L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo

Lo sapevo ma non ci avevo mai pensato. In origine non c'era niente di eccessivamente strano nell'essere comunisti in America. Probabilmente non era una buona idea sbandierare questa opinione politica in un paesino della Bible belt, ma niente di paragonabile a quello che successe a partire dai tardi anni quaranta, per peggiorare nei primi anni cinquanta (*), lasciando un clima di sospetto che perdura, seppur molto più blandamente, anche ai giorni nostri.

Il film esamina il brusco cambiamento che avvenne praticamente da un giorno all'altro (**), seguendo la storia di un comunista molto visibile come Dalton Trumbo (Bryan Cranston). Costui era uno sceneggiatore di gran successo, con vent'anni di carriera alle spalle, che si trovò improvvisamente a doversi giustificare per le sue opinioni politiche, venendo tacciato di tradimento.

Pur non avendo fatto nulla di perseguibile a termini di legge, Trumbo, e chi non sentisse giusto rinnegare la propria coscienza, si fece un po' di galera, e si trovò poi nell'impossibilità di lavorare. Per un decennio riuscì a campare lavorando con nomi falsi, scrivendo film di serie Z sottopagati, e qualche volta anche roba buona, addirittura Vacanze romane (1953), che gli valse un primo Oscar per interposta persona, e poi un film a basso costo, La più grande corrida (1957), che gli portò un secondo Oscar (***) via pseudonimo. Ma quando poi Kirk Douglas (Dean O'Gorman) gli affidò la riscrittura della sceneggiatura al film a cui stava lavorando come protagonista e produttore, nientemeno che lo Spartacus (1960) diretto da Stanley Kubrick, e allo stesso tempo Otto Preminger (Christian Berkel) quella di Exodus, decise che era tempo di passare al contrattacco, e mostrare come la lista di proscrizione oltre a non aver senso non funzionasse nemmeno.

La sceneggiatura (John McNamara) cerca, e direi che riesce agevolmente, di non fare di Trumbo un martire, mostrando le sue contraddizioni, e non infierendo su chi si è trovato dall'altra parte della barricata. I numerosi personaggi al contorno offrono uno spaccato delle diverse posizioni, rendendo con sufficiente dettaglio la complessità della vicenda. Brava Diane Lane nella parte della moglie di Trumbo, a mostrare come lei fosse il necessario contrappeso ad una forza della natura che, in sua assenza, avrebbe potuto essere autodistruttiva. Michael Stuhlbarg interpreta Edward G. Robinson, attore democratico progressista, che sottovaluta le potenzialità della deriva maccartista, scoprendo troppo tardi quanto fosse pericolosa. I principali "cattivi", come spesso accade nel cinema americano, sono interpretati da stranieri, che non sono molti gli attori locali che se la sentono di sporcare loro immagine, così abbiamo che la perfida giornalista scandalistica Hedda Hopper è interpretata da Helen Mirren e lo sciocco iperconservatore John Wayne da David James Elliott. Bravo Louis C.K. nel ruolo di Arlen Hird, comunista puro e duro, che serve da contraltare a Trumbo, che ha una posizione meno definita, più compiacente, forse più teorica che pratica. Divertente John Goodman, trasbordante, pacchiano, eccessivo nel ruolo di Frank King, produttore di filmacci che non gli importa niente di chi scrive le sceneggiature, sia anche il diavolo in persona, basta che siano all'altezza delle sue scarse aspettative.

Non mi sarei aspettato di trovare alla regia Jay Roach, che vedo più a suo agio nella commedia grossolana, vedasi le sue due saghe di successo, quella di Austin Powers e quella dei Fokers (da noi tradotto come Fotter). Però non se l'è cavata male.

(*) Periodo noto come maccartismo, da Joseph McCarthy, senatore ottusamente anticomunista che fu il principale esponente di questa caccia alle streghe.
(**) All'origine di tutto ciò il cambiamento di equilibrio dovuto alla seconda guerra mondiale. USA e URSS si sono spartiti il mondo a Yalta, ponendo le basi per un duopolio che ha afflitto l'umanità per mezzo secolo.
(***) Tra i nominati quell'anno, citati anche nel film, Jean-Paul Sartre per Gli orgogliosi e Cesare Zavattini per Umberto D. - questo per dire che le scelte dell'Academy sono sempre state discutibili.

2 commenti:

  1. Da me non lo passano proprio... Peccato

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    1. Vedo che è stato distribuito con parsimonia. Solo in sei sale in tutta la Lombardia, ad esempio. Bryan Cranston ha una nomination pendente per gli Oscar. Nella remota possibilità di una sua vittoria, questo potrebbe rilanciare il film. (Io faccio il tifo per Fassbender in Steve Jobs, ma senza crederci poi tanto)

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