Joe Wright torna in carreggiata dopo il non etusiasmante Pan, richiamandosi al suo precedente Espiazione (*) ed affidandosi ad una prova d'attore eccellente, ad opera di un Gary Oldman che riesce, grazie anche ad un supporto al trucco molto efficace, a rendere in modo a tratti stupefacente Winston Churchill. Molto brava anche Kristin Scott Thomas (moglie), efficaci anche gli altri comprimari, anche se a loro restano poco più che le briciole. Ha un poco più di spazio Lily James, nel ruolo della dattilografa che ha l'improbo compito di mettere su carta quello che le detta Churchill.
Il fuoco dell'azione è il breve periodo in cui Churchill assume la carica di primo ministro in un momento in cui nessuno se la sente di farlo. La Germania nazista è sul punto di mangiarsi l'intera Europa continentale, digerendosi nell'atto praticamente l'intero esercito inglese, schierato in quel momento in Francia. Viene fatto capire che l'idea del suo maggior nemico interno, il visconte Halifax, sarebbe quella di lasciarlo friggere nella situazione impossibile, per poi entare in gioco come salvatore della patria proponendo una umiliante resa che però possa evitare guai peggiori.
Le cose andranno ovviamente in maniera diversa, e dovremmo ben saperlo tutti, ma la narrazione è tale da tenere inchiodati per le due ore per vedere come la matassa verrà sgarbugliata.
Ovvio il riferimento a Dunkirk, che ci mostra fondamentalmente la stessa cosa ma dal punto di vista delle persone fuori dalle stanze del potere, e a Il discorso del re, dove lo spazio se lo mangia quasi tutto re Giorgio VI.
Come al solito, ottimo il lavoro di Dario Marianelli alla colonna sonora, che gioca benissimo in accordo alla regia di Wright.
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Morto Stalin se ne fa un altro
Come spiegato icasticamente dal titolo (*) si racconta della morte del Baffone sovietico, preceduta da un prologo in cui veniamo resi edotti del terrore che dominava la società del tempo, e seguita dalla lotta di potere che ne seguì. Sapendo che si tratta di un film di Armando Iannucci (**), il tono narrativo usato non dovrebbe sorprenderci, e infatti si satirizza senza risparmio sul potere e su chi lo mette al centro della propria vita.
Se nel prologo vediamo come anche solo trasmettere un concerto di musica classica da Radio Mosca poteva essere un'esperienza da perderci la testa, almeno per il responsabile del programma (Paddy Considine), nel proseguio assistiamo ad una lotta per il potere senza esclusione di colpi tra due partiti, uno capeggiato dal terribile Beria (Simon Russell Beale), l'altro dall'apparentemente inconsistente Nikita Chruščёv (Steve Buscemi). Il primo riesce a legare a sé Georgy Malenkov (Jeffrey Tambor), ufficialmente seconda carica del Partito e quindi nella posizione di succedere, almeno temporaneamente, al Piccolo Padre, in realtà un imbecille incapace di avere un qualunque sentore su cosa stia succedendo. Il secondo trama per costruire una qualche rete di protezione contro quello che potrebbe essere lo strapotere del suo avversario, ma si scontra con una specie di ipnosi collettiva che avvolge i suoi colleghi, vedasi ad esempio il ministro degli esteri Molotov (Michael Palin), che avrebbe dovuto essere morto per effetto dell'ultima purga staliniana, e che già avrebbe dovuto essere vedovo in seguito ad una precedente epurazione, e che nonostante questo mantiene una limpida quanto inesplicabile linea stalinista.
A indebolire la apparente inattaccabile posizione di Beria ci pensa lui stesso, abusando del proprio potere di capo del NKVD (***) scontentando l'esercito, che vediamo rappresentato nella figura del generale Zhukov (Jason Isaacs °), eroe dell'Armata Rossa nella seconda guerra mondiale, e facendo balenare agli altri elementi del comitato l'ipotesi di fare a breve una bruttissima fine, se e quando ne avesse la possibilità.
Svariati colpi di scena, e di pistola, cambiano più volte gli equilibri in campo, fino ad una soluzione che però sappiamo già avere al suo interno i germi per un ulteriore ribaltamento.
Difficilmente chi è ancora legato al mito stalinista gradirà la pellicola, ma questo non credo che sorprenderà nessuno. Meno chiara mi è sembrata la critica al film che ho sentito da parte di chi lo ha trovato non abbastanza rispettoso delle vittime di quella drammatica pagina di Storia. A mio parere Iannucci ha bilanciato adeguatamente gli aspetti tragici e quelli comici, e pur ridendo spesso delle battute e situazioni non ho potuto fare a meno dal rabbrividire per gli accadimenti mostrati spesso solo sullo sfondo.
(*) Meglio ancora il più asciutto originale The death of Stalin, traduzione letterale di quello della fonte su cui è basata la sceneggiatura, la graphic novel francese La mort de Staline.
(**) Vedasi In the loop (2009) e la precedente serie televisiva, due stagioni e uno speciale The thick of it (2005-2007).
(***) Quello che poi diventerà il KGB.
(°) Hello!
Se nel prologo vediamo come anche solo trasmettere un concerto di musica classica da Radio Mosca poteva essere un'esperienza da perderci la testa, almeno per il responsabile del programma (Paddy Considine), nel proseguio assistiamo ad una lotta per il potere senza esclusione di colpi tra due partiti, uno capeggiato dal terribile Beria (Simon Russell Beale), l'altro dall'apparentemente inconsistente Nikita Chruščёv (Steve Buscemi). Il primo riesce a legare a sé Georgy Malenkov (Jeffrey Tambor), ufficialmente seconda carica del Partito e quindi nella posizione di succedere, almeno temporaneamente, al Piccolo Padre, in realtà un imbecille incapace di avere un qualunque sentore su cosa stia succedendo. Il secondo trama per costruire una qualche rete di protezione contro quello che potrebbe essere lo strapotere del suo avversario, ma si scontra con una specie di ipnosi collettiva che avvolge i suoi colleghi, vedasi ad esempio il ministro degli esteri Molotov (Michael Palin), che avrebbe dovuto essere morto per effetto dell'ultima purga staliniana, e che già avrebbe dovuto essere vedovo in seguito ad una precedente epurazione, e che nonostante questo mantiene una limpida quanto inesplicabile linea stalinista.
A indebolire la apparente inattaccabile posizione di Beria ci pensa lui stesso, abusando del proprio potere di capo del NKVD (***) scontentando l'esercito, che vediamo rappresentato nella figura del generale Zhukov (Jason Isaacs °), eroe dell'Armata Rossa nella seconda guerra mondiale, e facendo balenare agli altri elementi del comitato l'ipotesi di fare a breve una bruttissima fine, se e quando ne avesse la possibilità.
Svariati colpi di scena, e di pistola, cambiano più volte gli equilibri in campo, fino ad una soluzione che però sappiamo già avere al suo interno i germi per un ulteriore ribaltamento.
Difficilmente chi è ancora legato al mito stalinista gradirà la pellicola, ma questo non credo che sorprenderà nessuno. Meno chiara mi è sembrata la critica al film che ho sentito da parte di chi lo ha trovato non abbastanza rispettoso delle vittime di quella drammatica pagina di Storia. A mio parere Iannucci ha bilanciato adeguatamente gli aspetti tragici e quelli comici, e pur ridendo spesso delle battute e situazioni non ho potuto fare a meno dal rabbrividire per gli accadimenti mostrati spesso solo sullo sfondo.
(*) Meglio ancora il più asciutto originale The death of Stalin, traduzione letterale di quello della fonte su cui è basata la sceneggiatura, la graphic novel francese La mort de Staline.
(**) Vedasi In the loop (2009) e la precedente serie televisiva, due stagioni e uno speciale The thick of it (2005-2007).
(***) Quello che poi diventerà il KGB.
(°) Hello!
Blade runner 2049
Sono passati trenta anni e Deckard (Harrison Ford) non sa ancora bene se è un replicante o un umano a tutti gli effetti. Lui, comunque, sembra aver messo da parte il problema e ha deciso indipendentemente da quale sia la risposta la sua via, che consiste fondamentalmente nel tenersi lontano da tutto e tutti - il che ha l'effetto collaterale di farlo apparire in scena solo molto avanti nell'azione. A spiegagli come sono andate le cose potrebbe essere Wallace (Jared Leto), big boss dell'azienda omonima che ha assorbito la Tyrell. Trattandosi però di torbido personaggio, si limita a pungolare il nostro vecchio blade runner, pensando probabilmente di spingerlo a dire o fare qualcosa di sbagliato. Niente da fare, Deckard è una pellaccia, e seguirà la sua strada senza deviazioni.
Al centro della storia, però, c'è un altro blade runner, che risponde al kafkiano nome di K (Ryan Gosling). Costui non ha il dilemma di Deckard, sa bene di essere un replicante, epperò spera in un qualcosa di apparentemente impossibile che, sorprendentemente, scopriamo essere effettivamente avvenuto, anche se non si capisce bene se e quanto questo lo coinvolga davvero (*).
Se nell'originale il tema dominante quanto i replicanti dovessero essere considerati umani a tutti gli effetti o se potessero essere "ritirati" senza starci a pensare tanto sopra quando non più utili, ora questa sembra essere rimasta solo una scusa degli umani per mantenere la loro posizione di potere. Il punto chiave qui è trovare il modo di fare cadere le deboli argomentazioni umane. Anche la tecnologia ha cospirato ad indebolire la posizione umana, con le intelligenze artificiali, vedasi in particolare
Joi (Ana de Armas), che pur partendo da un setup iniziale di puro sfruttamento (**) evolve in qualcosa di molto più umano.
Ottima la regia di Denis Villeneuve che non mi ha fatto per niente rimpiangere la decisione di Ridley Scott di occuparsi solo della produzione, che mi sembra di aver capito sia il ruolo che più gli piace tenere. Molto adatta anche la colonna sonora, del solito Hans Zimmer.
(*) Apparentemente il finale dà una risposta definitiva sulla questione. Viene lasciato solo un piccolo spiraglio aperto, in modo da lasciare la massima libertà a chi scriverà il seguito, se si deciderà di farlo.
(**) L'incontro ravvicinato tra K e la gigantesca versione pubblicitaria di Joi ci chiarisce di quella che era l'idea del produttore, la si confronti con la "vera" Joi di K per notare gli imprevisti sviluppi.
Al centro della storia, però, c'è un altro blade runner, che risponde al kafkiano nome di K (Ryan Gosling). Costui non ha il dilemma di Deckard, sa bene di essere un replicante, epperò spera in un qualcosa di apparentemente impossibile che, sorprendentemente, scopriamo essere effettivamente avvenuto, anche se non si capisce bene se e quanto questo lo coinvolga davvero (*).
Se nell'originale il tema dominante quanto i replicanti dovessero essere considerati umani a tutti gli effetti o se potessero essere "ritirati" senza starci a pensare tanto sopra quando non più utili, ora questa sembra essere rimasta solo una scusa degli umani per mantenere la loro posizione di potere. Il punto chiave qui è trovare il modo di fare cadere le deboli argomentazioni umane. Anche la tecnologia ha cospirato ad indebolire la posizione umana, con le intelligenze artificiali, vedasi in particolare
Joi (Ana de Armas), che pur partendo da un setup iniziale di puro sfruttamento (**) evolve in qualcosa di molto più umano.
Ottima la regia di Denis Villeneuve che non mi ha fatto per niente rimpiangere la decisione di Ridley Scott di occuparsi solo della produzione, che mi sembra di aver capito sia il ruolo che più gli piace tenere. Molto adatta anche la colonna sonora, del solito Hans Zimmer.
(*) Apparentemente il finale dà una risposta definitiva sulla questione. Viene lasciato solo un piccolo spiraglio aperto, in modo da lasciare la massima libertà a chi scriverà il seguito, se si deciderà di farlo.
(**) L'incontro ravvicinato tra K e la gigantesca versione pubblicitaria di Joi ci chiarisce di quella che era l'idea del produttore, la si confronti con la "vera" Joi di K per notare gli imprevisti sviluppi.
La ruota delle meraviglie
Un estate negli anni cinquanta. Mickey (Justin Timberlake) fa il bagnino a Coney Island per raggranellare i soldi che gli servono per andare all'università. Ha qualche annetto di più di un normale studente, ma pare che costui abbia girato il mondo per conto dell'esercito. Dico "pare", perché lui stesso (che gran parte del tempo parla a noi direttamente) ammette di essere poco affidabile in quello che dice, avendo una tendenza verso il melodramma.
Ci narra dunque una storia, che pare essere quella di Carolina (Juno Temple), che si è sposata giovanissima ad un delinquente italoamericano, da cui ora è in fuga. Ha deciso quindi di tornare dal padre, il giostraio Humpty (Jim Belushi), con cui aveva bruscamente rotto per scappare con il suo bello. Nel frattempo Humpty si è risposato con Ginny (Kate Winslet), ex attrice di secondo piano, a sua volta divorziata con figlio piromane, costretta a fare la cameriera per tirare avanti.
Cambio improvviso di prospettiva, e ora la protagonista sembra essere Ginny, che tradisce Humpty proprio con Mickey, che vede come sua via di uscita da quello che le sembra essere un vicolo cieco. O forse il protagonista è Mickey, con tutte le sue incertezze su Ginny, di cui è innamorato, ma forse anche no.
Trattasi di storia piuttosto complessa, e non invidio i miei vicini di posto al cinema, che hanno delegato la scelta del film a uno del gruppo, non aspettandosi un Woody Allen tragico. A dire il vero, visto che alcuni del gruppo sostenevano che sarebbe stato meglio per loro puntare su di un cinepanettone, probabilmente anche un Woody Allen comico non sarebbe stato adatto a loro. E insomma, un minimo di preparazione prima di comprare il biglietto!
Ci narra dunque una storia, che pare essere quella di Carolina (Juno Temple), che si è sposata giovanissima ad un delinquente italoamericano, da cui ora è in fuga. Ha deciso quindi di tornare dal padre, il giostraio Humpty (Jim Belushi), con cui aveva bruscamente rotto per scappare con il suo bello. Nel frattempo Humpty si è risposato con Ginny (Kate Winslet), ex attrice di secondo piano, a sua volta divorziata con figlio piromane, costretta a fare la cameriera per tirare avanti.
Cambio improvviso di prospettiva, e ora la protagonista sembra essere Ginny, che tradisce Humpty proprio con Mickey, che vede come sua via di uscita da quello che le sembra essere un vicolo cieco. O forse il protagonista è Mickey, con tutte le sue incertezze su Ginny, di cui è innamorato, ma forse anche no.
Trattasi di storia piuttosto complessa, e non invidio i miei vicini di posto al cinema, che hanno delegato la scelta del film a uno del gruppo, non aspettandosi un Woody Allen tragico. A dire il vero, visto che alcuni del gruppo sostenevano che sarebbe stato meglio per loro puntare su di un cinepanettone, probabilmente anche un Woody Allen comico non sarebbe stato adatto a loro. E insomma, un minimo di preparazione prima di comprare il biglietto!
Paddington 2
Secondo episodio delle avventure dell'impossibile orsetto peruviano trasferitosi a Londra. La breve introduzione, oltre a spiegare tutto quel che serve allo spettatore che si fosse dimenticato cos'era successo nella prima puntata, ci racconta anche un particolare che non era stato chiarito, ovvero come Paddington era entrato a far parte della sua prima famiglia adottiva.
La storia verte sul desiderio dell'orsetto di fare un degno regalo a sua zia Lucy, in occasione del suo centesimo compleanno. Non sembrerebbe un gran problema, eppure questo scatenerà una serie di eventi che porterà il nostro piccolo plantigrado addirittura in galera.
Il ruolo del supercattivo viene occupato questa volta da uno spassoso Hugh Grant che non teme di impersonare un attore a cui è rimasto solo il ricordo del passato, ma che continua ad essere eccessivamente pieno di sé. Ha meno spazio, ma altrettanto succoso, Brendan Gleeson, terribile galeotto che sembra aldilà di ogni possibile redenzione.
Il target è sempre quello dei ragazzini che potrebbero riconoscersi nei fratelli adottivi dell'orso, e questo giustifica una certa leggerezza nella realizzazione. Il risultato m'è sembrato comunque apprezzabile per tutte le età. A patto di sapere a cosa si sta andando incontro, si intende.
La storia verte sul desiderio dell'orsetto di fare un degno regalo a sua zia Lucy, in occasione del suo centesimo compleanno. Non sembrerebbe un gran problema, eppure questo scatenerà una serie di eventi che porterà il nostro piccolo plantigrado addirittura in galera.
Il ruolo del supercattivo viene occupato questa volta da uno spassoso Hugh Grant che non teme di impersonare un attore a cui è rimasto solo il ricordo del passato, ma che continua ad essere eccessivamente pieno di sé. Ha meno spazio, ma altrettanto succoso, Brendan Gleeson, terribile galeotto che sembra aldilà di ogni possibile redenzione.
Il target è sempre quello dei ragazzini che potrebbero riconoscersi nei fratelli adottivi dell'orso, e questo giustifica una certa leggerezza nella realizzazione. Il risultato m'è sembrato comunque apprezzabile per tutte le età. A patto di sapere a cosa si sta andando incontro, si intende.
Assassinio sull'Orient Express
Il bello di vedere un film giallo che si sa già come va a finire è che si può lasciare che chi di dovere si occupi delle investigazioni, mentre noi ci occupiamo degli aspetti solitamente considerati secondari. Lo stesso dicesi per chi sta dall'altra parte dello schermo. Se la tensione sul fatto di sangue non è poi così importante, si può dare più enfasi ad altri elementi della storia.
Il grosso problema di questa storia di Agatha Christie sta nel cospicuo numero di sospettati. Praticamente un intero vagone di prima classe dell'Orient Express partito da Istanbul è sospettato dello strano omicidio del sordido affarista americano Ratchett (Johnny Depp). Una dozzina di personaggi che potrebbero rendere la narrazione frammentaria e poco godibile. Fortuna che la regia (Kenneth Branagh) e l'alto tasso medio di professionalità del cast evitano il rischio. Così quasi tutti riescono a tratteggiare il proprio personaggio efficacemente nonostante i pochi minuti a disposizione. Invero nemmeno Hercule Poirot (ancora Kenneth Branagh) ha moltissimo tempo per dirci molto di lui, ma scopriamo come il nostro uomo viva il suo dono investigativo come una dannazione. Il fatto è che non riesce ad accettare l'imperfezione del nostro mondo, la sua mancanza di bilanciamento, e questo, che gli rende spesso impossibile anche fare una semplice colazione, gli ritorna utile nello scoprire i buchi logici nei piani dei delinquenti con cui ha a che fare.
Questo caso, però, non è come gli altri. Al povero Poirot deve essere sembrato un inferno. Nessuno si comporta correttamente, tutti mentono, tutti hanno lati oscuri, eppure nessuno sembra essere un assassino. Riuscirà, nonostante tutto, a trovare il bandolo della matassa?
Il grosso problema di questa storia di Agatha Christie sta nel cospicuo numero di sospettati. Praticamente un intero vagone di prima classe dell'Orient Express partito da Istanbul è sospettato dello strano omicidio del sordido affarista americano Ratchett (Johnny Depp). Una dozzina di personaggi che potrebbero rendere la narrazione frammentaria e poco godibile. Fortuna che la regia (Kenneth Branagh) e l'alto tasso medio di professionalità del cast evitano il rischio. Così quasi tutti riescono a tratteggiare il proprio personaggio efficacemente nonostante i pochi minuti a disposizione. Invero nemmeno Hercule Poirot (ancora Kenneth Branagh) ha moltissimo tempo per dirci molto di lui, ma scopriamo come il nostro uomo viva il suo dono investigativo come una dannazione. Il fatto è che non riesce ad accettare l'imperfezione del nostro mondo, la sua mancanza di bilanciamento, e questo, che gli rende spesso impossibile anche fare una semplice colazione, gli ritorna utile nello scoprire i buchi logici nei piani dei delinquenti con cui ha a che fare.
Questo caso, però, non è come gli altri. Al povero Poirot deve essere sembrato un inferno. Nessuno si comporta correttamente, tutti mentono, tutti hanno lati oscuri, eppure nessuno sembra essere un assassino. Riuscirà, nonostante tutto, a trovare il bandolo della matassa?
The square
Perdinci, causa improvviso attacco di pigrizia, ho accumulato una lista di film visti e non riportati nel blog. Fortuna che la suddetta pigrizia si è riverberata pure sulle visioni, e così la lista non è poi così lunga. Iniziamo dal fondo, lo scorso weekend ho visto il film dello svedese Ruben Östlund (*), palma d'oro a Cannes, probabile candidato agli Oscar a venire.
Christian (Claes Bang) è apparentemente nel pieno della forma e del successo. Dirige un museo d'arte moderna a Stoccolma (**), ha evidentemente un lauto stipendio e una certa considerazione nel bel mondo. Scopriremo nel proseguio della storia che è in realtà un blade runner (***), nel senso che sta correndo da tempo sull'orlo del precipizio, e basterebbe un nulla a farlo cadere. Come sarebbe lecito attendersi, questo accade, nella veste di un bizzarro furto che il nostro subisce. La sua meccanica è così curiosa da far pensare che si tratti di una installazione, una di quelle che Christian potrebbe ospitare nel suo museo, ma a lui sfugge l'ironia del fatto e diventa morbosamente fissato sul recuperare quello che gli è stato sottratto. Distrazione fatale che gli causa una serie di contrattempi, portandolo ad una catastrofe.
Non è una tragedia, e quindi le conseguenze non saranno troppo pesanti, ma non è nemmeno una commedia, e dunque non è che si rida molto, almeno durante la proiezione. Trattasi piuttosto di una satira, sul mondo dell'arte moderna e un po' su tutta la gente che le gira attorno.
Avrei preferito uno svolgimento più snello, credo che si sarebbe tranquillamente potuta tagliare una mezz'oretta di pellicola, ma ho comunque apprezzato il curioso senso dell'umorismo dell'autore che mi ha lasciato più perplesso che divertito al momento, e che è poi riemerso con il passare del tempo.
(*) Per me uno sconosciuto. Il suo precedente Forza maggiore (2014) era già stato premiato a Cannes - ma nella selezione Un certain regard, ed era anche piaciuto oltreoceano, da cui, immagino, le maggiori ambizioni di questa volta.
(**) Ovviamente finto, non credo che nessun museo avrebbe accettato di essere rappresentato come si vede qui. Si finge che i regnanti locali abbiano ceduto parte del loro palazzo nel centro città per questa iniziativa.
(***) Del vero Blade runner 2049 parlerò in altro post, spero presto.
Christian (Claes Bang) è apparentemente nel pieno della forma e del successo. Dirige un museo d'arte moderna a Stoccolma (**), ha evidentemente un lauto stipendio e una certa considerazione nel bel mondo. Scopriremo nel proseguio della storia che è in realtà un blade runner (***), nel senso che sta correndo da tempo sull'orlo del precipizio, e basterebbe un nulla a farlo cadere. Come sarebbe lecito attendersi, questo accade, nella veste di un bizzarro furto che il nostro subisce. La sua meccanica è così curiosa da far pensare che si tratti di una installazione, una di quelle che Christian potrebbe ospitare nel suo museo, ma a lui sfugge l'ironia del fatto e diventa morbosamente fissato sul recuperare quello che gli è stato sottratto. Distrazione fatale che gli causa una serie di contrattempi, portandolo ad una catastrofe.
Non è una tragedia, e quindi le conseguenze non saranno troppo pesanti, ma non è nemmeno una commedia, e dunque non è che si rida molto, almeno durante la proiezione. Trattasi piuttosto di una satira, sul mondo dell'arte moderna e un po' su tutta la gente che le gira attorno.
Avrei preferito uno svolgimento più snello, credo che si sarebbe tranquillamente potuta tagliare una mezz'oretta di pellicola, ma ho comunque apprezzato il curioso senso dell'umorismo dell'autore che mi ha lasciato più perplesso che divertito al momento, e che è poi riemerso con il passare del tempo.
(*) Per me uno sconosciuto. Il suo precedente Forza maggiore (2014) era già stato premiato a Cannes - ma nella selezione Un certain regard, ed era anche piaciuto oltreoceano, da cui, immagino, le maggiori ambizioni di questa volta.
(**) Ovviamente finto, non credo che nessun museo avrebbe accettato di essere rappresentato come si vede qui. Si finge che i regnanti locali abbiano ceduto parte del loro palazzo nel centro città per questa iniziativa.
(***) Del vero Blade runner 2049 parlerò in altro post, spero presto.
Valerian e la città dei mille pianeti
La scena di apertura è praticamente perfetta nel narrare in pochi minuti l'antefatto dell'azione senza che una sola parola venga detta. Mentre ci ascoltiamo Space oddity (*) scorrono le immagini di decenni, secoli, di sviluppo della base Alpha, che sarebbe poi una evoluzione della Stazione Spaziale Internazionale, che si suppone abbia attratto prima un po' tutte le nazioni umani, e poi specie aliene, fino a diventare un enorme pacifico conglomerato.
Finita la bella prefazione, ci viene spiegato che Alpha è così grossa da non poter restare nell'orbita terrestre, e così viene sparata via. E qui cominciano le domande a cui la sceneggiatura (**) non pensa nemmeno di darci una risposta. Ad esempio, forse avrebbe avuto più senso mantenere Alpha in orbita attorno al nostro Sole. Meno costi, meno rischi, tutto più facile. Ma forse è meglio così, capiamo subito che è meglio non andare troppo per il sottile con la verosimiglianza e che dobbiamo invece goderci lo spettacolo.
Succede dunque che, quando ormai Alpha è a svariati anni luce di distanza dalla Terra, un oscuro caso richiede che il maggiore Valerian (Dane DeHaan) e la sergente Laureline (Cara Delevingne) partano per una missione di cui anche loro non hanno i contorni molto precisi. In parallelo c'è pure il fatto che Valerian vorrebbe che Laureline non fosse semplicemente la sua collega ma ella, pur non essendo contraria, non apprezza l'immaturità di lui, e non ha nessuna voglia di essere solo la sua ennesima conquista.
Se i due protagonisti non brillano per carisma (***) è divertente trovare in particine secondarie Clive Owen, che fa il cattivo (°), Rihanna, una cantante-ballerina mutante, Ethan Hawke, magnaccia senza scrupoli, Herbie Hancock, ministro della difesa, Rutger Hauer, presidente della federazione umana. Impressionante il numero e la varietà degli alieni. Roba da perderci la testa. Una cosa tipo la scena del bar spaziale del primo Guerre Stellari (quello che poi è diventato il capitolo IV, 1977) all'ennesima potenza.
(*) Canzone spesso utilizzata sia in film di fantascienza, come ad esempio in Eva (2011), dove ne sentiamo un pezzetto dalla versione originale di David Bowie, sia in film che sono più interessati al senso profondo di questo hit del Duca Bianco piuttosto che ai suoi riferimenti di genere, come il remake di Walter Mitty (2013), dove a cantarla è anche Kirsten Dunst.
(**) Di Luc Besson, basata sui fumetti di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières. Sempre di Luc Besson la regia. La produzione invece l'ha affidata alla moglie.
(***) Ma se la cavano bene per quel che devono fare. L'attrazione reciproca è credibile, e anche nelle scene di azione tutto fila in modo accettabile.
(°) Tecnicamente questo sarebbe uno spoiler, ma si vede subito che quello è il suo ruolo.
Finita la bella prefazione, ci viene spiegato che Alpha è così grossa da non poter restare nell'orbita terrestre, e così viene sparata via. E qui cominciano le domande a cui la sceneggiatura (**) non pensa nemmeno di darci una risposta. Ad esempio, forse avrebbe avuto più senso mantenere Alpha in orbita attorno al nostro Sole. Meno costi, meno rischi, tutto più facile. Ma forse è meglio così, capiamo subito che è meglio non andare troppo per il sottile con la verosimiglianza e che dobbiamo invece goderci lo spettacolo.
Succede dunque che, quando ormai Alpha è a svariati anni luce di distanza dalla Terra, un oscuro caso richiede che il maggiore Valerian (Dane DeHaan) e la sergente Laureline (Cara Delevingne) partano per una missione di cui anche loro non hanno i contorni molto precisi. In parallelo c'è pure il fatto che Valerian vorrebbe che Laureline non fosse semplicemente la sua collega ma ella, pur non essendo contraria, non apprezza l'immaturità di lui, e non ha nessuna voglia di essere solo la sua ennesima conquista.
Se i due protagonisti non brillano per carisma (***) è divertente trovare in particine secondarie Clive Owen, che fa il cattivo (°), Rihanna, una cantante-ballerina mutante, Ethan Hawke, magnaccia senza scrupoli, Herbie Hancock, ministro della difesa, Rutger Hauer, presidente della federazione umana. Impressionante il numero e la varietà degli alieni. Roba da perderci la testa. Una cosa tipo la scena del bar spaziale del primo Guerre Stellari (quello che poi è diventato il capitolo IV, 1977) all'ennesima potenza.
(*) Canzone spesso utilizzata sia in film di fantascienza, come ad esempio in Eva (2011), dove ne sentiamo un pezzetto dalla versione originale di David Bowie, sia in film che sono più interessati al senso profondo di questo hit del Duca Bianco piuttosto che ai suoi riferimenti di genere, come il remake di Walter Mitty (2013), dove a cantarla è anche Kirsten Dunst.
(**) Di Luc Besson, basata sui fumetti di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières. Sempre di Luc Besson la regia. La produzione invece l'ha affidata alla moglie.
(***) Ma se la cavano bene per quel che devono fare. L'attrazione reciproca è credibile, e anche nelle scene di azione tutto fila in modo accettabile.
(°) Tecnicamente questo sarebbe uno spoiler, ma si vede subito che quello è il suo ruolo.
Dunkirk
Siamo nel 1940 e Hitler ha quasi vinto la seconda guerra mondiale. Quel che resta del cospicuo esercito inglese in Francia è in rotta, costretto in una sacca attorno al porto di Dunkerque, apparentemente con due sole scelte, la resa o l'annientamento. Si sceglie così la terza ipotesi, evacuare le truppe con mezzi di fortuna, manovra che sorprendentemente funziona.
La narrazione che Christopher Nolan ci fa della vicenda, pur essendo inquadrata nei fatti storici, segue il punto di vista di alcuni personaggi di fantasia, che seguono tre diverse trame legate in modo non banale tra loro. Abbiamo così una trama più terricola (*) dominata dalla storia di un soldatino, Tommy (Fionn Whitehead) che fa di tutto per trovare un passaggio dall'altra parte della Manica. Le sue peripezie sfiorano più volte le preoccupazioni del comandante Bolton (Kenneth Branagh), che dirige l'operazione dal molo, ma senza che i due abbiano modo di entrare realmente in contatto. Al centro della trama marinara (**) c'è la barchetta civile del signor Dawson (Mark Rylance) che fa parte del contingente che viene mandato in guerra, a salvare l'esercito. Si troverà così a raccogliere dal mare, tra gli altri, anche un ufficiale che per noi resta senza nome (Cillian Murphy), che ha avuto modo anche di scambiare qualche battuta con Tommy. La terza trama (***) segue una pattuglia di Spitfire che cerca di offrire un minimo di copertura aerea all'operazione. Delle tre, quest'ultima è la più propriamente bellica, con duelli aerei e un personaggio, il pilota Farrier (Tom Hardy) che tutto sommato potrebbe star bene in un normale film di genere.
Lo sviluppo è tale da creare una continua crescita di tensione, che verrà risolta solo nel finale. Eccellente anche la colonna sonora del solito Hans Zimmer.
Da notare l'uso limitato della verbalità. Qui la gente parla solo quando deve, e quel poco che ci si può aspettare data la situazione. Si consiglia perciò la visione ad un pubblico adulto, nel senso che sappia reperire informazioni da quello che vede, e non solo quando gli vengono spiattellate sotto forma di spiegone.
Da notare anche l'assenza di sequenze splatter. Muore gente, e nemmeno poca, ma la cosa non viene mostrata come se fosse un gioco.
(*) Che prende titolo, Il molo, da quello che è il riferimento di tutti i soldati che si trovano a Dunkerque come unica via di fuga. Ha una durata dichiarata di una settimana.
(**) Il mare, dura un giorno.
(***) Il cielo, ha a sua disposizione una sola ora, l'autonomia di volo di un aereo da caccia.
La narrazione che Christopher Nolan ci fa della vicenda, pur essendo inquadrata nei fatti storici, segue il punto di vista di alcuni personaggi di fantasia, che seguono tre diverse trame legate in modo non banale tra loro. Abbiamo così una trama più terricola (*) dominata dalla storia di un soldatino, Tommy (Fionn Whitehead) che fa di tutto per trovare un passaggio dall'altra parte della Manica. Le sue peripezie sfiorano più volte le preoccupazioni del comandante Bolton (Kenneth Branagh), che dirige l'operazione dal molo, ma senza che i due abbiano modo di entrare realmente in contatto. Al centro della trama marinara (**) c'è la barchetta civile del signor Dawson (Mark Rylance) che fa parte del contingente che viene mandato in guerra, a salvare l'esercito. Si troverà così a raccogliere dal mare, tra gli altri, anche un ufficiale che per noi resta senza nome (Cillian Murphy), che ha avuto modo anche di scambiare qualche battuta con Tommy. La terza trama (***) segue una pattuglia di Spitfire che cerca di offrire un minimo di copertura aerea all'operazione. Delle tre, quest'ultima è la più propriamente bellica, con duelli aerei e un personaggio, il pilota Farrier (Tom Hardy) che tutto sommato potrebbe star bene in un normale film di genere.
Lo sviluppo è tale da creare una continua crescita di tensione, che verrà risolta solo nel finale. Eccellente anche la colonna sonora del solito Hans Zimmer.
Da notare l'uso limitato della verbalità. Qui la gente parla solo quando deve, e quel poco che ci si può aspettare data la situazione. Si consiglia perciò la visione ad un pubblico adulto, nel senso che sappia reperire informazioni da quello che vede, e non solo quando gli vengono spiattellate sotto forma di spiegone.
Da notare anche l'assenza di sequenze splatter. Muore gente, e nemmeno poca, ma la cosa non viene mostrata come se fosse un gioco.
(*) Che prende titolo, Il molo, da quello che è il riferimento di tutti i soldati che si trovano a Dunkerque come unica via di fuga. Ha una durata dichiarata di una settimana.
(**) Il mare, dura un giorno.
(***) Il cielo, ha a sua disposizione una sola ora, l'autonomia di volo di un aereo da caccia.
Cattivissimo me 3
Terzo (*) episodio della saga del cattivissimo Gru che già nella prima puntata (2010) passava dalla parte del bene grazie all'intervento di tre provvidenziali orfanelle e nella seconda (2013) diventava addirittura membro di una specie di anti-spectre volta a tenere a bada i cattivi di tutto il mondo.
La trama qui diventa complicatissima. Gru (**) e la sua bella Lucy (***) vengono cacciati dal lavoro per i loro scarsi risultati, e questo causa pure una insurrezione dei minion che speravano di poter tornare alle loro abituali cattiverie.
Nel contempo Gru scopre di avere un fratello gemello, Dru (°), identico ma dotato di folta capigliatura bionda. Il supercattivo Balthazar Bratt minaccia sfracelli, la più grande delle ex-orfanelle rischia di fidanzarsi a sua insaputa, mentre la più piccola cede il suo unicorno di peluche per aiutare la famiglia e poi ne cerca uno vero. I minion finiscono in galera per essere penetrati illegalmente in uno studio televisivo (°°) e qui spadroneggiano finché non decidono di evadere. Eccetera.
Manca, purtroppo, il dottor Nefario che si è cristallizzato nel corso di uno dei suoi sballati esperimenti.
(*) O quarto, considerando il prequel Minions (2015).
(**) In originale Steve Carell, in italiano uno spiacevole Max Giusti.
(***) Kirsten Wiig maltrattata al doppiaggio da una improbabile e inascoltabile Arisa.
(°) Le voci sono le stesse di Gru, ma qui Giusti m'è sembrato più accettabile.
(°°) Ma non prima di aver eseguito una delirante versione de La canzone del maggior generale, ovvero I am the very model of a modern major-general di Gilbert & Sullivan, che, per conto mio, basta da sola a giustificare il biglietto.
La trama qui diventa complicatissima. Gru (**) e la sua bella Lucy (***) vengono cacciati dal lavoro per i loro scarsi risultati, e questo causa pure una insurrezione dei minion che speravano di poter tornare alle loro abituali cattiverie.
Nel contempo Gru scopre di avere un fratello gemello, Dru (°), identico ma dotato di folta capigliatura bionda. Il supercattivo Balthazar Bratt minaccia sfracelli, la più grande delle ex-orfanelle rischia di fidanzarsi a sua insaputa, mentre la più piccola cede il suo unicorno di peluche per aiutare la famiglia e poi ne cerca uno vero. I minion finiscono in galera per essere penetrati illegalmente in uno studio televisivo (°°) e qui spadroneggiano finché non decidono di evadere. Eccetera.
Manca, purtroppo, il dottor Nefario che si è cristallizzato nel corso di uno dei suoi sballati esperimenti.
(*) O quarto, considerando il prequel Minions (2015).
(**) In originale Steve Carell, in italiano uno spiacevole Max Giusti.
(***) Kirsten Wiig maltrattata al doppiaggio da una improbabile e inascoltabile Arisa.
(°) Le voci sono le stesse di Gru, ma qui Giusti m'è sembrato più accettabile.
(°°) Ma non prima di aver eseguito una delirante versione de La canzone del maggior generale, ovvero I am the very model of a modern major-general di Gilbert & Sullivan, che, per conto mio, basta da sola a giustificare il biglietto.
Fortunata
Non ho visto la concorrenza, ma credo che il premio a Jasmine Trinca come migliore attrice a Cannes, sezione Un certain regard, sia meritato. Ho qualche perplessità sull'equilibrio del racconto e sulla sua trasposizione cinematografica, dovuto alla coppia Margaret Mazzantini - Sergio Castellitto. M'è parsa più riuscita la prima parte, dove il dramma è bilanciato da uno spirito comico che un po' mi ha fatto pensare a lavori del tempo che fu di Pedro Almodovar, meno la seconda, dove si punta più decisamente al tragico, con una certa confusione che credo sia riconducibile a modelli italiani, area Marco Ferreri, che forse aveva un suo senso una cinquantina di anni fa, ma che oggi mi pare poco comprensibile.
Fortunata (la Trinca) vive nella periferia romana (Torpignattara?) una vita sull'orlo della catastrofe. Ha un divorzio in corso con Franco (Edoardo Pesce), greve, violento, poco propenso a mollare la preda senza combattere, e il sogno di passare dalla condizione di pettinatrice a domicilio e quello di proprietaria di un negozio.
Pare che abbia un solo amico (*), che chissà perché si fa chiamare Chicano (Alessandro Borghi), tossico all'ultimo stadio, a cui aggiunge una dipendenza per lotto (!) e lo sconforto di avere una mamma (Hanna Schygulla, nientemeno) affetta da Alzheimer.
La piccola Barbara (Nicole Centanni) si trova nella impossibile condizione di accettare il conflitto dei genitori e chiede aiuto a suo modo, sputando su chi gli sta attorno. I servizi sociali fanno il loro lavoro, e la bimba viene seguita da uno psicologo, Patrizio (Stefano Accorsi), che sembra abbastanza efficace. Il problema è che qualcosa scocca tra Patrizio e Fortunata, e dunque la povera Barbara si trova non solo a dover conciliare il conflitto tra i genitori, si trova essa stessa in competizione con la madre per le attenzioni di una figura maschile.
Il tema della tragedia greca è introdotto dalla madre di Chicano, che ai tempi era una famosa attrice teatrale nota per il ruolo eponimo in Antigone. Ad un certo punto abbiamo pure uno spiegone, seppur risolto rapidamente, in cui ci viene fornito un sunto della storia, che però non ho capito bene come la Mazzantini immagini sia rilevante con la storia di Fortunata. Forse si intende puntare sulla contrapposizione maschile-femminile, lasciando gli aspetti negativi ai primi e quelli positivi alle seconde, che però mi pare sminuente nei confronti delle tematiche esplorate in Antigone, molto più sottili e profonde.
Più interessante la meditazione su cosa voglia dire essere fortunati, già perché mi pare ovvio che la tesi sia che la protagonista sia, nonostante tutto, fortunata. Subisce una catastrofe matrimoniale, perde il suo unico amico, non riesce a ricostruire una nuova coppia romantica, fallisce nel lavoro, non ha il becco di un quattrino ma - alla fine - sembra riesca a superare (**) il trauma infantile che ha probabilmente condizionato la sua intera esistenza per ripartire da quello che davvero le interessa, ovvero il rapporto con la figlia.
Meno soddisfacente m'è sembrato lo sviluppo del personaggio di Patrizio. Anche lui ha un nome che indica il ruolo, è infatti l'unico abbiente della storia (***) e avrebbe i mezzi culturali, intellettivi e pure emotivi per condurre una vita decente. Eppure, per motivi poco chiariti (°), sembra che finisca per mandare tutto a catafascio. Forse viene spaventato dall'irruenza poco civilizzata di Fortunata, forse viene attirato dal modello paterno che, per quanto negativo, lo ha ovviamente marcato sin da piccino. Forse, più grettamente, è una inaspettata montagnola di soldi a fargli fare il salto definitivo. Non sappiamo, viene lasciato a noi il compito di decidere.
(*) Ci sarebbero anche alcune sciroccate, piuttosto tamarre e abbastanza almodoroviane, che però restano molto sullo sfondo, una specie di coro che fa un buffo controcanto all'azione principale.
(**) Anche se non ho capito bene come. Per via di una illuminazione, sembrerebbe. E grazie a un archetipico bagno in mare che la pone la scelta se chiudere o se far ripartire la sua vita.
(***) Si intuisce la sua disponibilità economica dalla bella Ducati che possiede, dai modi, e dal weekend che offre alla sua bella, superiore alle possibilità di un normale psicologo della mutua.
(°) L'unico personaggio disegnato con una adeguata profondità è quello della protagonista, gli altri mancano di dettaglio, e spesso dobbiamo lavorare di fantasia o per stereotipi per riuscire a comprendere il senso delle loro azioni.
Fortunata (la Trinca) vive nella periferia romana (Torpignattara?) una vita sull'orlo della catastrofe. Ha un divorzio in corso con Franco (Edoardo Pesce), greve, violento, poco propenso a mollare la preda senza combattere, e il sogno di passare dalla condizione di pettinatrice a domicilio e quello di proprietaria di un negozio.
Pare che abbia un solo amico (*), che chissà perché si fa chiamare Chicano (Alessandro Borghi), tossico all'ultimo stadio, a cui aggiunge una dipendenza per lotto (!) e lo sconforto di avere una mamma (Hanna Schygulla, nientemeno) affetta da Alzheimer.
La piccola Barbara (Nicole Centanni) si trova nella impossibile condizione di accettare il conflitto dei genitori e chiede aiuto a suo modo, sputando su chi gli sta attorno. I servizi sociali fanno il loro lavoro, e la bimba viene seguita da uno psicologo, Patrizio (Stefano Accorsi), che sembra abbastanza efficace. Il problema è che qualcosa scocca tra Patrizio e Fortunata, e dunque la povera Barbara si trova non solo a dover conciliare il conflitto tra i genitori, si trova essa stessa in competizione con la madre per le attenzioni di una figura maschile.
Il tema della tragedia greca è introdotto dalla madre di Chicano, che ai tempi era una famosa attrice teatrale nota per il ruolo eponimo in Antigone. Ad un certo punto abbiamo pure uno spiegone, seppur risolto rapidamente, in cui ci viene fornito un sunto della storia, che però non ho capito bene come la Mazzantini immagini sia rilevante con la storia di Fortunata. Forse si intende puntare sulla contrapposizione maschile-femminile, lasciando gli aspetti negativi ai primi e quelli positivi alle seconde, che però mi pare sminuente nei confronti delle tematiche esplorate in Antigone, molto più sottili e profonde.
Più interessante la meditazione su cosa voglia dire essere fortunati, già perché mi pare ovvio che la tesi sia che la protagonista sia, nonostante tutto, fortunata. Subisce una catastrofe matrimoniale, perde il suo unico amico, non riesce a ricostruire una nuova coppia romantica, fallisce nel lavoro, non ha il becco di un quattrino ma - alla fine - sembra riesca a superare (**) il trauma infantile che ha probabilmente condizionato la sua intera esistenza per ripartire da quello che davvero le interessa, ovvero il rapporto con la figlia.
Meno soddisfacente m'è sembrato lo sviluppo del personaggio di Patrizio. Anche lui ha un nome che indica il ruolo, è infatti l'unico abbiente della storia (***) e avrebbe i mezzi culturali, intellettivi e pure emotivi per condurre una vita decente. Eppure, per motivi poco chiariti (°), sembra che finisca per mandare tutto a catafascio. Forse viene spaventato dall'irruenza poco civilizzata di Fortunata, forse viene attirato dal modello paterno che, per quanto negativo, lo ha ovviamente marcato sin da piccino. Forse, più grettamente, è una inaspettata montagnola di soldi a fargli fare il salto definitivo. Non sappiamo, viene lasciato a noi il compito di decidere.
(*) Ci sarebbero anche alcune sciroccate, piuttosto tamarre e abbastanza almodoroviane, che però restano molto sullo sfondo, una specie di coro che fa un buffo controcanto all'azione principale.
(**) Anche se non ho capito bene come. Per via di una illuminazione, sembrerebbe. E grazie a un archetipico bagno in mare che la pone la scelta se chiudere o se far ripartire la sua vita.
(***) Si intuisce la sua disponibilità economica dalla bella Ducati che possiede, dai modi, e dal weekend che offre alla sua bella, superiore alle possibilità di un normale psicologo della mutua.
(°) L'unico personaggio disegnato con una adeguata profondità è quello della protagonista, gli altri mancano di dettaglio, e spesso dobbiamo lavorare di fantasia o per stereotipi per riuscire a comprendere il senso delle loro azioni.
Adorabile nemica
Harriet (Shirley MacLaine) è ricca da far paura e altrettanto sola. Bastano poche inquadrature per darci l'esatta dimensione di ciò, e rapidi scambi di battute con il suo sconfortato giardiniere (Gedde Watanabe) e la sua perplessa parrucchiera ci spiega anche come mai chiunque possa la rifugge. Ella infatti ritiene suo diritto avere l'ultima parola su qualunque argomento (*) e suo dovere maltrattare ferocemente chiunque abbia a che fare con lei.
La noia, infine, la spinge ad un mezzo tentativo di suicidio che sembra più mirato ad allargare la cerchia delle sue vittime, nella persona del suo medico curante, che a porre fine ad una vita tendente sempre più all'insulso. Un secondo tentativo che parrebbe più sostanzioso viene interrotto da un (im)provvido dubbio, cosa scriveranno nel necrologio?
Data la smania di controllo che Harriet su tutto e tutti, non può morire con questa incertezza. Si reca dunque alla sede del giornale locale e si impossessa di Anne (Amanda Seyfried), la delegata agli articoli obituari, affinché il suo coccodrillo sia confacente alla elevate sue aspettative.
A mio parere, le cose migliori del film si trovano in alcune piccole sottotrame che si sviluppano dalla storia principale, come questa faccenda del giornale locale. La testata è a conduzione familiare, e il corrente direttore, figlio d'arte, sembra un pesce fuor d'acqua, costretto a far funzionare una attività per la quale non pare abbia un particolare attrazione, forse per la sola necessità di mantenere la tradizione di famiglia. Scopriamo ad esempio che non hanno un archivio digitale ma bensì un immenso deposito cartaceo che deve essere la disperazione di tutti i dipendenti, e che lui non sembra ancora essersi ben capacitato di come le nuove tecnologie non siano state solo una moda passeggera. Fatto sta, il giornale è sull'orlo del tracollo, e si conta su una possibile donazione di Harriet per evitare, o almeno ritardare, una catastrofe che non pare lontana.
Si passa dunque alla modalità "strana coppia", Harriet contro Anne, apparentemente molto diverse accumunate controvoglia da uno scopo comune. La prima decide che un buon necrologio ha quattro caratteristiche fondamentali, il personaggio deve: (1) essere rispettato dalla comunità; (2) essere amato da amici e parenti; (3) aver cambiato la vita di qualcuno in modo inaspettato; (4) avere un qualcosa in più di speciale. Il problema è che Harriet ha passato la sua vita a schiacciare come un rullo compressore tutti quelli che gli erano attorno, pensando solo alla sua carriera, e dunque non ha materiale da offrire per ottenere il risultato cercato. Ma non sono certo queste quisquilie che possono preoccuparla.
Lo spunto iniziale non mi è dispiaciuto, ma la sceneggiatura (**) non regge per tutto lo svolgimento. Per essere chiari, se non ci fosse stata la MacLaine nel ruolo principale, potevano anche fare a meno di girare. Non mi ha per niente impressionato la Seyfried. Inizialmente pensavo che fosse fuori ruolo lei, ripensandoci forse è la parte che non è abbastanza robusta, e nessuno avrebbe potuto farci niente. Anche la regia di Mark Pellington non mi entusiasmato, anche se la parte musicale (***) evidentemente trae giovamento dalla sua esperienza nel campo.
La struttura del genere vorrebbe che Harriet capisse, sia pur tardivamente, di aver fatto errori non da poco nella sua vita, e magari riuscisse a metterci in limine una toppa. Qui invece, probabilmente in linea con il cinismo dei tempi, non è lei a cambiare (°), saranno gli altri a dover riconoscere di non averla capita. Anne, addirittura, la prenderà come esempio per la sua vita. Per fortuna il film finisce senza che noi si possa scoprire in che esistenza miserevole si stia andando a cacciare quella giovine donna ancora irrisolta.
(*) Da cui il titolo originale, The last word. Il titolo italiano, come spesso accade, ha ben poco senso.
(**) Di Stuart Ross Fink, praticamente uno sconosciuto.
(***) Un'altra sottotrama non disprezzabile include una radio privata che pare riemergere misteriosamente dal secolo scorso.
(°) C'è una sua battuta quando ormai il finale non è lontano, in cui ribadisce che lei è così, e non ha nessuna intenzione di modificare alcunché del suo carattere. Anzi, ridicolizza la figlia che le ha chiesto di affrontare i suoi problemi.
La noia, infine, la spinge ad un mezzo tentativo di suicidio che sembra più mirato ad allargare la cerchia delle sue vittime, nella persona del suo medico curante, che a porre fine ad una vita tendente sempre più all'insulso. Un secondo tentativo che parrebbe più sostanzioso viene interrotto da un (im)provvido dubbio, cosa scriveranno nel necrologio?
Data la smania di controllo che Harriet su tutto e tutti, non può morire con questa incertezza. Si reca dunque alla sede del giornale locale e si impossessa di Anne (Amanda Seyfried), la delegata agli articoli obituari, affinché il suo coccodrillo sia confacente alla elevate sue aspettative.
A mio parere, le cose migliori del film si trovano in alcune piccole sottotrame che si sviluppano dalla storia principale, come questa faccenda del giornale locale. La testata è a conduzione familiare, e il corrente direttore, figlio d'arte, sembra un pesce fuor d'acqua, costretto a far funzionare una attività per la quale non pare abbia un particolare attrazione, forse per la sola necessità di mantenere la tradizione di famiglia. Scopriamo ad esempio che non hanno un archivio digitale ma bensì un immenso deposito cartaceo che deve essere la disperazione di tutti i dipendenti, e che lui non sembra ancora essersi ben capacitato di come le nuove tecnologie non siano state solo una moda passeggera. Fatto sta, il giornale è sull'orlo del tracollo, e si conta su una possibile donazione di Harriet per evitare, o almeno ritardare, una catastrofe che non pare lontana.
Si passa dunque alla modalità "strana coppia", Harriet contro Anne, apparentemente molto diverse accumunate controvoglia da uno scopo comune. La prima decide che un buon necrologio ha quattro caratteristiche fondamentali, il personaggio deve: (1) essere rispettato dalla comunità; (2) essere amato da amici e parenti; (3) aver cambiato la vita di qualcuno in modo inaspettato; (4) avere un qualcosa in più di speciale. Il problema è che Harriet ha passato la sua vita a schiacciare come un rullo compressore tutti quelli che gli erano attorno, pensando solo alla sua carriera, e dunque non ha materiale da offrire per ottenere il risultato cercato. Ma non sono certo queste quisquilie che possono preoccuparla.
Lo spunto iniziale non mi è dispiaciuto, ma la sceneggiatura (**) non regge per tutto lo svolgimento. Per essere chiari, se non ci fosse stata la MacLaine nel ruolo principale, potevano anche fare a meno di girare. Non mi ha per niente impressionato la Seyfried. Inizialmente pensavo che fosse fuori ruolo lei, ripensandoci forse è la parte che non è abbastanza robusta, e nessuno avrebbe potuto farci niente. Anche la regia di Mark Pellington non mi entusiasmato, anche se la parte musicale (***) evidentemente trae giovamento dalla sua esperienza nel campo.
La struttura del genere vorrebbe che Harriet capisse, sia pur tardivamente, di aver fatto errori non da poco nella sua vita, e magari riuscisse a metterci in limine una toppa. Qui invece, probabilmente in linea con il cinismo dei tempi, non è lei a cambiare (°), saranno gli altri a dover riconoscere di non averla capita. Anne, addirittura, la prenderà come esempio per la sua vita. Per fortuna il film finisce senza che noi si possa scoprire in che esistenza miserevole si stia andando a cacciare quella giovine donna ancora irrisolta.
(*) Da cui il titolo originale, The last word. Il titolo italiano, come spesso accade, ha ben poco senso.
(**) Di Stuart Ross Fink, praticamente uno sconosciuto.
(***) Un'altra sottotrama non disprezzabile include una radio privata che pare riemergere misteriosamente dal secolo scorso.
(°) C'è una sua battuta quando ormai il finale non è lontano, in cui ribadisce che lei è così, e non ha nessuna intenzione di modificare alcunché del suo carattere. Anzi, ridicolizza la figlia che le ha chiesto di affrontare i suoi problemi.
The circle
Mae (Emma Watson) è una giovane donna di belle speranze ma dalla realtà piuttosto avvilente. Un brutto lavoro malpagato, un padre (Bill Paxton *) malato di sclerosi multipla che non può permettersi cure adeguate (**), un ex fidanzato, Mercer (Ellar Coltrane), che le ronza attorno ma che per lei è solo un amico.
Tutto ciò cambia quando una sua cara amica, Annie (Karen Gillan), le procura un colloquio per l'azienda presso cui lavora, niente di meno che The circle, una specie di mostruosa combinazione tra Google, Facebook, Apple et similia. Dopo una chiacchierata insulsa da cui Mae non esce né bene né male, il lavoro è suo (***), e finisce a fare circa le stesse cose che faceva prima, ma in modo molto più cool e, soprattutto, con uno stipendio e benefit migliori.
Col passare del tempo, Mae entra sempre più nello stile di vita di The circle, anche se non si capisce bene quanto sia veramente convinta di quello che sta facendo o se lo faccia per mera convenienza (°). L'impegno lavorativo, teoricamente limitato, diventa sempre più pesante, anche perché le numerose attività parallele, che dovrebbero essere su base volontaria e ricreative, sono a tutti gli effetti obbligatorie, se non si vuole essere tagliati fuori.
Al vertice di The circle si trova un terzetto composto da un simil Steve Jobs, Bailey (Tom Hanks), visionario, simpatico, a cui non si riesce a non dir di no, da quanta bontà sprizza da ogni poro, a qualunque cosa egli dica, un sinistro uomo nell'ombra, Tom (Patton Oswalt), e un evanescente Ty (John Boyega), presentato come il genio informatico che ha posto le basi tecniche dell'azienda ma che poi ha preferito una posizione molto defilata. Scopriremo più avanti che Ty è molto critico sulla direzione che i suoi due soci hanno dato al suo lavoro, ma sembra che non abbia la forza di opporsi. Il resto dei dipendenti, levata Annie che gira per il mondo senza un attimo di riposo, sembrano una massa indistinta di zombie, decerebrati ma felici.
Alcuni fatti, tra cui un incidente che non mi spiego in cui Mae rischia di perdere la vita, portano la nostra protagonista a salire rapidamente nella considerazione di Bailey, portandola a diventare il testimonial planetario di The circle. Nel contempo, Mae ha anche a che fare con Ty, che le rivela le sue perplessità. In più, succedono altre cose che coinvolgono i genitori di Mae, Mercer e Annie che dovrebbero mettere dei dubbi in Mae sul suo lavoro. Sembriamo diretti verso una catastrofe totale, però verremo salvati da un improbabile, e poco definito, finale.
Nonostante alcune aree oscure, il film mi è abbastanza piaciuto. Sicuramente è buona la storia originale, basata sul romanzo omonimo di Dave Eggers, ottimo il cast, almeno nella mezza dozzina di ruoli principali. Qualche dubbio ce l'ho nella sceneggiatura e regia di James Ponsoldt. In particolare il lieto fine, che diverge nettamente dai toni distopici dell'originale, suona falso, attaccaticcio e irrisolto. Ma forse Ponsoldt ne è almeno parzialmente incolpevole, se è stato imposto dalla produzione che temeva l'assenza di un happy ending. Lo sviluppo però è tutto poco chiaro, spesso non ho capito cosa muove Mae, ma più che una legittima incapacità del carattere di predere decisioni in un contesto più grande di lei, ho avuto l'impressione che Ponsoldt non sapesse bene in che direzione fare andare la storia.
Ne sconsiglierei comunque la visione ad alcune categorie. In primis, a chi non piace Emma Watson. Dietro di me al cinema avevo un rappresentante di questo gruppo che si è più volte lagnato rumorosamente di lei, in quanto, secondo lui, non faceva altro che riproporre il personaggio harrypottesco di Hermione. La Watson è praticamente sempre sullo schermo. Se non vi piace, evitate la pellicola.
Anche i fanboy di Steve Jobs, o dei marchi a cui, volenti o nolenti, si allude, potrebbero non gradire la critica. In più, per il nostro mercato, gli entusiasti del movimento cinque stelle potrebbero restarci male nel vedere come un autore del tutto estraneo alla nostra realtà abbia percepito e ben rappresentato il pericolo di una oscura commistione tra web e politica.
Di materiale per fare un opera pungente ce n'è in abbondanza. Peccato che non si sia osato spingersi in nessuna delle direzioni appena sfiorate. Ne sarebbe potuto venire fuori qualcosa di molto più interessante. La cosa buffa è che quello che forse è lo scambio di battute più memorabile del film è qualcosa come "Cos'è che temi di più?" "Il potenziale inespresso".
(*) Nei titoli di coda gli viene dedicato il film, che è stato il suo ultimo.
(**) La storia è ambientata negli USA, e la nostra sanità pubblica, al confronto, è paradisiaca.
(***) Il che fa pensare che l'influenza di Annie abbia pesato sul giudizio finale. Il ruolo di Annie non è chiarissimo, ma di sicuro sta ai piani alti di The circle.
(°) Che include anche l'estensione della sua copertura sanitaria alla famiglia.
Tutto ciò cambia quando una sua cara amica, Annie (Karen Gillan), le procura un colloquio per l'azienda presso cui lavora, niente di meno che The circle, una specie di mostruosa combinazione tra Google, Facebook, Apple et similia. Dopo una chiacchierata insulsa da cui Mae non esce né bene né male, il lavoro è suo (***), e finisce a fare circa le stesse cose che faceva prima, ma in modo molto più cool e, soprattutto, con uno stipendio e benefit migliori.
Col passare del tempo, Mae entra sempre più nello stile di vita di The circle, anche se non si capisce bene quanto sia veramente convinta di quello che sta facendo o se lo faccia per mera convenienza (°). L'impegno lavorativo, teoricamente limitato, diventa sempre più pesante, anche perché le numerose attività parallele, che dovrebbero essere su base volontaria e ricreative, sono a tutti gli effetti obbligatorie, se non si vuole essere tagliati fuori.
Al vertice di The circle si trova un terzetto composto da un simil Steve Jobs, Bailey (Tom Hanks), visionario, simpatico, a cui non si riesce a non dir di no, da quanta bontà sprizza da ogni poro, a qualunque cosa egli dica, un sinistro uomo nell'ombra, Tom (Patton Oswalt), e un evanescente Ty (John Boyega), presentato come il genio informatico che ha posto le basi tecniche dell'azienda ma che poi ha preferito una posizione molto defilata. Scopriremo più avanti che Ty è molto critico sulla direzione che i suoi due soci hanno dato al suo lavoro, ma sembra che non abbia la forza di opporsi. Il resto dei dipendenti, levata Annie che gira per il mondo senza un attimo di riposo, sembrano una massa indistinta di zombie, decerebrati ma felici.
Alcuni fatti, tra cui un incidente che non mi spiego in cui Mae rischia di perdere la vita, portano la nostra protagonista a salire rapidamente nella considerazione di Bailey, portandola a diventare il testimonial planetario di The circle. Nel contempo, Mae ha anche a che fare con Ty, che le rivela le sue perplessità. In più, succedono altre cose che coinvolgono i genitori di Mae, Mercer e Annie che dovrebbero mettere dei dubbi in Mae sul suo lavoro. Sembriamo diretti verso una catastrofe totale, però verremo salvati da un improbabile, e poco definito, finale.
Nonostante alcune aree oscure, il film mi è abbastanza piaciuto. Sicuramente è buona la storia originale, basata sul romanzo omonimo di Dave Eggers, ottimo il cast, almeno nella mezza dozzina di ruoli principali. Qualche dubbio ce l'ho nella sceneggiatura e regia di James Ponsoldt. In particolare il lieto fine, che diverge nettamente dai toni distopici dell'originale, suona falso, attaccaticcio e irrisolto. Ma forse Ponsoldt ne è almeno parzialmente incolpevole, se è stato imposto dalla produzione che temeva l'assenza di un happy ending. Lo sviluppo però è tutto poco chiaro, spesso non ho capito cosa muove Mae, ma più che una legittima incapacità del carattere di predere decisioni in un contesto più grande di lei, ho avuto l'impressione che Ponsoldt non sapesse bene in che direzione fare andare la storia.
Ne sconsiglierei comunque la visione ad alcune categorie. In primis, a chi non piace Emma Watson. Dietro di me al cinema avevo un rappresentante di questo gruppo che si è più volte lagnato rumorosamente di lei, in quanto, secondo lui, non faceva altro che riproporre il personaggio harrypottesco di Hermione. La Watson è praticamente sempre sullo schermo. Se non vi piace, evitate la pellicola.
Anche i fanboy di Steve Jobs, o dei marchi a cui, volenti o nolenti, si allude, potrebbero non gradire la critica. In più, per il nostro mercato, gli entusiasti del movimento cinque stelle potrebbero restarci male nel vedere come un autore del tutto estraneo alla nostra realtà abbia percepito e ben rappresentato il pericolo di una oscura commistione tra web e politica.
Di materiale per fare un opera pungente ce n'è in abbondanza. Peccato che non si sia osato spingersi in nessuna delle direzioni appena sfiorate. Ne sarebbe potuto venire fuori qualcosa di molto più interessante. La cosa buffa è che quello che forse è lo scambio di battute più memorabile del film è qualcosa come "Cos'è che temi di più?" "Il potenziale inespresso".
(*) Nei titoli di coda gli viene dedicato il film, che è stato il suo ultimo.
(**) La storia è ambientata negli USA, e la nostra sanità pubblica, al confronto, è paradisiaca.
(***) Il che fa pensare che l'influenza di Annie abbia pesato sul giudizio finale. Il ruolo di Annie non è chiarissimo, ma di sicuro sta ai piani alti di The circle.
(°) Che include anche l'estensione della sua copertura sanitaria alla famiglia.
L'altro volto della speranza
Abbastanza simile al precedente lavoro di Aki Kaurismäki, Miracolo a Le Havre (2011), e sempre in linea con lo stile narrativo del film maker finlandese. Qui seguiamo le vicende in bilico tra farsa e tragedia di due personaggi principali, Wikström (Sakari Kuosmanen) e Khaled (Sherwan Haji).
Wikström è un finlandese in piena crisi matrimoniale e occupazionale, che decidere di risolvere abbandonando la sua signora e il suo lavoro, per tornare single e dedicarsi alla ristorazione, senza avere alcuna seppur minima esperienza a riguardo. Trovati fortunosamente i capitali, li investe in un terribile ristorantino sull'orlo della catastrofe.
Khaled in Finlandia c'è arrivato per caso, scappato dalla Siria in guerra con la sorella, diviso da lei in un passaggio di frontiera, ha vagabondato per l'Europa alla sua ricerca, finché la necessità di sfuggire ad un agguato lo ha portato su di una nave diretta ad Helsinki. Il suo tentativo di restare nella legalità dura poco, causa una burocrazia ottusa, e si ritrova sulla strada con ben poche possibilità di durare a lungo.
Le due storie si incrociano con esiti buffi e drammatici fino ad un sanguinoso lieto fine.
Wikström è un finlandese in piena crisi matrimoniale e occupazionale, che decidere di risolvere abbandonando la sua signora e il suo lavoro, per tornare single e dedicarsi alla ristorazione, senza avere alcuna seppur minima esperienza a riguardo. Trovati fortunosamente i capitali, li investe in un terribile ristorantino sull'orlo della catastrofe.
Khaled in Finlandia c'è arrivato per caso, scappato dalla Siria in guerra con la sorella, diviso da lei in un passaggio di frontiera, ha vagabondato per l'Europa alla sua ricerca, finché la necessità di sfuggire ad un agguato lo ha portato su di una nave diretta ad Helsinki. Il suo tentativo di restare nella legalità dura poco, causa una burocrazia ottusa, e si ritrova sulla strada con ben poche possibilità di durare a lungo.
Le due storie si incrociano con esiti buffi e drammatici fino ad un sanguinoso lieto fine.
Ghost in the shell
Basato sul manga di Masamune Shirow che ha dato origine ad universo cyberpunk giapponese con ramificazioni un po' su tutti i media. L'idea della produzione (*) era evidentemente quella di creare un franchise alla X-Men / Wolwerine ma qualcosa sembra essere andato storto, e i bassi incassi americani sembrano aver già decretato la fine subitanea della serie.
La storia del maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) ricorda un po' quella di RoboCop, incrociata influenze da Total recall. Causa qualcosa che lei non ricorda, solo il suo cervello si è salvato, che è stato inserito dalla Hanka Robotics in un corpicino niente male ma interamente bionico. Do ut des, in cambio della sopravvivenza viene convertita in arma letale, parte di una squadra di polizia molto particolare al comando di Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano). In genere agisce in coppia con Batou (Pilou Asbæk), gli altri elementi, pur sembrando anch'essi tipacci poco raccomandabili, restano sullo sfondo.
L'azione vera e propria inizia quando una organizzazione segreta, che pare essere capitanata da tal Kuze (Michael Pitt), si mette ad ammazzare scienziati della Hanka. E si limitassero a questo. Sfruttando l'intreccio sempre più stretto tra componenti biologiche e informatiche, costoro fanno del vero e proprio hackeraggio che incide anche sulla componente umana delle loro vittime.
La faccenda si inspessisce ancor di più quando rischia la vita la dottoressa Ouelet (Juliette Binoche) che è un po' la mamma del Maggiore, con tutte le implicazioni e complicazioni di tale rapporto. E poi le cose diventano ancor più intricate.
La regia di Rupert Sanders, pur non essendo molto personale non è disprezzabile. Evidenti, e probabilmente ineludibili, i riferimenti a un gran numero di altre pellicole del genere, a partire da Blade runner per le atmosfere futuristico-decadenti. Più complicata la relazione con Matrix, che è a sua volta inspirato dal manga di partenza, e che quindi non si capisce bene chi citi chi.
Polemiche a mio avviso poco sensate sono state fatte sulla occidentalizzazione della storia, in particolare per quanto riguarda la Johansson, che pure ha un pedigree tale da giustificare appieno la sua scelta come protagonista. Vero che fa un po' strano vedere il solo Kitano (**) rappresentare il sol levante tra i protagonisti, e ancora più che sia l'unico a parlare in giapponese. A questo punto sarebbe stato più simpatico se ci fosse stato un magma linguistico, che però sarebbe stato un incubo per lo spettatore.
Ovvia anche la semplificazione della trama, che da una originale meditazione sui problemi di accettare la fusione tra carne e metallo, e l'interazione tra individui così diversi anche strutturalmente, verte qui più sul tema dell'identità. Siamo più quello che facciamo o quello che la nostra storia ci porta ad essere? Più semplice, sì, ma certo non banale.
Avrei preferito un maggior approfondimento sui personaggi, che tendono ad essere rappresentati bidimensionalmente. Il tempo necessario lo avrei preso dagli scontri a fuoco, fatti anche bene, ma poco interessanti.
(*) Al cui centro sta la DreamWorks.
(**) E comunque il grande vecchio Beat regge benissimo la baracca, anche con i pochi minuti effettivi a disposizione.
La storia del maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) ricorda un po' quella di RoboCop, incrociata influenze da Total recall. Causa qualcosa che lei non ricorda, solo il suo cervello si è salvato, che è stato inserito dalla Hanka Robotics in un corpicino niente male ma interamente bionico. Do ut des, in cambio della sopravvivenza viene convertita in arma letale, parte di una squadra di polizia molto particolare al comando di Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano). In genere agisce in coppia con Batou (Pilou Asbæk), gli altri elementi, pur sembrando anch'essi tipacci poco raccomandabili, restano sullo sfondo.
L'azione vera e propria inizia quando una organizzazione segreta, che pare essere capitanata da tal Kuze (Michael Pitt), si mette ad ammazzare scienziati della Hanka. E si limitassero a questo. Sfruttando l'intreccio sempre più stretto tra componenti biologiche e informatiche, costoro fanno del vero e proprio hackeraggio che incide anche sulla componente umana delle loro vittime.
La faccenda si inspessisce ancor di più quando rischia la vita la dottoressa Ouelet (Juliette Binoche) che è un po' la mamma del Maggiore, con tutte le implicazioni e complicazioni di tale rapporto. E poi le cose diventano ancor più intricate.
La regia di Rupert Sanders, pur non essendo molto personale non è disprezzabile. Evidenti, e probabilmente ineludibili, i riferimenti a un gran numero di altre pellicole del genere, a partire da Blade runner per le atmosfere futuristico-decadenti. Più complicata la relazione con Matrix, che è a sua volta inspirato dal manga di partenza, e che quindi non si capisce bene chi citi chi.
Polemiche a mio avviso poco sensate sono state fatte sulla occidentalizzazione della storia, in particolare per quanto riguarda la Johansson, che pure ha un pedigree tale da giustificare appieno la sua scelta come protagonista. Vero che fa un po' strano vedere il solo Kitano (**) rappresentare il sol levante tra i protagonisti, e ancora più che sia l'unico a parlare in giapponese. A questo punto sarebbe stato più simpatico se ci fosse stato un magma linguistico, che però sarebbe stato un incubo per lo spettatore.
Ovvia anche la semplificazione della trama, che da una originale meditazione sui problemi di accettare la fusione tra carne e metallo, e l'interazione tra individui così diversi anche strutturalmente, verte qui più sul tema dell'identità. Siamo più quello che facciamo o quello che la nostra storia ci porta ad essere? Più semplice, sì, ma certo non banale.
Avrei preferito un maggior approfondimento sui personaggi, che tendono ad essere rappresentati bidimensionalmente. Il tempo necessario lo avrei preso dagli scontri a fuoco, fatti anche bene, ma poco interessanti.
(*) Al cui centro sta la DreamWorks.
(**) E comunque il grande vecchio Beat regge benissimo la baracca, anche con i pochi minuti effettivi a disposizione.
Sherlock 4.3: Il problema finale
Qualche passaggio scricchiola un po' (*) ma, paradossalmente per una serie basata sulla logica, in questa puntata la ragione viene messa in secondo piano dal sentimento, ed è con quella chiave di lettura, così ostica per il suo protagonista, che va affrontata.
Sapevamo già, dalla puntata scorsa, che il problema finale (**) sarebbe stato legato a Eurus (Sian Brooke), la più giovane della famiglia Holmes, di cui nulla Sherlock (Benedict Cumberbatch) si ricordava e di cui nulla Mycroft (Mark Gatiss) avrebbe voluto dire.
Sherlock e John Watson (Martin Freeman) concepiscono un piano per far saltare l'equilibrio nervoso al solitamente imperturbabile più astuto fratello Holmes, così da spingerlo a rivelare la verità. I fatti relativi a Eurus sono così spaventosi che Mycroft può narrarne solo il minimo indispensabile, aggiungendo qualche piccolo dettaglio quando necessario, senza che al fratellino o a John vengano sospetti.
Lo sviluppo spiega molto di quanto era poco chiaro nelle precedenti puntate, ma anche punti corposi, come l'apparentemente inspiegabile capacità di Jim Moriarty (Andrew Scott) di colpire Sherlock nei punti più deboli (***), sbiadiscono di fronte a quello che è il punto chiave, la spiegazione di come mai Sherlock sia così ossessionato dal risolvere misteri polizieschi, e perché faccia così fatica a legarsi con altre persone.
Il finale di puntata è congegnato in modo tale da reggere benissimo come finale di serie (ohimé), ma lasciare comunque la porta aperta a possibili sviluppi. Magari un episodio speciale, di tanto in tanto, possiamo pure sperare di ritrovarcelo nella calza della befana.
(*) Ad esempio la scena dell'esplosione. Difficile credere che nessuno dei personaggi coinvolti non riporti almeno una qualche lieve ferita, si sia rotto un qualche osso, strappato un muscolo.
(**) The final problem, che secondo Conan Doyle avrebbe dovuto essere la scontro finale con Moriarty, in questa versione firmata da Mark Gatiss e Steven Moffat consumato ne Le cascate di Reichenbach.
(***) Al punto che mi aveva fatto pensare alla bislacca ipotesi che fosse proprio Jim il terzo fratello Holmes. Sembrava anche a me quasi impossibile, e infatti. In un certo senso, però, Jim era stato plagiato da Eurus, diventando una specie di sua longa manus, e quindi, per interposta persona, la lotta tra Sherlock e Jim era davvero una lotta fratricida.
Sapevamo già, dalla puntata scorsa, che il problema finale (**) sarebbe stato legato a Eurus (Sian Brooke), la più giovane della famiglia Holmes, di cui nulla Sherlock (Benedict Cumberbatch) si ricordava e di cui nulla Mycroft (Mark Gatiss) avrebbe voluto dire.
Sherlock e John Watson (Martin Freeman) concepiscono un piano per far saltare l'equilibrio nervoso al solitamente imperturbabile più astuto fratello Holmes, così da spingerlo a rivelare la verità. I fatti relativi a Eurus sono così spaventosi che Mycroft può narrarne solo il minimo indispensabile, aggiungendo qualche piccolo dettaglio quando necessario, senza che al fratellino o a John vengano sospetti.
Lo sviluppo spiega molto di quanto era poco chiaro nelle precedenti puntate, ma anche punti corposi, come l'apparentemente inspiegabile capacità di Jim Moriarty (Andrew Scott) di colpire Sherlock nei punti più deboli (***), sbiadiscono di fronte a quello che è il punto chiave, la spiegazione di come mai Sherlock sia così ossessionato dal risolvere misteri polizieschi, e perché faccia così fatica a legarsi con altre persone.
Il finale di puntata è congegnato in modo tale da reggere benissimo come finale di serie (ohimé), ma lasciare comunque la porta aperta a possibili sviluppi. Magari un episodio speciale, di tanto in tanto, possiamo pure sperare di ritrovarcelo nella calza della befana.
(*) Ad esempio la scena dell'esplosione. Difficile credere che nessuno dei personaggi coinvolti non riporti almeno una qualche lieve ferita, si sia rotto un qualche osso, strappato un muscolo.
(**) The final problem, che secondo Conan Doyle avrebbe dovuto essere la scontro finale con Moriarty, in questa versione firmata da Mark Gatiss e Steven Moffat consumato ne Le cascate di Reichenbach.
(***) Al punto che mi aveva fatto pensare alla bislacca ipotesi che fosse proprio Jim il terzo fratello Holmes. Sembrava anche a me quasi impossibile, e infatti. In un certo senso, però, Jim era stato plagiato da Eurus, diventando una specie di sua longa manus, e quindi, per interposta persona, la lotta tra Sherlock e Jim era davvero una lotta fratricida.
Sherlock 4.2: Il detective morente
Il titolo italiano mantiene quello che è il racconto di Conan Doyle che più ricorda la trama investigativa dell'episodio (*), in originale c'è la solita leggera variazione, The lying detective, che è uno dei tratti distintivi della serie.
Il finale della puntata precedente aveva lasciato aperto uno spiraglio sullo sviluppo, Mary Watson (Amanda Abbington) sembrava proprio averci rimesso le penne, ma non tutto (mi) sembrava perduto. I primi minuti di questo episodio lasciano ancora aperti i giochi, scopriamo però rapidamente che è solo John Watson (Martin Freeman) a mantenerla in vita, sotto forma di allucinazione.
Sappiamo che Mary ha ordito un piano per riavvicinare John a Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), difficile però capire quale sia. Sembra che Sherlock stia facendo di tutto per autodistruggersi abusando di droghe, e anche se questo potrebbe forse avvicinarlo a Mary non pare essere uno sviluppo soddisfacente.
Entra però in gioco Culverton Smith (Toby Jones), ricco, famoso, consumato dentro da una cattiveria cieca e insensata. A portargli il caso è Faith Smith (Sian Brooke), figlia di Culverton, che narra con raccapriccio un meeting paterno a cui è stata costretta ad assistere, ma di cui si è dimenticata quasi tutto, causa una droga a cui tutti i partecipanti, tranne Culverton, sono stati esposti.
Il caso è così bizzarro, e Sherlock è così fuso, che il nostro non pare prenderlo in considerazione. Poco alla volta però l'interesse gli cresce dentro, anche se con effetti che è difficile considerare positivi. L'intervento della signora Hudson (Una Stubbs), che rivela alcuni degli assi che finora ha ben nascosto nella sua manica, riesce in qualche modo a far ripartire la collaborazione tra Sherlock e John, anche se quest'ultimo è più interessato a parlare con Mary che con il suo partner in investigazioni.
La soluzione del caso pare portare ad un nuovo equilibrio, ed è estremamente buffo vedere come Mycroft (Mark Gatiss) e lo stesso Sherlock reagiscano ad un abbassamento dei loro schermi protettivi nei confronti del sentimento, scopriamo però che il terzo fratello Holmes forse non è esattamente quello che credevamo, ed è con noi, in parole, opere, e anche persona, da più di quanto potessimo aspettarci.
(*) Per qualcosa di più vicino alla lettera doyliana, vedasi la versione di Jeremy Brett (1994), uno degli episodi più riusciti di quelle serie, e che mi pare abbia fornito qualche spunto alla sceneggiatura di Steven Moffat.
Il finale della puntata precedente aveva lasciato aperto uno spiraglio sullo sviluppo, Mary Watson (Amanda Abbington) sembrava proprio averci rimesso le penne, ma non tutto (mi) sembrava perduto. I primi minuti di questo episodio lasciano ancora aperti i giochi, scopriamo però rapidamente che è solo John Watson (Martin Freeman) a mantenerla in vita, sotto forma di allucinazione.
Sappiamo che Mary ha ordito un piano per riavvicinare John a Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), difficile però capire quale sia. Sembra che Sherlock stia facendo di tutto per autodistruggersi abusando di droghe, e anche se questo potrebbe forse avvicinarlo a Mary non pare essere uno sviluppo soddisfacente.
Entra però in gioco Culverton Smith (Toby Jones), ricco, famoso, consumato dentro da una cattiveria cieca e insensata. A portargli il caso è Faith Smith (Sian Brooke), figlia di Culverton, che narra con raccapriccio un meeting paterno a cui è stata costretta ad assistere, ma di cui si è dimenticata quasi tutto, causa una droga a cui tutti i partecipanti, tranne Culverton, sono stati esposti.
Il caso è così bizzarro, e Sherlock è così fuso, che il nostro non pare prenderlo in considerazione. Poco alla volta però l'interesse gli cresce dentro, anche se con effetti che è difficile considerare positivi. L'intervento della signora Hudson (Una Stubbs), che rivela alcuni degli assi che finora ha ben nascosto nella sua manica, riesce in qualche modo a far ripartire la collaborazione tra Sherlock e John, anche se quest'ultimo è più interessato a parlare con Mary che con il suo partner in investigazioni.
La soluzione del caso pare portare ad un nuovo equilibrio, ed è estremamente buffo vedere come Mycroft (Mark Gatiss) e lo stesso Sherlock reagiscano ad un abbassamento dei loro schermi protettivi nei confronti del sentimento, scopriamo però che il terzo fratello Holmes forse non è esattamente quello che credevamo, ed è con noi, in parole, opere, e anche persona, da più di quanto potessimo aspettarci.
(*) Per qualcosa di più vicino alla lettera doyliana, vedasi la versione di Jeremy Brett (1994), uno degli episodi più riusciti di quelle serie, e che mi pare abbia fornito qualche spunto alla sceneggiatura di Steven Moffat.
Sherlock 4.1: Le sei Thatcher
Non si può scappare dal proprio destino, spiega un antico racconto arabo in cui un mercante si prende il disturbo di scappare a Samara per evitare la morte, per poi scoprire che la morte lo aspettava proprio lì. A Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) quella storia non è mai piaciuta (*), e ben si può capire perché, essendo lui così razionalizzatore e incapace di accettare quel che accade. Alla base di tutto ci deve essere un trauma infantile, come più volte accennato in passato, chissà se ne sapremo di più in questa stagione.
Comunque, fatto buffo per una prima donna del suo calibro, non è Sherlock al centro di questa puntata, e quindi non è lui nemmeno il riferimento principale della storia del mercante, bensì Mary Watson (Amanda Abbington), che fa muovere gran parte dell'azione e lascia Sherlock e il marito John (Martin Freeman) il compito di rincorrerla.
Come spiegato nello speciale dell'anno scorso, Sherlock è stato scelto come volontario per una missione suicida ma richiamato immediatamente indietro per fronteggiare il ritorno di Jim Moriarty (Andrew Scott), che però è molto morto e non si capisce bene cosa possa aver ordito in queste condizioni.
La soluzione di Sherlock è di aspettare la mossa, per quanto postuma, del suo arcinemico. E mentre lo fa, per passatempo, risolve una caterva di casi minori, dei quali, sfortunatamente, abbiamo solo rapidi accenni. In parallelo, Mary e John hanno una bimba, Rosamund Mary, di cui Sherlock diventa malvolentieri padrino, e che cerca inutilmente di introdurre alle delizie della logica.
E infine il gioco ha inizio. In un primo tempo sembra assumere le sembianze de I sei Napoleoni (**), poi succedono cose strane, a rompere i busti della Thatcher risulta essere un tal Ajay (Sacha Dhawan) cambia le carte, essendo egli nientemeno che un compagno di rischi della Mary pre-John della quale non sappiano niente. Ajay dice qualcosa, in particolare di essere molto arrabbiato con Mary. E questo è solo l'inizio di una serie di eventi che porteranno ad un presumibile tragico finale.
Non ci si poteva aspettare che la prima puntata della stagione chiarisse molto, ma qui siamo andati addirittura nella direzione opposta. Succede qualcosa di molto sorprendente, di cui parlerò fra poco, giusto per dare il tempo a chi non abbia ancora visto l'episodio di chiudere la pagina. Ma, anche se non abbiamo ancora visto in azione il cattivo del momento (***), abbiamo accumulato molti altri piccoli particolari su cui mediare.
Tornando al punto chiave, che chi non sa già sarebbe meglio se continuasse a non saperlo, Mary muore nel finale. Il che causa una rottura tra Sherlock e John. Da chiedersi però se davvero Mary è morta o se i Watson hanno agito in concerto per fingere la dipartita di lei. Potrebbe infatti essere un parallelo con la caduta di Reichenbach, e alcune cosucce che dice Mary (°) lasciano aperte entrambe le strade.
(*) Mentre era piaciuta molto a Roberto Vecchioni, che l'ha adattata in canzone, Samarcanda, title track del suo album del 1977.
(**) Vedasi la bella versione Granada con Jeremy Brett.
(***) Trailer BBC ci hanno già rivelato che è interpretato da un minaccioso Toby Jones.
(°) Dice a Sherlock che hanno pareggiato il conto, come quando lei ha sparato a lui. Ma noi sappiamo che in quel caso lui non è morto. E poi quel continuo reiterare nel messaggio-testamento al fatto che lei è morta, o potrebbe esserlo.
Comunque, fatto buffo per una prima donna del suo calibro, non è Sherlock al centro di questa puntata, e quindi non è lui nemmeno il riferimento principale della storia del mercante, bensì Mary Watson (Amanda Abbington), che fa muovere gran parte dell'azione e lascia Sherlock e il marito John (Martin Freeman) il compito di rincorrerla.
Come spiegato nello speciale dell'anno scorso, Sherlock è stato scelto come volontario per una missione suicida ma richiamato immediatamente indietro per fronteggiare il ritorno di Jim Moriarty (Andrew Scott), che però è molto morto e non si capisce bene cosa possa aver ordito in queste condizioni.
La soluzione di Sherlock è di aspettare la mossa, per quanto postuma, del suo arcinemico. E mentre lo fa, per passatempo, risolve una caterva di casi minori, dei quali, sfortunatamente, abbiamo solo rapidi accenni. In parallelo, Mary e John hanno una bimba, Rosamund Mary, di cui Sherlock diventa malvolentieri padrino, e che cerca inutilmente di introdurre alle delizie della logica.
E infine il gioco ha inizio. In un primo tempo sembra assumere le sembianze de I sei Napoleoni (**), poi succedono cose strane, a rompere i busti della Thatcher risulta essere un tal Ajay (Sacha Dhawan) cambia le carte, essendo egli nientemeno che un compagno di rischi della Mary pre-John della quale non sappiano niente. Ajay dice qualcosa, in particolare di essere molto arrabbiato con Mary. E questo è solo l'inizio di una serie di eventi che porteranno ad un presumibile tragico finale.
Non ci si poteva aspettare che la prima puntata della stagione chiarisse molto, ma qui siamo andati addirittura nella direzione opposta. Succede qualcosa di molto sorprendente, di cui parlerò fra poco, giusto per dare il tempo a chi non abbia ancora visto l'episodio di chiudere la pagina. Ma, anche se non abbiamo ancora visto in azione il cattivo del momento (***), abbiamo accumulato molti altri piccoli particolari su cui mediare.
Tornando al punto chiave, che chi non sa già sarebbe meglio se continuasse a non saperlo, Mary muore nel finale. Il che causa una rottura tra Sherlock e John. Da chiedersi però se davvero Mary è morta o se i Watson hanno agito in concerto per fingere la dipartita di lei. Potrebbe infatti essere un parallelo con la caduta di Reichenbach, e alcune cosucce che dice Mary (°) lasciano aperte entrambe le strade.
(*) Mentre era piaciuta molto a Roberto Vecchioni, che l'ha adattata in canzone, Samarcanda, title track del suo album del 1977.
(**) Vedasi la bella versione Granada con Jeremy Brett.
(***) Trailer BBC ci hanno già rivelato che è interpretato da un minaccioso Toby Jones.
(°) Dice a Sherlock che hanno pareggiato il conto, come quando lei ha sparato a lui. Ma noi sappiamo che in quel caso lui non è morto. E poi quel continuo reiterare nel messaggio-testamento al fatto che lei è morta, o potrebbe esserlo.
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