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Sherlock 4.3: Il problema finale

Qualche passaggio scricchiola un po' (*) ma, paradossalmente per una serie basata sulla logica, in questa puntata la ragione viene messa in secondo piano dal sentimento, ed è con quella chiave di lettura, così ostica per il suo protagonista, che va affrontata.

Sapevamo già, dalla puntata scorsa, che il problema finale (**) sarebbe stato legato a Eurus (Sian Brooke), la più giovane della famiglia Holmes, di cui nulla Sherlock (Benedict Cumberbatch) si ricordava e di cui nulla Mycroft (Mark Gatiss) avrebbe voluto dire.

Sherlock e John Watson (Martin Freeman) concepiscono un piano per far saltare l'equilibrio nervoso al solitamente imperturbabile più astuto fratello Holmes, così da spingerlo a rivelare la verità. I fatti relativi a Eurus sono così spaventosi che Mycroft può narrarne solo il minimo indispensabile, aggiungendo qualche piccolo dettaglio quando necessario, senza che al fratellino o a John vengano sospetti.

Lo sviluppo spiega molto di quanto era poco chiaro nelle precedenti puntate, ma anche punti corposi, come l'apparentemente inspiegabile capacità di Jim Moriarty (Andrew Scott) di colpire Sherlock nei punti più deboli (***), sbiadiscono di fronte a quello che è il punto chiave, la spiegazione di come mai Sherlock sia così ossessionato dal risolvere misteri polizieschi, e perché faccia così fatica a legarsi con altre persone.

Il finale di puntata è congegnato in modo tale da reggere benissimo come finale di serie (ohimé), ma lasciare comunque la porta aperta a possibili sviluppi. Magari un episodio speciale, di tanto in tanto, possiamo pure sperare di ritrovarcelo nella calza della befana.

(*) Ad esempio la scena dell'esplosione. Difficile credere che nessuno dei personaggi coinvolti non riporti almeno una qualche lieve ferita, si sia rotto un qualche osso, strappato un muscolo.
(**) The final problem, che secondo Conan Doyle avrebbe dovuto essere la scontro finale con Moriarty, in questa versione firmata da Mark Gatiss e Steven Moffat consumato ne Le cascate di Reichenbach.
(***) Al punto che mi aveva fatto pensare alla bislacca ipotesi che fosse proprio Jim il terzo fratello Holmes. Sembrava anche a me quasi impossibile, e infatti. In un certo senso, però, Jim era stato plagiato da Eurus, diventando una specie di sua longa manus, e quindi, per interposta persona, la lotta tra Sherlock e Jim era davvero una lotta fratricida.

Sherlock 4.2: Il detective morente

Il titolo italiano mantiene quello che è il racconto di Conan Doyle che più ricorda la trama investigativa dell'episodio (*), in originale c'è la solita leggera variazione, The lying detective, che è uno dei tratti distintivi della serie.

Il finale della puntata precedente aveva lasciato aperto uno spiraglio sullo sviluppo, Mary Watson (Amanda Abbington) sembrava proprio averci rimesso le penne, ma non tutto (mi) sembrava perduto. I primi minuti di questo episodio lasciano ancora aperti i giochi, scopriamo però rapidamente che è solo John Watson (Martin Freeman) a mantenerla in vita, sotto forma di allucinazione.

Sappiamo che Mary ha ordito un piano per riavvicinare John a Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), difficile però capire quale sia. Sembra che Sherlock stia facendo di tutto per autodistruggersi abusando di droghe, e anche se questo potrebbe forse avvicinarlo a Mary non pare essere uno sviluppo soddisfacente.

Entra però in gioco Culverton Smith (Toby Jones), ricco, famoso, consumato dentro da una cattiveria cieca e insensata. A portargli il caso è Faith Smith (Sian Brooke), figlia di Culverton, che narra con raccapriccio un meeting paterno a cui è stata costretta ad assistere, ma di cui si è dimenticata quasi tutto, causa una droga a cui tutti i partecipanti, tranne Culverton, sono stati esposti.

Il caso è così bizzarro, e Sherlock è così fuso, che il nostro non pare prenderlo in considerazione. Poco alla volta però l'interesse gli cresce dentro, anche se con effetti che è difficile considerare positivi. L'intervento della signora Hudson (Una Stubbs), che rivela alcuni degli assi che finora ha ben nascosto nella sua manica, riesce in qualche modo a far ripartire la collaborazione tra Sherlock e John, anche se quest'ultimo è più interessato a parlare con Mary che con il suo partner in investigazioni.

La soluzione del caso pare portare ad un nuovo equilibrio, ed è estremamente buffo vedere come Mycroft (Mark Gatiss) e lo stesso Sherlock reagiscano ad un abbassamento dei loro schermi protettivi nei confronti del sentimento, scopriamo però che il terzo fratello Holmes forse non è esattamente quello che credevamo, ed è con noi, in parole, opere, e anche persona, da più di quanto potessimo aspettarci.

(*) Per qualcosa di più vicino alla lettera doyliana, vedasi la versione di Jeremy Brett (1994), uno degli episodi più riusciti di quelle serie, e che mi pare abbia fornito qualche spunto alla sceneggiatura di Steven Moffat.

Sherlock 4.1: Le sei Thatcher

Non si può scappare dal proprio destino, spiega un antico racconto arabo in cui un mercante si prende il disturbo di scappare a Samara per evitare la morte, per poi scoprire che la morte lo aspettava proprio lì. A Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) quella storia non è mai piaciuta (*), e ben si può capire perché, essendo lui così razionalizzatore e incapace di accettare quel che accade. Alla base di tutto ci deve essere un trauma infantile, come più volte accennato in passato, chissà se ne sapremo di più in questa stagione.

Comunque, fatto buffo per una prima donna del suo calibro, non è Sherlock al centro di questa puntata, e quindi non è lui nemmeno il riferimento principale della storia del mercante, bensì Mary Watson (Amanda Abbington), che fa muovere gran parte dell'azione e lascia Sherlock e il marito John (Martin Freeman) il compito di rincorrerla.

Come spiegato nello speciale dell'anno scorso, Sherlock è stato scelto come volontario per una missione suicida ma richiamato immediatamente indietro per fronteggiare il ritorno di Jim Moriarty (Andrew Scott), che però è molto morto e non si capisce bene cosa possa aver ordito in queste condizioni.

La soluzione di Sherlock è di aspettare la mossa, per quanto postuma, del suo arcinemico. E mentre lo fa, per passatempo, risolve una caterva di casi minori, dei quali, sfortunatamente, abbiamo solo rapidi accenni. In parallelo, Mary e John hanno una bimba, Rosamund Mary, di cui Sherlock diventa malvolentieri padrino, e che cerca inutilmente di introdurre alle delizie della logica.

E infine il gioco ha inizio. In un primo tempo sembra assumere le sembianze de I sei Napoleoni (**), poi succedono cose strane, a rompere i busti della Thatcher risulta essere un tal Ajay (Sacha Dhawan) cambia le carte, essendo egli nientemeno che un compagno di rischi della Mary pre-John della quale non sappiano niente. Ajay dice qualcosa, in particolare di essere molto arrabbiato con Mary. E questo è solo l'inizio di una serie di eventi che porteranno ad un presumibile tragico finale.

Non ci si poteva aspettare che la prima puntata della stagione chiarisse molto, ma qui siamo andati addirittura nella direzione opposta. Succede qualcosa di molto sorprendente, di cui parlerò fra poco, giusto per dare il tempo a chi non abbia ancora visto l'episodio di chiudere la pagina. Ma, anche se non abbiamo ancora visto in azione il cattivo del momento (***), abbiamo accumulato molti altri piccoli particolari su cui mediare.

Tornando al punto chiave, che chi non sa già sarebbe meglio se continuasse a non saperlo, Mary muore nel finale. Il che causa una rottura tra Sherlock e John. Da chiedersi però se davvero Mary è morta o se i Watson hanno agito in concerto per fingere la dipartita di lei. Potrebbe infatti essere un parallelo con la caduta di Reichenbach, e alcune cosucce che dice Mary (°) lasciano aperte entrambe le strade.

(*) Mentre era piaciuta molto a Roberto Vecchioni, che l'ha adattata in canzone, Samarcanda, title track del suo album del 1977.
(**) Vedasi la bella versione Granada con Jeremy Brett.
(***) Trailer BBC ci hanno già rivelato che è interpretato da un minaccioso Toby Jones.
(°) Dice a Sherlock che hanno pareggiato il conto, come quando lei ha sparato a lui. Ma noi sappiamo che in quel caso lui non è morto. E poi quel continuo reiterare nel messaggio-testamento al fatto che lei è morta, o potrebbe esserlo.

Sherlock 4.0: L'abominevole sposa

Quando mancano pochi giorni al primo episodio della quarta stagione, finisco di rinfrescarmi le idee rivedendo lo speciale che tira le fila della terza stagione e dà alcune indicazioni che dovrebbero prepararci all'azione.

Ricapitolando, Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) è sul punto di essere esiliato, destinato ad una missione quasi-suicida, in seguito al suo poco convenzionale modo di risovere il caso che gli si era parato davanti ne L'ultimo giuramento. Il suo aereo si è appena levato in volo, quando Jim Moriarty (Andrew Scott) appare sugli schermi di tutto il regno. La cosa fa scalpore, sia perché craccare così platealmente le telecomunicazioni britanniche non è da tutti, sia perché Jim è molto morto dai tempi de Le cascate di Reichenbach, due anni prima nella sequenza temporale sherlockiana.

Lo sconcerto nel governo britannico è tale che si decide nel giro di pochi secondi di accorciare ai minimi termini l'esilio del più turbolento Holmes. Ma anche Sherlock è sconcertato, al punto da usare estremi rimedi per trovare una spiegazione che lo convinca al mistero del ritorno di Moriarty dall'oltretomba. Per far ciò sente che è necessario che lui riesca a risolvere l'antico caso di Emilia Ricoletti (Natasha O'Keeffe) che scosse la vita londinese di fine ottocento.

Emilia era infelicemente sposata ad un bruto, così si sparò in bocca facendosi saltare le cervella, e poi uccise il marito a schioppettate. Proprio così, prima si è suicidata, poi ha ucciso il di lei vedovo. C'è un evidente parallelismo tra il caso della Ricoletti e quello di Moriarty, ma non si capisce bene perché sia così importante per Sherlock sviscerare i dettagli del primo. Credo che ne sapremo di più nel finale di stagione.

Nel finale si accenna per (almeno) la terza volta a Barbarossa (Redbeard) che sappiamo essere considerato sia da Milverton sia da Mycroft (Mark Gatiss) come un punto debole di Sherlock. Forse il punto debole per eccellenza. Sappiamo che era il suo cane quando lui era un bambino, e che è stato abbattuto. Nulla di più.

Nel subconscio di Sherlock succedono molte strane cose. Vediamo un gran senso di colpa per come ha trattato alcune donne, Molly Hooper (Louise Brealey) e Janine (Yasmine Akram), e vediamo che si sente pressato dal dottor Watson (Martin Freeman) a dargli una spiegazione sulla sua incapacità nel gestire relazioni romantiche. Vediamo anche quanto sia forte la competizione con Mycroft, il fratello più intelligente, e l'attrazione-repulsione nei confronti di Moriarty.

Di sicuro non resteremo a corto di sorprendenti sviluppi.

Doctor Who 10.0 Speciale di Natale: The return of Doctor Mysterio

Puntata anomala della serie, anche considerando che si tratta dello speciale natalizio di una serie che fa delle anomalie uno dei suoi tratti distintivi. Più che essere una storia del Dottore (Peter Capaldi), è quella di Grant Gordon (Justin Chatwin), un giovanotto newyorkese cresciuto a pane e fumetti di supereroi che ha avuto la (s)fortuna di incontrare, quand'era ancora un bimbo, il Dottore.

Lo strano incontro, avvenuto una notte di Natale, lo ha trasformato in un supereroe, The Ghost, una specie di incrocio tra Superman e Spider-man, ma addirittura più timido e imbranato di Clark Kent e Peter Parker quando non veste gli abiti da lavoro.

Sono passati più di due dozzine di anni da quella fatidica notte, che per il Dottore è stata contemporaneamente una sola notte e ventiquattro anni, come spiegato nello speciale natalizio dell'anno scorso, e chi ne abbia seguito lo svolgimento, capirà che il suo umore non sia dei migliori. A fargli da companion è l'improbabile Nardole (Matt Lucas), nell'attesa che spunti un sostituto (*) della insostituibile "impossible girl" Clara. La parte principale femminile nella puntata è affidata a Charity Wakefield che interpreta Lucy Fletcher, giornalista investigativa ambita da Grant.

La minaccia alla Terra è piuttosto fiacca, i cattivi sono una new entry, che hanno forma di cervello e che amano sostituirsi ad altre specie per conquistare i loro pianeti.

(*) Basta vedere qualche trailer della stagione per sapere che si tratta di una sostituta, e che arriverà presto.

Sherlock 3.3: L'ultimo giuramento

Come da manuale, la puntata è dedicata al confronto tra Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) e il cattivo di stagione, Charles Augustus Magnussen (Lars Mikkelsen), di fino ad ora sapevamo solo che era dietro al rapimento di John Watson (Martin Freeman) e fatti successivi narrati ne La cassa vuota.

Per maggiori dettagli vedasi quello che avevo scritto in occasione della mia prima visione, qui aggiungo che è sorprendente quanti errori faccia Holmes in questa puntata. Inatteso nello schema di una serie di questo tipo, ma realistico e interessante. Lavorando di induzione, è naturale che Sherlock non ci azzecchi sempre. Spesso due o più diverse opzioni possono giustificare le sue osservazioni, e non sarebbe umano se operasse sempre la scelta corretta. Anche se nei momenti essenziali riesce sempre a calcolare almeno un passo in più degli altri.

Il difetto fondamentale di Sherlock è quello di maltrattare indegnamente chi gli sta vicino. Watson ha avuto modo di spiegargli che così non si fa, in maniera brutale ma efficace all'inizio di stagione. Qui si premurano di dargli un supplemento di spiegazioni Molly Hooper (Louise Brealey), anche se, tecnicamente, lo prende a schiaffoni forse quando avrebbe meno motivi per farlo, e Janine (Yasmine Akram). Ha anche modo di venir maltrattato da Mary Watson née Morstan (Amanda Abbington), con toni un po' sopra le righe, a dire il vero, al punto che non si capisce bene quanto è precisa lei e osso duro lui, in un gioco di responsabilità a cui è difficile dare un senso definito.

Come nella precedente puntata, vediamo Sherlock, in un momento fondamentale, fare i conti con le persone che per lui sono davvero importanti, che scopriamo essere, oltre a John, Molly, Lestrade (Rupert Graves), Mycroft (Mark Gatiss) ma soprattutto Jim Moriarty (Andrew Scott).

Bello il finale, che sembra chiudere la serie brutalmente, ma che la riprende per i capelli e ci offre un cliffhanger per la prossima stagione.

Sherlock 3.2: Il segno dei tre

Nella terza stagione non vale la regola dell'episodio centrale meno forte. Ho avuto qualche limitata perplessità su Il banchiere cieco (prima stagione) e su I mastini di Baskerville (seconda stagione), ma non qui.

In questo caso la parte del leone la fa il matrimonio tra John Hamish (*) Watson (Martin Freeman) e Mary Elizabeth Morstan (Amanda Abbington). Delle rare somiglianze con Il segno dei quattro di Conan Doyle ho parlato quando ho commentato la mia prima visione di questa puntata, ora mi limito a sottolineare come anche questa volta si sia mantenuto lo schema di accennare al supercattivo del momento nel primo episodio dell'annata, e dedicare allo scontro tra questi (**) e Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) il finale di stagione.

Succede così che in questa puntata Sherlock non ha un avversario al suo livello con cui combattere, ma passa il tempo a combattere con i suoi demoni, che sono poi il suo complesso di inferiorità nei confronti del fratello Mycroft (Mark Gatiss), l'attrazione irrisolta per Irene Adler (Lara Pulver), l'invidia per l'umanità del dottor Watson, la sua quasi totale incapacità di relazionarsi con gli umani.

(*) Il middle name del buon dottore ha un ruolo importante nello sviluppo.
(**) Jim Moriarty (Andrew Scott) nelle due precedenti stagioni.

Sherlock 3.1: La cassa vuota

Poco da aggiungere a quanto avevo scritto dopo la mia prima visione di questo episodio. Come vuole il canone (*), Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) ritorna a Londra, pescato dal fratello Mycroft (Mark Gatiss) da qualche parte nell'Europa orientale mentre si dilettava a distruggere elementi della rete di Moriarty. Mycroft si dedica di persona all'impresa, per lui enormemente spiacevole, diventando un operativo e mischiandosi con umani, perché gli è giunto un allarme molto preoccupante. Un attentato di enormi proporzioni sta per avvenire nella capitale, e Sherlock sembra essere l'unico che possa impedire la catastrofe. O forse, più semplicemente, Mycroft s'è stufato di sapere il fratellino in "vacanza" e lo vuole di nuovo tenere sotto più stretta sorveglianza.

Si bisticcia molto in questa puntata. I due fratelli Holmes, si beccano a più non posso, rinfacciandosi di tutto. Ma soprattutto Sherlock e il dottor John Watson (Martin Freeman) hanno molto da dirsi, con John che non ha mandato giù di essere lasciato all'oscuro della finta morte del consulting detective per due lunghi anni.

Rapida introduzione di Mary Morstan (Amanda Abbington), che sarà tra breve la signora Watson. La simpatia immediata e reciproca tra Mary e Sherlock dovrebbe farci sollevare un sopracciglio. Anche la povera Molly Hooper (Louise Brealey) sembrerebbe aver trovato un compagno che non sia un sociopatico, ma la silenziosa reazione di Sherlock alla sua vista potrebbe farci temere in qualche risvolto negativo.

(*) Ma non avrebbe voluto Conan Doyle, che avrebbe volentieri lasciato il suo eroe a mollo nel Reichenbach.

Sherlock 2.3: Le cascate di Reichenbach

Lo spettatore più attento avrà notato come nella precedente puntata Jim Moriarty (Andrew Scott) appaia in due brevi sequenze. In una come idea fissa di Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), nell'altra come antagonista del suo fratellone Mycroft (Mark Gatiss). Qui si tirano le conclusioni di questa partita a tre.

Sherlock e Jim sono il ritratto speculare della stessa personalità. Il consulting detective tiene a bada la sua noia nei confronti di un mondo per lui risulta troppo spesso scontato lavorando per gli "angeli", il consulting criminal lavora sul campo avverso. L'incontro li ha fatti sbarellare, Sherlock vede Jim anche dove non c'è, Jim ha trasformato Sherlock nella sua ossessione. Si può capire quando Jim abbia fatto bene i suoi compiti notando come riesca ad identificare correttamente chi siano tre amici del suo arcinemico. Se a Watson (Martin Freeman) ci arriverebbe chiunque, la signora Hudson (Una Stubbs) è un bersaglio più complicato, come pure l'ispettore Lestrade (Rupert Graves), così spesso maltrattato dal nostro. Sherlock, ovviamente, va anche oltre, riuscendo a calcolare le decisioni di Jim fino all'ultima.

Tra Sherlock e Jim c'è in mezzo Mycroft, che ha scelto di mettere la sua intelligenza al servizio dello Stato, e non capisce perché il suo dotato fratellino non voglia fare lo stesso. Il lavoro che si è scelto Mycroft ha il vantaggio di tenere impegnata costantemente la sua mente, ma ha lo svantaggio di fargli perdere il senso della misura, ancor peggio di come lo perde solitamente Sherlock.

Il titolo può risultare criptico ai meno assidui lettori di Conan Doyle, ma ne ho già parlato abbastanza nel post dedicato alla mia prima visione di questo episodio.

Sherlock 2.2: I mastini di Baskerville

Anche per la seconda stagione vale la maledizione dell'episodio di mezzo, che mi soddisfa meno degli altri. Ho controllato, e non si tratta di uno sghiribizzo del momento, pure alla prima visione ho avuto la stessa sensazione.

Come è facile intuire, questa volta l'avventura è basata su Il mastino dei Baskerville, con gli opportuni stravolgimenti che, incredibilmente, mantengono la sostanza della storia di Conan Doyle.

Come vuole il canone, gran parte dello svolgimento avviene nella campagna, lontano da Londra. Ma qui il dottor Watson (Martin Freeman) non opera, se non brevemente, disgiuntamente da Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch). Baskerville, al centro della narrativa, diventa un segretissimo centro di ricerca militare. E il cattivo, invece di affondare nelle paludi farà una diversa tragica fine, seppur in un certo senso paragonabile a quella originale.

Nell'episodio precedente si evidenziava come la focalizzazione di Sherlock sul lato intellettuale a scapito di quello affettivo avesse i suoi aspetti negativi. Qui, oltre a reiterare il punto, si ha modo di vedere quanto il consulting detective possa essere sorpreso dallo scoprire che non sempre ci si può fidare dei propri sensi.

Sherlock 2.1: Scandalo a Belgravia

Belgravia è quel quartiere londinese che confina con Buckingham Palace. In Uno scandalo in Boemia, Conan Doyle presentava Irene Adler, bella e estremamente intelligente avventuriera che minacciava un regnante mitteleuropeo riuscendo a farla franca, nonostante questi fosse ricorso ai servigi di Sherlock Holmes.

In questa versione riveduta e aggiornata dei fatti, Irene Adler (Lara Pulver) usa il sesso come arma letale, e in particolare si presenta come dominatrice in rapporti sadomaso, ottenendo un gran successo nell'alta società inglese. La Adler è in qualche modo legata a Jim Moriarty (Andrew Scott) ed è sua la telefonata al "consulting criminal" (*) proprio nel momento topico del termine della puntata precedente a risolvere uno stallo che avrebbe potuto portare ad un efferato termine anticipato della serie.

Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) e il dottor Watson (Martin Freeman), che non sanno chi fosse dall'altra parte dell'apparecchio, scopriranno l'esistenza della bella e letale Irene solo più avanti. Nel frattempo si dedicano ad un gran numero di casi, con lo scopo principale di alleviare la noia che pervade la vita holmesiana, al quale tutto appare così triviale.

Scopriamo infine che il diabolico piano di Moriarty è quello di usare foto che ritraggono una giovane donna molto vicina alla regina per attrarre Sherlock verso Irene. L'idea di Jim sarebbe quella di rovinare Mycroft Holmes (Mark Gatiss), facendo in modo che sia proprio il suo fratellino ribelle a causarne la catastrofe. Il problema è che Jim, Sherlock, Irene, Mycroft, hanno tutti menti affilatissime, ma hanno scarsissime capacità nel gestire i loro lati affettivi. Succederanno quindi cose che nessuno di loro sarebbe stato capace di immaginare.

Sconsigliata la visione in italiano. Ho sentito i primi secondi per sbaglio e ho rabbrividito. Sherlock nella nostra bella lingua ha la voce di un ragazzino saccente, Jim Moriarty quella di un imbecille. In inglese, Scott fa rizzare i capelli, in italiano fa venir voglia di prenderlo a scappellotti. La mia prima visione è stata direttamente in inglese e ai tempi mi ero risparmiato ai tempi questo shock.

(*) Tradotto malamente in italiano, perdendo il parallelo con lo sherlockiano ruolo di consulting detective.

Sherlock 1.0: Uno studio in rosa

Il pilota di una serie televisiva in genere ha un doppio scopo, convincere la produzione della validità del prodotto, e quindi far sganciare il capitale necessario per produrre un'intera stagione, e poi convincere gli spettatori che valga la pena seguire la stagione stessa. A volte la produzione non resta particolarmente convinta dal pilota, e questo viene mandato in onda per valutare la risposta del pubblico prima di impegnarsi nell'intera stagione.

Qui siamo di fronte ad un caso molto peculiare. La BBC aveva sganciato il necessario (*) per la produzione di questo pilota, chiedendo che durasse un ora. Visto il risultato, hanno deciso che non era necessario attendere il responso del pubblico e hanno dato l'ok per la produzione dell'intera stagione, chiedendo però che le puntate durassero mezz'ora di più.

Difficile modificare questo episodio per gonfiarlo a novanta minuti senza rischiare di fare una mezza porcheria. E allora si è deciso di aggiustare la sceneggiatura e di rigirare tutto quanto cambiando quel che c'era da cambiare.

Il pilota originale così non è mai stato trasmesso, e lo si può vedere adesso come bonus allegato alla prima stagione in DVD. Vale la pena di guardarselo? Sì, ma solo per i fan della serie, direi.

Gran parte dell'azione è contenuta, con cambiamenti minimi (**), nel primo episodio come è conosciuto al mondo. Le aggiunte riguardano la partecipazione di Mycroft Holmes e gli accenni a Moriarty. La seconda circostanza concorre anche a rendere il caso del serial killer slegato da quanto avverrà nei successivi episodi.

Un difetto di questa prima versione è nello spiegone che illustra i punti oscuri del caso. Nella versione lunga, sparisce e i particolari vengono portati alla nostra conoscenza nel corso dello svolgimento dei fatti. In compenso, ci sono anche alcuni particolari, poi rimossi, che sono simpatici da vedere. Come nel finale, quando si esplicita sia che l'ispettore Lestrade (Rupert Graves) ha capito come sono andate le cose, anche se evita di dirlo per non creare inutili problemi, sia che Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) ha, tra i suoi innumerevoli difetti, anche la gran vanità di volere un pubblico a cui mostrare le sue capacità, e la difficoltà di sottrarsi ad una sfida che metta alla prova le sue capacità intellettive.

(*) Una cosetta come un milioncino, facendo i conti in Euro.
(**) Scopriamo ad esempio che il ristorantino take-away sotto all'appartamento della signora Hudson (Una Stubbs) aveva in questa versione il suo nome.

Sherlock 1.3: Il grande gioco

Misteriosamente da me sottovalutato alla prima visione, è cresciuto per conto suo nella mia considerazione col passare del tempo, e adesso, rivedendolo, me lo sono goduto appieno.

Pur avendo a disposizione anche il doppiaggio italiano, ho preferito passare immediatamente a quello originale. La voce italiana di Holmes, almeno a mio gusto, non si può proprio sentire.

Interessante il prologo, che poco o nulla ha a che fare con lo sviluppo della puntata, ma riesce a trasformare in commedia una chiacchierata tra Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) e un delinquente bielorusso.

La sceneggiatura (Mark Gatiss) è un diligente collage di elementi provenienti da numerosi racconti di Conan Doyle, con l'aggiunta di particolari spuri, come il gigantesco killer slavo (John Lebar) noto con il nome d'arte di Golem, fra tutti emerge L'avventura dei progetti Bruce-Partington incrociata però ad un pericoloso gioco al massacro condotto da Jim Moriarty, che mostra di essere una specie di alter ego di Sherlock, però dedito al male.

Holmes, sotto lo sguardo sbigottito del buon Lestrade (Rupert Graves) e quello preoccupato del dottor Watson (Martin Freeman), risolve un numero impressionante di casi, per giungere ad un finale esplosivo in una piscina. Luogo topico per Moriarty, che, come abbiamo scoperto un'ora prima, ha forse fatto la sua irrevocabile scelta di campo proprio lì, venti anni prima.

Sherlock 1.2: Il banchiere cieco

Il dottor Watson (Martin Freeman) ha qualche problema ad adattarsi all'amicizia con Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), così disinteressato alle piccolezze della vita di tutti i giorni, e con una vita parallela che include assassini mascherati della quale non sembra voler rendere edotto, se proprio non sia necessario, il suo companion.

Il caso di questa puntata verte su una banda cinese dedita al traffico di opere d'arte. Qualcuno ha tradito, e loro, che non vanno per il sottile, ammazzano prima di chiedere.

Brillano per la loro assenza Lestrade, qui sostituito da un insipido Dimmock, e il fratellone di Sherlock. Watson, dopo aver fallito miserabilmente l'approccio con una bella fanciulla nell'episodio precedente, sembra aver maggior successo con Sarah (Zoe Telford), che sarebbe poi la sua capa in un lavoro temporaneo che ha trovato.

Confermo le mie perplessità che avevo avuto alla prima visione, sembra un episodio scritto con la mano sinistra. Anche se il risultato è comunque superiore a quello di serie simili, anche al loro meglio.

Sherlock 1.1: Uno studio in rosa

Come ogni buon pilota di una serie, ha lo scopo di mostrare chi sono i personaggi principali, in che ambiente si muovono, e cosa ci si può aspettare dagli altri episodi. Il titolo stesso è un indizio non trascurabile, essendo una evidente reinterpretazione del primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle (*) dedicato alle avventure di Sherlock Holmes.

Si parte spiegandoci che John Watson (Martin Freeman) è, come vuole la tradizione, un medico militare che è appena tornato in patria dopo aver combattuto in Afghanistan. La differenza sostanziale è che siamo ai nostri giorni. Il dottore sembra soffrire di un disturbo post-traumatico da stress in seguito all'esperienza, e non sembra che il supporto psicologico che ha gli possa giovare molto. Per sua fortuna incontra un vecchio amico, che lo introduce ad un pazzo scatenato (**), Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), cosa che cambierà radicalmente la vita di entrambi.

I due vanno a vivere al 221/B di Baker Street, come affittuari della dolcemente svitata signora Hudson (Una Stubbs), il che, essendo cambiati i tempi, crea spesso l'equivoco che i due siano una coppia romantica, cosa che non fa nè caldo nè freddo a Sherlock ma che crea qualche dispiacere al buon dottore.

Facciamo la conoscenza dell'investigatore Lestrade (Rupert Graves) di Scotland Yard che, contrariamente all'originale, tiene in gran considerazione Holmes, e non vuole semplicemente sfruttare le sue capacità induttive come faceva l'originale. Entrano subito nell'intrigo anche il fratello maggiore di Sherlock, Mycroft, e il supercattivo Moriarty.

Il caso ha una certa somiglianza con quello originale, ma è stato frullato e adattato al punto tale che lo spoiler risulta limitato e l'episodio mantiene comunque un'alta godibilità anche dal punto dello sviluppo giallo.

Rispetto alla mia prima visione, questa volta mi sono goduto di più gli sviluppi sul versante umoristico, perché conosco meglio i personaggi, e perché questa volta l'ho visto in italiano. In negativo, la voce originale di Cumberbatch è estremamente più interessante di quella del doppiatore italiano, profonda e con un non so che di minaccioso che meglio si addice al personaggio. In italiano sembra più di avere a che fare con un teenager petulante.

(*) Uno studio in rosso. In originale A study in scarlet diventa A study in pink.
(**) Che più avanti nella narrazione ci terrà a specificare di non essere uno psicopatico bensì un sociopatico altamente funzionale.

Poirot 4.3: Poirot non sbaglia

Cattiva idea, a mio modesto avviso, schierare questo adattamento del romanzo di Agatha Christie (*) subito dopo Delitto in cielo, con il quale condivide lo svolgimento a sorpresa, in cui solo nel lunghissimo spiegone finale ci viene presentato un particolare che rende comprensibile l'azione dell'omicida, e la presenza di un personaggio fondamentale che appare per gran parte del tempo sotto mentite spoglie.

La trama è qui molto più complicata, c'è un continuo entrare e uscire di scena di personaggi che agiscono senza che si abbia modo di approfondire il senso della loro presenza. La produzione si deve essere resa conto che se avessero mantenuto l'impostazione originaria, ci sarebbe stata una rivolta tra gli spettatori, e così ha lasciato che la sceneggiatura (Clive Exton) rivoluzionasse la struttura del racconto, aggiungendo un introduzione spuria che fa da gigantesco spoiler rendendo chiaro quello che altrimenti sarebbe impossibile da capire. Ci sono anche alcuni ritocchi, come la scomparsa di un personaggio secondario, il che semplifica la vicenda con gli effetti collaterali di alleggerire il tema politico, togliere spessore al personaggio interpretato da Sara Stewart e rendere meno antipatico quello di Christopher Eccleston.

Tutto sembra ruotare attorno al dentista di Poirot (David Suchet) che inopinatamente si suicida poco dopo aver lavorato sul suo spaventato cliente. O meglio, a Japp (Philip Jackson) sembra che sia un chiaro caso di suicidio, Poirot è meno convinto. Anche Japp inizia a dubitarne quando scopre che l'ultimo cliente (Kevork Malikyan) ad aver visto vivo il dentista muore anch'esso, e poi un'altra cliente scompare misteriosamente senza lasciar tracce.

Un importante banchiere, che ha pure un rilevante peso politico, potrebbe essere il vero bersaglio di questa moria, e questo mette in una luce sinistra un tipaccio (Eccleston) che fa il filo all'impiegata del dentista e che trova incongruamente lavoro come giardiniere del banchiere. Altre cose strane succedono a rendere apparentemente insensato tutto quanto, senonché alla fine si scopre che ...

(*) One, two, buckle my shoe, 1940. Il titolo riprende una filastrocca usata dai bambini per giocare a campana, o meglio ad una sua versione inglese. Simpatica l'idea di reiterarla nella colonna sonora, arrangiandola in svariati modi, alcuni dei quali degni di un film horror.

Poirot 4.2: Delitto in cielo

A mio gusto, meno riuscito del primo episodio di quest'annata (*), La serie infernale, e non tanto per colpa della sceneggiatura (**) quanto per la struttura del racconto originale di Agatha Christie (***) che segue il paradigma secondo il quale l'investigatore, che qui è ovviamente Hercule Poirot (David Suchet), scopre a nostra insaputa degli elementi fondamentali che ci verranno rivelati solo nello spiegone finale.

L'essenza della storia è semplice. In un volo tra Parigi e Londra, Madame Giselle (Eve Pearce), che campa facendo prestiti con tassi usurai, viene uccisa con del veleno. Poirot era seduto poco lontano ma, sfortunatamente, si era appisolato e corre pure il rischio di essere incriminato quando viene ritrovata una cerbottana sudamericana in un vano portaoggetti del suo sedile. In molti avrebbero motivi per volere una prematura dipartita della madama, tra cui il vero colpevole, del quale però scopriremo le ragioni solo nel finale.

Tra i punti di interesse c'è l'ambientazione parigina. Non si entra nei dettagli, sembra che Poirot si sia preso una vacanza, forse stufo di sentir parlare inglese. La produzione ne approfitta per far incontrare l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) con un suo omologo francese della Sûreté, con qualche momento di comicità non disprezzabile.

(*) Composta da sole tre puntate, anche se tutte e tre sono doppie, per una durata di poco superiore ai cento minuti ognuna.
(**) William Humble è qui meno brillante di Clive Exton là, ma tutto sommato non fa un cattivo lavoro.
(***) Death in the clouds, 1935.

Poirot 4.1: La serie infernale

A mia parziale discolpa potrei dare la colpa alla mia recente fruizione della prima stagione di Elementary, dove fin troppo spesso (*) si ricorre alla scorciatoia di definire il "cattivo" come malato di mente, il che permette di fargli fare cose assurde con il solo scopo apparente di mettere alla prova l'astuto investigatore di turno. Ma la verità è che questa volta Agatha Christie mi ha beccato, e per lungo tempo sono rimasto convinto che anche qui si usava il consunto stratagemma sopra indicato, nonostante un buon numero di indizi che mi avrebbero dovuto far alzare le orecchie.

Il capitano Hastings (Hugh Fraser) torna da un suo viaggio in Sudamerica e trova Hercule Poirot (David Suchet) che scalpita per lavorare ad un nuovo caso, il quale viene annunciato da una misteriosa lettere anonima che sfida il nostro a prevenire un reato. Impossibile anche per Poirot capire di che si tratta, e così una dolce vecchina ci lascia le penne. Passa qualche giorno e lo sfidante agisce di nuovo, eliminando una giovine donna di belle speranze. Prima che ci si possa raccapezzare, terza vittima, un facoltoso nobiluomo di campagna.

Hastings, Poirot, l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) brancolano nel buio, ma noi sappiamo che un omarino, tal Alexander Bonaparte Cust (Donald Sumpter) si comporta in modo molto strano e ha tutte le caratteristiche per risultare un buon colpevole. Al punto che al quarto omicidio lo stesso Cust decide di costituirsi per interrompere la serie mortale.

Ci sono però molte incongruenze, che non sono attribuibili però alla scrittura bensì a debolezze del diabolico piano del vero colpevole. Che, a dire il vero, mi è sembrato troppo diabolico per essere plausibile. Da notare che la soluzione del caso è tutta basata su indizi e, con tutta probabilità, il colpevole, se si mette nelle mani di un buon avvocato, finirà per evitare il capestro.

Ottima come al solito la produzione, le scenografie e la recitazione un po' di tutti quanti, nota di merito per la guest star Sumpter. Simpatico l'adattamento di Clive Exton che aggiunge alla trama gialla (**), come spesso accade, numerose sottotrame di una felpata comicità britannica che aggiungono valore e godibilità alla visione.

Il brutto titolo italiano mantiene il riferimento a quello usato per la versione cartacea risalente al tempo che fu, in originale era The A.B.C. murders.

(*) Vedasi ad esempio il terzo episodio, L'uomo dei palloncini.
(**) Che del resto è rispettata quasi completamente, come mi sono accertato in seguito.

Elementary 1.24: Moriarty

La distribuzione italiana si deve essere trovata in imbarazzo nel gestire il titolo originale, Heroine, che da noi si traduce con Eroina, assumendo il duplice senso di donna eroica e di sostanza stupefacente (*), e hanno preferito inventarselo di sana pianta, puntando sul fatto che qui, finalmente, si scopre chi è Moriarty (Natalie Dormer) e cosa vuole da Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Questo è dunque il cuore dell'intera stagione. Che dal mio punto di vista sarebbe anche accettabile se non fosse che ci sono volute due dozzine di puntate per arrivarci.

Si parte ricucendosi alla puntata precedente, che è così strettamente legata a questa da creare un doppio episodio (**) di cui la prima parte m'è sembrata eccessivamente spiegosa, quindi troppo lenta, esclusivamente funzionale a questa seconda parte in cui si sviluppa il caso che, come spesso accade in questa serie, richiede una notevole dose di complicità da parte dello spettatore, chiamato ad accettare svariati dettagli tendenti all'inverosimile.

Scopriamo così che il diabolico piano della Moriarty (***) è robetta da finanza creativa che poteva essere pensata da un qualunque finanziere d'assalto (°). Ella vuole infatti sabotare l'entrata della Macedonia (°°) nell'Unione Europea. Nella finzione di questo universo parallelo, infatti, nel 2013 si è trovato un accordo nominalistico che deve essere ratificato con referendum. Tutti sembrano felici e contenti, e si suppone dunque una sua facile vittoria. Moriarty scommette pesantemente contro (°°°), e punta su di un sanguinoso colpo di scena per far pendere la bilancia dalla sua parte.

Sherlock Holmes intuisce buona parte del piano ma non riesce ad agire in quanto bloccato tutte le cose di cui è meglio non dire qui (§), fortuna vuole che proprio in questa circostanza la dottoressa Joan Watson (Lucy Liu) riesca a dimostrare di che pasta sia fatta e a salvare la giornata.

(*) In inglese sono due parole diverse, la sostanza è heroin, senza la e finale. Credo che Robert Doherty (ideazione e sceneggiatura) volesse giocare sulla forte assonanza, in quanto entrambi i termini hanno il loro peso in questa puntata.
(**) La prima visione CBS prevedeva appunto la visione consecutiva, da noi si è preferito trattarli separatamente.
(***) In questa versione non sembra che abbia un titolo professorale, ma sappiamo davvero poco del personaggio, se non che è un genio del male nel solco tracciato da sir Conan Doyle.
(°) Ma, viste le cifre in ballo, dotato in un consistente portafoglio.
(°°) O meglio, La Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, come viene spesso indicata in seguito alle rimostranze greche sull'uso del nome di quella che è anche una loro regione.
(°°°) I dettagli della scommessa sono campati in aria e vivono nel reame dell'insensatezza. Meglio avrebbero fatto a restare nel generico.
(§) Perché è proprio suoi motivi di questo blocco che verte l'interesse dell'episodio.

Elementary 1.23: Peonie

Dicesi spiegone quella pausa nell'azione in cui il narratore obbliga i personaggi a innaturali spiegazioni che hanno senso solo dalla prospettiva del pubblico. A volte il senso dello spiegone sta nel dubbio che lo spettatore abbia bisogno di un aiutino per capire cosa sia successo. Vedasi come esempio di questo caso il mitologico monologo dello psichiatra sul finire dello Psycho di Alfred Hitchcock (1960 *). Il Maestro doveva aver seri e legittimi dubbi su cosa potesse pensare uno spettatore medio del caso in questione, e probabilmente quello che oggi sembra completamente inutile ai tempi doveva essere a molti sembrato necessario.

Altre volte lo spiegone serve per mettere al corrente di cose di cui fino al quel momento si era parlato poco o niente. Invito a cena con delitto (1976) illustra molto bene e con notevole verve comica (**) quanto questo spesso indispettisca il fruitore dell'opera.

Nella serialità più smaccata, lo spiegone è un espediente per ricordare ai distratti cosa sta accadendo e perché.

Questa puntata è un raro esempio di mega-spiegone. Praticamente l'intero episodio è dedicato a spiegare il punto chiave di tutta la stagione, che del resto è stata costellata da spiegoni che hanno imperversato in molti episodi.

La puntata precedente era finita con la rivelazione che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) aveva sprecato un paio di anni della sua vita, oltre ad aver rischiato la morte per abuso di droghe, per la causa sbagliata. La sua amata Irene Adler (Natalie Dormer) è viva, e non morta come lui credeva.

Un noiosissimo flash-back sulla storia londinese di Sherlock e Irene occupa gran parte del tempo, mentre l'azione corrente, a New York, verte sulla storia corrente tra i due piccioncini, con Sherlock che cerca di capire il piano di Moriarty e come può salvare capra (Irene) e cavoli (sconfiggere il suo arcinemico). Colpo di scena finale, scopriamo la vera identità di Moriarty, il che rende il compito di Holmes ancora più impervio.

Nota di demerito alla distribuzione italiana, che ha dato a questo episodio, in originale The woman (***), come anche l'originale Holmes chiamava la Adler, in un titolo di una bruttezza unica.

(*) Riproposto pari pari nel remake di Gus Van Sant (1998), ovviamente meglio vedersi l'originale.
(**) E voglio vedere, con una sceneggiatura firmata da Neil Simon e un cast stellare come se ne sono visti pochi.
(***) La donna, con lo stress sull'articolo, a sottolineare come per Holmes la Adler sia quasi l'unica donna al mondo degna di questo nome.