans Zimmer.
Out of sight
Divertente commedia dai toni piuttosto movimentati che però ha qualcosa, che non riesco a ben definire, che non va.
La storia è di Elmore Leonard (da suoi scritti derivano anche Get Shorty e Jackie Brown) ed è stata trasformata in sceneggiatura da Scott Frank che ci ha appiccicato un finale holliwoodiano per far felice la produzione - come narrato nella piacevole featurette allegata al DVD.
La regia è di Steven Soderbergh che, come spesso accade, esagera un po' nel metterci un tocco personale. Fermi immagine, flash back, cambi di scena inaspettati. Tutto OK, ma forse se li usava con più parsimonia il risultato era migliore. Bizzarra la lunga scena in cui i due protagonisti, George Clooney e Jennifer Lopez, fanno conoscenza nel bagagliaio di una macchina.
Clooney è un rapinatore di banche e di cuori femminili - ruolo che gli calza a pennello; JLo una poliziotta - meno credibile ma sufficientemente affascinante. Si piacciono ma sono irreparabilmente su diverse sponde. E il finale (vero) è la fine della loro storia. Fortuna che per il pubblico amante dell'happy ending c'è il post-finale di cui si accennava sopra in cui si lascia spazio alla speranza.
Buono il cast, alternanza di temi che tiene desta l'attenzione, si viaggia dalla calda Miami (dominata dal giallo) alla fredda Detroit (in blu), brevi apparizioni di Michael Keaton, nei panni di un agente FBI a basso livello intellettivo, e di Samuel L.Jackson galeotto uso all'evasione.
La storia è di Elmore Leonard (da suoi scritti derivano anche Get Shorty e Jackie Brown) ed è stata trasformata in sceneggiatura da Scott Frank che ci ha appiccicato un finale holliwoodiano per far felice la produzione - come narrato nella piacevole featurette allegata al DVD.
La regia è di Steven Soderbergh che, come spesso accade, esagera un po' nel metterci un tocco personale. Fermi immagine, flash back, cambi di scena inaspettati. Tutto OK, ma forse se li usava con più parsimonia il risultato era migliore. Bizzarra la lunga scena in cui i due protagonisti, George Clooney e Jennifer Lopez, fanno conoscenza nel bagagliaio di una macchina.
Clooney è un rapinatore di banche e di cuori femminili - ruolo che gli calza a pennello; JLo una poliziotta - meno credibile ma sufficientemente affascinante. Si piacciono ma sono irreparabilmente su diverse sponde. E il finale (vero) è la fine della loro storia. Fortuna che per il pubblico amante dell'happy ending c'è il post-finale di cui si accennava sopra in cui si lascia spazio alla speranza.
Buono il cast, alternanza di temi che tiene desta l'attenzione, si viaggia dalla calda Miami (dominata dal giallo) alla fredda Detroit (in blu), brevi apparizioni di Michael Keaton, nei panni di un agente FBI a basso livello intellettivo, e di Samuel L.Jackson galeotto uso all'evasione.
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