Il titolo originale, A few best men, sembra strizzare l'occhio a A few good men, allusione completamente persa in italiano, visto anche che da noi il secondo è noto come Codice d'onore. Ma non è una gran perdita, dato che i due film hanno ben poco a cui spartire. La titolazione italiana rimanda invece a Tre uomini e una gamba, di Aldo, Giovanni e Giacomo, ma di nuovo senza colpire nel segno. Anche perché gli amici-protagonisti, a ben vedere, qui sono quattro.
Cast anglo-australiano a basso tasso di riconoscibilità in cui spicca però Olivia Newton-John, a trent'anni di distanza dal suo breve periodo d'oro di attrice, iniziato e finito con Grease. La stessa contribuisce pesantemente alla colonna sonora.
La storia non è particolarmente intrigante. Lui è un ragazzetto inglese, un orfano la cui famiglia è composta da tre amici coetanei e piuttosto messi male, lei un'australiana di famiglia altolocata. Si conoscono in vacanza, si piacciono un sacco, decidono di sposarsi. Tornano alle rispettive case, lui raccatta gli amici e tutti e quattro se ne vanno in Australia. Segue incontro-scontro con la famiglia della sposa, e con un bizzarro spacciatore australiano, da cui conseguono una serie di catastrofi che invero coinvolgono anche la pecora (maschio, nonostante ne venga messa in dubbio la mascolinità) citata dal titolo italiano.
Si tratta di una commedia, e dunque tutto finirà per il meglio, persino per lo spacciatore. Sceneggiatura (Dean Craig) non definibile robusta, ma dotata di molti spunti comici, ben sfruttati dalla regia (Stephan Elliott, sì, quello di Priscilla) che pure non è che si possa dire memorabile.
Umorismo che a volte punta sul pecoreccio, ma che, tutto sommato, direi che funziona.
Nemico pubblico
Parte bene, ma non capisco dove voglia andare. Ho avuto l'impressione di aver girato in giro per un paio d'ore ad una storia di cui si sapeva già molto. Che è un po' un problema nel raccontare al cinema una storia vera, avendo per di più lo scopo di restare (abbastanza) aderenti ai fatti.
La regia di Michael Mann (anche co-sceneggiatore) mi è parsa più focalizzata sulla rappresentazione della storia che sul suo senso, e il risultato mi pare conseguentemente piacevole ma ben poco memorabile. Gran parte del peso attoriale è caricato su Johnny Depp, che interpreta efficacemente John Dillinger, di cui però si perde quasi ogni approfondimento psicologico, spendendo gran parte del suo tempo in azione. Evasioni, rapine, fughe, spari e botti, e pure una storia sentimentale con Marion Cotillard, dove i due passano assieme ben poco tempo e sembra che siano più interessati all'idea di essere una coppia, che ad esserlo in realtà.
Sull'altro lato della barricata vediamo in azione Christian Bale in una parte molto misurata, che pure avendo il suo perché, visto che il suo personaggio si trova a combattere tra le pressioni del suo capo (J. Edgar Hoover, mostrato come un burocrate assetato di potere, tendenzialmente fascistoide, ben interpretato da Billy Crudup) e il suo desiderio di essere un poliziotto onesto, mi pare finisca però per risultare poco incisiva.
Mann gestisce molto bene i numerosi personaggi al contorno, ricorrendo anche ad attori che, sia pure in parti minime, riescono a dare peso alla loro apparizione. Vedasi ad esempio Channing Tatum, Giovanni Ribisi o Carey Mulligan.
Curioso il passaggio dal plurale del titolo originale (Public enemies) al singolare italiano. Destino che accomuna questo titolo a L'uomo che fissa le capre.
La regia di Michael Mann (anche co-sceneggiatore) mi è parsa più focalizzata sulla rappresentazione della storia che sul suo senso, e il risultato mi pare conseguentemente piacevole ma ben poco memorabile. Gran parte del peso attoriale è caricato su Johnny Depp, che interpreta efficacemente John Dillinger, di cui però si perde quasi ogni approfondimento psicologico, spendendo gran parte del suo tempo in azione. Evasioni, rapine, fughe, spari e botti, e pure una storia sentimentale con Marion Cotillard, dove i due passano assieme ben poco tempo e sembra che siano più interessati all'idea di essere una coppia, che ad esserlo in realtà.
Sull'altro lato della barricata vediamo in azione Christian Bale in una parte molto misurata, che pure avendo il suo perché, visto che il suo personaggio si trova a combattere tra le pressioni del suo capo (J. Edgar Hoover, mostrato come un burocrate assetato di potere, tendenzialmente fascistoide, ben interpretato da Billy Crudup) e il suo desiderio di essere un poliziotto onesto, mi pare finisca però per risultare poco incisiva.
Mann gestisce molto bene i numerosi personaggi al contorno, ricorrendo anche ad attori che, sia pure in parti minime, riescono a dare peso alla loro apparizione. Vedasi ad esempio Channing Tatum, Giovanni Ribisi o Carey Mulligan.
Curioso il passaggio dal plurale del titolo originale (Public enemies) al singolare italiano. Destino che accomuna questo titolo a L'uomo che fissa le capre.
Super - Attento crimine!!!
Da bravo film indipendente, ha avuto una storia distributiva travagliata. Prime uscite festivaliere nel 2010, rapido passaggio nelle sale americane nel 2011, per poi passare direttamente alla pay-tv.
La storia produttiva non è da meno. Dalla prima idea alla realizzazione sono passati tanti di quegli anni che nel frattempo sono usciti altri film basati sulla stessa idea, in particolare ricordo Gardener of Eden - Il giustiziere senza legge del 2007 e Kick-ass del 2010, il che non ha certo giovato alla riuscita del progetto.
La storia è quella di un tizio normale che si mette a fare il supereroe. Idea che, del resto, è venuta anche a Lillo & Greg con il loro NormalMan. Si veda qui, per esempio:
Però si sa gli americani come sono, e le loro versioni sono molto più truculente.
Nel caso in questione, James Gunn (sceneggiatura, regia, e anche attore con una diabolica particina) mostra un chiaro interesse per la violenza sanguignolenta che, a mio gusto, avrebbe potuto tenere a bada. Il protagonista è infatti un povero diavolo (Rainn Wilson) dal comprendonio molto limitato, che ha avuto una vita deprimente e che per lavoro cuoce hamburger. Un (dubbio) colpo di fortuna lo porta a conoscere la bella Sarah (Liv Tyler), una tossica che sta cercando di disintossicarsi. Causa del suo precario stato mentale, lei scambia la gratitudine con amore, e sposa il cuoco. Dopo poco si accorge dell'errore e se ne va da un piccolo boss della mala locale (Kevin Bacon).
Lo shock è tale che il nostro ha una apparizione mistica degna di Terry Gilliam e, prendendo esempio da una serie televisiva incredibilmente brutta con un supereroe cristiano, decide di trasformarsi in super-normal-eroe. Armato di chiave inglese, spacca la faccia a spacciatori, pedofili, prostitute e persino a due disgraziati che tagliano una coda. Tutto bene (almeno per lui) fino a questo punto, in una società che è tendenzialmente violenta, un tale che va in giro vestito in modo strano e ferisce gente marginale non fa quasi nemmeno notizia. Il problema è quando cerca di fare il supereroe con delinquenti veri, che non ci pensano due volte prima di infilargli un proiettile in corpo. E qui entra nel vivo il film. Braccato, si rivolge all'unica persona di cui si fida, la venditrice di fumetti (Ellen Page) che già sospetta la sua vera identità. Questa è una pazza scatenata, e i due assieme si trovano bene al punto che, dopo aver fatto incetta di armi (vanno ad una specie di supermercato che offre sconti del 50%), partono all'assalto della villa del cattivo.
E fino a qui il film m'è sembrato poco appetibile, ravvivato dalle interpretazioni dei personaggi secondari interpretati da un cast inaspettato visto il budget limitatissimo della produzione, simpatico Bacon, poco sfruttata ma sempre piacevole la Tyler, divertente la Page, ma poco interessante nello sviluppo. Ma chi riesce ad arrivare al finale troverà ricompensa per la sua pazienza. Almeno, questo è stato il mio caso.
Se mi è stato difficile empatizzare con l'idiota visionario e pasticcione, seguito per un'ora abbondante in un insano percorso che non capivo dove potesse portare, le cose cambiano totalmente negli ultimi venti minuti. Qualche eccesso superoministico, ma anche (finalmente) una vera tensione emotiva, con una chiusura non scontata.
La storia produttiva non è da meno. Dalla prima idea alla realizzazione sono passati tanti di quegli anni che nel frattempo sono usciti altri film basati sulla stessa idea, in particolare ricordo Gardener of Eden - Il giustiziere senza legge del 2007 e Kick-ass del 2010, il che non ha certo giovato alla riuscita del progetto.
La storia è quella di un tizio normale che si mette a fare il supereroe. Idea che, del resto, è venuta anche a Lillo & Greg con il loro NormalMan. Si veda qui, per esempio:
Però si sa gli americani come sono, e le loro versioni sono molto più truculente.
Nel caso in questione, James Gunn (sceneggiatura, regia, e anche attore con una diabolica particina) mostra un chiaro interesse per la violenza sanguignolenta che, a mio gusto, avrebbe potuto tenere a bada. Il protagonista è infatti un povero diavolo (Rainn Wilson) dal comprendonio molto limitato, che ha avuto una vita deprimente e che per lavoro cuoce hamburger. Un (dubbio) colpo di fortuna lo porta a conoscere la bella Sarah (Liv Tyler), una tossica che sta cercando di disintossicarsi. Causa del suo precario stato mentale, lei scambia la gratitudine con amore, e sposa il cuoco. Dopo poco si accorge dell'errore e se ne va da un piccolo boss della mala locale (Kevin Bacon).
Lo shock è tale che il nostro ha una apparizione mistica degna di Terry Gilliam e, prendendo esempio da una serie televisiva incredibilmente brutta con un supereroe cristiano, decide di trasformarsi in super-normal-eroe. Armato di chiave inglese, spacca la faccia a spacciatori, pedofili, prostitute e persino a due disgraziati che tagliano una coda. Tutto bene (almeno per lui) fino a questo punto, in una società che è tendenzialmente violenta, un tale che va in giro vestito in modo strano e ferisce gente marginale non fa quasi nemmeno notizia. Il problema è quando cerca di fare il supereroe con delinquenti veri, che non ci pensano due volte prima di infilargli un proiettile in corpo. E qui entra nel vivo il film. Braccato, si rivolge all'unica persona di cui si fida, la venditrice di fumetti (Ellen Page) che già sospetta la sua vera identità. Questa è una pazza scatenata, e i due assieme si trovano bene al punto che, dopo aver fatto incetta di armi (vanno ad una specie di supermercato che offre sconti del 50%), partono all'assalto della villa del cattivo.
E fino a qui il film m'è sembrato poco appetibile, ravvivato dalle interpretazioni dei personaggi secondari interpretati da un cast inaspettato visto il budget limitatissimo della produzione, simpatico Bacon, poco sfruttata ma sempre piacevole la Tyler, divertente la Page, ma poco interessante nello sviluppo. Ma chi riesce ad arrivare al finale troverà ricompensa per la sua pazienza. Almeno, questo è stato il mio caso.
Se mi è stato difficile empatizzare con l'idiota visionario e pasticcione, seguito per un'ora abbondante in un insano percorso che non capivo dove potesse portare, le cose cambiano totalmente negli ultimi venti minuti. Qualche eccesso superoministico, ma anche (finalmente) una vera tensione emotiva, con una chiusura non scontata.
... e ora parliamo di Kevin
O meglio We need to talk about Kevin (dobbiamo parlare di Kevin). Come e perché sia venuto in mente la variazione insensata del titolo italiano è uno di quei misteri che credo insolubili.
La sceneggiatura mi sembra che segua lo schema di un tipico film horror, come ad esempio Orphan, con un ragazzino terribile che però è tale solo per qualcuno, almeno fino a quando con compie l'efferato Atto Estremo.
Lo sviluppo però è molto più complicato, grazie anche alla regia (Lynne Ramsay) che dissemina di indizi il racconto, lasciando che sia lo spettatore a capire quello che vuole.
Una struttura così deve necessariamente appoggiarsi ad un buon cast, risolto con Tilda Swinton (la madre), John C. Reilly (padre svagato quando non totalmente assente) ed Ezra Miller (il terribile ragazzetto).
Da notare che tra i produttori, oltre alla Ramsay e alla Swinton, c'è anche Steven Soderbergh.
La struttura narrativa del film è caotica, mi ci sono voluti parecchi minuti per capire cosa diamine stesse accadendo. Si salta allegramente tra un passato remoto, prima del concepimento di Kevin, al presente storico, due anni dopo l'Atto Estremo, e avanti-indietro per i diciotto anni che sono compresi tra questi limiti. Ma è bene che sia così, sia perché è specchio del caos interiore della protagonista, sia perché altrimenti la pellicola non reggerebbe per il tempo che è necessario a raccontare i fatti. Sarebbe di una noia pazzesca, o andrebbe sforbiciato a fondo per non far addormentare lo spettatore.
Conviene notare inoltre che si segue la prospettiva della madre, che sappiamo sin dall'inizio non essere propriamente in sé. E dunque possiamo aspettarci che quello che vediamo non sia esattamente la verità, ma piuttosto la versione di una fonte non troppo attendibile. Un bravo spettatore dovrebbe comunque essere capace di dedurre fatti anche da semplici accenni, o da battute che sembrano buttate lì per caso, ma che nell'economia complessiva del testo hanno il loro peso.
Bizzarra colonna sonora, infarcita di canzonette allegre (Everyday di Buddy Holly, ad esempio) che, per quanto strano possa sembrare, mi sono sembrate molto azzeccate.
La sceneggiatura mi sembra che segua lo schema di un tipico film horror, come ad esempio Orphan, con un ragazzino terribile che però è tale solo per qualcuno, almeno fino a quando con compie l'efferato Atto Estremo.
Lo sviluppo però è molto più complicato, grazie anche alla regia (Lynne Ramsay) che dissemina di indizi il racconto, lasciando che sia lo spettatore a capire quello che vuole.
Una struttura così deve necessariamente appoggiarsi ad un buon cast, risolto con Tilda Swinton (la madre), John C. Reilly (padre svagato quando non totalmente assente) ed Ezra Miller (il terribile ragazzetto).
Da notare che tra i produttori, oltre alla Ramsay e alla Swinton, c'è anche Steven Soderbergh.
La struttura narrativa del film è caotica, mi ci sono voluti parecchi minuti per capire cosa diamine stesse accadendo. Si salta allegramente tra un passato remoto, prima del concepimento di Kevin, al presente storico, due anni dopo l'Atto Estremo, e avanti-indietro per i diciotto anni che sono compresi tra questi limiti. Ma è bene che sia così, sia perché è specchio del caos interiore della protagonista, sia perché altrimenti la pellicola non reggerebbe per il tempo che è necessario a raccontare i fatti. Sarebbe di una noia pazzesca, o andrebbe sforbiciato a fondo per non far addormentare lo spettatore.
Conviene notare inoltre che si segue la prospettiva della madre, che sappiamo sin dall'inizio non essere propriamente in sé. E dunque possiamo aspettarci che quello che vediamo non sia esattamente la verità, ma piuttosto la versione di una fonte non troppo attendibile. Un bravo spettatore dovrebbe comunque essere capace di dedurre fatti anche da semplici accenni, o da battute che sembrano buttate lì per caso, ma che nell'economia complessiva del testo hanno il loro peso.
Bizzarra colonna sonora, infarcita di canzonette allegre (Everyday di Buddy Holly, ad esempio) che, per quanto strano possa sembrare, mi sono sembrate molto azzeccate.
Michael Clayton
Storia non particolarmente sorprendente, ma ben scritta da Tony Gilroy. Lo stesso dicasi per la regia, che è la prima per lo stesso Gilroy. Cast da favola, con George Clooney nel ruolo principale ben supportato da gente del calibro di Tilda Swinton, Tom Wilkinson e Sydney Pollack (al suo ultimo ruolo importante - aveva spesso fatto apparizioni, ma aveva iniziato a recitare seriamente quasi per caso, in Tootsie, non trovando un adatto per la parte, qualcuno gli aveva fatto notare che lui sarebbe stato perfetto). Un pool di produttori impressionante, in cui spiccano i nomi di Clooney, Pollack, Anthony Minghella e Steven Soderbergh.
Un attacco da brivido, con Wilkinson che lascia un lungo messaggio in segreteria a Clooney (non vediamo né uno né l'altro, intenti come siamo a seguire una agitata serata nello studio legale newyorkese dove lavorano entrambi), stacco su Pollack, stacco sulla Swindon, e infine passiamo a Clooney, che sta giocando d'azzardo. Che sta succedendo? Non capiamo bene. Vediamo il protagonista al lavoro, lo vediamo correre via col suo bel Mercedes (aziendale, scopriremo poi), fermarsi di botto, attratto chissà perché da tre cavalli che lo guardano perplessi. Al che la sua auto esplode.
Flashback di quattro giorni e ci viene spiegato l'arcano. Wilkinson è il migliore avvocato dello studio legale, che segue un caso spinoso, il loro cliente è una perfida multinazionale agraria che ha combinato un grosso pasticcio. Wilkinson scopre che hanno roba molto (ma molto) sporca da nascondere e, probabilmente anche a causa dei ritmi di lavoro disumani che ha tenuto negli anni precedenti, dà fuori di testa. Clooney, il cui lavoro consiste nel risolvere problemi insolubili senza badare troppo a sottigliezze, viene mandato da Pollack a limitare i danni. La Swindon è una donna in carriera che si occupa del settore legale della multinazionale. Farebbe di tutto per il suo lavoro, nonostante che non le venga naturale (l'abbiamo vista sudare copiosamente nella scena iniziale - cosa che per gli americani è terribile, la vediamo preparare le sue interviste e presentazioni come una attrice, scegliendo abiti, posture, battute).
Il povero Clooney, divorziato, oberato dai debiti, mal considerato nella sua stessa azienda, si trova preso nel mezzo. Deve pensare solo a se stesso, o deve cercare di fare la cosa giusta?
Un legal thriller come molti, ma senza punti deboli, e con il punto forte di un quartetto di grandi attori in splendida forma. Possibilmente, consiglierei di vederlo in originale, bellissimo, ad esempio, è il cambio di tono di Wilkinson, che usa quasi tutto il tempo un tono tra il dolcemente lunatico e il minaccioso represso, ma nello scambio cruciale con Clooney, passa a quello che era probabilmente il suo normale modo di parlare in corte, misurato, musicale, ma estremamente determinato.
Tra gli svariati film che mi sono venuti in mente, direi che il principale sia Erin Brockovich, che non mi è mai piaciuto per il motivo fondamentale che lì la protagonista fa tanto l'ecologista anti multinazionale, ma in fin dei conti segue la stessa logica di chi apparentemente contrasta. OK, nel caso particolare sta con i "buoni", ma il suo interesse sta evidentemente solo nell'incasso di un un corposo assegno. E se il punto chiave è solo quello, allora che cambia? Non è una scelta morale quella della protagonista, è solo un azzardo.
Clayton invece si trova di fronte ad una serie di dilemmi, e le scelte che fa, le fa controvoglia. Nel finale la Brockovich si gode il successo. Clayton invece, dopo un drammatico (e strepitoso) confronto con la Swindon, sale su un taxi e, in contrasto con l'inizio, abbiamo solo un lungo silenzio (sulla bella colonna sonora di James Newton Howard che mi è quasi passata inosservata fino a questo momento) con la macchina da presa che ci mostra i pensieri che scorrono negli occhi del protagonista.
Un attacco da brivido, con Wilkinson che lascia un lungo messaggio in segreteria a Clooney (non vediamo né uno né l'altro, intenti come siamo a seguire una agitata serata nello studio legale newyorkese dove lavorano entrambi), stacco su Pollack, stacco sulla Swindon, e infine passiamo a Clooney, che sta giocando d'azzardo. Che sta succedendo? Non capiamo bene. Vediamo il protagonista al lavoro, lo vediamo correre via col suo bel Mercedes (aziendale, scopriremo poi), fermarsi di botto, attratto chissà perché da tre cavalli che lo guardano perplessi. Al che la sua auto esplode.
Flashback di quattro giorni e ci viene spiegato l'arcano. Wilkinson è il migliore avvocato dello studio legale, che segue un caso spinoso, il loro cliente è una perfida multinazionale agraria che ha combinato un grosso pasticcio. Wilkinson scopre che hanno roba molto (ma molto) sporca da nascondere e, probabilmente anche a causa dei ritmi di lavoro disumani che ha tenuto negli anni precedenti, dà fuori di testa. Clooney, il cui lavoro consiste nel risolvere problemi insolubili senza badare troppo a sottigliezze, viene mandato da Pollack a limitare i danni. La Swindon è una donna in carriera che si occupa del settore legale della multinazionale. Farebbe di tutto per il suo lavoro, nonostante che non le venga naturale (l'abbiamo vista sudare copiosamente nella scena iniziale - cosa che per gli americani è terribile, la vediamo preparare le sue interviste e presentazioni come una attrice, scegliendo abiti, posture, battute).
Il povero Clooney, divorziato, oberato dai debiti, mal considerato nella sua stessa azienda, si trova preso nel mezzo. Deve pensare solo a se stesso, o deve cercare di fare la cosa giusta?
Un legal thriller come molti, ma senza punti deboli, e con il punto forte di un quartetto di grandi attori in splendida forma. Possibilmente, consiglierei di vederlo in originale, bellissimo, ad esempio, è il cambio di tono di Wilkinson, che usa quasi tutto il tempo un tono tra il dolcemente lunatico e il minaccioso represso, ma nello scambio cruciale con Clooney, passa a quello che era probabilmente il suo normale modo di parlare in corte, misurato, musicale, ma estremamente determinato.
Tra gli svariati film che mi sono venuti in mente, direi che il principale sia Erin Brockovich, che non mi è mai piaciuto per il motivo fondamentale che lì la protagonista fa tanto l'ecologista anti multinazionale, ma in fin dei conti segue la stessa logica di chi apparentemente contrasta. OK, nel caso particolare sta con i "buoni", ma il suo interesse sta evidentemente solo nell'incasso di un un corposo assegno. E se il punto chiave è solo quello, allora che cambia? Non è una scelta morale quella della protagonista, è solo un azzardo.
Clayton invece si trova di fronte ad una serie di dilemmi, e le scelte che fa, le fa controvoglia. Nel finale la Brockovich si gode il successo. Clayton invece, dopo un drammatico (e strepitoso) confronto con la Swindon, sale su un taxi e, in contrasto con l'inizio, abbiamo solo un lungo silenzio (sulla bella colonna sonora di James Newton Howard che mi è quasi passata inosservata fino a questo momento) con la macchina da presa che ci mostra i pensieri che scorrono negli occhi del protagonista.
Giulio Cesare
Dopo Cesare non deve morire dei Taviani, ho pensato di fare un salto di una sessantina d'anni e rivedermi quella che forse è la più famosa versione su pellicola della tragedia di William Shakespeare, anche se non direi che è la migliore.
Si tratta infatti di una trasposizione che non aggiunge nulla all'originale, se non una colonna sonora dimenticabile, quando non è fasidiosa, e un paio di scene di massa, tra cui la battaglia di Filippi che mi è parsa un inutile spreco di pellicola. Colpa del regista/sceneggiatore Joseph Mankiewicz che, a mio parere, avrebbe dovuto evitare il genere (sua la responsabilità principale anche della Cleopatra di Taylor/Burton) e concentrarsi su temi più contemporanei, che gli riuscivano pure bene, vedi Eva contro Eva, ad esempio.
In realtà, tenendo presente il periodo, il lavoro non è male. Ben recitato, anche se in uno stile puramente teatrale, che al mio occhio di spettatore del secolo successivo appare fuori luogo. Stride per contrasto la recitazione di Marlon Brando, nei panni di Marc'Antonio, che adatta il suo stile recitativo al film, ma comunque restando a miglia di distanza dalla scuola attoriale scespiriana. Curioso che mi sia rimasto in mente solo lui del cast, e in pratica la sola scena madre, quando in realtà la sua parte è secondaria e, tutto sommato, piuttosto antipatica. Il fatto è che il carisma dell'attore ha finito per oscurare tutto il resto.
Il vero protagonista sarebbe dovuto essere James Mason, che interpreta Bruto, reggendo senza problemi la parte. Ma chi se lo ricorda più. Particina per Deborah Kerr, nei panni di Porzia, moglie di Bruto.
Si tratta infatti di una trasposizione che non aggiunge nulla all'originale, se non una colonna sonora dimenticabile, quando non è fasidiosa, e un paio di scene di massa, tra cui la battaglia di Filippi che mi è parsa un inutile spreco di pellicola. Colpa del regista/sceneggiatore Joseph Mankiewicz che, a mio parere, avrebbe dovuto evitare il genere (sua la responsabilità principale anche della Cleopatra di Taylor/Burton) e concentrarsi su temi più contemporanei, che gli riuscivano pure bene, vedi Eva contro Eva, ad esempio.
In realtà, tenendo presente il periodo, il lavoro non è male. Ben recitato, anche se in uno stile puramente teatrale, che al mio occhio di spettatore del secolo successivo appare fuori luogo. Stride per contrasto la recitazione di Marlon Brando, nei panni di Marc'Antonio, che adatta il suo stile recitativo al film, ma comunque restando a miglia di distanza dalla scuola attoriale scespiriana. Curioso che mi sia rimasto in mente solo lui del cast, e in pratica la sola scena madre, quando in realtà la sua parte è secondaria e, tutto sommato, piuttosto antipatica. Il fatto è che il carisma dell'attore ha finito per oscurare tutto il resto.
Il vero protagonista sarebbe dovuto essere James Mason, che interpreta Bruto, reggendo senza problemi la parte. Ma chi se lo ricorda più. Particina per Deborah Kerr, nei panni di Porzia, moglie di Bruto.
Fantasia 2000
Il titolo è un gioco di parole (o meglio, di numeri) tra il suo essere un sequel dell'originale di sessanta anni prima e sulla sua data di uscita. Risultato piacevole, con dei bei momenti, ma anche con delle (perdonabili) debolezze.
La struttura è la stessa dell'originale: brani musicali per orchestra sinfonica che fanno da ispirazione ad animazioni in puro stile Walt Disney. Un episodio è in condivisione, il famoso Apprendista stregone interpretato da un Topolino pasticcione che scatena, suo malgrado, innumerevoli scope magicamente munite di braccia e di una ferrea volontà. Tra un brano e l'altro intervengono personaggi in carne e ossa (Steve Martin il più divertente ed ha pure l'ultima parola, alla fine dei titoli di coda) a fare da intermezzo leggero, quasi che la produzione fosse dubbiosa delle capacità di assorbimento del pubblico.
Il primo brano è, a mio parere, il meno riuscito. Basato sul famoso primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven, viene interpretato, molto astrattamente, come una battaglia tra luce ed ombra, con disneyana vittoria della prima. Visivamente ha dei punti interessanti, ma lo sviluppo mi è parso fiacco.
Decisamente più bello il seguente episodio, che interpreta follemente I pini di Roma di Ottorino Respighi come la storia di balene che volanti.
Stacco deciso per passare alla Rapsodia in blu di George Gershwin che accompagna una storia molto newyorkese, degli anni della depressione, usando il tratto tipico di Al Hirschfeld.
Eccezione alla regola che vuole che la musica sia ispirazione all'animazione, dalla produzione di Shostakovich pare che abbiano trovato quello che cercavano per musicare la favola anderseniana del soldatino di stagno. Aggiustata con un lieto fine d'ordinanza.
Altra interpretazione folle, dal carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns, si prende ispirazione per la vicenda di un fenicottero amante dello yo-yo e della sua turbolenta relazione con altri fenicotteri più inquadrati.
Topolino nell'Apprendista stregone lascia spazio a Paperino aiutante di Noè, episodio basato su Pomp and circumstance di Elgar.
Gran finale con un animazione mitologica, che prende spunto dalla suite dall'Uccello di fuoco di Stravinski, in cui uno spirito femminile della fecondità si scontra con un distruttivo (e maschile) spirito fiammeggiante.
Grande varietà sia musicale sia di stili grafici, dunque. Buona l'esecuzione della Chicago Symphony Orchestra diretta da James Levine, con ospiti del calibro di Itzhak Perlman. Animazione che, almeno in alcune scene, mi ha lasciato a bocca aperta, anche se altrove ho notato una commistione poco riuscita tra animazione classica e computerizzata.
La struttura è la stessa dell'originale: brani musicali per orchestra sinfonica che fanno da ispirazione ad animazioni in puro stile Walt Disney. Un episodio è in condivisione, il famoso Apprendista stregone interpretato da un Topolino pasticcione che scatena, suo malgrado, innumerevoli scope magicamente munite di braccia e di una ferrea volontà. Tra un brano e l'altro intervengono personaggi in carne e ossa (Steve Martin il più divertente ed ha pure l'ultima parola, alla fine dei titoli di coda) a fare da intermezzo leggero, quasi che la produzione fosse dubbiosa delle capacità di assorbimento del pubblico.
Il primo brano è, a mio parere, il meno riuscito. Basato sul famoso primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven, viene interpretato, molto astrattamente, come una battaglia tra luce ed ombra, con disneyana vittoria della prima. Visivamente ha dei punti interessanti, ma lo sviluppo mi è parso fiacco.
Decisamente più bello il seguente episodio, che interpreta follemente I pini di Roma di Ottorino Respighi come la storia di balene che volanti.
Stacco deciso per passare alla Rapsodia in blu di George Gershwin che accompagna una storia molto newyorkese, degli anni della depressione, usando il tratto tipico di Al Hirschfeld.
Eccezione alla regola che vuole che la musica sia ispirazione all'animazione, dalla produzione di Shostakovich pare che abbiano trovato quello che cercavano per musicare la favola anderseniana del soldatino di stagno. Aggiustata con un lieto fine d'ordinanza.
Altra interpretazione folle, dal carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns, si prende ispirazione per la vicenda di un fenicottero amante dello yo-yo e della sua turbolenta relazione con altri fenicotteri più inquadrati.
Topolino nell'Apprendista stregone lascia spazio a Paperino aiutante di Noè, episodio basato su Pomp and circumstance di Elgar.
Gran finale con un animazione mitologica, che prende spunto dalla suite dall'Uccello di fuoco di Stravinski, in cui uno spirito femminile della fecondità si scontra con un distruttivo (e maschile) spirito fiammeggiante.
Grande varietà sia musicale sia di stili grafici, dunque. Buona l'esecuzione della Chicago Symphony Orchestra diretta da James Levine, con ospiti del calibro di Itzhak Perlman. Animazione che, almeno in alcune scene, mi ha lasciato a bocca aperta, anche se altrove ho notato una commistione poco riuscita tra animazione classica e computerizzata.
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