Non è certamente la migliore versione cinematografica del romanzone di Victor Hugo, molto datata, plagata da una sceneggiatura approssimativa e una direzione distratta. Si salva per il cast di tutto rispetto e per la potenza della storia originale, che riesce a luccicare nonostante tutto. Consiglierei piuttosto la visione della versione del '98, che pure ha le sue debolezze.
I meno interessati potrebbero vederne almeno la prima parte, dove viene rapidamente raccontata la prima parte della vita di Jean Valjean (Jean Gabin), dal suo soggiorno penale, col primo incontro con Javert (Bernard Blier), il suo rilascio, l'incontro con un vescovo anomalo (Fernand Ledoux), la sua mutazione in industriale filantropo, l'incontro con Fantine (Danièle Delorme) e la di lei figlia, Cosette.
Anche se così ci si perderà così la partecipazione di Serge Reggiani, che interpreta Enjolras, piccolo ruolo come capo degli studenti rivoltosi sulle barricate.
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Indiscreto
Cary Grant e Ingrid Bergman, dunque Notorius! E invece no, Indiscreto. Dodici anni dopo, e con la regia di Stanley Donen, pur sempre valida ma lontana anni luce dall'Hitch.
I due protagonisti sono sfolgoranti, la storia originale ha battute appuntite, alcune anche feroci, in linea con il genere della commedia sofisticata, ma qualcosa non funziona nella messa in scena cinematografica. Forse è tutta una questione di ritmo. Tempi lunghi che potrebbero essere tagliati all'inizio, tempi troppo stretti nel finale.
Siamo a Londra, la Bergman interpreta una grande attrice teatrale non più giovanissima che vorrebbe un uomo al suo fianco, ma non ne riesce a trovare all'altezza. Caso vuole che inciampi in Grant, americano di San Francisco, genio della finanza (non quella creativa dei nostri giorni, quella governativa del dopoguerra), di passaggio a Londra. I due si piacciono, ma c'è l'impiccio, una moglie lontana, una separazione ma nessuna possibilità di divorzio. Ma si sa gli artisti come sono, lei decide che lui gli va bene anche così, e intraprendono una relazione molto upper class. Lui accetta un lavoro per la NATO a Parigi, lei recita a Londra, e stanno assieme nei fine settimana.
Tutto filerebbe liscio se non accadesse che lui è richiesto per una missione di alcuni mesi a New York. I viaggi aerei intercontinentali non sono così praticabili come la tratta Parigi-Londra, e le cose si complicano. Anche perché si scopre che lui non è veramente sposato, la moglie inesistente è solo uno schermo per semplificargli la vita, invece di dire che non si vuole sposare (e non essere creduto) dice di essere già sposato.
Il nodo viene al pettine, e causa la tipica complicazione da commedia romantica, lei gli rende la pariglia, proprio mentre lui aveva escogitato una via d'uscita onorevole alla sua menzogna originale. Conseguenza catastrofica ma, visto che si tratta di una commedia, le cose si aggiustano. Purtroppo lo fanno in un battibaleno, senza lasciare il tempo di assaporare il ribaltamento di toni.
I due protagonisti sono sfolgoranti, la storia originale ha battute appuntite, alcune anche feroci, in linea con il genere della commedia sofisticata, ma qualcosa non funziona nella messa in scena cinematografica. Forse è tutta una questione di ritmo. Tempi lunghi che potrebbero essere tagliati all'inizio, tempi troppo stretti nel finale.
Siamo a Londra, la Bergman interpreta una grande attrice teatrale non più giovanissima che vorrebbe un uomo al suo fianco, ma non ne riesce a trovare all'altezza. Caso vuole che inciampi in Grant, americano di San Francisco, genio della finanza (non quella creativa dei nostri giorni, quella governativa del dopoguerra), di passaggio a Londra. I due si piacciono, ma c'è l'impiccio, una moglie lontana, una separazione ma nessuna possibilità di divorzio. Ma si sa gli artisti come sono, lei decide che lui gli va bene anche così, e intraprendono una relazione molto upper class. Lui accetta un lavoro per la NATO a Parigi, lei recita a Londra, e stanno assieme nei fine settimana.
Tutto filerebbe liscio se non accadesse che lui è richiesto per una missione di alcuni mesi a New York. I viaggi aerei intercontinentali non sono così praticabili come la tratta Parigi-Londra, e le cose si complicano. Anche perché si scopre che lui non è veramente sposato, la moglie inesistente è solo uno schermo per semplificargli la vita, invece di dire che non si vuole sposare (e non essere creduto) dice di essere già sposato.
Il nodo viene al pettine, e causa la tipica complicazione da commedia romantica, lei gli rende la pariglia, proprio mentre lui aveva escogitato una via d'uscita onorevole alla sua menzogna originale. Conseguenza catastrofica ma, visto che si tratta di una commedia, le cose si aggiustano. Purtroppo lo fanno in un battibaleno, senza lasciare il tempo di assaporare il ribaltamento di toni.
L'infernale Quinlan
Ieri mi son visto Professione: Reporter che finisce con un piano sequenza da togliere il fiato, e oggi è toccato ad Orson Welles, con il notevole piano sequenza che apre L'infernale Quinlan (in originale un titolo molto più adeguato: Touch of evil - Il tocco del male).
Per gli standard di Welles, e per il mio gusto, direi che si tratta di una catastrofe. Forse il problema è dovuto alla trama, piuttosto complicata, al montaggio a tratti scombinato (è stato rimontato una prima volta dai produttori, scontenti del risultato ufficiale, e una seconda volta in tempi relativamente recenti seguendo, per quanto possibile, le indicazioni che Welles stesso aveva dato alla produzione, quando questi si erano lamentati del prodotto), all'improbabilità di alcuni personaggi (Charlton Heston nei panni di un messicano? Akim Tamiroff boss del narcotraffico messicano?), o non so che. Fatto è che proprio non ci entro in sintonia. Oltre alla scena iniziale ci sono altri pezzi di bravura, come uno si può legittimamente aspettare da Welles, ma mi paiono quasi annegare in un marasma poco convincente.
Banalizzando, la storia è quella di Charlton Heston, sbirro messicano della narcotici, che incappa in un omicidio originato in Messico ma realizzato negli USA (da cui il lungo piano sequenza iniziale che segue la macchina dal parcheggio, al lento movimento per le vie della cittadina messicana, e il passaggio del confine) mentre è sul posto con la moglie appena sposata (una sfavillante Janet Leigh). Arriva sul luogo dei fatti anche Orson Welles, l'infernale capitano di polizia Hank Quinlan, e i due iniziano immediatamente a beccarsi. Il superpoliziotto americano capisce in un baleno come sono andate le cose, e in quattro e quattr'otto scopre il colpevole. Solo che, dato che spesso le prove sono difficili da trovare, ha deciso di semplificare la via della giustizia fabbricandosele. L'antipatia per il poliziotto messicano farà sì che si avvicini al Tamiroff, mafioso a cui Heston ha creato problemi, per cospirare contro di lui. Soluzione tragica.
C'è inoltre una particina per Marlene Dietrich, in una delle sue ultime apparizioni, nel ruolo della gestrice di un locale equivoco che ha un legame non ben chiarito con Quinlan. E a proposito di legami non chiariti, anche quello tra Quinlan e il suo vice non è dei più cristallini.
Parte abbastanza irrilevante per Dennis Weaver, attore da telefilm (Uno sceriffo a New York), che qui fa un portiere di notte non molto in sé.
Si vede per qualche secondo anche la mitica Zsa Zsa Gabor.
Per gli standard di Welles, e per il mio gusto, direi che si tratta di una catastrofe. Forse il problema è dovuto alla trama, piuttosto complicata, al montaggio a tratti scombinato (è stato rimontato una prima volta dai produttori, scontenti del risultato ufficiale, e una seconda volta in tempi relativamente recenti seguendo, per quanto possibile, le indicazioni che Welles stesso aveva dato alla produzione, quando questi si erano lamentati del prodotto), all'improbabilità di alcuni personaggi (Charlton Heston nei panni di un messicano? Akim Tamiroff boss del narcotraffico messicano?), o non so che. Fatto è che proprio non ci entro in sintonia. Oltre alla scena iniziale ci sono altri pezzi di bravura, come uno si può legittimamente aspettare da Welles, ma mi paiono quasi annegare in un marasma poco convincente.
Banalizzando, la storia è quella di Charlton Heston, sbirro messicano della narcotici, che incappa in un omicidio originato in Messico ma realizzato negli USA (da cui il lungo piano sequenza iniziale che segue la macchina dal parcheggio, al lento movimento per le vie della cittadina messicana, e il passaggio del confine) mentre è sul posto con la moglie appena sposata (una sfavillante Janet Leigh). Arriva sul luogo dei fatti anche Orson Welles, l'infernale capitano di polizia Hank Quinlan, e i due iniziano immediatamente a beccarsi. Il superpoliziotto americano capisce in un baleno come sono andate le cose, e in quattro e quattr'otto scopre il colpevole. Solo che, dato che spesso le prove sono difficili da trovare, ha deciso di semplificare la via della giustizia fabbricandosele. L'antipatia per il poliziotto messicano farà sì che si avvicini al Tamiroff, mafioso a cui Heston ha creato problemi, per cospirare contro di lui. Soluzione tragica.
C'è inoltre una particina per Marlene Dietrich, in una delle sue ultime apparizioni, nel ruolo della gestrice di un locale equivoco che ha un legame non ben chiarito con Quinlan. E a proposito di legami non chiariti, anche quello tra Quinlan e il suo vice non è dei più cristallini.
Parte abbastanza irrilevante per Dennis Weaver, attore da telefilm (Uno sceriffo a New York), che qui fa un portiere di notte non molto in sé.
Si vede per qualche secondo anche la mitica Zsa Zsa Gabor.
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