L'arte di vincere

Non mi ha convinto. Le scene che mi sono piaciute di più sono state quelle di repertorio, nonostante che di baseball io ne capisca davvero poco, sono riuscite ad emozionarmi. A parte questo dettaglio (in realtà sono davvero pochi i minuti dedicati al gioco) non sono riuscito ad entrare in sintonia con la vicenda.

Il titolo, come spesso accade è sbagliato. Meglio l'originale Moneyball, che ha preso solo la prima parola del libro su cui è basata la sceneggiatura, Moneyball: the art of winning an unfair game. Volendo prendere solo la seconda parte, la distribuzione italiana avrebbe dovuto tenere la frase completa L'arte di vincere un gioco non equo. Già, perché nel baseball, come molti giochi di squadra, è impossibile vincere se non si ha un munifico proprietario disposto a sborsare ingenti quantità di denaro.

La storia è una versione romanzata di una vicenda realmente accaduta (cosa che penso sia la maggiore debolezza del film, dovendo seguire fatti reali, finisce per disperdersi in aspetti secondari) in cui un tale, il general manager (Brad Pitt) di una squadra di medio-alto profilo (Oakland Athletics) che si accorge di non avere possibilità contro squadre super-ricche (in particolare i New York Yankees). E allora pensa che deve cambiare modo di giocare, incrocia fortunosamente un ragazzotto che ne capisce poco di sport (Jonah Hill) ma è affascinato dalle statistiche sportive. E si chiede, perché spendere cifre esagerate per star fenomenali, quando si può ottenere lo stesso valore medio percentuale con due-tre giocatori mediocri e quindi molto più economici?

Ragionamento che non fa una grinza e pure funziona a meraviglia, se si gioca con le figurine. Nella realtà, quando si ha a che fare con umani, è una sciocchezza immane, come ci mostra la prima metà del film. Non bastano i numeri, bisogna considerare anche il lato umano. L'allenatore (Philip Seymour Hoffman) potrebbe non gradire di dover eseguire ordini altrui, che gli suonano assurdi, perdipiù. I giocatori potrebbero non fare squadra, e non funzionare al meglio.

Seconda parte, Pitt capisce dove ha sbagliato e, con le buone o con le cattive, rimedia al guaio.

Questa direi che è la vicenda principale, a cui vengono sommati i fatti privati di Pitt, divorziato con figlia canterina, e con un fallimentare passato di giocatore, qualche accenno alle vite dei giocatori, e altre cosettine secondarie.

Avrei preferito una maggior snellezza narrativa, due ore abbondanti mi sono sembrate eccessive. In certe inquadrature la somiglianza tra Pitt e Robert Redford (dei tempi d'oro) m'è parsa persino eccessiva. Regia di Bennett Miller, che non mi ha entusiasmato, come nel precedente Truman Capote - A sangue freddo dove P.S.Hoffman era protagonista.

2 commenti:

  1. E' un film che prima o poi vedrò, ma non al cinema, aspetto il noleggio.

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  2. Direi che fai bene ad aspettare. Leggerò con interesse il tuo parere.

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