L'altro volto della speranza

Abbastanza simile al precedente lavoro di Aki Kaurismäki, Miracolo a Le Havre (2011), e sempre in linea con lo stile narrativo del film maker finlandese. Qui seguiamo le vicende in bilico tra farsa e tragedia di due personaggi principali, Wikström (Sakari Kuosmanen) e Khaled (Sherwan Haji).

Wikström è un finlandese in piena crisi matrimoniale e occupazionale, che decidere di risolvere abbandonando la sua signora e il suo lavoro, per tornare single e dedicarsi alla ristorazione, senza avere alcuna seppur minima esperienza a riguardo. Trovati fortunosamente i capitali, li investe in un terribile ristorantino sull'orlo della catastrofe.

Khaled in Finlandia c'è arrivato per caso, scappato dalla Siria in guerra con la sorella, diviso da lei in un passaggio di frontiera, ha vagabondato per l'Europa alla sua ricerca, finché la necessità di sfuggire ad un agguato lo ha portato su di una nave diretta ad Helsinki. Il suo tentativo di restare nella legalità dura poco, causa una burocrazia ottusa, e si ritrova sulla strada con ben poche possibilità di durare a lungo.

Le due storie si incrociano con esiti buffi e drammatici fino ad un sanguinoso lieto fine.

Ghost in the shell

Basato sul manga di Masamune Shirow che ha dato origine ad universo cyberpunk giapponese con ramificazioni un po' su tutti i media. L'idea della produzione (*) era evidentemente quella di creare un franchise alla X-Men / Wolwerine ma qualcosa sembra essere andato storto, e i bassi incassi americani sembrano aver già decretato la fine subitanea della serie.

La storia del maggiore Mira Killian (Scarlett Johansson) ricorda un po' quella di RoboCop, incrociata influenze da Total recall. Causa qualcosa che lei non ricorda, solo il suo cervello si è salvato, che è stato inserito dalla Hanka Robotics in un corpicino niente male ma interamente bionico. Do ut des, in cambio della sopravvivenza viene convertita in arma letale, parte di una squadra di polizia molto particolare al comando di Daisuke Aramaki (Takeshi Kitano). In genere agisce in coppia con Batou (Pilou Asbæk), gli altri elementi, pur sembrando anch'essi tipacci poco raccomandabili, restano sullo sfondo.

L'azione vera e propria inizia quando una organizzazione segreta, che pare essere capitanata da tal Kuze (Michael Pitt), si mette ad ammazzare scienziati della Hanka. E si limitassero a questo. Sfruttando l'intreccio sempre più stretto tra componenti biologiche e informatiche, costoro fanno del vero e proprio hackeraggio che incide anche sulla componente umana delle loro vittime.

La faccenda si inspessisce ancor di più quando rischia la vita la dottoressa Ouelet (Juliette Binoche) che è un po' la mamma del Maggiore, con tutte le implicazioni e complicazioni di tale rapporto. E poi le cose diventano ancor più intricate.

La regia di Rupert Sanders, pur non essendo molto personale non è disprezzabile. Evidenti, e probabilmente ineludibili, i riferimenti a un gran numero di altre pellicole del genere, a partire da Blade runner per le atmosfere futuristico-decadenti. Più complicata la relazione con Matrix, che è a sua volta inspirato dal manga di partenza, e che quindi non si capisce bene chi citi chi.

Polemiche a mio avviso poco sensate sono state fatte sulla occidentalizzazione della storia, in particolare per quanto riguarda la Johansson, che pure ha un pedigree tale da giustificare appieno la sua scelta come protagonista. Vero che fa un po' strano vedere il solo Kitano (**) rappresentare il sol levante tra i protagonisti, e ancora più che sia l'unico a parlare in giapponese. A questo punto sarebbe stato più simpatico se ci fosse stato un magma linguistico, che però sarebbe stato un incubo per lo spettatore.

Ovvia anche la semplificazione della trama, che da una originale meditazione sui problemi di accettare la fusione tra carne e metallo, e l'interazione tra individui così diversi anche strutturalmente, verte qui più sul tema dell'identità. Siamo più quello che facciamo o quello che la nostra storia ci porta ad essere? Più semplice, sì, ma certo non banale.

Avrei preferito un maggior approfondimento sui personaggi, che tendono ad essere rappresentati bidimensionalmente. Il tempo necessario lo avrei preso dagli scontri a fuoco, fatti anche bene, ma poco interessanti.

(*) Al cui centro sta la DreamWorks.
(**) E comunque il grande vecchio Beat regge benissimo la baracca, anche con i pochi minuti effettivi a disposizione.