Rivisto in memoria di Gene Wilder, che lo ha scritto, diretto e interpretato nel ruolo del titolo (*).
Sherlock Holmes (Douglas Wilmer) ha per le mani due casi, che decide di rivedere rapidamente con il dottor Watson (Thorley Walters) a uso e consumo di uno sgherro del professor Moriarty che pensa di spiarlo a sua insaputa. Una ambigua attrice di operetta, che dice di essere Bessie Bellwood (Madeline Kahn), ha chiesto il suo aiuto in seguito ad un ricatto che subisce per via di una lettera compromettente da lei scritta, e il ministro degli esteri ha subito il furto di un documento riservato, consegnatogli dalla regina Vittoria in persona, che, se reso pubblico potrebbe causare grosse grane, addirittura una guerra (**).
Sherlock decide di giocare il jolly, andandosene via in treno e passando entrambi i casi a Sigerson (Gene Wilder), suo fratello minore, di cui nemmeno Watson sapeva niente fino a quel momento (***). Cosa ne pensi Sigerson di Sherlock lo sappiamo subito, sia dal secondo, sia da lui medesimo, quando viene contattato dal sergente Orville Stanley Sacker (Marty Feldman) che fa da tramite tra i due fratelli. Sigerson storpia il nome del più famoso Holmes in Sheer Luck (°).
Sigerson è decisamente bizzarro ma ha anche capacità investigative che lo rendono degno del cognome che porta. Scopre infatti in un baleno che Bessie Bellwood, il cui vero nome è Jenny Hill, dice un cumulo di menzogne, anche senza volerlo. E scopre anche il modo, ben poco ortodosso, per convincerla a dire, almeno parzialmente la verità.
Anche se in questa versione Moriarty (Leo McKern) non merita appieno la sua qualifica di professore, è comunque un avversario pericoloso. Anzi, a ben vedere è molto pericoloso anche averlo dalla propria parte. Anche perché ha una strana compulsione che lo porta a commettere atti riprovevoli con una frequenza molto elevata.
Al centro dell'intrigo si trova tal Eduardo Gambetti (Dom DeLuise), cantante lirico italiano completamente pazzo, che ha tradotto e adattato Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi (°°). Infatti è proprio costui che ha ricattato Jenny, con lo scopo di farle rubare il documento al ministro, perché poi lui lo possa rivendere a Moriarty.
L'idea alla base della storia non è malvagia, e svariate scene sono divertenti, altre sono meno riuscite. Da notare come il nucleo del cast venga direttamente da Frankenstein Junior (1974). Manca Mel Brooks, che forse sarebbe riuscito a dare una maggior coerenza alla materia. Pare che Wilder gli avesse proposto la regia, ma che lui abbia declinato.
(*) The adventure of Sherlock Holmes' smarter brother.
(**) Entrambi topoi sia nei racconti di Conan Doyle, sia in tutta la letteratura investigativa che ne è seguita.
(***) Dettaglio che fa capire come questo film sia stato visto e tenuto in considerazione dai creatori di Sherlock, vedasi L'ultimo giuramento dove Mycroft (Mark Gatiss) allude di sfuggita ad un terzo fratello, anche se non ne dice il nome e nemmeno se questo si reputi più intelligente di Sherlock.
(°) Fortuna Pura.
(°°) A rivoltarsi nella tomba sarà più il librettista Antonio Somma, che del resto già ai tempi non era rimasto contento delle modifiche che le varie censure aveva imposto al suo testo.
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Amore e guerra
Ha più di quarant'anni ma lo vedo sempre con piacere. Neanche questa volta ha fatto eccezione.
Anche se è scritto e diretto da Woody Allen, il film non è sbilanciato sul suo Boris ma segue con eguale interesse le vicende dell'inetto russo quanto quelle della sua bella cugina acquisita Sonja interpretata da Diane Keaton, che passa dal comico al tragico con una facilità esemplare, con il vantaggio di risultare molto credibile anche nelle scene più drammatiche. Vedasi ad esempio la citazione bergmaniana di Persona nel finale.
Per lungo tempo Boris ama Sonja senza essere ricambiato. Ci vorranno due invasioni napoleoniche e altri eventi minori, tra cui il matrimonio di lei con un mercante di aringhe e una fugace relazione pericolosa di lui con una procace vedova (Olga Georges-Picot), con conseguente duello all'ultimo sangue, per farle cambiare idea.
Nonostante gli stravolgimenti, mi pare evidente il grande affetto con cui Allen cita i romanzi russi ottocenteschi, in particolare Guerra e pace di Lev Tolstoj, e l'opera di Ingmar Bergman.
Anche se è scritto e diretto da Woody Allen, il film non è sbilanciato sul suo Boris ma segue con eguale interesse le vicende dell'inetto russo quanto quelle della sua bella cugina acquisita Sonja interpretata da Diane Keaton, che passa dal comico al tragico con una facilità esemplare, con il vantaggio di risultare molto credibile anche nelle scene più drammatiche. Vedasi ad esempio la citazione bergmaniana di Persona nel finale.
Per lungo tempo Boris ama Sonja senza essere ricambiato. Ci vorranno due invasioni napoleoniche e altri eventi minori, tra cui il matrimonio di lei con un mercante di aringhe e una fugace relazione pericolosa di lui con una procace vedova (Olga Georges-Picot), con conseguente duello all'ultimo sangue, per farle cambiare idea.
Nonostante gli stravolgimenti, mi pare evidente il grande affetto con cui Allen cita i romanzi russi ottocenteschi, in particolare Guerra e pace di Lev Tolstoj, e l'opera di Ingmar Bergman.
I ragazzi irresistibili
Commedia nata per essere recitata a Broadway, convertita poi per il cinema dall'autore e affidata alla regia di Herbert Ross. Segue un tema tipico di Neil Simon, quello della strana coppia, formata da individui che sembrano inconciliabili eppure non riescono fare a meno uno dell'altro. Rispetto ad altre variazioni, qui l'equilibrio è spostato su un polo del sistema, Willy Clark (Walter Matthau), mentre l'altro, Al Lewis (George Burns), ha molto meno spazio. Il protagonista ha pure una seconda spalla, il nipote-agente Ben (Richard Benjamin), il che dà maggior movimento teatrale, sacrificando però lo sviluppo dei due ruoli secondari.
Willy & Al sono stati per decenni una famosa coppia comica col nome di Sunshine boys (*), dieci anni prima dell'azione, Al ha abbandonato le scene, lasciando Willy arrabbiatissimo e disoccupato. Questo farebbe pensare che Willy abbia una qualche ragione nel covare il suo risentimento, non fosse che lui stesso ammette che prima di chiudere la partita i due avevano lavorato per un intero anno senza parlarsi. O meglio, parlandosi solo in scena, lasciando che parlassero i personaggi, ma mantenendo altrimenti entrambi un ostinato mutismo.
Spunta l'occasione di fare una apparizione in televisione. Per Willy sarebbe il modo di tornare finalmente a lavorare (**), e aiuterebbe il nipote permettendogli di guadagnare visibilità come agente teatrale. Per Al sarebbe il modo di far conoscersi conoscere meglio dai suoi nipoti. E nessuno dei due disdegnerebbe i soldi e la momentanea visibilità che ne deriverebbe. Però i conti i sospeso tra i due sono troppo pesanti per essere messi da parte. A turno entrambi usano le loro armi per far uscire dai gangheri l'altro, seguendo il copione che i due devono aver recitato per tutta la loro vita. Dimenticano però di essere molto anziani e acciaccati, al punto che si sfiorerà la tragedia, anche se poi tutto andrà a finire relativamente bene.
(*) Da cui il titolo originale.
(**) E' la sua ossessione. Anche se non ne ha bisogno, ne sente la necessità. Anche se poi fa di tutto per farsi scartare alle rare opportunità che Ben gli riesce a trovare.
Willy & Al sono stati per decenni una famosa coppia comica col nome di Sunshine boys (*), dieci anni prima dell'azione, Al ha abbandonato le scene, lasciando Willy arrabbiatissimo e disoccupato. Questo farebbe pensare che Willy abbia una qualche ragione nel covare il suo risentimento, non fosse che lui stesso ammette che prima di chiudere la partita i due avevano lavorato per un intero anno senza parlarsi. O meglio, parlandosi solo in scena, lasciando che parlassero i personaggi, ma mantenendo altrimenti entrambi un ostinato mutismo.
Spunta l'occasione di fare una apparizione in televisione. Per Willy sarebbe il modo di tornare finalmente a lavorare (**), e aiuterebbe il nipote permettendogli di guadagnare visibilità come agente teatrale. Per Al sarebbe il modo di far conoscersi conoscere meglio dai suoi nipoti. E nessuno dei due disdegnerebbe i soldi e la momentanea visibilità che ne deriverebbe. Però i conti i sospeso tra i due sono troppo pesanti per essere messi da parte. A turno entrambi usano le loro armi per far uscire dai gangheri l'altro, seguendo il copione che i due devono aver recitato per tutta la loro vita. Dimenticano però di essere molto anziani e acciaccati, al punto che si sfiorerà la tragedia, anche se poi tutto andrà a finire relativamente bene.
(*) Da cui il titolo originale.
(**) E' la sua ossessione. Anche se non ne ha bisogno, ne sente la necessità. Anche se poi fa di tutto per farsi scartare alle rare opportunità che Ben gli riesce a trovare.
Tommy
Adattamento cinematografico di Ken Russell dell'omonima opera rock di Pete Townshend, quarto album degli Who. La storia narrata cambia in alcuni dettagli non secondari, ma resta in entrambe le versioni piuttosto confusa, al punto che forse sarebbe meglio guardarsi il film come un lungo videoclip senza badare troppo al senso.
Tommy viene concepito dai genitori (Robert Powell e Ann-Margret) in un pacifico laghetto di montagna mentre altrove impazza la seconda guerra mondiale. Nascerà il giorno del ritorno della pace, dovendo fare a meno del padre, caduto in battaglia. Anni dopo, la madre si è trovata un altro uomo, Frank (Oliver Reed), che il piccolo Tommy considera come uno zio. Una notte, sorpresa delle sorprese, torna il padre, ma Frank lo ammazza (*). Tommy assiste alla scena e lo shock è tale che diventa muto, sordo e cieco. Più probabilmente, la seconda morte del padre è simbolica, sembra piuttosto che Tommy abbia assistito ad una scena di sesso tra sua madre e lo "zio", e questo tradimento della figura paterna, che la stessa madre gli aveva idealizzato, lo deve aver portato a rinchiudersi in un isolamento autistico. Sia come sia, Tommy non reagisce più ad alcuno stimolo esterno, e cresce in un mondo tutto suo.
Passano gli anni, e Tommy è diventato grande (Roger Daltrey). La madre in cerca di miracoli lo porta alla funzione di un santone (Eric Clapton) che venera Marilyn Monroe e distribuisce agli adepti droghe e alcolici. Il patrigno invece lo affida alle cure di una rinomata prostituta, La regina dall'acido (Tina Turner). Entrambe le cure falliscono, anche se la seconda sembra avere effetti psichedelici non trascurabili sul soggetto. I due genitori si rassegnano, e vivono la loro vita, affidando Tommy di tanto in tanto a parenti quando vogliono svagarsi. Il cugino Kevin (Paul Nicholas) lo sevizia, lo zio Ernie (Keith Moon) lo violenta. Misteriosamente Tommy scopre di essere un asso al flipper, riuscendo a battere il precedente campione (Elton John), ottenendo da ciò enormi somme di denaro che fanno la gioia dei genitori.
I soldi non fanno la felicità, ma permettono l'accesso a cure mediche migliori. Così Tommy viene portato da uno specialista (Jack Nicholson) che analizza per bene il soggetto (**) e deduce che l'origine del blocco è psicosomatico, non c'è niente che lui possa fare. La madre, che aveva già da tempo notato la fissazione di Tommy per la sua immagine riflessa dallo specchio, causa un nuovo shock al suo pargolo che ha l'effetto di sbloccarlo.
Il che sarebbe un bene, se non che Tommy si mette in mente di essere un novello redentore, e pensa che tutti, per essere felici debbano seguire il suo percorso, rinunciare vedere, udire, parlare, giocare a flipper, fino a trovare l'illuminazione. E il peggio è che un gran codazzo di gente gli dà retta, finché non si accorgono della balordaggine che stanno facendo. Altro shock per Tommy, che perde il suo stato di Eletto, e pure i genitori. Ma tutto questo, chissà come mai, lo aiuta a fare l'ultimo passo in avanti, e trova la vera felicità.
La prima parte è indigesta. Mi pare che Ken Russel abbia voluto scandire il passare del tempo abbracciando i diversi stili del cinema inglese col passare dei decenni. Idea simpatica, ma m'è parsa macchinosa. Meglio la seconda parte, anche se molto discontinua.
(*) In originale, era il padre ad uccidere l'amante della madre.
(**) E forse fa sesso con la madre, o almeno i due ci vanno molto vicini.
Tommy viene concepito dai genitori (Robert Powell e Ann-Margret) in un pacifico laghetto di montagna mentre altrove impazza la seconda guerra mondiale. Nascerà il giorno del ritorno della pace, dovendo fare a meno del padre, caduto in battaglia. Anni dopo, la madre si è trovata un altro uomo, Frank (Oliver Reed), che il piccolo Tommy considera come uno zio. Una notte, sorpresa delle sorprese, torna il padre, ma Frank lo ammazza (*). Tommy assiste alla scena e lo shock è tale che diventa muto, sordo e cieco. Più probabilmente, la seconda morte del padre è simbolica, sembra piuttosto che Tommy abbia assistito ad una scena di sesso tra sua madre e lo "zio", e questo tradimento della figura paterna, che la stessa madre gli aveva idealizzato, lo deve aver portato a rinchiudersi in un isolamento autistico. Sia come sia, Tommy non reagisce più ad alcuno stimolo esterno, e cresce in un mondo tutto suo.
Passano gli anni, e Tommy è diventato grande (Roger Daltrey). La madre in cerca di miracoli lo porta alla funzione di un santone (Eric Clapton) che venera Marilyn Monroe e distribuisce agli adepti droghe e alcolici. Il patrigno invece lo affida alle cure di una rinomata prostituta, La regina dall'acido (Tina Turner). Entrambe le cure falliscono, anche se la seconda sembra avere effetti psichedelici non trascurabili sul soggetto. I due genitori si rassegnano, e vivono la loro vita, affidando Tommy di tanto in tanto a parenti quando vogliono svagarsi. Il cugino Kevin (Paul Nicholas) lo sevizia, lo zio Ernie (Keith Moon) lo violenta. Misteriosamente Tommy scopre di essere un asso al flipper, riuscendo a battere il precedente campione (Elton John), ottenendo da ciò enormi somme di denaro che fanno la gioia dei genitori.
I soldi non fanno la felicità, ma permettono l'accesso a cure mediche migliori. Così Tommy viene portato da uno specialista (Jack Nicholson) che analizza per bene il soggetto (**) e deduce che l'origine del blocco è psicosomatico, non c'è niente che lui possa fare. La madre, che aveva già da tempo notato la fissazione di Tommy per la sua immagine riflessa dallo specchio, causa un nuovo shock al suo pargolo che ha l'effetto di sbloccarlo.
Il che sarebbe un bene, se non che Tommy si mette in mente di essere un novello redentore, e pensa che tutti, per essere felici debbano seguire il suo percorso, rinunciare vedere, udire, parlare, giocare a flipper, fino a trovare l'illuminazione. E il peggio è che un gran codazzo di gente gli dà retta, finché non si accorgono della balordaggine che stanno facendo. Altro shock per Tommy, che perde il suo stato di Eletto, e pure i genitori. Ma tutto questo, chissà come mai, lo aiuta a fare l'ultimo passo in avanti, e trova la vera felicità.
La prima parte è indigesta. Mi pare che Ken Russel abbia voluto scandire il passare del tempo abbracciando i diversi stili del cinema inglese col passare dei decenni. Idea simpatica, ma m'è parsa macchinosa. Meglio la seconda parte, anche se molto discontinua.
(*) In originale, era il padre ad uccidere l'amante della madre.
(**) E forse fa sesso con la madre, o almeno i due ci vanno molto vicini.
Picnic ad Hanging Rock
E' il film che ha fatto conoscere Peter Weir (*) al resto del mondo, anche se in realtà qui il suo ruolo si è strettamente limitato a quello della regia, visto che il progetto è saldamente rimasto tutto il tempo nelle mani di Patricia Lovell, che s'era innamorata del romanzo omonimo di Joan Lindsay, al punto di decidere di far valere le sue conoscenze per raccogliere i fondi necessari e produrre il film.
La storia è molto australiana, con influenze che mi sembrano riconducibili al filone inglese in bilico tra gotico e sovrannaturale. Al centro della quale c'è un collegio femminile, diretto con fiero cipiglio da Mrs. Appleyard (Rachel Roberts). Il giorno di San Valentino viene organizzato per la scolaresca un picnic presso una bizzarra conformazione rocciosa poco distante, detta per l'appunto Hanging Rock. Alcuni fatterelli strani vengono ignorati dalla comitiva (**), dalla quale si stacca un gruppetto di quattro ragazzine che decidono di avventurarsi nella inquietante collinetta. Più tardi, la tetragona insegnante di matematica prenderà in solitaria la medesima direzione. Solo due studentesse, in tempi e modi diversi, faranno ritorno.
(*) Ottimo lavoro, in effetti, nonostante il cast artistico dal livello medio non particolarmente eccelso. Bello l'uso della colonna sonora che, per quanto minimale, raggiunge l'effetto voluto.
(**) In particolare, i pochi orologi disponibili si fermano tutti a mezzogiorno circa.
La storia è molto australiana, con influenze che mi sembrano riconducibili al filone inglese in bilico tra gotico e sovrannaturale. Al centro della quale c'è un collegio femminile, diretto con fiero cipiglio da Mrs. Appleyard (Rachel Roberts). Il giorno di San Valentino viene organizzato per la scolaresca un picnic presso una bizzarra conformazione rocciosa poco distante, detta per l'appunto Hanging Rock. Alcuni fatterelli strani vengono ignorati dalla comitiva (**), dalla quale si stacca un gruppetto di quattro ragazzine che decidono di avventurarsi nella inquietante collinetta. Più tardi, la tetragona insegnante di matematica prenderà in solitaria la medesima direzione. Solo due studentesse, in tempi e modi diversi, faranno ritorno.
(*) Ottimo lavoro, in effetti, nonostante il cast artistico dal livello medio non particolarmente eccelso. Bello l'uso della colonna sonora che, per quanto minimale, raggiunge l'effetto voluto.
(**) In particolare, i pochi orologi disponibili si fermano tutti a mezzogiorno circa.
Amore e guerra
Si tratta di una sorta di folle riscrittura di Guerra e pace di Lev Tolstoj, incrociato con riferimenti ad altri romanzi russi ottocenteschi (un dialogo è addirittura costruito quasi solo con titoli di romanzi di Fëdor Dostoevskij) e alla cinematografia di Ingmar Bergman, con un deciso cambio di tono dal dramma alla commedia che spesso sconfina nella comica, con aperte citazioni anche allo slapstick del cinema muto.
Boris (Woody Allen), giovane russo inetto, è segretamente innamorato della cugina Sonja (Diane Keaton), la quale ama il di lui fratello, uno zotico che a sua volta è innamorato di un'altra. Napoleone invade una prima volta la Russia e, nonostante le sue resistenze, Boris è costretto ad andare al fronte. Pessimo soldato, con forte tendenza ad imboscarsi, si trasforma fortunosamente in eroe. Tornato a San Pietroburgo, ha una breve ma molto intensa relazione con la contessa Alexandrovna, il che lo porta a duellare con il di lei amante ufficiale, tiratore infallibile. Nel frattempo Sonja, che aveva sposato un mercante di aringhe come rivalsa dell'abbandono da parte del fratello di Boris, è diventata vedova. Dunque Boris le dichiara il suo amore. Lei, pensando che lui sia spacciato, gli assicura che lo sposerà, qualora dovesse sopravvivere al duello. Sorprendentemente si salva.
Il matrimonio tra Sonja e Boris, dopo una partenza molto fredda, sembra destinato al meglio, ma Napoleone invade nuovamente la Russia, e Sonja decide che loro devono uccidere il tiranno e salvare la patria. Un colpo di fortuna permette loro di avvicinarsi al loro obiettivo ma una serie di circostanze fa sì che Boris venga arrestato e condannato a morte per un delitto che lui non ha commesso. Nonostante che un angelo gli appaia poco prima dell'esecuzione dicendogli che l'esecuzione verrà annullata, tutto ciò non accade. Però La Morte (in sembianze molto bergmaniane) gli permette di apparire ancora una volta a Sonja, prima che i due si allontanino assieme danzando allegramente.
La Keaton e Allen assieme fanno faville. Memorabile la colonna sonora, basata quasi completamente su musiche di Sergei Prokofiev.
Boris (Woody Allen), giovane russo inetto, è segretamente innamorato della cugina Sonja (Diane Keaton), la quale ama il di lui fratello, uno zotico che a sua volta è innamorato di un'altra. Napoleone invade una prima volta la Russia e, nonostante le sue resistenze, Boris è costretto ad andare al fronte. Pessimo soldato, con forte tendenza ad imboscarsi, si trasforma fortunosamente in eroe. Tornato a San Pietroburgo, ha una breve ma molto intensa relazione con la contessa Alexandrovna, il che lo porta a duellare con il di lei amante ufficiale, tiratore infallibile. Nel frattempo Sonja, che aveva sposato un mercante di aringhe come rivalsa dell'abbandono da parte del fratello di Boris, è diventata vedova. Dunque Boris le dichiara il suo amore. Lei, pensando che lui sia spacciato, gli assicura che lo sposerà, qualora dovesse sopravvivere al duello. Sorprendentemente si salva.
Il matrimonio tra Sonja e Boris, dopo una partenza molto fredda, sembra destinato al meglio, ma Napoleone invade nuovamente la Russia, e Sonja decide che loro devono uccidere il tiranno e salvare la patria. Un colpo di fortuna permette loro di avvicinarsi al loro obiettivo ma una serie di circostanze fa sì che Boris venga arrestato e condannato a morte per un delitto che lui non ha commesso. Nonostante che un angelo gli appaia poco prima dell'esecuzione dicendogli che l'esecuzione verrà annullata, tutto ciò non accade. Però La Morte (in sembianze molto bergmaniane) gli permette di apparire ancora una volta a Sonja, prima che i due si allontanino assieme danzando allegramente.
La Keaton e Allen assieme fanno faville. Memorabile la colonna sonora, basata quasi completamente su musiche di Sergei Prokofiev.
Amici miei
Commedia all'italiana dell'ultimo periodo, come si capisce dal più esplicito emergere dei temi tragici ed erotici. Progetto di un maestro del genere (Pietro Germi, vedasi ad esempio Divorzio all'italiana, che ha dato il nome all'intero filone) per cause di forza maggiore diretto da un degno collega (Mario Monicelli).
Vengono mostrate le gesta di un gruppo di amici fiorentini (Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi) che si imbarcano in avventure insensate ("zingarate") per non soccombere al vuoto delle loro vite.
Molte le scene diventate memorabili, come gli schiaffoni tirati in stazione ai partenti. È anche il film che codifica la supercàzzola, sproloquio che ha lo scopo di confondere la vittima mescolando parole note, altre che sembrano minacciose, con altre ancora incomprensibili. Nel film sembra che sia l'arma segreta di Tognazzi, ma nel finale sarà Noiret ad usarla in un modo che direi metafisico.
Noiret è un caporedattore, orari sfasati, vita sfasata, divorziato (o separato?) con un figlio che è il suo opposto che lo critica costantemente per la sua incapacità di essere serio.
Tognazzi è un nobile decaduto, che ha dilapidato il patrimonio suo e della moglie (Milena Vukotic) e ora vive sull'orlo della miseria, mantenendo però il suo carattere pieno di contraddizioni. Tradisce la moglie con una giovanissima amante (Silvia Dionisio), di cui è geloso.
Moschin è un architetto in costante cerca di un amore, per il quale abbandonerebbe volentieri la compagnia. Era riuscito a trovarlo nella moglie di Celi (Olga Karlatos) ma, anche a causa del perfido marito, la cosa non è andata a buon fine.
Del Prete ha un bar, che gestisce con la moglie. Ma, essendo uno sfaticato congenito (fa fatica anche ad accettare le schedine del totocalcio per i clienti), trascura il lavoro (ma non la moglie) per dedicarsi più volentieri al biliardo e alle marachelle con gli amici.
Celi è un medico di una clinica privata, Moschin gli ha scippato la giovane moglie (col concorso degli amici) ma lui ha trovato il modo di rendergli la vittoria amara. Riconoscendo la sua abilità, viene assorbito dal gruppo.
Tra le burle narrate, gran peso viene dato quella ai danni di un pensionato (Bernard Blier) a cui vien fatto credere che gli amici sono narcotrafficanti in lotta contro i marsigliesi.
Si noti la scarsa presenza femminile, e in particolare come la Dionisio appaia per gran parte del tempo in deshabillé. A rimarcare la contiguità con la commedia erotica all'italiana, che proprio in quegli anni stava prendendo piede.
Vengono mostrate le gesta di un gruppo di amici fiorentini (Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi) che si imbarcano in avventure insensate ("zingarate") per non soccombere al vuoto delle loro vite.
Molte le scene diventate memorabili, come gli schiaffoni tirati in stazione ai partenti. È anche il film che codifica la supercàzzola, sproloquio che ha lo scopo di confondere la vittima mescolando parole note, altre che sembrano minacciose, con altre ancora incomprensibili. Nel film sembra che sia l'arma segreta di Tognazzi, ma nel finale sarà Noiret ad usarla in un modo che direi metafisico.
Noiret è un caporedattore, orari sfasati, vita sfasata, divorziato (o separato?) con un figlio che è il suo opposto che lo critica costantemente per la sua incapacità di essere serio.
Tognazzi è un nobile decaduto, che ha dilapidato il patrimonio suo e della moglie (Milena Vukotic) e ora vive sull'orlo della miseria, mantenendo però il suo carattere pieno di contraddizioni. Tradisce la moglie con una giovanissima amante (Silvia Dionisio), di cui è geloso.
Moschin è un architetto in costante cerca di un amore, per il quale abbandonerebbe volentieri la compagnia. Era riuscito a trovarlo nella moglie di Celi (Olga Karlatos) ma, anche a causa del perfido marito, la cosa non è andata a buon fine.
Del Prete ha un bar, che gestisce con la moglie. Ma, essendo uno sfaticato congenito (fa fatica anche ad accettare le schedine del totocalcio per i clienti), trascura il lavoro (ma non la moglie) per dedicarsi più volentieri al biliardo e alle marachelle con gli amici.
Celi è un medico di una clinica privata, Moschin gli ha scippato la giovane moglie (col concorso degli amici) ma lui ha trovato il modo di rendergli la vittoria amara. Riconoscendo la sua abilità, viene assorbito dal gruppo.
Tra le burle narrate, gran peso viene dato quella ai danni di un pensionato (Bernard Blier) a cui vien fatto credere che gli amici sono narcotrafficanti in lotta contro i marsigliesi.
Si noti la scarsa presenza femminile, e in particolare come la Dionisio appaia per gran parte del tempo in deshabillé. A rimarcare la contiguità con la commedia erotica all'italiana, che proprio in quegli anni stava prendendo piede.
La pantera rosa colpisce ancora
Episodio piuttosto confuso della saga, a partire dal titolo. Infatti da noi è noto sia come "colpisce ancora" che come "Il ritorno della pantera rosa". Il secondo titolo è la traduzione letterale dell'originale, mentre il primo è dovuto alla fantasia della distribuzione italiana, che però è andata a cozzare con il fatto che l'anno dopo è uscito The pink panther strikes again.
E anche la storia narrata non scherza in quanto a ingarbugliamento. Sono passati dodici anni dal primo episodio, ma nel film si dice che ne sono passati tre da quando il diamantone è stato rubato una prima volta da Sir Charles Lytton (lì interpretato da David Niven, qui da Christopher Plummer), non si cita la seconda puntata, e dunque non sappiamo che fine abbia fatto Maria Gambrelli, però ritroviamo Dreyfus (Herbert Lom) il capo di Jacques Clouseau, anche se qui viene degradato a ispettore capo, mentre nell'episodio precedente era commissario, e pure Kato, il distruttivo domestico dell'ispettore.
Inoltre il fantasma, ladro gentiluomo, qui risulta sposato a una Lady Litton (con la "i" normale) che, a rigor di logica, dovrebbe essere la ex-moglie di Clouseau (lì Capucine, qui Catherine Schell) ma i due fanno come se non si conoscessero.
Siamo dunque di fronte a uno strano miscuglio dei due episodi precedenti. Anche Dreyfus pare parzialmente rinsavito, abbastanza almeno per poter impazzire nuovamente in seguito all'incredibile imperizia del suo sottoposto.
Tutto sommato inferiore a Uno sparo nel buio, anche se alcune scene (il combattimento al rallentatore tra Clouseau e Kato, ad esempio) sono memorabili. Riprende la struttura di La pantera rosa, contrapponendo uno svolgimento classico da commedia sofisticata (qui nella variante esotica, con viaggio nell'immaginario sultanato dove il diamante viene custodito in un museo, pronto per essere rubato con destrezza, dando spazio a citazioni anche per film come Casablanca) alla comica più dissennata.
E anche la storia narrata non scherza in quanto a ingarbugliamento. Sono passati dodici anni dal primo episodio, ma nel film si dice che ne sono passati tre da quando il diamantone è stato rubato una prima volta da Sir Charles Lytton (lì interpretato da David Niven, qui da Christopher Plummer), non si cita la seconda puntata, e dunque non sappiamo che fine abbia fatto Maria Gambrelli, però ritroviamo Dreyfus (Herbert Lom) il capo di Jacques Clouseau, anche se qui viene degradato a ispettore capo, mentre nell'episodio precedente era commissario, e pure Kato, il distruttivo domestico dell'ispettore.
Inoltre il fantasma, ladro gentiluomo, qui risulta sposato a una Lady Litton (con la "i" normale) che, a rigor di logica, dovrebbe essere la ex-moglie di Clouseau (lì Capucine, qui Catherine Schell) ma i due fanno come se non si conoscessero.
Siamo dunque di fronte a uno strano miscuglio dei due episodi precedenti. Anche Dreyfus pare parzialmente rinsavito, abbastanza almeno per poter impazzire nuovamente in seguito all'incredibile imperizia del suo sottoposto.
Tutto sommato inferiore a Uno sparo nel buio, anche se alcune scene (il combattimento al rallentatore tra Clouseau e Kato, ad esempio) sono memorabili. Riprende la struttura di La pantera rosa, contrapponendo uno svolgimento classico da commedia sofisticata (qui nella variante esotica, con viaggio nell'immaginario sultanato dove il diamante viene custodito in un museo, pronto per essere rubato con destrezza, dando spazio a citazioni anche per film come Casablanca) alla comica più dissennata.
Professione: reporter
Una noia fenomenale, verrebbe da dire. Se non fosse che i dieci minuti finali sono a dir poco fantastici sia dal punto di vista emotivo sia tecnico - dominati come sono da una lunghissima sequenza dove la cinepresa, pur muovendosi con una lentezza inizialmente quasi esasperante, piroetta in modo improbabile da una stanza d'albergo alla piazza antistante per poi tornare, dopo aver seguito l'azione sullo spazio pubblico, nel privato della stanza.
La lentezza dell'azione nel paio d'ore del film si spiega con il fatto che, perdinci, è funzionale ai temi narrati. La difficoltà di comunicare, di relazionarsi, i dubbi sull'identità, tutta roba che difficilmente si riesce a rendere in un film dai ritmi più sbarazzini. C'è anche da dire che nel secolo scorso ci si poteva aspettare che il pubblico più avveduto reggesse comunque ad una simile gestione dei tempi. Oggi un po' meno.
Chissà, forse potrebbe aiutare vederlo un paio di volte. La prima un po' distrattamente, lasciando correre la pellicola in background fino a che arriva il gran finale. Del resto ci sono tanti elementi che cercano di spiazzarci. Tanto per dirne una, la scena iniziale è girata con taglio documentaristico - e fa temere per il peggio. Poi la camera si stabilizza, ma l'azione viene spesso interrotta da flash back o da proiezioni di interviste effettuate dal protagonista, il reporter, che poi è Jack Nicholson. I grandi silenzi uno se li dovrebbe aspettare, conoscendo Michelangelo Antonioni, anche se spesso si tratta di silenzi per modo di dire dato che il rumore di fondo è spesso molto alto. C'è poi il fatto che la protagonista femminile, Maria Schneider (visione dedicata a lei, riposi finalmente in pace) appare per un secondo a Londra nella prima ora del film, per poi riapparire senza alcun legame logico a Barcellona, fra l'altro negando che era lei quella che abbiamo visto.
Da notare che il titolo inglese, The passenger, è stato scelto da Antonioni, a creare un ulteriore elemento destabilizzante, immagino. Non sappiamo chi sia il passeggero (o la passeggera) del titolo. Verrebbe da dire la Schneider, che pure non è, a vedere il minutaggio, il personaggio principale - forse avrebbe senso guardare il film dal suo punto di vista, di studentessa (?) francese in visita in Spagna che incappa in un tipo bizzarro di cui forse si è innamorata ma che non può dire chi davvero sia. O se è Nicholson il passeggero, si potrebbe arguire che è un passeggero nella vita, perché finisce per lasciarsi portare al tragico epilogo, senza poi prendere particolari decisioni. Si lascia affascinare dalle coincidenze, come accenna a un certo punto il personaggio.
La storia sarebbe quella di un reporter di origine inglese ma formazione americana, Nicholson per l'appunto, che in Africa ha l'opportunità di scambiare identità con un tale morto per cause naturali e a lui vagamente simile. Lo fa per noia, voglia di cambiar vita o, come si suol dire, crisi della mezza età. Per noia finisce per seguire quella che era la vita del suo doppio, che si scopre essere un mercante d'armi. Finisce a Barcellona, per caso entra in una casa di Gaudì e incontra la Schneider, che aveva visto, o credeva di averla vista, quando aveva fatto un salto a Londra già con la nuova identità, per tirar su qualche soldo. Gente legata al mercante d'armi non è particolarmente contenta di lui, lo scova e lo elimina.
Nella scena finale, la polizia arriva che lui è stato appena freddato, presenti la moglie inglese e la Schneider. Curiosamente la moglie nega di riconoscimento. Se mente non si capisce perché, visto che ha mosso mari e monti per ritrovarlo. Se non mente, tutto quello che abbiamo visto non quadra. Ha mentito Nicholson per tutto il film? D'altronde il trafficante era sconosciuto a tutti e, fatto bizzarro, non vediamo in faccia il reporter morto alla fine del film. E' tutto un grande inganno? Quién sabe?
La lentezza dell'azione nel paio d'ore del film si spiega con il fatto che, perdinci, è funzionale ai temi narrati. La difficoltà di comunicare, di relazionarsi, i dubbi sull'identità, tutta roba che difficilmente si riesce a rendere in un film dai ritmi più sbarazzini. C'è anche da dire che nel secolo scorso ci si poteva aspettare che il pubblico più avveduto reggesse comunque ad una simile gestione dei tempi. Oggi un po' meno.
Chissà, forse potrebbe aiutare vederlo un paio di volte. La prima un po' distrattamente, lasciando correre la pellicola in background fino a che arriva il gran finale. Del resto ci sono tanti elementi che cercano di spiazzarci. Tanto per dirne una, la scena iniziale è girata con taglio documentaristico - e fa temere per il peggio. Poi la camera si stabilizza, ma l'azione viene spesso interrotta da flash back o da proiezioni di interviste effettuate dal protagonista, il reporter, che poi è Jack Nicholson. I grandi silenzi uno se li dovrebbe aspettare, conoscendo Michelangelo Antonioni, anche se spesso si tratta di silenzi per modo di dire dato che il rumore di fondo è spesso molto alto. C'è poi il fatto che la protagonista femminile, Maria Schneider (visione dedicata a lei, riposi finalmente in pace) appare per un secondo a Londra nella prima ora del film, per poi riapparire senza alcun legame logico a Barcellona, fra l'altro negando che era lei quella che abbiamo visto.
Da notare che il titolo inglese, The passenger, è stato scelto da Antonioni, a creare un ulteriore elemento destabilizzante, immagino. Non sappiamo chi sia il passeggero (o la passeggera) del titolo. Verrebbe da dire la Schneider, che pure non è, a vedere il minutaggio, il personaggio principale - forse avrebbe senso guardare il film dal suo punto di vista, di studentessa (?) francese in visita in Spagna che incappa in un tipo bizzarro di cui forse si è innamorata ma che non può dire chi davvero sia. O se è Nicholson il passeggero, si potrebbe arguire che è un passeggero nella vita, perché finisce per lasciarsi portare al tragico epilogo, senza poi prendere particolari decisioni. Si lascia affascinare dalle coincidenze, come accenna a un certo punto il personaggio.
La storia sarebbe quella di un reporter di origine inglese ma formazione americana, Nicholson per l'appunto, che in Africa ha l'opportunità di scambiare identità con un tale morto per cause naturali e a lui vagamente simile. Lo fa per noia, voglia di cambiar vita o, come si suol dire, crisi della mezza età. Per noia finisce per seguire quella che era la vita del suo doppio, che si scopre essere un mercante d'armi. Finisce a Barcellona, per caso entra in una casa di Gaudì e incontra la Schneider, che aveva visto, o credeva di averla vista, quando aveva fatto un salto a Londra già con la nuova identità, per tirar su qualche soldo. Gente legata al mercante d'armi non è particolarmente contenta di lui, lo scova e lo elimina.
Nella scena finale, la polizia arriva che lui è stato appena freddato, presenti la moglie inglese e la Schneider. Curiosamente la moglie nega di riconoscimento. Se mente non si capisce perché, visto che ha mosso mari e monti per ritrovarlo. Se non mente, tutto quello che abbiamo visto non quadra. Ha mentito Nicholson per tutto il film? D'altronde il trafficante era sconosciuto a tutti e, fatto bizzarro, non vediamo in faccia il reporter morto alla fine del film. E' tutto un grande inganno? Quién sabe?
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