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Il GGG - Il grande gigante gentile

Un abbastanza spaventevole ma amichevole gigante (Mark Rylance), noto tra i suoi simili come Nano ma che nel suo piccolo preferisce essere chiamato GGG (*), si trova nella malaugurata circostanza di dover rapire un'orfanella londinese, Sophie (Ruby Barnhill), e di portarla nel suo strano Paese.

La convivenza tra Sophie e GGG funzionerebbe anche piuttosto bene, non fosse per il caratteraccio degli altri giganti, che maltrattano costantemente il piccolo GGG e, subodorando(**) la presenza di una umana, se la vorrebbero mangiare in un boccone.

Fortuna che Sophie ha un piano, chiedere aiuto alla regina d'Inghilterra (Penelope Wilton), spiegarle il pericolo che rappresentano i giganti ma chiarendo che il GGG è ben diverso nella sua indole.

Tra i personaggi minori appare anche brevemente Rebecca Hall, che fondamentalmente dice "Ehi, ci sono anch'io!", incassa un congruo assegno e se ne va.

Buono l'uso della CGI, bravo Rylance, eccellente la storia di partenza (***) che purtroppo è stata brutalmente normalizzata dalla sceneggiatura di Melissa Mathison, dalla regia di Steven Spielberg, e probabilimente anche dal determinante peso produttivo della Walt Disney, tutti quanti evidentemente preoccupati di non dare troppo fastidio a nessuno.

(*) In originale BFG, Big Friendly Giant.
(**) Ucci, ucci ...
(***) Uno dei caposaldi della produzione di Roald Dahl.

Codice criminale

Uno sconosciuto compagno di visione cinematografica s'è detto scontento del film perché, che diamine, non è realistico trovare un delinquente nomade figo come Michael Fassbender. Difficile ribattere nel caso specifico, però allora che dire di un irlandese sull'orlo della morte per fame che si imbarca sul Titanic e ha l'apparenza di Leonardo DiCaprio? Ho dunque il sospetto che la critica nascondesse una qualche altra perplessità che quello spettatore non è riuscito ad esplicitare. Quale sia, vattelapesca.

Prima regia cinematografica di Adam Smith, non completamente riuscita, a mio parere, per un finale che ha cambiato inaspettatamente tono al racconto lasciandomi leggermente basito, per l'abuso della camera a mano, oltre che per una sceneggiatura perfettibile. m'è sembrata comunque buona l'idea e la direzione del cast in cui praticamente tutti sembrano a proprio agio. Pare che i Chemical Brothers abbiano scritto la colonna sonora del film in quanto amici di Smith.

Colby Cutler (Brendan Gleeson) è il dispotico patriarca che domina su una piccola comunità nomade che direi di origine irlandese e pare basata ormai da molto in un qualche paesino inglese. Sporchi, cattivi, ignoranti e piuttosto delinquenti, non sono per niente simpatici agli stanziali. Sentimenti che ricambiano di cuore. Ma il vero problema è che Chad (Fassbender), erede designato, ha seri dubbi sulla sua vita. Da un lato la vita sregolata gli calza a fagiolo, dall'altra si rende conto che è in un vicolo cieco, e che sta mettendo sulla stessa strada senza uscita i suoi due piccoli figli. Se non fosse per sua moglie Kelly (Lyndsey Marshal), probabilmente si limiterebbe a lagnarsi del padre ma abbozzare. Lei invece funziona da pungolo (*), e lo spinge ad affrontare il conflitto direttamente. Ma Colby ne sa una più del diavolo, ed escogita un contropiano per mandare in fumo quello di Chad di lasciare l'accampamento, forse per addirittura per integrarsi con gli stanziali.

L'ambiente degradato in cui si svolge l'azione mi ha fatto pensare a Come un tuono di Derek Cianfrance con Ryan Gosling (**). Entrambi potenti, qui forse Smith paga la sua relativa mancanza di esperienza.

(*) Un po' come il personaggio di Diane Keaton ne Il padrino.
(**) Altro film, tra i millemila possibili, per il quale si potrebbe applicare la stessa critica ingiustificata che ho citato su in cima.

Fortunata

Non ho visto la concorrenza, ma credo che il premio a Jasmine Trinca come migliore attrice a Cannes, sezione Un certain regard, sia meritato. Ho qualche perplessità sull'equilibrio del racconto e sulla sua trasposizione cinematografica, dovuto alla coppia Margaret Mazzantini - Sergio Castellitto. M'è parsa più riuscita la prima parte, dove il dramma è bilanciato da uno spirito comico che un po' mi ha fatto pensare a lavori del tempo che fu di Pedro Almodovar, meno la seconda, dove si punta più decisamente al tragico, con una certa confusione che credo sia riconducibile a modelli italiani, area Marco Ferreri, che forse aveva un suo senso una cinquantina di anni fa, ma che oggi mi pare poco comprensibile.

Fortunata (la Trinca) vive nella periferia romana (Torpignattara?) una vita sull'orlo della catastrofe. Ha un divorzio in corso con Franco (Edoardo Pesce), greve, violento, poco propenso a mollare la preda senza combattere, e il sogno di passare dalla condizione di pettinatrice a domicilio e quello di proprietaria di un negozio.

Pare che abbia un solo amico (*), che chissà perché si fa chiamare Chicano (Alessandro Borghi), tossico all'ultimo stadio, a cui aggiunge una dipendenza per lotto (!) e lo sconforto di avere una mamma (Hanna Schygulla, nientemeno) affetta da Alzheimer.

La piccola Barbara (Nicole Centanni) si trova nella impossibile condizione di accettare il conflitto dei genitori e chiede aiuto a suo modo, sputando su chi gli sta attorno. I servizi sociali fanno il loro lavoro, e la bimba viene seguita da uno psicologo, Patrizio (Stefano Accorsi), che sembra abbastanza efficace. Il problema è che qualcosa scocca tra Patrizio e Fortunata, e dunque la povera Barbara si trova non solo a dover conciliare il conflitto tra i genitori, si trova essa stessa in competizione con la madre per le attenzioni di una figura maschile.

Il tema della tragedia greca è introdotto dalla madre di Chicano, che ai tempi era una famosa attrice teatrale nota per il ruolo eponimo in Antigone. Ad un certo punto abbiamo pure uno spiegone, seppur risolto rapidamente, in cui ci viene fornito un sunto della storia, che però non ho capito bene come la Mazzantini immagini sia rilevante con la storia di Fortunata. Forse si intende puntare sulla contrapposizione maschile-femminile, lasciando gli aspetti negativi ai primi e quelli positivi alle seconde, che però mi pare sminuente nei confronti delle tematiche esplorate in Antigone, molto più sottili e profonde.

Più interessante la meditazione su cosa voglia dire essere fortunati, già perché mi pare ovvio che la tesi sia che la protagonista sia, nonostante tutto, fortunata. Subisce una catastrofe matrimoniale, perde il suo unico amico, non riesce a ricostruire una nuova coppia romantica, fallisce nel lavoro, non ha il becco di un quattrino ma - alla fine - sembra riesca a superare (**) il trauma infantile che ha probabilmente condizionato la sua intera esistenza per ripartire da quello che davvero le interessa, ovvero il rapporto con la figlia.

Meno soddisfacente m'è sembrato lo sviluppo del personaggio di Patrizio. Anche lui ha un nome che indica il ruolo, è infatti l'unico abbiente della storia (***) e avrebbe i mezzi culturali, intellettivi e pure emotivi per condurre una vita decente. Eppure, per motivi poco chiariti (°), sembra che finisca per mandare tutto a catafascio. Forse viene spaventato dall'irruenza poco civilizzata di Fortunata, forse viene attirato dal modello paterno che, per quanto negativo, lo ha ovviamente marcato sin da piccino. Forse, più grettamente, è una inaspettata montagnola di soldi a fargli fare il salto definitivo. Non sappiamo, viene lasciato a noi il compito di decidere.

(*) Ci sarebbero anche alcune sciroccate, piuttosto tamarre e abbastanza almodoroviane, che però restano molto sullo sfondo, una specie di coro che fa un buffo controcanto all'azione principale.
(**) Anche se non ho capito bene come. Per via di una illuminazione, sembrerebbe. E grazie a un archetipico bagno in mare che la pone la scelta se chiudere o se far ripartire la sua vita.
(***) Si intuisce la sua disponibilità economica dalla bella Ducati che possiede, dai modi, e dal weekend che offre alla sua bella, superiore alle possibilità di un normale psicologo della mutua.
(°) L'unico personaggio disegnato con una adeguata profondità è quello della protagonista, gli altri mancano di dettaglio, e spesso dobbiamo lavorare di fantasia o per stereotipi per riuscire a comprendere il senso delle loro azioni.

The circle

Mae (Emma Watson) è una giovane donna di belle speranze ma dalla realtà piuttosto avvilente. Un brutto lavoro malpagato, un padre (Bill Paxton *) malato di sclerosi multipla che non può permettersi cure adeguate (**), un ex fidanzato, Mercer (Ellar Coltrane), che le ronza attorno ma che per lei è solo un amico.

Tutto ciò cambia quando una sua cara amica, Annie (Karen Gillan), le procura un colloquio per l'azienda presso cui lavora, niente di meno che The circle, una specie di mostruosa combinazione tra Google, Facebook, Apple et similia. Dopo una chiacchierata insulsa da cui Mae non esce né bene né male, il lavoro è suo (***), e finisce a fare circa le stesse cose che faceva prima, ma in modo molto più cool e, soprattutto, con uno stipendio e benefit migliori.

Col passare del tempo, Mae entra sempre più nello stile di vita di The circle, anche se non si capisce bene quanto sia veramente convinta di quello che sta facendo o se lo faccia per mera convenienza (°). L'impegno lavorativo, teoricamente limitato, diventa sempre più pesante, anche perché le numerose attività parallele, che dovrebbero essere su base volontaria e ricreative, sono a tutti gli effetti obbligatorie, se non si vuole essere tagliati fuori.

Al vertice di The circle si trova un terzetto composto da un simil Steve Jobs, Bailey (Tom Hanks), visionario, simpatico, a cui non si riesce a non dir di no, da quanta bontà sprizza da ogni poro, a qualunque cosa egli dica, un sinistro uomo nell'ombra, Tom (Patton Oswalt), e un evanescente Ty (John Boyega), presentato come il genio informatico che ha posto le basi tecniche dell'azienda ma che poi ha preferito una posizione molto defilata. Scopriremo più avanti che Ty è molto critico sulla direzione che i suoi due soci hanno dato al suo lavoro, ma sembra che non abbia la forza di opporsi. Il resto dei dipendenti, levata Annie che gira per il mondo senza un attimo di riposo, sembrano una massa indistinta di zombie, decerebrati ma felici.

Alcuni fatti, tra cui un incidente che non mi spiego in cui Mae rischia di perdere la vita, portano la nostra protagonista a salire rapidamente nella considerazione di Bailey, portandola a diventare il testimonial planetario di The circle. Nel contempo, Mae ha anche a che fare con Ty, che le rivela le sue perplessità. In più, succedono altre cose che coinvolgono i genitori di Mae, Mercer e Annie che dovrebbero mettere dei dubbi in Mae sul suo lavoro. Sembriamo diretti verso una catastrofe totale, però verremo salvati da un improbabile, e poco definito, finale.

Nonostante alcune aree oscure, il film mi è abbastanza piaciuto. Sicuramente è buona la storia originale, basata sul romanzo omonimo di Dave Eggers, ottimo il cast, almeno nella mezza dozzina di ruoli principali. Qualche dubbio ce l'ho nella sceneggiatura e regia di James Ponsoldt. In particolare il lieto fine, che diverge nettamente dai toni distopici dell'originale, suona falso, attaccaticcio e irrisolto. Ma forse Ponsoldt ne è almeno parzialmente incolpevole, se è stato imposto dalla produzione che temeva l'assenza di un happy ending. Lo sviluppo però è tutto poco chiaro, spesso non ho capito cosa muove Mae, ma più che una legittima incapacità del carattere di predere decisioni in un contesto più grande di lei, ho avuto l'impressione che Ponsoldt non sapesse bene in che direzione fare andare la storia.

Ne sconsiglierei comunque la visione ad alcune categorie. In primis, a chi non piace Emma Watson. Dietro di me al cinema avevo un rappresentante di questo gruppo che si è più volte lagnato rumorosamente di lei, in quanto, secondo lui, non faceva altro che riproporre il personaggio harrypottesco di Hermione. La Watson è praticamente sempre sullo schermo. Se non vi piace, evitate la pellicola.

Anche i fanboy di Steve Jobs, o dei marchi a cui, volenti o nolenti, si allude, potrebbero non gradire la critica. In più, per il nostro mercato, gli entusiasti del movimento cinque stelle potrebbero restarci male nel vedere come un autore del tutto estraneo alla nostra realtà abbia percepito e ben rappresentato il pericolo di una oscura commistione tra web e politica.

Di materiale per fare un opera pungente ce n'è in abbondanza. Peccato che non si sia osato spingersi in nessuna delle direzioni appena sfiorate. Ne sarebbe potuto venire fuori qualcosa di molto più interessante. La cosa buffa è che quello che forse è lo scambio di battute più memorabile del film è qualcosa come "Cos'è che temi di più?" "Il potenziale inespresso".

(*) Nei titoli di coda gli viene dedicato il film, che è stato il suo ultimo.
(**) La storia è ambientata negli USA, e la nostra sanità pubblica, al confronto, è paradisiaca.
(***) Il che fa pensare che l'influenza di Annie abbia pesato sul giudizio finale. Il ruolo di Annie non è chiarissimo, ma di sicuro sta ai piani alti di The circle.
(°) Che include anche l'estensione della sua copertura sanitaria alla famiglia.

Ghost in the shell

Basato sul manga di Masamune Shirow che ha dato origine ad universo cyberpunk giapponese con ramificazioni un po' su tutti i media. L'idea della produzione (*) era evidentemente quella di creare un franchise alla X-Men / Wolwerine ma qualcosa sembra essere andato storto, e i bassi incassi americani sembrano aver già decretato la fine subitanea della serie.

La storia del maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) ricorda un po' quella di RoboCop, incrociata influenze da Total recall. Causa qualcosa che lei non ricorda, solo il suo cervello si è salvato, che è stato inserito dalla Hanka Robotics in un corpicino niente male ma interamente bionico. Do ut des, in cambio della sopravvivenza viene convertita in arma letale, parte di una squadra di polizia molto particolare al comando di Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano). In genere agisce in coppia con Batou (Pilou Asbæk), gli altri elementi, pur sembrando anch'essi tipacci poco raccomandabili, restano sullo sfondo.

L'azione vera e propria inizia quando una organizzazione segreta, che pare essere capitanata da tal Kuze (Michael Pitt), si mette ad ammazzare scienziati della Hanka. E si limitassero a questo. Sfruttando l'intreccio sempre più stretto tra componenti biologiche e informatiche, costoro fanno del vero e proprio hackeraggio che incide anche sulla componente umana delle loro vittime.

La faccenda si inspessisce ancor di più quando rischia la vita la dottoressa Ouelet (Juliette Binoche) che è un po' la mamma del Maggiore, con tutte le implicazioni e complicazioni di tale rapporto. E poi le cose diventano ancor più intricate.

La regia di Rupert Sanders, pur non essendo molto personale non è disprezzabile. Evidenti, e probabilmente ineludibili, i riferimenti a un gran numero di altre pellicole del genere, a partire da Blade runner per le atmosfere futuristico-decadenti. Più complicata la relazione con Matrix, che è a sua volta inspirato dal manga di partenza, e che quindi non si capisce bene chi citi chi.

Polemiche a mio avviso poco sensate sono state fatte sulla occidentalizzazione della storia, in particolare per quanto riguarda la Johansson, che pure ha un pedigree tale da giustificare appieno la sua scelta come protagonista. Vero che fa un po' strano vedere il solo Kitano (**) rappresentare il sol levante tra i protagonisti, e ancora più che sia l'unico a parlare in giapponese. A questo punto sarebbe stato più simpatico se ci fosse stato un magma linguistico, che però sarebbe stato un incubo per lo spettatore.

Ovvia anche la semplificazione della trama, che da una originale meditazione sui problemi di accettare la fusione tra carne e metallo, e l'interazione tra individui così diversi anche strutturalmente, verte qui più sul tema dell'identità. Siamo più quello che facciamo o quello che la nostra storia ci porta ad essere? Più semplice, sì, ma certo non banale.

Avrei preferito un maggior approfondimento sui personaggi, che tendono ad essere rappresentati bidimensionalmente. Il tempo necessario lo avrei preso dagli scontri a fuoco, fatti anche bene, ma poco interessanti.

(*) Al cui centro sta la DreamWorks.
(**) E comunque il grande vecchio Beat regge benissimo la baracca, anche con i pochi minuti effettivi a disposizione.

The walk

Adattamento di Robert Zemeckis della biografia di Philippe Petit, centrata sulla quella che è forse la sua esibizione più famosa, ovvero la passeggiata su di un cavo teso alla sommità delle torri gemelle a New York.

Chi fosse interessato ad una narrazione più aderente ai fatti dovrebbe leggere il libro dello stesso Petit, che è alla base delle sceneggiatura, o magari il documentario di James Marsh se interessati solo all'evento clou. Qui siamo nel regno dell'intrattenimento, e ogni licenza è lecita per ottenere lo scopo di Zemeckis. Anche se devo ammettere non mi sia chiarissimo quale sia. A tratti mi è sembrato evidente che Zemeckis voglia tirare un parallelo tra la carriera di Petit e la sua. Le capacità fisiche di illusionista-fantasista-giocoliere-acrobata del francese si rispecchiano in quelle virtuali dell'americano che, come suo solito, mi lascia a bocca aperta con i suoi piani sequenza impossibili e gli effetti speciali che sembrano più veri del vero. Il finale però non mi quadra, quasi che Zemeckis non abbia saputo come trovare una chiusa decente al racconto.

La storia è narrata in un lungo flash-back dallo stesso Petit (Joseph Gordon-Levitt) che ci porta per mano per la sua vita facendoci assistere alle sue esibizioni parigine come artista di strada, fino al momento in cui, letto casualmente un articolo sulla costruzione dei due grattacieli, abbia deciso di consacrare la sua vita all'impresa di cui sopra. Per far ciò, deve compiere una serie di passi preparatori, il primo del quale consiste nell'inghiottire il suo orgoglio da ribelle e convincere Papa Rudy (Ben Kingsley) a rivelargli i segreti del mestiere.

Questa prima parte è narrata con toni favolistici alla Amélie Poulain/Hugo Cabret che, pur facendo probabilmente poca giustizia alla realtà dei fatti, mi hanno molto divertito.

Stacco deciso, si passa l'Oceano e il film diventa un heist movie, sempre molto divertito, una cosa tipo Ocean's eleven, ma un pochino meno divertente. Petit, con la sua strana banda di accoliti franco-americani che ha raccolto sul suo percorso, parte all'azione. Con gran difficoltà prepara il cavo e, nonostante la canonica serie di traversie, riesce nell'impresa.

Curiosamente la passeggiata, che dovrebbe essere la parte mozzafiato del racconto, non mi ha convinto. Non dico mi abbia annoiato, ma non ci ho trovato un gran interesse. Forse l'avrei apprezzata di più se fosse stata narrata in modo diverso, se invece di seguire gli aspetti esteriori, fosse stata utilizzata per farci capire qualcosa di più di Petit, se fosse arrivata la risposta alla domanda iniziale, "perché?", che invece resta appesa al filo.

Peggio ancora il finale, che mi ha proprio rattristato. Zemeckis ci fa raccontare dal suo Petit che, dopo aver fatto questa traversata nel vuoto, fondamentalmente si è ritrovato lui stesso vuoto. Resta a New York, lascia andar via la donna che l'ha seguito e incoraggiato (Charlotte Le Bon), senza che si spieghi neanche bene il perché, e sembra che non faccia più nulla, se non baloccarsi col ricordo di quella camminata.

Non è che io riesca a immaginarmi un finale migliore di questa storia. Petit che fa altre sue folli camminate clandestine? Bah, non aggiunge molto. Ho avuto un flash mentre seguivo con poca gioia Petit che andava avanti e indietro sul filo, non potendo scendere senza consegnarsi alla polizia. Mi è venuto in mente Miracolo a Milano (1951) e, per un secondo, mi sono visto Petit fare un inchino salutare tutti quanti e volarsene via in cielo. Ma sarebbe davvero stato un altro film.

Oceania

Tempo fa, da qualche parte in Polinesia, una dolce bimbetta che si chiamerebbe Moana ma a noi è nota col nome di Vaiana, viene plagiata dalla nonna che la convince, a suon di racconti mitologici, che lei abbia l'Oceano dalla sua parte e sia chiamata a compiere una missione impossibile lontano dalla sua isola natia, con lo scopo di salvare l'umanità. D'altro canto il padre, capo del villaggio, ha, causa un trauma di gioventù che ci verrà svelato più avanti, una profonda avversione nei confronti dell'Oceano e fa tutto perché la figlioletta non lasci mai la terraferma.

Una misteriosa calamità spinge Moana-Vaiana a rompere gli indugi e partire, seguendo le ultime indicazioni della vecchia pazza, in direzione poco chiara alla ricerca di un semidio, tal Maui, che un millennio prima sarebbe stato la causa della catastrofe incombente. Inesplicabilmente, la vecchia aveva ragione. Moana trova Maui che, molto malvolentieri, si presta all'impresa.

Le traversie che seguono chiariscono particolari al contorno, e fanno sì che tutto finisca per il meglio.

Nella prima parte del film mi sono annoiato, causa svolgimento lento e scarso interesse nelle vicende dei personaggi principali. Meglio la seconda parte, quando si approfondisce la personalità di Maui e di tutto il resto che segue. La storia rimane stereotipata, ma diventa più interessante seguirne gli sviluppi.

In contrasto con il canone corrente delle animazioni, questa volta la Walt Disney rinuncia quasi completamente a fornire un prodotto che sia fruibile a un pubblico di ogni età. Si punta tutto sull'animazione (*) e sulle canzoni, che, per quel che ho sentit,o sono meglio in originale ma sono comunque di alta qualità anche in italiano.

La sceneggiatura ha qualche spunto interessante per un pubblico più maturo, ma bisogna mettersi a cercarlo armati di buona volontà.

(*) Eccellente. I capelli, il mare, i movimenti degli umani. Tutto allo stato dell'arte.

Allied: Un'ombra nascosta

Nel 1942 Max Vatan (Brad Pitt), introverso contadinotto canadese, viene mandato in missione quasi-suicida a Casablanca allo scopo di uccidere il console tedesco in Marocco. Per compiere questa insensata azione deve fingere di essere il marito parigino di Marianne Beauséjour (Marion Cotillard) fascinosa resistente francese finita lì per sfuggire alle indagini della polizia militare tedesca dopo che la sua unità nella Francia occupata è stata annichilita.

Ufficialmente coppietta innamorata, in realtà sconosciuti che fanno il loro lavoro ben consci di avere una altissima possibilità di lasciarci le penne a breve, i due hanno una relazione complicata che poi però sfocia in un profondo amore. Sorprendentemente, l'azione funziona, e Max decide d'impeto di portare Marianne con sé nella relativamente meno pericolosa Inghilterra. I due si sposano e poco dopo nasce, sotto un bombardamento quasi d'ordinanza, la loro figlia.

Un anno dopo, i servizi segreti inglesi comunicano a Max che Marianne è una spia tedesca. Lui deve partecipare passivamente ad una trappola per confermare definitivamente la cosa e ucciderla. Altrimenti entrambi verranno uccisi.

Max è convinto che si tratti di un errore. In subordine potrebbe anche essere una verifica sul suo conto, per accertarsi di quanto sia affidabile prima di dargli un compito estremamente delicato. Oppure Marianne potrebbe essere davvero una spia.

Interessante il lavoro alla regia di Robert Zemeckis che mescola la sua consueta capacità nel gestire scene di notevole complessità tecnica, facendole peraltro sembrare assolutamente naturali, ad un gusto nel nuovere la macchina da presa che mi ha ricordato molto i classici del dopoguerra. Ad esempio certe inquadrature e zoom su alcuni particolari mi hanno fatto pensare a Hitchcock, e il racconto visuale della Casablanca nella seconda guerra mondiale non può che riportare alla memoria il capolavoro di Michael Curtiz. Molto bella la ricostruzione d'epoca. Molto bravi gli attori, in particolare la Cotillard.

Non mi ha convinto appieno la sceneggiatura di Steven Knight, che pure ha nel suo bagaglio cose ragguardevoli come La promessa dell'assassino (2007) di David Cronenberg. In particolare, non riesco trovare un senso, in qualunque modo la guardi, per le circostanze della missione a Casablanca. Né per gli alleati né per l'asse.

Le due ore di azione filano via bene, anzi, il finale m'è sembrato persino tirato via, ridotto ai minimi termini proprio per non rischiare di sforare troppo con i tempi.

Arthur e il popolo dei Minimei

Primo film della trilogia tratta dalla serie fantasy quasi omonima (*) scritta da Luc Besson su idea di Céline Garcia. Besson stesso ha curato il passaggio al cinema della storia.

Combinazione di live-action e animazione in cui la prima ricorda molto un film Disney anni sessanta, tipo Un maggiolino tutto matto (**), la seconda, invero non completamente riuscita, è completamente folle, con riferimenti temporali mescolati che creano un curioso effetto di spiazzamento.

Si narra di un ragazzetto (Freddie Highmore) che, nell'intento di salvare la proprietà dei nonni dallo sfratto, parte alla ricerca del nonno che scopre essere in giardino, rimpicciolito al fino di andare a far visita al microbico popolo dei Minimei che lì si trovano per motivi troppo lunghi da spiegare.

Lascia così la nonna (Mia Farrow) senza spiegare bene la situazione e si fionda in una inesplicabile avventura nel corso della quale dovrà sconfiggere il perfido Maltazard e si innamorerà della bella, per quanto di carattere difficile, principessa Selenia.

Pur essendo una produzione francese, mira molto al mercato americano in particolare e di lingua inglese in generale. Io l'ho visto in italiano, e così non ho potuto sentire la voce del David Bowie che doppia il cattivo (***), Madonna come Selenia (°), e poi David Suchet (narratore), Harvey Keitel, Robert De Niro, Chazz Palminteri, Snoop Dogg, eccetera.

(*) In quattro volumi. I primi due concorrono a formare la sceneggiatura di questo episodio cinematografico.
(**) L'ambientazione è proprio anni sessanta nel New England americano. Il buffo è che sembra davvero girato in quel periodo.
(***) Scelta che deve essere stata compiuta in fase di pre-produzione, visto che Maltazard assomiglia al Duca Bianco.
(°) Come dicevo, il mondo dei Minimei è tutto strano. Selenia ha mille anni locali, che corrispondono a dieci anni nostri, ma ha una maturità e una voce di una donna non più giovanissima.

Doctor Who 10.0 Speciale di Natale: The return of Doctor Mysterio

Puntata anomala della serie, anche considerando che si tratta dello speciale natalizio di una serie che fa delle anomalie uno dei suoi tratti distintivi. Più che essere una storia del Dottore (Peter Capaldi), è quella di Grant Gordon (Justin Chatwin), un giovanotto newyorkese cresciuto a pane e fumetti di supereroi che ha avuto la (s)fortuna di incontrare, quand'era ancora un bimbo, il Dottore.

Lo strano incontro, avvenuto una notte di Natale, lo ha trasformato in un supereroe, The Ghost, una specie di incrocio tra Superman e Spider-man, ma addirittura più timido e imbranato di Clark Kent e Peter Parker quando non veste gli abiti da lavoro.

Sono passati più di due dozzine di anni da quella fatidica notte, che per il Dottore è stata contemporaneamente una sola notte e ventiquattro anni, come spiegato nello speciale natalizio dell'anno scorso, e chi ne abbia seguito lo svolgimento, capirà che il suo umore non sia dei migliori. A fargli da companion è l'improbabile Nardole (Matt Lucas), nell'attesa che spunti un sostituto (*) della insostituibile "impossible girl" Clara. La parte principale femminile nella puntata è affidata a Charity Wakefield che interpreta Lucy Fletcher, giornalista investigativa ambita da Grant.

La minaccia alla Terra è piuttosto fiacca, i cattivi sono una new entry, che hanno forma di cervello e che amano sostituirsi ad altre specie per conquistare i loro pianeti.

(*) Basta vedere qualche trailer della stagione per sapere che si tratta di una sostituta, e che arriverà presto.

Rapunzel - L'intreccio della torre

Nel mondo della grafica computerizzata gli anni passano rapidi e impietosi. In un lustro la percezione dell'animazione di questo classico Disney (*) mi è passata da un buon livello di soddisfazione ad un odierno velato malcontento in certi passaggi in cui non ho potuto fare a meno di sollevare un sopracciglio, notando una non ben riuscita integrazione tra diversi elementi presentati sullo schermo.

La storia è basata sulla favola raccolta dai fratelli Grimm, da noi nota come Raperonzolo o Prezzemolina, che però è stata pesantemente adattata anche per farla rientrare nei canoni disneyani del tempo andato, con una netta contrapposizione tra i buoni e i cattivi, anche se questo vale solo per i personaggi principali, mentre al contorno si agitano parecchi personaggi che passano dalle schiere del male a quelle del bene.

La super cattiva della storia è Madre Gothel, una strega che assomiglia stranamente a Susan Sarandon (**), non sembra avere grandi capacità magiche ma conosce il modo di sfruttare la magia di un certo raro fiore. Per motivi che non sto a raccontare, questi poteri passano ad una bimbetta, Rapunzel, per l'appunto, che diventa perciò necessaria alla Gothel.

Segue intricata storia (***) in cui Rapunzel cerca di tornare dai suoi veri genitori, anche se per quasi tutto il tempo lei è convinta di essere figlia di Gothel, l'avventuriero Flynn Rider cerca di riprendersi una corona rubata ai genitori di Rapunzel, ma per far questo deve aiutare la stessa Rapunzel a fare un viaggio, un cavallo sapiente, Maximus, cerca di assicurare Flynn Rider alla giustizia, eccetera.

(*) Cinquantesimo della lista. Un periodo di fiacca, preceduto com'è da La principessa e il ranocchio (2009) e seguito da Winnie the Pooh (2011).
(**) Forse l'idea era farla doppiare da lei? Forse è un omaggio a qualche suo ruolo del passato? Forse stava antipatica a qualche disegnatore?
(***) Tangled è per l'appunto il titolo originale.

Ritorno alla vita

Inesplicabile titolo italiano che adatta un curioso Every thing will be fine (*) che forse ha lo scopo di rassicurare lo spettatore, che per gran parte del tempo si deve misurare con una storia (Bjørn Olaf Johannessen) che non si è ben sicuri dove stia andando a parare.

Si narra di uno scrittore, tal Tomas Eldan (James Franco), che sembra essere sin dall'inizio piuttosto depresso e con notevoli difficoltà nell'interagire con altre persone. Risolverà (forse) i suoi problemi proprio nelle ultime battute, e quindi noi ci dobbiamo preparare a sorbire le peripezie di una persona che usa come mezzo espressivo principale la scrittura. La regia (Wim Wenders) è molto intensa, e l'uso del 3D, in particolare nel finale, dove viene usato per darci un idea di quello che può essere il cambiamento del modo di vedere di chi riesce a liberarsi di un qualcosa che lo divora da dentro, è di una maestria che pochi possono vantare.

La meccanica dello svolgimento dei fatti mi ha inizialmente creato un collegamento a Rabbit hole (2010) ma le somiglianze sono superficiali. Più avanti nella visione ho pensato a
Molto forte, incredibilmente vicino (2011) di di Stephen Daldry, e qui direi che il double bill ci starebbe meglio. Anche se non so chi se la sentirebbe di affrontarlo.

Inizialmente Tomas sta con Sara (Rachel McAdams), lui è estremamente chiuso, lei, probabilmente per reazione, estremamente petulante, al punto da essere la inconsapevole scintilla che causerà una catastrofe. Questa porterà al definitivo allontanamento, ma dopo uno snervante tira e molla, della coppia, e un irrisolto avvicinamento di Tomas a Kate (Charlotte Gainsbourg) e al di lei figlio, Christopher. Passano gli anni, Tomas mantiene il suo difficile carattere, forse causato da una pesante situazione familiare, ne abbiamo qualche cenno per mezzo di quello che sentiamo dire dal padre di Tomas (Patrick Bauchau), nonostante questo riesce a costruirsi un nuovo rapporto con la bella Ann (Marie-Josée Croze) che porta in dote una simpatica figlia (Julia Sarah Stone).

Ma anche con questa nuova famiglia, le cose per Tomas non sembrano andare bene. Ann resta molto perplessa nel vedere come Tomas non riesca ad empatizzare con gli altri in una situazione drammatica, e Tomas non capisce il suo sconcerto, anche perché lui si è comportato in modo esemplare, forse anche salvando una vita. Vediamo ancora come Tomas non riesca proprio a capire quanto male abbia fatto a Sara, che reincontra molti anni dopo la loro rottura, e gli schiaffi (**) che lei gli appioppa lo colgono così di sorpresa da risultare quasi un siparietto comico.

Fortuna vuole che nel frattempo Christopher è cresciuto, e ha una scontrosa e difficile interazione con Tomas. Sembrerebbe quasi che questo episodio spinga la storia nella direzione della tragedia ma, poi, chissà come mai, va tutto bene.

(*) Andrà tutto bene. Ma Every thing dovrebbe essere Everything. Perché diamine spezzarlo in due?
(**) Invero meritati.

Whiskey Tango Foxtrot

Kim Baker (Tina Fey) ha un oscuro lavoretto in una televisione americana a New York, uno sfuggente fidanzato e, quel che è peggio, sembra ormai rassegnata a quella vita. Capita però la guerra in Afghanistan, anche la sua rete deve coprire le notizie con una reporter sul posto e nessuno ci vuole andare. Dopo breve meditazione, decide di prendere l'occasione e vedere cosa le riserva.

L'impatto con la realtà è al limite del catastrofico, con tutto quel che si può immaginare che capiti a dei civili scaraventati in una zona di guerra (*), ma vediamo che Kim, da buon essere umano, si adatta rapidamente alla situazione e finisce per trovare un suo equilibrio. Al punto che l'assegnamento, che doveva essere limitato a tre mesi, sembra estendersi indefinitamente.

Ci sarà però un'altra scena chiave, in cui l'interprete di Kim (Christopher Abbott) le dice, senza girarci troppo attorno, che lei si è evidentemente presa una dipendenza da vita pericolosa (**). Per sua fortuna, lei ci pensa, elabora, comprende e decide di tornare a qualcosa di meno irragionevole.

Pur essendo diretto dal dinamico duo costituito da Glenn Ficarra e John Requa, questo andrebbe considerato a tutti gli effetti un film della Fey, che non solo interpreta la protagonista assoluta (***) ma è anche produttrice. E la sceneggiatura è scritta da un suo fedelissimo, Robert Carlock. E in effetti la distanza da altre cose di Ficarra & Requa (°) è sostanziale. In negativo manca di consistenza, come se la produzione fosse stata indecisa sull'indirizzo da prendere, ci sono momenti in cui sembra di andare verso Animal house (1978) di John Landis, vedasi anche l'indirizzo che non è altro che la sigla WTF (°°) riportata usando lo spelling militare. In positivo c'è una storia interessante, in cui vediamo il punto di vista di una donna in un ambiente che di femminile ha poco. Si impone il confronto con Zero dark thirty (2012) della Bigelow. Là la protagonista arrivava a negare la sua femminilità (°°°) allo scopo di raggiungere l'obiettivo che si era prefissa. Qui Kim non rinnega il suo essere donna, il che la porterà anche a risolvere un piccolo mistero la cui soluzione era preclusa ai maschi.

Tra i comprimari, Margot Robbie è la giornalista di guerra che mostra un lato più mascolino nell'affrontare le situazioni; Martin Freeman il giornalista freelance scozzese (Iain) che parte malissimo, sembra cambiare, poi ricade e infine chissà. Tra Iain e Kim vediamo il prologo di una scena di sesso tra le più divertenti che io mi ricordi. Alfred Molina è un politico afgano in crescita che ha una attrazione per Kim; e Billy Bob Thornton è un memorabile generale dall'eloquio molto fiorito.

(*) Vedasi MASH (1970), modello ineludibile per film di questo genere.
(**) Mi è venuto naturale citare Un anno vissuto pericolosamente (1982) di Peter Weir.
(***) Al resto del cast, che pure funziona molto bene, restano solo le briciole, e praticamente nessun altro ha la possibilità di dare un rilievo al suo personaggio.
(°) Crazy, stupid, love (2011), ad esempio.
(°°) What The Fuck.
(°°°) Definendosi con orgoglio motherfucker.

Pets - Vita da animali

In attesa della prossima puntata della saga dei Minion (*), la Illumination Entertainment (**) ci prova con qualcosa di diverso, mantenendo lo stile della casa. Alla regia Chris Renaud è affiancato da Yarrow Cheney, che è di famiglia sin dagli inizi, e vanta anche una partecipazione come semplice disegnatore a Il gigante di ferro (1999). Sembra che il successo sia stato sufficiente da permettere di pensare già al sequel, che dovrebbe arrivare nel 2018.

Come si usa nelle animazioni moderne, la storia può essere letta a più livelli, in modo da soddisfare le esigenze del pubblico di un po' tutte le età. Al livello di base, possiamo leggerla come un buddy movie classico, in cui i due protagonisti, diversissimi, vengono costretti a unire le loro forze per uscire da una situazione molto complicata.

Facciamo così una rapida conoscenza di Katie, una giovane newyorkese che vive a Manhattan con la sola compagnia di Max, cagnetto di cui seguiamo prevalentemente il punto di vista nella narrazione. Un bel giorno, Katie torna a casa con un gigantesco cane, Duke. I due non vanno per niente d'accordo, e tentano di farsi le scarpe a vicenda. L'incontro con una banda di animali abbandonati dai proprietari, che vivono nei sotterranei della città, movimenta ancor di più l'azione.

(*) Tecnicamente, sarebbe la saga di Gru, protagonista di Cattivissimo me (2010), e del sequel (2013), ma i Minion, che sono stati protagonisti assoluti nel prequel Minions (2015) gli hanno rubato la scena. Despicable me 3 al momento risulta in pre-produzione.
(**) Con dietro la Universal Pictures a garantire gli immani costi di produzione e il necessario peso nella distribuzione.

Qualcosa di nuovo

Luca (Eduardo Valdarnini) sta per compiere vent'anni e sembra che la sua vita stia prendendo una brutta direzione. Una madre contemporaneamente soffocante e distratta, una fidanzatina decisa ma sa nemmeno bene lei a cosa, un padre assente e forse altri problemi che non ci sono ben presentati, lo stanno spingendo verso un probabile disdegno del genere femminile e una incapacità relazionale con ogni essere vivente. Non fosse che per sua (opinabile) fortuna incontra due amiche sulla quarantina, pazze scatenate, Lucia (Paola Cortellesi) e Maria (Micaela Ramazzotti).

Maria è una burina "un po' mignotta (*)", Lucia è una sofisticata "spadona" (**), le due si completano in un sistema abbastanza stabile. Entrambe divorziate, Maria eternamente in caccia, Lucia sdegnosa, per un curioso equivoco finiscono per inglobare Luca, circuito da Maria in discoteca, che però scambia per Lucia. Il triangolo porta ad una evoluzione di ognuno degli elementi, con Maria che si sgrezza, Lucia lima i suoi spigoli, Luca guadagna un poco di maturità. Finale a mio avviso poco credibile e poco risolto in cui sembra che il terzetto trovi un nuovo equilibrio stabile.

La commedia è divertente e ben scritta (***), anche se mi sembra sbilanciata sul lato femminile della storia. Il personaggio di Luca mi pare presente per necessità dell'intreccio che per reale interesse dell'autrice. Ad esempio, la sua improvvisa maturazione nel finale non mi pare per niente realistica ma direi che serve solo per mostrare l'evoluzione del rapporto tra Maria e Lucia.

Difficile eludere il confronto con 20 anni di meno (°), che direi si conclude con un pareggio, anche se il francese mi pare realizzato meglio anche se paga una scrittura di qualità inferiore.

Altro confronto immediato è quello con La pazza gioia, grazie anche alla presenza della Ramazzotti in entrambe le pellicole, sempre in coppia con un'altra donna, sempre nel ruolo della greve proletaria. In questo caso a perdere è la Cortellesi, grazie alla superlativa prova di Valeria Bruni Tedeschi nel film di Virzì.

A proposito della Cortellesi, brava nel suo ruolo che però non ho potuto evitare di pensare a quanto sarebbe stato meglio se fosse stato adattato per e interpretato da Laura Morante (°°). Le sue capacità canore avrebbero potuto essere la chiave del suo uso, ma non mi sembrano siano state sfuttate a fondo. Se è vero che il suo personaggio è una cantante jazz, e la vediamo all'opera, i suoi numeri mi sono sembrati freddi, forse cantati in playback per semplificare le riprese.

(*) Secondo la definizione di Lucia.
(**) Che, nel gergo di Maria, mi sembra indichi una donna frigida.
(***) Basata su una pièce di Cristina Comencini, che lei stessa tradotto in sceneggiatura con l'apporto di sua figlia, Giulia Calenda, e di Paola Cortellesi.
(°) Lo stesso tema, relazione coguar-toyboy, elaborato in entrambi i casi secondo una prospettiva anomala. Stesso approccio alle complessità della psicologia femminile, qui esplicitata più direttamente con i due personaggi polarizzati in direzioni diverse, là con la protagonista che compie la transizione per conto suo.
(°°) Ad esempio in Ciliegine la Morante ha lo stesso problema di rigidità caratteriale della Lucia di questo film.

Rancho Notorious

Western a dir poco anomalo diretto con la consueta maestria da Fritz Lang e che è stato certamente tra le fonti di ispirazione per il Mel Brooks (*) di
Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) e forse anche tra quelle di Steve Martin + John Landis (**) per I tre amigos! (1986).

Un vaccaro del Wyoming, Vern Haskell (Arthur Kennedy), sta per sposare la sua bella. Un delinquente, Kinch (Lloyd Gough ***) la stupra e uccide. Vern la prende male e dedica il resto della sua vita a rintracciare il malfattore per vendicarsi. Dopo varie tribolazioni scopre che tale Altar Keane (Marlene Dietrich) potrebbe in qualche modo metterlo sulla strada giusta. Costei è una prostituta nota in tutto il West che ha abbandonato il lavoro per sopraggiunti limiti di età ed è sparita nel nulla. Vern riesce comunque a rintracciare Frenchy Fairmont (Mel Ferrer), accreditato per essere il suo ultimo amante, a sua volta sparito nel nulla, con un espediente, invero piuttosto rischioso, riesce a diventarne amico e in questo modo raggiungere il ranch del titolo (°).

Qui si scopre che Altar gestisce il rach come porto franco per delinquenti, dietro compenso del dieci percento dei loro bottini. Vern nota che ella sa, sia pure a sua insaputa, chi sia il delinquente che ha ucciso la sua bella, e quindi decide di circuirla al solo scopo di farsi dire il nome. Per far ciò deve però sconfiggere la concorrenza di Frenchy, che è noto per essere il più veloce pistolero del west, e la diffidenza dei vari brutti ceffi che girano da quelle parti. Ci riuscirà, ma la fine sarà tragica per tutti.

Interessante notare come, contrariamente allo stereotipo del genere, i rappresentanti della legge siano incapaci, pigri, o corrotti. A volte anche tutte e tre le cose assieme. L'unico che si mostra sufficientemente astuto da capire che c'è qualcosa di strano nel ranch di Altar non viene creduto dal suo capo.

Molto in parte la Dietrich, con fascino e decadenza che si alternano, un grande amore indeciso, e un inesplicabile accento tedesco del quale nessuno chiede nulla. Buona prova di Ferrer, pistolero apparentemente tagliato col falcetto ma pieno di dubbi e capace di rischiare la vita per prendere un profumo per la sua bella. Scarso Kennedy, poco credibile in un ruolo che dovrebbe essere reso con una sottigliezza di cui qui non sembra capace. Da notare che il suo personaggio dovrebbe essere molto più giovane di Ferrer, essendo invece di tre anni più vecchio.

(*) Il personaggio interpretato da Madeline Kahn viene certamente da qui.
(**) Non è certo l'unico western in cui alcuni esterni sono stati girati in teatro per risparmiare, ma in genere si tratta di prodotti di livello considerabilmente inferiore.
(***) Non appare nei credits ufficiali del film in quanto nel frattempo era stato inserito nella blacklist di attori sgraditi al governo. Due film usciti recentemente che narrano di quell'oscura epoca sono Trumbo e Ave, Cesare!.
(°) Che però nel film non si chiama Notorious bensì Chuck-a-Luck. Il titolo è infatti stato cambiato all'ultimo momento dalla distribuzione - si dice per diretto interessamento di Howard Hughes.

Poirot 4.3: Poirot non sbaglia

Cattiva idea, a mio modesto avviso, schierare questo adattamento del romanzo di Agatha Christie (*) subito dopo Delitto in cielo, con il quale condivide lo svolgimento a sorpresa, in cui solo nel lunghissimo spiegone finale ci viene presentato un particolare che rende comprensibile l'azione dell'omicida, e la presenza di un personaggio fondamentale che appare per gran parte del tempo sotto mentite spoglie.

La trama è qui molto più complicata, c'è un continuo entrare e uscire di scena di personaggi che agiscono senza che si abbia modo di approfondire il senso della loro presenza. La produzione si deve essere resa conto che se avessero mantenuto l'impostazione originaria, ci sarebbe stata una rivolta tra gli spettatori, e così ha lasciato che la sceneggiatura (Clive Exton) rivoluzionasse la struttura del racconto, aggiungendo un introduzione spuria che fa da gigantesco spoiler rendendo chiaro quello che altrimenti sarebbe impossibile da capire. Ci sono anche alcuni ritocchi, come la scomparsa di un personaggio secondario, il che semplifica la vicenda con gli effetti collaterali di alleggerire il tema politico, togliere spessore al personaggio interpretato da Sara Stewart e rendere meno antipatico quello di Christopher Eccleston.

Tutto sembra ruotare attorno al dentista di Poirot (David Suchet) che inopinatamente si suicida poco dopo aver lavorato sul suo spaventato cliente. O meglio, a Japp (Philip Jackson) sembra che sia un chiaro caso di suicidio, Poirot è meno convinto. Anche Japp inizia a dubitarne quando scopre che l'ultimo cliente (Kevork Malikyan) ad aver visto vivo il dentista muore anch'esso, e poi un'altra cliente scompare misteriosamente senza lasciar tracce.

Un importante banchiere, che ha pure un rilevante peso politico, potrebbe essere il vero bersaglio di questa moria, e questo mette in una luce sinistra un tipaccio (Eccleston) che fa il filo all'impiegata del dentista e che trova incongruamente lavoro come giardiniere del banchiere. Altre cose strane succedono a rendere apparentemente insensato tutto quanto, senonché alla fine si scopre che ...

(*) One, two, buckle my shoe, 1940. Il titolo riprende una filastrocca usata dai bambini per giocare a campana, o meglio ad una sua versione inglese. Simpatica l'idea di reiterarla nella colonna sonora, arrangiandola in svariati modi, alcuni dei quali degni di un film horror.

Poirot 4.2: Delitto in cielo

A mio gusto, meno riuscito del primo episodio di quest'annata (*), La serie infernale, e non tanto per colpa della sceneggiatura (**) quanto per la struttura del racconto originale di Agatha Christie (***) che segue il paradigma secondo il quale l'investigatore, che qui è ovviamente Hercule Poirot (David Suchet), scopre a nostra insaputa degli elementi fondamentali che ci verranno rivelati solo nello spiegone finale.

L'essenza della storia è semplice. In un volo tra Parigi e Londra, Madame Giselle (Eve Pearce), che campa facendo prestiti con tassi usurai, viene uccisa con del veleno. Poirot era seduto poco lontano ma, sfortunatamente, si era appisolato e corre pure il rischio di essere incriminato quando viene ritrovata una cerbottana sudamericana in un vano portaoggetti del suo sedile. In molti avrebbero motivi per volere una prematura dipartita della madama, tra cui il vero colpevole, del quale però scopriremo le ragioni solo nel finale.

Tra i punti di interesse c'è l'ambientazione parigina. Non si entra nei dettagli, sembra che Poirot si sia preso una vacanza, forse stufo di sentir parlare inglese. La produzione ne approfitta per far incontrare l'ispettore capo Japp (Philip Jackson) con un suo omologo francese della Sûreté, con qualche momento di comicità non disprezzabile.

(*) Composta da sole tre puntate, anche se tutte e tre sono doppie, per una durata di poco superiore ai cento minuti ognuna.
(**) William Humble è qui meno brillante di Clive Exton là, ma tutto sommato non fa un cattivo lavoro.
(***) Death in the clouds, 1935.

Elementary 1.21: Un fatto storico

Ridendo e scherzando, siamo arrivati alla fine della prima stagione. Abbiamo dunque un finalone diviso in quattro episodi. Un po' eccessivo, invero. Il punto chiave su cui è stata costruita la vicenda è che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ha lasciato Londra per Manhattan, New York in seguito ad una sua brutale sconfitta nei confronti di Moriarty, il quale ha ucciso, per motivi ignoti, Irene Adler, unico e insostituibile amore di Sherlock.

Gli interessi delinquenziali di Moriarty, però, fanno sì che le strade dei due si incontrino nuovamente. Sembra quasi che Moriarty sia a caccia di Holmes, cerchi lo scontro, volendo eliminarlo o essere dal consulting detective eliminato. In un episodio a metà serie Sherlock si è scontrato con M., che però non è Moriarty ma un suo scagnozzo, Sebastian Moran (Vinnie Jones), lo ha sconfitto, ma il brandello di verità che ne ha ricavato è stato ben poco consolante.

Dopo quell'episodio, mi sarei aspettato un fiero scontro tra i due avversari. Invece niente. Sembra che entrambi abbiano deciso di prendersi una lunga pausa di riflessione. Si riprende adesso, e solo perché Moran, dalla fondo della sua galera, intuisce che un tale, apparentemente morto per cause naturali, è stato eliminato da Moriarty. Avverte Holmes, e questi verifica (*) che si tratta effettivamente di un omicidio astutamente dissimulato usando tecniche fantascientifiche alla James Bond. Avendo capito il motivo che era dietro a questo assassinio, gli è facile capire chi sia la prossima vittima in lista, e riesce altrettanto facilmente a far cadere in una trappola quest'altro sodale di Moriarty, tal Daniel Gottlieb (F. Murray Abraham **), ennesimo psicopatico. Questo è un serial killer che, al contrario di Moran, ama uccidere la gente facendo pensare che si tratti di cause naturali o incidenti casuali.

Moriarty non sembra particolarmente addolorato dalla sconfitta. Anzi, usa il telefono di Gottlieb, ora in possesso di Holmes, per contattarlo e chiedergli di fare un lavoretto per conto suo. Di cui si parlerà nella prossima puntata.

(*) Grazie alle conoscenze chirurgiche di Watson (Lucy Liu), che ha perciò una certa necessità di essere in questo episodio.
(**) Nientemeno.

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

Rivisto in memoria di Gene Wilder, che lo ha scritto, diretto e interpretato nel ruolo del titolo (*).

Sherlock Holmes (Douglas Wilmer) ha per le mani due casi, che decide di rivedere rapidamente con il dottor Watson (Thorley Walters) a uso e consumo di uno sgherro del professor Moriarty che pensa di spiarlo a sua insaputa. Una ambigua attrice di operetta, che dice di essere Bessie Bellwood (Madeline Kahn), ha chiesto il suo aiuto in seguito ad un ricatto che subisce per via di una lettera compromettente da lei scritta, e il ministro degli esteri ha subito il furto di un documento riservato, consegnatogli dalla regina Vittoria in persona, che, se reso pubblico potrebbe causare grosse grane, addirittura una guerra (**).

Sherlock decide di giocare il jolly, andandosene via in treno e passando entrambi i casi a Sigerson (Gene Wilder), suo fratello minore, di cui nemmeno Watson sapeva niente fino a quel momento (***). Cosa ne pensi Sigerson di Sherlock lo sappiamo subito, sia dal secondo, sia da lui medesimo, quando viene contattato dal sergente Orville Stanley Sacker (Marty Feldman) che fa da tramite tra i due fratelli. Sigerson storpia il nome del più famoso Holmes in Sheer Luck (°).

Sigerson è decisamente bizzarro ma ha anche capacità investigative che lo rendono degno del cognome che porta. Scopre infatti in un baleno che Bessie Bellwood, il cui vero nome è Jenny Hill, dice un cumulo di menzogne, anche senza volerlo. E scopre anche il modo, ben poco ortodosso, per convincerla a dire, almeno parzialmente la verità.

Anche se in questa versione Moriarty (Leo McKern) non merita appieno la sua qualifica di professore, è comunque un avversario pericoloso. Anzi, a ben vedere è molto pericoloso anche averlo dalla propria parte. Anche perché ha una strana compulsione che lo porta a commettere atti riprovevoli con una frequenza molto elevata.

Al centro dell'intrigo si trova tal Eduardo Gambetti (Dom DeLuise), cantante lirico italiano completamente pazzo, che ha tradotto e adattato Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi (°°). Infatti è proprio costui che ha ricattato Jenny, con lo scopo di farle rubare il documento al ministro, perché poi lui lo possa rivendere a Moriarty.

L'idea alla base della storia non è malvagia, e svariate scene sono divertenti, altre sono meno riuscite. Da notare come il nucleo del cast venga direttamente da Frankenstein Junior (1974). Manca Mel Brooks, che forse sarebbe riuscito a dare una maggior coerenza alla materia. Pare che Wilder gli avesse proposto la regia, ma che lui abbia declinato.

(*) The adventure of Sherlock Holmes' smarter brother.
(**) Entrambi topoi sia nei racconti di Conan Doyle, sia in tutta la letteratura investigativa che ne è seguita.
(***) Dettaglio che fa capire come questo film sia stato visto e tenuto in considerazione dai creatori di Sherlock, vedasi L'ultimo giuramento dove Mycroft (Mark Gatiss) allude di sfuggita ad un terzo fratello, anche se non ne dice il nome e nemmeno se questo si reputi più intelligente di Sherlock.
(°) Fortuna Pura.
(°°) A rivoltarsi nella tomba sarà più il librettista Antonio Somma, che del resto già ai tempi non era rimasto contento delle modifiche che le varie censure aveva imposto al suo testo.