Mi chiedo cosa ha pensato Preston Sturges quando ha scoperto il titolo che la distribuzione italiana ha dato a questo suo film. Lui aveva scelto Sullivan's travels, una evidente citazione dei Gulliver's travels. Anche se c'è ben poco di Jonathan Swift in questa storia, se non il taglio satirico con cui è affrontata la faccenda. E questo viene completamente perso in italiano, indicando invece una pista completamente sbagliata.
Si narra infatti di John L. Sullivan (Joel McCrea), un regista commerciale di buon successo grazie a commedie di facile presa popolare. Il buon Sullivan però è scontento, vuole diventare un Autore, come Ernst Lubitsch o, meglio ancora, Frank Capra (*). Per far questo, ha deciso di adattare il romanzo Fratello, dove sei? (**) per farne un film di impegno civile che scuota le coscienze dei cittadini sulla condizione dei numerosi poveri, vagabondi, senza un soldo, che sopravvivevano malamente al tempo. Il problema, gli fanno notare i capi dello studio, per tentare di dissuaderlo, è che lui non ha nessuna esperienza della materia, in quanto nato ricco, e arricchitosi ancor di più con il suo cinema di cassetta.
Sullivan ci pensa un secondo, decide che hanno ragione, e che si travestirà da povero per vedere come davvero vivono. Il tentativo di una mediazione, con Sullivan che fa il povero mentre un pullman di supporto lo segue a breve distanza, fallisce rapidamente, e Sullivan riesce ad assaporare la vita del poveraccio, il che lo porta rapidamente sul rischio della catastrofe. Per sua fortuna un paio di incontri fortunati gli evitano guai peggiori, tra cui una gentil donzella di cui non ci è dato sapere il nome (Veronica Lake) che, disillusa da Hollywood, vorrebbe far ritorno a casa. Caso vuole che lui finisca per dover rivelare a lei la sua vera identità e il suo progetto e lei, che preferisce rinunciare ad una bella lettera di raccomandazione per Lubitsch in cambio della possibilità di seguire Sullivan nel suo pellegrinaggio.
Nemmeno la partenza in coppia ha successo, e qui Sullivan è sul punto di perdersi d'animo. Sembra infatti che il caso si opponga ad ogni suo tentativo e lo faccia sempre ritornare al punto di partenza. Ma i due perseverano, e finalmente incontrano la povertà vera, una povertà da far rizzare i capelli, miseria al limite della sopravvivenza, docce comuni, lunghe code per una ciotola di qualcosa appena commestibile. Questa parte è narrata come se fosse un film muto, il che aumenta l'effetto citazionista rispetto alle comiche di Charlie Chaplin. Quando giungono al punto di cercare cibo nei bidoni dell'immondizia, i due decidono che hanno fatto abbastanza, e tornano allo studio.
C'è però un colpo di coda della vita disperata. Sullivan, infatti, viene derubato e colpito duramente alla testa mentre era in abiti da vagabondo, al suo risveglio reagisce rudemente ad un ferroviere e, ancora in stato confusionale, viene portato rapidamente in giudizio e condannato per direttissima a sei anni di lavori forzati. In pratica venduto come schiavo ad un possidente che fa lavorare lui e altri galeotti in un ambiente che ricorda molto 12 anni schiavo. La situazione sembra grama, ma era proprio quello di cui Sullivan aveva bisogno. Una domenica viene portato con i suoi compagni di sventura in chiesa (***) per vedere un film, che risulta essere una comica di Walt Disney con il povero Pluto a cui ne capitano di tutti i colori. E lì capisce finalmente quanto sia importante un film che riesce a strappare una risata anche all'ultimo dei derelitti.
Segue lieto fine d'ordinanza. Grazie ad un'idea geniale Sullivan riesce a far riconsiderare il suo caso e, lussi dei ricchi, esce di galera in un batter d'occhio. Però ha imparato la lezione. Ha capito di non saperne abbastanza per parlare degli ultimi. O forse finalmente ne sa, e proprio per questo vuole tornare a fare commedie.
Sessant'anni dopo i fratelli Coen si sono chiesti che film avrebbe fatto Sullivan dopo i fatti qui narrati. Chissà, magari gli riescono a far cambiare idea e utilizzare qualcosa del materiale che ha raccolto di prima mano con la sua esperienza.
E così nasce, per l'appunto, il loro Fratello, dove sei.
(*) Che Lubitsch sia inferiore a Capra è una opinione di Sullivan, non mia, e nemmeno di Sturges. Per me hanno fatto cose molto diverse, tali da non renderli paragonabili, ma sono entrambi tra i Grandi. Ho il sospetto che Sturges preferisse Lubitsch.
(**) In originale, "O Brother, Where Art Thou?", nel finale vediamo la copertina del libro, l'autore è inesistente, ma il suo cognome ricorda Steinbeck.
(***) Una chiesa per neri. Da notare che siamo nel Sud e ancora in pieno segregazionismo. Puoi essere bianco quanto vuoi, ma la galera ti porta al livello più basso della società.
Mutant chronicles
Basato liberamente sull'RPG omonimo, segue la struttura tipica di un'avventura di un gioco di ruolo. Si fornisce l'ambientazione, una compagnia di personaggi molto diversi parte con uno scopo ben determinato, gli avversari fanno di tutto per ridurre in briciole i nostri eroi, che però arrivano alla meta. O meglio, almeno uno arriverà alla meta, visto che si segue anche la tradizione degli horror-zombie, con relativa conseguente fine truculenta per gran parte dei protagonisti.
Siamo nel 2700 e rotti, il mondo è controllato da cinque corporazioni che in uno scenario alla 1984 sono in perpetua guerra tra di loro. Per motivi poco chiari, la tecnologia è una strana mescola che epoche che vanno dal medioevale, alla prima / seconda guerra mondiale, al futuribile. Nel corso di una battaglia tra gli inglesi (Imperial) e i tedeschi (Bauhaus), viene rotto il sigillo che teneva imprigionato da diecimila (sic!) anni una prodigiosa macchina aliena che converte gli umani in mutanti assassini.
Fratello Samuel (Ron Perlman) è a capo di una congregazione religiosa che ha la sua origine nel gruppo di arditi che diecimila anni prima era riuscita imbrigliare la macchina e metterla fuori combattimento. Per motivi non spiegati, costoro hanno taciuto per tutto il tempo, e solo adesso che il danno è fatto chiedono alla corporazioni di mettere assieme un manipolo di disperati che, seguendo le indicazioni contenute nella bibbia di quel bislacco ordine, potrebbero distruggere la macchina.
Le corporazioni sono poco interessate alla missione, dopotutto la Terra è già mal ridotta, e preferiscono lasciare gran parte degli umani al loro destino mentre i pochi eletti si rilocano su Marte e in giro per il sistema solare. Capita però che il capo della Imperial, Constantine (John Malkovich), non abbia alcuna voglia di abbandonare il nostro pianeta, e decida perciò di dare la sua navicella a Fratel Samuel, facendo sì che l'azione cominci.
La sceneggiatura (Philip Eisner) e la regia (Simon Hunter) hanno molteplici zone d'ombra. La produzione sembra più televisiva che cinematografica, una serie impressionante di spiegoni ammorba la prima parte del film, Perlman mi è parso decisamente fuori ruolo, Malkovich ha qualche secondo in cui mostra che riesce ad essere un grande anche in queste tristi circostanze.
Siamo nel 2700 e rotti, il mondo è controllato da cinque corporazioni che in uno scenario alla 1984 sono in perpetua guerra tra di loro. Per motivi poco chiari, la tecnologia è una strana mescola che epoche che vanno dal medioevale, alla prima / seconda guerra mondiale, al futuribile. Nel corso di una battaglia tra gli inglesi (Imperial) e i tedeschi (Bauhaus), viene rotto il sigillo che teneva imprigionato da diecimila (sic!) anni una prodigiosa macchina aliena che converte gli umani in mutanti assassini.
Fratello Samuel (Ron Perlman) è a capo di una congregazione religiosa che ha la sua origine nel gruppo di arditi che diecimila anni prima era riuscita imbrigliare la macchina e metterla fuori combattimento. Per motivi non spiegati, costoro hanno taciuto per tutto il tempo, e solo adesso che il danno è fatto chiedono alla corporazioni di mettere assieme un manipolo di disperati che, seguendo le indicazioni contenute nella bibbia di quel bislacco ordine, potrebbero distruggere la macchina.
Le corporazioni sono poco interessate alla missione, dopotutto la Terra è già mal ridotta, e preferiscono lasciare gran parte degli umani al loro destino mentre i pochi eletti si rilocano su Marte e in giro per il sistema solare. Capita però che il capo della Imperial, Constantine (John Malkovich), non abbia alcuna voglia di abbandonare il nostro pianeta, e decida perciò di dare la sua navicella a Fratel Samuel, facendo sì che l'azione cominci.
La sceneggiatura (Philip Eisner) e la regia (Simon Hunter) hanno molteplici zone d'ombra. La produzione sembra più televisiva che cinematografica, una serie impressionante di spiegoni ammorba la prima parte del film, Perlman mi è parso decisamente fuori ruolo, Malkovich ha qualche secondo in cui mostra che riesce ad essere un grande anche in queste tristi circostanze.
Cuore prigioniero
Cosa sia successo al capitano ceco Karel Hasek (Michael Redgrave) prima dell'inizio del film non mi è chiaro. In un qualche momento è stato fatto prigioniero dai tedeschi, chissà, forse anche prima dell'inizio della seconda guerra mondiale, durante la crisi dei Sudeti. In qualche modo è fuggito e, piuttosto improbabilmente, è riuscito a passare la linea del fronte, finendo in Francia. Siamo però nel giugno del 1940, e i tedeschi stanno pure loro sfondando e finiscono per raggiungerlo.
Se lo identificassero come fuggitivo lo passerebbero per le armi, decide così, dopo una iniziale titubanza, di assumere l'identità di Geoffrey Mitchell, un ufficiale inglese di cui trova il cadavere. Per cui si arrende, e viene riportato in Germania con altri prigionieri di guerra. Non lo beccano subito perché parla un ottimo inglese, ma la sua ignoranza praticamente assoluta della vita quotidiana desta più di un sospetto tra i suoi compagni di sventura. Si aggiunga poi che parla anche un ottimo tedesco, e la sua voglia di rendersi utile glielo fa usare, rendendo ancora più pericolosa la sua situazione.
Per sua fortuna, i britannici credono alla sua buona fede, e fanno il possibile per evitare che venga scoperto dai tedeschi. Per mimetizzarsi meglio, inizia una relazione epistolare con la moglie del defunto Geoffrey, Celia (Rachel Kempson), che per sua fortuna era in pessimi rapporti col marito, per colpa di lui pare, e può dunque usare la scusa della prigionia per dichiararle di essere completamente cambiato e chiederle di ricominciare da capo, come se fossero perfetti sconosciuti che si incontravano per la prima volta.
La storia di Karel e Celia procede in sottofondo mentre la storia principale segue la vita del campo di prigionia, narrando una serie di fatti che diventeranno un classico del genere. C'è anche un tentativo di fuga, via tunnel sotterraneo, che in altri titoli sarà la parte centrale della narrazione, qui è invece un episodio del tutto secondario.
Se lo identificassero come fuggitivo lo passerebbero per le armi, decide così, dopo una iniziale titubanza, di assumere l'identità di Geoffrey Mitchell, un ufficiale inglese di cui trova il cadavere. Per cui si arrende, e viene riportato in Germania con altri prigionieri di guerra. Non lo beccano subito perché parla un ottimo inglese, ma la sua ignoranza praticamente assoluta della vita quotidiana desta più di un sospetto tra i suoi compagni di sventura. Si aggiunga poi che parla anche un ottimo tedesco, e la sua voglia di rendersi utile glielo fa usare, rendendo ancora più pericolosa la sua situazione.
Per sua fortuna, i britannici credono alla sua buona fede, e fanno il possibile per evitare che venga scoperto dai tedeschi. Per mimetizzarsi meglio, inizia una relazione epistolare con la moglie del defunto Geoffrey, Celia (Rachel Kempson), che per sua fortuna era in pessimi rapporti col marito, per colpa di lui pare, e può dunque usare la scusa della prigionia per dichiararle di essere completamente cambiato e chiederle di ricominciare da capo, come se fossero perfetti sconosciuti che si incontravano per la prima volta.
La storia di Karel e Celia procede in sottofondo mentre la storia principale segue la vita del campo di prigionia, narrando una serie di fatti che diventeranno un classico del genere. C'è anche un tentativo di fuga, via tunnel sotterraneo, che in altri titoli sarà la parte centrale della narrazione, qui è invece un episodio del tutto secondario.
Le pagine della nostra vita
Quale sia il registro del film lo si capisce dalle prime immagini, belle fin che si vuole, ma con un tasso di zuccherosità tale da renderle un pericolo glicemico per chiunque. Dopo pochi minuti ho avuto la sensazione di sapere praticamente tutto quello che c'era da sapere sulla storia, e in effetti avrei saputo fare un rapido riassunto di quello che stava per succedere. Eppure è un film che si lascia vedere, se non si aborriscono i drammi sentimentali strappalacrime, e ha anche un buon numero di aspetti positivi, che direi superano quelli negativi.
Tra i secondi metterei la lunghezza e una fantasia consolatoria che, purtroppo, è assolutamente improbabile, se non impossibile. Il romanzo di Nicholas Sparks parte infatti dall'assunto che l'Alzheimer non sia quel mostro ingordo che si mangia tutta la nostra memoria, e che l'amore possa sconfiggerlo, anche se solo temporaneamente. La regia di Nick Cassavetes ha il torto, se così si può dire, di seguire con molto rispetto la storia originale che mette in parallelo due vicende, con conseguente uso di due ore per completare la narrazione. Ci sono alcuni elementi, come tutta la parte legata all'amico del protagonista, che hanno un impatto minimo sullo sviluppo della storia e che, per il mio gusto, potevano essere eliminati senza problemi.
Ci sono due coppie di protagonisti in due tempi diversi. Nel tempo presente (*) Duke (James Garner) è in una casa di riposo e legge una storia a Lei (Gena Rowlands) che ha grossi problemi di memoria, in pratica non ricorda nulla, in cui si narra di Allie (Rachel McAdams) e Noah (Ryan Gosling) che erano ragazzetti sul finire degli anni trenta. Lei di famiglia ricca, lui poverissimo, ma il cui padre è interpretato da Sam Shepard. Diversissimi, sono in contrasto su tutto, ma trovano sempre una sintesi. Lui lavora per pochi centesimi all'ora, lei è sul punto di partire per una qualche costosa università chissadove (**). Nonostante tutto si amano e vogliono trovare un modo di continuare a stare assieme. L'ostacolo, che si rivelerà insormontabile (***) è la madre di lei (Joan Allen), che proprio non ne vuole sapere di vedere la figlia sposata a "white trash" (°).
Lo svolgimento susseguente segue le regole del genere, ma con alcune sorprese. Ad esempio, più avanti scopriremo il perché del comportamento della madre di Allie, e la vedremo titubare, forse ammettere di aver avuto torto, e comunque lasciare che sia la figlia a fare la scelta finale.
Ottima la prova degli attori, con le due coppie principali estremamente credibili. Per la coppia giovane forse aiuta anche il fatto che la McAdams e Gosling siano quasi coetanei, nati entrambi a London nell'Ontario, e che proprio con l'occasione di questo film si siano messi assieme per un paio d'anni.
(*) Occhio e croce siamo attorno al cambio di secolo.
(**) Alla fine finirà a New York.
(***) Almeno temporaneamente.
(°) Immondizia bianca, così vengono qualificati i bianchi che non hanno adeguato pedigree.
Tra i secondi metterei la lunghezza e una fantasia consolatoria che, purtroppo, è assolutamente improbabile, se non impossibile. Il romanzo di Nicholas Sparks parte infatti dall'assunto che l'Alzheimer non sia quel mostro ingordo che si mangia tutta la nostra memoria, e che l'amore possa sconfiggerlo, anche se solo temporaneamente. La regia di Nick Cassavetes ha il torto, se così si può dire, di seguire con molto rispetto la storia originale che mette in parallelo due vicende, con conseguente uso di due ore per completare la narrazione. Ci sono alcuni elementi, come tutta la parte legata all'amico del protagonista, che hanno un impatto minimo sullo sviluppo della storia e che, per il mio gusto, potevano essere eliminati senza problemi.
Ci sono due coppie di protagonisti in due tempi diversi. Nel tempo presente (*) Duke (James Garner) è in una casa di riposo e legge una storia a Lei (Gena Rowlands) che ha grossi problemi di memoria, in pratica non ricorda nulla, in cui si narra di Allie (Rachel McAdams) e Noah (Ryan Gosling) che erano ragazzetti sul finire degli anni trenta. Lei di famiglia ricca, lui poverissimo, ma il cui padre è interpretato da Sam Shepard. Diversissimi, sono in contrasto su tutto, ma trovano sempre una sintesi. Lui lavora per pochi centesimi all'ora, lei è sul punto di partire per una qualche costosa università chissadove (**). Nonostante tutto si amano e vogliono trovare un modo di continuare a stare assieme. L'ostacolo, che si rivelerà insormontabile (***) è la madre di lei (Joan Allen), che proprio non ne vuole sapere di vedere la figlia sposata a "white trash" (°).
Lo svolgimento susseguente segue le regole del genere, ma con alcune sorprese. Ad esempio, più avanti scopriremo il perché del comportamento della madre di Allie, e la vedremo titubare, forse ammettere di aver avuto torto, e comunque lasciare che sia la figlia a fare la scelta finale.
Ottima la prova degli attori, con le due coppie principali estremamente credibili. Per la coppia giovane forse aiuta anche il fatto che la McAdams e Gosling siano quasi coetanei, nati entrambi a London nell'Ontario, e che proprio con l'occasione di questo film si siano messi assieme per un paio d'anni.
(*) Occhio e croce siamo attorno al cambio di secolo.
(**) Alla fine finirà a New York.
(***) Almeno temporaneamente.
(°) Immondizia bianca, così vengono qualificati i bianchi che non hanno adeguato pedigree.
Doctor Who 9.8: The Zygon inversion
Dove eravamo rimasti? Ah sì, una Zygon ribelle ha preso le sembianze di Clara Oswald (Jenna Coleman), ha causato una carneficina umana e zygoniana con lo scopo di spingere le due popolazioni a rompere la tregua e ammazzarsi fino a che uno solo dei due contendenti sopravviva. Ella si è battezzata Bonnie, ma il Dottore (Peter Capaldi) preferisce chiamarla Zygella, probabilmente con il solo scopo di farla innervosire.
Clara è in sospensione vitale all'interno di un bozzolo zygoniano in una situazione che ricorda molto quella in cui l'abbiamo incontrata la prima volta, nel primo episodio della settima stagione, ne Il manicomio dei Dalek. Riesce però a capire di essere in una realtà fittizia e a influire sul comportamento di Bonnie, riuscendo così ad evitare che il Dottore e Osgood (Ingrid Oliver) finiscano in briciole. Abbiamo così modo di vedere il paracadute del Dottore, che riporta i colori della Union Jack, il che, seguendo la contorta logica del Signore del Tempo, avrebbe lo scopo di renderlo mimetico. E Osgood, che rompe gli occhiali nella concitata azione, ha la fortuna di poterli rimpiazzare temporaneamente i prodigiosi occhiali sonici, dotati pure di accesso a internet con relativa imbarazzante cronologia.
Superata una serie di complicazioni, tra le quali c'è il ritorno di Kate (Jemma Redgrave), che è riuscita a scampare all'attacco zygoniano della puntata precedente, si arriva al momento della verità. Zygon contro umani, Bonnie contro Kate. E in mezzo c'è il Dottore. Che mostra tutta la forza in un breve monologo in cui racconta quanto si senta debole, quanto i fatti che ha vissuto come War Doctor, il Dottore Dimenticato (John Hurt), lo abbiano usurato e disgustato della furia omicida che pare pervadere l'universo.
(*) vedasi Il giorno del Dottore, speciale del cinquantesimo, per dettagli.
Clara è in sospensione vitale all'interno di un bozzolo zygoniano in una situazione che ricorda molto quella in cui l'abbiamo incontrata la prima volta, nel primo episodio della settima stagione, ne Il manicomio dei Dalek. Riesce però a capire di essere in una realtà fittizia e a influire sul comportamento di Bonnie, riuscendo così ad evitare che il Dottore e Osgood (Ingrid Oliver) finiscano in briciole. Abbiamo così modo di vedere il paracadute del Dottore, che riporta i colori della Union Jack, il che, seguendo la contorta logica del Signore del Tempo, avrebbe lo scopo di renderlo mimetico. E Osgood, che rompe gli occhiali nella concitata azione, ha la fortuna di poterli rimpiazzare temporaneamente i prodigiosi occhiali sonici, dotati pure di accesso a internet con relativa imbarazzante cronologia.
Superata una serie di complicazioni, tra le quali c'è il ritorno di Kate (Jemma Redgrave), che è riuscita a scampare all'attacco zygoniano della puntata precedente, si arriva al momento della verità. Zygon contro umani, Bonnie contro Kate. E in mezzo c'è il Dottore. Che mostra tutta la forza in un breve monologo in cui racconta quanto si senta debole, quanto i fatti che ha vissuto come War Doctor, il Dottore Dimenticato (John Hurt), lo abbiano usurato e disgustato della furia omicida che pare pervadere l'universo.
(*) vedasi Il giorno del Dottore, speciale del cinquantesimo, per dettagli.
Snoopy & friends - Il film dei Peanuts
Titolo mentitore, il bambino buffo con un gran nasone (*) AKA l'asso volante della prima guerra mondiale, nemico giurato di Manfred von Richthofen (**), fa solo da spalla a Charlie Brown che è il vero protagonista di questa storia, basata sulle strisce di Charles Schulz e diretta da Steve Martino per i Blue sky studios, le animazioni targate Twentieth century fox, ovvero L'era glaciale e dintorni.
Il nostro disastroso antieroe sembra diretto verso la sua solita serie di piccole disavventure, a partire dall'ennesimo tentativo infruttuoso di far volare un aquilone, quando arriva una nuova famiglia nel vicinato. E con essa niente meno che La Ragazzina dai Capelli Rossi, della quale Charlie si innamora immediatamente, praticamente senza averla nemmeno vista bene.
Come lui stesso ci dice, in lei vede una occasione di riscatto. Viene da fuori, non sa di tutte le sue disavventure, con lei Charlie Brown può cercare di avere una nuova chance. Ma a volte non basta la buona volontà e, per quanto impegno ci metta, ogni tentativo di rendersi interessante agli occhi di lei si trasforma in una catastrofe. Succede così che Charlie Brown vorrebbe fare colpo come prestigiatore ma, anche se ha preparato con impegno il suo numero, preferisce rinunciarci per salvare la sorellina Sally da una brutta figura; impara a ballare quando scopre che è una passione di lei, senza risultato; gli capita di dover commentare un libro a scelta, in coppia proprio con lei, e sceglie addirittura Guerra e pace, ma il suo riassunto finisce in briciole; ottiene un punteggio sensazionale ad un test scolastico, e ammette pubblicamente che si tratta di un errore.
Sembra che non ci sia niente da fare, il caso si oppone strenuamente a tutti i suoi tentativi, e anche il tenace Charlie Brown non sa più che fare. Epperò, l'ultimo giorno di scuola, è proprio la ragazzina dai capelli rossi a fare qualcosa per cercare di entrare in contatto con lui. Ma a questo punto è Charlie Brown che non ci crede più. Fortuna che Linus insiste, e lo convince a provare almeno a parlarle una volta prima di arrendersi definitivamente. E qui succede il miracolo. L'albero mangia-aquiloni libera una sua preda scatenando così una sequenza di avvenimenti fortunosi che porteranno, chissà, ad iniziare davvero una nuova fase della vita di Charlie Brown.
(*) Come viene a volte scambiato da quella distrattona di Piperita Patty.
(**) A sua volte AKA Barone rosso.
Il nostro disastroso antieroe sembra diretto verso la sua solita serie di piccole disavventure, a partire dall'ennesimo tentativo infruttuoso di far volare un aquilone, quando arriva una nuova famiglia nel vicinato. E con essa niente meno che La Ragazzina dai Capelli Rossi, della quale Charlie si innamora immediatamente, praticamente senza averla nemmeno vista bene.
Come lui stesso ci dice, in lei vede una occasione di riscatto. Viene da fuori, non sa di tutte le sue disavventure, con lei Charlie Brown può cercare di avere una nuova chance. Ma a volte non basta la buona volontà e, per quanto impegno ci metta, ogni tentativo di rendersi interessante agli occhi di lei si trasforma in una catastrofe. Succede così che Charlie Brown vorrebbe fare colpo come prestigiatore ma, anche se ha preparato con impegno il suo numero, preferisce rinunciarci per salvare la sorellina Sally da una brutta figura; impara a ballare quando scopre che è una passione di lei, senza risultato; gli capita di dover commentare un libro a scelta, in coppia proprio con lei, e sceglie addirittura Guerra e pace, ma il suo riassunto finisce in briciole; ottiene un punteggio sensazionale ad un test scolastico, e ammette pubblicamente che si tratta di un errore.
Sembra che non ci sia niente da fare, il caso si oppone strenuamente a tutti i suoi tentativi, e anche il tenace Charlie Brown non sa più che fare. Epperò, l'ultimo giorno di scuola, è proprio la ragazzina dai capelli rossi a fare qualcosa per cercare di entrare in contatto con lui. Ma a questo punto è Charlie Brown che non ci crede più. Fortuna che Linus insiste, e lo convince a provare almeno a parlarle una volta prima di arrendersi definitivamente. E qui succede il miracolo. L'albero mangia-aquiloni libera una sua preda scatenando così una sequenza di avvenimenti fortunosi che porteranno, chissà, ad iniziare davvero una nuova fase della vita di Charlie Brown.
(*) Come viene a volte scambiato da quella distrattona di Piperita Patty.
(**) A sua volte AKA Barone rosso.
Whisky a volontà
Nel 1941 una nave commerciale inglese naufragò dalle parti delle Ebridi, su in Scozia. La seconda guerra mondiale stava già mordendo l'economia britannica, e molti beni normalmente comuni erano diventati di difficile reperibilità. In particolare, la S.S. Politician aveva nella stiva una gran quantità di whisky. Si può immaginare la reazione dei nativi.
Compton MacKenzie rielaborò la storia e ne fece prima un romanzo e poi l'adattò per il cinema per la regia di Alexander Mackendrick. E' il primo dei tre film che questo regista ha diretto per gli Ealing Studios, seguiranno Lo scandalo del vestito bianco e Ladykillers. Tutti e tre sono considerati tra le cose migliori nella collezione di commedie di quel mitico studio. In questo titolo mi è sembrato di notare a tratti una certa vicinanza con lo stile neorealistico di quello che ai tempi era il nuovo cinema italiano. Dalla biografia di Mackendrick leggo in effetti che durante la guerra è stato anche in Italia ed era entrato in contatto con Roberto Rossellini quando questi stava lavorando a Roma città aperta.
Il ritratto affettuoso ma pungente della comunità locale mi ha fatto pensare a quella narrata in Local hero. L'interpretazione molto rigorosa, ma anche ipocrita, della tradizione religiosa a Le onde del destino.
Compton MacKenzie rielaborò la storia e ne fece prima un romanzo e poi l'adattò per il cinema per la regia di Alexander Mackendrick. E' il primo dei tre film che questo regista ha diretto per gli Ealing Studios, seguiranno Lo scandalo del vestito bianco e Ladykillers. Tutti e tre sono considerati tra le cose migliori nella collezione di commedie di quel mitico studio. In questo titolo mi è sembrato di notare a tratti una certa vicinanza con lo stile neorealistico di quello che ai tempi era il nuovo cinema italiano. Dalla biografia di Mackendrick leggo in effetti che durante la guerra è stato anche in Italia ed era entrato in contatto con Roberto Rossellini quando questi stava lavorando a Roma città aperta.
Il ritratto affettuoso ma pungente della comunità locale mi ha fatto pensare a quella narrata in Local hero. L'interpretazione molto rigorosa, ma anche ipocrita, della tradizione religiosa a Le onde del destino.
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