Alex (Jack Nicholson) viene da un percorso accidentato ma alcuni anni prima (*) ha deciso di mettere la testa a posto e ha messo su famiglia. La scelta è caduta su Suzanne (Judy Davis), vedova con figlio a carico, Jason (Stephen Dorff). Lei a soldi stava bene, grazie anche all'assicurazione sulla vita del defunto marito, e ha lasciato che lui li usasse per aprire un negozio di vini. Per ragioni che non conosciamo, l'attività sta andando male. Per stare a galla hanno ipotecato la casa, ma non sembra che questo sia bastato. Aggiungiamoci pure che Suzanne tende all'alcolismo e che Jason odia cordialmente il patrigno.
Data la situazione, forse si può capire come mai Alex abbia pensato che sia una buona idea recuperare le sue conoscenze del periodo cupo e tentare di raddrizzare la situazione con un furtarello. Ha così contattato uno scassinatore in disarmo, Victor (Michael Caine), e ha corteggiato la baby-sitter di un suo ricco cliente, Gabriela (Jennifer Lopez), al fine di avere le informazioni necessarie per il colpo, che consiste nel far sparire una appariscente collana che deve valere qualcosa come un milione di dollari.
Tutto però va storto sin dall'inizio. Alex non sa nemmeno cosa farà con i soldi, mettere a posto l'azienda e ricostruire il rapporto con Suzanne, o scappare con Gabriela. La salute di Victor è messa molto male, e questo gli fa perdere la sua flemma inglese in più occasioni. Gabriela, troppo focosa, finisce per perdere il lavoro proprio quando servirebbe la sua presenza, e inoltre si prende una mezza cotta per Jason. Seguono una serie di disastri che porteranno alla morte di alcuni, e nessun lieto fine.
La storia ha un suo perché, ed è narrata da Bob Rafelson che, pur essendo ben lontano dal suo periodo migliore, sa comunque fare il suo lavoro. Però forse avrebbe dovuto puntare di più sulla coppia Nicholson - Caine, e lasciare meno spazio a Dorff e soprattutto a J-Lo. Non solo per le capacità degli attori, ma anche per le potenzialità dei personaggi. Le scene con Alex e Victor che si confrontano, si insultano, si trattano con familiarità ma non si fidano uno dell'altro, mostrano una relazione intrigante e complessa che avrebbe potuto essere analizzata con maggior dettaglio.
Invece il film si apre con Jason in primo piano, e il suo romanzetto con Gabriela porta via troppo tempo senza lasciare niente di interessante da ricordare.
(*) Otto, se ricordo bene una battuta del film.
Doctor Who 9.12: Hell bent
Ricapitolando, qualcuno vuole ottenere dal Dottore (Peter Capaldi) un informazione a cui tiene molto e che ha buoni motivi per pensare che lui abbia. Il tema comune di tutta l'annata è stato quello dell'ibridazione, e questo ci fa pensare che quel qualcuno sia in cerca di un qualche ibrido che abbia una qualche importante capacità. Nel primo dei tre episodi che costituiscono il finale di stagione, Face the raven, una serie di sfortunate concomitanze fa sì che la cattura del Dottore abbia lo spiacevole effetto collaterale di far morire Clara Oswald (Jenna Coleman). A ben vedere la principale responsabile della sciagura è lei medesima, ma il Dottore non ha nessuna intenzione di andar leggero nei confronti del mandante (a quel momento ancora ignoto), della facilitatrice Ashildr/Me (Maisie Williams), e nemmeno di se stesso.
In Heaven sent scopriamo che il mandante ha modificato il disco confessionale del Dottore per trasformarlo in una tortura potenzialmente infinita nei suoi confronti, progettata per terminare solo quando il Dottore riveli l'identità del misterioso ibrido. Scopriamo anche che il mandante non è altri che il presidente di Gallifrey, e il punto cruciale della tortura è quello di mostrare al Dottore la possibilità di tornare a casa, facendogliela vedere lì, a due passi di distanza, ma praticamente irraggiungibile, separata com'è da un muro di super-diamante. Il presidente (Donald Sumpter) ha però sottovalutato la cocciutaggine e l'ira del Dottore, che non si perde d'animo e per quattro miliardi e mezzo di anni ripete instancabilmente il suo ciclo di fatica, dolore e spavento al fine di tirare qualche pugno a mani nude al muro, guadagnandosi la libertà atomo dopo atomo.
Ora il Dottore è a Gallifrey, più furibondo che mai, animato dalla diabolica determinazione (*) di salvare Clara. C'è da rabbrividire nel pensare cosa si agiti dentro di lui. Da quando è diventato Dodicesimo sa che casa sua non è persa per sempre, come pensava prima, ma è nascosta da qualche parte. Ora, che finalmente ci riesce a tornare, non può godersi il momento. La gioia del ritorno è completamente oscurata dal dolore della situazione, e sa bene che, qualunque cosa faccia, non ci potrà restare che per brevissimo tempo, e dovrà invece tornare a peregrinare senza requie.
In uno scenario alla Sergio Leone, il Dottore sfida il Presidente e, a modo suo, ne ha ragione. Ora viene la parte difficile, salvare Clara. Ci sono alcune difficoltà tecniche quasi insormontabili, oltre al fatto che Clara non è molto d'accordo a giocare alla damsel in distress, preferisce essere trattata da pari. Ed è appunto così che si svolgerà la partita. Che, sia detto per inciso, il Dottore perde, anche se non si capisce bene quanto involontariamente.
(*) Da cui il titolo dell'episodio.
In Heaven sent scopriamo che il mandante ha modificato il disco confessionale del Dottore per trasformarlo in una tortura potenzialmente infinita nei suoi confronti, progettata per terminare solo quando il Dottore riveli l'identità del misterioso ibrido. Scopriamo anche che il mandante non è altri che il presidente di Gallifrey, e il punto cruciale della tortura è quello di mostrare al Dottore la possibilità di tornare a casa, facendogliela vedere lì, a due passi di distanza, ma praticamente irraggiungibile, separata com'è da un muro di super-diamante. Il presidente (Donald Sumpter) ha però sottovalutato la cocciutaggine e l'ira del Dottore, che non si perde d'animo e per quattro miliardi e mezzo di anni ripete instancabilmente il suo ciclo di fatica, dolore e spavento al fine di tirare qualche pugno a mani nude al muro, guadagnandosi la libertà atomo dopo atomo.
Ora il Dottore è a Gallifrey, più furibondo che mai, animato dalla diabolica determinazione (*) di salvare Clara. C'è da rabbrividire nel pensare cosa si agiti dentro di lui. Da quando è diventato Dodicesimo sa che casa sua non è persa per sempre, come pensava prima, ma è nascosta da qualche parte. Ora, che finalmente ci riesce a tornare, non può godersi il momento. La gioia del ritorno è completamente oscurata dal dolore della situazione, e sa bene che, qualunque cosa faccia, non ci potrà restare che per brevissimo tempo, e dovrà invece tornare a peregrinare senza requie.
In uno scenario alla Sergio Leone, il Dottore sfida il Presidente e, a modo suo, ne ha ragione. Ora viene la parte difficile, salvare Clara. Ci sono alcune difficoltà tecniche quasi insormontabili, oltre al fatto che Clara non è molto d'accordo a giocare alla damsel in distress, preferisce essere trattata da pari. Ed è appunto così che si svolgerà la partita. Che, sia detto per inciso, il Dottore perde, anche se non si capisce bene quanto involontariamente.
(*) Da cui il titolo dell'episodio.
Dio esiste e vive a Bruxelles
Come da titolo italiano, Dio (Benoît Poelvoorde) vive in un appartamento (*) di Bruxelles. Lì vive con sua moglie (Yolande Moreau) e la figlia, Ea (Pili Groyne) una bambina che sta diventando ragazzina, con le conseguenti inquietudini di quell'età. Ci sarebbe anche un figlio, JC (David Murgia), che però è scappato di casa anni prima, e di cui resta poco più che il ricordo.
Dio è davvero una brutta persona. Più avanti spiegherà che si odia, da cui deduciamo che la spinta a creare l'uomo a sua immagine e somiglianza è finalizzata a poterlo odiare come se stesso. Esercita il suo potere via il computer nel suo studio, per mezzo del quale gestisce varie catastrofi in giro per il mondo. Il rapporto tra Dio ed Ea è molto teso, e le cose peggiorano quando Ea si intrufola nello studio del padre e scopre quanto dolore causi agli uomini per puro divertimento. Punita dal Padre per la sua ribellione, seguendo le indicazioni del Figlio che le spiega come ha fatto a raggiungere il mondo (**), Ea ordisce un piano vendicativo. Manda a tutti gli umani (***) un messaggio che li mette al corrente di quando sarà la loro morte, blocca il computer paterno, e fugge a Bruxelles con lo scopo di seguire le orme del Fratello, raccogliere sei discepoli e scrivere un Nuovissimo Testamento (°), che non parlerà di lei, ma di loro.
Seguiamo così in parallelo tre storie. Ea che contatta i suoi discepoli, Dio che cerca Ea per riportala a casa e farle rimettere a posto il computer (°°), la moglie di Dio che a poco a poco si abitua a vivere da sola nell'appartamento e finisce per riprendere confidenza con la sua divinità, bislacca quanto quella del marito, ma almeno guidata dall'amore e non dall'odio.
Dio, supponente, odioso, incapace, si prenderà una serie di legnate fisiche e metaforiche e alla fine, causa del suo male, verrà estradato in Uzbekistan dove troverà lavoro in una fabbrica di lavatrici, nella speranza di riuscire a ritrovare una connessione con il suo appartamento.
Ea riuscirà nel suo progetto, e questo porterà ad una rivoluzione nella vita sulla Terra, che diventa ancora più assurda di quella a cui siamo abituati, però in un modo che, a occhio, sembra migliore.
Tra i discepoli c'è anche Catherine Deneuve, sposata ad un ricco manager che non prova niente per lei, riuscirà, grazie anche a Ea a trovare un nuovo equilibrio, per quanto molto improbabile.
La colonna sonora è costruita anche attorno all'idea che Ea, tra i pochi attributi divini che ha, ha anche la capacità di sentire la musica che ogni persona si porta dentro, da Lascia ch’io pianga di Händel a La mer di Charles Trenet, e la usa sui suoi discepoli, riuscendo così a dar loro la possibilità di capirsi meglio.
La storia è decisamente surreale, ed è narrata da Jaco Van Dormael con il suo consueto stile che riesce a mantenere l'equilibrio tra comicità, profondità, sensibilità, dolore e affetto per i personaggi.
(*) Non molto diverso da un qualunque altro appartamento, se non fosse per alcuni dettagli, ad esempio non ha porte, ed è dotato di uno studio con pareti altissime, forse infinite.
(**) La lavatrice ha un programma segreto che genera una specie di uscita di emergenza.
(***) Invero, solo quelli dotati di telefono cellulare.
(°) Da cui il titolo originale, Le tout nouveau testament.
(°°) Dio, oltre ad essere una pessima persona, è anche un gran incapace, non sa fare niente. Non dico miracoli, ma nemmeno ripararsi il computer.
Dio è davvero una brutta persona. Più avanti spiegherà che si odia, da cui deduciamo che la spinta a creare l'uomo a sua immagine e somiglianza è finalizzata a poterlo odiare come se stesso. Esercita il suo potere via il computer nel suo studio, per mezzo del quale gestisce varie catastrofi in giro per il mondo. Il rapporto tra Dio ed Ea è molto teso, e le cose peggiorano quando Ea si intrufola nello studio del padre e scopre quanto dolore causi agli uomini per puro divertimento. Punita dal Padre per la sua ribellione, seguendo le indicazioni del Figlio che le spiega come ha fatto a raggiungere il mondo (**), Ea ordisce un piano vendicativo. Manda a tutti gli umani (***) un messaggio che li mette al corrente di quando sarà la loro morte, blocca il computer paterno, e fugge a Bruxelles con lo scopo di seguire le orme del Fratello, raccogliere sei discepoli e scrivere un Nuovissimo Testamento (°), che non parlerà di lei, ma di loro.
Seguiamo così in parallelo tre storie. Ea che contatta i suoi discepoli, Dio che cerca Ea per riportala a casa e farle rimettere a posto il computer (°°), la moglie di Dio che a poco a poco si abitua a vivere da sola nell'appartamento e finisce per riprendere confidenza con la sua divinità, bislacca quanto quella del marito, ma almeno guidata dall'amore e non dall'odio.
Dio, supponente, odioso, incapace, si prenderà una serie di legnate fisiche e metaforiche e alla fine, causa del suo male, verrà estradato in Uzbekistan dove troverà lavoro in una fabbrica di lavatrici, nella speranza di riuscire a ritrovare una connessione con il suo appartamento.
Ea riuscirà nel suo progetto, e questo porterà ad una rivoluzione nella vita sulla Terra, che diventa ancora più assurda di quella a cui siamo abituati, però in un modo che, a occhio, sembra migliore.
Tra i discepoli c'è anche Catherine Deneuve, sposata ad un ricco manager che non prova niente per lei, riuscirà, grazie anche a Ea a trovare un nuovo equilibrio, per quanto molto improbabile.
La colonna sonora è costruita anche attorno all'idea che Ea, tra i pochi attributi divini che ha, ha anche la capacità di sentire la musica che ogni persona si porta dentro, da Lascia ch’io pianga di Händel a La mer di Charles Trenet, e la usa sui suoi discepoli, riuscendo così a dar loro la possibilità di capirsi meglio.
La storia è decisamente surreale, ed è narrata da Jaco Van Dormael con il suo consueto stile che riesce a mantenere l'equilibrio tra comicità, profondità, sensibilità, dolore e affetto per i personaggi.
(*) Non molto diverso da un qualunque altro appartamento, se non fosse per alcuni dettagli, ad esempio non ha porte, ed è dotato di uno studio con pareti altissime, forse infinite.
(**) La lavatrice ha un programma segreto che genera una specie di uscita di emergenza.
(***) Invero, solo quelli dotati di telefono cellulare.
(°) Da cui il titolo originale, Le tout nouveau testament.
(°°) Dio, oltre ad essere una pessima persona, è anche un gran incapace, non sa fare niente. Non dico miracoli, ma nemmeno ripararsi il computer.
La signora senza camelie
C'è sempre un tocco di umorismo nei film di Michelangelo Antonioni, ma non me ne aspettavo così tanto in questo film. Il marchio di fabbrica è sempre inequivocabilmente il suo, e dunque ci possiamo aspettare una gran tensione emotiva, e ci possiamo pure scordare il lieto fine, ma la leggerezza del racconto è decisamente superiore a quello che sarà il suo tocco classico.
Clara Manni (Lucia Bosé) è una ragazza milanese strappata dal negozio in cui faceva la commessa da Gianni Franchi (Andrea Checchi) che, assieme a Ercole "Ercolino" Borra (Gino Cervi), produce film molto commerciali a Roma. Dopo il successo di Clara nel suo primo film, Gianni ed Ercolino decidono di sfruttare il momento, e modificano al volo la sceneggiatura della pellicola a cui stanno lavorando, riducendo lo spazio al protagonista, Lodi (Alain Cuny) per aumentare la visibilità di Clara. Succede anche che l'impetuoso Gianni decide di sposare Clara, cosa che si verifica, nonostante le titubanze di lei in un baleno.
Il matrimonio fa cambiare la prospettiva di Gianni sui ruoli di Clara. Se prima era d'accordo con Ercolino, e la donna più era ambigua e sensuale e meglio era (*), ora vuole per Clara solo parti dignitose. Arriva così a bloccare la produzione del film, argomentando che Clara deve pensare alla loro nuova casa.
Ma Clara si stanca presto. Da buona milanese, non riesce a stare con le mani in mano. Ora è una attrice, e deve recitare. Così Gianni decide di produrle un film su misura, una nuova versione della Giovanna d'Arco. Si cita esplicitamente che pochi anni prima (1948) la pulzella d'Orléans era stata interpretata da nientemeno che Ingrid Bergman, che lì sfiorò l'Oscar, scippatole nell'occasione da Jane Wyman. Gianni è un esperto produttore di melodrammoni popolari, Clara non sa praticamente nulla di recitazione, e si sceglie un confronto del genere. La sciagura è nell'aria, e arriva sotto forma di sbertucciamenti della critica e disinteresse del pubblico. In più, Clara capisce di non amare Gianni, e accetta la corte di un giovane e fatuo diplomatico, Nardo (Ivan Desny).
Da qui in poi le cose per Clara vanno sempre peggio. Gianni tenta (**) il suicidio. Clara chiede ad Ercolino di riprendere le riprese del film che era rimasto a metà, salvando con il suo successo le finanze di famiglia, dopodiché pensa che sia il momento giusto per mollare il marito per l'amante. Ma Nardo non ci sta, cerca una amante, non un grande amore. Il piano B di Clara sarebbe quello di buttarsi sul lavoro, ma si è resa conto di quanto fosse pessimo il cinema che ha fatto e vorrebbe diventare una vera attrice. Per far questo studia duramente per tre mesi (!) e poi scopre che le vere attrici sono su un altro pianeta, che forse non riuscirà mai a raggiungere.
Il finale è la sua dolorosa presa di coscienza che, ventenne, si è già instradata su di un percorso da cui non riuscirà più a scappare, brutti film, sconsolante vita privata.
Viene il magone a pensarci, eh? Però la narrazione è lieve, grazie anche a personaggi secondari ben scritti e interpretati, come la madre di Clara (Anna Carena).
Tecnicamente, poi, Antonioni è sempre da antologia. Almeno tre scene sono imperdibili.
Subito all'inizio, film nel film, siamo sul set, e Clara deve girare una scena di sesso con Lodi. I due si avvinghiano su un letto e si baciano appassionatamente. Se non ci fossero le voci e i rumori fuori campo sembrerebbe che noi vedessimo una scena reale, i due sembrano veramente amanti in azione. Finisce la scena, Clara viene portata nel backstage da Gianni e i due si baciano appassionatamente. Un bacio reale, almeno nelle intenzioni dei due, ma noi vediamo dietro un telo le ombre di un set in azione, con il regista che dà indicazioni, come se questo secondo bacio fosse finzione. Più avanti Clarà dirà che tutta la sua vita con Gianni è stata un recitare, e non capiva nemmeno lei dove fosse la realtà e dove la finzione.
A metà film c'è una scena in cui la macchina da presa resta tutto il tempo praticamente ferma, un lungo piano sequenza che si svolge in uno spiazzo in quella che allora era quasi già campagna, dietro l'Eur, a Roma. Gli edifici in stile neoclassico, e un po' da incubo, sono sullo sfondo. Arriva una macchina con Clara e Nardo, i due scendono, parlano di quanto non riescono a parlarsi, lui ci prova, lei lo respinge, risalgono in macchina e se ne vanno, e lo spiazzo torna ad essere vuoto e negletto com'era all'inizio della sequenza.
E poi c'è il bellissimo finale, dove vita privata e lavoro di Clara si mescolano inestricabilmente, e dove pure le sue emozioni si confondo tra lacrime vere e finti sorrisi per la stampa.
(*) Unico problema, occorre fare attenzione alle maglie della censura.
(**) O simula. E' un personaggio sfuggente, si capisce poco di tutto quello che fa. E' davvero innamorato di Clara o è solo un trofeo che vuole aggiungere alla sua carriera di produttore? Davvero non si era reso conto che la sua Giovanna d'Arco sarebbe stato un disastro o non era altro che un modo per rovinare la carriera di Clara?
Clara Manni (Lucia Bosé) è una ragazza milanese strappata dal negozio in cui faceva la commessa da Gianni Franchi (Andrea Checchi) che, assieme a Ercole "Ercolino" Borra (Gino Cervi), produce film molto commerciali a Roma. Dopo il successo di Clara nel suo primo film, Gianni ed Ercolino decidono di sfruttare il momento, e modificano al volo la sceneggiatura della pellicola a cui stanno lavorando, riducendo lo spazio al protagonista, Lodi (Alain Cuny) per aumentare la visibilità di Clara. Succede anche che l'impetuoso Gianni decide di sposare Clara, cosa che si verifica, nonostante le titubanze di lei in un baleno.
Il matrimonio fa cambiare la prospettiva di Gianni sui ruoli di Clara. Se prima era d'accordo con Ercolino, e la donna più era ambigua e sensuale e meglio era (*), ora vuole per Clara solo parti dignitose. Arriva così a bloccare la produzione del film, argomentando che Clara deve pensare alla loro nuova casa.
Ma Clara si stanca presto. Da buona milanese, non riesce a stare con le mani in mano. Ora è una attrice, e deve recitare. Così Gianni decide di produrle un film su misura, una nuova versione della Giovanna d'Arco. Si cita esplicitamente che pochi anni prima (1948) la pulzella d'Orléans era stata interpretata da nientemeno che Ingrid Bergman, che lì sfiorò l'Oscar, scippatole nell'occasione da Jane Wyman. Gianni è un esperto produttore di melodrammoni popolari, Clara non sa praticamente nulla di recitazione, e si sceglie un confronto del genere. La sciagura è nell'aria, e arriva sotto forma di sbertucciamenti della critica e disinteresse del pubblico. In più, Clara capisce di non amare Gianni, e accetta la corte di un giovane e fatuo diplomatico, Nardo (Ivan Desny).
Da qui in poi le cose per Clara vanno sempre peggio. Gianni tenta (**) il suicidio. Clara chiede ad Ercolino di riprendere le riprese del film che era rimasto a metà, salvando con il suo successo le finanze di famiglia, dopodiché pensa che sia il momento giusto per mollare il marito per l'amante. Ma Nardo non ci sta, cerca una amante, non un grande amore. Il piano B di Clara sarebbe quello di buttarsi sul lavoro, ma si è resa conto di quanto fosse pessimo il cinema che ha fatto e vorrebbe diventare una vera attrice. Per far questo studia duramente per tre mesi (!) e poi scopre che le vere attrici sono su un altro pianeta, che forse non riuscirà mai a raggiungere.
Il finale è la sua dolorosa presa di coscienza che, ventenne, si è già instradata su di un percorso da cui non riuscirà più a scappare, brutti film, sconsolante vita privata.
Viene il magone a pensarci, eh? Però la narrazione è lieve, grazie anche a personaggi secondari ben scritti e interpretati, come la madre di Clara (Anna Carena).
Tecnicamente, poi, Antonioni è sempre da antologia. Almeno tre scene sono imperdibili.
Subito all'inizio, film nel film, siamo sul set, e Clara deve girare una scena di sesso con Lodi. I due si avvinghiano su un letto e si baciano appassionatamente. Se non ci fossero le voci e i rumori fuori campo sembrerebbe che noi vedessimo una scena reale, i due sembrano veramente amanti in azione. Finisce la scena, Clara viene portata nel backstage da Gianni e i due si baciano appassionatamente. Un bacio reale, almeno nelle intenzioni dei due, ma noi vediamo dietro un telo le ombre di un set in azione, con il regista che dà indicazioni, come se questo secondo bacio fosse finzione. Più avanti Clarà dirà che tutta la sua vita con Gianni è stata un recitare, e non capiva nemmeno lei dove fosse la realtà e dove la finzione.
A metà film c'è una scena in cui la macchina da presa resta tutto il tempo praticamente ferma, un lungo piano sequenza che si svolge in uno spiazzo in quella che allora era quasi già campagna, dietro l'Eur, a Roma. Gli edifici in stile neoclassico, e un po' da incubo, sono sullo sfondo. Arriva una macchina con Clara e Nardo, i due scendono, parlano di quanto non riescono a parlarsi, lui ci prova, lei lo respinge, risalgono in macchina e se ne vanno, e lo spiazzo torna ad essere vuoto e negletto com'era all'inizio della sequenza.
E poi c'è il bellissimo finale, dove vita privata e lavoro di Clara si mescolano inestricabilmente, e dove pure le sue emozioni si confondo tra lacrime vere e finti sorrisi per la stampa.
(*) Unico problema, occorre fare attenzione alle maglie della censura.
(**) O simula. E' un personaggio sfuggente, si capisce poco di tutto quello che fa. E' davvero innamorato di Clara o è solo un trofeo che vuole aggiungere alla sua carriera di produttore? Davvero non si era reso conto che la sua Giovanna d'Arco sarebbe stato un disastro o non era altro che un modo per rovinare la carriera di Clara?
Sangue blu
Nella nobile famiglia dei d'Ascoyne non si può tollerare che la figlia del duca sposi un tenore italiano, tal Mazzini. A farne le spese è il figlio della coppia, Louis (Dennis Price) che cresce in relativa povertà e ossessionato dalla perdita dei diritti nobiliari. Ma a farlo uscire completamente di testa saranno la indisponibilità del nonno a riconciliarsi con sua figlia nemmeno dopo la di lei morte precoce, e gli sberleffi della donna di cui si è innamorato, Sibella (Joan Greenwood), che gli preferisce un loro noioso ma agiato amico.
Approfittando del diritto dei d'Ascoyne di passare il titolo anche seguendo la discendenza per il lato femminile, Louis pianifica la morte di tutti i suoi parenti che lo separano dal titolo. Per alcuni di essi non c'è bisogno del suo intervento, basta la natura o l'imbecillità umana, per gli altri usa mezzi dai più comuni - veleno, fucile da caccia - ai più improbabili - freccia che abbatte una mongolfiera.
A ostacolare il suo successo non è la carneficina familiare, che non sembra stupire nessuno, ma la persistenza di Sibella che, accortasi di aver scelto il pretendente sbagliato, prima cornifica il marito, poi tenta con tutti i mezzi di cambiare cavallo in corsa. Il problema è che Louis si è reso conto che Sibella le piace come amante, ma come contessa le preferisce Edith (Valerie Hobson) che ha il physique du rôle, anche perché l'ha conosciuta in quanto moglie di un suo parente eliminato per combustione.
Finale aperto. Louis fa un errore che potrebbe perderlo, ma magari fa in tempo a rimediare.
Tutti gli otto d'Ascoyne di cui facciamo conoscenza prima della loro prematura dipartita, compresa Lady Agatha, sono interpretati da Alec Guinness, in una serie di variazioni estremamente spassosa. Antonio De Curtis ne ha seguito alla lontana le gesta in Totò diabolicus, dove interpreta sei elementi della famiglia di Torrealta.
Approfittando del diritto dei d'Ascoyne di passare il titolo anche seguendo la discendenza per il lato femminile, Louis pianifica la morte di tutti i suoi parenti che lo separano dal titolo. Per alcuni di essi non c'è bisogno del suo intervento, basta la natura o l'imbecillità umana, per gli altri usa mezzi dai più comuni - veleno, fucile da caccia - ai più improbabili - freccia che abbatte una mongolfiera.
A ostacolare il suo successo non è la carneficina familiare, che non sembra stupire nessuno, ma la persistenza di Sibella che, accortasi di aver scelto il pretendente sbagliato, prima cornifica il marito, poi tenta con tutti i mezzi di cambiare cavallo in corsa. Il problema è che Louis si è reso conto che Sibella le piace come amante, ma come contessa le preferisce Edith (Valerie Hobson) che ha il physique du rôle, anche perché l'ha conosciuta in quanto moglie di un suo parente eliminato per combustione.
Finale aperto. Louis fa un errore che potrebbe perderlo, ma magari fa in tempo a rimediare.
Tutti gli otto d'Ascoyne di cui facciamo conoscenza prima della loro prematura dipartita, compresa Lady Agatha, sono interpretati da Alec Guinness, in una serie di variazioni estremamente spassosa. Antonio De Curtis ne ha seguito alla lontana le gesta in Totò diabolicus, dove interpreta sei elementi della famiglia di Torrealta.
La kryptonite nella borsa
A naso, direi che si tratta della rielaborazione in chiave fantastica dell'infanzia di Ivan Cotroneo, che prima l'ha messa in forma di romanzo, poi l'ha fatta diventare il suo primo film. Il punto di vista prevalente che seguiamo è quello di Peppino, bambino napoletano che vive negli anni settanta in una famiglia mediamente folle, considerato da tutti affetto da bruttezza congenita, colpito pure dalla maledizione di una precoce miopia che lo obbliga a portare occhiali, il che lo rende ancor più diverso agli occhi della famiglia e dei compagni di scuola.
I suoi genitori, Rosaria (Valeria Golino) e Antonio (Luca Zingaretti), filano d'amore e d'accordo, fino a quando lei, grazie anche a lettere anonime, scopre che lui la tradisce. Chissà perché, poi. Rosaria, che ha impostato tutta la sua vita in funzione del ruolo di moglie, entra in crisi, una depressione che la rende incapace di fare alcunché. Nel contempo, Peppino perde anche il suo unico amico, il cugino Gennaro, che si crede Superman e quindi teme più la kryptonite di un autobus che gli risulta fatale.
L'esistenza già complicata di Peppino diventa ancor più caotica. Su consiglio dello zio studioso (*) viene assegnato principalmente alla custodia dei suoi due zii alternativi, Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo), che lo introducono decisamente in anticipo sui tempi a sessioni femministe, liberazioni sessuali, esperienze psichedeliche e quant'altro.
Un approccio molto informale alla psicanalisi (**) da parte del dottor Matarrese (Fabrizio Gifuni) opererà il miracolo, e sembra che il matrimonio dei genitori di Peppino si possa salvare. Il bimbo, invece, viene salvato dalla propria fantasia, che gli fa mantenere un contatto con Gennaro-Superman, in forma di anomalo angelo custode che gli fornisce alcuni suggerimenti che gli permetteranno di non uscire completamente di testa, come sarebbe lecito attendersi data la situazione familiare.
(*) Che si rivelerà avere tanta buona volontà ma bassissime capacità intellettive.
(**) Roba da radiazione dall'albo.
I suoi genitori, Rosaria (Valeria Golino) e Antonio (Luca Zingaretti), filano d'amore e d'accordo, fino a quando lei, grazie anche a lettere anonime, scopre che lui la tradisce. Chissà perché, poi. Rosaria, che ha impostato tutta la sua vita in funzione del ruolo di moglie, entra in crisi, una depressione che la rende incapace di fare alcunché. Nel contempo, Peppino perde anche il suo unico amico, il cugino Gennaro, che si crede Superman e quindi teme più la kryptonite di un autobus che gli risulta fatale.
L'esistenza già complicata di Peppino diventa ancor più caotica. Su consiglio dello zio studioso (*) viene assegnato principalmente alla custodia dei suoi due zii alternativi, Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo), che lo introducono decisamente in anticipo sui tempi a sessioni femministe, liberazioni sessuali, esperienze psichedeliche e quant'altro.
Un approccio molto informale alla psicanalisi (**) da parte del dottor Matarrese (Fabrizio Gifuni) opererà il miracolo, e sembra che il matrimonio dei genitori di Peppino si possa salvare. Il bimbo, invece, viene salvato dalla propria fantasia, che gli fa mantenere un contatto con Gennaro-Superman, in forma di anomalo angelo custode che gli fornisce alcuni suggerimenti che gli permetteranno di non uscire completamente di testa, come sarebbe lecito attendersi data la situazione familiare.
(*) Che si rivelerà avere tanta buona volontà ma bassissime capacità intellettive.
(**) Roba da radiazione dall'albo.
Le amiche
Basato su Tra donne sole di Cesare Pavese, diretto e sceneggiato da Michelangelo Antonioni con il supporto di Suso Cecchi D'Amico. L'origine letteraria spiega una verbosità che sembra eccessiva rispetto a quello che ci si può aspettare da Antonioni. Ma anche se si tratta di una delle sue prime opere, lo stile è proprio il suo, riconoscibilissimo sia nella cura tecnica delle immagini sia nell'affilata sceneggiatura (**) sia nella cura dei dialoghi.
Clelia (Eleonora Rossi Drago) ha lasciato Torino da giovanissima, in cerca di fortuna. L'ha trovata a Roma, in una casa di moda, e ora torna alla sua città natale con il compito di dirigere lì una succursale. Al suo primo giorno in albergo partecipa casualmente al salvataggio in extremis di Rosetta (Madeleine Fischer) che ha tentato il suicidio. In questo modo entra in un giro "bene" di amiche, che ruotano attorno a Momina (Yvonne Furneaux), momentaneamente separata dal marito e che ha una relazione con Cesare (Franco Fabrizi), l'architetto che gestisce i lavori del negozio di Clelia. Non è chiaro perché Rosetta si volesse uccidere, forse, come accenna prima Carlo (Ettore Manni), sottoposto di Cesare che avrà una breve storia con Clelia, e poi la stessa Rosetta, il suo problema è quello di essere troppo ricca e di non sapere che fare della sua vita. Ma c'è di mezzo anche l'invaghimento che ha per Lorenzo (Gabriele Ferzetti), recentemente sposatosi con Nene (Valentina Cortese). Lorenzo, che non disdegna scappatelle, capisce di avere una possibilità e la sfrutta, senza pensare a che impatto potrebbe avere questo sulle due donne.
Andrà a finire male per Rosetta, che ritenterà il suicidio, questa volta con successo. Ma nemmeno a Clelia andrà bene. Maltratterà infatti pubblicamente Momina per non aver avvertito Rosetta del rischio che correva, anzi per averla consigliata di divertirsi fin quando le fosse possibile. Non può certo vendere abiti alle ricche torinesi dopo una scena del genere. In realtà questa potrebbe essere una benedizione, perché potrebbe essere per lei la spinta a cambiare la sua vita, mettendosi assieme a Carlo. Deve però scegliere tra la carriera, le viene offerto di tornare a Roma, e l'amore. E decide per la prima.
(*) Basti pensare all'amara ironia del titolo. Con amiche del genere una non ha bisogno di nemiche.
Clelia (Eleonora Rossi Drago) ha lasciato Torino da giovanissima, in cerca di fortuna. L'ha trovata a Roma, in una casa di moda, e ora torna alla sua città natale con il compito di dirigere lì una succursale. Al suo primo giorno in albergo partecipa casualmente al salvataggio in extremis di Rosetta (Madeleine Fischer) che ha tentato il suicidio. In questo modo entra in un giro "bene" di amiche, che ruotano attorno a Momina (Yvonne Furneaux), momentaneamente separata dal marito e che ha una relazione con Cesare (Franco Fabrizi), l'architetto che gestisce i lavori del negozio di Clelia. Non è chiaro perché Rosetta si volesse uccidere, forse, come accenna prima Carlo (Ettore Manni), sottoposto di Cesare che avrà una breve storia con Clelia, e poi la stessa Rosetta, il suo problema è quello di essere troppo ricca e di non sapere che fare della sua vita. Ma c'è di mezzo anche l'invaghimento che ha per Lorenzo (Gabriele Ferzetti), recentemente sposatosi con Nene (Valentina Cortese). Lorenzo, che non disdegna scappatelle, capisce di avere una possibilità e la sfrutta, senza pensare a che impatto potrebbe avere questo sulle due donne.
Andrà a finire male per Rosetta, che ritenterà il suicidio, questa volta con successo. Ma nemmeno a Clelia andrà bene. Maltratterà infatti pubblicamente Momina per non aver avvertito Rosetta del rischio che correva, anzi per averla consigliata di divertirsi fin quando le fosse possibile. Non può certo vendere abiti alle ricche torinesi dopo una scena del genere. In realtà questa potrebbe essere una benedizione, perché potrebbe essere per lei la spinta a cambiare la sua vita, mettendosi assieme a Carlo. Deve però scegliere tra la carriera, le viene offerto di tornare a Roma, e l'amore. E decide per la prima.
(*) Basti pensare all'amara ironia del titolo. Con amiche del genere una non ha bisogno di nemiche.
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