Cattiva idea, a mio modesto avviso, schierare questo adattamento del romanzo di Agatha Christie (*) subito dopo Delitto in cielo, con il quale condivide lo svolgimento a sorpresa, in cui solo nel lunghissimo spiegone finale ci viene presentato un particolare che rende comprensibile l'azione dell'omicida, e la presenza di un personaggio fondamentale che appare per gran parte del tempo sotto mentite spoglie.
La trama è qui molto più complicata, c'è un continuo entrare e uscire di scena di personaggi che agiscono senza che si abbia modo di approfondire il senso della loro presenza. La produzione si deve essere resa conto che se avessero mantenuto l'impostazione originaria, ci sarebbe stata una rivolta tra gli spettatori, e così ha lasciato che la sceneggiatura (Clive Exton) rivoluzionasse la struttura del racconto, aggiungendo un introduzione spuria che fa da gigantesco spoiler rendendo chiaro quello che altrimenti sarebbe impossibile da capire. Ci sono anche alcuni ritocchi, come la scomparsa di un personaggio secondario, il che semplifica la vicenda con gli effetti collaterali di alleggerire il tema politico, togliere spessore al personaggio interpretato da Sara Stewart e rendere meno antipatico quello di Christopher Eccleston.
Tutto sembra ruotare attorno al dentista di Poirot (David Suchet) che inopinatamente si suicida poco dopo aver lavorato sul suo spaventato cliente. O meglio, a Japp (Philip Jackson) sembra che sia un chiaro caso di suicidio, Poirot è meno convinto. Anche Japp inizia a dubitarne quando scopre che l'ultimo cliente (Kevork Malikyan) ad aver visto vivo il dentista muore anch'esso, e poi un'altra cliente scompare misteriosamente senza lasciar tracce.
Un importante banchiere, che ha pure un rilevante peso politico, potrebbe essere il vero bersaglio di questa moria, e questo mette in una luce sinistra un tipaccio (Eccleston) che fa il filo all'impiegata del dentista e che trova incongruamente lavoro come giardiniere del banchiere. Altre cose strane succedono a rendere apparentemente insensato tutto quanto, senonché alla fine si scopre che ...
(*) One, two, buckle my shoe, 1940. Il titolo riprende una filastrocca usata dai bambini per giocare a campana, o meglio ad una sua versione inglese. Simpatica l'idea di reiterarla nella colonna sonora, arrangiandola in svariati modi, alcuni dei quali degni di un film horror.
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Poirot 4.2: Delitto in cielo
A mio gusto, meno riuscito del primo episodio di quest'annata (*), La serie infernale, e non tanto per colpa della sceneggiatura (**) quanto per la struttura del racconto originale di Agatha Christie (***) che segue il paradigma secondo il quale l'investigatore, che qui è ovviamente Hercule Poirot (David Suchet), scopre a nostra insaputa degli elementi fondamentali che ci verranno rivelati solo nello spiegone finale.
L'essenza della storia è semplice. In un volo tra Parigi e Londra, Madame Giselle (Eve Pearce), che campa facendo prestiti con tassi usurai, viene uccisa con del veleno. Poirot era seduto poco lontano ma, sfortunatamente, si era appisolato e corre pure il rischio di essere incriminato quando viene ritrovata una cerbottana sudamericana in un vano portaoggetti del suo sedile. In molti avrebbero motivi per volere una prematura dipartita della madama, tra cui il vero colpevole, del quale però scopriremo le ragioni solo nel finale.
Tra i punti di interesse c'è l'ambientazione parigina. Non si entra nei dettagli, sembra che Poirot si sia preso una vacanza, forse stufo di sentir parlare inglese. La produzione ne approfitta per far incontrare l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) con un suo omologo francese della Sûreté, con qualche momento di comicità non disprezzabile.
(*) Composta da sole tre puntate, anche se tutte e tre sono doppie, per una durata di poco superiore ai cento minuti ognuna.
(**) William Humble è qui meno brillante di Clive Exton là, ma tutto sommato non fa un cattivo lavoro.
(***) Death in the clouds, 1935.
L'essenza della storia è semplice. In un volo tra Parigi e Londra, Madame Giselle (Eve Pearce), che campa facendo prestiti con tassi usurai, viene uccisa con del veleno. Poirot era seduto poco lontano ma, sfortunatamente, si era appisolato e corre pure il rischio di essere incriminato quando viene ritrovata una cerbottana sudamericana in un vano portaoggetti del suo sedile. In molti avrebbero motivi per volere una prematura dipartita della madama, tra cui il vero colpevole, del quale però scopriremo le ragioni solo nel finale.
Tra i punti di interesse c'è l'ambientazione parigina. Non si entra nei dettagli, sembra che Poirot si sia preso una vacanza, forse stufo di sentir parlare inglese. La produzione ne approfitta per far incontrare l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) con un suo omologo francese della Sûreté, con qualche momento di comicità non disprezzabile.
(*) Composta da sole tre puntate, anche se tutte e tre sono doppie, per una durata di poco superiore ai cento minuti ognuna.
(**) William Humble è qui meno brillante di Clive Exton là, ma tutto sommato non fa un cattivo lavoro.
(***) Death in the clouds, 1935.
Poirot 4.1: La serie infernale
A mia parziale discolpa potrei dare la colpa alla mia recente fruizione della prima stagione di Elementary, dove fin troppo spesso (*) si ricorre alla scorciatoia di definire il "cattivo" come malato di mente, il che permette di fargli fare cose assurde con il solo scopo apparente di mettere alla prova l'astuto investigatore di turno. Ma la verità è che questa volta Agatha Christie mi ha beccato, e per lungo tempo sono rimasto convinto che anche qui si usava il consunto stratagemma sopra indicato, nonostante un buon numero di indizi che mi avrebbero dovuto far alzare le orecchie.
Il capitano Hastings (Hugh Fraser) torna da un suo viaggio in Sudamerica e trova Hercule Poirot (David Suchet) che scalpita per lavorare ad un nuovo caso, il quale viene annunciato da una misteriosa lettere anonima che sfida il nostro a prevenire un reato. Impossibile anche per Poirot capire di che si tratta, e così una dolce vecchina ci lascia le penne. Passa qualche giorno e lo sfidante agisce di nuovo, eliminando una giovine donna di belle speranze. Prima che ci si possa raccapezzare, terza vittima, un facoltoso nobiluomo di campagna.
Hastings, Poirot, l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) brancolano nel buio, ma noi sappiamo che un omarino, tal Alexander Bonaparte Cust (Donald Sumpter) si comporta in modo molto strano e ha tutte le caratteristiche per risultare un buon colpevole. Al punto che al quarto omicidio lo stesso Cust decide di costituirsi per interrompere la serie mortale.
Ci sono però molte incongruenze, che non sono attribuibili però alla scrittura bensì a debolezze del diabolico piano del vero colpevole. Che, a dire il vero, mi è sembrato troppo diabolico per essere plausibile. Da notare che la soluzione del caso è tutta basata su indizi e, con tutta probabilità, il colpevole, se si mette nelle mani di un buon avvocato, finirà per evitare il capestro.
Ottima come al solito la produzione, le scenografie e la recitazione un po' di tutti quanti, nota di merito per la guest star Sumpter. Simpatico l'adattamento di Clive Exton che aggiunge alla trama gialla (**), come spesso accade, numerose sottotrame di una felpata comicità britannica che aggiungono valore e godibilità alla visione.
Il brutto titolo italiano mantiene il riferimento a quello usato per la versione cartacea risalente al tempo che fu, in originale era The A.B.C. murders.
(*) Vedasi ad esempio il terzo episodio, L'uomo dei palloncini.
(**) Che del resto è rispettata quasi completamente, come mi sono accertato in seguito.
Il capitano Hastings (Hugh Fraser) torna da un suo viaggio in Sudamerica e trova Hercule Poirot (David Suchet) che scalpita per lavorare ad un nuovo caso, il quale viene annunciato da una misteriosa lettere anonima che sfida il nostro a prevenire un reato. Impossibile anche per Poirot capire di che si tratta, e così una dolce vecchina ci lascia le penne. Passa qualche giorno e lo sfidante agisce di nuovo, eliminando una giovine donna di belle speranze. Prima che ci si possa raccapezzare, terza vittima, un facoltoso nobiluomo di campagna.
Hastings, Poirot, l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) brancolano nel buio, ma noi sappiamo che un omarino, tal Alexander Bonaparte Cust (Donald Sumpter) si comporta in modo molto strano e ha tutte le caratteristiche per risultare un buon colpevole. Al punto che al quarto omicidio lo stesso Cust decide di costituirsi per interrompere la serie mortale.
Ci sono però molte incongruenze, che non sono attribuibili però alla scrittura bensì a debolezze del diabolico piano del vero colpevole. Che, a dire il vero, mi è sembrato troppo diabolico per essere plausibile. Da notare che la soluzione del caso è tutta basata su indizi e, con tutta probabilità, il colpevole, se si mette nelle mani di un buon avvocato, finirà per evitare il capestro.
Ottima come al solito la produzione, le scenografie e la recitazione un po' di tutti quanti, nota di merito per la guest star Sumpter. Simpatico l'adattamento di Clive Exton che aggiunge alla trama gialla (**), come spesso accade, numerose sottotrame di una felpata comicità britannica che aggiungono valore e godibilità alla visione.
Il brutto titolo italiano mantiene il riferimento a quello usato per la versione cartacea risalente al tempo che fu, in originale era The A.B.C. murders.
(*) Vedasi ad esempio il terzo episodio, L'uomo dei palloncini.
(**) Che del resto è rispettata quasi completamente, come mi sono accertato in seguito.
Charlot
E' stato Richard Attenborough a prendersi l'improbo compito di portare sullo schermo la vita di sir Charles Spencer Chaplin, finendo ovviamente per scontentare qualcuno, come ad esempio che tuttora vede in lui un pericoloso sovversivo, chi gli preferisce Buster Keaton, o magari anche chi lo ritiene semplicemente uno sporcaccione. A me non è sembrato male, anche grazie ad un grande Robert Downey Jr., che pare non abbia ottenuto l'Oscar per motivi personali, ovvero era insopportabile al punto da alienarsi il voto di gran parte di quelli che lo conoscevano.
Non mi ha convinto appieno la struttura del film, strutturato a matrioska. Scopriamo infatti alla fine che è tutto un sogno di Chaplin (Downey), appisolatosi mentre pensava cosa rispondere all'Academy che gli ha offerto l'Oscar alla carriera che gli verrà consegnato nel 1972. Nel sogno rivive una discussione che avrebbe avuto dieci anni prima con George Hayden (Anthony Hopkins), personaggio che nella finzione filmica è stato l'editor che ha seguito la pubblicazione della sua autobiografia, a proposito della struttura generale dell'opera. Il che è un ottima scusa per ripercorrere tutta la vita di Chaplin, ma paga il prezzo di una certa artificiosità.
Nonostante quello che lascia intendere il titolo italiano (*), l'enfasi non è tanto sul suo personaggio più famoso, quanto sulla sua vita privata, dalla miseria di quand'era bambino, al successo americano, conseguente scontro con il terribile J. Edgar Hoover, con tutto quello che ne consegue. Le scene con Charlot sono comunque tra le più belle, quella iniziale, con il personaggio che si strucca per diventare persona è molto potente. A proposito, la bravura di Downey Jr. nella parte è tale che Attenborough può permettersi di mostrarci il vero Chaplin in azione senza che questo faccia sfigurare l'interpretazione moderna.
Anche se gran parte del tempo l'attenzione è su Chaplin, notevole è il cast al contorno, che include Geraldine Chaplin nei panni di sua nonna, ovvero Hannah, la madre di Charlie; Dan Aykroyd come Mack Sennett, il famoso produttore di comiche che portò Chaplin nel mondo del cinema; Kevin Kline come Douglas Fairbanks, grande attore e amico del nostro; Milla Jovovich prima moglie; Marisa Tomei come Mabel Normand, regista dei primi film di Charlot; eccetera.
Particolare importante che mi era sfuggito. La vita sentimentale di Chaplin è stata a dir poco complicata. Innamoratosi a prima vista di Hetty Kelly quando era ancora a Londra, la perde di vista causa il suo successo americano, ne cerca copie in tutte le altre donne che incontra, fallendo miserabilmente, finché non troverà Oona O'Neill, ultima donna che sposa e a cui resterà legato fino alla morte. La Kelly e la O'Neill sono interpretate da Moira Kelly.
(*) Il titolo originale è Chaplin.
Non mi ha convinto appieno la struttura del film, strutturato a matrioska. Scopriamo infatti alla fine che è tutto un sogno di Chaplin (Downey), appisolatosi mentre pensava cosa rispondere all'Academy che gli ha offerto l'Oscar alla carriera che gli verrà consegnato nel 1972. Nel sogno rivive una discussione che avrebbe avuto dieci anni prima con George Hayden (Anthony Hopkins), personaggio che nella finzione filmica è stato l'editor che ha seguito la pubblicazione della sua autobiografia, a proposito della struttura generale dell'opera. Il che è un ottima scusa per ripercorrere tutta la vita di Chaplin, ma paga il prezzo di una certa artificiosità.
Nonostante quello che lascia intendere il titolo italiano (*), l'enfasi non è tanto sul suo personaggio più famoso, quanto sulla sua vita privata, dalla miseria di quand'era bambino, al successo americano, conseguente scontro con il terribile J. Edgar Hoover, con tutto quello che ne consegue. Le scene con Charlot sono comunque tra le più belle, quella iniziale, con il personaggio che si strucca per diventare persona è molto potente. A proposito, la bravura di Downey Jr. nella parte è tale che Attenborough può permettersi di mostrarci il vero Chaplin in azione senza che questo faccia sfigurare l'interpretazione moderna.
Anche se gran parte del tempo l'attenzione è su Chaplin, notevole è il cast al contorno, che include Geraldine Chaplin nei panni di sua nonna, ovvero Hannah, la madre di Charlie; Dan Aykroyd come Mack Sennett, il famoso produttore di comiche che portò Chaplin nel mondo del cinema; Kevin Kline come Douglas Fairbanks, grande attore e amico del nostro; Milla Jovovich prima moglie; Marisa Tomei come Mabel Normand, regista dei primi film di Charlot; eccetera.
Particolare importante che mi era sfuggito. La vita sentimentale di Chaplin è stata a dir poco complicata. Innamoratosi a prima vista di Hetty Kelly quando era ancora a Londra, la perde di vista causa il suo successo americano, ne cerca copie in tutte le altre donne che incontra, fallendo miserabilmente, finché non troverà Oona O'Neill, ultima donna che sposa e a cui resterà legato fino alla morte. La Kelly e la O'Neill sono interpretate da Moira Kelly.
(*) Il titolo originale è Chaplin.
Charles Augustus Milverton
Milverton (Robert Hardy) è proprio una brutta persona. Se va ad un ballo il suo sguardo passa in rassegna tutte le donne presenti, ma focalizzato sui gioielli che indossano. La sua professione sarebbe quella del mercante d'arte, in realtà i soldi li fa comprando lettere compromettenti, e chiedendo cifre spropositate a chi di dovere. Un ricattatore, anzi il peggior ricattatore attivo nella Londra di fine ottocento. Da cui il titolo originale di questo episodio speciale (The master blackmailer). La storia non giustificherebbe il raddoppio del tempo, ma Jeremy Paul (sceneggiatura) e Peter Hammond (regia) hanno fatto in modo di usare i cento minuti al meglio, operando una modifica rispetto al racconto, come scritto da Conan Doyle, per affrontare un lato poco sviluppato del carattere sherlockiano, ovvero la sua relazione fisica con le donne.
Sappiamo infatti che Sherlock Holmes (Jeremy Brett) ha sviluppato una passione platonica per Irene Adler, e niente di più tangibile. Succede però che in questo racconto (*) si traversta da idraulico per entrare nella casa di Milverton e studiare da quel punto di vantaggio la situazione. Per acquisire maggiori informazioni, circuisce Agatha (Sophie Thompson - sorella di Emma), arrivando vicino addirittura a fidanzarsi. Nella versione Granada si dà molto spazio a questa sottotrama, modificando anche il finale per mostrare come alla fine Holmes si renda conto di essersi comportato in modo riprovevole.
La puntata è molto ricca anche dal punto di vista musicale. Eliminata la sigla iniziale, il cui tema viene proposto solo molto in avanti, e pesantemente rielaborato (**), largo spazio viene lasciato a musiche d'epoca o classiche, con brani dal Mikado di Gilbert & Sullivan, Debussy, Offenbach, eccetera.
(*) L'avventura di Charles Augustus Milverton, da Il ritorno di Sherlock Holmes
(**) Le musiche originali sono sempre di Patrick Gowers
Sappiamo infatti che Sherlock Holmes (Jeremy Brett) ha sviluppato una passione platonica per Irene Adler, e niente di più tangibile. Succede però che in questo racconto (*) si traversta da idraulico per entrare nella casa di Milverton e studiare da quel punto di vantaggio la situazione. Per acquisire maggiori informazioni, circuisce Agatha (Sophie Thompson - sorella di Emma), arrivando vicino addirittura a fidanzarsi. Nella versione Granada si dà molto spazio a questa sottotrama, modificando anche il finale per mostrare come alla fine Holmes si renda conto di essersi comportato in modo riprovevole.
La puntata è molto ricca anche dal punto di vista musicale. Eliminata la sigla iniziale, il cui tema viene proposto solo molto in avanti, e pesantemente rielaborato (**), largo spazio viene lasciato a musiche d'epoca o classiche, con brani dal Mikado di Gilbert & Sullivan, Debussy, Offenbach, eccetera.
(*) L'avventura di Charles Augustus Milverton, da Il ritorno di Sherlock Holmes
(**) Le musiche originali sono sempre di Patrick Gowers
Parenti serpenti
Trattasi di film natalizio anomalo, un po' come Babbo Bastardo di Zwigoff. Questa è però una storia corale, e il vetriolo che Mario Monicelli usa con abbondanza nel narrarla è tale da far sembrare anche il film Zwigoff sdolcinato. Qui, infatti, non si salva nessuno, e di lieto nel finale c'è davvero poco.
La storia è di un autore esterno alla cerchia solita di Monicelli, Carmine Amoroso. Questa è la sua prima sceneggiatura che viene trasformata in film, nel 2006 scriverà e dirigerà Cover boy, dramma che mescola tematiche relative all'omosessualità, immigrazione, precarietà del lavoro, ottenendo un risultato apprezzato a livello di critica ma che ha ottenuto pochi spazi distributivi. Qui, invece, gli interventi sulla sceneggiatura di Suso Cecchi D'Amico, Piero De Bernardi e dello stesso Mario Monicelli bilanciano bene gli aspetti più drammatici alla commedia, lasciando allo spettatore la scelta di come leggere la storia. Da notare anche come Monicelli riesca a dare abbastanza spazio a tutti senza sforare i tempi classici del cinema, così che, sia pure con pochi minuti a disposizione, ogni personaggio ha la sua caratterizzazione adeguata. Peccato solo per gli scarsi soldi a disposizione della produzione, qualche milioncino in più avrebbe permesso di rifinire meglio il prodotto, che dà invece l'impressione di essere un po' tirato via.
Si narra di una famiglia originaria dell'Abruzzo. I quattro figli tornano dagli anziani genitori per le feste di fine anno, compiendo tutta la serie di rituali connessi col periodo. L'annuncio della madre che i due intendono trasferirsi da uno dei loro figli, scatena la lotta fratricida che esplicita tutta la serie di tensioni che lo spettatore più attento ha già percepito nella prima parte.
Al centro della famiglia c'è Trieste (Pia Velsi), dispotica e ben poco simpatetica, la vediamo subito comandare a bacchetta il marito. Questi (Paolo Panelli, ultimo suo film per il grande schermo) è un carabiniere in congedo, succube della moglie, sta scivolando in una gentile demenza senile. Probabilmente ha usato la scusa del suo lavoro per star più possibile lontano da casa, lasciando i figli senza un riferimento che bilanciasse quello materno.
Lina (Marina Confalone, recentemente in Amiche da morire) è perennemente sull'orlo di una crisi di nervi, tormentata da malanni di evidente origine psicosomatica, è la figlia che è rimasta più vicina a casa, non solo geograficamente vien da pensare in quanto duplica il comportamento materno nella sua famiglia. Ha sposato Michele (Tommaso Bianco), succube di sua moglie quanto il suocero di sua suocera, la sua valvola di sfogo sono evidentemente le donne. Direi che la moglie sa, ma non ci dà nemmeno peso. Hanno un figlio, Mauro, povera anima, che viene scelta da Monicelli come voce narrante, credo con lo scopo di prendere contemporaneamente un elemento interno alla storia ma che sia anche completamente estraneo alle meccaniche distruttive che seguiamo.
Milena (Monica Scattini) è la figlia bella. Evidente sin da subito la competizione con Lina, smussata dal suo gran dolore per non essere riuscita ad avere figli. Ha sposato Filippo (Renato Cecchetto) di cui non sembra essere molto innamorata, anche perché lui non è che sembri molto sveglio. Però gli ha dato una certa agiatezza, e la possibilità di allontanarsi dalla famiglia.
Alessandro (Eugenio Masciari) ha scelto di seguire il percorso paterno. Non che abbia firmato per la Benemerita, ma ha deciso di chiudersi in un mondo tutto suo, rinunciando alla realtà. Direi che si è sposato solo perché "si fa così" ma non mi sorprenderebbe scoprire che nemmeno la figlia, per la quale del resto non sembra mostrare un gran interesse, non sia sua. Ha sposato Gina (Cinzia Leone) che, al contrario, è un vulcano di sensualità che evidentemente sfoga altrove.
Alfredo (Alessandro Haber) non ha rinunciato al sesso come il fratello, ma l'invadenza materna e l'assenza paterna lo hanno confuso, e ha finito per scegliere l'omosessualità. Peccato ovviamente inconfessabile alla famiglia, per cui se ne è allontanato e finisce per dichiararsi solo per evitare che i fratelli usino il suo non essere sposato per rifilargli i genitori.
Sullo sfondo, l'asfissiante vacuezza della provincia italiana, dominata dalla ripetizione di modelli antiquati nei quali non sembra che ormai nessuno più si riconosca, ma dai quali non ci si può distanziare per paura del giudizio degli altri.
Sui titoli di coda Vivere di Bixio, nella bella versione di Enzo Jannacci che la stravolge (e gioiosamente massacra).
La storia è di un autore esterno alla cerchia solita di Monicelli, Carmine Amoroso. Questa è la sua prima sceneggiatura che viene trasformata in film, nel 2006 scriverà e dirigerà Cover boy, dramma che mescola tematiche relative all'omosessualità, immigrazione, precarietà del lavoro, ottenendo un risultato apprezzato a livello di critica ma che ha ottenuto pochi spazi distributivi. Qui, invece, gli interventi sulla sceneggiatura di Suso Cecchi D'Amico, Piero De Bernardi e dello stesso Mario Monicelli bilanciano bene gli aspetti più drammatici alla commedia, lasciando allo spettatore la scelta di come leggere la storia. Da notare anche come Monicelli riesca a dare abbastanza spazio a tutti senza sforare i tempi classici del cinema, così che, sia pure con pochi minuti a disposizione, ogni personaggio ha la sua caratterizzazione adeguata. Peccato solo per gli scarsi soldi a disposizione della produzione, qualche milioncino in più avrebbe permesso di rifinire meglio il prodotto, che dà invece l'impressione di essere un po' tirato via.
Si narra di una famiglia originaria dell'Abruzzo. I quattro figli tornano dagli anziani genitori per le feste di fine anno, compiendo tutta la serie di rituali connessi col periodo. L'annuncio della madre che i due intendono trasferirsi da uno dei loro figli, scatena la lotta fratricida che esplicita tutta la serie di tensioni che lo spettatore più attento ha già percepito nella prima parte.
Al centro della famiglia c'è Trieste (Pia Velsi), dispotica e ben poco simpatetica, la vediamo subito comandare a bacchetta il marito. Questi (Paolo Panelli, ultimo suo film per il grande schermo) è un carabiniere in congedo, succube della moglie, sta scivolando in una gentile demenza senile. Probabilmente ha usato la scusa del suo lavoro per star più possibile lontano da casa, lasciando i figli senza un riferimento che bilanciasse quello materno.
Lina (Marina Confalone, recentemente in Amiche da morire) è perennemente sull'orlo di una crisi di nervi, tormentata da malanni di evidente origine psicosomatica, è la figlia che è rimasta più vicina a casa, non solo geograficamente vien da pensare in quanto duplica il comportamento materno nella sua famiglia. Ha sposato Michele (Tommaso Bianco), succube di sua moglie quanto il suocero di sua suocera, la sua valvola di sfogo sono evidentemente le donne. Direi che la moglie sa, ma non ci dà nemmeno peso. Hanno un figlio, Mauro, povera anima, che viene scelta da Monicelli come voce narrante, credo con lo scopo di prendere contemporaneamente un elemento interno alla storia ma che sia anche completamente estraneo alle meccaniche distruttive che seguiamo.
Milena (Monica Scattini) è la figlia bella. Evidente sin da subito la competizione con Lina, smussata dal suo gran dolore per non essere riuscita ad avere figli. Ha sposato Filippo (Renato Cecchetto) di cui non sembra essere molto innamorata, anche perché lui non è che sembri molto sveglio. Però gli ha dato una certa agiatezza, e la possibilità di allontanarsi dalla famiglia.
Alessandro (Eugenio Masciari) ha scelto di seguire il percorso paterno. Non che abbia firmato per la Benemerita, ma ha deciso di chiudersi in un mondo tutto suo, rinunciando alla realtà. Direi che si è sposato solo perché "si fa così" ma non mi sorprenderebbe scoprire che nemmeno la figlia, per la quale del resto non sembra mostrare un gran interesse, non sia sua. Ha sposato Gina (Cinzia Leone) che, al contrario, è un vulcano di sensualità che evidentemente sfoga altrove.
Alfredo (Alessandro Haber) non ha rinunciato al sesso come il fratello, ma l'invadenza materna e l'assenza paterna lo hanno confuso, e ha finito per scegliere l'omosessualità. Peccato ovviamente inconfessabile alla famiglia, per cui se ne è allontanato e finisce per dichiararsi solo per evitare che i fratelli usino il suo non essere sposato per rifilargli i genitori.
Sullo sfondo, l'asfissiante vacuezza della provincia italiana, dominata dalla ripetizione di modelli antiquati nei quali non sembra che ormai nessuno più si riconosca, ma dai quali non ci si può distanziare per paura del giudizio degli altri.
Sui titoli di coda Vivere di Bixio, nella bella versione di Enzo Jannacci che la stravolge (e gioiosamente massacra).
Singles - L'amore è un gioco
Allo spettatore distratto potrebbe sembrare una commedia sentimentale corale come molte altre. Una casa a Seattle all'inizio degli anni novanta, abitata da quasi-trentenni più o meno pronti ad entrare nell'età adulta, il cui problema principale è quello di non riuscire, per un motivo o per l'altro, ad avere una relazione stabile. Seguiamo coppie che si cercano, si formano, si sfasciano fino all'epilogo felice per tutti quanti.
Facendo attenzione ai particolari, si trovano però una messe di cosettine che rendono la visione interessante.
È il secondo film diretto (oltre che scritto) dal poco prolifico Cameron Crowe. Viene tre anni dopo Non per soldi... ma per amore, che pure aveva avuto un buon riscontro, contribuendo al lancio di John Cusack, ai tempi ancora giovane promessa dall'incerto futuro. Come tutti i film di Crowe, la colonna sonora è curatissima. Qui l'enfasi è, ovviamente, sul Seattle sound (aka Grunge), colto proprio nel passaggio dal momento più creativo e alternativo al mainstream più commerciale. E quindi sentiamo i Pearl jam, Alice in chains, TAD, Mudhoney, un po' a coprire tutto lo spettro del fenomeno grunge. Viene dato spazio anche ad altra musica dello stesso periodo, e anche abbastanza affine, come quella degli Smashing pumpkins e dei Pixies, eccetera.
Uno dei personaggi principale è Matt Dillon, nei panni del leader di una band che affossa con la sua incapacità. Oltre a lui, nei Citizen Dick (!) militano Stone Gossard, Eddie Vedder e Jeff Ament, come dire, i Pearl jam! Particolare buffo, vediamo Dillon ad un concerto (dove suonano gli Alice in chains) che viene intervistato da un critico musicale, che poi è lo stesso Crowe. In seguito abbiamo modo di scoprire che l'articolo dice che Dillon è disastroso, ma il resto della band è eccellente.
Altro ruolo principale per Bridget Fonda, che dieci anni dopo mollerà il cinema sposando Danny Elfman. E, guarda un po' la coincidenza, in questo film c'è un divertente cameo di Tim Burton che appare per pochi secondi nei panni di uno scarsissimo regista di videoclip per annunci matrimoniali indicato dalla sua agente come il prossimo Martin Scorsese. E c'è pure Paul Giamatti, che appare in un ruolo minimo (rovina l'appuntamento di una delle coppie protagoniste sbaciucchiando ardentemente la sua partner in un bar).
Facendo attenzione ai particolari, si trovano però una messe di cosettine che rendono la visione interessante.
È il secondo film diretto (oltre che scritto) dal poco prolifico Cameron Crowe. Viene tre anni dopo Non per soldi... ma per amore, che pure aveva avuto un buon riscontro, contribuendo al lancio di John Cusack, ai tempi ancora giovane promessa dall'incerto futuro. Come tutti i film di Crowe, la colonna sonora è curatissima. Qui l'enfasi è, ovviamente, sul Seattle sound (aka Grunge), colto proprio nel passaggio dal momento più creativo e alternativo al mainstream più commerciale. E quindi sentiamo i Pearl jam, Alice in chains, TAD, Mudhoney, un po' a coprire tutto lo spettro del fenomeno grunge. Viene dato spazio anche ad altra musica dello stesso periodo, e anche abbastanza affine, come quella degli Smashing pumpkins e dei Pixies, eccetera.
Uno dei personaggi principale è Matt Dillon, nei panni del leader di una band che affossa con la sua incapacità. Oltre a lui, nei Citizen Dick (!) militano Stone Gossard, Eddie Vedder e Jeff Ament, come dire, i Pearl jam! Particolare buffo, vediamo Dillon ad un concerto (dove suonano gli Alice in chains) che viene intervistato da un critico musicale, che poi è lo stesso Crowe. In seguito abbiamo modo di scoprire che l'articolo dice che Dillon è disastroso, ma il resto della band è eccellente.
Altro ruolo principale per Bridget Fonda, che dieci anni dopo mollerà il cinema sposando Danny Elfman. E, guarda un po' la coincidenza, in questo film c'è un divertente cameo di Tim Burton che appare per pochi secondi nei panni di uno scarsissimo regista di videoclip per annunci matrimoniali indicato dalla sua agente come il prossimo Martin Scorsese. E c'è pure Paul Giamatti, che appare in un ruolo minimo (rovina l'appuntamento di una delle coppie protagoniste sbaciucchiando ardentemente la sua partner in un bar).
Rumori fuori scena
Direi che il periodo d'oro alla regia di Peter Bogdanovich è stato nei primi anni settanta, con L'ultimo spettacolo, Ma papà ti manda sola? e Paper moon. Però, sia pure con alterne vicende, la sua carriera è continuata imperterrita fino ad oggi. Nel bel mezzo della sua produzione, si trova questo titolo, una versione cinematografica del testo omonimo (in originale Noises off) di Michael Frayn. Teatro nel teatro adattato per il cinema, e portato oltreoceano dall'Inghilterra, dunque.
La storia viene narrata seguendo il punto di vista di un regista teatrale (Michael Caine) angosciato da come andrà a finire la prima a Broadway di un suo spettacolo (Titolato Nothing on - Niente addosso), una farsa piuttosto greve (quasi una pochade) ambientata nella casa di uno scrittore inglese (interpretato da un attore americano, interpretato a sua volta Christopher Reeve) che, per ragioni fiscali, si è trasferito in Spagna.
Prima che inizi l'azione sul palco, lui abbandona il teatro, e ci racconta da dove nasce la sua sicurezza che la rappresentazione sia una catastrofe, con un lungo flash back che rievoca il tour in provincia che avrebbe dovuto rodare lo spettacolo, ma che in realtà lo ha usurato.
Vediamo quindi più volte il primo atto di Nothing on, seguendo il deterioramento della piece, che si trasforma autonomamente da farsa in commedia slapstick, con gli interpreti che si fanno feroci scherzi, o che cercano di aggiustare alla meno peggio lo svolgimento dell'azione. Sul finale arriviamo quasi al teatro dell'assurdo, con un personaggio che inesplicabilmente (almeno per gli spettatori teatrali) si triplica nel corso dell'azione.
Colpo di scena finale, speculare a Per favore, non toccate le vecchiette, con lieto fine d'ordinanza.
La storia viene narrata seguendo il punto di vista di un regista teatrale (Michael Caine) angosciato da come andrà a finire la prima a Broadway di un suo spettacolo (Titolato Nothing on - Niente addosso), una farsa piuttosto greve (quasi una pochade) ambientata nella casa di uno scrittore inglese (interpretato da un attore americano, interpretato a sua volta Christopher Reeve) che, per ragioni fiscali, si è trasferito in Spagna.
Prima che inizi l'azione sul palco, lui abbandona il teatro, e ci racconta da dove nasce la sua sicurezza che la rappresentazione sia una catastrofe, con un lungo flash back che rievoca il tour in provincia che avrebbe dovuto rodare lo spettacolo, ma che in realtà lo ha usurato.
Vediamo quindi più volte il primo atto di Nothing on, seguendo il deterioramento della piece, che si trasforma autonomamente da farsa in commedia slapstick, con gli interpreti che si fanno feroci scherzi, o che cercano di aggiustare alla meno peggio lo svolgimento dell'azione. Sul finale arriviamo quasi al teatro dell'assurdo, con un personaggio che inesplicabilmente (almeno per gli spettatori teatrali) si triplica nel corso dell'azione.
Colpo di scena finale, speculare a Per favore, non toccate le vecchiette, con lieto fine d'ordinanza.
Benny's video
Simile al precedente Il settimo continente, anche questo film di Michael Haneke è consigliabile solo ad un pubblico adulto, nel senso di uno spettatore che non cerchi un prodotto di facile consumo.
Anche questa è la storia di una famiglia austriaca, ma qui lo studio dei personaggi ha uno spazio maggiore. Il protagonista è il figlio minore (Arno Frisch), con una eccessiva passione per la cinematografia, probabilmente per compensare l'assenza dei genitori (Angela Winkler e Ulrich Mühe). Ha anche una sorella che vive fuori casa e di cui sappiamo solo che ha una certa passione per schemi tra il gioco e l'imbroglio per fare soldi alla svelta.
Benny sembra avere grossi problemi ad affrontare la realtà senza la mediazione di una telecamera, arriva all'assurdo di schermare le finestre della sua stanza ma di avere la vista su televisione. Un po' ricorda il ragazzetto di American beauty, a pensarci bene.
All'inizio del film, lo vediamo visionare un filmetto amatoriale che ha girato in campagna, dove ha seguito l'esecuzione di un maiale, abbattuto con una di quelle pistole ad aria compressa, tipo quella che usa il killer di Non è un paese per vecchi. Dopo aver visto così tante volte la morte in pellicola (nei film che noleggia, nei notiziari televisivi, ...) e aver avuto questa esperienza di morte reale, gli è venuta la curiosità di provarla di persona. Recluta così una ragazzina, e sperimenta su di lei, anche in questo caso mediando il tutto con la sua telecamera.
I genitori, decisamente distratti, non si accorgono di niente. Dovranno vedere il video per rendersi conto che il figlio ha ucciso. Segue la vera parte horror del film (che non viene mostrata), ovvero come viene fatto sparire il cadavere, e come i genitori si illudano che questo basti a risolvere i grossi problemi di Benny.
Haneke sottolinea l'insulsaggine dei genitori, che si preoccupano delle possibilità di carriera del figlio, se venisse condannato per omicidio, o che vengono mostrati orgogliosi per la "carriera" della figlia, che raggranella soldi in quel modo. Ma mantiene uno stile quasi-documentaristico, lasciando che sia lo spettatore a tirare le conclusioni che vuole. Se vuole.
Anche questa è la storia di una famiglia austriaca, ma qui lo studio dei personaggi ha uno spazio maggiore. Il protagonista è il figlio minore (Arno Frisch), con una eccessiva passione per la cinematografia, probabilmente per compensare l'assenza dei genitori (Angela Winkler e Ulrich Mühe). Ha anche una sorella che vive fuori casa e di cui sappiamo solo che ha una certa passione per schemi tra il gioco e l'imbroglio per fare soldi alla svelta.
Benny sembra avere grossi problemi ad affrontare la realtà senza la mediazione di una telecamera, arriva all'assurdo di schermare le finestre della sua stanza ma di avere la vista su televisione. Un po' ricorda il ragazzetto di American beauty, a pensarci bene.
All'inizio del film, lo vediamo visionare un filmetto amatoriale che ha girato in campagna, dove ha seguito l'esecuzione di un maiale, abbattuto con una di quelle pistole ad aria compressa, tipo quella che usa il killer di Non è un paese per vecchi. Dopo aver visto così tante volte la morte in pellicola (nei film che noleggia, nei notiziari televisivi, ...) e aver avuto questa esperienza di morte reale, gli è venuta la curiosità di provarla di persona. Recluta così una ragazzina, e sperimenta su di lei, anche in questo caso mediando il tutto con la sua telecamera.
I genitori, decisamente distratti, non si accorgono di niente. Dovranno vedere il video per rendersi conto che il figlio ha ucciso. Segue la vera parte horror del film (che non viene mostrata), ovvero come viene fatto sparire il cadavere, e come i genitori si illudano che questo basti a risolvere i grossi problemi di Benny.
Haneke sottolinea l'insulsaggine dei genitori, che si preoccupano delle possibilità di carriera del figlio, se venisse condannato per omicidio, o che vengono mostrati orgogliosi per la "carriera" della figlia, che raggranella soldi in quel modo. Ma mantiene uno stile quasi-documentaristico, lasciando che sia lo spettatore a tirare le conclusioni che vuole. Se vuole.
Porco rosso
Evidentemente i lungometraggi di Hayao Miyazaki, anche se vecchiotti, funzionano bene anche al cinema. Infatti la distribuzione di Il castello nel cielo di questi giorni è stata preceduta nel 2010 da quella di Porco rosso, recuperato alle nostre sale con un ritardo quasi ventennale.
Anche ad un neofita come il sottoscritto, saltano subito all'occhio i molti i tratti in comune tra i due titoli, che li identificano chiaramente come prodotti di un autore con una sua voce molto specifica. Gli agganci alla realtà sono stravolti da una fervida fantasia che ci porta in un mondo dove l'impossibile viene accettato dai personaggi come fosse fatto quotidiano.
Se Il castello nel cielo era ambientato in un tardo ottocento piuttosto inglese, trasfigurato da influenze tra il fantasy e la fantascienza, in Porco rosso il setting è in Italia nei primi anni venti del secolo scorso nel mondo dell'aviazione, che a quei tempi era ancora in bilico tra il pionierismo iniziale e l'industrializzazione ormai prossima. Molti particolari fanno pensare ad un grande amore dell'autore per l'Italia e l'aviazione, anche se il tutto viene stravolto rimescolare storia, geografia, influenze esterne e qualunque cosa possa essere funzionale alla narrazione.
Il protagonista è un asso della prima guerra mondiale misteriosamente trasformatosi in maiale antropomorfo e che ora campa difendendo le navi da crociera dall'assalto di feroci pirati che infestano l'alto Adriatico. Sia lui che i pirati volano su bellissimi idrovolanti (più o meno) d'epoca e, anche se si odiano cordialmente, a fine giornata di incontrano tutti quanti al bar che colonizza un'isoletta, gestito da una affascinante Gina, che canta in francese.
Siamo dunque anche qui in un mondo parallelo, che ha solo una certa somiglianza con quello reale di riferimento. In questo caso direi che le distorsioni arrivano principalmente da influssi hard-boiled, con il suino protagonista che mi pare un classico personaggio alla Raymond Chandler, ci starebbe bene una sua interpretazione da parte di Bogart, solitario, con un mistero nel passato, cinico ma dal buon cuore. I pirati sono molto simili a quelli de Il castello nel cielo, teoricamente cattivi, ma dopo tutto neanche tanto, molto buffi. Anche qui sono le donne ad avere capacità decisionale, gli uomini in genere sono tendenzialmente dei bambinoni poco affidabili.
Molti i dettagli curiosi. In primo luogo il vero nome di Porco rosso (detto così per via delle sembianze, e per il colore del suo idrovolante, probabile accenno al triplano del più noto barone) è Marco Pagot, che sarebbe poi il nome del figlio di Nino Pagot, che col fratello ha creato, tra l'altro, Calimero. Si cita dunque la gloriosa scuola dell'animazione italiana, ridotta ormai ad un fuoco che cova sotto la cenere.
Si citano alcuni veri assi dell'aria italiani, in particolare Arturo Ferrarin viene presentato come amico di Pagot, e lo salva un paio di volte da situazioni pericolose. Ferrarin ha fatto veramente la prima guerra mondiale (anche se non risulta una sua amicizia con un aviatore poi trasformatosi in maiale), una delle sue imprese più ardite è stato il volo Roma-Tokio (guarda caso). Lo sviluppo dell'aviazione italiana di quegli anni è legato anche al suo contributo, che ha riguardato anche indicazioni ai progettisti di idrovolanti, come nel caso della macchina su cui lo vediamo nel film, no stupendo Macchi M.39, velivolo all'avanguardia ai suoi tempi (che sono successivi a quelli narrati, è del 1926) e che ha influenzato la progettazione aeronautica per un paio di decenni.
Storicamente, sappiamo di essere nel 1922 in quanto si accenna al cambiamento di regime in Italia, e nella seconda parte del film Pagot è pedinato da agenti della polizia segreta fascista. In realtà una vera e propria polizia segreta fascista sarà attiva solo dopo alcuni anni dalla marcia su Roma, anche questo, dunque, potrebbe essere considerato un anacronismo.
Si parla anche della Coppa Schneider, che era una sorta di Coppa America per idrovolanti, vinta ad esempio dal suddetto M.39, e si accenna al fatto che gli americani l'abbiano vinta in passato. Questo è successo nel 1923, su di un Curtiss che poi è il nome dell'antagonista americano di Pagot.
L'idrovolante di Pagot non mi pare sia un modello reale, anche se assomiglia a prodotti d'epoca della SIAI e della Macchi. Fatto è che, a seguito dello scontro con il rivale Curtiss, ingaggiato dai pirati, Porco Rosso lo porta ad aggiustare e migliorare in un cantiere milanese, e qui gli viene proposto di cambiare motore per metterci un "Ghibli". Beh, Ghibli è il nome dello studio di Miyazaki, e uno potrebbe pensare che si tratti di una citazione della produzione, mentre in realtà si cita un altro aereo italiano, un Caproni del decennio successivo, che appunto era noto con quel nome. Se ho capito bene, la passione di Miyazaki per l'aviazione italiana è addirittura precedente alla fondazione dello studio di produzione.
Ma tutti questi sono dettagli, relativamente poco interessanti. Il vero cuore della storia sta nella vicenda del protagonista, che pensa di espiare una colpa che a ben vedere non ha, della sua complicata relazione con le donne, e con gli umani in generale - lui sente addirittura di non fare più parte del nostro genere, di essere qualcosa di estraneo all'umanità. Solo in due momenti verrà intravisto come umano, da Fio, la giovane progettista che gli rimette a nuovo l'aereo, quando le parla di come è diventato un maiale, e da Curtiss, suo arci-rivale, nel finale.
Anche ad un neofita come il sottoscritto, saltano subito all'occhio i molti i tratti in comune tra i due titoli, che li identificano chiaramente come prodotti di un autore con una sua voce molto specifica. Gli agganci alla realtà sono stravolti da una fervida fantasia che ci porta in un mondo dove l'impossibile viene accettato dai personaggi come fosse fatto quotidiano.
Se Il castello nel cielo era ambientato in un tardo ottocento piuttosto inglese, trasfigurato da influenze tra il fantasy e la fantascienza, in Porco rosso il setting è in Italia nei primi anni venti del secolo scorso nel mondo dell'aviazione, che a quei tempi era ancora in bilico tra il pionierismo iniziale e l'industrializzazione ormai prossima. Molti particolari fanno pensare ad un grande amore dell'autore per l'Italia e l'aviazione, anche se il tutto viene stravolto rimescolare storia, geografia, influenze esterne e qualunque cosa possa essere funzionale alla narrazione.
Il protagonista è un asso della prima guerra mondiale misteriosamente trasformatosi in maiale antropomorfo e che ora campa difendendo le navi da crociera dall'assalto di feroci pirati che infestano l'alto Adriatico. Sia lui che i pirati volano su bellissimi idrovolanti (più o meno) d'epoca e, anche se si odiano cordialmente, a fine giornata di incontrano tutti quanti al bar che colonizza un'isoletta, gestito da una affascinante Gina, che canta in francese.
Siamo dunque anche qui in un mondo parallelo, che ha solo una certa somiglianza con quello reale di riferimento. In questo caso direi che le distorsioni arrivano principalmente da influssi hard-boiled, con il suino protagonista che mi pare un classico personaggio alla Raymond Chandler, ci starebbe bene una sua interpretazione da parte di Bogart, solitario, con un mistero nel passato, cinico ma dal buon cuore. I pirati sono molto simili a quelli de Il castello nel cielo, teoricamente cattivi, ma dopo tutto neanche tanto, molto buffi. Anche qui sono le donne ad avere capacità decisionale, gli uomini in genere sono tendenzialmente dei bambinoni poco affidabili.
Molti i dettagli curiosi. In primo luogo il vero nome di Porco rosso (detto così per via delle sembianze, e per il colore del suo idrovolante, probabile accenno al triplano del più noto barone) è Marco Pagot, che sarebbe poi il nome del figlio di Nino Pagot, che col fratello ha creato, tra l'altro, Calimero. Si cita dunque la gloriosa scuola dell'animazione italiana, ridotta ormai ad un fuoco che cova sotto la cenere.
Si citano alcuni veri assi dell'aria italiani, in particolare Arturo Ferrarin viene presentato come amico di Pagot, e lo salva un paio di volte da situazioni pericolose. Ferrarin ha fatto veramente la prima guerra mondiale (anche se non risulta una sua amicizia con un aviatore poi trasformatosi in maiale), una delle sue imprese più ardite è stato il volo Roma-Tokio (guarda caso). Lo sviluppo dell'aviazione italiana di quegli anni è legato anche al suo contributo, che ha riguardato anche indicazioni ai progettisti di idrovolanti, come nel caso della macchina su cui lo vediamo nel film, no stupendo Macchi M.39, velivolo all'avanguardia ai suoi tempi (che sono successivi a quelli narrati, è del 1926) e che ha influenzato la progettazione aeronautica per un paio di decenni.
Storicamente, sappiamo di essere nel 1922 in quanto si accenna al cambiamento di regime in Italia, e nella seconda parte del film Pagot è pedinato da agenti della polizia segreta fascista. In realtà una vera e propria polizia segreta fascista sarà attiva solo dopo alcuni anni dalla marcia su Roma, anche questo, dunque, potrebbe essere considerato un anacronismo.
Si parla anche della Coppa Schneider, che era una sorta di Coppa America per idrovolanti, vinta ad esempio dal suddetto M.39, e si accenna al fatto che gli americani l'abbiano vinta in passato. Questo è successo nel 1923, su di un Curtiss che poi è il nome dell'antagonista americano di Pagot.
L'idrovolante di Pagot non mi pare sia un modello reale, anche se assomiglia a prodotti d'epoca della SIAI e della Macchi. Fatto è che, a seguito dello scontro con il rivale Curtiss, ingaggiato dai pirati, Porco Rosso lo porta ad aggiustare e migliorare in un cantiere milanese, e qui gli viene proposto di cambiare motore per metterci un "Ghibli". Beh, Ghibli è il nome dello studio di Miyazaki, e uno potrebbe pensare che si tratti di una citazione della produzione, mentre in realtà si cita un altro aereo italiano, un Caproni del decennio successivo, che appunto era noto con quel nome. Se ho capito bene, la passione di Miyazaki per l'aviazione italiana è addirittura precedente alla fondazione dello studio di produzione.
Ma tutti questi sono dettagli, relativamente poco interessanti. Il vero cuore della storia sta nella vicenda del protagonista, che pensa di espiare una colpa che a ben vedere non ha, della sua complicata relazione con le donne, e con gli umani in generale - lui sente addirittura di non fare più parte del nostro genere, di essere qualcosa di estraneo all'umanità. Solo in due momenti verrà intravisto come umano, da Fio, la giovane progettista che gli rimette a nuovo l'aereo, quando le parla di come è diventato un maiale, e da Curtiss, suo arci-rivale, nel finale.
Alien³
La regia del terzo episodio della saga di Alien viene affidata ad un ragazzotto che fino a quel momento aveva fatto solo video musicali, tale David Fincher. Dopo sarebbe diventato Fincher, il regista (anche se, devo dire la verità, non è che mi faccia impazzire) ma qui non è che faccia una bella figura. Nonostante il cospicuo budget, sembra una produzione a basso costo, e il buon livello medio degli attori (molto inglese, facce note come Pete Postlethwaite, Danny Webb, Charles Dance, Ralph Brown) non riesce a coprire le magagne di una sceneggiatura ballerina e di una regia distratta.
Questa volta Ripley (Sigourney Weaver) naufraga su un pianeta-prigione, gli altri viventi che erano con lei muoiono senza aver tempo di emettere una singola vocale, l'androide è così malridotto che riuscirà a fare solo una piccola scena a metà film prima di chiedere di essere lasciato in pace nel suo nulla. Causa della catastrofe il solito Alien piantagrane che è riuscito a intrufolarsi nella scialuppa. Ne faranno le spese, come al solito, tutti gli umani presenti sul pianeta. Eccezione: Danny Webb, che seppur malconcio ne esce vivo, e un cane, che invece fa la fine di John Hurt nell'Alien originale.
Si poteva fare abbondantemente a meno di questa puntata, se non per contraddire la distribuzione italiana, che avava avuto l'ardire di marcare come finale l'Aliens di Cameron. Ma erano tutti così evidentemente stufi della serie, che hanno pensato di distruggere definitivamente sia gli Alien che Ripley stessa. Illusi. Soprattutto nella fantascienza, c'è sempre un modo di continuare la storia.
Questa volta Ripley (Sigourney Weaver) naufraga su un pianeta-prigione, gli altri viventi che erano con lei muoiono senza aver tempo di emettere una singola vocale, l'androide è così malridotto che riuscirà a fare solo una piccola scena a metà film prima di chiedere di essere lasciato in pace nel suo nulla. Causa della catastrofe il solito Alien piantagrane che è riuscito a intrufolarsi nella scialuppa. Ne faranno le spese, come al solito, tutti gli umani presenti sul pianeta. Eccezione: Danny Webb, che seppur malconcio ne esce vivo, e un cane, che invece fa la fine di John Hurt nell'Alien originale.
Si poteva fare abbondantemente a meno di questa puntata, se non per contraddire la distribuzione italiana, che avava avuto l'ardire di marcare come finale l'Aliens di Cameron. Ma erano tutti così evidentemente stufi della serie, che hanno pensato di distruggere definitivamente sia gli Alien che Ripley stessa. Illusi. Soprattutto nella fantascienza, c'è sempre un modo di continuare la storia.
Il cattivo tenente
Il fatto più incredibile è che ne è stato fatto recentemente un remake, firmato niente di meno che da Werner Herzog e interpetato da Nicolas Cage. Evidentemente dell'idea originale deve essere rimasto ben poco e, se non mi stupisce che Cage sia nel cast, mi chiedo che sia passato mai nella testa di Herzog quando ha firmato.
L'originale è co-scritto e diretto da Abel Ferrara, è una produzione evidentemente a basso costo, al punto da sembrare a tratti un prodotto amatoriale quasi documentaristico, che rappresenta New York come città brutta sporca e cattiva (utile vederlo in abbinamento a una puntata di Sex and the City).
La storia gira tutta attorno ad un poliziotto (un Harvey Keitel che non si risparmia) sminuito dal titolo che lo definisce semplicemente cattivo. Tossico all'ultimo stadio, alcolizzato, guardone, violento, abusa del suo ruolo per farne di tutti i colori, è in combutta con spacciatori, e trascura la famiglia per una amante tossica (che trascura per andare con prostitute).
Per rendere la sua vita più interessante, si ficca in un idiota schema di scommesse clandestine sull'epico scontro nei playoff del 1988 tra New York Mets e Los Angeles Dodgers.
Per sua (di lui) fortuna, una suorina viene violentata da un paio di balordi, lui partecipa alle indagini e scopre che lei in realtà sa chi sono i colpevoli, ma non li denuncia perché preferisce perdonarli. Pur essendo lui (almeno teoricamente) cattolico non riesce inizialmente a capire il senso di tutto ciò ma, attraverso una allucinata rielaborazione, ottiene una nuova consapevolezza che lo porterà, beh, a morire solo come un cane.
Non male, a patto di non lasciarsi impressionare troppo dall'uso e abuso di una varietà di sostanze stupefacenti, da Keitel nudo e piangente, o che si masturba mentre violenta verbalmente un paio di ragazzotte di campagna in visita alla grande città. Troppo lunga però la fase di costruzione del personaggio, un alleggerimento di una mezz'oretta ci sarebbe stato bene.
L'originale è co-scritto e diretto da Abel Ferrara, è una produzione evidentemente a basso costo, al punto da sembrare a tratti un prodotto amatoriale quasi documentaristico, che rappresenta New York come città brutta sporca e cattiva (utile vederlo in abbinamento a una puntata di Sex and the City).
La storia gira tutta attorno ad un poliziotto (un Harvey Keitel che non si risparmia) sminuito dal titolo che lo definisce semplicemente cattivo. Tossico all'ultimo stadio, alcolizzato, guardone, violento, abusa del suo ruolo per farne di tutti i colori, è in combutta con spacciatori, e trascura la famiglia per una amante tossica (che trascura per andare con prostitute).
Per rendere la sua vita più interessante, si ficca in un idiota schema di scommesse clandestine sull'epico scontro nei playoff del 1988 tra New York Mets e Los Angeles Dodgers.
Per sua (di lui) fortuna, una suorina viene violentata da un paio di balordi, lui partecipa alle indagini e scopre che lei in realtà sa chi sono i colpevoli, ma non li denuncia perché preferisce perdonarli. Pur essendo lui (almeno teoricamente) cattolico non riesce inizialmente a capire il senso di tutto ciò ma, attraverso una allucinata rielaborazione, ottiene una nuova consapevolezza che lo porterà, beh, a morire solo come un cane.
Non male, a patto di non lasciarsi impressionare troppo dall'uso e abuso di una varietà di sostanze stupefacenti, da Keitel nudo e piangente, o che si masturba mentre violenta verbalmente un paio di ragazzotte di campagna in visita alla grande città. Troppo lunga però la fase di costruzione del personaggio, un alleggerimento di una mezz'oretta ci sarebbe stato bene.
Mio cugino Vincenzo
Commedia d'ambiente giudiziario che rivedo sempre volentieri, grazie soprattutto all'impagabile alchimia che sprigiona la spumeggiante coppia protagonista (Joe Pesci - Marisa Tomei).
Il titolo, My cousin Vinny, lascia intendere che il punto di vista sia quello del personaggio di Ralph Macchio, ma non è vero, se non nella parte iniziale. In realtà la storia è quella di una coppia di italo-americani da Broccolino che vengono scaraventati nel profondo sud perché lui possa difendere il cugino da una accusa di omicidio causata da una serie di bizzarre coincidenze.
C'è l'ostilità tra campagnoli e cittadini, lo spiazzamento di chi si trova ad operare in un contesto completamente diverso dal suo, la paura di non essere all'altezza di una situazione davvero delicata, e molto altro ancora.
Regista e sceneggiatore hanno momenti non particolarmente brillanti, ma hanno ben chiaro che il cuore del film sta nell'incontro-scontro tra i due personaggi principali, al punto che la scena madre (la Tomei viene chiamata come teste della difesa e Pesci chiede al giudice il permesso di poterla trattare come ostile - e lei chiosa, "se pensi che io sia ostile adesso, vedrai stanotte a letto") viene anticipata da una specie di spassosa prova generale giustificata da un rubinetto che perde.
Il titolo, My cousin Vinny, lascia intendere che il punto di vista sia quello del personaggio di Ralph Macchio, ma non è vero, se non nella parte iniziale. In realtà la storia è quella di una coppia di italo-americani da Broccolino che vengono scaraventati nel profondo sud perché lui possa difendere il cugino da una accusa di omicidio causata da una serie di bizzarre coincidenze.
C'è l'ostilità tra campagnoli e cittadini, lo spiazzamento di chi si trova ad operare in un contesto completamente diverso dal suo, la paura di non essere all'altezza di una situazione davvero delicata, e molto altro ancora.
Regista e sceneggiatore hanno momenti non particolarmente brillanti, ma hanno ben chiaro che il cuore del film sta nell'incontro-scontro tra i due personaggi principali, al punto che la scena madre (la Tomei viene chiamata come teste della difesa e Pesci chiede al giudice il permesso di poterla trattare come ostile - e lei chiosa, "se pensi che io sia ostile adesso, vedrai stanotte a letto") viene anticipata da una specie di spassosa prova generale giustificata da un rubinetto che perde.
Blade runner
Meglio vederlo nella versione 1992 (director's cut) o 2007 (final cut), buona anche la versione 1982 internazionale. Conviene invece evitare accuratamente la versione originale 1982 per il mercato americano, tagliata e "addomesticata" oltre ogni ragionevole limite. Il che ha portato, fra l'altro, ad un mediocre risultato commerciale per quello che nel corso degli anni si è dimostrato essere uno dei più importanti titoli del genere.
Basato su Do androids dream of electric sheep? di Philip K. Dick e sviluppato in modo originale, anche se sempre nel solco delle tematiche tipiche di Dick, racconta la storia di un gruppo di androidi (o replicanti) che, presa coscienza del loro essere, si ribellano al loro creatore, contestando il fatto che debbano morire. La narrazione viene fatta dal punto di vista di un bladerunner (soprannome affibbiato ai cacciatori di androidi) a cui è stato affibiato il compitoro di ritirarli (eufemismo per eliminarli).
Primo film americano di Ridley Scott (Alien è stato girato in UK), ha per protagonista Harrison Ford a suo agio nei panni del bladerunner, in quanto gli riesce bene interpetare quello che non capisce bene quello che accade. Memorabile l'interpretazione di Rutger Hauer nei panni del capo dei replicanti alla ricerca della impossibile salvezza; stracitate, solitamente a sproposito, le sue battute finali (Ho visto cose che voi umani ...).
Nella versione originale è appena accennato il sospetto che Ford sia in anch'egli un replicante ma che gliene manchi la consapevolezza, cosa che invece risulta quasi esplicita nel 1992, grazie ad aggiunte piccole ma molto significative.
Interessante la citazione, prettamente visuale, a Metropolis di Fritz Lang.
Basato su Do androids dream of electric sheep? di Philip K. Dick e sviluppato in modo originale, anche se sempre nel solco delle tematiche tipiche di Dick, racconta la storia di un gruppo di androidi (o replicanti) che, presa coscienza del loro essere, si ribellano al loro creatore, contestando il fatto che debbano morire. La narrazione viene fatta dal punto di vista di un bladerunner (soprannome affibbiato ai cacciatori di androidi) a cui è stato affibiato il compitoro di ritirarli (eufemismo per eliminarli).
Primo film americano di Ridley Scott (Alien è stato girato in UK), ha per protagonista Harrison Ford a suo agio nei panni del bladerunner, in quanto gli riesce bene interpetare quello che non capisce bene quello che accade. Memorabile l'interpretazione di Rutger Hauer nei panni del capo dei replicanti alla ricerca della impossibile salvezza; stracitate, solitamente a sproposito, le sue battute finali (Ho visto cose che voi umani ...).
Nella versione originale è appena accennato il sospetto che Ford sia in anch'egli un replicante ma che gliene manchi la consapevolezza, cosa che invece risulta quasi esplicita nel 1992, grazie ad aggiunte piccole ma molto significative.
Interessante la citazione, prettamente visuale, a Metropolis di Fritz Lang.
Le iene
Primo lungometraggio di Quentin Tarantino (scritto, diretto e, in un ruolo minore, interpretato) in linea con quella che saranno i canoni classici della sua filmografia: violenza, tupriloquio, dialoghi incessanti, frequenti salti temporali. Nonostante il basso budget - o forse proprio grazie a questo - è tra le sua cose che mi piacciono di più.
Nato grazie ad un colpo di fortuna, la sceneggiatura è finita in mano ad Harvey Keitel, che ha apprezzato, ci ha messo soldi diventando produttore e protagonista e, graziato da un ottimo cast (tra gli altri, da citare almeno Tim Roth e Steve Buscemi), narra una storia non particolarmente nuova ma con modalità molto personali. Un (piccolo) mafioso californiano creata una squadretta di delinquenti per fare un semplice colpetto che dovrebbe filare liscio come l'olio e portare a tutti un mucchio di soldi. Moriranno tutti, tranne (forse) Buscemi.
Gran parte dell'azione si svolge, con modalità quasi teatrali, in un capannone abbandonato dove i superstiti si ritrovano dopo la catatrofica rapina e interagiscono tra loro come i cani inselvatichiti del titolo originale (Reservoir dogs). A favore dei distributori italiani c'è da dire che il film è noto anche con il più adeguato sottotitolo Cani da rapina.
Nato grazie ad un colpo di fortuna, la sceneggiatura è finita in mano ad Harvey Keitel, che ha apprezzato, ci ha messo soldi diventando produttore e protagonista e, graziato da un ottimo cast (tra gli altri, da citare almeno Tim Roth e Steve Buscemi), narra una storia non particolarmente nuova ma con modalità molto personali. Un (piccolo) mafioso californiano creata una squadretta di delinquenti per fare un semplice colpetto che dovrebbe filare liscio come l'olio e portare a tutti un mucchio di soldi. Moriranno tutti, tranne (forse) Buscemi.
Gran parte dell'azione si svolge, con modalità quasi teatrali, in un capannone abbandonato dove i superstiti si ritrovano dopo la catatrofica rapina e interagiscono tra loro come i cani inselvatichiti del titolo originale (Reservoir dogs). A favore dei distributori italiani c'è da dire che il film è noto anche con il più adeguato sottotitolo Cani da rapina.
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