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Ad ovest di Paperino

Marta (Athina Cenci) è una potenziale artista di poche speranze che odia, cordialmente ricambiata, tutti i suoi condomini, bimbi inclusi, e in subordine il resto della popolazione. Sandro (Alessandro Benvenuti) lavora in una radio libera, e passa la quasi totalità del suo tempo a fare grevi scherzi a chiunque, prendendosi pause per assumere droghe di vario tipo. Francesco (Francesco Nuti) è un disoccupato, angariato dalla madre, con gravi problemi nel relazionarsi con chiunque. I tre si incontrano casualmente, si stanno simpatici, e decidono di passare la giornata assieme, senza combinare niente di particolare.

La sceneggiatura è più che altro una scusa per mettere assieme sketch dei Giancattivi, alcuni più riusciti, altri meno. Il titolo assume un suo senso quando si sappia che Paperino è (anche) il nome di una frazione di Prato.

Star Trek II: L'ira di Khan

Abbandonati i sogni di grandezza del primo episodio, la saga continua con una confezione che ricorda più quella della serie televisiva. Il che risulta estremamente datata, sembra di vedere un film più vecchio di dieci anni, ma almeno è più in linea con le aspettative dei trekker.

Il metraggio è sempre imponente, ma scendiamo sotto le due ore, e meno tempo è concesso agli effetti visivi per il puro gusto di mostrare la NCC 1701 o panorami spaziali, e più allo sviluppo della storia. Che, in effetti, è piuttosto complessa.

Il tema indicato dal titolo è quello più appariscente ma, tutto sommato, il meno importante. Khan (Ricardo Montalban) è una specie di superuomo che l'equipaggio della Enterprise aveva incontrato nella prima stagione televisiva (Spazio profondo - Space seed). Costui, assieme ad altri umani "aumentati", era stato ibernato e sparato nello spazio un paio di secoli prima. Dopo un incontro-scontro col capitano Kirk (William Shatner) e la solita comitiva di viaggiatori galattici, vengono esiliati su di un pianeta disabitato.

Vengono qui ritrovati da Chekov (Walter Koenig) che, non si sa come mai, è passato ad un'altra nave, la Valiant, che sta cercando un pianeta adatto su cui provare il progetto del solito scienziato pazzo (ma buono), che in questo caso è una donna, Carol (Bibi Besch) che in passato ha avuto una relazione con Kirk, da cui ha avuto un figlio (Merritt Butrick), senza che il padre ne sappia nulla.

Khan è molto incavolato, visto che quello che sembrava un buon pianeta su cui venire abbandonati s'è trasformato rapidamente in una specie di inferno. Di tutto ciò lui dà la colpa a Kirk e, a ben vedere, è difficile dargli torto. Anche se la sua reazione è decisamente sopra le righe, prevedendo la morte di Kirk.

Altro punto chiave è come affrontare una situazione che non ha una via di uscita positiva. Noto anche come il test della Kobayashi Maru. Fino a questo punto la soluzione di Kirk era stata quella di non accettare una risposta negativa, arrivando pure ad imbrogliare (all'accademia) pur di ottenere il risultato voluto. Qui scoprirà che alle volte non è possibile seguire quella strategia.

Questa situazione limite è nientemeno che la morte di Spock (Leonard Nimoy), che è un colpo di scena oltraggioso per tutti i fan della serie. E infatti il terzo film della serie si intitola Alla ricerca di Spock (e sarà pure diretto da Nimoy).

Re per una notte

Il titolo italiano prende una battuta dal monologo del protagonista (Better to be king for a night than schmuck for a lifetime, tradotto malamente "in meglio re per una notte che buffone per tutta la vita", quando schmuck in realtà vuol dire qualcosa come fessacchiotto, essere inutile) forza l'interpretazione della storia verso una delle due possibili direzioni che è possibile dare al finale. Meglio dunque il più neutro originale, The king of comedy.

Martin Scorsese ci racconta la storia di Rupert Pupkin (Robert De Niro), un povero diavolo sulla trentina che si è messo in mente di fare lo stand-up comedian. Non sappiamo bene come gli sia nata l'idea, e nemmeno se abbia tentato approcci più convenzionali prima di giocare la carta dell'assalto diretto a Jerry Langford (Jerry Lewis), un tale che conduce uno di quei programmi come da noi è Che tempo che fa, che è per l'appunto ispirato ad un format che da decenni spopola negli USA, condotto da gente come David Letterman, Ed Sullivan, Jay Leno, eccetera.

A voler essere estremamente gentili, come comico Rupert non è niente di particolare, e non riesce ad attirare l'attenzione di Jerry e del suo entourage. Stabisce perciò una strana alleanza con un'altra sciroccata, Masha (Sandra Bernhard), innamorata cotta di Jerry, e decidono di rapire il disgraziato, ognuno per ottenere il proprio scopo.

Il precario equilibrio mentale di Rupert è reso da Scorsese mostrandoci le sue fantasie di gloria come se fossero realtà, e più di una volta sono rimasto indeciso per svariato tempo prima di decidere che livello di verità assegnare ad una particolare scena. Non è neanche ben chiaro cosa voglia davvero Rupert, la celebrità o l'amore della donna di cui è innamorato da tutta una vita (che detto, per inciso, è interpretato da Diahnne Abbott, ai tempi realmente moglie di De Niro)? O, forse ancora, semplicemente una via di fuga da una brutta vita.

Colonna sonora impreziosita da Wonderful remark di Van Morrison, che corre sui titoli di coda, scritta espressamente per il film.

Tra le bizzarre apparizioni nel film segnalo quella dei Clash, attorno alla mezz'ora, in atteggiamento derisorio nei confronti di Masha; la madre del regista, nel ruolo della madre di Rupert (solo voce); e di una sua figlia, Cathy, che chiede un autografo a Rupert in una delle sue fantasie.

Il mondo nuovo

Per François Mitterrand e, immagino, per molti altri francesi, uno tra i migliori film sulla rivoluzione francese è proprio questo, da loro è noto col titolo di La nuit de Varennes. Dunque come per la trilogia del dollaro, dove Sergio Leone è considerato maestro dello western, qui abbiamo Ettore Scola che mostra come il cinema italiano era (e secondo me sarebbe anche adesso) tranquillamente capace di sbancare in tutto il mondo.

L'episodio narrato è quello della tentata fuga di Luigi XVI e famiglia, bloccati a Varennes sulla strada per il confine. Come spesso accade nei film di Scola (sua la sceneggiatura non originale, in collaborazione con Sergio Amidei, altro personaggio mitologico del cinema italiano, al suo ultimo lavoro), la vicenda storica viene seguita lateralmente, e infatti il povero Michel Piccoli, che teoricamente intepreterebbe il personaggio principale (è lui il re) non è nemmeno citato nel cast, ha solo poche battute in una scena nel finale, in cui lo si vede dal ginocchio in giù.

Seguiamo invece le vicende di alcuni personaggi che più o meno casualmente finiscono per fare assieme parte dello stesso percorso, partendo da Parigi poche ore dopo la famiglia reale, e giungendo a Varennes giusto in tempo per assistere all'arresto. Una dama di compagnia della regina (una luminosa Hanna Schygulla) ha un misterioso incarico che consiste nel portare un pacco in località sconosciuta. Un gran ficcanaso, che risponde al pomposo nome di Nicolas Edmé Restif de la Bretonne, considerato oggi il padre della moderna pornografia, e che aveva uno stile di scrittura tale da poterlo considerare anche padre del giornalismo di inchiesta (interpretato da Jean-Louis Barrault), annusa la traccia e si lancia all'inseguimento (da notare che è sull'anzianotto spinto). Casualmente sulla carrozza si trovano anche il rivoluzionario americano Thomas Paine (Harvey Keitel), una cantante lirica italiana (Laura Betti), uno studente e altri personaggi meno interessanti. Inoltre, il de la Bretonne incapperà in nientemeno che Giacomo Casanova in disarmo e in incognito (Marcello Mastroianni, un nome una garanzia), attirandolo nella compagnia.

I diversi personaggi, ognuno con un suo proprio punto di vista, illuminerà la storia secondo una diversa prospettiva. Inoltre c'è un cameo di Jean-Louis Trintignant (è il candelaio di Varennes che si trova ad ospitare re e famiglia) e di Enzo Jannacci (è il guitto che racconta il film, in pratica una personificazione del regista).

Anche il cast tecnico è eccellente, bella la fotografia di Armando Nannuzzi, piacevole la colonna sonora di Armando Trovajoli (che include anche un accenno al Don Giovanni di Mozart canticchiato da Mastroianni e la Betti), scenografie di Dante Ferretti che, incrociate con i costumi di Gabriella Pescucci, danno un risultato affascinante.

Il film è dedicato a Sergio Amidei. Nel mio piccolo, dedico la visione a Jannacci e Trovajoli.

Amici miei atto II

Sette anni dopo, Mario Monicelli rimette assieme la vecchia banda di scapestrati e dà un seguito alle loro avventure. Visto che la prima parte terminava con la dipartita del Perozzi (Philippe Noiret) è gioco forza alternare zingarate nel presente storico del film con flash back che lo riportino in vita, anche se c'è da dire che l'attendibilità dei fatti narrati, e soprattutto della loro cronologia, sembra essere l'ultima delle preoccupazioni della sceneggiatura. Del resto abbiamo anche che il Necchi cambia misteriosamente la figura, mutando da Duilio Del Prete in Renzo Montagnani, e riprendendosi la voce che il Montagnani aveva prestato al Noiret nel doppiaggio italiano. Ma visto che le vicende sono narrate in prima persona dai protagonisti, e questi non brillano certo per affidabilità, aspettarsi un racconto coerente sarebbe veramente fuori luogo.

Sin dall'incipit si mette bene in chiaro che il pubblico di riferimento è quello che ha già conosce la storia (viene riproposta la mitica sessione di schiaffoni in stazione) e vuole qualche dettaglio aggiuntivo. E così viene mostrata un'altra disastrosa avventura sentimentale dell'architetto Melandri (Gastone Moschin), che questa volta cerca di circuire una prosperosa attivista cattolica (Domiziana Giordano al primo film), fallendo nell'opera a causa dell'alluvione di Firenze, nientemeno. Alluvione che causa anche la definitiva separazione del Perozzi dalla moglie, e nell'occasione ci viene spiegato anche il motivo del caratteraccio del Perozzino. Tra le zingarate più citate c'è quella in cui la brigata si presenta ad un serissimo concorso canoro con una canzonaccia da osteria (Nota ai cultori come "Ma vaffanzum"). Tra le guest star appaiono Alessandro Haber, nei panni di un vedovo inconsolabile che subisce uno scherzo atroce da parte del primario Sassaroli (Adolfo Celi) e Paolo Stoppa (in finale di carriera) che interpeta un antipaticissimo usuraio che ha preso di mira il conte Mascetti (Ugo Tognazzi). Solito spazio striminzito riservato alle donne, il Mascetti ha una moglie (Milena Vukotic) e una figlia che ricordano stranamente la famiglia di Fantozzi dall'episodio dell'80 ("contro tutti) in avanti. Ma d'altronde gli sceneggiatori sono sono quelli (a mettere la firma in entrambe le serie sono Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi) e la Vukotic ha il dono dell'ubiquità.

Delitto sotto il sole

È un giallo classico, basato su un racconto di Agatha Christie, non saprei quale, visto che non sono un lettore della giallista inglese, che segue la convenzione dell'astuto investigatore (qui Hercule Poirot intepretato da Peter Ustinov) a cui capita un complicato caso che riesce immancabilmente a risolvere, come si risolvono i giochi di società.

Nei gialli più moderni le cose diventano più complesse, e si può arrivare al paradosso del detective Smullo di Davide La Rosa che rimane serialmente implicato in casi che gli si ritorcono contro, ma qui possiamo cullarci nella certezza che nel lotto dei presenti ci sia il colpevole (o i colpevoli), e che Poirot finirà per scoprire la verità e uscire vincitore (e innocente).

Una leggera variazione consiste nel fatto che di morti ce ne sono due, e che per un lungo tratto sembrano fatti indipendenti ma (mi si perdoni il piccolo spoiler) è abbastanza naturale per lo spettatore intuire che la prima morte non sia altro che un indizio per arrivare a trovare il colpevole del caso principale.

La parte centrale è in pratica l'illustrazione del caso, con la presentazione di indizi e indiziati, fino ad arrivare allo spiegone finale in cui ci viene resa chiara la vicenda. Un piccolo brivido viene generato dalla mancanza di prove che sembra sminuire il risultato di Poirot, ma anche a questa impasse verrà brillantemente superata.

Un appassionato del genere potrà apprezzare meglio il film, da parte mia ho finito per interessarmi meno alla vicenda e seguire di più la recitazione del bel cast che, oltre a Ustinov, raccoglie una serie di bravi attori tra cui spiccano James Mason, Maggie Smith e Jane Birkin.

Regia non particolarmente incisiva di Guy Hamilton, più noto per i suoi 007.

Il mistero del cadavere scomparso

Dead men don't wear plaid, i morti non vestono in tweed, è il titolo originale, una frase che Marlowe ripeteva spesso al protagonista (Steve Martin, anche alla sceneggiatura), un investigatore privato che si può permettere di averlo come aiutante. Cosa diamine voglia mai dire, è il mistero principale del film.

Si tratta di una affettuosa presa in giro dei film hard boiled anni 40/50, girato come se fosse un B-movie del periodo. Regista, co-sceneggiatore, e nel ruolo del cattivo c'è Carl Rainer (papà di Rob). La dark lady che nella sequenza iniziale bussa alla porta a vetri dell'investigatore è Rachel Ward (subito prima degli Uccelli di rovo che segneranno irrimediabilmente la sua carriera). Ma quello che è letteralmente incredibile è il cast dei comprimari: Humphrey Bogart, Cary Grant, Ingrid Bergman, Veronica Lake, Burt Lancaster, Vincent Price, ... roba da perderci la testa.

Già, perché, con una dozzina di anni di anticipo su Forrest Gump, qui si fa ampio uso di spezzoni di film d'epoca, inserendoli nella bizzarra trama che camaleonticamente prende elementi dalle citazioni e li assorbe nella sua trama.

La storia è vicina alle tipiche vicende di quel periodo. L'investigatore, la bella, un'amore (forse) impossibile, un mistero, un complotto (in questo caso sono addirittura dei nazisti che cercano di rovesciare l'esito della guerra anni dopo la sua fine), e anche un viaggio in Sudamerica. Il tutto però rivisto con toni da commedia paradossale.

Risultato divertente, ma meglio se si hanno presente gli originali.

Sulle orme della pantera rosa

Solo per fan dell'ispettore Clouseau interpretato da Peter Sellers (ovvero l'unico Clouseau che valga la pena di vedere) in crisi di astinenza. In pratica si tratta di una collezione di spezzoni, alcuni dei quali qui visibili per la prima volta, e che danno un piccolo interesse storico alla pellicola.

Blake Edwards è un grande regista, l'ha dimostrato in svariate occasioni, ma spesso, beh, non aveva proprio voglia di lavorare.

Tron

Interessante come reperto storico, credo sia il primo caso di matrimonio tra videogiochi e cinematografia, ma francamente evitabile per lo spettatore medio.

Ai tempi gli effetti speciali dovevano apparire strepitosi, adesso lasciano perplessi. Ma il lato peggiore è rappresentato dalla storia, evidentemente Steven Lisberger, che l'ha scritto e diretto, non ne era molto interessato, e ha puntato tutto sull'uso della grafica computerizzata. In poche parole, un programmatore (Jeff Bridges) viene fagocitato da un computer. Per uscirne vivo dovrà combattere contro un programma maligno che vorrebbe addirittura assoggettare l'intera umanità.

Blade runner

Meglio vederlo nella versione 1992 (director's cut) o 2007 (final cut), buona anche la versione 1982 internazionale. Conviene invece evitare accuratamente la versione originale 1982 per il mercato americano, tagliata e "addomesticata" oltre ogni ragionevole limite. Il che ha portato, fra l'altro, ad un mediocre risultato commerciale per quello che nel corso degli anni si è dimostrato essere uno dei più importanti titoli del genere.

Basato su Do androids dream of electric sheep? di Philip K. Dick e sviluppato in modo originale, anche se sempre nel solco delle tematiche tipiche di Dick, racconta la storia di un gruppo di androidi (o replicanti) che, presa coscienza del loro essere, si ribellano al loro creatore, contestando il fatto che debbano morire. La narrazione viene fatta dal punto di vista di un bladerunner (soprannome affibbiato ai cacciatori di androidi) a cui è stato affibiato il compitoro di ritirarli (eufemismo per eliminarli).

Primo film americano di Ridley Scott (Alien è stato girato in UK), ha per protagonista Harrison Ford a suo agio nei panni del bladerunner, in quanto gli riesce bene interpetare quello che non capisce bene quello che accade. Memorabile l'interpretazione di Rutger Hauer nei panni del capo dei replicanti alla ricerca della impossibile salvezza; stracitate, solitamente a sproposito, le sue battute finali (Ho visto cose che voi umani ...).

Nella versione originale è appena accennato il sospetto che Ford sia in anch'egli un replicante ma che gliene manchi la consapevolezza, cosa che invece risulta quasi esplicita nel 1992, grazie ad aggiunte piccole ma molto significative.

Interessante la citazione, prettamente visuale, a Metropolis di Fritz Lang.