Visualizzazione post con etichetta 2000. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2000. Mostra tutti i post

X-Men

Primo episodio della saga basata sulla omonima serie di fumetti, di cui sono entrato in possesso comprando il cofanetto relativo ai primi quattro film. L'avevo già visto ai tempi, e nemmeno allora mi aveva entusiasmato, ma non ho saputo resistere al prezzo stracciato dell'offerta.

A mio gusto, la parte migliore è la brevissima introduzione, in cui viene mostrata la genesi di Magneto (Ian McKellen), avvenuta durante la seconda guerra mondiale, quando Erik Lehnsherr, ragazzetto ebraico, subisce lo shock di venire separato dai genitori in un campo di sterminio. Il resto del film è troppo fumettoso, con troppe uccisioni inutili, gente che vola a destra e a manca, evidentemente sostenuti da cavi resi invisibili in post-produzione, e altri effetti pensati per un pubblico più giovane di quanto io sia.

Non è terribile nemmeno il confronto tra Magneto e Charles Xavier - Professor X (Patrick Stewart), grazie più alle capacità degli attori che di Bryan Singer, regista che non mi ha mai convinto, nemmeno ne I soliti sospetti, dove poteva contare su una solida sceneggiatura e un cast eccellente.

E anche qui il cast non è certo da buttare, anche se la maggior parte degli attori mostrano di essere ancora in rodaggio. Vedasi in particolare Hugh Jackman, che interpreta Logan - Wolverine, che pure fa un buon lavoro, risultando credibile nella parte.

La storia è presto detta. I mutanti "buoni", capeggiati da Professor X, vorrebbero una integrazione pacifica con gli umani normali. Magneto, che ha sperimentato la follia del nazismo sulla sua pelle, pensa che non ci sia spazio per una trattativa, e preferisce lo scontro diretto. Un senatore piuttosto babbeo (Bruce Davison), che vorrebbe cavalcare un'ondata di odio xenofobo nei loro confronti, fa una fine atroce. Le due fazioni di mutanti si scontrano, sembra che i "cattivi" prevalgano, ma alla fine il bene trionfa. Anche se si lascia aperto uno spiraglio per i prossimi capitoli.

Spaced - Stagione 2

La prima stagione ha fatto da rodaggio, e direi che ha pure convinto il munifico produttore, la rete televisiva inglese Channel Four, a sganciare qualcosa in più.

Trattandosi di sit-com, poco cambia nel tema generale della serie, anche perché il team creativo è sempre lo stesso, Edgar Wright alla regia, Simon Pegg e Jessica Stevenson (ora Hynes) alla sceneggiatura. Il fuoco è sui due protagonisti, Tim (Pegg) e Daisy (Stevenson), una coppia di amici quasi trentenni che vivono a Londra dove cercano, con scarsi risultati, di crearsi una carriera creativa. Cresce lo spazio dedicato a Mike (Nick Frost), miglior amico di Tim.

L'ambientazione è molto nerd, con fumetti, videogiochi, combattimenti fra robot, riferimenti a romanzi/film/telefim di genere fantasy/horror che la fanno da padrone.

Cast away

Strepitoso commercial per un ben noto spedizioniere, e in seconda battuta anche per un produttore di articoli sportivi. A parte questo aspetto, ci sono altri motivi di interesse per questo film di Robert Zemeckis.

Per un dipendente della sopra-accennata ditta di spedizioni (Tom Hanks) la vita è un pacco, nel senso che fa fatica a vedere altro che il suo lavoro, e non ha grossi problemi ad accettare di volare per chissadove, con minimo preavviso, in qualunque momento. Il che non riempe di gioia la tipa che vorrebbe sposare (Helen Hunt).

Fortuna vuole che un volo di Natale lo fa precipitare nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico, dove resta bloccato su una desolata isoletta per quattro anni. Ad aiutarlo a non diventar folle ci penserà un pallone da volley, che lui tratta come un amico (come dire, meglio mezzo matto che tutto matto).

Gli costa caro, ma scoprirà (forse) che c'è anche un altro modo di vivere.

Storie - Codice sconosciuto

Credo sia il primo film di Michael Haneke che sia stato distribuito in Italia, immagino grazie al premio ecumenico (e speciale) della giuria di Cannes, lo si trova anche in italiano su DVD, anche se con una certa fatica, magari col sottotitolo alternativo di Racconto incompleto di diversi viaggi, che lo rende più simile al titolo internazionale inglese, Code Unknown - Incomplete tales of several journeys, e all'originale francese, Code inconnu: Récit incomplet de divers voyages.

Tolto lo "storie" che appare in italiano, il resto del titolo spiega praticamente tutto del film. Si parla infatti della difficoltà, o impossibilità, a voler essere pessimisti, di capirsi tra noi umani. Ognuno ha il suo codice, pensa di essere chiaro nell'esprimersi, ma invece capita di non capire e non sapersi spiegare. Tematica che viene mostrata seguendo vicende che si intersecano debolmente a Parigi e che hanno come protagonisti svariati personaggi ognuno alle prese con un suo percorso.

Al centro c'è la storia di una attrice non ancora nota (Juliette Binoche, splendente come suo solito), legata ad un fotografo di guerra che però ha la mente altrove, oltre che ad un fratello stufo di vivere in campagna con un padre dal carattere ben poco socievole. Il fratello minore del fotografo si trova coinvolto, più o meno involontariamente, in una discussione con un ragazzotto di origine africana (del Mali) a proposito di un suo sgarbo nei confronti di una elemosinante "sans papier" romena. Il che allarga il campo dell'azione alle famiglie di questi altri due personaggi.

Meno inaccessibile dei precedenti lavori cinematografici di Haneke, richiede comunque un buon grado di partecipazione da parte dello spettatore. Lunghi piani sequenza, intervallati da stacchi netti, stile quasi-documentaristico, montaggio minimale, molti spunti forniti, lasciando che sia lo spettatore a darsi eventuali risposte.

Taxxi 2

Cambia poco dal primo episodio, qualcosa in meglio, altro in peggio, risultato finale equivalente.

Sempre scritto e co-prodotto da Luc Besson, ma la regia è stata affidata al più solido Gérard Krawczyk, stesso gruppo principale di attori, in cui spicca Marion Cotillard, in rapida crescita, ha sempre poco spazio ma si vede che è sul punto di diventare una star. La principale new entry è il veterano Jean-Christophe Bouvet, nel ruolo del padre della Cotillard (e generale dell'esercito, che in un certo sostituisce la madre del poliziotto, misteriosamente eliminata dal cast.

Aumenta il budget, a Marsiglia viene affiancata Parigi, si dà troppo spazio all'ispettore sciovinista (ed imbecille, interpretato da Bernard Farcy) che mi pare il personaggio meno interessante. Troppo peso al personaggio del poco di buono (Samy Naceri) che confina in una posizione troppo subalterna il poliziotto (Frédéric Diefenthal), guadagna un po' più di respiro anche la seconda prima donna Emma Sjöberg, molto svedese ma spacciata, chissà perché, per tedesca.

Continuano le citazioni molto scanzonate di film d'azione più seri, oltre ad un omaggio ai Blues brothers con un inseguimento catastrofico (per la polizia francese) che invece di Chicago si tiene lungo la Senna.

La lingua del santo

Sant'Antonio fa il miracolo, e un depresso ritrova la fiducia in sé stesso e, metaforicamente parlando, la lingua.

Ogni tanto mi chiedo come mai Carlo Mazzacurati sia sottovalutato, poi mi rendo conto che in realtà non è vero, è proprio ignorato. Il pubblico a vedere i suoi film non ci va. Tanto per fare un paragone scoraggiante, al cinema ha incassato la metà di Faccia di Picasso del buon Ceccherini.

Eppure si tratta di un buon film, con qualche difettuccio minore di sceneggiatura, ma ben scritto, diretto, interpretato, filmato (belli i luoghi che fanno da contorno, azione centrata in Padova, ma spazia dai monti alla laguna), interpretato da un buon cast dominato da un ottimo Fabrizio Bentivoglio con un bravo Antonio Albanese che gli fa da spalla, sottolineato da una piacevole colonna sonora.

Seguiamo la vicenda di Willy (Bentivoglio), un noto "mona" locale conosciuto con il soprannome di Alain Delon. Non c'entra molto qui, ma mi riesce difficile ignorare un altro noto pseudo Alain Delon, quello che anni dopo verrà narrato da De Sfroos (L'Alain Delon de Lenn). Decisamente diversi i due personaggi, ma caratterizzati dal fatto di essere figure deboli (nonostante quel che pensi di sé quello di Lenno), che rimandano ad altri, e non hanno una propria connotazione.

Dicevo che il nostro Alain Delon è in piena decadenza. Mollato dalla bella moglie (Isabella Ferrari), che per tutto il film sembra più una lontana visione del passato che una persona in carne ed ossa, ha perso la parlantina che lo caratterizzava (era una rappresentante di commercio) e conseguentemente il lavoro. In realtà lo sentiamo parlare un sacco, ma sono i suoi pensieri, quello che vorrebbe dire, ma non ha più la capacità di tradurre in parole reali. Il mutismo più assoluto lo coglie quando vorrebbe parlare con la ex, con cui non riesce a spiaccicare parola, nemmeno al telefono.

Decide quindi di darsi alla delinquenza, e l'azione parte con il suo primo furto. Penetra nottetempo in una scuola elementare per rubare un computer, che però non sa nemmeno bene cosa sia. Per sua fortuna, incontra un altro derelitto, Antonio (Albanese), malmesso quanto lui, ma che almeno sa cosa rubare. I due, in un qualche strano modo, si fanno simpatia, e decidono di fare coppia fissa, compiendo una serie di azioni da rubagalline, di così bassa livello che finiscono per essere ignorati anche dalle forze dell'ordine.

Caso vuole che i due finiscano per fare un furto inaudito, rubano addirittura le reliquie di Sant'Antonio (che tra l'altro sono state realmente rubate dieci anni prima, un caso che non è mai stato chiarito). Antonio sarebbe più pratico, fondere l'oro, piazzare le pietre preziose e via. Ma Willy vede in quello che è successo una via per uscire dallo sprofondo in cui sono finiti, smettere di essere una copia sbiadita di un grande attore francese, ed essere finalmente riconosciuto come individuo.

Riusciranno due perdenti come loro a vincere la partita della loro vita? Contro hanno la polizia, gli zingari (con Toni Bertorelli a capo), che considerano Sant'Antonio il loro patrono, i padovani devoti, rappresentati da un bizzarro imprenditore (Giulio Brogi), oltre che loro stessi, con le loro debolezze e difetti.

E cosa vorrà dire per loro vincere?

Particina per Marco Paolini, che appare in un incubo di Antonio come Sant'Antonio senza lingua.

La notevole colonna sonora è curata da Ivano Fossati, include molti brani di Riccardo Tesi, un Guantanamera su cui il film inizia e finisce (sottolineando che la storia è in realtà raccontata in flashback, e il presente storico è quello del finale), e altri brani, tra cui un paio di Talvin Singh, che creano un curioso effetto di spiazzamento sulle atmosfere venete che dominano visualmente.

Italiano per principianti

Da quello che ho letto, sarebbe stato distribuito ai tempi in Italia in lingua originale (danese, Italiensk for begyndere) sottotitolato, e dovrebbe esistere il DVD che riporta quella edizione. Io invece mi sono imbattuto nell'edizione americana (Italian for beginners) "Miramax classics", sempre in lingua originale ma sottotitolata inglese. Noto anche come Dogma #12, in quanto dodicesimo film prodotto seguendo il terribile manifesto Dogma 95.

Scritto e diretto da Lone Scherfig (ma la regia non è accreditata, regola 10), si tratta di una vivace commedia sentimentale, resa meno fruibile dalle altre regole del manifesto, in particolare nella prima parte, quando non si capisce bene cosa sta succedendo. Girato dunque in formato quattro terzi, con macchina da presa a mano, senza luci che non siano quelle naturali, mai in studio, niente colonna sonora, se non un O sole mio cantato per i turisti a Venezia e un brano per piano solo sui titoli di coda.

Chi non si sia spaventato da quanto sopra, dovrebbe godersi una storia non banale che coinvolge principalmente un gruppetto di danesi (e una italiana, interpretata dall'italo-danese Sara Indrio Jensen) che hanno in comune la partecipazione ad un corso di italiano, come da titolo.

Nonostante il poco tempo a disposizione, i personaggi principali non sono dei bozzetti, ma mostrano tutti la complessità del loro carattere. Abbiamo un prete (protestante) che ha appena perso la moglie, e si trova a far da supplente per un collega che sembra essere andato fuori di testa; un burbero barista che maltratta la clientela e la cameriera (la Jensen); una piacente parrucchiera (Ann Eleonora Jørgensen) che ha un rapporto complicato con la madre alcolizzata; una pasticcera maldestra con un padre tremendo; un'impacciato dipendente d'albergo con notevoli problemi con le donne, e altri personaggi minori.

Si inizia con una carneficina, muoiono infatti in rapida successione padre, madre, e pure insegnante del corso (strano, no? come se si volesse fare piazza pulita di tutti coloro che hanno un qualche potere autoritario), e i protagonisti si danno da fare per trovare un nuovo equilibrio, scoprendo capacità in loro stessi e negli altri.

Un maggior affrancamento dal verbo del Dogma avrebbe giovato, ma il risultato è comunque interessante.

Space cowboys

Simile ad Armageddon, uscito un paio di anni prima ma di cui sembra un antecedente per una impostazione da guerra fredda che gli sceneggiatori, ma soprattutto il regista-produttore-protagonista Clint Eastwood, si vede che proprio non riescono a dimenticare.

Capita infatti che un satellite sovietico stia per cadere sulla Terra, ma un generale russo distaccato alla NASA (il solito Rade Serbedzija, che è croato ma è abbonato a questa parte) preme perché si faccia qualcosa per ripararlo. La tecnologia è obsoleta, e nessuno degli ingegneri NASA attivi ci capisce un tubo, si va perciò a recuperare chi ha disegnato il sistema che, sorpresa, è Eastwood. Si tratta infatti di un furto di decenni prima da parte del KGB e ai danni degli americani. Il progettista era anche pilota, ha una lunga ruggine con l'alto papavero NASA responsabile del progetto, ma è disposto a partecipare, a patto che lo facciano volare con lo shuttle con il suo vecchio team.

Segue scena alla Blues Brothers dove vengono raccattati Donald Sutherland, diventato progettista di montagne russe, James Garner, prete battista, e Tommy Lee Jones, spericolato pilota di biposto per chi è in cerca di forti emozioni.

Vari intrighi, buoni e cattivi, e c'è pure tempo per qualche abboccamento amoroso. Poi si decolla, si scopre quanto cattivi erano i sovietici, ma nonno Clint salva la baracca e tutto finisce per il meglio.

Colonna sonora tremenda, da cui si salva Fly me to the moon, nella versione cantata da Sinatra, citata all'inizio ed eseguita infine sui titoli di coda.

Brother

Credo si tratti di un tentativo di rendere più popolare la cinematografia di Takeshi Kitano in occidente in generale, e negli Stati Uniti in particolare, che è lì che si fanno i grossi incassi.

Se così davvero fosse, si è trattato di un errore. Secondo mojo, l'incasso americano della pellicola è stato risibile, e le specificità che rendono unico il cinema di Kitano sono annacquate. Non che il risultato sia disprezzabile, ma c'è davvero di meglio.

La famiglia yakuza di Beat viene assorbita dai rivali, e lui lascia il Giappone per gli USA, dove vive un suo mezzo fratello, anche lui delinquente, ma di rango molto inferiore. Nemmeno lì riesce a stare con le mani in mano e fa l'unica cosa che sa fare, ovvero il organizzare una banda criminale, guidando il gruppetto di piccoli delinquenti del fratello fino a dominare la zona.

La catastrofe arriva quando si scontrano con la mafia italo-americana (mal rappresentata), che chiede una grossa fetta sui loro affari per lasciarli in pace.

Bella colonna sonora del solito Joe Hisaishi, integrata dalla solita Casta diva dalla Norma di Bellini, che a volte pare essere l'unica cosa che ascoltino gli italoamericani.

I fiumi di porpora

A Jean-Christophe Grangé, che ha scritto il romanzo e ne ha curato la trasposizione cinematografica assieme a Mathieu Kassovitz (anche regista), va riconosciuto il credito di una storia che, seppur navigando nelle acque tranquille del genere, non scade nella banalità. Ma gli va pure imputato un finale poco soddisfacente. C'è da dire anche che l'origine letteraria delle sceneggiatura è visibile nei dettagli poco spiegati, quasi un rimando a leggersi il libro per capire quello che sta accadendo. Ci si può comunque godere un'ora abbondante di azione, intrighi, indagini, qualche truculenza, inseguimenti, spari, scazzottate, scenette romantiche e comiche, per poi rassegnarsi alla chiusa sottotono.

Un superpoliziotto parigino (Jean Reno) viene spedito in Savoia per indagare su di un macabro omicidio. Le circostanze sono talmente bizzarre da far pensare ad un pazzo scatenato, ma rapidamente l'intreccio si infittisce, facendo puntare gli indizi verso la locale università, che sembra essere una sorta di esercizio di stile elitario in salsa paranazista. In parallelo seguiamo l'indagine di un altro poliziotto (Vincent Cassel) dai metodi poco ortodossi. Nel paesino in cui è stato assegnato succede finalmente qualcosa: una tomba danneggiata, e una irruzione notturna in una scuola elementare. Poca roba, sembrerebbe. Ma, seguendo il suo istinto, scopre che c'è dietro qualcosa di più, al punto che le indagini dei due si intrecciano e finiscono per diventare una sola.

La coppia Reno-Cassel funziona, Kassovitz fa vedere di saperci fare, l'ambientazione alpina è usata a dovere, e anche la colonna sonora fa la sua parte. Particina per Dominique Sanda.

Pollock

Fortemente voluto da Ed Harris, che ha commissionato la sceneggiatura, co-prodotto, reclamato per sé la regia, e recitato nel ruolo principale di Jackson Pollock, il pittore.

Guardandolo ho pensato a chi, di fronte ad un dipinto del secolo scorso dice "ma questo lo fa anche mio figlio di sei anni!". Vedendosi raccontare la vita di un artista, sempre in bilico tra creatività e autodistruzione, un genitore responsabile potrebbe capire che forse non conviene stabilire un parallelo tra una vita così tormentata e quella del suo giovin virgulto.

Altro punto interessante che se ne potrebbe trarre è un vero artista non arriva all'astrazione come scorciatoia, ma in seguito a un lungo e travagliato percorso. Non è che fanno "pasticci" perché non sono in grado di esprimersi secondo i canoni classici, ma perché solo in quel modo riescono ad esprimere la loro arte nel proprio tempo.

Il resto del film, che segue passo passo la vicenda di Pollock, da giovane artista con molti dubbi sulle proprie capacità alla fine della sua vita, non mi è sembrato poi troppo interessante. Forse anche a causa della regia. Credo che Harris avrebbe dovuto trarre giovamento dalla lezione di Pollock, e non cimentarsi in un lavoro del genere come opera prima. La gavetta serve a tutti.

Cast notevole ma poco sfruttato, tra cui Marcia Gay Harden per la moglie e Jennifer Connelly per l'amante, visto che l'attenzione è tutta sul protagonista.

Non male la colonna sonora, che mescola musica d'epoca con incogruente (ma piacevole) musica più contemporanea. A epitaffio, The world keeps turning cantata da Tom Waits sui titoli di coda.

Traffic

Tecnicamente parlando, il film è un caso da manuale per l'intenzionale errore nel bilanciamento del bianco. Nelle riprese messicane la fotografia è "sbagliata" sul giallo, ottenendo colori più caldi, in quelle statunitensi sul blu, con un effetto tendente al freddo. Sottigliezza probabilmente usata da Steven Soderbergh per aiutare lo spettatore a non perdersi nei meandri di una sceneggiatura complessa, che sintetizza in poco più di due ore quella che era una miniserie inglese in sei puntate (che cercherò di recuperare per una prossima visione).

Il tema è quello del traffico di droga, in particolare cocaina, e viene seguito con un piglio quasi documentaristico nelle vicende di una folta pattuglia di personaggi principali, che a volte si sfiorano, ma che finiscono per avere in comune solo la relazione con la sostanza stupefacente.

Benicio Del Toro è un poliziotto dell'antidroga messicana, non pulitissimo ma nemmeno troppo corrotto, che incappa in una operazione diretta da un generale dell'esercito (Tomas Milian, nientemeno) che ha grossi poteri nel campo, e sembra pulito ma forse è molto corrotto, e finisce per sapere cose molto sopra a quella che è la sua capacità di intervento. Finirà per abbassare lo sguardo, o riuscirà a far qualcosa di buono, magari anche solo una goccia nel mare?

Michael Douglas è un giudice che viene scelto per essere a capo della struttura antidroga USA. All'inizio sembra convinto dell'approccio militaresco che viene dato al problema, ma la crescita della sua esperienza, sia professionale sia personale, lo porteranno a chiedersi se non sia necessario affrontarlo diversamente. In particolare scopre che la figlia, ancora minorenne, è una tossica (è più facile procurarsi droga che alcolici, dice).

Luis Guzman e Don Cheadle sono una coppia di poliziotti americani che indagano sullo stesso traffico di droga che segue Del Toro, ma dall'altra parte del confine, beccano un tizio di medio livello che li porta ad un pesce grosso, forse troppo grosso, al punto che uno dei due finisce male. Il superstite sembra demoralizzato, e forse si chiede che senso abbia andare avanti in una lotta che pare non avere nessuna possibilità di vittoria, ma potrebbe trovare le energie per proseguire.

Catherine Zeta-Jones è la moglie del pezzo grosso, fino all'arresto del marito non sapeva da dove venissero i soldi di famiglia, glielo spiega l'avvocato (Dennis Quaid), e lei non ci mette molto a imparare come seguire la musica.

Il risultato è abbastanza deprimente. Il traffico fa girare così tanti soldi che il tentativo di combatterlo frontalmente non ottiene alcun risultato sensibile. I sequestri sono un rischio calcolato, e persino un grosso colpo che riesca a far saltare un cartello, alla lunga non fa che favorire gli altri cartelli di trafficanti.

Billy Elliot

Un minatore inglese (Gary Lewis) è nel punto più basso della sua vita. La moglie è morta da poco, lasciandolo con due figli e una suocera tendente al rimbambimento. Anche il lavoro non aiuta, siamo nel bel mezzo del tremendo braccio di ferro tra la sua categoria e la Thatcher. Cosa può accadere di peggio?

Ad esempio potrebbe scoprire che il figlio minore (Jamie Bell), un ragazzino di undici anni è gay. E si sbaglierebbe, visto che più altro è disinteressato al sesso, ma è più attratto dalla danza che dal pugilato. Ma questo, nel suo ambiente, non è che sia considerato un buon segno.

Sia detto per inciso, a mio parere Billy sarebbe potuto diventare un ottimo pugile, visto che in realtà boxe e danza hanno molto in comune. Ma come spesso accade, nella vita il caso conta parecchio. Se Billy avesse incontrato un istruttore pugilistico più sgamato, invece di una istruttrice di danza classica (Julie Walters, più nota come la madre di tutti i Weasley nella saga di Harry Potter) dall'occhio attento, avrebbe avuto una vita diversa.

Seguono le immaginabili traversie e solo nella seconda parte avanzata del film il padre riuscirà a capire il figlio e, come vedremo nella scena finale, giusto per un secondo, persino ad apprezzare la danza classica.

In realtà la vicenda è narrata seguendo il punto di vista di Billy, ma in questa seconda visione mi è piaciuto seguire con maggior interesse l'avventura del padre che, a ben vedere, ha molto da raccontare. Più in ombra il fratello maggiore, che pure avrebbe anche lui qualcosa da dire.

Bella la colonna sonora, basata principalmente su pezzi dei T-Rex, con il bonus di London Calling dei Clash a commentare degnamente uno scontro tra polizia e scioperanti.

Mi sarebbe piaciuto piazzar qui la scena in cui Billy balla su Town called Malice dei Jam ma non si può. Però si può seguire il link e vedersela su you tube.

È il primo lungometraggio di Stephen Daldry, ottimo regista ma non particolarmente produttivo, visto che il recente Molto forte, incredibilmente vicino è solamente il suo quarto titolo. Gegio mi faceva notare come il tono leggero di questo primo lavoro si discosti dall'approccio dei successivi The hours e The reader. Innegabile. Però nell'ultimo Molto forte (...) viene recuperato sia la visuale "minorile" sia una levità da commedia, anche se lì è innestata su un racconto decisamente più drammatico. Starebbero bene in un double-bill.

Campioni di razza

Mockumentary affettuoso (o almeno così mi è parso) sul bizzarro mondo dei concorsi di bellezza canini. Il film è americano, e dunque si indulge sull'ossessione per la vittoria, in questo caso rivolta al sogno che il proprio cane sia, come recita il titolo originale, il migliore dell'esibizione (Best in show).

Diretto e interpretato da Christopher Guest, This is spinal tap è anche roba sua e si vede, che ha scritto la sceneggiatura assieme a Eugene Levy (sì, quello di American pie) che ha anche un'altro tra i molti ruoli protagonisti. Già perché l'idea è quella di seguire cani e scombicchierati proprietari nella preparazione e partecipazione ad un importante evento a Philadelphia.

Cast affiatato (pieno di personaggi che fanno pensare "ma io quello lo conosco", anche se pochi sono i nomi di primo piano), sceneggiatura che lascia spazio all'improvvisazione. Il documentarismo, scacciato dall'intento parodistico, riemerge prepotente dagli aspetti secondari, e danno un immagine buffamente desolante di mondo ricco e vacuo.

Come Walt Disney faceva notare in La carica dei 101, padroni e cani finiscono per assomigliarsi in una maniera preoccupante. Al punto la coppia che attraversa una fase di cambiamento finisce per cambiare pure cane.

Il poco tempo a disposizione non permette di approfondire le vicende degli umani, che sono alla fine poco di più di caricature, ma è sufficiente per darci uno spaccato interessante, e tutto sommato pure divertente, della nostra società.

Memento

Basato su di un interessante racconto di Jonathan Nolan, che però viene rivoluzionato dalla sceneggiatura e dalla regia del fratello maggiore Christopher, trasformandolo in un film geniale.

La storia è quella di un povero disgraziato (Guy Pearce) che in un passato relativamente recente ha perso la memoria a breve termine, lasciando come se ogni cinque minuti facesse un reset, dimenticandosi tutto quello che è successo fino ad un attimo prima. Una situazione terribile, accentuata dal fatto che il danno è stato causato da una rapina violenta che ha causato anche la morte (o almeno così lui ricorda) della amata moglie. Quello che gli permette di andare avanti è la voglia di vendicarsi di chi gli ha rovinato la vita, cosa che sembra impossibile.

Ci sono però due persone (Carrie-Anne Moss e Joe Pantoliano) che forse lo aiutano, o forse lo manovrano. Come può fare quel tapino ad esserne sicuro, dato l'orizzonte temporale minimo in cui si trova ad operare.

La genialità del film sta nel montaggio. Per farci avere un'idea di come può sentirsi il protagonista, le scene sono mescolate cronologicamente, creandoci lo spiazzamento continuo che deve sperimentare chi abbia questo disturbo. Una metà delle scene, quelle a colori, sono montate al contrario, da quella finale (mostrata al contrario, fra l'altro) a risalire fino a metà della storia; quelle in bianco e nero seguono invece lo sviluppo canonico, ma essendo mescolare alle altre rendono ancor più ardua la comprensione dei fatti.

Data la struttura narrativa, sappiamo subito come va a finire. Quello che non sappiamo è perché vada a finire così. Il protagonista ha preso un granchio? O ha preso la decisione giusta? Ed è stato lui a decidere cosa fare, o si è fatto ingannare dagli altri? Le risposte a fine pellicola.

Da notare che sappiamo davvero poco sul come sono andati i fatti. Le nostre fonti sono la memoria fallata del protagonista e quello che dice Teddy (Pantoliano) che scopriamo subito essere inaffidabile. Tante menzogne, poche certezze, nessun vero "buono" o "cattivo". Un film il cui scopo è spiazzare lo spettatore, e direi che ci riesce egregiamente.

Questa dovrebbe essere la mia seconda visione, e direi che è una buona idea lasciare passare molti anni tra visioni successive, appunto perché, contrariamente al solito, si finisce per essere più intrigati dalla confusione del protagonista che dalla comprensione di quello che viene narrato.

Pitch black

Primo episodio delle cronache di Riddick, penso che sia da considerare inguardabile per chi non abbia una certa passione per la fantascienza. E anche tra potenziali spettatori superstiti i risultati potrebbero essere altalenanti.

Una descrizione sommaria potrebbe catalogarlo come una sorta di Alien ambientato in un deserto alla Mad Max. B movie, quindi, ma diretto con una certa grazia (David Twohy). Piacevole la fotografia, che sfrutta il presupposto del mondo alieno illuminato da ben tre soli per ammannirci bizzarri colori e luminosità.

Le note dolenti vengono dalla storia, responsabilità principale dei fratelli Wheat con zampino del regista che, pur partendo da una idea interessante, resta scomodamente in bilico tra gli stereotipi del genere e le scemenze senza senso.

Per quanto riguarda gli stereotipi: astronave in panne si schianta su pianeta sconosciuto, chi ne sa di più muore ancora prima che l'azione inizi, un drappello di superstiti eterogenei deve superare difficoltà esterne e interne per cavarsela, i personaggi minori e qualche protagonista fanno una fine orrenda.

L'elenco delle sciocchezze è troppo lungo per questa sede. Per dirne una: lo sciame meteorico che porta al disastro fa incomparabilmente meno danni di quelli che dovrebbe fare. Dati i buchi che vengono fatti vedere, l'astronave sarebbe dovuta esplodere subito - un cortometraggio tra i più brevi nella storia della fantascienza. Oppure i buchi dovevano essere molto, ma molto (molto, molto, molto) più piccoli.

Da dire poi che si tratta di un gruppo di sfigatoni. Non solo fanno naufragio, ma finiscono su un pianeta desertico, perennemente sotto i raggi infocati di tre soli, giusto immediatamente prima che, come accade solo una volta ogni 22 anni, ci sia una eclissi totale.

Decisamente improbabile, poi, che su tale pianeta si sia evoluta una curiosa razza di predatori notturni che per 22 anni non ha niente da fare se non aspettare. Ci sarebbe da chiedersi anche che cosa si aspettino questi simpatici mostri tutti zanne e speroni. Mica è così facile che capiti qualcuno in visita.

Ma dicevo che penso ci sia una idea interessante nel film, e sarebbe poi il protagonista, un bruto assassino tutto muscoli e niente cervello, interpretato adeguatamente da Vin Diesel, che si è fatto operare agli occhi in modo da avere una visione notturna spettacolosa. Perché ha fatto mai questa idiozia e non si è comprato uno di quegli aggeggini che fanno vedere tutto verde mi sfugge, ma non è questo il punto. Il punto sarebbe che Riddick, perché di lui si tratta, inizialmente è in catene, e ha una voglia matta di fuggire (fuggire dove, vien da chiedersi) e magari ammazzare un po' tutti (invece di sedersi e aspettare che l'inospitale pianeta faccia il lavoro sporco al posto suo), ma poi viene giocoforza portato ad interagire più garbatamente con i suoi compagni di sventura.

Insomma, si tratta del solito western con cacciatore di teste che sta portando la sua preda dallo sceriffo per intascare la taglia, ma si imbattono in una carovana di pionieri ... però i cattivi qui non sono gli indiani ma mordaci alieni.

Requiem for a dream

A me il primo lungometraggio di Darren Aronofsky, Pi, è piaciuto molto, sia per il non banale tema trattato sia per lo stile registico che lasciava presagire un buon futuro per il giovin regista di Broccolino.

Curioso che l'abbia perso di vista, e mi sia ricominciato a mettere in pari con la sua opera prima con Il cigno nero (tra l'altro devo ammettere che ormai m'ero completamente dimenticato che il regista fosse quello di Pi) e ora con Requiem for a dream. Leggendo qualcosetta in giro, ho scoperto su imdb che in Italia è passato direttamente in televisione, due anni e mezzo dopo il suo passaggio a Cannes. Da cui una possibile spiegazione per la mia sbadataggine.

Altro fatto curioso, che mi sia capitato di vedere questo film estremaente cupo, privo di speranze subito dopo I guardiani del destino. Opere completamente diverse ma che condividono il luogo di origine dei protagonisti, entrambi di Brooklin. In un certo senso è una buona accoppiata, finendo uno per bilanciare l'altro.

C'è da dire che Aronofsky è un bel gradino sopra Nolfi. D'accordo che per guardare questo film bisogna arrivare particolarmente allegri, per non farsi prendere da uno scoraggiamento micidiale, ma la varietà di toni utilizzati, e tutti con gran maestria, fanno sembrare il film di Nolfi poca roba.

Storia, dicevo, estremamente drammatica. Incentrata su madre e figlio. Lei (una bravissima Ellen Burstyn) vive sola guardando la tv, mangiando schifezze, e scambiando quattro rare chiacchiere con le vicine. Lui (Jared Leto) si droga. Nella scena iniziale frega la televisione alla madre (per l'ennesima volta) per darla in pegno e avere qualche soldo da bruciare alla svelta. Altri personaggi sono l'amico di colore e la donna del cuore (Jennifer Connelly), a nessuno dei quali dispiace un po' di cocaina (o altro, se capita). Inizialmente le cose sembra che vadano anche in un certo senso bene, in una curiosa versione della realizzazione dell'american dream, ma ben presto le cose prendono una piega disastrosa.

Dei quattro personaggi principali, alla fine, quello che se la cava meglio finisce ai lavori forzati.

Colonna sonora memorabile con il Kronos Quartet che fa la parte del leone.

Il gladiatore

Rivisto nell'edizione extended del 2005, che si è rivelata inutile se non dannosa, dato che non aggiunge praticamente niente all'originale cinematografico (per quanto mi ricordi dopo un decennio) se non un buon quarto d'ora di durata ad un film che era già lungo.

A mio parere questo film è un mistero. Non capisco bene perché la produzione abbia deciso di riesumare un filone che ormai sembrava esaurito, perché un regista come Ridley Scott si sia prestato ad una simile operazione (OK, qualche idea qui ce l'ho, Scott è interessato sia dall'aspetto artistico sia da quello commerciale del cinema, e, comunque andasse, qualcosa per lui qui c'era), ma soprattutto perché mai così tanti spettatore sono rimasti entusiasti di questa pellicola.

La storia non è priva di interesse ma, a mio gusto, viene attutito dall'ambientazione nell'impero romano: un buon uomo (Russell Crowe), che spenderebbe volentieri la sua vita nella sua campagna con la sua famiglia, viene trascinato dagli eventi, diventa il generale prediletto dall'imperatore e da questo candidato alla successione. Il figlio dell'imperatore naturalmente se ne ha a male, ammazza padre e famiglia del generale. Il generale si salva per un pelo, finisce all'inferno (metaforicamente parlando) da cui risorge come gladiatore, trascinato dal desiderio di vendetta.

Risulta evidente che l'ambientazione storica non sia il punto di maggior interesse della produzione (grazie anche a una colonna sonora molto eterogenea - a tratti mi è sembrata più adatta ad un film tipo Pirati dei Caraibi che a un drammone storico come questo), ma a dire il vero non ho capito quale sia l'interesse. Per qualche momento ho pensato ad un qualche parallelo con la realtà americana - ma a parte qualche strizzatina d'occhio non ci ho visto niente di sostanziale nemmeno in questa direzione.

Amores Perros

Film di Alejandro González Iñárritu piuttosto violento e dalla trama non semplice, ma che si lascia guardare volentieri. Forse è meglio evitarlo se si vuole un film leggerino, per passare una serata in allegria.

E' il film che nel 2000 ha lanciato il regista e che gli ha permesso di dirigere poi prodotti come 21 grammi (2003) e Babel (2006). Curioso il fatto che sui mercati di lingua inglese sia stato presentato con il titolo informale di "Love's a bitch". Un gioco di parole non troppo sottile che si perde in italiano, ma che sarebbe abbastanza vicino al senso gergale del titolo originale, letteralmente "amori cani" in italiano che potrebbe essere reso con qualcosa come "amori bastardi".



Si tratta di tre storie, parzialmente sovrapposte, che si sviluppano a Città del Messico.

La prima racconta di uno scontro tra fratelli di una famiglia sull'orlo della povertà. Il maggiore, sposato, con l'hobby delle rapine nel tempo libero; il minore (interpretato da Gael García Bernal - uno dei protagonisi de La mala educación di Pedro Almodóvar e persente in una parte minore anche in Babel) che decide di usare il cane di famiglia, insospettabilmente un asso nel combattimento tra cani, per far soldi e cercare di scippare la sposa al fratello. Gran spreco di sangue, canino e umano, in questo episodio.

La seconda é a proposito di un editore di stampa rosa che si innamora di una top model (Goya Toledo), per lei lascia la famiglia ma, proprio il giorno in cui si mettono a vivere insieme, lei ha un incidente in macchina (il fratello minore dell'episodio 1 le viene addosso), seguono complicazioni varie ma alla fine i due (forse) trovano un equilibrio.

Nella terza, un ex guerrigliero diventato una sorta di punkabbestia che fa da killer prezzolato per conto di un poliziotto corrotto con lo scopo di sbarcare il lunario, esegue il suo ultimo lavoretto in modo decisamente personale.