Codice criminale

Uno sconosciuto compagno di visione cinematografica s'è detto scontento del film perché, che diamine, non è realistico trovare un delinquente nomade figo come Michael Fassbender. Difficile ribattere nel caso specifico, però allora che dire di un irlandese sull'orlo della morte per fame che si imbarca sul Titanic e ha l'apparenza di Leonardo DiCaprio? Ho dunque il sospetto che la critica nascondesse una qualche altra perplessità che quello spettatore non è riuscito ad esplicitare. Quale sia, vattelapesca.

Prima regia cinematografica di Adam Smith, non completamente riuscita, a mio parere, per un finale che ha cambiato inaspettatamente tono al racconto lasciandomi leggermente basito, per l'abuso della camera a mano, oltre che per una sceneggiatura perfettibile. m'è sembrata comunque buona l'idea e la direzione del cast in cui praticamente tutti sembrano a proprio agio. Pare che i Chemical Brothers abbiano scritto la colonna sonora del film in quanto amici di Smith.

Colby Cutler (Brendan Gleeson) è il dispotico patriarca che domina su una piccola comunità nomade che direi di origine irlandese e pare basata ormai da molto in un qualche paesino inglese. Sporchi, cattivi, ignoranti e piuttosto delinquenti, non sono per niente simpatici agli stanziali. Sentimenti che ricambiano di cuore. Ma il vero problema è che Chad (Fassbender), erede designato, ha seri dubbi sulla sua vita. Da un lato la vita sregolata gli calza a fagiolo, dall'altra si rende conto che è in un vicolo cieco, e che sta mettendo sulla stessa strada senza uscita i suoi due piccoli figli. Se non fosse per sua moglie Kelly (Lyndsey Marshal), probabilmente si limiterebbe a lagnarsi del padre ma abbozzare. Lei invece funziona da pungolo (*), e lo spinge ad affrontare il conflitto direttamente. Ma Colby ne sa una più del diavolo, ed escogita un contropiano per mandare in fumo quello di Chad di lasciare l'accampamento, forse per addirittura per integrarsi con gli stanziali.

L'ambiente degradato in cui si svolge l'azione mi ha fatto pensare a Come un tuono di Derek Cianfrance con Ryan Gosling (**). Entrambi potenti, qui forse Smith paga la sua relativa mancanza di esperienza.

(*) Un po' come il personaggio di Diane Keaton ne Il padrino.
(**) Altro film, tra i millemila possibili, per il quale si potrebbe applicare la stessa critica ingiustificata che ho citato su in cima.

Una vita da gatto

Tom Brand (Kevin Spacey) è a capo di un complesso eterogeneo di aziende che potrebbero ricordare vagamente la Virgin di Richard Branson, in quanto hanno l'unico comun denominatore nella creatività del paròn. Il conglomerato è quotato in borsa ma il Brand ha una comoda maggioranza assoluta che gli permette di fare quel che vuole, nonostante i mugugni degli azionisti di minoranza che, a ben vedere, non è che abbiano poi tutti i torti visto che il lider maximo si lascia guidare più dal suo strabordante ego che da un vero fiuto per gli affari.

Altro lato della medaglia, la famiglia Brand è tenuta assieme solo dallo spirito disneyano (*) che pervade questa produzione cinematografica. La corrente signora Brand, Lara (Jennifer Garner), è persino in buoni rapporti con la precedente, anche se questa non sembra particolarmente pacificata. Il grosso problema è che Tom pensa solo agli affari e di conseguenza maltratta, ma più spesso non dedica alcun tempo, a moglie e figli.

A fare scattare l'azione del film ci sono due eventi, uno legato al mondo degli affari, l'inaugurazione del nuovo grattacielo Brand a New York, che dovrebbe essere il più alto dell'emisfero nord, ma forse non riesce ad ottenere il record, e il compleanno della più piccola di famiglia, che vuole disperatamente come regalo un gatto - animale che Tom non sopporta. In assenza di idee alternative, all'ultimo momento Tom capitola e decide, sulla strada di casa, di passare dal più vicino venditore di felini, e prendere un animale a caso. Il gestore del posto è però Felix Perkins (Christopher Walken) che è dotato di misteriosi e incomprensibili poteri, il che porta Tom a trasmigrare nel gatto, con il rischio di restare sotto questa forma per tempo indeterminato.

La storia non è certo un granché, e direi che ha l'unico pregio di avermi fatto pensare allo strepitoso e folle La ricompensa del gatto dello Studio Ghibli. Nonostante i grossi nomi coinvolti (**) ho avuto l'impressione che l'interesse principale di tutti quanti fosse rivolto all'incasso dell'assegno pattuito. Effetti speciali demoralizzanti.

(*) Quello dei live-action del secolo scorso, intendo.
(**) La regia è di Barry Sonnenfeld, che non è certo un autore di peso, ma ha fatto cose ad alto budget e riscontro di pubblico, come Men in black.

Fortunata

Non ho visto la concorrenza, ma credo che il premio a Jasmine Trinca come migliore attrice a Cannes, sezione Un certain regard, sia meritato. Ho qualche perplessità sull'equilibrio del racconto e sulla sua trasposizione cinematografica, dovuto alla coppia Margaret Mazzantini - Sergio Castellitto. M'è parsa più riuscita la prima parte, dove il dramma è bilanciato da uno spirito comico che un po' mi ha fatto pensare a lavori del tempo che fu di Pedro Almodovar, meno la seconda, dove si punta più decisamente al tragico, con una certa confusione che credo sia riconducibile a modelli italiani, area Marco Ferreri, che forse aveva un suo senso una cinquantina di anni fa, ma che oggi mi pare poco comprensibile.

Fortunata (la Trinca) vive nella periferia romana (Torpignattara?) una vita sull'orlo della catastrofe. Ha un divorzio in corso con Franco (Edoardo Pesce), greve, violento, poco propenso a mollare la preda senza combattere, e il sogno di passare dalla condizione di pettinatrice a domicilio e quello di proprietaria di un negozio.

Pare che abbia un solo amico (*), che chissà perché si fa chiamare Chicano (Alessandro Borghi), tossico all'ultimo stadio, a cui aggiunge una dipendenza per lotto (!) e lo sconforto di avere una mamma (Hanna Schygulla, nientemeno) affetta da Alzheimer.

La piccola Barbara (Nicole Centanni) si trova nella impossibile condizione di accettare il conflitto dei genitori e chiede aiuto a suo modo, sputando su chi gli sta attorno. I servizi sociali fanno il loro lavoro, e la bimba viene seguita da uno psicologo, Patrizio (Stefano Accorsi), che sembra abbastanza efficace. Il problema è che qualcosa scocca tra Patrizio e Fortunata, e dunque la povera Barbara si trova non solo a dover conciliare il conflitto tra i genitori, si trova essa stessa in competizione con la madre per le attenzioni di una figura maschile.

Il tema della tragedia greca è introdotto dalla madre di Chicano, che ai tempi era una famosa attrice teatrale nota per il ruolo eponimo in Antigone. Ad un certo punto abbiamo pure uno spiegone, seppur risolto rapidamente, in cui ci viene fornito un sunto della storia, che però non ho capito bene come la Mazzantini immagini sia rilevante con la storia di Fortunata. Forse si intende puntare sulla contrapposizione maschile-femminile, lasciando gli aspetti negativi ai primi e quelli positivi alle seconde, che però mi pare sminuente nei confronti delle tematiche esplorate in Antigone, molto più sottili e profonde.

Più interessante la meditazione su cosa voglia dire essere fortunati, già perché mi pare ovvio che la tesi sia che la protagonista sia, nonostante tutto, fortunata. Subisce una catastrofe matrimoniale, perde il suo unico amico, non riesce a ricostruire una nuova coppia romantica, fallisce nel lavoro, non ha il becco di un quattrino ma - alla fine - sembra riesca a superare (**) il trauma infantile che ha probabilmente condizionato la sua intera esistenza per ripartire da quello che davvero le interessa, ovvero il rapporto con la figlia.

Meno soddisfacente m'è sembrato lo sviluppo del personaggio di Patrizio. Anche lui ha un nome che indica il ruolo, è infatti l'unico abbiente della storia (***) e avrebbe i mezzi culturali, intellettivi e pure emotivi per condurre una vita decente. Eppure, per motivi poco chiariti (°), sembra che finisca per mandare tutto a catafascio. Forse viene spaventato dall'irruenza poco civilizzata di Fortunata, forse viene attirato dal modello paterno che, per quanto negativo, lo ha ovviamente marcato sin da piccino. Forse, più grettamente, è una inaspettata montagnola di soldi a fargli fare il salto definitivo. Non sappiamo, viene lasciato a noi il compito di decidere.

(*) Ci sarebbero anche alcune sciroccate, piuttosto tamarre e abbastanza almodoroviane, che però restano molto sullo sfondo, una specie di coro che fa un buffo controcanto all'azione principale.
(**) Anche se non ho capito bene come. Per via di una illuminazione, sembrerebbe. E grazie a un archetipico bagno in mare che la pone la scelta se chiudere o se far ripartire la sua vita.
(***) Si intuisce la sua disponibilità economica dalla bella Ducati che possiede, dai modi, e dal weekend che offre alla sua bella, superiore alle possibilità di un normale psicologo della mutua.
(°) L'unico personaggio disegnato con una adeguata profondità è quello della protagonista, gli altri mancano di dettaglio, e spesso dobbiamo lavorare di fantasia o per stereotipi per riuscire a comprendere il senso delle loro azioni.

Adorabile nemica

Harriet (Shirley MacLaine) è ricca da far paura e altrettanto sola. Bastano poche inquadrature per darci l'esatta dimensione di ciò, e rapidi scambi di battute con il suo sconfortato giardiniere (Gedde Watanabe) e la sua perplessa parrucchiera ci spiega anche come mai chiunque possa la rifugge. Ella infatti ritiene suo diritto avere l'ultima parola su qualunque argomento (*) e suo dovere maltrattare ferocemente chiunque abbia a che fare con lei.

La noia, infine, la spinge ad un mezzo tentativo di suicidio che sembra più mirato ad allargare la cerchia delle sue vittime, nella persona del suo medico curante, che a porre fine ad una vita tendente sempre più all'insulso. Un secondo tentativo che parrebbe più sostanzioso viene interrotto da un (im)provvido dubbio, cosa scriveranno nel necrologio?

Data la smania di controllo che Harriet su tutto e tutti, non può morire con questa incertezza. Si reca dunque alla sede del giornale locale e si impossessa di Anne (Amanda Seyfried), la delegata agli articoli obituari, affinché il suo coccodrillo sia confacente alla elevate sue aspettative.

A mio parere, le cose migliori del film si trovano in alcune piccole sottotrame che si sviluppano dalla storia principale, come questa faccenda del giornale locale. La testata è a conduzione familiare, e il corrente direttore, figlio d'arte, sembra un pesce fuor d'acqua, costretto a far funzionare una attività per la quale non pare abbia un particolare attrazione, forse per la sola necessità di mantenere la tradizione di famiglia. Scopriamo ad esempio che non hanno un archivio digitale ma bensì un immenso deposito cartaceo che deve essere la disperazione di tutti i dipendenti, e che lui non sembra ancora essersi ben capacitato di come le nuove tecnologie non siano state solo una moda passeggera. Fatto sta, il giornale è sull'orlo del tracollo, e si conta su una possibile donazione di Harriet per evitare, o almeno ritardare, una catastrofe che non pare lontana.

Si passa dunque alla modalità "strana coppia", Harriet contro Anne, apparentemente molto diverse accumunate controvoglia da uno scopo comune. La prima decide che un buon necrologio ha quattro caratteristiche fondamentali, il personaggio deve: (1) essere rispettato dalla comunità; (2) essere amato da amici e parenti; (3) aver cambiato la vita di qualcuno in modo inaspettato; (4) avere un qualcosa in più di speciale. Il problema è che Harriet ha passato la sua vita a schiacciare come un rullo compressore tutti quelli che gli erano attorno, pensando solo alla sua carriera, e dunque non ha materiale da offrire per ottenere il risultato cercato. Ma non sono certo queste quisquilie che possono preoccuparla.

Lo spunto iniziale non mi è dispiaciuto, ma la sceneggiatura (**) non regge per tutto lo svolgimento. Per essere chiari, se non ci fosse stata la MacLaine nel ruolo principale, potevano anche fare a meno di girare. Non mi ha per niente impressionato la Seyfried. Inizialmente pensavo che fosse fuori ruolo lei, ripensandoci forse è la parte che non è abbastanza robusta, e nessuno avrebbe potuto farci niente. Anche la regia di Mark Pellington non mi entusiasmato, anche se la parte musicale (***) evidentemente trae giovamento dalla sua esperienza nel campo.

La struttura del genere vorrebbe che Harriet capisse, sia pur tardivamente, di aver fatto errori non da poco nella sua vita, e magari riuscisse a metterci in limine una toppa. Qui invece, probabilmente in linea con il cinismo dei tempi, non è lei a cambiare (°), saranno gli altri a dover riconoscere di non averla capita. Anne, addirittura, la prenderà come esempio per la sua vita. Per fortuna il film finisce senza che noi si possa scoprire in che esistenza miserevole si stia andando a cacciare quella giovine donna ancora irrisolta.

(*) Da cui il titolo originale, The last word. Il titolo italiano, come spesso accade, ha ben poco senso.
(**) Di Stuart Ross Fink, praticamente uno sconosciuto.
(***) Un'altra sottotrama non disprezzabile include una radio privata che pare riemergere misteriosamente dal secolo scorso.
(°) C'è una sua battuta quando ormai il finale non è lontano, in cui ribadisce che lei è così, e non ha nessuna intenzione di modificare alcunché del suo carattere. Anzi, ridicolizza la figlia che le ha chiesto di affrontare i suoi problemi.

Il drago invisibile

E' una specie di remake di Elliott il drago invisibile (1977) su cui però si è lavorato parecchio, rendendolo piuttosto distante dall'originale. Quello era un tipico film Disney del periodo, in anche cui i personaggi reali avevano un comportamento da animazione. Questo invece è più vicino ad un live-action puro e semplice, anche se comunque mirato ad un pubblico familiare, con bambini anche piccoli.

In entrambi i casi, il protagonista, Pete, è un orfanello. Ma nella versione del secolo scorso ricorda molto un Oliver Twist sfruttato da chi lo dovrebbe aiutare e in cerca di una famiglia degna di questo nome, qui invece, sembra un piccolo Tarzan che, persi i genitori, trova conforto in un drago, forse invisibile, forse inesistente.

In realtà, il dubbio se il drago esista davvero o se sia solo una proiezione fantastica di Pete (Oakes Fegley), dura poco. Abbiamo infatti prove tangibili della sua esistenza, e ci sarà persino un cattivo, Gavin (Karl Urban), che lo vuole catturare per farne non si sa bene cosa, ma con lo scopo di diventare ricco e famoso.

Ad aiutare Pete saranno Grace (Bryce Dallas Howard), una guardiaboschi con lo spirito da crocerossina, e il di lei padre (Robert Redford), considerato da tutti un po' picchiatello perché da molti anni racconta a tutti che nelle foreste dei dintorni abita un drago.

A vedere Pete in volo su Elliott, si direbbe che che lo sceneggiatore-regista (David Lowery) abbia visto La storia infinita ma non mi sembra abbia tratto giovamento dagli spunti che il romanzo su cui è basato (Micheal Ende) gli avrebbe potuto dare. Si segue piuttosto un filone ambientalista o alla buon selvaggio ben poco approfondito.

Bello comunque il drago e la sua integrazione nella realtà cinematografica.

The circle

Mae (Emma Watson) è una giovane donna di belle speranze ma dalla realtà piuttosto avvilente. Un brutto lavoro malpagato, un padre (Bill Paxton *) malato di sclerosi multipla che non può permettersi cure adeguate (**), un ex fidanzato, Mercer (Ellar Coltrane), che le ronza attorno ma che per lei è solo un amico.

Tutto ciò cambia quando una sua cara amica, Annie (Karen Gillan), le procura un colloquio per l'azienda presso cui lavora, niente di meno che The circle, una specie di mostruosa combinazione tra Google, Facebook, Apple et similia. Dopo una chiacchierata insulsa da cui Mae non esce né bene né male, il lavoro è suo (***), e finisce a fare circa le stesse cose che faceva prima, ma in modo molto più cool e, soprattutto, con uno stipendio e benefit migliori.

Col passare del tempo, Mae entra sempre più nello stile di vita di The circle, anche se non si capisce bene quanto sia veramente convinta di quello che sta facendo o se lo faccia per mera convenienza (°). L'impegno lavorativo, teoricamente limitato, diventa sempre più pesante, anche perché le numerose attività parallele, che dovrebbero essere su base volontaria e ricreative, sono a tutti gli effetti obbligatorie, se non si vuole essere tagliati fuori.

Al vertice di The circle si trova un terzetto composto da un simil Steve Jobs, Bailey (Tom Hanks), visionario, simpatico, a cui non si riesce a non dir di no, da quanta bontà sprizza da ogni poro, a qualunque cosa egli dica, un sinistro uomo nell'ombra, Tom (Patton Oswalt), e un evanescente Ty (John Boyega), presentato come il genio informatico che ha posto le basi tecniche dell'azienda ma che poi ha preferito una posizione molto defilata. Scopriremo più avanti che Ty è molto critico sulla direzione che i suoi due soci hanno dato al suo lavoro, ma sembra che non abbia la forza di opporsi. Il resto dei dipendenti, levata Annie che gira per il mondo senza un attimo di riposo, sembrano una massa indistinta di zombie, decerebrati ma felici.

Alcuni fatti, tra cui un incidente che non mi spiego in cui Mae rischia di perdere la vita, portano la nostra protagonista a salire rapidamente nella considerazione di Bailey, portandola a diventare il testimonial planetario di The circle. Nel contempo, Mae ha anche a che fare con Ty, che le rivela le sue perplessità. In più, succedono altre cose che coinvolgono i genitori di Mae, Mercer e Annie che dovrebbero mettere dei dubbi in Mae sul suo lavoro. Sembriamo diretti verso una catastrofe totale, però verremo salvati da un improbabile, e poco definito, finale.

Nonostante alcune aree oscure, il film mi è abbastanza piaciuto. Sicuramente è buona la storia originale, basata sul romanzo omonimo di Dave Eggers, ottimo il cast, almeno nella mezza dozzina di ruoli principali. Qualche dubbio ce l'ho nella sceneggiatura e regia di James Ponsoldt. In particolare il lieto fine, che diverge nettamente dai toni distopici dell'originale, suona falso, attaccaticcio e irrisolto. Ma forse Ponsoldt ne è almeno parzialmente incolpevole, se è stato imposto dalla produzione che temeva l'assenza di un happy ending. Lo sviluppo però è tutto poco chiaro, spesso non ho capito cosa muove Mae, ma più che una legittima incapacità del carattere di predere decisioni in un contesto più grande di lei, ho avuto l'impressione che Ponsoldt non sapesse bene in che direzione fare andare la storia.

Ne sconsiglierei comunque la visione ad alcune categorie. In primis, a chi non piace Emma Watson. Dietro di me al cinema avevo un rappresentante di questo gruppo che si è più volte lagnato rumorosamente di lei, in quanto, secondo lui, non faceva altro che riproporre il personaggio harrypottesco di Hermione. La Watson è praticamente sempre sullo schermo. Se non vi piace, evitate la pellicola.

Anche i fanboy di Steve Jobs, o dei marchi a cui, volenti o nolenti, si allude, potrebbero non gradire la critica. In più, per il nostro mercato, gli entusiasti del movimento cinque stelle potrebbero restarci male nel vedere come un autore del tutto estraneo alla nostra realtà abbia percepito e ben rappresentato il pericolo di una oscura commistione tra web e politica.

Di materiale per fare un opera pungente ce n'è in abbondanza. Peccato che non si sia osato spingersi in nessuna delle direzioni appena sfiorate. Ne sarebbe potuto venire fuori qualcosa di molto più interessante. La cosa buffa è che quello che forse è lo scambio di battute più memorabile del film è qualcosa come "Cos'è che temi di più?" "Il potenziale inespresso".

(*) Nei titoli di coda gli viene dedicato il film, che è stato il suo ultimo.
(**) La storia è ambientata negli USA, e la nostra sanità pubblica, al confronto, è paradisiaca.
(***) Il che fa pensare che l'influenza di Annie abbia pesato sul giudizio finale. Il ruolo di Annie non è chiarissimo, ma di sicuro sta ai piani alti di The circle.
(°) Che include anche l'estensione della sua copertura sanitaria alla famiglia.

L'altro volto della speranza

Abbastanza simile al precedente lavoro di Aki Kaurismäki, Miracolo a Le Havre (2011), e sempre in linea con lo stile narrativo del film maker finlandese. Qui seguiamo le vicende in bilico tra farsa e tragedia di due personaggi principali, Wikström (Sakari Kuosmanen) e Khaled (Sherwan Haji).

Wikström è un finlandese in piena crisi matrimoniale e occupazionale, che decidere di risolvere abbandonando la sua signora e il suo lavoro, per tornare single e dedicarsi alla ristorazione, senza avere alcuna seppur minima esperienza a riguardo. Trovati fortunosamente i capitali, li investe in un terribile ristorantino sull'orlo della catastrofe.

Khaled in Finlandia c'è arrivato per caso, scappato dalla Siria in guerra con la sorella, diviso da lei in un passaggio di frontiera, ha vagabondato per l'Europa alla sua ricerca, finché la necessità di sfuggire ad un agguato lo ha portato su di una nave diretta ad Helsinki. Il suo tentativo di restare nella legalità dura poco, causa una burocrazia ottusa, e si ritrova sulla strada con ben poche possibilità di durare a lungo.

Le due storie si incrociano con esiti buffi e drammatici fino ad un sanguinoso lieto fine.