Settimo e ultimo episodio della prima annata firmata Granada delle avventure di Sherlock Holmes, interpretato da Jeremy Brett.
E' una puntata natalizia, e sono (quasi) tutti più buoni. A morire sono solo le tradizionali oche, che nel nord Europa abbondano sulle tavole di Natale. O meglio, le morti ci sarebbero pure, ma avvengono tutte prima dell'inizio della storia.
Al centro c'è infatti la solita pietra preziosa maledetta, giunta a Londra lasciando dietro di sé una scia di sangue. Bizzarria di Conan Doyle vuole che la pietra sia identificata col nome medioevale di carbonchio, anche se poi si dice che è stata trovata solo un paio di decenni prima. Inoltre il carbonchio è il nome che ai tempi si dava alle pietre preziose rosse in generale, e ai rubini in particolare. Ma questa, inesplicabile scherzo della natura, è azzurra.
La pietra viene rubata ad una nobildonna che appare antipatica a prima vista, e riappare misteriosamente nello stomaco di un'oca. Holmes e Watson (David Burke) risalgono il percorso del palmipede e giungono a chiarire l'arcano.
La versione televisiva risolve qualche dettaglio problematico lasciato dall'autore, anche se introduce altri. Ad esempio Holmes si tiene la pietra (!) invece di restituirla alla legittima proprietaria, mettendola in un cassetto in cui tiene i suoi tesori. Credo che lo scopo sia quello di farci vedere che in quel cassetto c'è la foto di Irene Adler, da lui acquisita in Scandalo in Boemia.
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La banda maculata
Come al solito molto aderente al racconto originale di Conan Doyle, L'avventura della banda maculata. In questo caso mantenendo pure l'incongruità del mezzo con cui il crimine viene commesso e mostrandoci uno Sherlock Holmes (Jeremy Brett) che inventa il nome di una specie animale e del dottor Watson (David Burke) che, pur avendo vissuto in India, non gli fa notare i suoi errori.
La cliente del consulting detective è la non più giovanissima Helen Stoner (Rosalyn Landor) che sta per abbandonare la casa del suo patrigno per convolare a tardive nozze. Ma già due anni primi la sorella era stata sul punto di sposarsi ed era invece morta biascicando qualcosa a proposito di una banda maculata di cui bisognerebbe diffidare.
Holmes fa sfoggio di forza bruta raddrizzando una barra di metallo che altri ha piegato credendo di impressionarlo, e anche della sua solita poca sensibilità, sostenendo che i medici possono diventare i più crudeli assassini, dimenticando la professione del suo affezionato compare.
La cliente del consulting detective è la non più giovanissima Helen Stoner (Rosalyn Landor) che sta per abbandonare la casa del suo patrigno per convolare a tardive nozze. Ma già due anni primi la sorella era stata sul punto di sposarsi ed era invece morta biascicando qualcosa a proposito di una banda maculata di cui bisognerebbe diffidare.
Holmes fa sfoggio di forza bruta raddrizzando una barra di metallo che altri ha piegato credendo di impressionarlo, e anche della sua solita poca sensibilità, sostenendo che i medici possono diventare i più crudeli assassini, dimenticando la professione del suo affezionato compare.
L'uomo difforme
Altro titolo mal scelto dalla distribuzione italiana. In questo caso mi ha fatto pensare all'uomo in ammollo di Franco Cerri. Tratto dalla raccolta The memoirs of Sherlock Holmes, il titolo scelto da Conan Doyle è The adventure of the crooked man, solitamente reso in italiano come Il caso dell'uomo deforme. Che poi, a ben vedere, è un mezzo spoiler.
Succede che Sherlock Holmes (Jeremy Brett) viene quasi costretto dal dottor Watson (David Burke) ad occuparsi di un caso in ambiente militare. A Holmes i militari non stanno molto simpatici, e non fa nulla per nasconderlo. Watson invece ha avuto un passato come medico nell'esercito, e gli è rimasta una attrazione per le divise e la vita di caserma.
Il colonnello Barkley è morto di morte violenta e, non essendo stato per niente popolare, questo non sarebbe un problema, se non fosse che la moglie Nancy è la principale indiziata del fatto. E questo sarebbe uno scandalo per l'intera guarnigione. Purtroppo Nancy è caduta in uno stato catatonico (per comodità dello svolgimento della trama, più che altro), e quindi l'indagine deve essere condotta senza poter chiedere nulla a lei, come sarebbe invece naturale.
Seguendo certi indizi si arriva al povero disgraziato che dà il titolo all'avventura, il quale parte in uno spiegone spericolato che soddisfa il consulting detective e, devo dire, anche lo spettatore / lettore.
Come al solito in questa versione holmesiana della Granada, grande aderenza al testo, con alcune piccole varianti. Questo racconto è noto in quanto è l'unico (credo) in cui Holmes sbotta in un "Elementare!" che è invece diventato nel gergo comune quasi un suo tic. In questa versione televisiva è invece Watson a prendersi gioco di Holmes, scoprendogli nel finale un suo colpo di teatro e dicendogli che, caro Holmes, era stato elementare capire che aveva barato.
Succede che Sherlock Holmes (Jeremy Brett) viene quasi costretto dal dottor Watson (David Burke) ad occuparsi di un caso in ambiente militare. A Holmes i militari non stanno molto simpatici, e non fa nulla per nasconderlo. Watson invece ha avuto un passato come medico nell'esercito, e gli è rimasta una attrazione per le divise e la vita di caserma.
Il colonnello Barkley è morto di morte violenta e, non essendo stato per niente popolare, questo non sarebbe un problema, se non fosse che la moglie Nancy è la principale indiziata del fatto. E questo sarebbe uno scandalo per l'intera guarnigione. Purtroppo Nancy è caduta in uno stato catatonico (per comodità dello svolgimento della trama, più che altro), e quindi l'indagine deve essere condotta senza poter chiedere nulla a lei, come sarebbe invece naturale.
Seguendo certi indizi si arriva al povero disgraziato che dà il titolo all'avventura, il quale parte in uno spiegone spericolato che soddisfa il consulting detective e, devo dire, anche lo spettatore / lettore.
Come al solito in questa versione holmesiana della Granada, grande aderenza al testo, con alcune piccole varianti. Questo racconto è noto in quanto è l'unico (credo) in cui Holmes sbotta in un "Elementare!" che è invece diventato nel gergo comune quasi un suo tic. In questa versione televisiva è invece Watson a prendersi gioco di Holmes, scoprendogli nel finale un suo colpo di teatro e dicendogli che, caro Holmes, era stato elementare capire che aveva barato.
Il ciclista solitario
Pare che a Conan Doyle questo racconto non piacesse molto, e inizialmente l'avesse scritto limitando al minimo indispensabile lo spazio a disposizione di Sherlock Holmes. L'editore, che ben aveva il polso della situazione, glielo rimandò indietro. Anche nella versione accettata, Holmes continua ad essere meno presente del solito, ma ha comunque modo di sfoggiare il suo brutto carattere in più occasioni, e persino di fare a pugni con un brutto soggetto.
In questa versione televisiva si aggiunge il particolare comico di un esperimento chimico che sembra ricollegarsi a quello visto nel precedente episodio. Holmes (Jeremy Brett) cerca di eseguirlo all'inizio di puntata, ma viene interrotto dall'arrivo della cliente di turno, Miss Violet Smith (Barbara Wilshere). Verrà perciò rimandato nel finale, con esito catastrofico.
Scintille nella relazione tra Holmes e Watson (David Burke), con il secondo che viene tacciato dal primo di aver condotto malamente la parte di investigazione che gli era stata richiesta. Fortuna che il dottore conosce il suo compare e non se ne ha troppo a male.
Miss Violet insegna musica, viene accolta da Mr.Carruthers (John Castle) nella sua casa per badare all'istruzione della figlia ma ottiene lo spiacevole effetto collaterale, per lei che è già fidanzata, di attirare proposte di matrimonio inattese. Inoltre, nel suo tragitto dalla stazione al maniero di campagna, nota uno ciclista che la segue a distanza, non si capisce bene con quali intenzioni.
Holmes ha anche modo di far brillare il suo lato compassionevole, spendendosi in prima persona per ridurre la pena di uno dei malviventi alla base del mistero, quando si renderà conto delle sue circostanze attenuanti.
In questa versione televisiva si aggiunge il particolare comico di un esperimento chimico che sembra ricollegarsi a quello visto nel precedente episodio. Holmes (Jeremy Brett) cerca di eseguirlo all'inizio di puntata, ma viene interrotto dall'arrivo della cliente di turno, Miss Violet Smith (Barbara Wilshere). Verrà perciò rimandato nel finale, con esito catastrofico.
Scintille nella relazione tra Holmes e Watson (David Burke), con il secondo che viene tacciato dal primo di aver condotto malamente la parte di investigazione che gli era stata richiesta. Fortuna che il dottore conosce il suo compare e non se ne ha troppo a male.
Miss Violet insegna musica, viene accolta da Mr.Carruthers (John Castle) nella sua casa per badare all'istruzione della figlia ma ottiene lo spiacevole effetto collaterale, per lei che è già fidanzata, di attirare proposte di matrimonio inattese. Inoltre, nel suo tragitto dalla stazione al maniero di campagna, nota uno ciclista che la segue a distanza, non si capisce bene con quali intenzioni.
Holmes ha anche modo di far brillare il suo lato compassionevole, spendendosi in prima persona per ridurre la pena di uno dei malviventi alla base del mistero, quando si renderà conto delle sue circostanze attenuanti.
Il patto navale
Nonostante il nome scelto da Granada per le prime due stagioni di questa serie sia The adventures of Sherlock Holmes, anche questo episodio, terzo in ordine di uscita, è tratto da un'altra collezione, in questo caso The Memoirs of Sherlock Holmes. Bisogna però non farsi ingannare dalla distribuzione italiana, che le ha cambiato nome rispetto al più canonico Il trattato navale. In originale era The Adventure of the Naval Treaty. Per quanto mi possa ricordare, la sceneggiatura segue senza tentennamenti il testo di Conan Doyle.
Il duo Jeremy Brett - David Burke funziona a meraviglia. Un po' meno la regia e i personaggi minori. C'è da dire che al povero David Gwillim è capitato di dover interpretare il ruolo di un improbabile piccolo funzionario ministeriale, Percy Phelps, che cade in una specie di deliquio quando si rende conto di essere stato derubato di un documento molto delicato, per l'appunto un trattato tra Regno Unito e Italia per faccende della marina militare, in funzione anti francese.
La poco ortodossa debolezza di nervi di Phelps è necessaria alla trama, per giustificare la sua lunga permanenza in una stanza, che porterà a strani movimenti che, a loro volta, metteranno sulla giusta strada Holmes per risolvere il mistero.
Finalmente un successo pieno per il nostro consulting detective, anche se il suo amore per il colpo di teatro lo spinge ad una azione rischiosa, col risultato di procurarsi una leggera ferita per mano del cattivo di turno.
Il duo Jeremy Brett - David Burke funziona a meraviglia. Un po' meno la regia e i personaggi minori. C'è da dire che al povero David Gwillim è capitato di dover interpretare il ruolo di un improbabile piccolo funzionario ministeriale, Percy Phelps, che cade in una specie di deliquio quando si rende conto di essere stato derubato di un documento molto delicato, per l'appunto un trattato tra Regno Unito e Italia per faccende della marina militare, in funzione anti francese.
La poco ortodossa debolezza di nervi di Phelps è necessaria alla trama, per giustificare la sua lunga permanenza in una stanza, che porterà a strani movimenti che, a loro volta, metteranno sulla giusta strada Holmes per risolvere il mistero.
Finalmente un successo pieno per il nostro consulting detective, anche se il suo amore per il colpo di teatro lo spinge ad una azione rischiosa, col risultato di procurarsi una leggera ferita per mano del cattivo di turno.
I pupazzi ballerini
Come seconda avventura da portare sullo schermo, quelli di Granada hanno scelto The adventure of the dancing men, che solitamente in italiano viene tradotta come L'avventura degli omini danzanti. Il titolo che ha scelto la distribuzione italiana fa più pensare a Dylan Dog (Giuda ballerino!) che al consulting detective di Conan Doyle, ma la realizzazione continua ad essere molto fedele alla lettera.
Curioso che si sia scelta ancora una storia in cui Sherlock Holmes (Jeremy Brett) non stravince. Se nella prima puntata pareggiava, qui ottiene una vittoria ai punti, facendo sì arrestare Abe, il cattivo di turno, ma arrivando molto vicino a perdere i suoi clienti. Considerando che Gli uomini danzanti non fanno parte della prima raccolta che dà anche il titolo all'intera stagione bensì de Il ritorno di Sherlock Holmes, vien da pensare che si sia intenzionalmente mostrato subito come Holmes, nonostante la sua genialità, non sia imbattibile.
Questa volta a portarlo sull'orlo del disastro è la sua tendenza ad agire solo quando è certo della soluzione. E qui, dovendo aspettare una risposta dalla polizia di Chicago per accertarsi dell'identità di Abe, perde tempo prezioso.
La coppia Holmes - Watson (David Burke) funziona a meraviglia. Il punto debole è semmai la regia, televisiva e molto anni ottanta, ma è già tutto dichiarato dalla produzione.
Curioso che si sia scelta ancora una storia in cui Sherlock Holmes (Jeremy Brett) non stravince. Se nella prima puntata pareggiava, qui ottiene una vittoria ai punti, facendo sì arrestare Abe, il cattivo di turno, ma arrivando molto vicino a perdere i suoi clienti. Considerando che Gli uomini danzanti non fanno parte della prima raccolta che dà anche il titolo all'intera stagione bensì de Il ritorno di Sherlock Holmes, vien da pensare che si sia intenzionalmente mostrato subito come Holmes, nonostante la sua genialità, non sia imbattibile.
Questa volta a portarlo sull'orlo del disastro è la sua tendenza ad agire solo quando è certo della soluzione. E qui, dovendo aspettare una risposta dalla polizia di Chicago per accertarsi dell'identità di Abe, perde tempo prezioso.
La coppia Holmes - Watson (David Burke) funziona a meraviglia. Il punto debole è semmai la regia, televisiva e molto anni ottanta, ma è già tutto dichiarato dalla produzione.
Scandalo in Boemia
Primo episodio della prima stagione, che ha il titolo complessivo di Le avventure di Sherlock Holmes, sul consulting detective per la rete televisiva privata inglese Granada. E in effetti A scandal in Bohemia è il primo racconto della raccolta The adventures of Sherlock Holmes. Uno studio in rosso e Il segno dei quattro ne sono restati fuori, perché non pubblicati sullo Strand Magazine come gli altri.
Si segue quasi alla lettera il racconto di Sir Arthur Conan Doyle, con il prossimo re di Boemia che chiede a Holmes (Jeremy Brett) di recuperare la foto che lo ritrae con la avventuriera Irene Adler (Gayle Hunnicutt) e che questa gli nega. Un paio di travestimenti e qualche azzardo sembrano bastare per ottenere lo scopo, ma la Adler si rivela un osso duro e, se non una sconfitta, direi che il match si può considerare un pareggio.
La differenza più grossa che ho notato è che il dottor Watson (David Burke) risulta ancora scapolo, mentre credo che nel racconto risultasse già ammogliato. Inoltre, nel finale si vede la Adler distruggere la foto, e anche questa credo sia una aggiunta dello sceneggiatore.
Si segue quasi alla lettera il racconto di Sir Arthur Conan Doyle, con il prossimo re di Boemia che chiede a Holmes (Jeremy Brett) di recuperare la foto che lo ritrae con la avventuriera Irene Adler (Gayle Hunnicutt) e che questa gli nega. Un paio di travestimenti e qualche azzardo sembrano bastare per ottenere lo scopo, ma la Adler si rivela un osso duro e, se non una sconfitta, direi che il match si può considerare un pareggio.
La differenza più grossa che ho notato è che il dottor Watson (David Burke) risulta ancora scapolo, mentre credo che nel racconto risultasse già ammogliato. Inoltre, nel finale si vede la Adler distruggere la foto, e anche questa credo sia una aggiunta dello sceneggiatore.
Star Trek III: Alla ricerca di Spock
In pratica si tratta di una postilla al precedente capitolo al fine di mettere a posto alcune cosettine. Sparisce misteriosamente Carol Marcus, antica fiamma dell'ammiraglio Kirk (William Shatner) che non viene nemmeno citata. Il loro figlio David (Merritt Butrick) si prende tutto il merito del progetto Genesis, che si rivela però essere fallimentare, cosicchè il ragazzotto finisce per assumersene tutte le responsabilità e poi uscire dalla saga (invero Butrick apparirà in un episodio della serie televisiva nella variante Next Generation ma per interpretare un personaggio che nulla ha a che fare con David). Non credo che oggi, a distanza di trent'anni dall'uscita del film, nessuno abbia dubbi sul fatto che la ricerca del titolo sia fruttuosa e positiva. Nonostante Spock (Leonard Nimoy) fosse morto alla fine di ST2, la fortunata concomitanza di pratiche vulcaniane per il trasferimento mentale ed inattesi effetti collaterali del progetto Genesis faranno in modo che tutto vada per il meglio.
Il lato tragico, per i trekker, sta nella distruzione della vecchia NCC 1701 Enterprise. Già era stata declassata a nave scuola, qui è considerata obsoleta dalla flotta e, usata illegalmente dai soliti noti che simpaticamente la rinominano informalmente Kobayashi Maru, viene alla fine fatta esplodere per far sì che non cada in mani klingoniane.
La regia di Leonard Nimoy sembra mirare ad una sorta di mediazione tra i toni altisonanti di ST1 e quelli più televisivi e familiari di ST2. Formula che a tratti funziona, a tratti non mi ha convinto. In ogni caso anche questo episodio mi pare per il solo uso e consumo di chi abbia precedentemente visto, e abbia gradito, le serie televisive.
Il lato tragico, per i trekker, sta nella distruzione della vecchia NCC 1701 Enterprise. Già era stata declassata a nave scuola, qui è considerata obsoleta dalla flotta e, usata illegalmente dai soliti noti che simpaticamente la rinominano informalmente Kobayashi Maru, viene alla fine fatta esplodere per far sì che non cada in mani klingoniane.
La regia di Leonard Nimoy sembra mirare ad una sorta di mediazione tra i toni altisonanti di ST1 e quelli più televisivi e familiari di ST2. Formula che a tratti funziona, a tratti non mi ha convinto. In ogni caso anche questo episodio mi pare per il solo uso e consumo di chi abbia precedentemente visto, e abbia gradito, le serie televisive.
Boy meets girl
Tra teatro dell'assurdo, surrealismo, esistenzialismo, sperimentalismo, impressionismo, e semplice desiderio di infastidire lo spettatore, il primo lungometraggio di Leos Carax racconta in un bel bianco e nero e con notevole maestria tecnica la storia d'amore tra Alex (Denis Lavant) e Mirelle (Mireille Perrier) ostacolata da una serie di avvenimenti poco chiari, una valanga di parole, e lo scarso interesse della protagonista per lo stare al mondo.
Colonna sonora quasi assente, che fa risaltare i pochi minuti di musica d'ambiente per piano solo e un paio di brani di David Bowie e dei Dead Kennedy.
Colonna sonora quasi assente, che fa risaltare i pochi minuti di musica d'ambiente per piano solo e un paio di brani di David Bowie e dei Dead Kennedy.
Ghostbusters - Acchiappafantasmi
Vedendolo oggi, è comprensibile che si possa non apprezzare questo strano incrocio tra commedia da college e blockbuster dagli effetti speciali mirabolanti (per quei tempi). Ai tempi, invece, è piaciuto un po' a tutti. Tra i non molti detrattori, il sottoscritto.
Sarà stata la direzione di Ivan Reitman, regista che non ho mai apprezzato e di cui penso che il suo più importante contributo al mondo nel cinema sia l'aver generato il figlio Jason, sarà che penso che Dan Aykroyd abbia dato il meglio di sé grazie al concorso di John Landis e John Belushi (l'accenno è ai Blues brothers, ovviamente), e che le sue innegabili qualità comiche (vedi Saturday Night Live) non bastino da sole a giustificare una sceneggiatura, o sarà anche che il cast (con Bill Murray e Sigourney Weaver oltre allo stesso Aykroyd) non è che mi impressioni più di tanto. Fatto è che non ho trovato un granché divertente il risultato trentanni fa, e nemmeno adesso.
A parte la scesa in campo del mostro finale contro cui i nostri eroi si devono scontrare per salvare Manhattan dalla catastrofe, e alcune battute sparse, non è che salverei molto altro dalla pellicola.
La storia è presto detta, tre tizi campano di sussidi pubblici facendo studi pseudo scientifici destituiti di ogni fondamento. Fortuna vuole che vengano scoperti e cacciati, spingendoli a tuffarsi nel libero mercato, dove, ragione vuole, sarebbero destinati ad affogare rapidamente. Entra in scena invece l'aspetto fantascientifico, grazie al quale le loro assurde competenze diventano incomprensibilmente utili a salvare New York da un assalto di forze ultraterrene.
Sarà stata la direzione di Ivan Reitman, regista che non ho mai apprezzato e di cui penso che il suo più importante contributo al mondo nel cinema sia l'aver generato il figlio Jason, sarà che penso che Dan Aykroyd abbia dato il meglio di sé grazie al concorso di John Landis e John Belushi (l'accenno è ai Blues brothers, ovviamente), e che le sue innegabili qualità comiche (vedi Saturday Night Live) non bastino da sole a giustificare una sceneggiatura, o sarà anche che il cast (con Bill Murray e Sigourney Weaver oltre allo stesso Aykroyd) non è che mi impressioni più di tanto. Fatto è che non ho trovato un granché divertente il risultato trentanni fa, e nemmeno adesso.
A parte la scesa in campo del mostro finale contro cui i nostri eroi si devono scontrare per salvare Manhattan dalla catastrofe, e alcune battute sparse, non è che salverei molto altro dalla pellicola.
La storia è presto detta, tre tizi campano di sussidi pubblici facendo studi pseudo scientifici destituiti di ogni fondamento. Fortuna vuole che vengano scoperti e cacciati, spingendoli a tuffarsi nel libero mercato, dove, ragione vuole, sarebbero destinati ad affogare rapidamente. Entra in scena invece l'aspetto fantascientifico, grazie al quale le loro assurde competenze diventano incomprensibilmente utili a salvare New York da un assalto di forze ultraterrene.
Dune
Pare che esistano quattro versioni di questo film. Quella da 137 minuti, l'extended cut da 177, la special edition da 190, e la maratonica extendend edition da 314 minuti. Io ho visto l'extended, ma non credo che la quarantina di minuti aggiuntivi rispetto alla versione originalmente rilasciata per il cinema abbiano aggiunto molto. Anzi, semmai il contrario. E credo che questo debba essere stato anche il pensiero di David Lynch, regista e sceneggiatore, che ha voluto togliere il suo nome dai titoli, a vantaggio dallo pseudonimo Alan Smithee.
Ne sconsiglierei la visione a chi non avesse prima letto il romanzo originale di Frank Herbert. Si rischia di non capire molto dell'azione. La parte migliore direi che è rappresentata dagli spaventosi vermoni realizzati da Carlo Rambaldi.
Curioso il composito cast che include, tra gli altri, Francesca Annis come Lady Jessica, José Ferrer imperatore galattico, Silvana Mangano reverenda madre Bene Gesserit, Max von Sydow notabile Fremen, e pure Sting, letale nipote del barone Harkonnen.
Anche la colonna sonora è poco omogenea, fondendo elementi classici con parti pop-rock scritte ed eseguite dai Toto. Alla scrittura della partitura hanno partecipato i fratelli Roger e Brian Eno.
Ne sconsiglierei la visione a chi non avesse prima letto il romanzo originale di Frank Herbert. Si rischia di non capire molto dell'azione. La parte migliore direi che è rappresentata dagli spaventosi vermoni realizzati da Carlo Rambaldi.
Curioso il composito cast che include, tra gli altri, Francesca Annis come Lady Jessica, José Ferrer imperatore galattico, Silvana Mangano reverenda madre Bene Gesserit, Max von Sydow notabile Fremen, e pure Sting, letale nipote del barone Harkonnen.
Anche la colonna sonora è poco omogenea, fondendo elementi classici con parti pop-rock scritte ed eseguite dai Toto. Alla scrittura della partitura hanno partecipato i fratelli Roger e Brian Eno.
Blood simple - Sangue facile
Primo film dei fratelli Joel e Ethan Coen, che ha subito una leggera ripulitura quindici anni dopo il primo rilascio, catalogata come "director's cut". La differenza sostanziale, per quel che posso ricordarmi, sta nell'autoironico pistolotto iniziale di un presunto esperto cinematografico che racconta, senza entrare nei dettagli, di come la pellicola abbia tratto notevoli vantaggi dall'operazione.
Tipica storia dei Coen, girata leggermente sotto budget e con qualche rallentamento di troppo nella sceneggiatura, lievi difetti che spariranno dal resto della produzione di famiglia.
A far da narratore è un investigatore privato (M. Emmet Walsh), piuttosto male in arnese, che gira su un vecchio maggiolino (non esattamente una macchina adatta per passare inosservati in Texas) e ha confuse simpatie comuniste. È stato ingaggiato da un marito geloso (Dan Hedaya), proprietario di uno di quei bar che verrebbe da chiamar saloon, per tenere sotto controllo la scalpitante moglie (Frances McDormand al primo film), che in effetti lo cornifica con un suo barista (John Getz). Molta tensione già nella prima mezz'ora, ma i danni fisici si limitano ad un dito rotto e un fenomenale calcio in un posto che, soprattutto per gli uomini, è veramente molto doloroso.
Seguendo la tipica struttura dei film dei Coen, ogni personaggio continua a fare scelte errate, a dar per scontato quel che vero non è, e a causare da solo la propria sciagura. Il marito chiede al detective di uccidere moglie e amante. Il detective pensa ad uno schema per incassare i soldi promessigli dal suo cliente riducendo al minimo il suo rischio. L'amante pensa che la sua bella sia capace di uccidere (o almeno, di tentare di farlo). La moglie è a suo modo innamorata del marito, forse ha più dubbi sull'amante.
A noi, che abbiamo sott'occhio (quasi) tutti gli elementi, i personaggi finiscono per fare quasi pena (viene da dire "è lì l'accendino!", "non è stata lei, pezzo di idiota!", eccetera). Però bisogna ammettere che, date le condizioni di partenza, la storia regge.
Debutto anche di Carter Burwell, che ha scritto le musiche originali. In pratica un solo brano, ripetuto più volte, ma perfetto nel sottolineare l'atmosfera del racconto.
Tipica storia dei Coen, girata leggermente sotto budget e con qualche rallentamento di troppo nella sceneggiatura, lievi difetti che spariranno dal resto della produzione di famiglia.
A far da narratore è un investigatore privato (M. Emmet Walsh), piuttosto male in arnese, che gira su un vecchio maggiolino (non esattamente una macchina adatta per passare inosservati in Texas) e ha confuse simpatie comuniste. È stato ingaggiato da un marito geloso (Dan Hedaya), proprietario di uno di quei bar che verrebbe da chiamar saloon, per tenere sotto controllo la scalpitante moglie (Frances McDormand al primo film), che in effetti lo cornifica con un suo barista (John Getz). Molta tensione già nella prima mezz'ora, ma i danni fisici si limitano ad un dito rotto e un fenomenale calcio in un posto che, soprattutto per gli uomini, è veramente molto doloroso.
Seguendo la tipica struttura dei film dei Coen, ogni personaggio continua a fare scelte errate, a dar per scontato quel che vero non è, e a causare da solo la propria sciagura. Il marito chiede al detective di uccidere moglie e amante. Il detective pensa ad uno schema per incassare i soldi promessigli dal suo cliente riducendo al minimo il suo rischio. L'amante pensa che la sua bella sia capace di uccidere (o almeno, di tentare di farlo). La moglie è a suo modo innamorata del marito, forse ha più dubbi sull'amante.
A noi, che abbiamo sott'occhio (quasi) tutti gli elementi, i personaggi finiscono per fare quasi pena (viene da dire "è lì l'accendino!", "non è stata lei, pezzo di idiota!", eccetera). Però bisogna ammettere che, date le condizioni di partenza, la storia regge.
Debutto anche di Carter Burwell, che ha scritto le musiche originali. In pratica un solo brano, ripetuto più volte, ma perfetto nel sottolineare l'atmosfera del racconto.
Per vincere domani - The karate kid
Tipico film americano anni ottanta, ha riscosso laggiù un notevole successo al botteghino (quinto successo dell'anno), causando una evitabile trilogia, un terribile reboot, e un recente remake. Noi siamo stati molto più freddini nell'accoglienza al cinema, accogliendo comunque la storia nel nostro immaginario per via televisiva.
Pur avendo una lunga serie di difetti strutturali, mi pare una pellicola interessante, e ha generato almeno una frase famosa, "dai la cera, togli la cera". Tra i difetti ci metterei:
Una colonna sonora veramente bruttina, di cui il principale responsabile è Bill Conti (quello di Rocky) e in cui spicca Cruel summer delle Bananarama (come sarebbe a dire "chi sono le Bananarama?").
Una sceneggiatura (Robert Mark Kamen agli inizi) che introduce una gran messe di personaggi e situazioni, lasciandoli quasi tutti poco più che abbozzati. Meglio sarebbe stato focalizzarsi su alcuni elementi, togliendo spazio ad elementi più deboli, come l'amoretto contrastato alla Giulietta e Romeo (tema non disprezzabile, ma che se trattato a dovere porta via tutto il tempo a disposizione).
La regia di John G. Avildsen che ha dato troppo spazio alle analogie della sceneggiatura con il suo precedente Rocky, facendone quasi una versione per minorenni, invece di sfruttare meglio le altre direzioni. In compenso Avildsen è riuscito a tirare fuori il meglio dai due protagonisti maschili su cui la storia è incentrata, anche se poco resta per tutti gli altri (inclusa Elisabeth Shue, che farà cose migliori nel decennio successivo).
Daniel (Ralph Macchio) e la madre, italo-americani, lasciano il New Jersey per la California su una macchina che sembra sul punto di tirare gli ultimi, eppure non solo li porta sull'altra costa, ma arriverà viva (per quanto ne sappiamo) ai titoli di coda. Lui sarebbe voluto restare nel suo ambiente, lei cerca nuove possibilità. Per qualche tempo la storia tratta lo spinoso rapporto tra i due, poi lei scompare quasi completamente, forse assorbita dal suo nuovo lavoro.
Daniel, detto Karate Kid per una passione non ricambiata con la disciplina orientale, fa prima amicizia con un vicino ispanico, che sparisce rapidamente nel nulla, e poi con una biondina (la Shue) dei quartieri alti. L'inghippo sta nel fatto che lei ha mollato di recente Johnny, uno spasimante benestante e piuttosto abile, guarda la coincidenza, nell'uso delle tecniche del karate.
I genitori di lei fanno il tifo per Johnny, ed è forse proprio questo che fa sì che lei preferisca Daniel, il quale però è isolato, non riesce a fare amicizie (non si capisce bene come mai, a dire il vero), e subisce il veto che Johnny pone su chi voglia avvicinare la sua ex.
In questa situazione complicata fa il suo ingresso Pat Morita (che sarebbe poi l'Arnold di Happy days), che agisce come un misto tra Obi-Wan Kenobi e Yoda di Guerre stellari, facendo da mentore, amico paterno, e istruttore di Daniel. Segue la lunga formazione del discepolo, che ha uno svolgimento così atipico da far pensare a questi di essere preso per il naso, da cui la scena chiave in cui il maestro mostra come quello che può sembrare una inutile perdita di tempo possa essere invece fondamentale.
Finale alla Rocky.
Pur avendo una lunga serie di difetti strutturali, mi pare una pellicola interessante, e ha generato almeno una frase famosa, "dai la cera, togli la cera". Tra i difetti ci metterei:
Una colonna sonora veramente bruttina, di cui il principale responsabile è Bill Conti (quello di Rocky) e in cui spicca Cruel summer delle Bananarama (come sarebbe a dire "chi sono le Bananarama?").
Una sceneggiatura (Robert Mark Kamen agli inizi) che introduce una gran messe di personaggi e situazioni, lasciandoli quasi tutti poco più che abbozzati. Meglio sarebbe stato focalizzarsi su alcuni elementi, togliendo spazio ad elementi più deboli, come l'amoretto contrastato alla Giulietta e Romeo (tema non disprezzabile, ma che se trattato a dovere porta via tutto il tempo a disposizione).
La regia di John G. Avildsen che ha dato troppo spazio alle analogie della sceneggiatura con il suo precedente Rocky, facendone quasi una versione per minorenni, invece di sfruttare meglio le altre direzioni. In compenso Avildsen è riuscito a tirare fuori il meglio dai due protagonisti maschili su cui la storia è incentrata, anche se poco resta per tutti gli altri (inclusa Elisabeth Shue, che farà cose migliori nel decennio successivo).
Daniel (Ralph Macchio) e la madre, italo-americani, lasciano il New Jersey per la California su una macchina che sembra sul punto di tirare gli ultimi, eppure non solo li porta sull'altra costa, ma arriverà viva (per quanto ne sappiamo) ai titoli di coda. Lui sarebbe voluto restare nel suo ambiente, lei cerca nuove possibilità. Per qualche tempo la storia tratta lo spinoso rapporto tra i due, poi lei scompare quasi completamente, forse assorbita dal suo nuovo lavoro.
Daniel, detto Karate Kid per una passione non ricambiata con la disciplina orientale, fa prima amicizia con un vicino ispanico, che sparisce rapidamente nel nulla, e poi con una biondina (la Shue) dei quartieri alti. L'inghippo sta nel fatto che lei ha mollato di recente Johnny, uno spasimante benestante e piuttosto abile, guarda la coincidenza, nell'uso delle tecniche del karate.
I genitori di lei fanno il tifo per Johnny, ed è forse proprio questo che fa sì che lei preferisca Daniel, il quale però è isolato, non riesce a fare amicizie (non si capisce bene come mai, a dire il vero), e subisce il veto che Johnny pone su chi voglia avvicinare la sua ex.
In questa situazione complicata fa il suo ingresso Pat Morita (che sarebbe poi l'Arnold di Happy days), che agisce come un misto tra Obi-Wan Kenobi e Yoda di Guerre stellari, facendo da mentore, amico paterno, e istruttore di Daniel. Segue la lunga formazione del discepolo, che ha uno svolgimento così atipico da far pensare a questi di essere preso per il naso, da cui la scena chiave in cui il maestro mostra come quello che può sembrare una inutile perdita di tempo possa essere invece fondamentale.
Finale alla Rocky.
Terminator
Colonna sonora abbastanza terribile; Arnold Schwarzenegger nel ruolo del titolo che dà il suo meglio quando riesce a mantenere la sua famosa inespressività - purtroppo a volte tenta di "interpetare il personaggio", rovinando l'effetto; inseguimenti e sparatorie alla starsky & hutch; sceneggiatura un po' ballerina; effetti speciali mediamente pietosi (vabbé, roba di trent'anni fa). Più che il futuro apocalittico mostrato a sprazzi, ho trovato angosciante la rappresentazione di quello che era il presente di metà anni ottanta a Los Angeles.
Film salvato dall'idea alla base della sceneggiatura (in parte di James Cameron, anche alla regia), autocontradditoria ma non priva di un suo fascino perverso. Nel futuro le macchine prendono il potere, gli umani resistono e sembra che riescano a domare la rivolta, ma le nostre creazioni ribelli escogitano un piano bizzarro per ribaltare la situazione: mandano nel passato un terminator (anzi "il" terminator, come dice il titolo originale) per uccidere la madre del capo della resistenza. Un umano lo segue per bloccare la sua missione. Tutto ciò crea un incomprensibile paradosso, dato che Sarah Connor non avrebbe generato il suo figlio prodigioso se non ci fosse stato questo tentativo di eliminarla. D'altro canto, non è pensabile che non si svolgerà (si fosse svolta?) la missione, dato che il tizio esiste (esisterà?). E che dire di suo padre, che dev'essere (sarà? era?) più o meno suo coetaneo?
Film salvato dall'idea alla base della sceneggiatura (in parte di James Cameron, anche alla regia), autocontradditoria ma non priva di un suo fascino perverso. Nel futuro le macchine prendono il potere, gli umani resistono e sembra che riescano a domare la rivolta, ma le nostre creazioni ribelli escogitano un piano bizzarro per ribaltare la situazione: mandano nel passato un terminator (anzi "il" terminator, come dice il titolo originale) per uccidere la madre del capo della resistenza. Un umano lo segue per bloccare la sua missione. Tutto ciò crea un incomprensibile paradosso, dato che Sarah Connor non avrebbe generato il suo figlio prodigioso se non ci fosse stato questo tentativo di eliminarla. D'altro canto, non è pensabile che non si svolgerà (si fosse svolta?) la missione, dato che il tizio esiste (esisterà?). E che dire di suo padre, che dev'essere (sarà? era?) più o meno suo coetaneo?
Metropolis
Visto nell'edizione da due ore, come da restauro del 2002, in attesa di vedermi quella del 2010 che ha una ventina di minuti in più. La versione originale del ventisette, tre ore e mezza di film, si stima che sia persa per sempre.
Nel 1984 è uscita la versione di Giorgio Moroder che è lunga meno di un'ora e mezza ma era quanto di meglio si riusciva a trovare ai tempi. I tagli di questa versione sono tali da rendere la storia a tratti indecifrabile, nonostante questo resta un capolavoro, sia per l'immaginario visualizzato sia per le doti registiche di Fritz Lang che sopravvivono alle amputazioni. Notevoli anche alcuni momenti del montaggio, roba da far perdere la testa. Pure la colonna sonora, progettata da Moroder che si è avvalso della collaborazione, fra gli altri, anche di Freddy Mercury, è a suo modo interessante. Molto anni ottanta, ma non disprezzabile, dopotutto.
La cosiddetta edizione del 75° è però decisamente meglio. La sceneggiatura diventa decisamente più comprensibile, anche se ogni tanto spunta un cartello che dice cose tipo "A questo punto dovrebbe apparire un predicatore che fa un sermone sull'imminente fine del mondo - ma non abbiamo nemmeno un fotogramma da farvi vedere" e, purtroppo, ci si rende conto che Thea von Harbou che ha scritto la sceneggiatura assieme a Lang, traendola da un suo romanzetto uscito un paio di anni prima, avrebbe potuto far meglio.
Impossibile riassumere la storia, complicatissima, ambientata in un futuro in cui la società si è polarizzata in una piccola casta di privilegiati estremamente ricchi, e una grande maggioranza di lavoratori ipersfruttati. L'impostazione sociopolitica è curata poco e male ma, come dire, non è questo il punto. A Lang l'idea del film era venuta vedendo New York by night in una sua trasferta americana, e l'aspetto che trovava attraente nella storia era l'uso di un automa e delle macchine in genere.
Consiglio, se possibile, di vedere prima la versione Moroder e poi una tra quelle completa, perché le sorprese che si avranno valgono davvero la pena. Oltre all'apparire di scene mancanti c'è il bonus della colonna sonora che viene eseguita sulla base della partitura originale. Davvero bella, capace di dare significato ed emozioni.
A mio parere si tratta di un film imperdibile per chiunque, data la sua immensa ricchezza espressiva, ma soprattutto per gli appassionati della fantascienza che potranno sorprendersi nello scoprire in un film del '27 molti dei temi (non solo testuali - nella colonna sonora m'è sembrato di percepire a un certo punto quello che in Star Wars sarà il tema di Darth Vader), delle immagini e delle atmosfere che saranno poi riprese dalla cinematografia del genere nel secolo successivo.
Nel 1984 è uscita la versione di Giorgio Moroder che è lunga meno di un'ora e mezza ma era quanto di meglio si riusciva a trovare ai tempi. I tagli di questa versione sono tali da rendere la storia a tratti indecifrabile, nonostante questo resta un capolavoro, sia per l'immaginario visualizzato sia per le doti registiche di Fritz Lang che sopravvivono alle amputazioni. Notevoli anche alcuni momenti del montaggio, roba da far perdere la testa. Pure la colonna sonora, progettata da Moroder che si è avvalso della collaborazione, fra gli altri, anche di Freddy Mercury, è a suo modo interessante. Molto anni ottanta, ma non disprezzabile, dopotutto.
La cosiddetta edizione del 75° è però decisamente meglio. La sceneggiatura diventa decisamente più comprensibile, anche se ogni tanto spunta un cartello che dice cose tipo "A questo punto dovrebbe apparire un predicatore che fa un sermone sull'imminente fine del mondo - ma non abbiamo nemmeno un fotogramma da farvi vedere" e, purtroppo, ci si rende conto che Thea von Harbou che ha scritto la sceneggiatura assieme a Lang, traendola da un suo romanzetto uscito un paio di anni prima, avrebbe potuto far meglio.
Impossibile riassumere la storia, complicatissima, ambientata in un futuro in cui la società si è polarizzata in una piccola casta di privilegiati estremamente ricchi, e una grande maggioranza di lavoratori ipersfruttati. L'impostazione sociopolitica è curata poco e male ma, come dire, non è questo il punto. A Lang l'idea del film era venuta vedendo New York by night in una sua trasferta americana, e l'aspetto che trovava attraente nella storia era l'uso di un automa e delle macchine in genere.
Consiglio, se possibile, di vedere prima la versione Moroder e poi una tra quelle completa, perché le sorprese che si avranno valgono davvero la pena. Oltre all'apparire di scene mancanti c'è il bonus della colonna sonora che viene eseguita sulla base della partitura originale. Davvero bella, capace di dare significato ed emozioni.
A mio parere si tratta di un film imperdibile per chiunque, data la sua immensa ricchezza espressiva, ma soprattutto per gli appassionati della fantascienza che potranno sorprendersi nello scoprire in un film del '27 molti dei temi (non solo testuali - nella colonna sonora m'è sembrato di percepire a un certo punto quello che in Star Wars sarà il tema di Darth Vader), delle immagini e delle atmosfere che saranno poi riprese dalla cinematografia del genere nel secolo successivo.
Mosca a New York
Difficile sostenere che si tratti di un capolavoro, ma è comunque un buon film. Gran parte del peso è posto sulle spalle di Robin Williams che, pur essendo al tempo relativamente ancora giovane, regge bene al compito; cosa che è stata confermata dall'unica nomination strappata per il Golden Globe al ruolo di protagonista in una commedia (premio vinto in quell'occasione da Dudley Moore per Micki e Maude - della serie non è che le giurie dei premi siano poi sempre molto affidabili).
Come si capisce dal titolo, in originale "Moscow on the Hudson", si tratta della storia di un moscovita - interpretato da Robin Williams - che defeziona dall'Unione Sovietica per affrontare la vita newyorkese. Ci sono alti e bassi, la nostalgia per la famiglia, gli amici, la vita precedente abbandonata, i nuovi incontri, nuovi amici, nuove occasioni. Capitano una serie di disavventure, ma il lieto fine arriva a concludere la storia.
Nonostante che Robin Williams non sia esattamente russo a me, che russo non sono, è risultato credibile nel suo ruolo. Da notare che anche il principale ruolo femminile, Maria Conchita Alonso (nata a Cuba, cresciuta in Venezuela) interpreti un personaggio che nell'originale dice di essere abruzzese, anche lei in modo tutto sommato accettabile.
La regia e la sceneggiatura sono di Paul Mazursky.
Qui il trailer, in inglese:
La storia inizia su un autobus newyorkese, dove un tale, probabilmente francese, chiede a Williams delle indicazioni. Lui gliele dà, e poi parte un lungo flash back sugli ultimi suoi giorni a Mosca. Scopriamo così che suonava il sassofono in un circo, e abbiamo uno spaccato sulla vita sovietica di quei tempi. Si può capire quanto la rappresentazione sia stata percepita come realistica (lunghe code per comprare carta igienica o scarpe) considerando il fatto che il film, ai tempi, era nella lista di quelli che non potevano essere visti in Unione Sovietica.
Il suo circo va in tournée a New York, e il KGB gli chiede di tenere sott'occhio il clown, suo amico, in quanto cova, nemmeno troppo nascostamente, il desiderio di defezionare. Giunto il momento di prendere una decisione, il clown non riesce "a spiccare il volo" e si appresta a riprendere l'autobus che li porterà all'aeroporto. Inaspettatamente Williams decide che sarà lui a lasciare tutto per rifarsi lì una nuova vita.
Il film merita di essere visto in originale, dato che un punto importante del film è come New York sia un gran rimescolamento di gente proveniente da tutto il mondo, e le parlate dei vari personaggi aiutano a rendere la confusione relativa.
Una parte molto interessante è quella dove ci viene mostrata la naturalizzazione del personaggio interpretato dalla Alonso, sia per la gioia che si vede nei neo-americani per l'obiettivo che hanno raggiunto, sia per quello che può sembrare un incomprensibile atteggiamento della neo-americana che scarica il sassofonista russo, in quanto non gli sembra più adeguato per il suo nuovo status. Ora sono americana, questo è il succo del ragionamento, non posso certo mischiarmi con un immigrato.
Per fortuna fa parte del lieto fine il fatto che la Alonso superi il bizzarro sentimento di superiorità che le ha dato la cittadinanza americana e torni da Williams.
E' un film vecchiotto ma ancora valido sotto molti aspetti. I cambiamenti principali dei quali ottiene tener conto è che URSS non esiste più, e quindi un russo difficilmente può far richiesta per asilo politico; e inoltre dopo l'undici settembre non è così facile, nemmeno per un italiana, ottenere la sponsorizzazione ad un visto per vivere negli USA. Nel film la Alonso sfrutta uno zio che lavora nelle pompe funebri, oggi credo che questo sarebbe impossibile.
Non è stato un successo eclatante, ma comunque negli USA il film ha ottenuto un non disprezzabile 42° posto nell'anno d'uscita. La fonte è il solito mojo.
Si potrebbe fare un parallelo tra questa pellicola e The Terminal di Spielberg che narra, a suo modo, una storia che ha qualche cosa in comune con questa. Francamente tra i due film io farei risultare vincitore questo.
Come si capisce dal titolo, in originale "Moscow on the Hudson", si tratta della storia di un moscovita - interpretato da Robin Williams - che defeziona dall'Unione Sovietica per affrontare la vita newyorkese. Ci sono alti e bassi, la nostalgia per la famiglia, gli amici, la vita precedente abbandonata, i nuovi incontri, nuovi amici, nuove occasioni. Capitano una serie di disavventure, ma il lieto fine arriva a concludere la storia.
Nonostante che Robin Williams non sia esattamente russo a me, che russo non sono, è risultato credibile nel suo ruolo. Da notare che anche il principale ruolo femminile, Maria Conchita Alonso (nata a Cuba, cresciuta in Venezuela) interpreti un personaggio che nell'originale dice di essere abruzzese, anche lei in modo tutto sommato accettabile.
La regia e la sceneggiatura sono di Paul Mazursky.
Qui il trailer, in inglese:
La storia inizia su un autobus newyorkese, dove un tale, probabilmente francese, chiede a Williams delle indicazioni. Lui gliele dà, e poi parte un lungo flash back sugli ultimi suoi giorni a Mosca. Scopriamo così che suonava il sassofono in un circo, e abbiamo uno spaccato sulla vita sovietica di quei tempi. Si può capire quanto la rappresentazione sia stata percepita come realistica (lunghe code per comprare carta igienica o scarpe) considerando il fatto che il film, ai tempi, era nella lista di quelli che non potevano essere visti in Unione Sovietica.
Il suo circo va in tournée a New York, e il KGB gli chiede di tenere sott'occhio il clown, suo amico, in quanto cova, nemmeno troppo nascostamente, il desiderio di defezionare. Giunto il momento di prendere una decisione, il clown non riesce "a spiccare il volo" e si appresta a riprendere l'autobus che li porterà all'aeroporto. Inaspettatamente Williams decide che sarà lui a lasciare tutto per rifarsi lì una nuova vita.
Il film merita di essere visto in originale, dato che un punto importante del film è come New York sia un gran rimescolamento di gente proveniente da tutto il mondo, e le parlate dei vari personaggi aiutano a rendere la confusione relativa.
Una parte molto interessante è quella dove ci viene mostrata la naturalizzazione del personaggio interpretato dalla Alonso, sia per la gioia che si vede nei neo-americani per l'obiettivo che hanno raggiunto, sia per quello che può sembrare un incomprensibile atteggiamento della neo-americana che scarica il sassofonista russo, in quanto non gli sembra più adeguato per il suo nuovo status. Ora sono americana, questo è il succo del ragionamento, non posso certo mischiarmi con un immigrato.
Per fortuna fa parte del lieto fine il fatto che la Alonso superi il bizzarro sentimento di superiorità che le ha dato la cittadinanza americana e torni da Williams.
E' un film vecchiotto ma ancora valido sotto molti aspetti. I cambiamenti principali dei quali ottiene tener conto è che URSS non esiste più, e quindi un russo difficilmente può far richiesta per asilo politico; e inoltre dopo l'undici settembre non è così facile, nemmeno per un italiana, ottenere la sponsorizzazione ad un visto per vivere negli USA. Nel film la Alonso sfrutta uno zio che lavora nelle pompe funebri, oggi credo che questo sarebbe impossibile.
Non è stato un successo eclatante, ma comunque negli USA il film ha ottenuto un non disprezzabile 42° posto nell'anno d'uscita. La fonte è il solito mojo.
Si potrebbe fare un parallelo tra questa pellicola e The Terminal di Spielberg che narra, a suo modo, una storia che ha qualche cosa in comune con questa. Francamente tra i due film io farei risultare vincitore questo.
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