Regia di Manoel de Oliveira, su sua sceneggiatura che pesca a piene mani dalla Bibbia, e da opere di Fyodor Dostoevsky, Friedrich Nietzsche e José Régio (importante autore portoghese novecentesco a me sconosciuto). Il risultato mi pare estremamente ostico, nonostante l'altissima qualità di tutti gli ingredienti in campo. La durata eccessiva, l'impostazione centrata su lunghissimi dialoghi tra i diversi personaggi, la tesi stessa dell'opera, la rendono poco fruibile. Ed è un peccato, perché mi pare che un minimo di attenzione allo spettatore avrebbe potuto portare ad una tragicommedia surrealista alla Buñuel molto più godibile.
In un certo senso, la storia narrata mi ha fatto pensare a Il medico dei pazzi, commedia degli equivoci di Eduardo Scarpetta portata sullo schermo da Mario Mattioli, protagonisti Totò e Aldo Giuffrè. L'azione si svolge infatti in una strana clinica psichiatrica privata che sembra essere una gigantesca messa in scena. Al punto che a metà film viene un visitatore che si presenta come Ivan Karamazov venuto a parlare col fratello Aliosha, e il direttore non si mostra minimamente stupito. Al contrario, è Ivan che chiede di essere internato, in quanto usurato dalla fatica di vivere.
Il riferimento a Dante credo voglia dare una chiave di lettura, indicando come tema la ricerca di un dio che dia un senso alla vita. Anche se qui non si arriva da nessuna parte, nessuno sembra avere una risposta convincente, lo stesso direttore dell'istituto (che immagino essere l'alter ego del regista) alla fine finisce per gettare la spugna (in modo molto Buñueliano).
Da notare che, a parte il fatto che la macchina da presa è fissa, sembra quasi si assistere ad un film Dogma 95 ante litteram. Ad esempio la (eccellente) musica del film è solo quella suonata al pianoforte da una paziente.
Italiano per principianti
Da quello che ho letto, sarebbe stato distribuito ai tempi in Italia in lingua originale (danese, Italiensk for begyndere) sottotitolato, e dovrebbe esistere il DVD che riporta quella edizione. Io invece mi sono imbattuto nell'edizione americana (Italian for beginners) "Miramax classics", sempre in lingua originale ma sottotitolata inglese. Noto anche come Dogma #12, in quanto dodicesimo film prodotto seguendo il terribile manifesto Dogma 95.
Scritto e diretto da Lone Scherfig (ma la regia non è accreditata, regola 10), si tratta di una vivace commedia sentimentale, resa meno fruibile dalle altre regole del manifesto, in particolare nella prima parte, quando non si capisce bene cosa sta succedendo. Girato dunque in formato quattro terzi, con macchina da presa a mano, senza luci che non siano quelle naturali, mai in studio, niente colonna sonora, se non un O sole mio cantato per i turisti a Venezia e un brano per piano solo sui titoli di coda.
Chi non si sia spaventato da quanto sopra, dovrebbe godersi una storia non banale che coinvolge principalmente un gruppetto di danesi (e una italiana, interpretata dall'italo-danese Sara Indrio Jensen) che hanno in comune la partecipazione ad un corso di italiano, come da titolo.
Nonostante il poco tempo a disposizione, i personaggi principali non sono dei bozzetti, ma mostrano tutti la complessità del loro carattere. Abbiamo un prete (protestante) che ha appena perso la moglie, e si trova a far da supplente per un collega che sembra essere andato fuori di testa; un burbero barista che maltratta la clientela e la cameriera (la Jensen); una piacente parrucchiera (Ann Eleonora Jørgensen) che ha un rapporto complicato con la madre alcolizzata; una pasticcera maldestra con un padre tremendo; un'impacciato dipendente d'albergo con notevoli problemi con le donne, e altri personaggi minori.
Si inizia con una carneficina, muoiono infatti in rapida successione padre, madre, e pure insegnante del corso (strano, no? come se si volesse fare piazza pulita di tutti coloro che hanno un qualche potere autoritario), e i protagonisti si danno da fare per trovare un nuovo equilibrio, scoprendo capacità in loro stessi e negli altri.
Un maggior affrancamento dal verbo del Dogma avrebbe giovato, ma il risultato è comunque interessante.
Scritto e diretto da Lone Scherfig (ma la regia non è accreditata, regola 10), si tratta di una vivace commedia sentimentale, resa meno fruibile dalle altre regole del manifesto, in particolare nella prima parte, quando non si capisce bene cosa sta succedendo. Girato dunque in formato quattro terzi, con macchina da presa a mano, senza luci che non siano quelle naturali, mai in studio, niente colonna sonora, se non un O sole mio cantato per i turisti a Venezia e un brano per piano solo sui titoli di coda.
Chi non si sia spaventato da quanto sopra, dovrebbe godersi una storia non banale che coinvolge principalmente un gruppetto di danesi (e una italiana, interpretata dall'italo-danese Sara Indrio Jensen) che hanno in comune la partecipazione ad un corso di italiano, come da titolo.
Nonostante il poco tempo a disposizione, i personaggi principali non sono dei bozzetti, ma mostrano tutti la complessità del loro carattere. Abbiamo un prete (protestante) che ha appena perso la moglie, e si trova a far da supplente per un collega che sembra essere andato fuori di testa; un burbero barista che maltratta la clientela e la cameriera (la Jensen); una piacente parrucchiera (Ann Eleonora Jørgensen) che ha un rapporto complicato con la madre alcolizzata; una pasticcera maldestra con un padre tremendo; un'impacciato dipendente d'albergo con notevoli problemi con le donne, e altri personaggi minori.
Si inizia con una carneficina, muoiono infatti in rapida successione padre, madre, e pure insegnante del corso (strano, no? come se si volesse fare piazza pulita di tutti coloro che hanno un qualche potere autoritario), e i protagonisti si danno da fare per trovare un nuovo equilibrio, scoprendo capacità in loro stessi e negli altri.
Un maggior affrancamento dal verbo del Dogma avrebbe giovato, ma il risultato è comunque interessante.
L'arte di cavarsela
Produzione indipendente molto newyorkese e molto young adult, con la particolarità di mettere assieme Emma Roberts, figlia di Eric ma soprattutto nipote di Julia (nel senso che lei è la zia, non la nonna!), e Sasha Spielberg, figlia di Steven e Kate Capshaw. Emma protagonisteggia e non bisogna essere dei geni per vaticinare una sua rapida scalata nello star-system, mentre Sasha ha una parte secondaria e non mi è chiaro se faccia cinema per passatempo o se stia aspettando una buona occasione.
Protagonista maschile è Freddie Highmore, già Charlie nella Fabbrica di cioccolato versione Tim Burton, che qui è un ragazzino in piena crisi depressiva ma che per sua fortuna incontra una serie di persone (in particolare la giovane Roberts, ma che te lo dico a fare - cit. Donnie Brasco) che lo spingono ad uscire dalla melma in cui era finito per ... non si sa, il film finisce prima.
Prima regia (e sceneggiatura) di Gavin Wiesen, fa bene il paio con La collina dei papaveri, per il tema trattato e lo stesso piglio lieve e sbarazzino, anche se il risultato è inferiore, a mio gusto rovinato da un finale troppo scontato. Forse Wiesen ha voluto evitare di clonare la fine di Manhattan, eppure mi pare che sarebbe stata la scelta migliore.
Adeguata e piacevole la colonna sonora, stile compilation e quasi completamente a cura di artisti indie come i Mates of state o i Pavement, ma con la notevole eccezione di Winter lady di Leonard Cohen.
Protagonista maschile è Freddie Highmore, già Charlie nella Fabbrica di cioccolato versione Tim Burton, che qui è un ragazzino in piena crisi depressiva ma che per sua fortuna incontra una serie di persone (in particolare la giovane Roberts, ma che te lo dico a fare - cit. Donnie Brasco) che lo spingono ad uscire dalla melma in cui era finito per ... non si sa, il film finisce prima.
Prima regia (e sceneggiatura) di Gavin Wiesen, fa bene il paio con La collina dei papaveri, per il tema trattato e lo stesso piglio lieve e sbarazzino, anche se il risultato è inferiore, a mio gusto rovinato da un finale troppo scontato. Forse Wiesen ha voluto evitare di clonare la fine di Manhattan, eppure mi pare che sarebbe stata la scelta migliore.
Adeguata e piacevole la colonna sonora, stile compilation e quasi completamente a cura di artisti indie come i Mates of state o i Pavement, ma con la notevole eccezione di Winter lady di Leonard Cohen.
La collina dei papaveri
Lo spettatore che notasse una riduzione della complessità delle animazioni di questa ultima produzione dello studio Ghibli, dovrà ricordare che il film è stato realizzato ai tempi dello tsunami, in condizioni estremamente disagiate, riuscendo nonostante tutto ad arrivare alla distribuzione nei tempi previsti.
È la seconda regia di Goro Miyazaki, che ha questa volta ottenuto un maggior supporto dal babbo Hayao (gli sarà passata l'arrabbiatura per I racconti di Terramare?). Storia completamente diversa, che mi ha fatto pensare al nostro neorealismo, tratta da un manga che converrebbe leggersi per capire alcuni passaggi che la sceneggiatura ha considerato sacrificabili.
Colonna sonora affidata a Satoshi Takebe che ha realizzato uno strano miscuglio di canzonette anni sessanta e musiche di ispirazione più remota, anni venti o giù di lì, che comunque direi funzioni.
Vicenda molto semplice, due ragazzi si conoscono a scuola, lei è molto metodica e ordinata, lui irruento. Si piacciono e sembra che parta un amoretto adolescenziale, ma c'è l'impiccio da romanzo d'appendice, pare che i due siano fratello e sorella. Cercano dunque di accantonare l'amore e restare amici, ma è praticamente impossibile. Fortunatamente si arriva allo scioglimento finale che rimette a posto le cose.
Minimalismo nei primi anni sessanta (vediamo manifesti che annunciano la incombente olimpiade di Tokio del 1964), che lascia anche un piccolo spazio ad una sottotrama pre-sessantottina, con gli studenti che combattono per salvare un vecchio edificio (chiamato Quartiere Latino) che per loro è un modo per difendere la loro storia, per quanto minore.
Non ci sono grosse sorprese, tutto fila nel registro della quotidianità, ma non sono riuscito a togliermi dalla faccia un sorriso dalla sequenza iniziale (la protagonista che al mattino prepara da mangiare per tutta la famiglia) a quella finale.
È la seconda regia di Goro Miyazaki, che ha questa volta ottenuto un maggior supporto dal babbo Hayao (gli sarà passata l'arrabbiatura per I racconti di Terramare?). Storia completamente diversa, che mi ha fatto pensare al nostro neorealismo, tratta da un manga che converrebbe leggersi per capire alcuni passaggi che la sceneggiatura ha considerato sacrificabili.
Colonna sonora affidata a Satoshi Takebe che ha realizzato uno strano miscuglio di canzonette anni sessanta e musiche di ispirazione più remota, anni venti o giù di lì, che comunque direi funzioni.
Vicenda molto semplice, due ragazzi si conoscono a scuola, lei è molto metodica e ordinata, lui irruento. Si piacciono e sembra che parta un amoretto adolescenziale, ma c'è l'impiccio da romanzo d'appendice, pare che i due siano fratello e sorella. Cercano dunque di accantonare l'amore e restare amici, ma è praticamente impossibile. Fortunatamente si arriva allo scioglimento finale che rimette a posto le cose.
Minimalismo nei primi anni sessanta (vediamo manifesti che annunciano la incombente olimpiade di Tokio del 1964), che lascia anche un piccolo spazio ad una sottotrama pre-sessantottina, con gli studenti che combattono per salvare un vecchio edificio (chiamato Quartiere Latino) che per loro è un modo per difendere la loro storia, per quanto minore.
Non ci sono grosse sorprese, tutto fila nel registro della quotidianità, ma non sono riuscito a togliermi dalla faccia un sorriso dalla sequenza iniziale (la protagonista che al mattino prepara da mangiare per tutta la famiglia) a quella finale.
A beautiful mind
Dal poco che ne so, la vita di John Nash è molto più complicata e meno presentabile di quello che ci viene fatto vedere nel film. E anche il suo apporto alla matematica moderna è molto più significativo di quello che si lascia vedere. Ma tenendo conto delle necessità di una produzione hollywoodiana non è che ci si poteva aspettare qualcosa di diverso.
Suona strana la decisione di dare la parte del protagonista a Russell Crowe che, anche se ci mette tanta buona volontà, non è che risulti molto credibile come nerd all'ennesima potenza, soprattutto considerando che veniva da Il gladiatore, e stava andando verso Master and Commander. Meglio nella seconda parte, dove appare molto invecchiato, quando il pesante trucco, e il mestiere, gli permettono di dissimulare la notevole muscolatura.
La regia di Ron Howard non mi ha entusiasmato, con alcune idee carine (l'illuminazione del protagonista mostrata illuminando l'oggetto) ma iterate fino allo sfinimento. Bella la colonna sonora di James Horner.
Non è facile raccontare al cinema la vita di un matematico con problemi mentali non indifferenti (schizofrenia paranoide, tanto per gradire). L'approccio seguito è quello di puntare ad sorta di thriller, lasciando nel dubbio lo spettatore se il protagonista sia matto o vittima di un complotto. Succede perciò che Paul Bettany non si capisce bene, fino a metà film, se sia un amico bizzarro o immaginario, e non è chiaro se Ed Harris sia un militare paranoico o se è un prodotto della paranoia del protagonista. Si arriva al punto che quando entra in scena Christopher Plummer nelle vesti di uno psichiatra (dai metodi che al giorno d'oggi fanno venire la pelle d'oca) ci si chiede se sia reale o una ennesima fantasia.
Superata la metà, si abbandona il mistero, e si passa alla parte più interessante. Come può fare il protagonista a superare il guaio che gli è capitato? Se prende i medicinali le visioni scompaiono, ma scompare pure la creatività, la possibilità di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. La soluzione sarà quella indicata dalla moglie (Jennifer Connelly), non cercare di attaccare il problema con la mente ma con il cuore. Accettare di avere amici inesistenti, ma non dare loro confidenza, cercare di entrare in relazione con gli umani, anche se sembra difficilissimo, chiedere aiuto per capire se uno sconosciuto che lo contatta (Austin Pendleton che gli comunica che stanno pensando di dargli il Nobel - per l'economia, che per la matematica non esiste, causa ruggini tra Alfred Nobel e il matematico Mittag-Leffler, le malelingue mormorano per questioni di donne) sia reale o una allucinazione.
Suona strana la decisione di dare la parte del protagonista a Russell Crowe che, anche se ci mette tanta buona volontà, non è che risulti molto credibile come nerd all'ennesima potenza, soprattutto considerando che veniva da Il gladiatore, e stava andando verso Master and Commander. Meglio nella seconda parte, dove appare molto invecchiato, quando il pesante trucco, e il mestiere, gli permettono di dissimulare la notevole muscolatura.
La regia di Ron Howard non mi ha entusiasmato, con alcune idee carine (l'illuminazione del protagonista mostrata illuminando l'oggetto) ma iterate fino allo sfinimento. Bella la colonna sonora di James Horner.
Non è facile raccontare al cinema la vita di un matematico con problemi mentali non indifferenti (schizofrenia paranoide, tanto per gradire). L'approccio seguito è quello di puntare ad sorta di thriller, lasciando nel dubbio lo spettatore se il protagonista sia matto o vittima di un complotto. Succede perciò che Paul Bettany non si capisce bene, fino a metà film, se sia un amico bizzarro o immaginario, e non è chiaro se Ed Harris sia un militare paranoico o se è un prodotto della paranoia del protagonista. Si arriva al punto che quando entra in scena Christopher Plummer nelle vesti di uno psichiatra (dai metodi che al giorno d'oggi fanno venire la pelle d'oca) ci si chiede se sia reale o una ennesima fantasia.
Superata la metà, si abbandona il mistero, e si passa alla parte più interessante. Come può fare il protagonista a superare il guaio che gli è capitato? Se prende i medicinali le visioni scompaiono, ma scompare pure la creatività, la possibilità di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. La soluzione sarà quella indicata dalla moglie (Jennifer Connelly), non cercare di attaccare il problema con la mente ma con il cuore. Accettare di avere amici inesistenti, ma non dare loro confidenza, cercare di entrare in relazione con gli umani, anche se sembra difficilissimo, chiedere aiuto per capire se uno sconosciuto che lo contatta (Austin Pendleton che gli comunica che stanno pensando di dargli il Nobel - per l'economia, che per la matematica non esiste, causa ruggini tra Alfred Nobel e il matematico Mittag-Leffler, le malelingue mormorano per questioni di donne) sia reale o una allucinazione.
Monsters
Sembra fatto apposta per attirare, nella migliore delle ipotesi, commenti misti. Nel mio caso, guardandolo ho trovato alcuni passaggi particolarmente lenti, o scontati, o semplicemente stonati. Ripensandoci con calma, però, ho finito per apprezzare la costruzione ben più solida di quello che lascia immaginare il budget minimale, e una certa profondità della sceneggiatura (che pure risulta a tratti confusa e improbabile).
In breve, si può dire che è un film di Gareth Edwards, prima sua regia per un lungometraggio, di cui ha curato anche la sceneggiatura (storia originale), la fotografia, gli effetti speciali e le scenografie, che lo ha trasformato da emerito sconosciuto a debuttante da tenere sott'occhio, al punto che gli hanno affidato il prossimo reboot di Godzilla, progetto che coinvolge studios del peso della Legendary e Vertigo, e dunque dovrebbe significare svariate decine (se non centinaia) di milioni di dollari in ballo. Sarà interessante vedere se questo (relativamente) giovane regista inglese riuscirà a non farsi distrarre dalle megaproduzioni americane per riuscire invece ad imporre il suo punto di vista.
La parte fantascientifica consiste nel fatto che una missione NASA ha raccolto esseri viventi alieni (i contenuti speciali del DVD spiegano che l'idea è che vengano da una missione su Europa, luna gioviana), ma si è schiantata sulla via del ritorno. Sospendendo l'incredulità, dobbiamo accettare la premessa che questi alieni (simili a dei giganteschi molluschi anfibi) sono sopravvissuti all'incidente e si sono adattati a vivere nel Messico. L'azione parte sei anni dopo, al punto in cui pare che la politica di contenimento nel nord del Messico non regga, e i calamaroni minacciano di sfondare un gigantesco muro costruito sul confine tra USA e Messico (espandendosi nel contempo anche verso sud).
Un breve prologo ci mostra una azione militare americana, che sembrerà fuori contesto fino alla fine del film. Un consiglio a chi vedrà il film: memorizzare quello che succede, e ricordarsene al termine, perché in realtà tutto il film è un enorme flash-back, e scopriremo che non di prologo si tratta, ma di epilogo.
Il resto del film racconta di un giornalista-fotografo americano (Scoot McNairy) che si trova in centro-america quasi come fosse in zona di guerra (e mi ha fatto pensare a titoli come Salvador o Sotto tiro), che viene costretto dal suo capo a far da balia alla figlia (Whitney Able), ferita lievemente da un incontro con gli extraterrestri, e che dovrebbe tornare in patria - cosa complicata dai reciproci attacchi di molluschi ed eserciti umani, e da una sbronza inopportuna del protagonista.
A questo punto m'è sembrato che l'azione diventasse un misto di Jurassic park, Apocalypse now, e Lamerica. I due infatti cercano di rientrare negli USA seguendo vie da immigrati clandestini, risalendo corsi d'acqua e poi marciando nella giungla (cosa ci faccia una giungla nel nord del Messico non è chiaro, ma pazienza), sotto la minaccia di mostruosi esseri. Cammino che finisce per essere metaforico, rappresentando una la crescita della consapevolezza dei due protagonisti.
Anche gli inesplicabili alieni mi sono parsi molto simbolici. I centroamericani ci convivono senza molti problemi, e si chiedono perché mai i gringos abbiano quell'isteria da fortezza assediata nei loro confronti. I due americani all'estero, cambiando prospettiva, scoprono quanto sia bizzarro il proprio modello isolazionista, pur rendendosi conto che, una volta superato il muro, si dimenticheranno di quella loro osservazione. La reazione militare al problema alieno viene catalogata come sciocca, i cosiddetti danni collaterali sono più drammatici di quelli causati dai bestioni.
Detto tutto ciò, mi pare naturale che sia da chiedersi chi siano realmente i mostri citati nel titolo.
In breve, si può dire che è un film di Gareth Edwards, prima sua regia per un lungometraggio, di cui ha curato anche la sceneggiatura (storia originale), la fotografia, gli effetti speciali e le scenografie, che lo ha trasformato da emerito sconosciuto a debuttante da tenere sott'occhio, al punto che gli hanno affidato il prossimo reboot di Godzilla, progetto che coinvolge studios del peso della Legendary e Vertigo, e dunque dovrebbe significare svariate decine (se non centinaia) di milioni di dollari in ballo. Sarà interessante vedere se questo (relativamente) giovane regista inglese riuscirà a non farsi distrarre dalle megaproduzioni americane per riuscire invece ad imporre il suo punto di vista.
La parte fantascientifica consiste nel fatto che una missione NASA ha raccolto esseri viventi alieni (i contenuti speciali del DVD spiegano che l'idea è che vengano da una missione su Europa, luna gioviana), ma si è schiantata sulla via del ritorno. Sospendendo l'incredulità, dobbiamo accettare la premessa che questi alieni (simili a dei giganteschi molluschi anfibi) sono sopravvissuti all'incidente e si sono adattati a vivere nel Messico. L'azione parte sei anni dopo, al punto in cui pare che la politica di contenimento nel nord del Messico non regga, e i calamaroni minacciano di sfondare un gigantesco muro costruito sul confine tra USA e Messico (espandendosi nel contempo anche verso sud).
Un breve prologo ci mostra una azione militare americana, che sembrerà fuori contesto fino alla fine del film. Un consiglio a chi vedrà il film: memorizzare quello che succede, e ricordarsene al termine, perché in realtà tutto il film è un enorme flash-back, e scopriremo che non di prologo si tratta, ma di epilogo.
Il resto del film racconta di un giornalista-fotografo americano (Scoot McNairy) che si trova in centro-america quasi come fosse in zona di guerra (e mi ha fatto pensare a titoli come Salvador o Sotto tiro), che viene costretto dal suo capo a far da balia alla figlia (Whitney Able), ferita lievemente da un incontro con gli extraterrestri, e che dovrebbe tornare in patria - cosa complicata dai reciproci attacchi di molluschi ed eserciti umani, e da una sbronza inopportuna del protagonista.
A questo punto m'è sembrato che l'azione diventasse un misto di Jurassic park, Apocalypse now, e Lamerica. I due infatti cercano di rientrare negli USA seguendo vie da immigrati clandestini, risalendo corsi d'acqua e poi marciando nella giungla (cosa ci faccia una giungla nel nord del Messico non è chiaro, ma pazienza), sotto la minaccia di mostruosi esseri. Cammino che finisce per essere metaforico, rappresentando una la crescita della consapevolezza dei due protagonisti.
Anche gli inesplicabili alieni mi sono parsi molto simbolici. I centroamericani ci convivono senza molti problemi, e si chiedono perché mai i gringos abbiano quell'isteria da fortezza assediata nei loro confronti. I due americani all'estero, cambiando prospettiva, scoprono quanto sia bizzarro il proprio modello isolazionista, pur rendendosi conto che, una volta superato il muro, si dimenticheranno di quella loro osservazione. La reazione militare al problema alieno viene catalogata come sciocca, i cosiddetti danni collaterali sono più drammatici di quelli causati dai bestioni.
Detto tutto ciò, mi pare naturale che sia da chiedersi chi siano realmente i mostri citati nel titolo.
I racconti di Terramare
Lo studio Ghibli è una certezza, Goro Miyazaki, invece è qui alla sua prima regia. Nonostante sia figlio del mitico Hayao, non ha precedentemente fatto altro, alcuni dicono per la difficoltà di sostenere il cognome paterno, altri sono meno simpatetici.
E in effetti, tenendo conto delle altissime aspettative che generano la casa di produzione e il cognome Miyazaki, il risultato non convince appieno. Il confronto con i migliori prodotti della Ghibli, e di Miyazaki senior, sono ineludibili, e non si risolvono mai a favore di questo titolo. La qualità del disegno è buona, ma non mi ha mai (o quasi) lasciato senza fiato, bella colonna sonora (Tamiya Terashima) ma senza raggiungere l'impatto emotivo dei lavori di Joe Hisaishi, eccetera.
Non giova poi la scelta del soggetto, una rielaborazione di alcuni libri appartenenti alla saga di Earthsea di Ursula K. Le Guin, estremamente complesso e che lascia aperta una infinita serie di interrogativi a chi non sia addentro nelle storie (come il sottoscritto). C'è da dire anche che la riscrittura è stata così pesante da rendere irriconoscibile la vicenda alla stessa Le Guin, per cui penso che nemmeno gli appassionati dei romanzi siano rimasti molto soddisfatti.
Nonostante tutto ciò, si tratta di un'opera interessante, con alcuni passaggi magistrali, che lascia ben sperare per il futuro.
Per quanto detto sopra, è impossibile raccontare in poche parole quel che succede. Si inizia con una tempesta in mare, vista dalla prospettiva di una nave che mi pare in stile europeo-medioevale. Compaiono un paio di draghi, che combattono tra loro fino alla morte di uno dei due. Gran stupore tra la ciurma, non per l'apparizione in sé, ma per il fatto che i draghi siano in quella zona, e che combattano tra loro. Passiamo poi ad una corte in cui un re cerca di gestire una situazione complicata a base di pestilenze e carenze di risorse. Ma non ha modo di fare molto, visto che il figlio lo accoltella e scappa con la sua spada.
Cambio di scena, un tale viaggia su di un placido mare su una barchetta che sa tanto di Grecia antica, accosta tra rovine di case abbandonate e giganteschi galeoni, e poi si incontra con il ragazzetto di cui sopra, salvandolo da un attacco di feroci lupi. I due decidono di viaggiare assieme. Andranno in un città in cui si pratica lo schiavismo, da cui trae vantaggio un ambiguo mago androgino. Le cose si complicano ancora di più, ma il succo è uno scontro tra chi vuole mantenere il bilanciamento tra le forze della natura e chi mira a sovvertirlo per un proprio vantaggio (tema tipico dello studio Ghibli).
Il giovane parricida è mosso dal terrore della morte, non accetta che la sua vita sia limitata, e questo gli impedisce di vivere, e questo lo porta ad avvicinarsi al lato oscuro della forza, che promette (vanamente) di superare questo scoglio.
Come sempre (o almeno spesso) accade nei film Ghibli, saranno le donne a dare un apporto fondamentale alla conclusione positiva della storia.
E in effetti, tenendo conto delle altissime aspettative che generano la casa di produzione e il cognome Miyazaki, il risultato non convince appieno. Il confronto con i migliori prodotti della Ghibli, e di Miyazaki senior, sono ineludibili, e non si risolvono mai a favore di questo titolo. La qualità del disegno è buona, ma non mi ha mai (o quasi) lasciato senza fiato, bella colonna sonora (Tamiya Terashima) ma senza raggiungere l'impatto emotivo dei lavori di Joe Hisaishi, eccetera.
Non giova poi la scelta del soggetto, una rielaborazione di alcuni libri appartenenti alla saga di Earthsea di Ursula K. Le Guin, estremamente complesso e che lascia aperta una infinita serie di interrogativi a chi non sia addentro nelle storie (come il sottoscritto). C'è da dire anche che la riscrittura è stata così pesante da rendere irriconoscibile la vicenda alla stessa Le Guin, per cui penso che nemmeno gli appassionati dei romanzi siano rimasti molto soddisfatti.
Nonostante tutto ciò, si tratta di un'opera interessante, con alcuni passaggi magistrali, che lascia ben sperare per il futuro.
Per quanto detto sopra, è impossibile raccontare in poche parole quel che succede. Si inizia con una tempesta in mare, vista dalla prospettiva di una nave che mi pare in stile europeo-medioevale. Compaiono un paio di draghi, che combattono tra loro fino alla morte di uno dei due. Gran stupore tra la ciurma, non per l'apparizione in sé, ma per il fatto che i draghi siano in quella zona, e che combattano tra loro. Passiamo poi ad una corte in cui un re cerca di gestire una situazione complicata a base di pestilenze e carenze di risorse. Ma non ha modo di fare molto, visto che il figlio lo accoltella e scappa con la sua spada.
Cambio di scena, un tale viaggia su di un placido mare su una barchetta che sa tanto di Grecia antica, accosta tra rovine di case abbandonate e giganteschi galeoni, e poi si incontra con il ragazzetto di cui sopra, salvandolo da un attacco di feroci lupi. I due decidono di viaggiare assieme. Andranno in un città in cui si pratica lo schiavismo, da cui trae vantaggio un ambiguo mago androgino. Le cose si complicano ancora di più, ma il succo è uno scontro tra chi vuole mantenere il bilanciamento tra le forze della natura e chi mira a sovvertirlo per un proprio vantaggio (tema tipico dello studio Ghibli).
Il giovane parricida è mosso dal terrore della morte, non accetta che la sua vita sia limitata, e questo gli impedisce di vivere, e questo lo porta ad avvicinarsi al lato oscuro della forza, che promette (vanamente) di superare questo scoglio.
Come sempre (o almeno spesso) accade nei film Ghibli, saranno le donne a dare un apporto fondamentale alla conclusione positiva della storia.
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