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Ombre rosse

Non mi stupisce che John Ford sia tra i registi del suo periodo più ammirati dai suoi colleghi. La scena dell'assalto indiano della diligenza, un tiro a sei lanciato a tutta velocità nel deserto, è un pezzo di maestria assoluta (*), senza nemmeno bisogno di star tanto a pensare come cavolo possono averla girata, con i mezzi a disposizione all'epoca. Notevoli anche le scene girate in interno, realizzate solitamente con minimi spostamenti di macchina, e a volte con un curioso indugiare a fine sequenza sul personaggio che in quel momento è sotto la lente (**), come se lo si volesse studiare anche fuori dall'azione.

Altro aspetto di assoluto rilievo, è la capacità di tenere assieme un cast composito, dove nessuno spicca, perché è l'interazione tra personaggi estremamente diversi a reggere il racconto. Pare infatti che Ford sia stato colpito proprio dall'idea di mettere un microcosmo dagli stridenti contrasti in un ambiente claustrofobico e tirare le corde degli accordi e contrasti. Meno interesse aveva trovato nel succo della storia breve, firmata da Ernest Haycox che, a dire il vero, non è tra le sue cose più riuscite. C'è da dire anche che il racconto è pesantemente ispirato da Palla di sego di Guy De Maupassant, trasposto da una guerra franco-prussiana al west, eliminandone quasi totalmente la graffiante polemica sociale e aggiungendovi un lieto fine ben poco convincente. La sceneggiatura di Dudley Nichols approfondisce meglio i caratteri, ma rende la storia più confusa, sia per adattarla al protagonista maschile, inesistente nel racconto originale, dal peso minimo nella versione di Haycox sia per gonfiare maggiormente l'happy end, a ulteriore scapito della credibilità della storia.

Una diligenza è in viaggio nel West, quando all'improvviso Geronimo diventa turbolento. Per motivi vari, il viaggio deve proseguire e, ognuno per il suo motivo, magari anche sottovalutando i pericoli, i passeggeri decidono anch'essi di continuare. Diverse le tensioni tra di loro, catalizzate in particolare su Dallas (Claire Trevor), prostituta che è costretta a cambiare paese, e su una signora di relativa alta classe che è in viaggio per raggiungere il marito, ufficiale dell'esercito. C'è poi un giocatore d'azzardo professionista (John Carradine) che intraprende il viaggio con l'idea di far da cavalier servente alla dama, e un medico ubriacone (Thomas Mitchell - premiato con l'Oscar per questa interpretazione), anch'egli imbarcato in quanto poco apprezzato in paese. Lo spazio sarebbe già scarso, ma il banchiere locale si aggrega all'ultimo momento (***) e poco dopo un avanzo di galera dal cuore d'oro, Ringo Kid (John Wayne) finisce per riempire anche l'ultimo strapuntino.

Ne capitano un po' di tutti colori, con un parto in condizioni di emergenza, responsabili di stazioni di cambio che si dimostrano irresponsabili, donne indiane che cantano in spagnolo, fino ad arrivare alla scena madre, dove ogni proiettile dei bianchi ammazza (almeno) un pellerossa. Finale con Ringo Kid (°) che regola i suoi conti e si avvia verso una nuova vita con la sua bella.

(*) Non per nulla il titolo originale è Stagecoach.
(**) Credo che si tratti di una vestigia del modo di dirigere tipico dei film muti. Il cinema era giovane, e lo spettatore aveva bisogno del suo tempo per digerire le scene, e magari scambiare qualche osservazione col vicino senza interferire con la recitazione. Al giorno d'oggi la sensazione che mi dà è di una piacevole calma narrativa, contrapposta ai montaggi moderni che spesso hanno raggiunto una freneticità al di là del bene e del male.
(***) Personaggio bizzarro. Sta scappando con la cassa ma fa discorsi benpensanti e conservatori che ricordano molto gli slogan recentemente riutilizzati da Donald Trump. E invece di starsene buono nel suo angolino, cercando di passare inosservato, sembra far di tutto per mettersi in mostra. Mal gliene incoglierà.
(°) Wayne aveva già più di trent'anni, altro che "kid"! Ma d'altronde, la Trevor non ha certo l'aspetto di una prostituta da saloon, e anche per lo stato interessante della puerpera bisogna andare sulla fiducia.

McFarland

La storia narrata è una specie di frullato di svariati stereotipi. M'è capitato così, durante la visione, di pensare a La scuola della violenza (1966) con Sidney Poitier, Moneyball (2011), Professore per amore (2014), Mosse vincenti (2011) e chissà quanta altra roba. Troppi spunti, mi sono detto. Per tenerli assieme ci sarebbe voluta una sceneggiatura di ferro, mano ferma alla regia, una produzione convinta.

Purtroppo mi sembra che la Walt Disney abbia solo instillato in tutti quanti un desiderio di edulcorare la materia, cosa che deve aver guidato Christopher Cleveland e Bettina Gilois nella rielaborazione la storia di partenza (*) inventando quanto serviva allo scopo. La regia di Niki Caro non mi è parsa né memorabile né incisiva e mi domando come mai abbiano deciso di affidarle ora due cose come il film sulla Callas e il live action di Mulan. Forse è stata apprezzata la sua disponibilità a seguire le direttive e la capacità dimostrata nel gestire il cast, costruito attorno ad una stella un po' appannata ma che comunque mantiene una sua notevole presenza scenica, Kevin Costner, e una stellina mai completamente esplosa, Maria Bello.

Sul finire degli anni ottanta, Jim White (**) sembra indirizzato verso una tragica uscita di scena lavorativa. Nessuno se ne sarebbe accorto, se non la moglie Cheryl (la Bello) e le loro due figlie, dato che costui è un insegnante californiano delle superiori. Cosa per noi strana, insegna contemporaneamente ginnastica e scienze, e forse pure qualcos'altro di altrettanto scorrelato. Tralasciate le scienze, lo vediamo all'opera come insegnante di ginnastica e scopriamo che, pur avendo principi tutto sommato condivisibili, ha un brutto carattere e una certa dose di sfortuna. Questo lo porta a perdere il posto (***) e ad accettare un'offerta non propriamente dorata. Trattasi infatti di insegnare in una scuola superiore dalla nomea piuttosto scarsa, la McFarland, dove la quasi totalità degli alunni è di origine ispanica.

Il trasferimento della famiglia mi ha ricordato quello dipinto in From Prada to nada, con meno autoironia, però. Mi è sembrato che l'intenzione della Caro fosse buona ma il risultato m'è parso paternalistico e inconsapevolmente razzista. Una cosa da capanna dello zio Tom, per intendersi.

Assistiamo così lo shock culturale di White che non sa bene come nuotare nel suo nuovo ambiente, e finisce per rischiare subito un altro licenziamento, anche se per una causa che, questa volta, direi sia condivisibile. Trova comunque il suo equilibrio che sembra consistere in un depresso galleggiare rischiando il meno possibile in attesa di escogitare un modo per tornare nel mondo dei bianchi.

Poi viene l'idea, che è quella di metter su, dal niente, una squadra di corsa campestre. Cosa decisamente non semplice, visto che lui non sa nulla di quello sport, e che non è facile trovare ragazzi con quel talento e con la voglia e la possibilità di impegnarsi.

Facile immaginarsi come andrà a finire, eppure, e nonostante tutte le riserve sopra esposte, il film non mi è dispiaciuto. Però è un peccato, perché sicuramente avrebbe potuto essere meglio.

Nota di demerito per le sequenze dedicate alla gara, vedasi Un ragazzo di Calabria (Comencini, 1987) se si vuole avere un'idea di quale possa essere lo spirito di una tale corsa. Nota di merito per non aver nascosto quanto al pseudo-White non importi nulla della scuola, degli alunni, di tutto il vicinato fino ad una fase molto avanzata della storia.

(*) Basata su cose successe davvero, adattate senza andare troppo per il sottile.
(**) O meglio, la versione di costui interpretata da Costner, che assomiglia vagamente al prototipo originale.
(***) E scopriremo che non si tratta della prima volta. Potrebbe semmai essere una delle ultime.

Adorabile nemica

Harriet (Shirley MacLaine) è ricca da far paura e altrettanto sola. Bastano poche inquadrature per darci l'esatta dimensione di ciò, e rapidi scambi di battute con il suo sconfortato giardiniere (Gedde Watanabe) e la sua perplessa parrucchiera ci spiega anche come mai chiunque possa la rifugge. Ella infatti ritiene suo diritto avere l'ultima parola su qualunque argomento (*) e suo dovere maltrattare ferocemente chiunque abbia a che fare con lei.

La noia, infine, la spinge ad un mezzo tentativo di suicidio che sembra più mirato ad allargare la cerchia delle sue vittime, nella persona del suo medico curante, che a porre fine ad una vita tendente sempre più all'insulso. Un secondo tentativo che parrebbe più sostanzioso viene interrotto da un (im)provvido dubbio, cosa scriveranno nel necrologio?

Data la smania di controllo che Harriet su tutto e tutti, non può morire con questa incertezza. Si reca dunque alla sede del giornale locale e si impossessa di Anne (Amanda Seyfried), la delegata agli articoli obituari, affinché il suo coccodrillo sia confacente alla elevate sue aspettative.

A mio parere, le cose migliori del film si trovano in alcune piccole sottotrame che si sviluppano dalla storia principale, come questa faccenda del giornale locale. La testata è a conduzione familiare, e il corrente direttore, figlio d'arte, sembra un pesce fuor d'acqua, costretto a far funzionare una attività per la quale non pare abbia un particolare attrazione, forse per la sola necessità di mantenere la tradizione di famiglia. Scopriamo ad esempio che non hanno un archivio digitale ma bensì un immenso deposito cartaceo che deve essere la disperazione di tutti i dipendenti, e che lui non sembra ancora essersi ben capacitato di come le nuove tecnologie non siano state solo una moda passeggera. Fatto sta, il giornale è sull'orlo del tracollo, e si conta su una possibile donazione di Harriet per evitare, o almeno ritardare, una catastrofe che non pare lontana.

Si passa dunque alla modalità "strana coppia", Harriet contro Anne, apparentemente molto diverse accumunate controvoglia da uno scopo comune. La prima decide che un buon necrologio ha quattro caratteristiche fondamentali, il personaggio deve: (1) essere rispettato dalla comunità; (2) essere amato da amici e parenti; (3) aver cambiato la vita di qualcuno in modo inaspettato; (4) avere un qualcosa in più di speciale. Il problema è che Harriet ha passato la sua vita a schiacciare come un rullo compressore tutti quelli che gli erano attorno, pensando solo alla sua carriera, e dunque non ha materiale da offrire per ottenere il risultato cercato. Ma non sono certo queste quisquilie che possono preoccuparla.

Lo spunto iniziale non mi è dispiaciuto, ma la sceneggiatura (**) non regge per tutto lo svolgimento. Per essere chiari, se non ci fosse stata la MacLaine nel ruolo principale, potevano anche fare a meno di girare. Non mi ha per niente impressionato la Seyfried. Inizialmente pensavo che fosse fuori ruolo lei, ripensandoci forse è la parte che non è abbastanza robusta, e nessuno avrebbe potuto farci niente. Anche la regia di Mark Pellington non mi entusiasmato, anche se la parte musicale (***) evidentemente trae giovamento dalla sua esperienza nel campo.

La struttura del genere vorrebbe che Harriet capisse, sia pur tardivamente, di aver fatto errori non da poco nella sua vita, e magari riuscisse a metterci in limine una toppa. Qui invece, probabilmente in linea con il cinismo dei tempi, non è lei a cambiare (°), saranno gli altri a dover riconoscere di non averla capita. Anne, addirittura, la prenderà come esempio per la sua vita. Per fortuna il film finisce senza che noi si possa scoprire in che esistenza miserevole si stia andando a cacciare quella giovine donna ancora irrisolta.

(*) Da cui il titolo originale, The last word. Il titolo italiano, come spesso accade, ha ben poco senso.
(**) Di Stuart Ross Fink, praticamente uno sconosciuto.
(***) Un'altra sottotrama non disprezzabile include una radio privata che pare riemergere misteriosamente dal secolo scorso.
(°) C'è una sua battuta quando ormai il finale non è lontano, in cui ribadisce che lei è così, e non ha nessuna intenzione di modificare alcunché del suo carattere. Anzi, ridicolizza la figlia che le ha chiesto di affrontare i suoi problemi.

Il drago invisibile

E' una specie di remake di Elliott il drago invisibile (1977) su cui però si è lavorato parecchio, rendendolo piuttosto distante dall'originale. Quello era un tipico film Disney del periodo, in anche cui i personaggi reali avevano un comportamento da animazione. Questo invece è più vicino ad un live-action puro e semplice, anche se comunque mirato ad un pubblico familiare, con bambini anche piccoli.

In entrambi i casi, il protagonista, Pete, è un orfanello. Ma nella versione del secolo scorso ricorda molto un Oliver Twist sfruttato da chi lo dovrebbe aiutare e in cerca di una famiglia degna di questo nome, qui invece, sembra un piccolo Tarzan che, persi i genitori, trova conforto in un drago, forse invisibile, forse inesistente.

In realtà, il dubbio se il drago esista davvero o se sia solo una proiezione fantastica di Pete (Oakes Fegley), dura poco. Abbiamo infatti prove tangibili della sua esistenza, e ci sarà persino un cattivo, Gavin (Karl Urban), che lo vuole catturare per farne non si sa bene cosa, ma con lo scopo di diventare ricco e famoso.

Ad aiutare Pete saranno Grace (Bryce Dallas Howard), una guardiaboschi con lo spirito da crocerossina, e il di lei padre (Robert Redford), considerato da tutti un po' picchiatello perché da molti anni racconta a tutti che nelle foreste dei dintorni abita un drago.

A vedere Pete in volo su Elliott, si direbbe che che lo sceneggiatore-regista (David Lowery) abbia visto La storia infinita ma non mi sembra abbia tratto giovamento dagli spunti che il romanzo su cui è basato (Micheal Ende) gli avrebbe potuto dare. Si segue piuttosto un filone ambientalista o alla buon selvaggio ben poco approfondito.

Bello comunque il drago e la sua integrazione nella realtà cinematografica.

Il riccio

Una indisponente undicenne parigina di famiglia bene, che risponde all'inconsulto nome di Paloma (Garance Le Guillermic), alla sorella maggiore, Colombe, è andata anche peggio, ha deciso che si suiciderà al compimento dei dodici anni. Motivo, non vuole una vita vacua come quella della sua famiglia e di tutta la gente che conosce. Capita però un nuovo vicino, il giapponese Kakuro Ozu (Togo Igawa), che sovverte i suoi schemi e la porta ad interessarsi della portinaia Renée (Josiane Balasko) di cui entrambi hanno scoperto il segreto.

Tratto dal best seller L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, a quanto mi dicono non mantiene le promesse del romanzo. Pare che anche la Barbery sia stata dello stesso avviso e abbia fatto il possibile per distanziare la sua opera da quella, cinematografica, di Mona Achache. Da cui il titolo, monco, e la nota sui titoli che avverte lo spettatore di quanto la sceneggiatura sia liberamente tratta dall'originale.

Simpatici alcuni passaggi, come le animazioni che prendono vita dai disegni di Paloma, o la scena in cui la protagonista cerca di provocare i genitori affermando di aver deciso cosa farà da grande, ottenendo, con suo gran dispiacere, una sorprendente approvazione incondizionata. Per il resto m'ha convinto molto poco.

Le svariate prove di suicidio di Paloma mi hanno ricordato Harold e Maude (1971), che però qui sono a solo uso e consumo dell'artefice, mentre là sono delle vere messe in scena decisamente più intriganti.

Child 44 - Il bambino n. 44

Un po' come Gorky Park (1983), anche in questo caso si tratta di un romanzo (*) poi diventato film poliziesco di ambientazione russo-sovietica ma narrato da un punto di vista occidentale (**). Forse l'intreccio originale era troppo complesso per essere reso in tempi cinematografici, ho letto da qualche parte che il grosso problema del montaggio (***) è stato quello di ridurre l'enorme quantità di girato ad una dimensione non irragionevole. Il dubbio che mi viene è che Daniel Espinosa (regia) si sia fatto prendere la mano e non sia riuscito a decidere cosa tagliare e cosa tenere di una storia così complessa. Nel qual caso Richard Price (sceneggiatura) si dovrebbe prendere la sua parte di responsabilità.

Negli anni trenta un bimbo ucraino scappa dall'orfanotrofio e viene informalmente adottato da una unità dell'armata rossa di stanza da quelle parti. Nel decennio successivo il bimbo è diventato sergente, ha preso il nome di Leo Demidov e le sembianze di Tom Hardy. Per puro caso diventa un'icona della vittoria contro il nazismo con tutti i vantaggi che ne conseguono. Passa un'altro decennio e lo ritroviamo capitano dell'MGB, quella simpatica struttura che poi diventarà il KGB, sposato alla bella Raisa (Noomi Rapace), di cui sembra così innamorato da non rendersi conto quanto lei poco ricambi.

Leo è un po' meno brutale dei suoi colleghi, in particolare non gli piace che si ammazzino bambini, e questo gli causa uno scontro con un suo sottoposto, Vasili Nikitin (Joel Kinnaman), che capiamo subito diventerà il suo nemico giurato. A parte questi dettagli a Leo non sembra dispiacere per niente il suo lavoro, ed è disposto a chiudere un occhio, o anche tutti e due, quando è il caso, sugli ordini che deve eseguire. E per questo motivo il suo capo, il maggiore Kuzmin (Vincent Cassel), gli affida l'ingrato compito di spiegare all'amico fraterno di Leo, Alexei Andreyev (Fares Fares), che il di lui figlioletto non è stato ucciso da un maniaco, ma da un incidente ferroviario.

E qui mi occorre aprire una parentesi. Per quello che ne posso capire io, l'ambientazione stalinista della storia non è resa male, vedasi magari The way back (2010) di Peter Weir per un confronto, Tom Rob Smith fa però uno scatto in avanti che mi pare eccessivo. Prende la storia di quello che credo sia il più famoso serial killer sovietico, Andrei Chikatilo, la sposta indietro nel tempo di qualche decennio, e imputa il suo averla fatta franca così a lungo all'assenza di investigazione sul suo conto giustificata dall'assioma, più volte ripetuto nel corso della narrazione, secondo cui non possono esistere omicidi in paradiso - dove per paradiso si intende il Paese in cui si è realizzato il comunismo. Questo mi pare eccessivo. Nemmeno ai tempi dello stalinismo si negava che esistessero assassini, mentre è vero che si faceva molta fatica ad accettare che ci fossero fenomeni, come pedofilia, omosessualità, omicidi seriali, che venivano indicati come perversioni dei nemici ideologici. Non riesco dunque a capacitarmi di come un pezzo grosso dell'MGB saboti le indagini per quello che a tutti pare un evidente caso di omicidio quando questo, poi, colpisce il figlio di un suo uomo. Dal punto di vista narrativo ha un senso, perché crea un grosso problema a Leo, che è quello che ci vuole per scardinare la sua fedeltà al sistema, dal punto di vista storico mi pare troppo debole. Forse meglio sarebbe stato se Smith avesse spostato l'ambientazione in un mondo distopico, alla 1984 di George Orwell. Ma si vede che non era nelle sue corde.

Leo riesce a superare questa prova, convince Alexei a credere alla incredibile verità ufficiale, e passa alla seconda prova. Sua moglie Raisa è stata indicata come spia, suo dovere è indagare e arrestarla. Leo invece indaga, si convince dell'innocenza di Raisa e non l'arresta. In questo modo le salva ma la rovina ad entrambi, spediti a vivere in un paesino nel mezzo del nulla con mansioni molto ridimensionate. Succede però che anche in quel paesino colpisca il serial killer, e Leo si trovi a scortare il suo nuovo superiore, il generale Mikhail Nesterov (Gary Oldman), sulla scena del crimine, non tenendosi per sé tutto quello che gli pare ovvio sul caso. Il povero Nesterov ha motivi di temere un trappolone tesogli da chissachi nei suoi confronti. Non è che Leo sia stato spedito lì da Mosca per beccarlo alla prima mancanza?

Riassumendo. Da una parte abbiamo un superpoliziotto che non riesce ad indagare perché tutta la polizia è contro di lui, dall'altra abbiamo un travagliatissimo serial killer (Paddy Considine) che sembra sarebbe felicissimo di essere fermato. Leo, che aborrisce i crimini contro l'infanzia, potrebbe beccarlo in un momento, ma per far questo deve riuscire a trovare qualcuno che l'aiuti. Ci sono alcuni candidati, tutti per un motivo o per l'altro, improbabili. Alexei, suo grande amico, non è più tale; sua moglie Raisa, di cui lui è così innamorato da aver rischiato tutto per lei, sembra essere solo impaurita da lui; il suo capo Nesterov è estremamente diffidente nei suoi confronti. Come andrà a finire?

Una bizzarria che credo non abbia giovato al film, almeno dove è stato distribuito in lingua originale. Alcuni tra i protagonisti, in particolare Tom Hardy, parlano in inglese con un fortissimo accento slavo. Cosa che ovviamente non ha senso. Leo parla in inglese solo perché il film è pensato in primo luogo per un pubblico di quella lingua, Hardy parla un bell'inglese quanto possiamo immaginare sia buono il russo di Leo. Perché mai renderlo buffo facendolo parlare così? Fosse un film comico, a suo modo la cosa potrebbe funzionare. Ma qui di comicità, almeno volontaria, non ce n'è nemmeno traccia.

(*) Bambino 44, opera prima di Tom Rob Smith.
(**) Gorky Park puramente americano, Child 44 più internazionale, con la Scott Free di Ridley Scott in primo piano.
(***) Firmato da nientemeno che Pietro Scalia e Dylan Tichenor.

L'astronave atomica del dottor Quatermass

Nell'estate del '53 una miniserie incollò la Gran Bretagna al piccolo schermo, sei episodi da mezz'ora che narravano il primo volo fuori dall'atmosfera terrestre di uno smilzo equipaggio, con relativo catastrofico incontro con una forma di vita extraterrestre poco identificata. Si trattava di The Quatermass experiment, che ebbe così tanto successo da generare altre due miniserie, romanzi, film per il cinema e, soprattutto, da influenzare buona parte della fantascienza televisiva e cinematografica successiva. In particolare spesso la commistione con il genere horror ha un riferimento, più o meno esplicito, con le avventure del professor (*) Quatermass.

Due anni più tardi, la Hammer produsse e distribuì nelle sale cinematografiche questo film che, in pratica, riassumeva le vicende narrate nella miniserie, introducendo alcune varianti con lo scopo di semplificare la narrazione, per renderla più truculenta (**), e per adattarla al cast, a sua volta scelto per dare un certo appeal alla produzione anche oltreoceano. Il successo fu tale da spingere la Hammer a puntare sempre più decisamente sull'horror, diventando famosa per film di vampiri, mummie omicide, mostri in qualche modo legati a Frankenstein, e facezie del genere.

Il primo volo di un'astronave inglese, e presumibilmente terreste, con equipaggio a bordo finisce con una catastrofe. Il mezzo si infilza nella campagna inglese, quasi uccidendo una coppietta forse semiclandestina e il padre di lei (***). Arriva sulla zona il professor/dottor Quatermass (Brian Donlevy) che, mostrando immediatamente una gran spocchia (°), agisce prendendo decisioni senza badare alle gerarchie e a tratti anche al buon senso.

Solo uno dei tre astronauti, Victor Carroon (Richard Wordsworth) è sopravvissuto ma, noi lo capiamo subito grazie all'esperienza di tutti i film arriveranno dopo, è posseduto da un alieno maligno, che per nostra fortuna non è molto astuto, e quindi ci metterà troppo tempo per concepire un piano per la conquista del mondo, e di conseguenza Quatermass riuscirà ad aver la meglio su di lui.

(*) Per noi, chissà perché, dottore anzichè professore.
(**) Da cui il titolo originale inglese, The Quatermass Xperiment, con la X che indicava la categoria in cui cadeva la pellicola secondo la censura della regina.
(***) Ma niente paura, i tre se la cavano con un semplice spavento.
(°) Pare che il carattere del personaggio, completamente diverso da quello della miniserie, sia stato imposto dall'attore, il quale era stato scelto per la sua rinomanza americana. Sembra pure che il regista/co-sceneggiatore Val Guest ne approvasse la ruvidità, giudicandola più realistica dell'umanità propria del Quatermass originale.

Warcraft - L'inizio

Film pensato per chi conosca e apprezzi l'omonimo universo parallelo, nato nel 1994 con un videogioco (*) e poi espansosi fino a colonizzare buona parte dei media ludico ricreativi. Chi non abbia frequentato quei luoghi (**) dovrebbe riuscire a cavarsela facendo riferimento alle sue conoscenze di giochi ruolo fantasy o alla letteratura dello stesso filone, in particolare Il signore degli anelli di JRR Tolkien. Se sto parlando una lingua sconosciuta, consiglio di lasciar perdere. Si passerebbero due ore di perplessità.

Un mondo fantastico-medioevale viene invaso da bellicosi orchi provenienti da una landa che sta divenendo sempre più desolata, via opportuno portale modello Stargate (1994). Un pianeta è troppo piccolo per queste due civiltà contrapposte, e si scatena dunque una terribile guerra a base di incantesimi, malefici, spadoni, martelli e qualche pistolone archibugesco.

Come da titolo, l'idea dei produttori era quella di dare il via ad un franchise di durata indeterminata. Il risultato al botteghino sembra averli lasciati perplessi, e al momento non v'è certezza nemmeno del secondo episodio. Non mi è chiaro cosa mai si aspettassero, considerando che questo titolo è diventato il maggior successo al box office nel settore dei film derivati da video games. Credo che abbia pesato lo scarso risultato americano, e si sa che i produttori d'oltreoceano sono miopi, guardano più gli incassi di casa che quelli planetari.

Io, che non sono un fan del genere, sono stato attirato dallo scoprire che si tratta di un film di Duncan Jones, il terzo, dopo lo spettacolare debutto di Moon (2009), e Source code (2011). La curiosità che avevo era se e come fosse riuscito a mantenere l'impostazione stilistica che aveva creato con i suoi precedenti lavori. Compito non facile in produzioni ad alto budget e che di solito non lasciano grandi libertà creative. Per fortuna Jones è riuscito a conciliare l'esigenza di mantenere lo spirito dell'opera originaria con quella di dare uno spessore accettabile al racconto filmico. Anche se, ovviamente, lo spettatore tende a identificarsi con gli umani, gli orchi non sono banali cattivi che voglio solo uccidere. La complessità della loro società è presentata in modo da farci vedere quali siano le loro ragioni.

(*) A voler entrare nei dettagli, si trattava di un RTS (Real Time Strategy), vedasi Dune 2 (1992), ispirato sommariamente all'opera di Frank Herbert.
(**) Come il sottoscritto. La mia conoscenza del genere mi ha permesso di non cader dal pero ad ogni scena, senza però afferrare molti dettagli che per me sono misteriosi.

Elementary 1.24: Moriarty

La distribuzione italiana si deve essere trovata in imbarazzo nel gestire il titolo originale, Heroine, che da noi si traduce con Eroina, assumendo il duplice senso di donna eroica e di sostanza stupefacente (*), e hanno preferito inventarselo di sana pianta, puntando sul fatto che qui, finalmente, si scopre chi è Moriarty (Natalie Dormer) e cosa vuole da Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller). Questo è dunque il cuore dell'intera stagione. Che dal mio punto di vista sarebbe anche accettabile se non fosse che ci sono volute due dozzine di puntate per arrivarci.

Si parte ricucendosi alla puntata precedente, che è così strettamente legata a questa da creare un doppio episodio (**) di cui la prima parte m'è sembrata eccessivamente spiegosa, quindi troppo lenta, esclusivamente funzionale a questa seconda parte in cui si sviluppa il caso che, come spesso accade in questa serie, richiede una notevole dose di complicità da parte dello spettatore, chiamato ad accettare svariati dettagli tendenti all'inverosimile.

Scopriamo così che il diabolico piano della Moriarty (***) è robetta da finanza creativa che poteva essere pensata da un qualunque finanziere d'assalto (°). Ella vuole infatti sabotare l'entrata della Macedonia (°°) nell'Unione Europea. Nella finzione di questo universo parallelo, infatti, nel 2013 si è trovato un accordo nominalistico che deve essere ratificato con referendum. Tutti sembrano felici e contenti, e si suppone dunque una sua facile vittoria. Moriarty scommette pesantemente contro (°°°), e punta su di un sanguinoso colpo di scena per far pendere la bilancia dalla sua parte.

Sherlock Holmes intuisce buona parte del piano ma non riesce ad agire in quanto bloccato tutte le cose di cui è meglio non dire qui (§), fortuna vuole che proprio in questa circostanza la dottoressa Joan Watson (Lucy Liu) riesca a dimostrare di che pasta sia fatta e a salvare la giornata.

(*) In inglese sono due parole diverse, la sostanza è heroin, senza la e finale. Credo che Robert Doherty (ideazione e sceneggiatura) volesse giocare sulla forte assonanza, in quanto entrambi i termini hanno il loro peso in questa puntata.
(**) La prima visione CBS prevedeva appunto la visione consecutiva, da noi si è preferito trattarli separatamente.
(***) In questa versione non sembra che abbia un titolo professorale, ma sappiamo davvero poco del personaggio, se non che è un genio del male nel solco tracciato da sir Conan Doyle.
(°) Ma, viste le cifre in ballo, dotato in un consistente portafoglio.
(°°) O meglio, La Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, come viene spesso indicata in seguito alle rimostranze greche sull'uso del nome di quella che è anche una loro regione.
(°°°) I dettagli della scommessa sono campati in aria e vivono nel reame dell'insensatezza. Meglio avrebbero fatto a restare nel generico.
(§) Perché è proprio suoi motivi di questo blocco che verte l'interesse dell'episodio.

Elementary 1.22: Gestione del rischio

Seconda parte del finale di stagione, e io mi sono già stufato. Spero che il doppio episodio terminale riesca in qualche modo a cambiar direzione. Usciti di scena i due comprimari di lusso (*) che, pur non avendo parti significative, hanno reso più interessante il precedente episodio, si ricade nel mesto tran tran dello show.

Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) si trova nella curiosa situazione di dover fare un lavoretto per conto di Moriarty. Indaga dunque su di un omicidio di sei mesi prima che sembra essere opera di piccola delinquenza ma ad occhio più attento rivela una situazione più complessa. Evidentemente, la soluzione di questo caso porterà vantaggi a Moriarty, ma Holmes pensa di riuscire comunque a batterlo. Visto quello che succede, non sembra proprio.

(*) I due psicopatici al soldo di Moriarty, Moran (Vinnie Jones) e Gottlieb (F. Murray Abraham)

Elementary 1.20: Ricatto col morto

Come da tradizione (*), Charles Augustus Milverton (David Mogentale), è una persona così brutta che Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) non ha alcuna voglia di intervenire contro chi riesca ad interrompere le sue deprecabili attività, qualunque sia il modo. Il twist in questa versione (**) è che Milverton, prima di uscire ai giochi, aveva creato una complicata rete che avrebbe dovuto cautelarlo da possibi accidenti, che però funziona malissimo. Anzi, per niente. Però riesce a rendere l'investigazione di Holmes e Watson (Lucy Liu) abbastanza intricata da occupare la mezz'oretta canonica. A proposito, il ruolo di Watson è terribilmente appiattito, avendo ben poco da fare se non imparare il lavoro di consulting detective. Spero che Robert Doherty (***) abbia in mente come risolvere l'impasse che lui stesso ha creato.

Il confronto con altre versioni televisive dello stesso racconto è desolante. Nella serie Granada si è riusciti addirittura ad espandere il breve racconto in un episodio doppio (1992) da cento minuti dove si trova il modo di creare una digressione che allarghi la visuale sul rapporto che quello Sherlock Holmes (Jeremy Brett) ha con le donne. La serie BBC corrente rende Milverton (Lars Mikkelsen), sia pur cambiandogli il nome per esigenze di sceneggiatura (°), personaggio di rifimento della terza stagione (2014), di cui il terzo e ultimo episodio, L'ultimo giuramento riporta i temi del racconto originale, ma aggiungendo tanta di quella roba, e con un finale da brividi, da farlo diventare un must see per tutti gli interessati al genere (°°).

Qui, purtroppo, l'intrico che crea Milverton al massimo mi ha fatto pensare "meh". Ma il peggio è la parte extra-indagine, che è dominata dai capricci di Holmes che non vuole essere premiato per un anno di sobrietà (°°°), il che non fa felice né Watson né Alfredo Llamosa (Ato Essandoh), che poi sarebbe l'ex tossico, ex delinquente che lo segue nel precorso riabilitativo. Dopo lunghi e noiosi tira e molla, Holmes spiega il vero motivo per cui non vuole essere premiato, e tutti ritornano amici come e più di prima.

(*) Arthur Conan Doyle, L'avventura di Charles Augustus Milverton (1904), raccolta in Il ritorno di Sherlock Holmes (1905).
(**) Soggetto di Christopher Silber, che ha sceneggiato assieme a Liz Friedman.
(***) Creatore della serie.
(°) Charles Augustus Magnussen. Volendo sottolineare la sua non inglesicità, lo si è fatto diventare scandinavo.
(°°) Però conviene vedersi tutti gli episodi precedenti, per goderselo appieno.
(°°°) Cose da americani, che si inventano premi per tutto. Io solidarizzavo con Sherlock, il premio nel restare sobri per un anno sta nell'esserci riuscito, non nel prendere una medaglietta.

Elementary 1.19: Angeli nella neve

Cosa che mi piace poco in molte delle sceneggiature di Elementary (*) è che i cattivi siano solitamente psicopatici o comunque gente con grossi problemi mentali. Non sembrerebbe questo il caso, visto che si parla di una rapina, ma con lo svolgersi del caso scopriamo che la banda è composta da svitati. Hanno infatti messo in opera un piano folle che nessun delinquente sano di mente si sognerebbe di utilizzare.

Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) e Joan Watson (Lucy Liu) lavorano in coppia al caso, e si potrebbe far a meno di lei, meno utilizzata del solito, che ha come peculiarità di essere ambientato mentre una tempesta di neve si abbatte su New York. L'idea "geniale" della banda è proprio quella di usare le avverse condizioni atmosferiche come copertura, grazie anche ad una talpa piazzata al posto giusto. La complicazione è che hanno bisogno di informazioni riservate, che accedono grazie alla falsa rapina di cui sopra. Un punto molto debole è appunto questa copertura, che è legato ad una tempistica tutta sua, e che difficilmente si abbina ai capricci meteorologici del momento.

A ravvivare la puntata fiacca c'è, oltre alla neve, l'introduzione di Miss (**) Hudson (Candis Cayne). Costei è una transessuale amica di Holmes dalla vita privata piuttosto tormentata. Nel finire di puntata scopriamo che diventerà una specie di donna delle pulizie, e quindi ci possiamo aspettare che diventi un personaggio ricorrente.

(*) Robert Doherty è il nume tutelare della serie, questo episodio è stato scritto da Jason Tracey, sua seconda partecipazione in questo ruolo, dopo Dettagli. Più attivo come produttore.
(**) Altra piccola variazione rispetto al canone di Conan Doyle.

Elementary 1.18: Deja vu

Nonostante alcune mie perplessità, Elementary non è una brutta serie. Interpreti di buon profilo, budget che per noi basterebbe a farci un film di medio livello, buchi di sceneggiatura e svarioni limitati e accettabili. Cos'è dunque che mi rende difficile schiodare il mio giudizio dalla sufficienza, mi chiedevo alla fine della visione di questo episodio, che non è malaccio, a tratti anche divertente.

Il punto chiave che mi ha infastidito è che si insiste ancora sul cambio di ruolo di Watson (Lucy Liu). Dopo lunghe titubanze, in Dettagli ha finalmente deciso di diventare junior consulting detective sotto l'ala di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), in Seconda possibilità vediamo i due gestire la mutata relazione, ma è solo alla fine di questa puntata che Watson, dopo aver litigato con i suoi amici, preoccupati per la sua instabilità occupazionale (*), che la Watson cambia la sua scheda personale online (**) per divulgare al mondo quale sia la sua nuova occupazione. Questa lentezza nell'evolvere i personaggi è normale nelle produzioni televisive, in cui si assume un pubblico che guarda distrattamente un episodio, o magari lo salta completamente, e comunque ha bisogno continui spiegoni per non naufragare nella visione. O almeno lo era fino a qualche anno fa. Adesso, tra repliche e accesso su internet degli episodi precedenti, le serie più moderne assumono uno spettatore più focalizzato, o almeno capace di andarsi a rivedere quello che si era perso.

Sherlock aveva chiesto un favore a suo padre in Caricata a droga, e gli era stato concesso, a patto di dover ricambiare il piacere. Il momento è arrivato, e ora Sherlock deve risolvere un caso per un amico di senior. Dati i rapporti molto tesi tra i due, Sherlock maltratta il cliente e affida il caso a Watson, che fatica, fallisce, ma alla fine riesce ad apportare un contributo sostanziale alla soluzione. Il caso in sé è improbabile. Una donna sparisce, il marito sembra molto sospetto, Watson è convinto della sua colpevolezza ma non riesce a trovare prove. Una intuizione al momento giusto si rivela fondamentale.

(*) Ricordo che la serie è ambientata a Manhattan, New York. Posto in cui non si riesce a vivere decentemente in assenza di entrate continue e sostanziose. A meno che non si sia di famiglia ricca, si intende.
(**) Non ho capito bene di che sito, forse una specie di Facebook farlocco.

Elementary 1.17: Seconda possibilità

Con il senno di poi è facile notare come il ribaltamento della relazione tra Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) e la dottoressa Watson (Lucy Liu) fosse potenzialmente presente sin dal pilot della serie. Con una calcolata lentezza lo abbiamo visto svilupparsi per una quindicina di episodi e infine nel sedicesimo capitolo abbiamo avuto la conferma. Watson non è più stipendiata da Holmes senior (*) ma è diventata una apprendista consulting detective che prende lezioni da Holmes junior. La cosa non mi soddisfa, ma almeno ci siamo tolti un tema ricorrente che cominciava ad essere più un peso che una attrattiva.

Abbiamo dunque uno Sherlock che fa il maestro e propina all'allieva una serie di compiti che, secondo il suo punto di vista, dovrebbero servire a risvegliare le capacità investigative in lei. L'effetto che ho avuto è stato quello di rivedere le lezioni di karate che Miyagi (Pat Morita) dava al karate kid Daniel (Ralph Macchio) nel noto film del 1984 (**).

Il caso principale mi è sembrato troppo complesso e improbabile per riuscirmi interessante. Un tale super-ricco scopre di avere un raro malanno che è di origine ereditaria, lo strano è che lui non ha nessuno in famiglia con lo stesso problema. E dunque ritiene che qualcuno, chissà come, lo abbia infettato. Watson, però, che più che un ex medico sembra spesso una biblioteca medica ambulante, nota che tra gli effetti collaterali della malattia c'è anche una crescente paranoia, che porta a sospettare tutto di tutti. Sherlock decide perciò che non può seguire il caso, in quanto non sente di poterne dare una soluzione soddisfacente.

Cose che succedono dopo lo spingono a cambiare idea, indagare, e trovare una sorprendente, per quanto arzigogolata, soluzione.

(*) Particolare inquietante, non abbiamo nessuna prova dell'esistenza di questo personaggio. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere il parto della fantasia malata di Sherlock.
(**) Per chi non fosse interessato al cinema del secolo scorso è disponibile anche un remake sostanzialmente equivalente datato 2010.

Elementary 1.15: Caricata a droga

Per misteriosi motivi il titolo è stato troncato, traducendolo dall'originale sarebbe dovuto essere qualcosa come Una gigantesca pistola caricata con droga. Altra curiosità è la partecipazione, come guest star, di John Hannah. Dalla fatica con cui la sceneggiatura ne giustifica la sua presenza mi vien da pensare che sia stata adattata all'ultimo momento quando invece la sua parte era pensata per un attore americano. D'altra parte la scrittura non è certo il punto di forza di questa serie, e potrebbe essere benissimo che la confusione sia un peccato originale anche di questo episodio.

Succede dunque che nel prologo una tipetta, tale Emily Grant (Allie Gallerani *) viene rapita, scopriamo poco dopo che si tratta della figlia di Rhys Kinlan (Hannah). Costui è un "amico" di Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller), nel senso che era il suo spacciatore di fiducia quando stava a Londra, e che ha le chiavi del suo appartamento newyorkese in quanto gli ha fornito sostanze anche all'inizio del suo soggiorno americano, prima della cura disintossicante.

La convoluta storia di Rhys vuole che un quarto di secolo prima un'americana passasse da Londra, concepisse con lui, e se ne tornasse in America con il frutto della colpa. La donna viene fatta morire qualche anno prima dell'azione, così ce la togliamo dai piedi, resta però il patrigno di Emily, utile per la solita falsa pista da seguire inizialmente. Pare che Rhys fosse legato ad una banda di dominicani che opera sui due lati dell'Oceano a cui ha fregato una cifra spaventosa. Il suo boss di riferimento dovrebbe essere, per logica basato a Londra, ma per qualche motivo è a New York. Rhys, però, a New York ci torna solo quando scopre che la figlia è stata rapita, in quanto si trovava in Thailandia, dove stava scialacquando il malloppo.

Insomma, Ryhs non può chiedere aiuto alla polizia, e allora lo chiede a Sherlock. Che non è che si possa propriamente dire che risolva il caso, diciamo che lo segue mentre questo si risolve da sé.

Mentre i protagonisti si rivoltolano in questo ginepraio, c'è anche il solito risvolto extra-giallo. Holmes sembra più partecipe nel gruppo di ex-tossici, a cui all'inizio scodella una sua vecchia avventura (**) e poi medita di raccontare quello che gli succede questa volta, come storiella edificante sui rischi di una ricaduta. Già, perché, come accenna il titolo, Ryhs agisce da gran tentazione tossica, come del resto si rende conto bene sin dall'inizio Watson (Lucy Liu).

(*) Questo è praticamente il suo debutto.
(**) Ne sentiamo un accenno, ma ogni bravo sherlockiano dovrebbe riconoscere al volo che si tratta de Il caso dell'uomo deforme. Se ne può vedere la buona versione televisiva della Granada che da noi ha il criptico titolo di L'uomo difforme (1984). Da notare che in quel racconto di Conan Doyle, Holmes dice, forse per l'unica volta in tutto il corpus quell'"Elementare!" che è diventato un suo tratto distintivo nell'immaginario collettivo, al punto da essere scelto anche come titolo di questa serie.

Elementary 1.14: Il deduttore

Confondere induzione con deduzione è per Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) una tradizione che dura dai tempi di Conan Doyle e sarebbe dunque ingeneroso prendersela se anche una profiler dell'FBI (Kari Matchett) cade nell'equivoco. E così Holmes se ne ha a male solo per essere stato profilato (*) da costei.

Il caso non sarebbe neanche male, un serial killer (Terry Kinney **) usa uno strano piano per uscire di galera e attuare la sua vendetta verso la profiler che l'aveva incastrato. Holmes è combattuto tra risolvere il caso (***) e parteggiare per il cattivo, visto che entrambi hanno il dente avvelenato con la stessa persona. Purtroppo, a mio gusto, lo sviluppo non sufficientemente intrigante.

Per riempire il tempo assistiamo ad un problema di Watson (Lucy Liu), che perde il suo appartamento per averlo subaffittato ad un regista di documentari che, per sbarcare il lunario, gira proprio lì un porno. Lei usa le capacità di osservazione che ha appreso (°) da Holmes e induce (°°) un dettaglio che le permetterà di uscire meno traumaticamente dalla sua tana.

(*) Un po' come se la prenderebbe Hannibal Lecter, vedasi Il silenzio degli innocenti (1991) e seguenti.
(**) Avrei visto meglio nella parte Steve Buscemi.
(***) Non particolarmente complicato, a ben vedere.
(°) Non si spiega bene come, forse per osmosi.
(°°) E non deduce!

Elementary 1.13: La squadra rossa

In seguito a quello che è successo nella precedente puntata, il capitano Gregson (Aidan Quinn) ha deciso di fare a meno dei servigi del suo consultant detective di fiducia. A Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ovviamente non passa nemmeno per l'anticamera del cervello di scusarsi, anzi, approfitta della pausa forzata per lavorare su Moriarty, ottenendo invero poco o niente.

Per distrarsi pensa di chattare con un complottista di sua conoscenza, di cui, a sua insaputa, si fa ferocemente beffe. Costui però questa volta non gli dà spago, in quanto è stato ucciso. L'omicidio è stato goffamente travestito da suicidio, ma non ci voleva un Holmes per capire come erano andate le cose. Solo il povero detective Marcus Bell (Jon Michael Hill) poteva cascarci.

Pur non potendo contare più di tanto sul supporto della polizia, Holmes arriva ben presto a scoprire che tra i millemila complotti insensati di cui si occupava la vittima ce n'era uno che avrebbe potuto avere qualcosa di reale. Potrebbe essere la pista buona.

In parallelo, Watson (Lucy Liu) ha finito il periodo pagato da Holmes senior per badare a junior. Però non riesce a staccarsi da questo cliente e, adducendo pietose scuse, continua a fare il suo lavoro, come pro bono, e senza avvertire il paziente della situazione. Il che potrebbe portare problemi in futuro.

Elementary 1.10: La cassaforte inespugnabile

Dopo il breve accenno in Mentre dormivi non abbiamo più avuto il piacere di sentire Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) suonare il violino. Qui però lo vediamo al pianoforte mentre esegue il primo pezzo da le Scene infantili opera 15 di Robert Schumann (*) mentre aspetta l'arrivo del capitano Gregson (Aidan Quinn) e del detective Bell (Jon Michael Hill) su un luogo del delitto. La sua passione per la musica tedesca ci viene confermata poco più avanti quando Watson (Lucy Liu) gli spegne lo stereo che, a notte fonda, sparava senza riguardo per nessuno l'Ode alla gioia dalla nona sinfonia di Beethoven.

Altro dettaglio interessante, anche se calato in un paesaggio di improbabilità oltre al limite dello stupefacente, è il riferimento ad un buffo linguaggio di programmazione, il Malbolge (**) di Ben Olmstead. La citazione è fatta correttamente ma è praticamente impossibile che Holmes (e un "cattivo" prima di lui) abbia capito da una riga di caratteri apparentemente casuali fossero invece un programma Malbolge. Altrettanto improbabile riuscire a capire cosa facesse quel programma nel poco tempo mostrato (***). Del tutto impensabile, poi, che codice Malbolge così breve faccia quello che deve fare perché la trama regga.

Tolti questi dettagli, la puntata è piuttosto noiosa. C'è un furto, viene violata una cassaforte che dovrebbe essere inviolabile, e che per questo è chiamata Leviatano (°). Il produttore del sistema chiede a Holmes di scoprire quale sia stata la falla nel sistema. Il nostro prende una strada molto lunga, lungo la quale risolve un notevole caso accessorio, e alla fine scopre l'arcano.

La trama parallela è quasi tutta dedicata a Watson e alla sua famiglia, con Holmes che cerca, con un certo successo, pare, a far crescere la popolarità della sua companion nei confronti di sua madre e del fratello.

(*) Il celebre Da paesi e uomini stranieri - Von fremden Ländern und Menschen.
(**) Il nome è un riferimento alle Malebolge dantesche. Che poi sarebbero l'ottavo girone dell'inferno.
(***) Il nome infernale del linguaggio è dovuto alla sua diabolica incomprensibilità.
(°) Da cui il titolo originale, The leviathan.

Elementary 1.9: Fare da sé

La seconda parte di questo episodio m'è stato di una noia mortale. Roba che se poi avessero chiamato Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) ad indagare sulle cause del mio decesso, questi avrebbe caldeggiato l'arresto dello sceneggiatore (Peter Blake *) per eccesso di spiegoni.

Un tale viene ucciso in un modo molto strano, due pistolettate in testa, ma non a caso, bensì dritte negli occhi. Holmes, che è influenzato, trascura il dettaglio che riprenderà solo nel finale. Segue solita disamina del caso, in cui ce la si prende con possibili colpevoli che poi risultano innocenti, per poi trovare la vera mente machiavellica che è dietro all'omicidio. La soluzione è così semplice che ci sono arrivato pure io, senza nemmeno volerlo.

Particolare raccapricciante di questa puntata, la dottoressa Watson (Lucy Liu) cura il malanno holmsiano con un misterioso infuso cinese. Alle rimostranze del consulting detective, che afferma di preferire rimedi testati scientificamente, lei afferma che quello lo è, ma glissa alla richiesta di carte che comprovino la sua affermazione. Ora, questo sarebbe del tutto ammissibile in una persona qualunque, e dopotutto è ben noto che buona parte dei rimedi che si prendono in questi casi hanno il solo scopo di tenere noi pazienti tranquilli in attesa che il nostro corpo faccia il suo lavoro e scacci l'invasore. Non è per niente bello che un medico, che si vanta pure di essere molto bravo, menta sulle sperimentazioni effettuate sulla pozione che consiglia.

Trama parallela dedicata ad un ex della Watson che mi pare del tutto irrilevante, se non nel mostrare come Holmes, in un suo modo tutto particolare, tenga molto alla sua badante di lusso.

Il titolo è più divertente in originale, You do it to yourself, giocando per variazione su DIY (do it yourself = fai da te), che diventa qualcosa come Fattelo da solo.

(*) Già responsabile di un altro episodio della serie. Caso strano sembra che molte sceneggiature sia affidate a gente che si occupa della produzione, come se scrivere la storia non fosse poi molto importante.

Elementary 1.8: Miccia lunga

Delusione. Dopo Conflitto di coscienza speravo che la serie avesse svoltato, e invece qui si torna nei binari segnati dai primi sei episodi. Sarà anche perché la sceneggiatura è stata affidata a Jeffrey Paul King (*).

Nel prologo scoppia una bomba che ammazza un paio di antipatici creativi che spillano quattrini ad aziende facendo siti web che, già mi immagino, saranno stati belli da vedere ma assolutamente inutilizzabili. Gente spiacevole, ma non abbastanza da giustificare una reazione del genere, nemmeno dall'utente più insoddisfatto.

Sherlock Holmes (Jonny Lee Miller) capisce subito (**) che la bomba avrebbe dovuto esplodere anni primi, e che il ritardo è dovuto a qualche strana contingenza. L'indagine si sposta dunque all'azienda che occupava quegli uffici ai tempi in cui sembra sia stata piazzata la bomba. A capo di tale azienda c'è una appetitosa pollastrella, anche se non più giovanissima, Heather Vanowen (Lisa Edelstein), che avrebbe una mezza intenzione di combinare con Sherlock. Il quale, con la sua proverbiale incapacità relazionale, manda tutto all'aria.

Solito sviluppo, piste iniziali che portano a sviluppi inattesi e possibili bombaroli che riescono a dimostrare la loro estraneità, fino a che la via giusta non viene imboccata.

Nella trama parallela la Watson (Lucy Liu) cerca uno "sponsor", ovvero un tale che dovrebbe seguire Holmes nel suo cammino di sobrietà una volta che lei finisca la sua opera, scontrandosi contro la pertinacia di Holmes che preferirebbe farne a meno. Sembra che lo si trovi in Alfredo Llamosa (Ato Essandoh), indicato da Holmes forse più per indisporre Watson che per reale interesse, ma che sembra avere le qualità necessarie.

Sciocchezza dell'episodio. Si esplicita la ragione per cui Holmes guarda una decina di televisioni contemporaneamente. Sarebbe un allenamento al multitasking, e ci vogliono far credere che sarebbe possibile assorbire una tal mole di informazioni da un singolo individuo. Ma va là.

(*) Primo suo lavoro alla scrittura, dopo di questo scriverà un'altra decina di episodi. Nella serie lavora spesso come coproduttore e in uno strano ruolo definito come executive story editor. Credo che faccia qualcosa come "correggere" le sceneggiature altrui per adattarle allo spirito generale di Elementary.
(**) Ma la scientifica non stava dormendo, ci arrivano anche loro. Solo che sono svantaggiati con i tempi per dover giustificare le loro affermazioni.