Mi sento di sconsigliare la visione del film a chi non sia fan di Jay & Bob. Chi invece abbia seguito le bizzarre avventure di questo duo nei precedenti film di Kevin Smith sa cosa si può aspettare e non resterà basito dal turpiloquio di Jay (Jason Mewes), dalla inesplicabile silenziosità di Bob (lo stesso Kevin Smith), e dalle inerente stupidità di entrambi.
Ricapitolando, i due personaggi hanno iniziato la loro avventura cinematografica in Clerks, dove facevano da contrappunto comico in alleggerimento alla vicenda principale di Dante (Brian O'Halloran); stesso ruolo in Mallrats, aka Generazione X, dove i protagonisti erano più giovani ma sostanzialmente il background culturale era lo stesso di Clerks; nel successivo In cerca di Amy al centro della storia c'è un fumettaro (Ben Affleck) che ha una serie di problemi, uno dei quali è la gestione di una serie che ha creato basandola proprio su Bob e Jay; segue Dogma, in cui entreranno a far parte di una complicatissima lotta metafisica assumendo il ruolo di profeti che dovranno aiutare la protagonista a salvare l'intero creato.
Qui si spiega come hanno fatto a conoscersi, e come mai siano così affezionati al negozietto fuori dal quale stazionano vendendo erba ai ragazzini. Scoprono che i diritti del fumetto che era stato fatto su di loro sono stati ceduti alla Miramax (che ha prodotto questo film) e le riprese stanno per partire. Cercano di far capire loro che hanno diritto ad un sostanzioso gruzzolo per questo, ma loro sono più preoccupati per la cattiva nomea che si sta creando su internet nei confronti dei loro alter ego, che si riflette su di loro, o almeno così loro temono. Partono così per Hollywood, a piedi, perché non hanno i soldi per l'autobus. Un autostoppista (George Carlin) spiega loro la regola fondamentale per ottenere un passaggio, Jay la applica sulla suora (Carrie Fisher) che li carica e scopre che non vale sempre. Fortuna vuole che quattro pollastrelle in furgone, una delle quali (Shannon Elizabeth) rimane misteriosamente affascinata da Jay, il quale è così colpito da lei da marginalmente moderare la sboccatezza del suo liguaggio, li accolgano con loro. Costoro però hanno un piano, secondo il quale, Jay & Bob dovranno rubare uno scimpanzè, Suzanne (Tango) da un laboratorio. In seguito a questo incidente avranno alle calcagna un poliziotto federale (Will Ferrell), del corpo specifico per la tutela degli animali, fino al termine della storia.
Giunti miracolosamente ad Hollywood, voglio applicare un brutale piano che consiste nel picchiare chi li interpreta, in modo da portarli ad abbandonare la produzione. Essendosi convinti che questi siano Ben Affleck e Matt Damon, stanno per malmenarli, quando si accorgono che sono sul set del sequel di Will Hunting, diretto da un Gus Van Sant, occupato più a contare i soldi del suo cachet che a dirigere il film. Cambio di set, passano da Wes Craven che sta girando un qualche Nightmare, e finiscono in quello giusto, dove scoprono che ad interpretare i loro ruoli sono James Van Der Beek e Jason Biggs, li mettono fuori combattimento, ma finiscono al loro posto, coinvolti in un combattimento alla Star Wars (*) con Mark Hamill.
Gran parapiglia finale con possibile happy ending un po' per tutti.
Come penso si sia capito, la narrazione non è per niente fluida, si alternano parti più riuscite ad altre meno, il livello medio della comicità è piuttosto basso. Però mi sono divertito.
(*) I riferimenti alla saga di Guerre Stellari cominciano sin dal titolo, che in originale è Jay and Silent Bob strike back.
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La forza della mente - Wit
Il titolo italiano è così sbagliato che non sono riuscito ad evitare di accostarlo nel titolo al titolo originale. Complice anche il fatto che è praticamente introvabile nella nostra lingua e chi volesse procurarselo avrebbe maggior fortuna cercando altre edizioni europee.
Con "wit" si intende l'arguzia, la prontezza di spirito, di cui è certamente fornita la protagonista (Emma Thompson, c'è bisogno di aggiungere altro?) mentre affronta gli ultimi mesi della sua vita. Già, perché subito nelle prime battute ci viene chiarito che Vivian Bearing, una professoressa universitaria di inglese, massima esperta sull'opera di John Donne, non ha praticamente scampo. Un brutto tumore colto in gran ritardo non le lascia praticamente scampo. Considerando che 50 e 50 è riuscito ad allontanare gran parte del suo possibile pubblico nonostante il suo taglio da commedia e l'assicurazione che il protagonista se la sarebbe scampata, si capisce come Wit, che è una sorta di "100 e 0", non miri a platee oceaniche.
Non stupisce allora che si tratti di un film per la TV, nella curiosa reincarnazione che ha preso questo termine negli ultimi anni. E' successo infatti che i cinema d'essai sono praticamente spariti dalla faccia della Terra, e dunque film che possono pensare di attrarre solo poche decine di spettatori alla volta non hanno più senso di essere prodotti. A meno che non siano pensati per la distribuzione televisiva, su appositi canali che non mirino al pubblico generalista.
L'impostazione è decisamente teatrale (da una piece di Margaret Edson), e non so bene quanto del "wit" che ci arriva venga dall'originale e quanto sia veicolata dalla regia (e sceneggiatura) di Mike Nichols e dalla recitazione (e sceneggiatura) di Emma Thompson.
Poco lo spazio che resta ai comprimari, anche se tutti meritano di essere ricordati. Il dottore che diagnostica il tumore è Christopher Lloyd (sì, il Dottor Emmett Brown di Ritorno al futuro), quello che segue, un po' malvolentieri, la paziente è Jonathan M. Woodward, l'infermiera che riesce a stabilire un legame emotivo è Audra McDonald. C'è pure un inatteso Harold Pinter nel ruolo del padre di Vivian.
Con "wit" si intende l'arguzia, la prontezza di spirito, di cui è certamente fornita la protagonista (Emma Thompson, c'è bisogno di aggiungere altro?) mentre affronta gli ultimi mesi della sua vita. Già, perché subito nelle prime battute ci viene chiarito che Vivian Bearing, una professoressa universitaria di inglese, massima esperta sull'opera di John Donne, non ha praticamente scampo. Un brutto tumore colto in gran ritardo non le lascia praticamente scampo. Considerando che 50 e 50 è riuscito ad allontanare gran parte del suo possibile pubblico nonostante il suo taglio da commedia e l'assicurazione che il protagonista se la sarebbe scampata, si capisce come Wit, che è una sorta di "100 e 0", non miri a platee oceaniche.
Non stupisce allora che si tratti di un film per la TV, nella curiosa reincarnazione che ha preso questo termine negli ultimi anni. E' successo infatti che i cinema d'essai sono praticamente spariti dalla faccia della Terra, e dunque film che possono pensare di attrarre solo poche decine di spettatori alla volta non hanno più senso di essere prodotti. A meno che non siano pensati per la distribuzione televisiva, su appositi canali che non mirino al pubblico generalista.
L'impostazione è decisamente teatrale (da una piece di Margaret Edson), e non so bene quanto del "wit" che ci arriva venga dall'originale e quanto sia veicolata dalla regia (e sceneggiatura) di Mike Nichols e dalla recitazione (e sceneggiatura) di Emma Thompson.
Poco lo spazio che resta ai comprimari, anche se tutti meritano di essere ricordati. Il dottore che diagnostica il tumore è Christopher Lloyd (sì, il Dottor Emmett Brown di Ritorno al futuro), quello che segue, un po' malvolentieri, la paziente è Jonathan M. Woodward, l'infermiera che riesce a stabilire un legame emotivo è Audra McDonald. C'è pure un inatteso Harold Pinter nel ruolo del padre di Vivian.
Monsters & Co.
Riedito da Disney-Pixar dopo una decina di anni, con la scusa del 3D (ma è disponibile anche nel formato classico bidimensionale, a cui ho dato la preferenza), ci ricorda quali passi in avanti ha compiuto la grafica computerizzata in un decennio. Anche se le scene in cui domina una struttura regolare (vedi l'inseguimento tra le porte in volo, stile montagne russe) sono già di una nitidezza affascinante.
A vederlo in italiano si perde il gusto dell'ascolto, ma è comunque divertente pensare agli attori che hanno doppiato i personaggi in originale. Il protagonista, una specie di Chewbacca da Guerre stellari ma molto più morbidoso e colorato, ha la voce di John Goodman; il suo compare, la palla verde mono-oculaure, è Billy Crystal; il geco mimetico loro nemico giurato è Steve Buscemi e la sua spalla, il triocchiuto palliforme con zampe da pollo, Frank Oz; quella specie di granchio a capo della baracca è James Coburn.
La storia ci spiega perché i mostri spaventano i bambini con incubi terribili. Lo fanno per lavoro. Lo strillo del bimbo genera l'energia che muove il loro mondo. Tutto ciò non è bello, ma secondo alcuni non ci sono alternative. Una cosa che ho imparato dalla vita è di non fidarsi di chi fa affermazioni simili. Spesso lo fa per pigrizia (il cambiamento è faticoso) o per mantenere un privilegio.
Un altro tema che si esplora è quello del pregiudizio. I mostri, sembra difficile crederlo ma è proprio così, sono terrorizzati dai bambini quanto questi ultimi da loro. Il motivo di tutto ciò è la superstizione, completamente infondata, che i bambini siano letali. Non si spiega come questa idea sia nata, ma è funzionale ad una serie di buffe scenette.
La parentela con Toy story è molto forte, nella qualità del disegno come pure nella bella colonna sonora, che qui ha un sapore prebellico (nel senso della seconda mondiale) curata sempre da Randy Newman (Oscar per la canzone sui titoli di coda).
A vederlo in italiano si perde il gusto dell'ascolto, ma è comunque divertente pensare agli attori che hanno doppiato i personaggi in originale. Il protagonista, una specie di Chewbacca da Guerre stellari ma molto più morbidoso e colorato, ha la voce di John Goodman; il suo compare, la palla verde mono-oculaure, è Billy Crystal; il geco mimetico loro nemico giurato è Steve Buscemi e la sua spalla, il triocchiuto palliforme con zampe da pollo, Frank Oz; quella specie di granchio a capo della baracca è James Coburn.
La storia ci spiega perché i mostri spaventano i bambini con incubi terribili. Lo fanno per lavoro. Lo strillo del bimbo genera l'energia che muove il loro mondo. Tutto ciò non è bello, ma secondo alcuni non ci sono alternative. Una cosa che ho imparato dalla vita è di non fidarsi di chi fa affermazioni simili. Spesso lo fa per pigrizia (il cambiamento è faticoso) o per mantenere un privilegio.
Un altro tema che si esplora è quello del pregiudizio. I mostri, sembra difficile crederlo ma è proprio così, sono terrorizzati dai bambini quanto questi ultimi da loro. Il motivo di tutto ciò è la superstizione, completamente infondata, che i bambini siano letali. Non si spiega come questa idea sia nata, ma è funzionale ad una serie di buffe scenette.
La parentela con Toy story è molto forte, nella qualità del disegno come pure nella bella colonna sonora, che qui ha un sapore prebellico (nel senso della seconda mondiale) curata sempre da Randy Newman (Oscar per la canzone sui titoli di coda).
La pianista
Con questo film Michael Haneke ha finalmente fatto il botto, raccogliendo una lunga serie di premi, in particolare una tripletta a Cannes, gran premio della giuria ad Haneke, miglior attrice alla Huppert (all'unanimità) e miglior attore a Magimel. Niente meno.
Lo stile della regia non mi pare cambiato radicalmente dai precedenti lavori, la freddezza dei primi titoli per il grande schermo si era già smussata con Codice sconosciuto, però si nota una maggior mobilità nell'uso della macchina da presa, qualche spazio concesso al montaggio, e soprattutto un uso della musica molto più pervasivo, almeno nella prima parte.
Da notare che, pur non essendo legato ufficialmente a Dogma 95, Haneke sembra seguirne gran parte dei dettami, ad esempio raramente sentiamo musica che esterna all'azione. Se qui abbonda Schubert (amato dalla protagonista) e non viene risparmiato Beethoven, Chopin, etc è perché la Huppert interpreta una insegnante di pianoforte.
In genere Haneke si scrive la storia da sé, anche se non si è lasciato intimidire dal compito (da far tremare le vene e i polsi) di tradurre per la televisione Il castello di Kafka. Qui invece ha basato la sceneggiatura sul romanzo omonimo del premio Nobel Elfriede Jelinek, di cui mi pare abbia ritoccato soprattutto il finale, per renderlo più aperto, come suo consueto.
Una pianista (Isabelle Huppert) non più giovane vive una esistenza sospesa, vive ancora in casa con la madre (Annie Girardot), che la tratta come fosse una ragazzina. Incapace di gestire la propria sessualità con naturalità, si rifugia nella pornografia e in pratiche autopunitive. Incontra un giovanotto (Benoît Magimel) che si piglia una cotta per lei, attirato probabilmente dalla sua algida aurea di perfezione. Lei pensa di usarlo per dare sfogo alle sue fantasie masochistiche, ma lui ne resta disgustato, considerandosi "normale" e incasellando lei come "deviata". Di conseguenza la tratta con sadismo (che sarebbe poi quello che vorrebbe lei, teoricamente) ma con un distacco che rivela che pure lui tanto "normale" non dovrebbe considerarsi.
Lo stile della regia non mi pare cambiato radicalmente dai precedenti lavori, la freddezza dei primi titoli per il grande schermo si era già smussata con Codice sconosciuto, però si nota una maggior mobilità nell'uso della macchina da presa, qualche spazio concesso al montaggio, e soprattutto un uso della musica molto più pervasivo, almeno nella prima parte.
Da notare che, pur non essendo legato ufficialmente a Dogma 95, Haneke sembra seguirne gran parte dei dettami, ad esempio raramente sentiamo musica che esterna all'azione. Se qui abbonda Schubert (amato dalla protagonista) e non viene risparmiato Beethoven, Chopin, etc è perché la Huppert interpreta una insegnante di pianoforte.
In genere Haneke si scrive la storia da sé, anche se non si è lasciato intimidire dal compito (da far tremare le vene e i polsi) di tradurre per la televisione Il castello di Kafka. Qui invece ha basato la sceneggiatura sul romanzo omonimo del premio Nobel Elfriede Jelinek, di cui mi pare abbia ritoccato soprattutto il finale, per renderlo più aperto, come suo consueto.
Una pianista (Isabelle Huppert) non più giovane vive una esistenza sospesa, vive ancora in casa con la madre (Annie Girardot), che la tratta come fosse una ragazzina. Incapace di gestire la propria sessualità con naturalità, si rifugia nella pornografia e in pratiche autopunitive. Incontra un giovanotto (Benoît Magimel) che si piglia una cotta per lei, attirato probabilmente dalla sua algida aurea di perfezione. Lei pensa di usarlo per dare sfogo alle sue fantasie masochistiche, ma lui ne resta disgustato, considerandosi "normale" e incasellando lei come "deviata". Di conseguenza la tratta con sadismo (che sarebbe poi quello che vorrebbe lei, teoricamente) ma con un distacco che rivela che pure lui tanto "normale" non dovrebbe considerarsi.
A beautiful mind
Dal poco che ne so, la vita di John Nash è molto più complicata e meno presentabile di quello che ci viene fatto vedere nel film. E anche il suo apporto alla matematica moderna è molto più significativo di quello che si lascia vedere. Ma tenendo conto delle necessità di una produzione hollywoodiana non è che ci si poteva aspettare qualcosa di diverso.
Suona strana la decisione di dare la parte del protagonista a Russell Crowe che, anche se ci mette tanta buona volontà, non è che risulti molto credibile come nerd all'ennesima potenza, soprattutto considerando che veniva da Il gladiatore, e stava andando verso Master and Commander. Meglio nella seconda parte, dove appare molto invecchiato, quando il pesante trucco, e il mestiere, gli permettono di dissimulare la notevole muscolatura.
La regia di Ron Howard non mi ha entusiasmato, con alcune idee carine (l'illuminazione del protagonista mostrata illuminando l'oggetto) ma iterate fino allo sfinimento. Bella la colonna sonora di James Horner.
Non è facile raccontare al cinema la vita di un matematico con problemi mentali non indifferenti (schizofrenia paranoide, tanto per gradire). L'approccio seguito è quello di puntare ad sorta di thriller, lasciando nel dubbio lo spettatore se il protagonista sia matto o vittima di un complotto. Succede perciò che Paul Bettany non si capisce bene, fino a metà film, se sia un amico bizzarro o immaginario, e non è chiaro se Ed Harris sia un militare paranoico o se è un prodotto della paranoia del protagonista. Si arriva al punto che quando entra in scena Christopher Plummer nelle vesti di uno psichiatra (dai metodi che al giorno d'oggi fanno venire la pelle d'oca) ci si chiede se sia reale o una ennesima fantasia.
Superata la metà, si abbandona il mistero, e si passa alla parte più interessante. Come può fare il protagonista a superare il guaio che gli è capitato? Se prende i medicinali le visioni scompaiono, ma scompare pure la creatività, la possibilità di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. La soluzione sarà quella indicata dalla moglie (Jennifer Connelly), non cercare di attaccare il problema con la mente ma con il cuore. Accettare di avere amici inesistenti, ma non dare loro confidenza, cercare di entrare in relazione con gli umani, anche se sembra difficilissimo, chiedere aiuto per capire se uno sconosciuto che lo contatta (Austin Pendleton che gli comunica che stanno pensando di dargli il Nobel - per l'economia, che per la matematica non esiste, causa ruggini tra Alfred Nobel e il matematico Mittag-Leffler, le malelingue mormorano per questioni di donne) sia reale o una allucinazione.
Suona strana la decisione di dare la parte del protagonista a Russell Crowe che, anche se ci mette tanta buona volontà, non è che risulti molto credibile come nerd all'ennesima potenza, soprattutto considerando che veniva da Il gladiatore, e stava andando verso Master and Commander. Meglio nella seconda parte, dove appare molto invecchiato, quando il pesante trucco, e il mestiere, gli permettono di dissimulare la notevole muscolatura.
La regia di Ron Howard non mi ha entusiasmato, con alcune idee carine (l'illuminazione del protagonista mostrata illuminando l'oggetto) ma iterate fino allo sfinimento. Bella la colonna sonora di James Horner.
Non è facile raccontare al cinema la vita di un matematico con problemi mentali non indifferenti (schizofrenia paranoide, tanto per gradire). L'approccio seguito è quello di puntare ad sorta di thriller, lasciando nel dubbio lo spettatore se il protagonista sia matto o vittima di un complotto. Succede perciò che Paul Bettany non si capisce bene, fino a metà film, se sia un amico bizzarro o immaginario, e non è chiaro se Ed Harris sia un militare paranoico o se è un prodotto della paranoia del protagonista. Si arriva al punto che quando entra in scena Christopher Plummer nelle vesti di uno psichiatra (dai metodi che al giorno d'oggi fanno venire la pelle d'oca) ci si chiede se sia reale o una ennesima fantasia.
Superata la metà, si abbandona il mistero, e si passa alla parte più interessante. Come può fare il protagonista a superare il guaio che gli è capitato? Se prende i medicinali le visioni scompaiono, ma scompare pure la creatività, la possibilità di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. La soluzione sarà quella indicata dalla moglie (Jennifer Connelly), non cercare di attaccare il problema con la mente ma con il cuore. Accettare di avere amici inesistenti, ma non dare loro confidenza, cercare di entrare in relazione con gli umani, anche se sembra difficilissimo, chiedere aiuto per capire se uno sconosciuto che lo contatta (Austin Pendleton che gli comunica che stanno pensando di dargli il Nobel - per l'economia, che per la matematica non esiste, causa ruggini tra Alfred Nobel e il matematico Mittag-Leffler, le malelingue mormorano per questioni di donne) sia reale o una allucinazione.
La rivincita delle bionde
Primo lungometraggio di Robert Luketic, che riesce a far quadrare una sceneggiatura simpatica ma sbilenca grazie alla bella prestazione Reese Witherspoon nei panni di una bionda oca per spinta ambientale e non per carenza di materia grigia. Il resto del cast non si fa notare, se non per la curiosità di vedere Raquel Welch in un cameo e Jennifer Coolidge in una particina secondaria ma con un suo perché.
Già il nome della protagonista, Elle, spiega molto. L'azione inizia che lei è il fulcro della sezione femminile della sua scuola, sono tutte in trepidazione per lei, visto che sono praticamente certe che il suo fidanzato sia sul punto di farle la proposta di matrimonio. Errore colossale, lui è invece sul punto di mollarla. Sta infatti per iniziare l'università ad Harvard, e ha pianificato il suo futuro, una laurea in legge, carriera politica, per diventare senatore a trent'anni. Ma lei in questo quadro non ci sta, è una Marilyn, e non una Jackie, per come la vede lui.
Dopo un primo momento di sconcerto, Elle passa al piano B. Grazie alla sua bellezza, ricchezza, testardaggine, e anche al fatto che non è l'oca che sembra, lei riesce a guadagnarsi l'accesso ad Harvard - da cui il titolo originale, Legally blonde. Ma essere ammessi è solo il primo passo, Elle è un pesce fuor d'acqua in quell'ambiente, e rischierebbe di sparire in un baleno, se non riuscisse a fare un paio di amicizie, un misterioso ragazzotto che sembra sapere molto dell'università, e una estetista sull'orlo della disperazione (la Coolidge) con cui fa amicizia.
Anche il piano B fallisce miseramente, visto che l'ex fidanzato non sembra essere particolarmente interessato dagli sforzi di lei, ma si passa al piano C, Elle vuole dimostrare, a questo punto a sé stessa, di poter diventare un avvocato. Si impegna a tal punto che viene selezionata, assieme al suo ex, e la di lui nuova fidanzata per supportare un loro professore in un bizzarro caso di omicidio. Va bene mirare al risparmio, ma prendere matricole per lavorare ad un processo con una alta rilevanza mediatica mi pare eccessivo. In ogni caso, in questo caso la scelta si rivela azzeccata, perché alcuni dettagli modaioli/cosmetici/alta società del caso rendono Elle la persona giusta nel posto giusto.
Al punto che il professore le propone di entrare nel suo studio. Sì, però anche per motivi non solo legati alla sue capacità professionali. Questo è davvero troppo per la povera (si fa per dire, gira in Porsche) Elle, che decide di tornarsene in California (che sarebbe il piano D, a questo punto).
Ci sono un altro paio di colpi di scena, fino al gran finale in cui Elle trionfa.
Con una sceneggiatura del genere, il rischio che Elle, bella e ricca da far paura, risulti antipatica è alto, ma attrice e regista lo schivano agevolmente. Sarebbe stato però davvero difficile arrivare fino alla fine senza cadute, e in effetti non succede. La sottotrama dell'amicizia con l'estetista, in particolare, non mi pare che sia sviluppata al meglio. La scena madre è in tribunale, e ricorda vagamente quella di Mio cugino Vincenzo, ma qui si gioca praticamente tutta sulla Witherspoon, mentre là c'è un duetto tra Joe Pesci e Marisa Tomei, supportati adeguatamente dal resto del cast. Lei da sola fa del suo meglio, come del resto in quasi tutto il film, e più di tanto non sarebbe giusto pretendere.
Già il nome della protagonista, Elle, spiega molto. L'azione inizia che lei è il fulcro della sezione femminile della sua scuola, sono tutte in trepidazione per lei, visto che sono praticamente certe che il suo fidanzato sia sul punto di farle la proposta di matrimonio. Errore colossale, lui è invece sul punto di mollarla. Sta infatti per iniziare l'università ad Harvard, e ha pianificato il suo futuro, una laurea in legge, carriera politica, per diventare senatore a trent'anni. Ma lei in questo quadro non ci sta, è una Marilyn, e non una Jackie, per come la vede lui.
Dopo un primo momento di sconcerto, Elle passa al piano B. Grazie alla sua bellezza, ricchezza, testardaggine, e anche al fatto che non è l'oca che sembra, lei riesce a guadagnarsi l'accesso ad Harvard - da cui il titolo originale, Legally blonde. Ma essere ammessi è solo il primo passo, Elle è un pesce fuor d'acqua in quell'ambiente, e rischierebbe di sparire in un baleno, se non riuscisse a fare un paio di amicizie, un misterioso ragazzotto che sembra sapere molto dell'università, e una estetista sull'orlo della disperazione (la Coolidge) con cui fa amicizia.
Anche il piano B fallisce miseramente, visto che l'ex fidanzato non sembra essere particolarmente interessato dagli sforzi di lei, ma si passa al piano C, Elle vuole dimostrare, a questo punto a sé stessa, di poter diventare un avvocato. Si impegna a tal punto che viene selezionata, assieme al suo ex, e la di lui nuova fidanzata per supportare un loro professore in un bizzarro caso di omicidio. Va bene mirare al risparmio, ma prendere matricole per lavorare ad un processo con una alta rilevanza mediatica mi pare eccessivo. In ogni caso, in questo caso la scelta si rivela azzeccata, perché alcuni dettagli modaioli/cosmetici/alta società del caso rendono Elle la persona giusta nel posto giusto.
Al punto che il professore le propone di entrare nel suo studio. Sì, però anche per motivi non solo legati alla sue capacità professionali. Questo è davvero troppo per la povera (si fa per dire, gira in Porsche) Elle, che decide di tornarsene in California (che sarebbe il piano D, a questo punto).
Ci sono un altro paio di colpi di scena, fino al gran finale in cui Elle trionfa.
Con una sceneggiatura del genere, il rischio che Elle, bella e ricca da far paura, risulti antipatica è alto, ma attrice e regista lo schivano agevolmente. Sarebbe stato però davvero difficile arrivare fino alla fine senza cadute, e in effetti non succede. La sottotrama dell'amicizia con l'estetista, in particolare, non mi pare che sia sviluppata al meglio. La scena madre è in tribunale, e ricorda vagamente quella di Mio cugino Vincenzo, ma qui si gioca praticamente tutta sulla Witherspoon, mentre là c'è un duetto tra Joe Pesci e Marisa Tomei, supportati adeguatamente dal resto del cast. Lei da sola fa del suo meglio, come del resto in quasi tutto il film, e più di tanto non sarebbe giusto pretendere.
La città incantata
Visto seguendo il consiglio di Sailor Fede. La storia è ambientata ai nostri giorni in Giappone, e inizia molto prosaicamente con una famigliola in viaggio in macchina verso la loro nuova casa, ma ha immediatamente un brusco cambiamento di scenario, così brusco che ricorda il salto di Alice nella tana del coniglio. Ma mi pare di vedere anche una citazione delle avventure di Pinocchio, che direi esplicita quando i genitori si dimostrano incapaci di resistere alle tentazioni della strada breve e subiscono una mutazione che però non è asinina ma suina. Sarà un riferimento ad Ulisse?
Purtroppo mi sfuggono completamente quelli alle mitologie orientali, e immagino che ci sarebbe da scriverci sopra un libro, tanto sono ricchi gli avvenimenti narrati.
La ragazzina protagonista arriva in un mondo abitato da spiriti che non vedono di buon occhio gli umani, per sua fortuna incontra un ragazzino che la prende istintivamente a ben volere, la salva dalla sparizione facendole mangiare una bacca (come in Alice, spesso mangiare o non mangiare al momento giusto è una azione chiave) e le spiega che sono in una spa per spiriti (!) e l'unica possibilità che ha per salvarsi è quella di farsi dare un lavoro. Va dunque da uno strano personaggio tra uomo e ragno, che sembra terribile, e che pare non voglia dare nessuna possibilità alla poveretta ma che invece, sorprendentemente, la aiuta a passare oltre. E così via per tutto il tempo del film. Ogni avventura ne genera un'altra, ogni incontro, anche quello che sembra più negativo, nasconde al suo interno qualcosa di positivo. Non ci sono personaggi in bianco e nero, al contrario, hanno normalmente una complessa personalità.
È molto diverso da Kiki consegne a domicilio, ma è anche molto simile. Anche qui una ragazzina si stacca dai suoi genitori, ha una avventura che la farà crescere, ma dovrà imparare ad adattarsi pur restando sé stessa. Il tocco dello studio Ghibli, e di Hayao Miyazaki, è decisamente riconoscibile, e anche l'uso della grafica computerizzata è molto personale.
Purtroppo mi sfuggono completamente quelli alle mitologie orientali, e immagino che ci sarebbe da scriverci sopra un libro, tanto sono ricchi gli avvenimenti narrati.
La ragazzina protagonista arriva in un mondo abitato da spiriti che non vedono di buon occhio gli umani, per sua fortuna incontra un ragazzino che la prende istintivamente a ben volere, la salva dalla sparizione facendole mangiare una bacca (come in Alice, spesso mangiare o non mangiare al momento giusto è una azione chiave) e le spiega che sono in una spa per spiriti (!) e l'unica possibilità che ha per salvarsi è quella di farsi dare un lavoro. Va dunque da uno strano personaggio tra uomo e ragno, che sembra terribile, e che pare non voglia dare nessuna possibilità alla poveretta ma che invece, sorprendentemente, la aiuta a passare oltre. E così via per tutto il tempo del film. Ogni avventura ne genera un'altra, ogni incontro, anche quello che sembra più negativo, nasconde al suo interno qualcosa di positivo. Non ci sono personaggi in bianco e nero, al contrario, hanno normalmente una complessa personalità.
È molto diverso da Kiki consegne a domicilio, ma è anche molto simile. Anche qui una ragazzina si stacca dai suoi genitori, ha una avventura che la farà crescere, ma dovrà imparare ad adattarsi pur restando sé stessa. Il tocco dello studio Ghibli, e di Hayao Miyazaki, è decisamente riconoscibile, e anche l'uso della grafica computerizzata è molto personale.
The bank - Il nemico pubblico n. 1
Primo lungometraggio (scritto e diretto) di Robert Connolly. Chi è costui, mi sono chiesto. Grazie a imdb ho scoperto che si tratta di un regista australiano che fa un film ogni quattro anni, e recentemente ha fatto qualcosa anche per la televisione. Il tutto sempre in Australia, con una eco molto limitata nel resto del mondo.
Però è correntemente al lavoro in una produzione americana, riconducibile a Jonathon Stevens, personaggio che fino ad oggi si è fatto notare più nel campo dei videogiochi e dell'editing musicale (The social network e Millennium - Uomini che odiano le donne, tra gli altri). Dal punto di vista artistico c'è da dire che A view from the bridge (questo il titolo) basa la sua sceneggiatura su di pezzo teatrale di Arthur Miller e ha come protagonista Vera Farmiga. Sarà interessante scoprire cosa viene fuori da questo strano impasto.
Tornando a The bank, anche la sua produzione ci riserva una sorpresa, nel nome di Domenico Procacci che appare come coproduttore. E morì con un felafel in mano, altra e più nota produzione australiana per conto della sua Fandango, è dello stesso anno.
Le star sono due attori che sono restati legati a Connolly, David Wenham (protagonista) e Anthony LaPaglia (antagonista). LaPaglia (è anche in A view from the bridge) è decisamente il migliore in campo, interpretando con convinzione il suo personaggio.
Alla regia Connolly non è male, purtroppo la sceneggiatura, pur essendo basata su una valida idea, non viene sviluppata adeguatamente. Si apre sul passato del protagonista, bimbetto in una scuola nel nulla australiano che si sta sorbendo una sorta di Mostra e Dimostra da parte di un bancario che racconta il senso del risparmio.
Salto in avanti, lo troviamo sulla trentina abbondante, immerso in conti e simulazioni di andamenti di borsa. Pare che abbia ottenuto un risultato interessante. Un estratto della ricerca viene mandato ad una banca. In quella stessa banca LaPaglia si sta beccando un fervorino dal consiglio di amministrazione per non aver generato abbastanza utili. Non abbiamo nessun motivo per stare dalla sua parte, è evidentemente un tipaccio. Per migliorare la redditività aziendale ha una sola ricetta: licenziare e tagliare le spese. E siccome a già tagliato tutto quello che poteva tagliare, non ha più carte da giocare. La ricerca del matematico capita perciò a fagiolo. Se funziona, riuscirà a far contenti i suoi capi.
Ora, l'idea di poter predirre l'andamento borsistico è priva di senso. A naso direi che chi ci crede dovrebbe cadere in una tra le seguenti categorie: male informati, sciocchi, matti. In Pi di Darren Aronofsky (una volta tanto, il titolo italiano Pi greco - Il teorema del delirio, aggiunge senso invece che toglierne) si esplora la terza ipotesi, e il protagonista, partendo dalla teoria della complessità (a quei tempi più nota come teoria del caos), sbarella pensando di essere sul punto di trovare il senso di tutto, che poi sarebbe un altro modo di dire dio.
In The bank, il matematico non sembra appartenere a nessuna delle tre categorie, mentre il banchiere reclama a gran voce di essere inserito nella seconda. A dire il vero, parlando con un dipendente (anch'egli matematico, ma molto meno brillante del protagonista, e che direi appartenga al primo gruppo) gli dice chiaramente di avere seri dubbi in proposito, giustamente notando che il fattore umano non è contemplato dalla matematica. E allora direi che l'ingordigia abbia finito per ottundere le sue capacità intellettive. Ma la figura che fa alla fine è sempre quella dello sciocco.
Credo sia proprio questo il tema principale del film: l'ingordigia rende sciocchi. Non è solo il manager, è tutto il consiglio di amministrazione della banca (con una sola ammirevole eccezione) che si dimostra incapace di ragionare, con la mente e con il cuore, quando le cifre diventano troppo alte. Fuori dalla metafora, è quello che vediamo anche oggi nel nostro sistema economico-finanziario. Non funziona, sappiamo che non funziona, però nell'immediato genera quattrini (per alcuni, almeno, e per quei pochi le cifre sono davvero alte). E allora ce lo teniamo.
Vicenda parallela è quella di una famigliola rovinata dalla stessa banca. Strumentale per sottolineare come il miraggio del profitto abbia fatto perdere il lume della ragione a una parte (voglio sperare sia solo una parte) del sistema bancario e come i motivi del matematico per agire come agisce siano molto forti, al punto da farlo spergiurare in tribunale - cosa che vediamo gli costa parecchio.
Altra storia che si incastra è quella di una amoretto tra il matematico e una dipendente della stessa banca (Sibylla Budd). Personaggio debole, interpretazione dimenticabile. Lo scopo credo sia quello di far vedere come il gioco della finanza finisca per distruggere ogni possibilità di relazioni umane propriamente dette, ma la mancanza di approfondimento non fa un buon servizio a questa tesi.
Penso sarebbe stato opportuno sacrificare una delle due sottotrame in modo da rendere più sostanziosa la superstite - o, alternativamente, dare maggior spazio ad entrambe. Ma questo avrebbe comportato un allungamento del minutaggio del film, e maggiori investimenti in un cast più credibile.
Nonostante le debolezze del film, ho notato con piacere una buona cura verso i dettagli. Il tema della teoria della complessità fa capolino da tutte le parti. Anche nella colonna sonora minimalista di Alan John, godibile anche se non memorabile.
Però è correntemente al lavoro in una produzione americana, riconducibile a Jonathon Stevens, personaggio che fino ad oggi si è fatto notare più nel campo dei videogiochi e dell'editing musicale (The social network e Millennium - Uomini che odiano le donne, tra gli altri). Dal punto di vista artistico c'è da dire che A view from the bridge (questo il titolo) basa la sua sceneggiatura su di pezzo teatrale di Arthur Miller e ha come protagonista Vera Farmiga. Sarà interessante scoprire cosa viene fuori da questo strano impasto.
Tornando a The bank, anche la sua produzione ci riserva una sorpresa, nel nome di Domenico Procacci che appare come coproduttore. E morì con un felafel in mano, altra e più nota produzione australiana per conto della sua Fandango, è dello stesso anno.
Le star sono due attori che sono restati legati a Connolly, David Wenham (protagonista) e Anthony LaPaglia (antagonista). LaPaglia (è anche in A view from the bridge) è decisamente il migliore in campo, interpretando con convinzione il suo personaggio.
Alla regia Connolly non è male, purtroppo la sceneggiatura, pur essendo basata su una valida idea, non viene sviluppata adeguatamente. Si apre sul passato del protagonista, bimbetto in una scuola nel nulla australiano che si sta sorbendo una sorta di Mostra e Dimostra da parte di un bancario che racconta il senso del risparmio.
Salto in avanti, lo troviamo sulla trentina abbondante, immerso in conti e simulazioni di andamenti di borsa. Pare che abbia ottenuto un risultato interessante. Un estratto della ricerca viene mandato ad una banca. In quella stessa banca LaPaglia si sta beccando un fervorino dal consiglio di amministrazione per non aver generato abbastanza utili. Non abbiamo nessun motivo per stare dalla sua parte, è evidentemente un tipaccio. Per migliorare la redditività aziendale ha una sola ricetta: licenziare e tagliare le spese. E siccome a già tagliato tutto quello che poteva tagliare, non ha più carte da giocare. La ricerca del matematico capita perciò a fagiolo. Se funziona, riuscirà a far contenti i suoi capi.
Ora, l'idea di poter predirre l'andamento borsistico è priva di senso. A naso direi che chi ci crede dovrebbe cadere in una tra le seguenti categorie: male informati, sciocchi, matti. In Pi di Darren Aronofsky (una volta tanto, il titolo italiano Pi greco - Il teorema del delirio, aggiunge senso invece che toglierne) si esplora la terza ipotesi, e il protagonista, partendo dalla teoria della complessità (a quei tempi più nota come teoria del caos), sbarella pensando di essere sul punto di trovare il senso di tutto, che poi sarebbe un altro modo di dire dio.
In The bank, il matematico non sembra appartenere a nessuna delle tre categorie, mentre il banchiere reclama a gran voce di essere inserito nella seconda. A dire il vero, parlando con un dipendente (anch'egli matematico, ma molto meno brillante del protagonista, e che direi appartenga al primo gruppo) gli dice chiaramente di avere seri dubbi in proposito, giustamente notando che il fattore umano non è contemplato dalla matematica. E allora direi che l'ingordigia abbia finito per ottundere le sue capacità intellettive. Ma la figura che fa alla fine è sempre quella dello sciocco.
Credo sia proprio questo il tema principale del film: l'ingordigia rende sciocchi. Non è solo il manager, è tutto il consiglio di amministrazione della banca (con una sola ammirevole eccezione) che si dimostra incapace di ragionare, con la mente e con il cuore, quando le cifre diventano troppo alte. Fuori dalla metafora, è quello che vediamo anche oggi nel nostro sistema economico-finanziario. Non funziona, sappiamo che non funziona, però nell'immediato genera quattrini (per alcuni, almeno, e per quei pochi le cifre sono davvero alte). E allora ce lo teniamo.
Vicenda parallela è quella di una famigliola rovinata dalla stessa banca. Strumentale per sottolineare come il miraggio del profitto abbia fatto perdere il lume della ragione a una parte (voglio sperare sia solo una parte) del sistema bancario e come i motivi del matematico per agire come agisce siano molto forti, al punto da farlo spergiurare in tribunale - cosa che vediamo gli costa parecchio.
Altra storia che si incastra è quella di una amoretto tra il matematico e una dipendente della stessa banca (Sibylla Budd). Personaggio debole, interpretazione dimenticabile. Lo scopo credo sia quello di far vedere come il gioco della finanza finisca per distruggere ogni possibilità di relazioni umane propriamente dette, ma la mancanza di approfondimento non fa un buon servizio a questa tesi.
Penso sarebbe stato opportuno sacrificare una delle due sottotrame in modo da rendere più sostanziosa la superstite - o, alternativamente, dare maggior spazio ad entrambe. Ma questo avrebbe comportato un allungamento del minutaggio del film, e maggiori investimenti in un cast più credibile.
Nonostante le debolezze del film, ho notato con piacere una buona cura verso i dettagli. Il tema della teoria della complessità fa capolino da tutte le parti. Anche nella colonna sonora minimalista di Alan John, godibile anche se non memorabile.
The believer
Produzione americana a basso costo e alta tensione morale. La storia (scritta e diretta da Henry Bean) sembra assurda, infatti è basata su fatti reali. Un ebreo newyorkese diventa neo nazista, infiamma gli ambienti dell'estrema destra antisemita, finché un reportage sul New York Times espone il suo paradosso.
In pratica tutto il film si regge su Ryan Gosling, ottimo protagonista, che è ben supportato da un cast tra cui spicca Theresa Russell nel ruolo dell'anima nera di un gruppuscolo fascisteggiante.
Simile ad American history X ma diverso in quanto il travaglio del protagonista è tutto interiore. Non c'è una vera contrapposizione tra lui e una società distratta, ma piuttosto una lotta tra due diverse anime nella stessa persona.
I flash back che mostrano il ragazzetto a scuola di religione, ricordano in modo preoccupante le versioni di Woody Allen sullo stesso tema, mi aspettavo da un momento all'altro qualche battuta fulminante. Ma non è un film in cui si rida.
Direzione a tratti incerta, sceneggiatura che pare voglia fare domande più che offrire risposte.
In pratica tutto il film si regge su Ryan Gosling, ottimo protagonista, che è ben supportato da un cast tra cui spicca Theresa Russell nel ruolo dell'anima nera di un gruppuscolo fascisteggiante.
Simile ad American history X ma diverso in quanto il travaglio del protagonista è tutto interiore. Non c'è una vera contrapposizione tra lui e una società distratta, ma piuttosto una lotta tra due diverse anime nella stessa persona.
I flash back che mostrano il ragazzetto a scuola di religione, ricordano in modo preoccupante le versioni di Woody Allen sullo stesso tema, mi aspettavo da un momento all'altro qualche battuta fulminante. Ma non è un film in cui si rida.
Direzione a tratti incerta, sceneggiatura che pare voglia fare domande più che offrire risposte.
Harry Potter e la pietra filosofale
Ho seguito con una certa distrazione la trasposizione cinematografica della saga di Potter, al punto di non essere certo che questa si tratti della mia prima o seconda visione. Ora mi sembra giunto il momento di mettere le cose a posto ed imbarcarmi nella titanica impresa di (ri)vedersi questa serie.
La storia è quella che è, più o meno a questo punto la dovrebbero conoscere tutti, la formazione del giovane Potter (Daniel Radcliffe) destinato a diventare un mago e a salvare il mondo dal suo arcinemico Voldemort, o a perire nell'impresa. O meglio ... vabbé, non spoilero per quei due o tre che non conoscono i dettagli, vogliono leggersi tutta la storia come l'ha scritta la Rowling, e sono disgraziatamente passati da qui prima.
La lettura del libro prima (o invece) della visione del film è caldamente consigliata. Credo che lo spettatore casuale non ci capirebbe poi molto. Nonostante la lunghezza della pellicola, un paio d'ore e mezza, gran parte dei personaggi finiscono per essere appena abbozzati, anche perché il regista (Chris Columbus, anche produttore esecutivo) ha puntato soprattutto sulla spettacolarizzazione alla Walt Disney, alla Pomi d'ottone e manici di scopa, più che sull'approfondimento dei caratteri.
Colonna sonora di John Williams, che rafforza il parallelo tra Potter e Star Wars (lato oscuro della forza che corrompe, ecc ecc). Ottimo cast molto inglese che riesce mantenersi suppergiù credibile nonostante il bizzarro abbigliamento. Già perché inesplicabilmente i magici mantegono usi, costumi e abbigliamenti medioevali, il che deve complicare loro la vita non poco, visto che vivono mescolati con i comuni mortali. Si potrebbe pensare che il medioevo è stato il loro periodo d'oro e preferiscano tenerselo stretto, ma questo non spiegherebbe l'anacronismo della strepitosa locomotiva ottocentesca.
Tornando al cast, direi che il migliore sia Alan Rickman, che riesce a stare serio nonostante la ridicola pettinatura alla Renato Zero. Complimenti anche a John Hurt (particina come venditore di bacchette magiche), Richard Harris dall'imponente barba bianca e Maggie Smith.
La storia è quella che è, più o meno a questo punto la dovrebbero conoscere tutti, la formazione del giovane Potter (Daniel Radcliffe) destinato a diventare un mago e a salvare il mondo dal suo arcinemico Voldemort, o a perire nell'impresa. O meglio ... vabbé, non spoilero per quei due o tre che non conoscono i dettagli, vogliono leggersi tutta la storia come l'ha scritta la Rowling, e sono disgraziatamente passati da qui prima.
La lettura del libro prima (o invece) della visione del film è caldamente consigliata. Credo che lo spettatore casuale non ci capirebbe poi molto. Nonostante la lunghezza della pellicola, un paio d'ore e mezza, gran parte dei personaggi finiscono per essere appena abbozzati, anche perché il regista (Chris Columbus, anche produttore esecutivo) ha puntato soprattutto sulla spettacolarizzazione alla Walt Disney, alla Pomi d'ottone e manici di scopa, più che sull'approfondimento dei caratteri.
Colonna sonora di John Williams, che rafforza il parallelo tra Potter e Star Wars (lato oscuro della forza che corrompe, ecc ecc). Ottimo cast molto inglese che riesce mantenersi suppergiù credibile nonostante il bizzarro abbigliamento. Già perché inesplicabilmente i magici mantegono usi, costumi e abbigliamenti medioevali, il che deve complicare loro la vita non poco, visto che vivono mescolati con i comuni mortali. Si potrebbe pensare che il medioevo è stato il loro periodo d'oro e preferiscano tenerselo stretto, ma questo non spiegherebbe l'anacronismo della strepitosa locomotiva ottocentesca.
Tornando al cast, direi che il migliore sia Alan Rickman, che riesce a stare serio nonostante la ridicola pettinatura alla Renato Zero. Complimenti anche a John Hurt (particina come venditore di bacchette magiche), Richard Harris dall'imponente barba bianca e Maggie Smith.
Mean machine
Remake di Quella sporca ultima meta, però in toni da commedia inglese. Cambia di conseguenza anche lo sport giocato dai galeotti contro le guardie, che da football americano diventa europeo.
Regia molto scarsa di Barry Skolnick che segue lo stile del Guy Ritchie (tra i produttori) prima maniera (Lock Stock, The snatch, pre-Madonna, insomma) ma buttandola più sul videoclip.
Protagonista Vinnie Jones, particina per Jason Statham (entrambi già nei succitati titoli di Ritchie).
Regia molto scarsa di Barry Skolnick che segue lo stile del Guy Ritchie (tra i produttori) prima maniera (Lock Stock, The snatch, pre-Madonna, insomma) ma buttandola più sul videoclip.
Protagonista Vinnie Jones, particina per Jason Statham (entrambi già nei succitati titoli di Ritchie).
Ocean's eleven - Fate il vostro gioco
Steven Soderbergh alla regia in modalità blockbuster. La storia è un remake molto alla lontana dell'omonimo film anni sessanta (in italiano Colpo grosso, che vent'anni dopo passò ad essere associato ad un altro tipo di spettacolo) che aveva lo scopo di offrire uno spazio a Frank Sinatra e al rat pack. Viene cambiata radicalmente ma ne viene mantenuto lo spirito, ovvero la passerella per un gruppo di attori che recitano volentieri assieme.
Vicenda scontatissima, dunque. Ocean è un simpatico delinquente (George Clooney nel ruolo che era di Sinatra) che per un clamoroso errore giudiziario esce sulla parola di prigione. Parola che viene rotta immediatamente per correre a trovare il suo compare (Brad Pitt) a cui spiega il suo piano: derubare il caveau comune di tre casinò di Las Vegas, un colpo dal valore stimato circa pari a quello che sarà l'incasso del film - molto alto invero.
Il piano è praticamente impossibile, come spiega loro un sodale (Elliott Gould) che aveva gestito casinò lui stesso prima di essere fatto fuori da un pesce più grosso. Ma come gli spiegano che intendono colpire il Bellagio, accetta di entrare nel lavoro. Motivo? Il proprietario del Bellagio è proprio quel tipaccio (Andy Garcia) che l'ha fatto fuori.
Si reclutano gli altri elementi della banda, ognuno con la sua specifica abilità - ad esempio c'è un giovane manolesta (Matt Damon), un esperto di esplosivi, uno di sistemi di sicurezza eccetera.
Il piano entra in azione, la banda si installa sul luogo del colpo e iniziano i sopralluoghi - e qui si scopre che la rapina non è l'obiettivo principale di Ocean, infatti la sua ex moglie (Julia Roberts) ora bazzica con il boss del casinò. Colpo di scena, dunque. Non si tratta di un film di delinquenza ma una commedia rosa, dove il protagonista cerca di riconquistare la sua donna. Ci riuscirà? La risposta è facile, ma la domanda è sbagliata. La domanda corretta è: come farà? Del resto è la stessa per la rapina. O meglio, per il punto delicato della stessa, come scappare con i soldi senza farsi pizzicare.
Ma in realtà, come detto all'inizio, anche quella domanda è poco pertinente. Il vero interesse nel film sta nel vedere tale compagnia in azione sotto la direzione di Soderbergh. Bella la colonna sonora che ricorda le atmosfere da night club anni sessanta - citazione dell'originale.
Vicenda scontatissima, dunque. Ocean è un simpatico delinquente (George Clooney nel ruolo che era di Sinatra) che per un clamoroso errore giudiziario esce sulla parola di prigione. Parola che viene rotta immediatamente per correre a trovare il suo compare (Brad Pitt) a cui spiega il suo piano: derubare il caveau comune di tre casinò di Las Vegas, un colpo dal valore stimato circa pari a quello che sarà l'incasso del film - molto alto invero.
Il piano è praticamente impossibile, come spiega loro un sodale (Elliott Gould) che aveva gestito casinò lui stesso prima di essere fatto fuori da un pesce più grosso. Ma come gli spiegano che intendono colpire il Bellagio, accetta di entrare nel lavoro. Motivo? Il proprietario del Bellagio è proprio quel tipaccio (Andy Garcia) che l'ha fatto fuori.
Si reclutano gli altri elementi della banda, ognuno con la sua specifica abilità - ad esempio c'è un giovane manolesta (Matt Damon), un esperto di esplosivi, uno di sistemi di sicurezza eccetera.
Il piano entra in azione, la banda si installa sul luogo del colpo e iniziano i sopralluoghi - e qui si scopre che la rapina non è l'obiettivo principale di Ocean, infatti la sua ex moglie (Julia Roberts) ora bazzica con il boss del casinò. Colpo di scena, dunque. Non si tratta di un film di delinquenza ma una commedia rosa, dove il protagonista cerca di riconquistare la sua donna. Ci riuscirà? La risposta è facile, ma la domanda è sbagliata. La domanda corretta è: come farà? Del resto è la stessa per la rapina. O meglio, per il punto delicato della stessa, come scappare con i soldi senza farsi pizzicare.
Ma in realtà, come detto all'inizio, anche quella domanda è poco pertinente. Il vero interesse nel film sta nel vedere tale compagnia in azione sotto la direzione di Soderbergh. Bella la colonna sonora che ricorda le atmosfere da night club anni sessanta - citazione dell'originale.
Vanilla sky
E' uno di quei film che mirano a spiazzare lo spettatore e, almeno nel mio caso, ci è riuscito bene, al punto che dovrei rivederlo per scriverci qualcosa su senza correre il pericolo di scrivere sciocchezze. Ma il tempo è tiranno, il film è lunghetto, e il pericolo è il mio mestiere.
Se l'avessi saputo prima, forse mi sarei visto prima Apri gli occhi di Alejandro Amenábar, che sarebbe poi l'originale holliwoodizzato da Cameron Crowe (regia, sceneggiatura, produzione). A vantaggio della versione spagnola l'assenza di Tom Cruise (si capisce che non è tra i miei attori preferiti?) che qui è protagonista e produttore.
Il film inizia con un vorticoso e spezzettato giro della macchina da presa su New York, che da Midtown Manhattan risale per Central Park e si fionda in un palazzo sulla West Park di quelli che solo per la mancia natalizia al portiere una persona normale dovrebbe aprire un mutuo trentennale. Arriviamo nella stanza da letto del protagonista che si sveglia alla voce di Penélope Cruz che gli dice di aprire gli occhi (una mezza idea di cambiare la mia suoneria me l'ha fatta venire). Cruise ne approfitta per girare mezzo nudo per la stanza e il regista per rimarcare come non solo sia una casa per ricchi in una zona per ricchi, ma che si tratta di ricco estremamente ricco. Così ricco che esce di casa su una Ferrari d'epoca. E va verso Times Square in una New York assolutamente vuota. Possibile? No. Infatti è un sogno. Si risveglia e replica molti particolari della scena che abbiamo visto (Ferrari compresa, ma New York mediamente trafficata, questa volta). Solo che a svegliarlo è la voce di Cameron Diaz, e ci viene spiegato che i due si conoscono da tempo e hanno passato una simpatica nottata assieme, come spesso accade.
Segue una mezz'oretta che ho trovato di una noia pazzesca in cui seguiamo la vita di uno straricco, bello, a cui tutte le donne cadono ai piedi. C'è poi una seconda mezz'oretta più interlocutoria. La seconda ora è decisamente meglio. Difficile dire molto di più senza rovinare l'effetto della sceneggiatura.
Interessante il fatto che Cruise reciti buona parte del tempo con il volto deturpato da un pesante trucco o con una maschera che ne copre integralmente il viso. Circostanze che trovo ne abbiano migliorato la recitazione.
Al solito, la colonna sonora di Crowe è una collezione di musica estremamente valida. Un po' troppo ingombrante, forse, ma anche per questo dettaglio c'è una giustificazione che arriverà nel finale.
Ruoli minori per Kurt Russell e Tilda Swinton.
Interessante il parallelo con il film precedente, Rabbit hole, lì protagonista e produttrice è Nicole Kidman, che non capisco come possa aver sposato il bietolone qui presente, ma apprezzo il fatto che ne abbia divorziato. A prescindere, la storia è in un certo senso simile, perché anche qui c'è una tana del bianconiglio in cui il protagonista si nasconde.
Se l'avessi saputo prima, forse mi sarei visto prima Apri gli occhi di Alejandro Amenábar, che sarebbe poi l'originale holliwoodizzato da Cameron Crowe (regia, sceneggiatura, produzione). A vantaggio della versione spagnola l'assenza di Tom Cruise (si capisce che non è tra i miei attori preferiti?) che qui è protagonista e produttore.
Il film inizia con un vorticoso e spezzettato giro della macchina da presa su New York, che da Midtown Manhattan risale per Central Park e si fionda in un palazzo sulla West Park di quelli che solo per la mancia natalizia al portiere una persona normale dovrebbe aprire un mutuo trentennale. Arriviamo nella stanza da letto del protagonista che si sveglia alla voce di Penélope Cruz che gli dice di aprire gli occhi (una mezza idea di cambiare la mia suoneria me l'ha fatta venire). Cruise ne approfitta per girare mezzo nudo per la stanza e il regista per rimarcare come non solo sia una casa per ricchi in una zona per ricchi, ma che si tratta di ricco estremamente ricco. Così ricco che esce di casa su una Ferrari d'epoca. E va verso Times Square in una New York assolutamente vuota. Possibile? No. Infatti è un sogno. Si risveglia e replica molti particolari della scena che abbiamo visto (Ferrari compresa, ma New York mediamente trafficata, questa volta). Solo che a svegliarlo è la voce di Cameron Diaz, e ci viene spiegato che i due si conoscono da tempo e hanno passato una simpatica nottata assieme, come spesso accade.
Segue una mezz'oretta che ho trovato di una noia pazzesca in cui seguiamo la vita di uno straricco, bello, a cui tutte le donne cadono ai piedi. C'è poi una seconda mezz'oretta più interlocutoria. La seconda ora è decisamente meglio. Difficile dire molto di più senza rovinare l'effetto della sceneggiatura.
Interessante il fatto che Cruise reciti buona parte del tempo con il volto deturpato da un pesante trucco o con una maschera che ne copre integralmente il viso. Circostanze che trovo ne abbiano migliorato la recitazione.
Al solito, la colonna sonora di Crowe è una collezione di musica estremamente valida. Un po' troppo ingombrante, forse, ma anche per questo dettaglio c'è una giustificazione che arriverà nel finale.
Ruoli minori per Kurt Russell e Tilda Swinton.
Interessante il parallelo con il film precedente, Rabbit hole, lì protagonista e produttrice è Nicole Kidman, che non capisco come possa aver sposato il bietolone qui presente, ma apprezzo il fatto che ne abbia divorziato. A prescindere, la storia è in un certo senso simile, perché anche qui c'è una tana del bianconiglio in cui il protagonista si nasconde.
Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello
Titolo lungo per film dal metraggio corrispondente, e sarebbe meglio vederselo nell'extended edition del DVD che ne porta la durata a più di tre ore e, meglio ancora, leggersi prima il librone originare di JRR Tolkien da cui è tratto per riuscire ad avere un'idea di quello che stia accadendo. Oppure guardarselo senza preoccuparsi troppo dei dettagli.
Personalmente ne avrei preferito una versione animata, tipo quella del 1978 che però fu un fiasco per ragioni economiche. Usando tecnologie attuali, tipo quelle usate per Avatar, per intenderci, probabilmente il risultato sarebbe migliore.
E poi la durata è contemporaneamente eccessiva (per lo spettatore interessato all'azione ma poco al racconto originale) e troppo breve (per chi avrebbe avuto la curiosità di vedere traslato sullo schermo parti che nel film sono state bellamente eliminate).
Indiscutibile il successo commerciale.
Personalmente ne avrei preferito una versione animata, tipo quella del 1978 che però fu un fiasco per ragioni economiche. Usando tecnologie attuali, tipo quelle usate per Avatar, per intenderci, probabilmente il risultato sarebbe migliore.
E poi la durata è contemporaneamente eccessiva (per lo spettatore interessato all'azione ma poco al racconto originale) e troppo breve (per chi avrebbe avuto la curiosità di vedere traslato sullo schermo parti che nel film sono state bellamente eliminate).
Indiscutibile il successo commerciale.
Monster's ball - L'ombra della vita
Il rapporto tra bianchi e neri negli USA in generale, e nel suo sud in particolare, è uno di quei temi delicati che in un modo o nell'altro finiscono sempre per attirare l'attenzione. Immagino sia questo un motivo del successo di questo film, che in realtà mi sembra superiore a quelli che sono i suoi meriti.
Il film, relativamente a basso costo, è stato il trampolino di lancio per il regista, Marc Forster, che adesso gira robe come Quantum of solace. Come sia riuscito ad attirare nell'impresa un cast che comprende Billy Bob Thornton, Halle Berry (che si è presa l'oscar e un orso d'argento per questo film) e Heath Ledger è per me un mistero, ma di sicuro è l'altro fattore che ha portato successo all'opera.
Varie tragedie costellano la storia raccontata: alla Berry muoiono il marito (sedia elettrica) e il figlio (travolto da una macchina). Thornton si sciroppa un padre insopportabile (ben reso da Peter Boyle) e maltratta il figlio Ledger. Tutti e tre in famiglia sono guardie carcerarie ma solo Boyle, ormai pensionato, lo sente come un vanto. Per Ledger è un peso insopportabile, al punto che, beh, non lo sopporta. L'uscita di scena del figlio riesce finalmente a smuovere Thornton che finalmente si distacca dal padre e si mette a vivere una vita sua.
Le scene di sesso, nonostante la Berry, mi sono sembrate stiracchiate e noiosette, le avrei ridotte. Capisco il gioco di contrapporre la passione tra Thorthon e la Berry alla rapida piattezza del rapporto con una prostituta, ma penso si sarebbe potuto ottenere un effetto anche migliore in altro modo.
Il film, relativamente a basso costo, è stato il trampolino di lancio per il regista, Marc Forster, che adesso gira robe come Quantum of solace. Come sia riuscito ad attirare nell'impresa un cast che comprende Billy Bob Thornton, Halle Berry (che si è presa l'oscar e un orso d'argento per questo film) e Heath Ledger è per me un mistero, ma di sicuro è l'altro fattore che ha portato successo all'opera.
Varie tragedie costellano la storia raccontata: alla Berry muoiono il marito (sedia elettrica) e il figlio (travolto da una macchina). Thornton si sciroppa un padre insopportabile (ben reso da Peter Boyle) e maltratta il figlio Ledger. Tutti e tre in famiglia sono guardie carcerarie ma solo Boyle, ormai pensionato, lo sente come un vanto. Per Ledger è un peso insopportabile, al punto che, beh, non lo sopporta. L'uscita di scena del figlio riesce finalmente a smuovere Thornton che finalmente si distacca dal padre e si mette a vivere una vita sua.
Le scene di sesso, nonostante la Berry, mi sono sembrate stiracchiate e noiosette, le avrei ridotte. Capisco il gioco di contrapporre la passione tra Thorthon e la Berry alla rapida piattezza del rapporto con una prostituta, ma penso si sarebbe potuto ottenere un effetto anche migliore in altro modo.
La zona grigia
Debolmente basato sul racconto della propria esperienza da parte di un medico ungherese di origine ebrea che ha collaborato con Mengele agli esperimenti nei campi di sterminio nazista. Tim Blake Nelson (più noto come attore, era Delmar in Fratello, dove sei? dei Cohen) ne ha tratto prima un pezzo teatrale e poi la sceneggiatura al film di cui parlo qui, che ha pure diretto.
Come ci dice nella featurette allegata al DVD, Blake Nelson ha avuto l'idea da Primo Levi, che appunto parlava di zona grigia e del problema di come molti si adattino al male, anche solo per avere una piccola speranza di vita, quando il resto viene a mancare.
Pur essendo un tema molto interessante, lo sviluppo filmico non mi pare dei migliori. Vedendolo, e ancora all'oscuro della sua origine, mi veniva da pensare che avrebbe reso meglio a teatro. Volendolo proprio portare sullo schermo, avrei visto bene una messa in scena più estremista, alla Dogma 95, e a dire il vero, per gli standard americani, mi sembra quasi che siano andati abbastanza in quella direzione - in particolare la colonna sonora è praticamente assente (spesso sostituita da un cupo rumore di fondo), i colori sono molto sbiaditi, gli effetti speciali ridotti al minimo.
Il cast, non strepitoso ma accettabile, include il più piccolo degli Arquette (David), Mira Sorvino, Steve Buscemi e un Harvey Keitel sottotono (non ho capito bene di chi sia stata l'idea di farlo recitare con un bizzarro accento pseudotedesco - ma chiunque l'ha avuta, ha sbagliato).
Come ci dice nella featurette allegata al DVD, Blake Nelson ha avuto l'idea da Primo Levi, che appunto parlava di zona grigia e del problema di come molti si adattino al male, anche solo per avere una piccola speranza di vita, quando il resto viene a mancare.
Pur essendo un tema molto interessante, lo sviluppo filmico non mi pare dei migliori. Vedendolo, e ancora all'oscuro della sua origine, mi veniva da pensare che avrebbe reso meglio a teatro. Volendolo proprio portare sullo schermo, avrei visto bene una messa in scena più estremista, alla Dogma 95, e a dire il vero, per gli standard americani, mi sembra quasi che siano andati abbastanza in quella direzione - in particolare la colonna sonora è praticamente assente (spesso sostituita da un cupo rumore di fondo), i colori sono molto sbiaditi, gli effetti speciali ridotti al minimo.
Il cast, non strepitoso ma accettabile, include il più piccolo degli Arquette (David), Mira Sorvino, Steve Buscemi e un Harvey Keitel sottotono (non ho capito bene di chi sia stata l'idea di farlo recitare con un bizzarro accento pseudotedesco - ma chiunque l'ha avuta, ha sbagliato).
Black Hawk down
Abbastanza standard come film di guerra, se non fosse che alla regia c'è Ridley Scott e almeno nella parte iniziale, prima che si inizi a sparare e a prendere il sopravvento sia la produzione (di lusso, non c'è che dire) che fa ballare con grazia elicotteri e piovere proiettili come se fossero acqua.
Non male la colonna sonora babelica, sempre prima che le mitragliatrici coprano ogni possibilità di sentire qualcos'altro. Notevole il montaggio, del sempre ottimo Pietro Scalia, che qui si è preso un secondo oscar, dopo quello per JFK.
In pratica è la storia di una catastrofe: gli americani in Somalia pensano una operazione chirurgica per colpire lo stato maggiore di un potente signore della guerra che però finisce fuori controllo e causa una carneficina inumana, soprattutto tra i somali. Si parla di un rapporto vittime uno a cinquanta. Il punto di vista non può che essere di parte - film del genere devono necessariamente avere il beneplacito dell'esercito, sennò figurati se ti danno tutti quegli elicotteri con cui giocare - e quindi il migliaio di somali che ha lasciato le penne lascia una traccia appena percepibile sullo schermo.
Non male la colonna sonora babelica, sempre prima che le mitragliatrici coprano ogni possibilità di sentire qualcos'altro. Notevole il montaggio, del sempre ottimo Pietro Scalia, che qui si è preso un secondo oscar, dopo quello per JFK.
In pratica è la storia di una catastrofe: gli americani in Somalia pensano una operazione chirurgica per colpire lo stato maggiore di un potente signore della guerra che però finisce fuori controllo e causa una carneficina inumana, soprattutto tra i somali. Si parla di un rapporto vittime uno a cinquanta. Il punto di vista non può che essere di parte - film del genere devono necessariamente avere il beneplacito dell'esercito, sennò figurati se ti danno tutti quegli elicotteri con cui giocare - e quindi il migliaio di somali che ha lasciato le penne lascia una traccia appena percepibile sullo schermo.
Il favoloso mondo di Amélie
Le fabuleux destin d'Amélie Poulain, in originale. Una storia un poco folle di una giovin donna francese, Amélie per l'appunto che dopo alcune traversie trova l'amore. Niente di che, a dir così. Ma gli eventi a dir poco bizzarri che vengono narrati, e il piglio decisamente anticonvenzionale di Jean-Pierre Jeunet alla regia rendono il film molto godibile.
Jean-Pierre Jeunet non è molto prolifico, ma ha certamente uno stile che non passa inosservato. Si veda anche Delicatessen, film che ha diretto e sceneggiato dieci anni prima di Amélie. Ha anche diretto un non fortunatissimo episodio di Alien (La clonazione, del 1997).
I protagonisti sono Audrey Tautou (Codice Da Vinci, Coco avant Chanel) e Mathieu Kassovitz (più noto come regista - I fiumi di porpora).
Si tratta di uno dei film francesi più popolari al mondo, si è guadagnato 5 nomination all'oscar (ma ahimé nemmeno una statuetta), 4 César (regia, film, colonna sonora, scenografia) e una lunga serie di altri riconoscimenti di vario livello.
Jean-Pierre Jeunet non è molto prolifico, ma ha certamente uno stile che non passa inosservato. Si veda anche Delicatessen, film che ha diretto e sceneggiato dieci anni prima di Amélie. Ha anche diretto un non fortunatissimo episodio di Alien (La clonazione, del 1997).
I protagonisti sono Audrey Tautou (Codice Da Vinci, Coco avant Chanel) e Mathieu Kassovitz (più noto come regista - I fiumi di porpora).
Si tratta di uno dei film francesi più popolari al mondo, si è guadagnato 5 nomination all'oscar (ma ahimé nemmeno una statuetta), 4 César (regia, film, colonna sonora, scenografia) e una lunga serie di altri riconoscimenti di vario livello.
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