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Sangue blu

Nella nobile famiglia dei d'Ascoyne non si può tollerare che la figlia del duca sposi un tenore italiano, tal Mazzini. A farne le spese è il figlio della coppia, Louis (Dennis Price) che cresce in relativa povertà e ossessionato dalla perdita dei diritti nobiliari. Ma a farlo uscire completamente di testa saranno la indisponibilità del nonno a riconciliarsi con sua figlia nemmeno dopo la di lei morte precoce, e gli sberleffi della donna di cui si è innamorato, Sibella (Joan Greenwood), che gli preferisce un loro noioso ma agiato amico.

Approfittando del diritto dei d'Ascoyne di passare il titolo anche seguendo la discendenza per il lato femminile, Louis pianifica la morte di tutti i suoi parenti che lo separano dal titolo. Per alcuni di essi non c'è bisogno del suo intervento, basta la natura o l'imbecillità umana, per gli altri usa mezzi dai più comuni - veleno, fucile da caccia - ai più improbabili - freccia che abbatte una mongolfiera.

A ostacolare il suo successo non è la carneficina familiare, che non sembra stupire nessuno, ma la persistenza di Sibella che, accortasi di aver scelto il pretendente sbagliato, prima cornifica il marito, poi tenta con tutti i mezzi di cambiare cavallo in corsa. Il problema è che Louis si è reso conto che Sibella le piace come amante, ma come contessa le preferisce Edith (Valerie Hobson) che ha il physique du rôle, anche perché l'ha conosciuta in quanto moglie di un suo parente eliminato per combustione.

Finale aperto. Louis fa un errore che potrebbe perderlo, ma magari fa in tempo a rimediare.

Tutti gli otto d'Ascoyne di cui facciamo conoscenza prima della loro prematura dipartita, compresa Lady Agatha, sono interpretati da Alec Guinness, in una serie di variazioni estremamente spassosa. Antonio De Curtis ne ha seguito alla lontana le gesta in Totò diabolicus, dove interpreta sei elementi della famiglia di Torrealta.

Whisky a volontà

Nel 1941 una nave commerciale inglese naufragò dalle parti delle Ebridi, su in Scozia. La seconda guerra mondiale stava già mordendo l'economia britannica, e molti beni normalmente comuni erano diventati di difficile reperibilità. In particolare, la S.S. Politician aveva nella stiva una gran quantità di whisky. Si può immaginare la reazione dei nativi.

Compton MacKenzie rielaborò la storia e ne fece prima un romanzo e poi l'adattò per il cinema per la regia di Alexander Mackendrick. E' il primo dei tre film che questo regista ha diretto per gli Ealing Studios, seguiranno Lo scandalo del vestito bianco e Ladykillers. Tutti e tre sono considerati tra le cose migliori nella collezione di commedie di quel mitico studio. In questo titolo mi è sembrato di notare a tratti una certa vicinanza con lo stile neorealistico di quello che ai tempi era il nuovo cinema italiano. Dalla biografia di Mackendrick leggo in effetti che durante la guerra è stato anche in Italia ed era entrato in contatto con Roberto Rossellini quando questi stava lavorando a Roma città aperta.

Il ritratto affettuoso ma pungente della comunità locale mi ha fatto pensare a quella narrata in Local hero. L'interpretazione molto rigorosa, ma anche ipocrita, della tradizione religiosa a Le onde del destino.

Il lupo della Sila

Melodrammone evidentemente scritto (*) tenendo d'occhio i gusti del pubblico del momento. Mantiene ancora oggi parte del suo interesse grazie alla regia Duilio Coletti, che riesce a mantenere una specie di equilibrio nei toni, e all'ottimo cast che, anche se non mi sembra abbia preso la sceneggiatura troppo sul serio, affronta con professionalità il compito di dare vita alla storia.

Il paragone con Riso amaro, dello stesso anno, entrambi prodotti da Dino De Laurentiis, con Silvana Mangano protagonista e Vittorio Gassman qui in un ruolo più piccolo, mostra come il neorealismo ha portato realmente una ventata di novità nel nostro cinema, facendo sembrare questo titolo ancora più antico di quello che è.

Nel prologo assistiamo all'amore contrastato tra Pietro (Gassman) e Orsola (Luisa Rossi). A far da terzo incomodo è il fratello di lei, Rocco (Amedeo Nazzari), che reputa scandalosa la relazione tra i due, per questioni di prestigio sociale. Caso vuole che Pietro venga accusato ingiustamente di un omicidio, ma che non possa difendersi adeguatamente, perché il suo alibi è che era impegnato con Orsola, e non ne vuole compromettere l'onore. Rocco impedisce alla sorella di testimoniare, con conseguente morte di Pietro (e di sua madre), dovuta al suo tentativo di eludere la giustizia a modo suo.

Passano una ventina d'anni. Una bella e misteriosa giovinetta, Rosaria (la Mangano), appare in paese e tanto fa che finisce per essere assunta a servizio dalla famiglia di Rocco. Lei nasconde la sua vera identità, ma l'astuto spettatore capisce subito che si tratta della sorellina di Pietro, probabilmente finita in orfanotrofio e cresciuta chissà come, covando rancore e desiderio di vendetta.

La machiavellica trama di Rosaria consiste nel far innamorare di sè sia Rocco che suo figlio Salvatore (Jacques Sernas), spingere il primo a chiederla in sposa, per poi fuggire col secondo, creando così uno scandalo di tali proporzioni da annichilire il tradizionalista Rocco.

Funziona più o meno tutto secondo i suoi piani, se non che la tapina finisce per maturare un certo affetto per Salvatore, e anche per rendersi conto che i suoi propositi di vendetta sono scemi (cosa che mi ha fatto pensare a Toto le heros di Jaco Van Dormael). Tenta così di cambiare il corso degli eventi, però si deve scontrare con l'incapacità di Rocco di uscire dagli schemi che hanno guidato tutta la sua vita.

Come da titolo, l'azione si svolge nella Sila, eppure praticamente tutti i personaggi principali parlano in buon italiano, anche se ognuno con le cadenze del relativo interprete. La coloritura dialettale è lasciata sullo sfondo, e a Gennaro (Dante Maggio), factotum di Rocco, che ha il ruolo del buffo che alleggerisce l'azione (**). La Mangano è doppiata da Lidia Simoneschi, il che fa una strana impressione, data la voce molto più matura del personaggio.

(*) Nientemeno che da Mario Monicelli e Steno.
(**) Maggio usa il suo bell'accento napoletano, e la sceneggiatura si fa carico di spiegare come mai lui sia finito in un paesino calabrese.

Cagliostro

E poi mi lamento dei titoli italiani che i distributori affibbiano oggigiorno ai film stranieri.

La sceneggiatura è basata alla lontana su Joseph Balsamo, romanzo storico di Alexandre Dumas padre che parte dalla figura storica di Giuseppe Balsamo, più noto come Alessandro conte di Cagliostro (titolo inventato), e la trasfigura in un motore rivoluzionario che contribuirà al crollo dell'assolutismo francese. Se da noi Cagliostro è tuttora un nome noto, oltreoceano deve essere un emerito sconosciuto, per cui la produzione americana ha puntato su un titolo più pulp, Black magic. Gli italiani hanno invece preferito inizialmente un indifendibile e inesplicabile Gli spadaccini della Serenissima, per poi ripiegare sul titolo con cui è più noto al giorno d'oggi.

La sceneggiatura di Charles Bennett, che pure ha scritto cose come L'uomo che sapeva troppo, è inqualificabile. Per aggiungere danno alla beffa, viene presentata come se Alexandre Dumas padre raccontasse la storia che noi vediamo al suo omonimo figlio (interpretato da Raymond Burr), facendo sì che metta letteralmente la sua firma sul "The end" che conclude la narrazione.

Dopo il quadretto iniziale con i due Alexandre, ci viene proposta una lacrimevole quanto campata per aria versione dell'infanzia del Balsamo, che sarebbe stato uno zingarello costretto ad assistere all'ingiusta impiccagione dei suoi genitori da parte del crudele visconte di cui si vendicherà nel proseguio della storia.

Passano gli anni, e il piccolo Giuseppe s'è incredibilmente trasformato in un omone (Orson Welles) dotato di un tal magentismo animale da attirare l'attenzione del dottor Mesmer (Charles Goldner), precursore degli studi freudiani sull'inconscio, che gli spiega quel che sa sull'argomento, sperando di coinvolgerlo nei suoi studi. Ma Balsamo ha ben altri obiettivi. Scoperta la sua potenza, cambia nome in Cagliostro, e si crea un aura misteriosa di guaritore. Con la compagnia di Gitano (Akim Tamiroff) e Zoraida (Valentina Cortese), gira l'Europa e fa fortuna, finché gli capita di passare per la Francia e di imbattersi nuovamente nel già noto visconte, che nel frattempo sta elaborando un complicato piano per far cadere in disgrazia niente meno che Maria Antonietta (Nancy Guild), non ancora regina, approfittando di tale Lorenza che le è estremamente simile.

L'idea di Cagliostro sarebbe quella di vendicarsi del perfido visconte, ma come vede Lorenza si innamora di lei, e decide perciò di attuare un piano ancor più complicato di quello del visconte, che dovrebbe addirittura portare lui e Lorenza sul trono di Francia. Se la trama non fosse già fin troppo complicata, aggiungiamoci che Lorenza è innamorata, ricambiata, del capitano delle guardie della regina.

Sarà il buon dottore (nel senso di Mesmer) ad impedire che il luciferino piano di Cagliostro abbia successo, rimettendoci però la pelle (forse, viene abbandonato dalla sceneggiatura con un proiettile in corpo ma ancora in vita).

Scontro finale sui tetti di una chiesa (memoria de Notre-Dame de Paris o di Metropolis?), con il bene che trionfa.

Se non fosse per la presenza scenica di Orson Welles, il risultato sarebbe disdicevole. Belli però i costumi d'epoca, vedasi in particolare la scena del ricevimento, a parte la curiosa mise di Cagliostro proprio in quella occasione, una specie di tenuta da gerarca fascista completa di fez coloniale, adornata da simboli dorati che vorrebbero essere esoterici.