Schindler's list - La lista di Schindler

Un imbroglioncello di piccolo calibro, tale Oskar Schindler (Liam Neeson), scopre qual'è il motivo per cui tutta la sua vita fino a quel momento è stata un percorso di denso di fallimenti. Non c'era stata la guerra. Ora che la guerra c'è, e può finalmente mettere a frutto i suoi dubbi talenti per fare successo.

Piomba così a Cracovia, nella Polonia appena sconfitta dall'esercito nazista, e in breve compra una fabbrica fallita per impossibilità dei precedenti proprietari a procedere nel loro lavoro, in quanto schedati come ebrei, usando i soldi di elementi di spicco della stessa comunità, facendo notare loro che nel ghetto in cui sono stati rinchiusi valgono più le pentole che lui si accinge a produrre. D'altro canto usa la sua passione per alcolici, donne, e bella vita in genere, per accattivarsi l'amicizia di persona che contano nei vertici nazisti locali.

Il suo totale disinteresse per quello che accade tutto intorno a lui, risulta perfetto per la situazione. Infatti può così fregiarsi della sua spilla d'oro di appartenente al partito nazista senza alcun imbarazzo, come può anche assicurarsi i servizi di Itzhak Stern (Ben Kingsley) che, oltre ad essere un valente contabile, conosce un po' tutti.

Tutti felici, tutti contenti. L'esercito tedesco ha pentole a basso prezzo, Stern riesce a fare assumere in fabbrica alcune persone che rischierebbero di essere eliminate su due piedi, gli ufficiali nazisti corrotti hanno la loro fetta di torta, e Schindler diventa ricco ogni sua più rosea aspettativa.

Le cose cambiano con l'arrivo di Amon Goeth (Ralph Fiennes), che viene mandato lì per creare un lager in cui stipare una metà degli ebrei che erano stati prima costretti nel ghetto di Cracovia. Gli altri sono uccisi in una notte, e non si capisce bene a chi sia capitato la sorte peggiore. L'azione è così brutale che Schindler inizia a farsi domande. E poco a poco mette da parte il suo sogno di ricchezza per cercare di salvare quanti più ebrei gli sia possibile.

Il film, in bianco e nero e dalla durata fiume di tre ore abbondanti, scorre rapido e senza grossi intoppi. Si vede la mano di Steven Spielberg in un approccio che solo a tratti è un po' troppo, come dire, spielberghiano. Il risultato è una di quelle cose che restano impresse.

A mio parere, le parti a colori, un breve prologo iniziale e il finale poco più lungo che ci riporta ai nostri giorni, sono le cose meno riuscite. Meglio sarebbe stato iniziare con la presentazione di Schindler e finire con l'arrivo dell'Armata Rossa - che, a dire il vero, consta in un solo soldato a cavallo.

A parte l'impatto emotivo della vicenda, che è ovviamente il cuore del racconto, notevole il gioco tra Neeson, Fiennes e Kingsley. Bravo il primo a seguire il mutamento carattere di Schindler, bravo il secondo a rappresentare la follia monocorde di Goeth, e bravo il terzo a raccontare in sottrazione la rassegnata caparbietà di Stern.

Allied: Un'ombra nascosta

Nel 1942 Max Vatan (Brad Pitt), introverso contadinotto canadese, viene mandato in missione quasi-suicida a Casablanca allo scopo di uccidere il console tedesco in Marocco. Per compiere questa insensata azione deve fingere di essere il marito parigino di Marianne Beauséjour (Marion Cotillard) fascinosa resistente francese finita lì per sfuggire alle indagini della polizia militare tedesca dopo che la sua unità nella Francia occupata è stata annichilita.

Ufficialmente coppietta innamorata, in realtà sconosciuti che fanno il loro lavoro ben consci di avere una altissima possibilità di lasciarci le penne a breve, i due hanno una relazione complicata che poi però sfocia in un profondo amore. Sorprendentemente, l'azione funziona, e Max decide d'impeto di portare Marianne con sé nella relativamente meno pericolosa Inghilterra. I due si sposano e poco dopo nasce, sotto un bombardamento quasi d'ordinanza, la loro figlia.

Un anno dopo, i servizi segreti inglesi comunicano a Max che Marianne è una spia tedesca. Lui deve partecipare passivamente ad una trappola per confermare definitivamente la cosa e ucciderla. Altrimenti entrambi verranno uccisi.

Max è convinto che si tratti di un errore. In subordine potrebbe anche essere una verifica sul suo conto, per accertarsi di quanto sia affidabile prima di dargli un compito estremamente delicato. Oppure Marianne potrebbe essere davvero una spia.

Interessante il lavoro alla regia di Robert Zemeckis che mescola la sua consueta capacità nel gestire scene di notevole complessità tecnica, facendole peraltro sembrare assolutamente naturali, ad un gusto nel nuovere la macchina da presa che mi ha ricordato molto i classici del dopoguerra. Ad esempio certe inquadrature e zoom su alcuni particolari mi hanno fatto pensare a Hitchcock, e il racconto visuale della Casablanca nella seconda guerra mondiale non può che riportare alla memoria il capolavoro di Michael Curtiz. Molto bella la ricostruzione d'epoca. Molto bravi gli attori, in particolare la Cotillard.

Non mi ha convinto appieno la sceneggiatura di Steven Knight, che pure ha nel suo bagaglio cose ragguardevoli come La promessa dell'assassino (2007) di David Cronenberg. In particolare, non riesco trovare un senso, in qualunque modo la guardi, per le circostanze della missione a Casablanca. Né per gli alleati né per l'asse.

Le due ore di azione filano via bene, anzi, il finale m'è sembrato persino tirato via, ridotto ai minimi termini proprio per non rischiare di sforare troppo con i tempi.

Sherlock 4.3: Il problema finale

Qualche passaggio scricchiola un po' (*) ma, paradossalmente per una serie basata sulla logica, in questa puntata la ragione viene messa in secondo piano dal sentimento, ed è con quella chiave di lettura, così ostica per il suo protagonista, che va affrontata.

Sapevamo già, dalla puntata scorsa, che il problema finale (**) sarebbe stato legato a Eurus (Sian Brooke), la più giovane della famiglia Holmes, di cui nulla Sherlock (Benedict Cumberbatch) si ricordava e di cui nulla Mycroft (Mark Gatiss) avrebbe voluto dire.

Sherlock e John Watson (Martin Freeman) concepiscono un piano per far saltare l'equilibrio nervoso al solitamente imperturbabile più astuto fratello Holmes, così da spingerlo a rivelare la verità. I fatti relativi a Eurus sono così spaventosi che Mycroft può narrarne solo il minimo indispensabile, aggiungendo qualche piccolo dettaglio quando necessario, senza che al fratellino o a John vengano sospetti.

Lo sviluppo spiega molto di quanto era poco chiaro nelle precedenti puntate, ma anche punti corposi, come l'apparentemente inspiegabile capacità di Jim Moriarty (Andrew Scott) di colpire Sherlock nei punti più deboli (***), sbiadiscono di fronte a quello che è il punto chiave, la spiegazione di come mai Sherlock sia così ossessionato dal risolvere misteri polizieschi, e perché faccia così fatica a legarsi con altre persone.

Il finale di puntata è congegnato in modo tale da reggere benissimo come finale di serie (ohimé), ma lasciare comunque la porta aperta a possibili sviluppi. Magari un episodio speciale, di tanto in tanto, possiamo pure sperare di ritrovarcelo nella calza della befana.

(*) Ad esempio la scena dell'esplosione. Difficile credere che nessuno dei personaggi coinvolti non riporti almeno una qualche lieve ferita, si sia rotto un qualche osso, strappato un muscolo.
(**) The final problem, che secondo Conan Doyle avrebbe dovuto essere la scontro finale con Moriarty, in questa versione firmata da Mark Gatiss e Steven Moffat consumato ne Le cascate di Reichenbach.
(***) Al punto che mi aveva fatto pensare alla bislacca ipotesi che fosse proprio Jim il terzo fratello Holmes. Sembrava anche a me quasi impossibile, e infatti. In un certo senso, però, Jim era stato plagiato da Eurus, diventando una specie di sua longa manus, e quindi, per interposta persona, la lotta tra Sherlock e Jim era davvero una lotta fratricida.

Paterson

Paterson (Adam Driver) è un autista di autobus che vive a Paterson, New Jersey, con la pazzerella Laura (Golshifteh Farahani). I due si amano teneramente, e se Paterson ha perplessità sulla vena creativa di Laura, le dissimula abbastanza bene. L'idillio è disturbato da Marvin (*), il bulldog inglese della coppia, che è evidentemente geloso di Paterson e vorrebbe Laura tutta per sé.

Uno dei pochi motivi di discussione nella coppia è causato dalla vena poetica di Paterson, che scrive di getto brevi composizioni in versi sciolti che trattano temi molto quotidiani con un punto di vista candido e disarmante (**). Il punto è che Paterson le scrive in un libricino che custodisce gelosamente, e Laura è l'unica che abbia avuto modo di conoscerne alcune. Lei vorrebbe che lui rendesse in qualche modo pubblico il suo lavoro, o che almeno ne facesse una copia. Malvolentieri, Paterson promette che il weekend successivo fotocopierà il libercolo.

Da questi presupposti parte la narrazione di una settimana della vita dei protagonisti, seguendo la prospettiva prevalente di Paterson. Il che è tendenzialmente noioso, considerando che la routine del nostro è inchiodata ad appuntamenti fissi che si ripetono sempre uguali tutti i giorni. Si sveglia abbracciato a Laura, fa colazione, raggiunge la stazione degli autobus, prende il suo mezzo, scambia due chiacchiere con un collega, guida tutto il giorno, prestando a volte orecchio alle parole dei passeggeri, torna a casa, cena con Laura, porta a spasso Marvin, si ferma al bar di Doc (Barry Shabaka Henley) dove beve qualche birra e chiacchiera con i presenti.

Questo quadro ripetitivo (***) viene scardinato da piccoli avvenimenti che oggettivamente sono di minima importanza ma, all'interno della cornice, mostrano quanto siano significativi per i nostri.

Chi conosce Jim Jarmush dovrebbe apprezzare questo suo lavoro che è perfettamente in linea con la sua poetica. Agli altri la tranquillità con cui si lascia che i minuti passino potrebbe risultare eccessiva.

(*) Interpretato da Nellie, ruolo che le è valso la Palma d'Oro di categoria. Ohimé, postuma.
(**) Sono in realtà lavori di Ron Padgett. Nel finale si cita la New York school, forse come indizio per permettere più facilmente di identificarlo.
(***) Per conto mio sarebbero bastate tre o quattro giornate, il resto mi è sembrato un eccesso di descrizione.

Il riccio

Una indisponente undicenne parigina di famiglia bene, che risponde all'inconsulto nome di Paloma (Garance Le Guillermic), alla sorella maggiore, Colombe, è andata anche peggio, ha deciso che si suiciderà al compimento dei dodici anni. Motivo, non vuole una vita vacua come quella della sua famiglia e di tutta la gente che conosce. Capita però un nuovo vicino, il giapponese Kakuro Ozu (Togo Igawa), che sovverte i suoi schemi e la porta ad interessarsi della portinaia Renée (Josiane Balasko) di cui entrambi hanno scoperto il segreto.

Tratto dal best seller L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, a quanto mi dicono non mantiene le promesse del romanzo. Pare che anche la Barbery sia stata dello stesso avviso e abbia fatto il possibile per distanziare la sua opera da quella, cinematografica, di Mona Achache. Da cui il titolo, monco, e la nota sui titoli che avverte lo spettatore di quanto la sceneggiatura sia liberamente tratta dall'originale.

Simpatici alcuni passaggi, come le animazioni che prendono vita dai disegni di Paloma, o la scena in cui la protagonista cerca di provocare i genitori affermando di aver deciso cosa farà da grande, ottenendo, con suo gran dispiacere, una sorprendente approvazione incondizionata. Per il resto m'ha convinto molto poco.

Le svariate prove di suicidio di Paloma mi hanno ricordato Harold e Maude (1971), che però qui sono a solo uso e consumo dell'artefice, mentre là sono delle vere messe in scena decisamente più intriganti.

Arthur e il popolo dei Minimei

Primo film della trilogia tratta dalla serie fantasy quasi omonima (*) scritta da Luc Besson su idea di Céline Garcia. Besson stesso ha curato il passaggio al cinema della storia.

Combinazione di live-action e animazione in cui la prima ricorda molto un film Disney anni sessanta, tipo Un maggiolino tutto matto (**), la seconda, invero non completamente riuscita, è completamente folle, con riferimenti temporali mescolati che creano un curioso effetto di spiazzamento.

Si narra di un ragazzetto (Freddie Highmore) che, nell'intento di salvare la proprietà dei nonni dallo sfratto, parte alla ricerca del nonno che scopre essere in giardino, rimpicciolito al fino di andare a far visita al microbico popolo dei Minimei che lì si trovano per motivi troppo lunghi da spiegare.

Lascia così la nonna (Mia Farrow) senza spiegare bene la situazione e si fionda in una inesplicabile avventura nel corso della quale dovrà sconfiggere il perfido Maltazard e si innamorerà della bella, per quanto di carattere difficile, principessa Selenia.

Pur essendo una produzione francese, mira molto al mercato americano in particolare e di lingua inglese in generale. Io l'ho visto in italiano, e così non ho potuto sentire la voce del David Bowie che doppia il cattivo (***), Madonna come Selenia (°), e poi David Suchet (narratore), Harvey Keitel, Robert De Niro, Chazz Palminteri, Snoop Dogg, eccetera.

(*) In quattro volumi. I primi due concorrono a formare la sceneggiatura di questo episodio cinematografico.
(**) L'ambientazione è proprio anni sessanta nel New England americano. Il buffo è che sembra davvero girato in quel periodo.
(***) Scelta che deve essere stata compiuta in fase di pre-produzione, visto che Maltazard assomiglia al Duca Bianco.
(°) Come dicevo, il mondo dei Minimei è tutto strano. Selenia ha mille anni locali, che corrispondono a dieci anni nostri, ma ha una maturità e una voce di una donna non più giovanissima.

Sing

Per me che amo le animazioni, Cattivissimo me (2010) è stato un film di enorme importanza perché ha segnato la nascita dei Minion, che assumeranno maggiore importanza nel sequel del 2013 per poi diventare protagonisti assoluti nel prequel del 2015, e contestualmente la nascita di una nuova casa di produzione cinematografica, la Illumination.

Superati alcuni incidenti di percorso (*) sono rapidamente giunti ad una fase di maturità tale da riuscire a proporre una media di due titoli all'anno (**), il che, sapendo la mole di lavoro che c'è dietro, ha qualcosa di stupefacente. Interessante notare come la necessità creativa spinga la produzione ad attirare nel campo gente che viene da storie diverse. In questo caso vediamo che sceneggiatura e regia (***) sono di Garth Jennings che ha iniziato la sua carriera con i video clip per poi dirigere un film di culto come la Guida galattica per autostoppisti (2005).

Il doppiaggio italiano m'è parso molto buono, però i titoli di coda mi hanno fatto rimpiangere di aver potuto ascoltare la versione originale, che usa le voci di Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Scarlett Johansson, John C. Reilly, eccetera.

Buster Moon è un koala che ama alla follia il lavoro di imprenditore teatrale, purtroppo per lui i suoi concittadini non riescono a trovare nella sua passione uno stimolo sufficiente per andare ai suoi spettacoli. Il suo teatro è ormai fatiscente, e senza un colpo grosso la chiusura è imminente (°). Così decide di provare la via di un talent show per cantanti. La sbadatezza della sua vetusta assistente, l'iguana Karen Crawley, porterà ad un inaspettato successo tra gli aspiranti partecipanti, anche se aggiungerà un tassello al rischio di catastrofe che diventa sempre più incombente.

Estremamente divertente la collezione di performer che vanno dal minuscolo topolino Mike (°°) alla timida elefantina Meena.

(*) Ad esempio sconsiglio la visione di Hop (2011), che ai tempi mi deluse moltissimo.
(**) Questa volta, prima di Sing è toccato a Pets. Non mi ha entusiasmato ma è comunque un buon prodotto.
(***) Affiancato alla direzione da Christophe Lourdelet, nato come animatore nella Amblin, ha girovagato parecchio, passando anche dalla Aardman per Pirati! (2012) fino ad assumere un ruolo importante in Un mostro a Parigi (2012) della EuropaCorp di Luc Besson e quindi entrare nella Illumination.
(°) Tra gli altri, ricorda un po' anche la storia de I muppet (2011).
(°°) Evidente parodia di Frank Sinatra, ha una smodata passione per donne e guai, un grandissimo ego e una voce da crooner sensazionale.