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Le 5 leggende

Motivi per così dire tecnici mi hanno mal predisposto alla visione di questo lavoro della DreamWorks. L'ho dovuto vedere in italiano, e quindi mi sono perso le voci originali, che sono di gente come Chris Pine, Alec Baldwin, Jude Law e Hugh Jackman. L'animazione degli umani non è ancora convincente, non hanno ancora la fluidità che ci si può aspettare dalla realtà, mentre ormai l'animazione del resto è eccellente, e questo mi che crei uno strano scompenso.

Non conosco la fonte di partenza (una serie di racconti di William Joyce) e quindi non so se alcuni passaggi mi abbiano generato dubbi per colpa della conversione sullo schermo, che pure è stata affidata all'ottimo David Lindsay-Abaire (*), o siano peccati originali. La cosmogonia di riferimento è alquanto bizzarra, e la conseguente interpretazione della psicologia umana poco convincente.

Nonostante tutte questi miei distinguo, alla fine mi sono divertito, e direi che il risultato complessivo è buono.

In uno strano mondo parallelo, l'Uomo nella Luna (**) è a capo della fazione del Bene, ma non interviene direttamente nelle faccende degli umani, lasciando che siano i suoi assistenti a sporcarsi le mani. Costoro sono Babbo Natale (***), il coniglio pasquale (°), la fata del dentino, e l'omino del sonno (°°).

Per quanto ne sappiamo, il Male ha un solo rappresentate, l'Uomo Nero (°°°). Costui dominava sull'umanità, distribuendo a tutti i bimbi incubi orribili con cui passare la notte, ma poi per qualche motivo all'Uomo nella Luna è venuto in mente di cambiare le cose e ha creato i Guardiani con il compito di far dormire meglio i cuccioli d'uomo.

Ora però l'Uomo Nero sta tornando, più forte che mai, e l'Uomo della Luna percepisce che i Guardiani non saranno capaci di tenerlo a bada. Così sfodera il jolly, Jack Frost (#). Costui ha tutta una sua serie di problemi, non sa chi sia, nessuno lo considera, eccetera. Riusciranno i Guardiani a portarlo dalla loro parte? Riuscirà Jack a scoprire chi è davvero? Verrà sconfitto l'Uomo Nero?

(*) Suo Rabbit hole (2010).
(**) Personaggio poco definito, che immagino prenda le mosse da quello rappresentato anche da Georges Méliès nel suo Viaggo nella Luna (1902).
(***) Chiamato amichevolmente Nord, ispirato più al Nonno Gelo russo che al San Nicola nord Europeo convertito nell'attuale iconografia dagli americani.
(°) In italiano lo chiamano Calmoniglio, chissà perché.
(°°) Mitologia ben poco popolare da noi, molto noto dagli anglofoni come Uomo della Sabbia (Sandman).
(°°°) Pitch Black. Vedasi, anche se non c'entra niente, l'omonimo primo capitolo delle storie di Riddick (2000).
(#) Personificazione del gelo. Praticamente ignoto da noi, piuttosto popolare tra gli anglofoni.

Sherlock 2.3: Le cascate di Reichenbach

Lo spettatore più attento avrà notato come nella precedente puntata Jim Moriarty (Andrew Scott) appaia in due brevi sequenze. In una come idea fissa di Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), nell'altra come antagonista del suo fratellone Mycroft (Mark Gatiss). Qui si tirano le conclusioni di questa partita a tre.

Sherlock e Jim sono il ritratto speculare della stessa personalità. Il consulting detective tiene a bada la sua noia nei confronti di un mondo per lui risulta troppo spesso scontato lavorando per gli "angeli", il consulting criminal lavora sul campo avverso. L'incontro li ha fatti sbarellare, Sherlock vede Jim anche dove non c'è, Jim ha trasformato Sherlock nella sua ossessione. Si può capire quando Jim abbia fatto bene i suoi compiti notando come riesca ad identificare correttamente chi siano tre amici del suo arcinemico. Se a Watson (Martin Freeman) ci arriverebbe chiunque, la signora Hudson (Una Stubbs) è un bersaglio più complicato, come pure l'ispettore Lestrade (Rupert Graves), così spesso maltrattato dal nostro. Sherlock, ovviamente, va anche oltre, riuscendo a calcolare le decisioni di Jim fino all'ultima.

Tra Sherlock e Jim c'è in mezzo Mycroft, che ha scelto di mettere la sua intelligenza al servizio dello Stato, e non capisce perché il suo dotato fratellino non voglia fare lo stesso. Il lavoro che si è scelto Mycroft ha il vantaggio di tenere impegnata costantemente la sua mente, ma ha lo svantaggio di fargli perdere il senso della misura, ancor peggio di come lo perde solitamente Sherlock.

Il titolo può risultare criptico ai meno assidui lettori di Conan Doyle, ma ne ho già parlato abbastanza nel post dedicato alla mia prima visione di questo episodio.

Sherlock 2.2: I mastini di Baskerville

Anche per la seconda stagione vale la maledizione dell'episodio di mezzo, che mi soddisfa meno degli altri. Ho controllato, e non si tratta di uno sghiribizzo del momento, pure alla prima visione ho avuto la stessa sensazione.

Come è facile intuire, questa volta l'avventura è basata su Il mastino dei Baskerville, con gli opportuni stravolgimenti che, incredibilmente, mantengono la sostanza della storia di Conan Doyle.

Come vuole il canone, gran parte dello svolgimento avviene nella campagna, lontano da Londra. Ma qui il dottor Watson (Martin Freeman) non opera, se non brevemente, disgiuntamente da Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch). Baskerville, al centro della narrativa, diventa un segretissimo centro di ricerca militare. E il cattivo, invece di affondare nelle paludi farà una diversa tragica fine, seppur in un certo senso paragonabile a quella originale.

Nell'episodio precedente si evidenziava come la focalizzazione di Sherlock sul lato intellettuale a scapito di quello affettivo avesse i suoi aspetti negativi. Qui, oltre a reiterare il punto, si ha modo di vedere quanto il consulting detective possa essere sorpreso dallo scoprire che non sempre ci si può fidare dei propri sensi.

Sherlock 2.1: Scandalo a Belgravia

Belgravia è quel quartiere londinese che confina con Buckingham Palace. In Uno scandalo in Boemia, Conan Doyle presentava Irene Adler, bella e estremamente intelligente avventuriera che minacciava un regnante mitteleuropeo riuscendo a farla franca, nonostante questi fosse ricorso ai servigi di Sherlock Holmes.

In questa versione riveduta e aggiornata dei fatti, Irene Adler (Lara Pulver) usa il sesso come arma letale, e in particolare si presenta come dominatrice in rapporti sadomaso, ottenendo un gran successo nell'alta società inglese. La Adler è in qualche modo legata a Jim Moriarty (Andrew Scott) ed è sua la telefonata al "consulting criminal" (*) proprio nel momento topico del termine della puntata precedente a risolvere uno stallo che avrebbe potuto portare ad un efferato termine anticipato della serie.

Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) e il dottor Watson (Martin Freeman), che non sanno chi fosse dall'altra parte dell'apparecchio, scopriranno l'esistenza della bella e letale Irene solo più avanti. Nel frattempo si dedicano ad un gran numero di casi, con lo scopo principale di alleviare la noia che pervade la vita holmesiana, al quale tutto appare così triviale.

Scopriamo infine che il diabolico piano di Moriarty è quello di usare foto che ritraggono una giovane donna molto vicina alla regina per attrarre Sherlock verso Irene. L'idea di Jim sarebbe quella di rovinare Mycroft Holmes (Mark Gatiss), facendo in modo che sia proprio il suo fratellino ribelle a causarne la catastrofe. Il problema è che Jim, Sherlock, Irene, Mycroft, hanno tutti menti affilatissime, ma hanno scarsissime capacità nel gestire i loro lati affettivi. Succederanno quindi cose che nessuno di loro sarebbe stato capace di immaginare.

Sconsigliata la visione in italiano. Ho sentito i primi secondi per sbaglio e ho rabbrividito. Sherlock nella nostra bella lingua ha la voce di un ragazzino saccente, Jim Moriarty quella di un imbecille. In inglese, Scott fa rizzare i capelli, in italiano fa venir voglia di prenderlo a scappellotti. La mia prima visione è stata direttamente in inglese e ai tempi mi ero risparmiato ai tempi questo shock.

(*) Tradotto malamente in italiano, perdendo il parallelo con lo sherlockiano ruolo di consulting detective.

Elementary 1.10: La cassaforte inespugnabile

Dopo il breve accenno in Mentre dormivi non abbiamo più avuto il piacere di sentire Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) suonare il violino. Qui però lo vediamo al pianoforte mentre esegue il primo pezzo da le Scene infantili opera 15 di Robert Schumann (*) mentre aspetta l'arrivo del capitano Gregson (Aidan Quinn) e del detective Bell (Jon Michael Hill) su un luogo del delitto. La sua passione per la musica tedesca ci viene confermata poco più avanti quando Watson (Lucy Liu) gli spegne lo stereo che, a notte fonda, sparava senza riguardo per nessuno l'Ode alla gioia dalla nona sinfonia di Beethoven.

Altro dettaglio interessante, anche se calato in un paesaggio di improbabilità oltre al limite dello stupefacente, è il riferimento ad un buffo linguaggio di programmazione, il Malbolge (**) di Ben Olmstead. La citazione è fatta correttamente ma è praticamente impossibile che Holmes (e un "cattivo" prima di lui) abbia capito da una riga di caratteri apparentemente casuali fossero invece un programma Malbolge. Altrettanto improbabile riuscire a capire cosa facesse quel programma nel poco tempo mostrato (***). Del tutto impensabile, poi, che codice Malbolge così breve faccia quello che deve fare perché la trama regga.

Tolti questi dettagli, la puntata è piuttosto noiosa. C'è un furto, viene violata una cassaforte che dovrebbe essere inviolabile, e che per questo è chiamata Leviatano (°). Il produttore del sistema chiede a Holmes di scoprire quale sia stata la falla nel sistema. Il nostro prende una strada molto lunga, lungo la quale risolve un notevole caso accessorio, e alla fine scopre l'arcano.

La trama parallela è quasi tutta dedicata a Watson e alla sua famiglia, con Holmes che cerca, con un certo successo, pare, a far crescere la popolarità della sua companion nei confronti di sua madre e del fratello.

(*) Il celebre Da paesi e uomini stranieri - Von fremden Ländern und Menschen.
(**) Il nome è un riferimento alle Malebolge dantesche. Che poi sarebbero l'ottavo girone dell'inferno.
(***) Il nome infernale del linguaggio è dovuto alla sua diabolica incomprensibilità.
(°) Da cui il titolo originale, The leviathan.

Elementary 1.9: Fare da sé

La seconda parte di questo episodio m'è stato di una noia mortale. Roba che se poi avessero chiamato Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ad indagare sulle cause del mio decesso, questi avrebbe caldeggiato l'arresto dello sceneggiatore (Peter Blake *) per eccesso di spiegoni.

Un tale viene ucciso in un modo molto strano, due pistolettate in testa, ma non a caso, bensì dritte negli occhi. Holmes, che è influenzato, trascura il dettaglio che riprenderà solo nel finale. Segue solita disamina del caso, in cui ce la si prende con possibili colpevoli che poi risultano innocenti, per poi trovare la vera mente machiavellica che è dietro all'omicidio. La soluzione è così semplice che ci sono arrivato pure io, senza nemmeno volerlo.

Particolare raccapricciante di questa puntata, la dottoressa Watson (Lucy Liu) cura il malanno holmsiano con un misterioso infuso cinese. Alle rimostranze del consulting detective, che afferma di preferire rimedi testati scientificamente, lei afferma che quello lo è, ma glissa alla richiesta di carte che comprovino la sua affermazione. Ora, questo sarebbe del tutto ammissibile in una persona qualunque, e dopotutto è ben noto che buona parte dei rimedi che si prendono in questi casi hanno il solo scopo di tenere noi pazienti tranquilli in attesa che il nostro corpo faccia il suo lavoro e scacci l'invasore. Non è per niente bello che un medico, che si vanta pure di essere molto bravo, menta sulle sperimentazioni effettuate sulla pozione che consiglia.

Trama parallela dedicata ad un ex della Watson che mi pare del tutto irrilevante, se non nel mostrare come Holmes, in un suo modo tutto particolare, tenga molto alla sua badante di lusso.

Il titolo è più divertente in originale, You do it to yourself, giocando per variazione su DIY (do it yourself = fai da te), che diventa qualcosa come Fattelo da solo.

(*) Già responsabile di un altro episodio della serie. Caso strano sembra che molte sceneggiature sia affidate a gente che si occupa della produzione, come se scrivere la storia non fosse poi molto importante.

Elementary 1.8: Miccia lunga

Delusione. Dopo Conflitto di coscienza speravo che la serie avesse svoltato, e invece qui si torna nei binari segnati dai primi sei episodi. Sarà anche perché la sceneggiatura è stata affidata a Jeffrey Paul King (*).

Nel prologo scoppia una bomba che ammazza un paio di antipatici creativi che spillano quattrini ad aziende facendo siti web che, già mi immagino, saranno stati belli da vedere ma assolutamente inutilizzabili. Gente spiacevole, ma non abbastanza da giustificare una reazione del genere, nemmeno dall'utente più insoddisfatto.

Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) capisce subito (**) che la bomba avrebbe dovuto esplodere anni primi, e che il ritardo è dovuto a qualche strana contingenza. L'indagine si sposta dunque all'azienda che occupava quegli uffici ai tempi in cui sembra sia stata piazzata la bomba. A capo di tale azienda c'è una appetitosa pollastrella, anche se non più giovanissima, Heather Vanowen (Lisa Edelstein), che avrebbe una mezza intenzione di combinare con Sherlock. Il quale, con la sua proverbiale incapacità relazionale, manda tutto all'aria.

Solito sviluppo, piste iniziali che portano a sviluppi inattesi e possibili bombaroli che riescono a dimostrare la loro estraneità, fino a che la via giusta non viene imboccata.

Nella trama parallela la Watson (Lucy Liu) cerca uno "sponsor", ovvero un tale che dovrebbe seguire Holmes nel suo cammino di sobrietà una volta che lei finisca la sua opera, scontrandosi contro la pertinacia di Holmes che preferirebbe farne a meno. Sembra che lo si trovi in Alfredo Llamosa (Ato Essandoh), indicato da Holmes forse più per indisporre Watson che per reale interesse, ma che sembra avere le qualità necessarie.

Sciocchezza dell'episodio. Si esplicita la ragione per cui Holmes guarda una decina di televisioni contemporaneamente. Sarebbe un allenamento al multitasking, e ci vogliono far credere che sarebbe possibile assorbire una tal mole di informazioni da un singolo individuo. Ma va là.

(*) Primo suo lavoro alla scrittura, dopo di questo scriverà un'altra decina di episodi. Nella serie lavora spesso come coproduttore e in uno strano ruolo definito come executive story editor. Credo che faccia qualcosa come "correggere" le sceneggiature altrui per adattarle allo spirito generale di Elementary.
(**) Ma la scientifica non stava dormendo, ci arrivano anche loro. Solo che sono svantaggiati con i tempi per dover giustificare le loro affermazioni.

Elementary 1.7: Conflitto di coscienza

Primo dei quattro episodi scritti da Christopher Silber (*) e, a mio gusto, migliore dei precedenti sei episodi, grazie ad un maggior umorismo (**). Ad esempio scopriamo qui che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ha messo come suoneria al suo cellulare quel passaggio che tutti ricordano dell'eccellente colonna firmata da Bernard Herrmann per lo Psycho (1960) di Alfred Hitchcock, quello della doccia, solo violini, che fa rizzare i capelli al sol pensiero.

Titolo italiano inventato di sana pianta, quando l'originale era One way to get off, variamente interpretabile ma che viene più naturale da tradurre come Un modo per uscire (di galera), anche perché la trama investigativa verte per l'appunto sul diabolico tentativo di un galeotto di evitare di scontare l'ergastolo per intero.

Più interessante la vicenda parallela che segue il rapporto tra Holmes e Joan Watson (Lucy Liu). In seguito a quel che è successo nel precedente episodio, Holmes è furibondo con la dottoressa. Lui dice che è perché lei ha invaso la sua sfera personale, avendo scoperto che l'origine della sua crisi è da cercarsi in quel che è successo a Irene Adler. Noi dovremmo prendere questa dichiarazione con le pinze, anche perché vediamo come Holmes non si faccia mai problemi nel calpestare la privacy altrui. In questo episodio, ad esempio, mostra una assenza di tatto rimarchevole nei confronti del capitano Gregson (Aidan Quinn).

(*) E' anche tra i produttori, ha nel suo curriculum produzione e sceneggiature per cose tipicamente poliziottesche come CSI, Cold Case e NCIS.
(**) O forse sono io che, dopo sei episodi, ho finalmente cominciato a carburare e sono entrato in maggior sintonia con la serie.

Elementary 1.6: Sabotaggio

Ad un certo punto avrei voluto poter telefonare al capitano Gregson (Aidan Quinn) per dirgli di smetterla di menare il can per l'aia e arrestare il colpevole, che tanto l'avevano già capito tutti chi era e non c'era bisogno di aspettare le brillanti deduzioni di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) per chiudere il caso.

E dire che in genere io non faccio particolare attenzione alla trama gialla, tanto il lavoro lo fanno già loro, inutile che mi sbatta pure io. Credo dunque che chi si diverte ad arrivare alla soluzione prima dei personaggi deputati potrebbe gradire questo episodio. Se gli piace vincere facile, si intende.

In breve la storia è che Holmes si annoia, per quanto possa sembrare strano non ci sono casi a New York che richiedano la sua capacità deduttiva. Così quando capta la notizia dalla radio della polizia che un piccolo aereo da turismo è precipitato, e che Gregson è sul posto, ci si fionda con gusto. Ovviamente scopre che c'è del marcio in quello che sembra a prima vista un incidente.

Più interessante lo sviluppo parallelo, con Holmes senior che invita a cena il suo giovane virgulto a la sua badante, la dottoressa Watson (Lucy Liu). Facciamo conoscenza di una specie di amico di Holmes (*), tal Alistair Moore, interpretato da Roger Rees in uno dei suoi ultimi ruoli. Scopriamo altri dettagli sull'infanzia di Holmes, e che pare abbia una specie di fobia per il volo. Infine ci viene fatto nuovamente balenare il sospetto (**) che Irene Adler sia dietro la crisi tossica del nostro.

(*) Molto più anziano di lui. Sembra proprio che la cattiva relazione tra Holmes junior e senior abbia portato il primo a cercare in altri un succedaneo della figura paterna.
(**) Si era già accennato alla cosa nel pilot.

Elementary 1.5: L'angelo della morte

M'è piaciuta la scena iniziale, con Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) intento a strangolare un morto per motivi di studio. Che è una di quelle attività assurde che ci si può aspettare dal personaggio. Il resto dell'episodio è in linea con la produzione precedente.

Holmes & Watson (Lucy Liu) questa volta il caso se lo trovano da soli, e il capitano Gregson (Aidan Quinn) viene coinvolto solo per fornire appoggio tecnico. L'ambientazione è ospedaliera, forse perché a scrivere questa sceneggiatura è stata Liz Friedman (*) che ha spesso lavorato per il Dottor House, si scopre che nell'ospedale dove Holmes strozzava cadaveri si aggira un assassino di malati terminali. In più ivi lavora una ex amica e collega della Watson, così che abbiamo modo di sapere di più sul di lei passato.

La strana convinzione di Holmes che ci viene illustrata questa volta è che la prima impressione sia spesso quella corretta. Il che, detto così, non vuol dire niente. Dipende da quanto spesso. Una volta su due, ad esempio, a me sembra molto spesso. Eppure questo vuol dire che altrettante volte la prima impressione è sbagliata. Inoltre sarebbe più corretto dire che noi umani abbiamo la pessima abitudine di prendere per buona quella che è la prima impressione, a prescindere dalla sua correttezza. La facciamo diventare corretta perché "ce lo sentiamo". E convincerci del contrario spesso è difficile. Di conseguenza un buon consulting detective non si dovrebbe mai fidare della prima impressione, anche quando questa si dovesse rivelare corretta.

Titolo originale Lesser evils, ovvero Mali minori.

(*) Che è spesso coinvolta anche nella produzione della serie.

Elementary 1.4: Corsa al successo

Titolo originale Rat race, qualcosa come La corsa del topo. Più che una corsa al successo fa pensare ad una incessante attività che sembra portare a chissà che mentre in realtà non porta a nulla.

Il crimine di questa volta, infatti, ha come scenario una finanziaria di Wall Street specializzata in gestire speculazioni di grosso taglio. Succede che un pezzo grosso sia sparito nel nulla e che il capitano Gregson (Aidan Quinn) non potendo intervenire per tecnicalità abbia suggerito di usare i servigi di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Il quale, pur mostrandosi piuttosto schifato dall'ambiente, trova in un battibaleno lo scomparso, che però nel frattempo è morto.

Sembra trattarsi di morte accidentale, overdose di eroina, e la cosa destabilizza il nostro in quanto, scopriamo, quella era una delle sostanze di cui aveva abusato nel recente passato, ma ciò non basta a fargli perdere lucidità e capisce subito che si tratta di una messa in scena e che ha colpire deve essere stato uno psicopatico. Secondo della serie, il primo era mosso da sete di potere coniugata verso il sesso e violenza nei confronti di chi era più debole di lui, questo è attirato, più banalmente dai soldi. La cosa folle è che sembra uccida per fare scatti di carriera, elimini quindi colleghi per salire nell'organigramma aziendale.

La sciocchezza che fa Holmes qui è quella di prediligere gli incontri in ambienti solitari con il colpevole, o presunto tale, e di sfidarlo con veemenza, senza considerare che, se fosse davvero uno psicopatico pluriomicida, il meno che ci si può aspettare è che tenti di ammazzarlo.

In parallelo la Watson (Lucy Liu) ha un appuntamento galante con un tale che si scopre presto essere per lo meno poco raccomandabile. Lei usa il metodo investigativo su di lui, ne scopre una debolezza, e forse si pente di averlo fatto. Nel finale di puntata discuterà con Holmes quanto poco dia soddisfazione scoprire certe verità.

Una sciocchezza precedentemente compiuta da Holmes viene a galla, l'aver nascosto a Gregson la sua dipendenza, e qui scopriamo che il capitano è meno tonto di quello che Holmes pensasse, e già sapeva. Questo porta ad evidenziare un aspetto a cui non avevo fatto caso. La relazione tra i due non è tra pari, ma piuttosto mimica di quella padre figlio. Gregson, più anziano e riflessivo, ha un atteggiamento protettivo nei confronti di Holmes, il quale lo ricambia con un rispetto decisamente superiore a quello mostrato dal nostro per ogni altro personaggio che abbiamo fin ora incontrato.

Come consulting detective Jonny Lee Miller continua a non convincermi. Molto più convincente come (ex) tossico. E forse l'hanno preso proprio per questo. Dopotutto l'attore è noto in particolare per essere stato Sick boy in Trainspotting (1996).

Elementary 1.3: L'uomo dei palloncini

Sono riusciti a resistere solo due puntate prima di presentare un caso basato sul solito psicopatico. Forse la realtà dei fatti fornisce una attenuante a questa predilezione degli sceneggiatori, anche se ho il sospetto che il motivo principale sia trovare una facile via di uscita dai vicoli ciechi della trama. Perché il tale si è comportato in un modo così insensato? Beh, è matto ...

Solito serial killer, dunque. Questo predilige i bambini, li porta via e lascia al loro posto un mazzetto di festosi palloncini. Il caso viene assegnato al solito capitano Gregson (Aidan Quinn) che chiama immediatamente Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) il quale, grazie ad una serie di indicibili colpi di fortuna, arriva rapidamente alla soluzione. Ma qui c'è un impiccio, invece di arrivare all'uomo dei palloncini si arriva alla sua prima vittima che, via sindrome di Stoccolma, sembra essere diventato molto vicino al suo antico rapitore, che ora sarebbe per lui come un padre. Un supplemento di indagine porterà al vero finale.

M'è sembrato che questa puntata, più che narrare un caso ben poco holmsiano, avesse come punto chiave quello di rivelare dettagli sul protagonista, che scopriamo aver avuto una pessima infanzia e aver tuttora una pessima opinione del proprio padre. Già dal pilot sappiamo che Sherlock non è in buoni rapporti col genitore, a cui aveva rinfacciato (*) di avergli lasciato in uso il più scarso dei suoi cinque appartamenti a Manhattan, e solo a patto che rimanesse sobrio. Se qualcuno facesse lo stesso per me, avrebbe la mia eterna riconoscenza. E credo che non sia un problema mio ma della strana personalità che hanno affibbiato a questo SH. L'originale semplicemente non avrebbe accettato nessun accordo, troppo orgoglioso.

La bislacca teoria propalata questa volta verte sulla cattiva abitudine di passare un numero eccessivo di ore leggendo materiale. Pessima idea. Il cervello non è fatto per funzionare in questo modo. C'è bisogno di staccare, altrimenti tutto diventa un magma indistinguibile. Stranamente questa volta Watson non mostra di pensare che Holmes sia un babbeo, ma lo asseconda, dicendo che anche lei passava notti insonni a studiare per preparare i suoi esami. E, nonostante questo, era considerata tra le migliori studenti del suo corso. Meh.

(*) Non direttamente, che non sappiamo ancora che sembianze abbia Holmes Sr., ma via lagnanza che si è dovuta sorbire la dottoressa Watson (Lucy Liu).

Elementary 1.2: Mentre dormivi

Pochi cambiamenti rispetto al pilot, il più importante dei quali è l'attore che interpreta il detective del NYPD alle dipendenze del capitano Gregson (Aidan Quinn). Senza dar spiegazioni sulla scomparsa dell'ispanico Abreu, viene rapidamente introdotto l'afroamericano Marcus Bell (Jon Michael Hill), che comunque mantiene le caratteristiche del suo predecessore.

L'impostazione dell'indagine ricalca quella del pilot. Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) vede subito un sacco di indizi che Bell e Gregson avevano trascurato, e fornisce immediatamente la soluzione, che viene accettata solo parzialmente, e del resto nemmeno lui riesce a chiarire alcuni dettagli. Lo sviluppo porta ad uno spiegone finale dove si portano alla luce alcuni particolari che ci erano stati nascosti.

Succede che un tipo viene ucciso con una pistolettata in fronte. A confondere le acque c'è un furto che fa pensare ad un ladro che ha ucciso per errore, ma Holmes scopre subito che si tratta di due reati scorrelati, grazie anche al supporto investigativo fornito dalla dottoressa Watson (Lucy Liu). Avviene poi un secondo omicidio, che Holmes capisce essere legato al primo, e che lo porta alla sospettata numero uno, che però è in coma all'ospedale.

Sembrerebbe un vicolo cieco, ma costei ha una sorella gemella (!), che fortunatamente non è monozigote. Holmes fa un paio di ipotesi sballate, però alla fine capisce il senso della storia.

Rimangono le mie perplessità sulla serie. In particolare Holmes mi pare più caratterizzato come una specie di idiot savant invece di un tale dalle enormi capacità logico-deduttive. Questa volta scopriamo che si figura che la sua memoria abbia capacità limitate, e che per questo si rifiuta di prestare attenzione a cose che reputa poco interessanti. Un qualunque studioso contemporaneo dei meccanismi della memoria si farebbe beffe di questa ipotesi, ma alla debole contrapposizione di Watson, lui risponde, in modo immensamente antiscientifico, che nel suo caso funziona così.

Anche se c'è da dire che, quando più avanti scopre un controesempio alla sua vetusta teoria, ne usa il risultato per risolvere il caso, e forse cambia idea (*).

Ci viene accennata anche un'altra sciocchezza holmesiana, ha mentito a Gregson sui tempi del suo arrivo a New York, ufficialmente perché si vergognava di essere stato in una clinica per superare le sue dipendenze da droghe e alcol. Strano che Gregson non se ne sia già accorto, essendo un legal alien (**) i suoi passaggi di confine son tutti registrati.

(*) Come si capisce dalla sua decisione di riprendere a suonare il violino.
(**) Cit. Sting: Englishman in New York.

Elementary 1.1: Arma impropria

Giorni nostri, Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ha lasciato Londra causa qualcosa di molto brutto che gli è successo (*). Il facoltoso babbo gli ha pagato la disintossicazione in una clinica di New York e, una volta uscito, gli ha concesso in uso uno dei suoi cinque appartamenti a Manhattan (!), a patto che rimanga "pulito". Per accertarsi che non bari, gli mette a fianco la dottoressa Joan Watson (Lucy Liu), un ex chirurgo che ha commesso un grave errore nel suo passato, e da allora non opera più, e si dedica piuttosto a seguire ex tossici sulla via del ravvedimento.

Se si è vista almeno una puntata dello Sherlock della BBC, e non si è legati alla CBS che ha prodotto questa serie, è difficile non considerare questa serie una specie di spin-off non autorizzato d'oltreoceano. Evito di fare ulteriori paragoni per non buttar troppo giù la serie in oggetto, che dopotutto qualcosa di non male pure ce l'ha.

Noi arriviamo seguendo la prospettiva della Watson, che trova Holmes già pronto a collaborare con il NYPD, e in particolare con il capitano Thomas Gregson, con il quale esiste un rapporto di reciproco rispetto. Ci tuffiamo dunque nel primo caso, che ha ben poco di sherlockiano e sembra più un incrocio tra un caso di Colombo, con il colpevole che si fa gioco delle investigazioni (**), e uno di Ellery Queen. Niente da dire su di entrambi, ma sono cose diverse.

Succede che una tipa viene uccisa. Holmes, come suo solito, vede un sacco di indizi che la polizia trascura, e scopre che il cadavere è nascosto nella panic room (***) di cui il marito (Dallas Roberts) dice che non sapeva nemmeno esistesse. Per motivi che non ci saranno rivelati, Holmes crede al novello vedovo, e dà più peso ai numerosi indizi che indicano un'altra direzione. Segue un caso che presenta alcune lacune logiche, ma che arriva fortunosamente alla soluzione corretta.

Come si capisce meglio dal titolo originale (°) è un vero e proprio episodio pilota, in cui ci vengono presentati i personaggi principali, ci viene raccontata sinteticamente la loro storia, e ci viene mostrato il modus operandi di ciascuno. Come forse si è capito, io ho le mie perplessità. Su Holmes, in particolare. Più che far paura per il suo distacco che a tratti lo rende disumano, in questa versione oscilla spesso tra far tenerezza ed essere il comic relief di se stesso. Lo vedo anche un po' troppo ossequioso nei confronti di Gregson, quando tipicamente i rapporti tra consulting investigator e investigatori sono tesi, o per lo meno ambivalenti. La dottoressa Watson gioca un po' troppo a fare l'assistente investigativa, mettendo un po' in ombra la sua natura intrinseca di bilanciamento umano alla tendenza iper-razionalista di Holmes.

Nel finale di episodio, Holmes fa sfoggio della sua capacità deduttiva mostrando a Watson di essere capace di calcolare il risultato di un incontro di baseball guardando la disposizione in campo dei giocatori. Trattasi di evidente bufala, vedasi Moneyball se si è interessati all'argomento. In questo caso lo sceneggiatore segue un idea meccanicistica della realtà di stampo ottocentesco. Uno Sherlock d'oggidì non cadrebbe mai nella trappola di azzardare una previsione in uno scenario così complesso. Potrebbe piuttosto indicare le due, tre vie di sviluppo più probabili.

(*) Una donna, pare. E se si tratta di una donna non dovrebbe essere altri che Irene Adler.
(**) Ma vedi anche Il caso Thomas Crawford come possibile parziale fonte di ispirazione per lo sceneggiatore, che poi è Robert Doherty, che ha la responsabilità della intera serie.
(***) Vedasi il film omonimo di David Fincher per dettagli.
(°) Un poco fantasioso ma molto sul pezzo Pilot.

Hunger games

Mescolando accuratamente Battle royale (2000), The Truman show (1998) e Rollerball (1975 *), si ottiene il film che ha contribuito (**) a far diventare Jennifer Lawrence l'attrice più pagata al mondo.

Qui interpreta Katniss Everdeen, una ragazzetta che, in un futuro distopico, si vede costretta a partecipare ad una gara al massacro organizzata da un folle governo autoritario guidato dal presidente Snow (Donald Sutherland). Questi giochi non sono poi molto dissimili da un normale reality, se non fosse che i partecipanti devono eliminare gli avversari in senso letterale.

Contrariamente a The Truman show, il gestore dei giochi (Wes Bentley) ha di interessante solo l'elaborata barba, merita più attenzione il conduttore dello spettacolo Caesar Flickerman (Stanley Tucci), a volte affiancato da Claudius Templesmith (Toby Jones). I molti personaggi dai nomi romani potrebbe essere indice della follia del presidente o dell'intero sistema politico che, per nascondere la propria pochezza culturale, scimmiotta un ripescaggio della classicità. O forse il problema è in Suzanne Collins (***).

La giovane Katniss ha anche problemi familiari e di cuore, avendo lasciato a casa il moroso (Liam Hemsworth) e trovandosi in una situazione ambigua con Peeta (Josh Hutcherson) che finisce con lei a giocare a chi sopravvive più a lungo.

Ben poco memorabile Woody Harrelson, nel ruolo del preparatore dei due giovani disgraziati alla carneficina, molto meglio Elizabeth Banks, che interpreta la pazza che li accompagna durante lo sviluppo del programma. Scarsa la regia di Gary Ross, che spreca un soggetto che dopotutto non è male, ci sono almeno un paio di momenti emozionanti, e un budget che avrebbe fatto la felicità di qualcuno più capace.

(*) Per chi volesse farsi del male, c'è il remake del 2002.
(**) Un gelido inverno (2010), che pure le è valso una nomination all'Oscar, non ha ottenuto una gran diffusione. Poi c'è stato prequel/reboot di X-Men (2011), e quindi Silver lining playbook (2012) che le è portato l'Oscar. Nel 2013, con American hustle, ha un'altra nomination (prima come non protagonista), e quella per Joy è cosa recente.
(***) Che ha scritto la serie di romanzi young-adult e ha partecipato alla stesura della sceneggiatura.

Una canzone per Marion

Arthur (Terence Stamp) è una brutta persona. Si potrebbe pensare che sia colpa delle circostanze, sua moglie, Marion (Vanessa Redgrave), è messa davvero male, causa un tumore che, scopriremo dopo pochi minuti dall'inizio del film, non le lascia che un paio di mesi di vita. Scopriamo però che Arthur è ruvido e intrattabile da tempo immemorabile, forse la causa sta in qualcosa che è successo nella sua infanzia, cose ormai dimenticate di cui non si accenna nemmeno qui, fatto sta che a farne le spese sono un po' tutti quelli che gli sono attorno, in particolare il figlio James (Christopher Eccleston), che mai, in tutta la sua vita, ha ricevuto un briciolo d'affetto dal padre.

Per non lasciarsi sopraffare dalla malattia, Marion si era iscritta al coro, pensato esclusivamente per anzianotti, diretto da Elizabeth (Gemma Arterton). Arthur, ovviamente, pensa il peggio possibile della cosa ma, amando teneramente, anche se in quel suo modo spigoloso, la sua Marion, la accompagna (im)pazientemente alle prove. Elizabeth propone di partecipare ad un concorso, e organizza un piccolo evento in cui il gruppo si esibisce al pubblico, così che uno scout possa valutare la loro performance. Nell'occasione Marion, che ormai sa di avere i giorni contati e che probabilmente non arriverà viva all'evento, canta come solista una canzone, che è evidentemente dedicata al marito.

Trattasi di True colors di Cyndi Lauper, in cui si parla di lui che ha "darkness inside" (*), e lei che gli dice che vede i suoi veri colori, che sono belli come un arcobaleno, ed è per questo che lo ama, lo incita a mostrarli, e gli ricorda che, quando sarà giù di morale, lei sarà lì per lui.

Non sembra però che questa dichiarazione d'amore pubblica ottenga un gran effetto. Arthur continua ad essere brusco e villano, respingendo ogni possibilità di contatto con chiunque (**).

Infine, Marion muore. Arthur reagisce isolandosi ancor di più, allontanando bruscamente anche James, nonostante avesse promesso il contrario alla moglie.

Sarebbe la triste fine della storia, se Arthur non si lasciasse convincere da Elizabeth che Marion avrebbe voluto che lui prendesse il suo posto nel coro. Dapprima titubante, Arthur inizia il suo percorso che lo porterà alla serata del concorso. Ci sono alcune avversità, ma avrà modo di rispondere a Marion, cantando a sua volta come solista una canzone.

Ed è Lullabye (Goodnight, My Angel) di Billy Joel. Lui accetta la separazione, ma le ricorda che le aveva promesso che non l'avrebbe mai lasciata, e deve sapere che comunque, per quanto possibile, manterrà la sua promessa.

Brusco cambiamento di registro per Paul Andrew Williams che, per questo suo quarto film, lascia quello sembrava essere il suo genere preferito - tra thriller e horror - per affrontare un dramma sentimentale con alleggerimenti musicali. Mostra di avere una buona capacità sia nella scrittura che nella direzione, riuscendo a gestire bene i rapporti complicati nella famiglia di Arthur (***). Solo, mi è sembrato un po' debole nello sviluppo delle parti più leggere, come se la commedia non sia nelle sue corde.

(*) L'oscurità dentro di sé.
(**) Fanno eccezione, a dire il vero, un paio di vecchi amici con cui si trova al pub di tanto in tanto. Ma sembra che la relazione tra costoro sia una di quelle amicizie inglesi che consistono nel trovarsi a date prestabilite per bere birra e lasciare che il tempo passi fare nulla di sostanziale.
(***) Grazie anche all'ottimo cast.

Gli equilibristi

Giulio (Valerio Mastandrea) ha una bella famiglia e un lavoro sicuro. Anche sua moglie Elena (Barbora Bobulova) ha un buon lavoro, così la famiglia riesce a condurre una vita dignitosa anche se la figlia adolescente Camilla (Rosabell Laurenti Sellers) e il piccolino di tanto in tanto richiedono spese che mettono alla prova il budget familiare.

Poi fa quella che Giulio stesso chiama "una cazzata", ovvero ha una breve storia di sesso con una bella collega. Elena non gliela perdona, e si arriva rapidamente alla separazione. Che però è una cosa per ricchi, e Giulio ricco non lo è. Così che rapidamente scivola nella povertà, e sembra che la via imboccata non abbia ritorno.

Come dice anche Giulio, c'è poco da ridere in una situazione come questa, anche se Ivano De Matteo ci grazia nel finale con un possibile salvataggio per il rotto della cuffia.

Tra i vari incontri di Giulio nella sua parabola discendente, c'è anche quello con il serbo Goran, interpretato da Damir Todorovic al suo ultimo ruolo.

Magic Mike

Mike (Channing Tatum) vorrebbe diventare un imprenditore, produrre e commercializzare pezzi unici di arredamento (*), però ha un problema, un bruttissimo indice di affidabilità al credito, cosa che negli Stati Uniti rende praticamente impossibile ottenere finanziamenti. In attesa di trovare una via di uscita a questo stallo, ha una serie di lavori alternativi che gli permettono di mantenere uno stile di vita piuttosto elevato, e pure di mettere da parte somme non irrilevanti. Tra le varie attività, quella più redditizia è quello dello stripper.

Come mai Tatum si sia appassionato (**) a questo progetto di Steven Soderbergh è presto detto. Da giovinetto faceva anche lui spogliarelli per femmine assatanate. Anzi, si può dire che sia stata quell'attività a permettergli di studiare recitazione e poi campare dignitosamente prima di far successo come attore. Non che si tratti di un film autobiografico, però gli deve essere piaciuta l'idea di raccontare una storia in quell'ambiente.

Storia che, a dire il vero, non è che sia poi un gran che. Mike è la stella del locale gestito da Dallas (Matthew McConaughey), conosce un ragazzetto, Adam (Alex Pettyfer), con cui fa amicizia, e finisce per introdurre alla nobile arte dello stripper. La sorella di Adam, Brooke (Cody Horn), è molto perplessa, sa quanto sia scarsamente affidabile Adam, e teme che quell'ambiente, così pericolosamente al limite della legalità, possa causargli grossi problemi. Mike sottovaluta la valutazione di Brooke, e nel contempo si prende una mezza cotta per lei, anche se avrebbe per le mani un'altra pollastrella, Joanna (Olivia Munn), che sessualmente lo attizza maggiormente. Alla fine sceglierà Brooke, ma solo perché Joanna lo molla. Sembrerebbe che sia troppo tardi, perché nel frattempo Adam si è messo nei pasticci, e questo fa imbizzarrire la sorella. Però si tratta di una commedia (***), e tutto finirà bene.

Più interessante quello che c'è al contorno. Certe scene sono veramente buffe, e la rappresentazione di quello strano ambiente ha un suo interesse.

(*) Che io non comprerei mai, ma ognuno ha diritto ai suoi gusti.
(**) Al punto di partecipare anche come produttore.
(***) Anche se in una versione piuttosto sodeberghiana del termine.

Bella addormentata

La vicenda di Eluana Englaro è stata così tragica e dolorosa che è difficile pensare di farne un film che la segua direttamente. Ma è anche una storia che dice molto del nostro Paese, e sarebbe stato un peccato non raccontarla sullo schermo. Marco Bellocchio è riuscito nell'impresa di raccontare quello che è successo all'inizio del 2009 lasciando i fatti storici sullo sfondo, e creando un credibile intreccio di fantasia in primo piano che ci dà il suo punto di vista, ma da una certa distanza.

Il film non ha riscosso un grosso successo, in parte per il tema trattato, è fatto ben noto che al pubblico italiano non piaccia andare a vedere un film in cui si parla di morte, ma credo anche per la posizione equilibrata mantenuta da Bellocchio. Un film esplicitamente pro o contro quello che è accaduto avrebbe fatto maggior rumore e probabilmente attratto più pubblico. Grazie al cielo Bellocchio ha una forza contrattuale da permettergli di fare i film che vuole, senza badare troppo alle regole del mercato.

Abbiamo dunque Uliano Beffardi (Toni Servillo), senatore di Forza Italia proveniente dal socialismo, che deve votare per disciplina di partito quella assurda legge, voluta dal governo di quel tempo, pensata ad hoc per impedire la terminazione delle pratiche di accanimento terapeutico a cui era soggetta Eluana Englaro. Uliano è in estrema difficoltà, perché nel passato recente lui stesso ha partecipato a qualcosa del genere nei confronti di sua moglie. Come rivelerà nel finale, lui, ateo, non avrebbe mai voluto che la moglie se ne andasse, mentre lei, profondamente religiosa, non ne poteva più di una vita che era diventata solo dolore. Uliano ha anche un altro problema. Sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), anch'ella profondamente cattolica, non ha accettato la morte della madre, della quale ritiene il padre responsabile. Mentre Uliano va a Roma, Maria va a Udine, per fare veglie di preghiera.

Così, mentre Uliano prende la sua sofferta decisione su come comportarsi in aula, parlandone con colleghi di partito, tra cui un curioso psichiatra-senatore (Roberto Herlitzka), Maria incontra Roberto (Michele Riondino), che milita dalla parte opposta, o almeno accompagna il problematico fratello alle manifestazioni, e i due si innamorano. O forse la sola Maria si innamora, non è chiarissimo.

C'è poi Rossa (Maya Sansa), una tossica all'ultimo stadio, a cui non importa più niente di vivere, non riesce più a trovare piacere nemmeno nella droga, e vorrebbe semplicemente morire. Incappa però in un medico simpatetico, il dottor Pallido (Pier Giorgio Bellocchio), che forse si innamora di lei.

E abbiamo anche una famiglia disgregata, dove Rosa è una ragazza finita anche lei in coma vegetativo, la cui madre (Isabelle Huppert) ha abbandonato tutto per seguirla. Trascura così la sua carriera attrice (*), il marito (Gianmarco Tognazzi), il figlio.

Questa pluralità di punti di vista mi ha fatto riflettere sul come per un caso così delicato non abbia molto senso cercare di imporre una soluzione dogmatica dall'alto. Quello che può sembrare sensato in un caso, per un certo soggetto, può suonare assurdo in un altro contesto. E chiunque voglia imporre una regola fissa definitiva, lo può fare solo a patto di non guardare quella che è la complessità della realtà.

Una vera soluzione non so se ci possa essere. Però magari aiuterebbe meditare sulla scoperta che fa Maria nel finale. Non basta la ragione per capire gli altri, occorre usare anche il sentimento.

(*) Presumibilmente di teatro. Nel finale la vediamo recitare nel sonno la famosa scena dell'incubo di Lady Macbeth, quello della macchia di sangue che non si riesce a lavar via.

È stato il figlio

Per il suo primo film senza Franco Maresco, Daniele Ciprì ha scelto di adattare con molta libertà il romanzo omonimo di Roberto Alajmo (*), al punto che quella che era la scena iniziale su carta diventa il finale a sorpresa nella pellicola.

Al centro della storia, narrata in flashback da Busu, una specie di Forrest Gump che però non ha avuto alcun successo, ci sono le vicende della famiglia Ciraulo nei favolosi anni ottanta. Favolosi mica tanto, a dire il vero, visto che il capofamiglia Nicola (Toni Servillo) campa spogliando i rottami navali per riutilizzare quanto c'è di riutilizzabile. I suoi magri guadagni sono l'unica entrata sua, di sua moglie Loredana (Giselda Volodi), i suoi genitori, Fozio e Rosa (Aurora Quattrocchi), e i suoi figli Tancredi e Serenella.

L'esistenza miserevole di costoro viene trasformata dalla morte della piccola Serenella, uccisa da killer di mafia incapaci. Ma il peggio viene dopo, Nicola scopre che i parenti delle vittime di mafia hanno diritto a un cospicuo risarcimento dallo Stato, che i Ciraulo otterranno dopo aver fatto conoscenza della burocrazia, di uno spregevole avvocato, e di uno strano strozzino. Non sapendo bene che fare di tutti quei soldi, finiranno per usarli nel modo più scemo, comprandosi una lussuosa Mercedes. Sarà questa vettura, diventata una ossessione per Nicola, a portare alla catastrofe finale.

(*) A sua volta, Alajmo si è basato su un fatto di cronaca realmente accaduto.