Visualizzazione post con etichetta 1993. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1993. Mostra tutti i post

Schindler's list - La lista di Schindler

Un imbroglioncello di piccolo calibro, tale Oskar Schindler (Liam Neeson), scopre qual'è il motivo per cui tutta la sua vita fino a quel momento è stata un percorso di denso di fallimenti. Non c'era stata la guerra. Ora che la guerra c'è, e può finalmente mettere a frutto i suoi dubbi talenti per fare successo.

Piomba così a Cracovia, nella Polonia appena sconfitta dall'esercito nazista, e in breve compra una fabbrica fallita per impossibilità dei precedenti proprietari a procedere nel loro lavoro, in quanto schedati come ebrei, usando i soldi di elementi di spicco della stessa comunità, facendo notare loro che nel ghetto in cui sono stati rinchiusi valgono più le pentole che lui si accinge a produrre. D'altro canto usa la sua passione per alcolici, donne, e bella vita in genere, per accattivarsi l'amicizia di persona che contano nei vertici nazisti locali.

Il suo totale disinteresse per quello che accade tutto intorno a lui, risulta perfetto per la situazione. Infatti può così fregiarsi della sua spilla d'oro di appartenente al partito nazista senza alcun imbarazzo, come può anche assicurarsi i servizi di Itzhak Stern (Ben Kingsley) che, oltre ad essere un valente contabile, conosce un po' tutti.

Tutti felici, tutti contenti. L'esercito tedesco ha pentole a basso prezzo, Stern riesce a fare assumere in fabbrica alcune persone che rischierebbero di essere eliminate su due piedi, gli ufficiali nazisti corrotti hanno la loro fetta di torta, e Schindler diventa ricco ogni sua più rosea aspettativa.

Le cose cambiano con l'arrivo di Amon Goeth (Ralph Fiennes), che viene mandato lì per creare un lager in cui stipare una metà degli ebrei che erano stati prima costretti nel ghetto di Cracovia. Gli altri sono uccisi in una notte, e non si capisce bene a chi sia capitato la sorte peggiore. L'azione è così brutale che Schindler inizia a farsi domande. E poco a poco mette da parte il suo sogno di ricchezza per cercare di salvare quanti più ebrei gli sia possibile.

Il film, in bianco e nero e dalla durata fiume di tre ore abbondanti, scorre rapido e senza grossi intoppi. Si vede la mano di Steven Spielberg in un approccio che solo a tratti è un po' troppo, come dire, spielberghiano. Il risultato è una di quelle cose che restano impresse.

A mio parere, le parti a colori, un breve prologo iniziale e il finale poco più lungo che ci riporta ai nostri giorni, sono le cose meno riuscite. Meglio sarebbe stato iniziare con la presentazione di Schindler e finire con l'arrivo dell'Armata Rossa - che, a dire il vero, consta in un solo soldato a cavallo.

A parte l'impatto emotivo della vicenda, che è ovviamente il cuore del racconto, notevole il gioco tra Neeson, Fiennes e Kingsley. Bravo il primo a seguire il mutamento carattere di Schindler, bravo il secondo a rappresentare la follia monocorde di Goeth, e bravo il terzo a raccontare in sottrazione la rassegnata caparbietà di Stern.

Il nobile scapolo

Lo scenario produttivo deve essere stato molto simile a quello del precedente episodio. Se il risultato mi pare superiore, credo che sia perché T.R. Bowen ha avuto più tempo a disposizione di Jeremy Paul per sviluppare una sceneggiatura che potesse far raggiungere i cento minuti richiesti. C'è da dire che Bowen ha avuto anche l'intuizione di riciclare un altro racconto di Conan Doyle (*), unito ad elementi provenienti da diverse fonti (**). C'è perfino una fulminante battuta di Oscar Wilde adattata per la situazione.

Holmes (Jeremy Brett) è messo molto male. Un incubo ricorrente, e l'assenza di casi che lui possa reputare alla sua altezza, gli stanno rovinando la vita. Succede però che il matrimonio tra Henrietta Doran (Paris Jefferson), una ereditiera americana, e Lord Robert St. Simon (Simon Williams) prende una piega inaspettata, con la scomparsa della sposa subito dopo la cerimonia.

Seguendo il suo metodo, Holmes ricostruisce la situazione in cui il fatto è avvenuto, scoprendo dettagli che non sono forse considerabili strettamente pertinenti con il caso, ma finiscono per avere un interesse molto superiore.

Raccomando una buona dose di pazienza allo spettatore futuro. La prima parte non è riuscita molto bene, molto lenta e ripetitiva, sembra che il suo scopo principale sia quello di occupare quanto più tempo possibile. Passati i primi cinquanta minuti, la qualità del prodotto torna ad essere quella tipica della serie Granada.

Jeremy Brett è fuori forma quanto il suo personaggio, nonostante questo riesce a dare una ennesima ottima interpretazione. Edward Hardwicke e il suo dottor Watson guadagnano un po' più di spazio e pure alcune pungenti battute che sembrerebbero più nello spirito sherlockiano.

(*) L’avventura dell’inquilina velata da Il taccuino di Sherlock Holmes
(**) Vedasi in particolare quello che in Jane Eyre di Charlotte Brontë è il personaggio di Bertha Mason

Il vampiro del Sussex

La sceneggiatura (Jeremy Paul) è stata scritta in fretta e furia, allo scopo di adattare l'omonimo racconto (*) di Conan Doyle alle impreviste esigenze del momento. Che poi sarebbero quelle di produrre un episodio doppio, cento minuti invece dei soliti cinquanta, senza però sovraccaricare di lavoro Jeremy Brett, la cui salute era, ohimè, declinante. Considerando la base di partenza e le circostanze, il risultato non è poi terribile.

Pur mantenendo gran parte degli elementi originali, la scelta è stata quella di aggiungere un personaggio, John Stockton (Roy Marsden) che rende la struttura più complessa e ambigua. Lasciando allo spettatore la possibilità di accettare la soluzione razionale di Sherlock Holmes (Brett, ovviamente), o propendere per una via sovrannaturale.

In questa versione, Holmes e il dottor Watson (Edward Hardwicke) vengono chiamati nel Sussex dal locale curato che è preoccupato da una serie di accadimenti che la popolazione locale imputa allo Stockton, che si pensa essere un vampiro, in seguito ad una leggenda del posto che ha tracce in una tragedia di un secolo prima.

Holmes interviene più con l'idea di evitare un linciaggio che per esplorare un caso di vampirismo. Però scopre che lo Stockton ci marcia sulla credulità popolare, per fini suoi. Al punto che Holmes alla fine si convince che sia effettivamente una specie di vampiro, anche se in un senso ben diverso da quello che vuole la tradizione.

(*) L'avventura del vampiro del Sussex, inclusa ne Il taccuino di Sherlock Holmes. Un caso piuttosto semplice e per nulla paranormale.

Nel nome del padre

Da non confondere con l'omonimo film che Marco Bellocchio ha scritto e diretto venti anni prima. In questo, In the name of the father, Jim Sheridan racconta una storia incredibilmente vera avvenuta nella civilissima Gran Bretagna nei non poi così lontani anni settanta, usando come riferimento l'autobiografia del protagonista, Gerry Conlon, magistralmente interpretato da Daniel Day-Lewis.

Gerry è un ragazzaccio di Belfast a cui non importa niente dello scontro in corso tra repubblicani irlandesi e l'esercito britannico. Preferisce passare il tempo rubacchiando con i suoi pessimi amici. Un equivoco fa sì che venga scambiato per un cecchino e, vista la tensione che c'era in Irlanda del Nord ai tempi, questo basta per portare la situazione sull'orlo della catastrofe.

Per evitare guai con l'IRA, il padre di Gerry (Pete Postlethwaite) lo spedisce da una zia a Londra. Nota curiosa, Conlon senior di nome fa Patrick ma tutti lo chiamano Giuseppe perché sua mamma, quando lui era un bimbo, si era invaghita di questo nome (colpa di un gelataio italiano), e aveva deciso di affibiarglielo. Che poi Giuseppe è un nome estremamente ostico per chi parla inglese, e infatti è mal pronunciato da tutti e nei titoli di coda è riportato erroneamente come Guiseppe - tipico errore degli angolofoni, forse per analogia con Guy, nome che da quelle parti è ben più popolare.

In ogni modo, Gerry evita la zia benpensante come la peste e fa comunella invece con un suo paesano, Paul, e con un gruppetto di hippy di tendenza squatter. Succede però che l'IRA ha portato la guerra a Londra, e una bomba viene fatta esplodere in un pub proprio una sera in cui Paul e Gerry sono da soli. Per questioni di donne, un hippy rancoroso accusa Paul e Gerry dell'attentato, probabilmente con l'idea di far passar loro un paio di notti in galera. Capita invece che il sistema giudiziario inglese perda la testa, anche grazie ad una draconiana legge anti-terrorismo, e così Paul, Gerry, e altri due loro amici, vengano condannati in quattro e quattr'otto, sulla base di indizi illusori e delle loro confessioni strappate grazie a pressioni indebite, all'ergastolo. Inoltre, anche zio, zia, nipoti, padre, persino un amico di famiglia, vengono accusati di aver fornito la rete di supporto all'attentato, e condannati anche loro a lunghe pene detentive.

Il tutto è narrato in flash back, a partire da quanto, una quindicina di anni dopo (!), l'avvocato Gareth Peirce (Emma Thompson), che si occupa di diritti umani, si interessa alla causa dei Conlon e si mette a scavare tra le carte del processo, scoprendo una serie di abusi, prove fabbricate, elementi a discarico nascosti.

E questo è il lato "legal" della vicenda.

C'è poi il lato umano. Gerry, infatti, era diventato un ragazzaccio (anche) per il pessimo rapporto con il padre, che sembra dovuto più che altro ad una incapacità comunicativa tra i due. I quindici anni di galera passati assieme mostrano anche l'evoluzione della loro relazione e di come Gerry, sia pure con una immane fatica, riesca a cambiare e superare quel muro che lo aveva tenuto distante dal padre.

Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre

Un attore deve far finta di essere una donna, nella vita reale, non (*) in scena, per raggiungere il suo scopo. Una serie di vicissitudini mostra come il mentire su di un particolare così rilevante porti troppe complicazioni e alla fine il gioco debba necessariamente crollare.

Se in questo mini riassunto al posto dell'asterisco mettiamo un "solo" otteniamo Tootsie, non mettendo niente, Mrs. Doubtfire. Il paragone, però, è distruttivo. Il punto forte qui è Robin Williams (toglilo, e il film naufraga miserabilmente), dall'altra parte abbiamo un dream team da leccarsi i baffi (Sidney Pollack alla regia, Dustin Hoffman protagonista, Jessica Lange nel ruolo della sua carriera, comprimari di lusso come Bill Murray e lo stesso Pollack). Il film è comunque divertente, almeno a tratti, e meriterebbe di essere visto in originale, per non perdersi il fregolismo verbale del protagonista.

Un po' come il protagonista di Tootsie, quello di Doubtfire è un bravo attore che non riesce a tenersi un lavoro per la sua eccessiva rigidità (in particolare, lo vediamo inneggiare ad una salutista battaglia contro la propaganda per il fumo nei cartoni animati, che sarebbe stata più sorprendente se il film fosse stato ambientato qualche decennio prima). La sua mancanza di affidabilità e apparente disinteresse al successo, finisce per usurare la relazione con la moglie (Sally Field, ruolo mal disegnato, volubile e instabile fino a diventare a tratti di perfida oltre misura) che, al contrario, ha un lavoro dignitoso in linea con le aspettative della classe medio-alta americana. Dunque ella chiede il divorzio, e ottiene l'affidamento dei figli, cosa che fa uscire di testa il neo-separato papà, disposto a far di tutto per vederli, persino travestirsi da attempata governante inglese. Altra complicazione, un aitante inglese (Pierce Brosnan) si mette a corteggiare la quasi-ex-moglie del protagonista, con intenzioni molto serie.

Per non dar fastidio a nessuno, il finale è aperto. Forse i due si rimetteranno assieme, o forse no. Comunque sia, tutti vivranno felici e contenti, a parte l'inglese, di cui si perdono le tracce prima del finale.

Wittgenstein

Sembra un po' di vedere quelle riduzioni a cartone animato di un film in sessanta secondi. La vita (parecchio complicata) di uno dei più importanti filosofi novecenteschi, Ludwig Wittgenstein, in un ora. Possibile? Beh, sì. Però si corre come dei disperati, e si taglia tutto quello che è possibile tagliare, anche quello che sembrerebbe difficile eliminare.

Tutto girato in studio, con un fondale nero, narrato da un Wittgenstein bimbo presciente che incontra un marziano a cui viene raccontata la complicata storia di un ricchissimo rampollo di una famiglia viennese (da adulto interpretato da Karl Johnson) che rinuncerà al patrimonio in quanto fonte di corruzione, e spenderà una parte significativa della sua vita a Cambridge in compagnia di gente come Bertrand Russell (Michael Gough), John Maynard Keynes (John Quentin) e Lady Ottoline Morrell, in quanto amante di Russell, interpretata da una sfavillante Tilda Swinton.

Il risultato è sorprendente, grazie alla regia Derek Jarman, anche se credo convenga guardare il film sapendo già cosa venga narrato, appunto un po' come i cartoni animati sopra citati.

Sonatine

Probabile errore della distribuzione italiana, credo che il titolo avrebbe dovuto essere Sonatina, al singolare. In ogni caso, si tratta di un film scritto, diretto, montato e interpretato Takeshi Kitano, ambientato nel mondo della yakuza. Anche qui la colonna sonora è di Joe Hisaishi, ha meno spazio che in Hana-bi ma è sempre una presenza importante.

La storia è quella di un capetto mafioso (Beat Takeshi, naturalmente) che è stufo della sua vita, e si ritirerebbe volentieri. Cosa che farebbe felice il suo capo, che si mangerebbe volentieri il suo giro, ma, come spesso accade nel mondo della delinquenza (e non solo), invece di seguire lo svolgimento dei fatti, il capoccia si crede furbo ed imbastisce una elaborata trama che dovrebbe eliminare il suo sottoposto. Mal gliene incoglie, a lui e a molti altri.

Anche se il conteggio dei cadaveri, e le modalità efferate dell'esecuzione, farebbero pensare ad una classica gangster story, lo svolgimento è completamente diverso. Nella parte centrale del film non succede praticamente niente, la gang che è stata mandata a Okinawa per far sfracelli, si ritira in una amena località costiera dove passano il tempo come fossero ragazzetti in colonia. In quel contesto c'è una scena che pare da teatro dell'assurdo, con due ragazzi che vengono animati a passo uno come lottatori di sumo giocattolo. Non so bene se sia più comica o più terribile, ma certamente è uno di quei passaggi che restano impressi.

Una vita al massimo

La disfida delle trilogie promossa dal Bibliofilo mi ha ricordato che mi mancava il secondo capitolo della cosiddetta trilogia pulp di Quentin Tarantino, meglio noto con il titolo originale di True romance che suonerebbe in italiano qualcosa come Una vera storia d'amore.

Nonostante il cast, che nei ruoli secondari è eccezionale, c'è più di un motivo per cui questo episodio sia il più in ombra tra i tre, che possono riassunti notando come la regia sia stata affidata a Tony Scott. L'approccio alla regia di Scott Jr. può piacere o meno, di certo non pare la scelta più indicata per affrontare una sceneggiatura di Tarantino. Vero che è un compito difficile per qualunque regista, ma vedasi cosa è stato capace di fare Oliver Stone con Natural born killers.

In particolare la scena d'amore all'inizio fa pensare ai cavoli a merenda, come pure il lieto fine evidentemente apocrifo. Ma è un po' tutta la direzione che sembra combattere contro la sceneggiatura, invece di seguirla e magari interpretarla a proprio modo. Direi dunque che si tratta di un goffo tentativo della produzione di normalizzare un modo di far cinema strutturalmente marginale con lo scopo di attrarre platee maggiori.

La storia narrata è invece molto tarantiniana, in cui non si cerca l'immedesimazione degli spettatori con i protagonisti, che sono al contrario brutta gente con un brutto futuro che li aspetta. In particolare il protagonista (Christian Slater, troppo caruccio per la parte, a mio avviso) è un fallito che campa con uno stipendio minimo da commesso in una fumetteria. Lo vediamo cercare di attaccar bottone con una bionda appariscente spiegandole che lui, pur non essendo gay, farebbe sesso con Elvis Presley (se questo fosse vivo) e invitandola a vedere una maratona di film di kung fu. Succede invece che è un'altra bionda appariscente a fare colpo su di lui (Patricia Arquette), ma lo fa per lavoro, essendo ella una prostituta pagatagli a sorpresa dal suo capo, in occasione del compleanno. Nonostante le premesse, i due si innamorano e, detto fatto, si sposano. Lui, seguendo il consiglio di Elvis Presley (Val Kilmer, sempre sfuocato o fuori quadro), decide di eliminare l'ex-magnaccia (Gary Oldman), un tale molto violento e con grossi problemi di identità, come si evince dalla sua convinzione di essere di colore.

Nel parapiglia, il nostro uomo dimentica la patente e porta via un carico di cocaina, il che causerà una impressionante serie di problemi nel resto del film. Breve puntata dal padre (Dennis Hopper) e poi i due piccioncini prendono il volo per la California, dove però troveranno ad attenderli gli emissari del boss mafioso (Christopher Walken) che rivuole indietro la sua roba. Il piano dei due giovani delinquenti è pianamente scemo, ma il compagno di stanza del loro contatto californiano, uno strafatto Brad Pitt, ci mette del suo a causare ancora più guai di quanti sarebbe lecito attendersi. Mette un killer molto tarantiniano (James Gandolfini) sulle loro tracce, e poi anche una squadra di mafiosi pesantemente armati.

Come se tutto ciò non bastasse, viene dato maggior spessore alla carneficina finale grazie all'intervento delle guardie del corpo di un pezzo grosso di Hollywood interessato all'acquisto, e ad una squadra della polizia antidroga (con Chris Penn).

In realtà la storia è ben più complicata del mio banalizzante riepilogo, e bisogna dire che Scott dimostra di essere capace di dirigere - nelle mani di un regista meno capace il risultato sarebbe stato un guazzabuglio inguardabile. Alcune scene, tipo il confronto tra Christopher Walken e Dennis Hopper, sono davvero ben fatte. Ma nel complesso non sono rimasto soddisfatto.

In cerca di Bobby Fischer / Sotto scacco

Abbastanza conosciuto negli USA, praticamente ignoto nel resto del mondo, è la prima regia di Steven Zaillian, a cui faranno seguito A civil action e Tutti gli uomini del re. Tutti film con un notevole cast, una storia interessante, anche se sempre molto americana, il cui difetto principale direi che è sempre proprio nella regia poco coinvolgente.

Forse Zaillian dovrebbe limitarsi a fare lo sceneggiatore, e lasciare la regia ad altri. Sue le sceneggiature del film che ha diretto, oltre a svariati altri, tra cui il recente Moneyball, e la riscrittura di Millennium per la versione di Fincher.

Qui, come dice uno dei due titoli con cui il film è noto in Italia, si parla di Bobby Fischer, ma non direttamente (vedi semmai il recente documentario HBO, Bobby Fischer against the World, se interessato all'argomento) bensì dal punto di vista della carriera scacchistica di Josh Waitzkin, un altro bambino prodigio che ha fatto faville per qualche anno in quel campo, per poi dedicarsi ad altro. Pur trattando una vicenda reale, è uno di quei casi dove quando la realtà incontra la cinematografia, è la seconda che vince. Nonostante tutto finisce per avere un suo interesse, direi quasi sociologico più che narrativo.

Un bambinetto di sette anni impara a giocare a scacchi guardandolo fare da una banda di balordi in un parco cittadino newyorkese. Già, perché gli scacchi negli USA sono (anche) un gioco di malaffare. La figura del barbone con scacchiera che batte i passanti in cambio di pochi dollari è abbastanza popolare. Vedi anche Basta che funzioni di Woody Allen per qualcosa di simile. Ancora più sorprendente che pure i piccoli delinquenti siano dediti agli scacchi, che vengono integrati egregiamente nella loro subcultura, puntando tutto sul lato emotivo del gioco, riducendo al minimo il tempo disponibile, e privilegiando uno stile di gioco aggressivo al massimo livello. Nel film finisce che uno di costoro (Laurence Fishburne) vede nel bambino un potenziale nuovo Fischer, e gli insegna la sua visione del gioco. In parallelo, il padre (Joe Mantegna) si accorge della capacità del figlio e va in visibilio. E qui si finisce nell'ossessione principe della cultura americana per il vincitore. Il giovane Waitzkin può essere un numero uno. Non importa in cosa, importa essere vincenti. Dunque occorre puntare tutto su quella potenzialità, tutto il resto conta zero. In questa prospettiva, cerca qualcuno che possa dargli migliori basi teoriche, e lo trova in uno scalcagnato gestore di un club di scacchisti (Ben Kingsley), con un passato da giocatore ma ormai disilluso. Costui cerca di dissuadere il padre, facendogli capire che la vita di uno scacchista professionista non è quello che una persona normale dovrebbe volere per il proprio figlio. Argomento che cade nel nulla.

Anche una maestra (Laura Linney) tenta di fare notare che un bambino dovrebbe avere una vita più varia, ma ottiene l'unico risultato di spingere il padre a iscrivere il figlio ad un altra scuola. Qualche piccolo risultato lo ottiene la madre, che si oppone al tentativo di dare a suo figlio una mentalità da squalo - l'unica cosa che conta è vincere, e l'avversario deve essere distrutto - anche se accetta placidamente tutto il resto. La famigliola si mette così a frequentare il folle ambiente dei tornei giovanili (mi verrebbe da dire infantili), dove i più intemperanti sono, come è naturale aspettarsi, i genitori, che scaricano sui figli le loro frustrazioni. Occasione per noi per vedere all'opera una strana galleria di personaggi interpretati, tra gli altri, da William H. Macy e Robert Stephens.

Il succo è che il mini-scacchista si trova a dover tenere a bada forze diverse, e lui, in maniera molto zen, sembra riuscire a trovare la giusta via di mezzo. Su tutto ciò aleggia il fantasma di Fischer che, non essendo riuscito a trovare un bilanciamento, ha finito per andare completamente fuori di testa.

Il figlio della pantera rosa

Ultimo episodio della lunghissima vicenda. Ultimo film di Blake Edwards e di Henry Mancini (che vediamo per un attimo nei titoli di testa, mentre consegna alla pantera la bacchetta per dirigere). Herbert Lom sembra dire a ogni scena che non ne può più di fare Dreyfus, Claudia Cardinale ritorna nella saga cambiando personaggio (diventa Maria Gambrelli, vedi Uno sparo nel buoi), torna anche Graham Stark, che in Uno sparo nel buio era Hercule, l'assistente di Clouseau, ma qui appare come Balls, il venditore di costumi e attrezzistica per l'investigatore antiquato, ruolo che del resto aveva ricoperto anche in La vendetta della pantera rosa.

Al centro della vicenda c'è Roberto Benigni, che si comporta relativamente bene, ma direi che non basta a salvare il film.

Ricomincio da capo

Meglio il titolo originale, Groundhog day - Il giorno della marmotta. Simpatica commedia romantica il cui il tempo si inceppa e il protagonista (Bill Murray) si trova a dover ripetere indefinitivamente la stessa giornata. Scoprendo che gli risulta impossibile rovinarsi la vita, finirà per migliorarsela. Ruolo principale femminile a Andie MacDowell (abbastanza in ombra).

Sceneggiatura e regia di Harold Ramis.