Innocenza colposa

Produzione per il grande schermo della London Weekend Television che, come si può agevolmente capire dal nome, è più a suo agio nel mondo televisivo. E il risultato potrebbe essere considerato una buona produzione per la TV o una poco convincente per il cinema, a seconda dei punti di vista.

Curioso il rimescolamento di generi. Si parte come film poliziesco, poi diventa un noir da investigatore privato (traslato a Brighton, nella provincia inglese), registro su cui si mantiene fino alla fine, con l'esclusione di una parentesi per lo svolgimento di un processo - che viene sbrigato fin troppo velocemente, lasciandomi l'impressione che forse sarebbe stato meglio eliminare del tutto questa parentesi.

Lavoro tutto sommato passabile di Simon Moore, sceneggiatura originale e regia, un po' sonnacchioso nella parte centrale ma che si riscatta nel finale con una serie di sorprese che ribaltano più volte l'andamento della vicenda. Il punto forte è rappresentato dal protagonista, Liam Neeson, che regge bene la parte di un poliziotto poco affidabile, che diventa investigatore privato ancor meno raccomandabile, viene implicato nel doppio omicidio di moglie e cliente, e si innamora della principale indiziata (Laura San Giacomo).

Notevole la scena finale, in cui troviamo un personaggio che apparentemente ha ottenuto quello che voleva dalla propria vita, ma scopre che ha sbagliato bersaglio.

The IT Crowd - seconda serie

Altre sei puntate da una ventina di minuti, non ci sono differenze sostanziali rispetto all'impostazione della prima serie.

1 - The Work Outing. I tre IT vanno a teatro dopo lavoro, grazie all'invito di uno spasimante di Jen. Scoprono sul posto che si tratta di un musical molto gay dal titolo "Gay!".

2 - Return of the Golden Child. Funerale del boss aziendale, con umorismo molto britannico sull'avvenimento.

3 - Moss and the German. Per vari motivi Roy non riesce a vedere un DVD prodotto da Tarantino (un film sudcoreano di zombi) oltre allo spot iniziale antipirateria - in una spassosa versione ancora più estrema del solito. Jen ha ripreso a fumare, e patisce l'ostracismo nei confronti dei fumatori. Moss decide di incontrare altra gente, e finisce a casa di un cannibale tedesco che se lo vorrebbe cucinare. Nel finale quel young fine cannibal (come lo chiama Moss) esegue la sigla del programma al violoncello.

4 - The Dinner Party. Sembra che Jen abbia trovato l'uomo per lei, Peter File. Nome che pronunciato rapidamente suona in modo molto imbarazzante.

5 - Smoke and Mirrors. Moss inventa un comodo reggiseno che però ha qualche piccolo problema di surriscaldamento.

6 - Men without Women. Il nuovo capo, che ha cercato di agganciare Jen dalla 3 puntata, la promuove a sua assistente personale.

Limitless

Film dopato inneggiante al doping. Primo lavoro solo diretto da Neil Burger (i suoi tre precedenti erano stati anche scritti da lui) mi pare che sia deludente proprio dal punto di vista della sceneggiatura (Leslie Dixon, che ha adattato il romanzo di Alan Glynn cambiandone il senso e il finale).

Spererei che si tratti solo di una sbandata nella carriera di Burger, ma vedo che il suo prossimo progetto dovrebbe essere quello di convertire in film un videogioco, e mi vien da temere che la storia raccontata qui sia una rappresentazione del suo percorso. Con la differenza che a fargli ottenere il successo non sia stata la chimica ma la decisione di accettare di dirigere sceneggiature scelte da altri.

A New York un giovinastro, tale Eddie Morra (Bradley Cooper), vorrebbe far lo scrittore ma proprio non ci riesce, almeno finché non entra in possesso fortunosamente di una scorta di una misteriosa droga che migliora strepitosamente alcune funzionalità del suo cervello. Usa questi superpoteri per conquistare donne, fare soldi, acquisire potere. E per attirarsi addosso una serie di guai persino peggiori. Alla fine i nodi vengono al pettine ma lui riesce (incongruamente e inaspettatamente) a trovare una via d'uscita.

La parte migliore del film è il doping che Burger somministra alla pellicola (usando effetti ed effettacci di tutti i tipi - le impossibili carrellate per le strade di New York mi hanno fatto pensare alla streetview di google) per rendere visivamente gli effetti della droga su chi la assume. Ma come sempre accade, il troppo stroppia. Il protagonista si spara pastigliette una dietro l'altra, e ad un certo punto la soggettiva del film si sposta pure su un altro personaggio che assume questa droga. Lo spettatore viene perciò bombardato dal doping visuale ottenedo, almeno nel mio caso, l'effetto di saturare la capacità di assorbimento e, in fin dei conti, di annoiare.

Deludente Robert De Niro, sottoutilizzato nel ruolo di un magnate che richiede i servigi di Morra.

I difetti più grossi mi pare che siano nella sceneggiatura. Lascio perdere quanto poco plausibile sia l'idea di un tale incremento prestazionale del cervello umano, e trascuro pure di notare che un tale aumento dell'attività richiederebbe necessariamente una fonte di energia aggiuntiva, e dunque Morra dovrebbe consumare cibo (zuccheri, probabilmente) in quantità impressionanti. Faccio finta di accettare che la pastiglietta miracolosa modifichi bizzarramente il metabolismo di chi la ingurgita. Però come è possibile che una persona che si reputa superintelligente finisca per mettersi nelle mani di un mafioso? E che accetti di pagarlo con le medesime superpillolette che, ragione vuole, non dovrebbe dare a nessuno?

Si potrebbe superare le difficoltà indicate introducendo un dubbio: ma la pilloletta, poi, funziona davvero? Non è che chi la assume pensa di essere diventato un genio, mentre invece è il solito imbecille? Questa curiosa interpretazione funziona in almeno una scena, quando Morra parla in italiano al ristorante per impressionare la sua ex (che riconquisterà - potenza del nostro bel linguaggio). Da vedere in originale, ovviamente, per restare basiti da come la cameriera sia riuscita a capire qualcosa da quell'oscuro balbettio. Peccato non sapere che cosa abbia poi portato in tavola ai due piccioncini.

The assassination

Visione consigliata da Seconda serata.

Si tratta di un film anomalo per la cinematografia statunitense, potrebbe essere visto in abbinata a Permette? Rocco Papaleo di Ettore Scola con Marcello Mastroianni, semmai. Nel confronto Scola batte senza fatica Niels Mueller, soprattutto registicamente parlando, e Mastroianni oscura il pur valido Sean Penn. Anche come protagonista femminile Lauren Hutton distanzia Naomi Watts, ma in questo caso valgono più delle capacità personali il fatto che Papaleo è stato girato nei favolosi anni settanta (insomma, si può ammirare della Hutton molto più di quanto viene concesso della Watts).

Onore al merito per Penn, che interpreta un ruolo difficilissimo per un attore americano, quello di un fallito senza speranze, tale Samuel Bicke. Narrato in flash back a partire dal momento in cui sta registrando un nastro dove spiega i suoi motivi per il gesto che sta per cercare di compiere (e che fallirà), ci mostra per la prima ora una serie di suoi fallimenti che alla fine lo fanno definitivamente uscire di testa. Il povero diavolo non avrà nemmeno la soddisfazione postuma di essere uscito col botto. Finirà invece dimenticato e ignorato da tutti.

Oltra al danno la beffa, persino i distributori italiani del film si accaniranno contro di lui cambiando inesplicabilmente il titolo originale che avrebbe potuto essere tranquillamente tradotto e lasciato intero: L'assassinio di Richard Nixon.

Non mi è sembrato un film semplice da vedersi, anche per come viene mostrata la vicenda. Per tutta la prima ora, in pratica, si ribadisce che Bicke è incapace di relazionarsi propriamente con le altre persone, che non riesce ad adattarsi alla realtà, e che ha aspettative irrealistiche dati i suoi talenti piuttosto limitati. D'accordo, è un punto importante, ed è illustrato bene da Penn, ma mi pare lo si tiri troppo per il lungo. Forse sarebbe risultato più intrigante mettere prima la mezz'ora finale, e poi tornare indietro in una sorta di indagine retrospettiva per recuperare i motivi di quel comportamento.

In ogni caso si tratta di un lavoro interessante, anche se prima di ammetterlo ci ho dovuto dormire sopra. Per come la vedo io, lo spettatore dovrebbe essere portato a chiedersi cosa si sarebbe potuto fare per evitare il tragico epilogo della vicenda, e scoprire che in realtà non ci sarebbe voluto poi molto. Una migliore educazione, probabilmente; un servizio sociale decente che si facesse carico di seguire persone che hanno problemi di integrazione, certamente.

Nel corso della visione, mi sono venute in mente altre pellicole che però, ripensandoci bene, ora mi pare che c'entrino come i cavoli a merenda. Giusto per divertimento li elenco a seguire:

La ricerca della felicità: Se Penn qui interpreta un poveraccio che ha qualche problema caratteriale che non riesce a trovare nessuno che lo capisca e lo aiuti, lì Will Smith interpreta un imbecille che confonde la felicità con il denaro. Si potrebbe cadere nell'equivoco di paragonarli perchè qui si cita Dale Carnegie con un accento molto critico, mentre quel (non)senso della vita è molto vicino a quello veicolato dal film di Muccino. In realtà in The assassination questo aspetto è secondario. A Bicke dei soldi importa davvero poco, sarebbero solo un mezzo per ottenere la sua versione di felicità, che sarebbe vivere con la sua famiglia e lavorare con un suo amico.

Taxi driver: il tassista di De Niro non è un perdente. Ha grossi problemi, nessuno se lo fila ma, in un modo o nell'altro, alla fine riesce a ottenere quello che voleva.

Un giorno di ordinaria follia: al personaggio interpretato da Michael Douglas è andata bene per un bel po' di tempo, poi le cose hanno preso una piega balorda. Lui perde il lavoro pur essendo perfettamente inserito nel sistema - è il sistema non ha più bisogno di lui. Bicke il sistema non riesce nemmeno a capirlo.

Benvenuti al Sud

Un paio di risate me le ha strappate, ma non la definirei una commedia riuscita. Sceneggiatura di Massimo Gaudioso (vedi Matteo Garrone) basata sull'originale francese (Giù al nord) scritto, diretto e interpretato da Dany Boon. A dirigere qui è invece Luca Miniero che non è che mi abbia poi convinto. Le star sono Claudio Bisio (che ha fatto di meglio) e Angela Finocchiaro (malamente sprecata).

Alcuni dicono che l'originale francese sia meglio, altri dissentono. Prima o poi verificherò di persona. Fatto è che il successo che ha ottenuto questa commedia mi sembra ingiustificato. Che sia dovuto al traino dato dalla popolarità del protagonista maschile?

L'idea di base non è malaccio. Un tale (qui Bisio) è costretto a trasferirsi lontano da casa, in un posto che i pregiudizi locali danno come terribile. Arrivato sul posto si accorge che gli avevano raccontato storie, si vive bene pure lì. Anzi, a ben vedere scopre di trovarsi meglio nel nuovo posto di quanto stesse a casa. Per aggiungere una vena romantica c'è pure una trama secondaria, in cui un nativo (Alessandro Siani) cerca di riconquistare la sua bella (Valentina Lodovini) che non sopporta il di lui attaccamento alla madre.

Lo sviluppo, però, non mi pare fatto nel migliore dei modi. L'adeguato cast artistico mi sembra che sia stato lasciato troppo solo, come se a tratti si fosse girato mentre il regista non c'era. E la sceneggiatura gioca troppo sugli stereotipi. La cosa funziona nella prima parte, quando si illustra la paura del contatto con lo sconosciuto, e vengono messi in mostra i pregiudizi più sciocchi. Molto meno nella seconda, dove il protagonista dovrebbe verificare la realtà dei fatti.

In pratica qui viene confrontato un spot pubblicitario per la Lega con uno spot pubblicitario per Castellabate (che del resto sembra proprio un delizioso paesino nel salernitano). Avrei gradito una maggiore profondità.

L'ottavo giorno

Mi verrebbe da dire che è un tipico film di Jaco Van Dormael (scritto e diretto), se non fosse che di lungometraggi il buon Jaco ne ha fatti solo tre, (Mr.Nobody e Toto le heros gli altri due titoli) e su numeri così piccoli non è che abbia molto senso di parlare di tipicità.

È una buddy story tra un down (Pascal Duquenne - presente i tutti e tre i lavori di Van Dormael) e un manager bancario esperto di tecniche motivazionali (Daniel Auteuil). Inizialmente i due vengono presentati come se fossero assolutamente antitetici. Il down è pura emozione, il manager insegna a usare la razionalità per fingere empatia con i clienti.

Scopriamo invece, assieme a loro, che sono molto simili. Entrambi sono colmi di amore e nessuno dei due lo riesce ad esprimere adeguatamente, sia per loro limiti sia per problemi contingenti.

Dopo un incontro drammatico, e un accostamento tempestoso in cui vediamo (edulcorato, certo, ma il senso è chiaro) quanto sia difficile gestire un rapporto con un down, abbiamo modo di valutare quanto sia vero anche il contrario. Quando il manager riesce a incontrare la ex moglie (Miou-Miou) va praticamente fuori da matto, e vediamo che è il down qui a prendere in mano la situazione e, trattandolo come sa che vanno trattate le persone in questi frangenti, riesce a riportarlo alla ragione.

Sono dunque due pari, che si aiutano a vicenda in un momento difficile delle loro esistenze.

Molte le scene memorabili, grazie anche ad una regia spericolata che non si fa problemi di far cantare un topo o di seguire il volo di una coccinella. Una, che mi pare una citazione di Oltre il giardino, mi è sembrata divertente. Il manager ha portato a casa sua il down. È sera, il secondo è in giardino, si avvicina alla piscina, supera il bordo e cammina sull'acqua. Fa anche alcune evoluzioni prima di uscire, camminando come niente fosse. Il manager, non visto, lo ha seguito nel suo percorso con lo sguardo stupefatto. Si avvicina anch'egli alla piscina e si accorge che giusto sotto il pelo dell'acqua c'è una sorta di coperchio galleggiante, di cui evidentemente si era dimenticato l'esistenza. Niente miracolo, questa volta.

The IT crowd - prima serie

Dopo aver visto Frequently Asked Questions About Time Travel ho cercato qualche informazione sui protagonisti, che mi erano totalmente ignoti.

Chris O'Dowd è uno dei protagonisti della sit-com di cui parlo qui, che sta riscuotendo relativamente un buon successo sull'inglese channel 4.

Atmosfere vagamente pitoniane, per una ambientazione molto geeky & nerdy. I personaggi ricordano molto Dilbert.

Queste le sei puntate, da una ventina di minuti l'una, della prima serie.

1 - Yesterday's jam. Vengono presentati i personaggi principali. Il capo (tendenzialmente imbecille) di una mega-azienda, una tipetta (Jen) che viene assunta come capo dei servizi informatici senza che sappia praticamente niente della materia, e i due IT, Roy e Moss. Sentiamo i due che, lagnandosi del fatto che i colleghi parlano con loro solo quando hanno bisogno, e come ottengono il servizio tornano a ignorarli. Moss dice che li considerano come la marmellata del giorno precedente (da cui il titolo della puntata) - una pessima analogia, fa notare Roy, in quanto la marmellata si conserva pressoché indefinitivamente. I due inizialmente non accettano Jen, ma poi scoprono (a) che il capo è un maniaco del concetto di team, e licenzia l'intero quarto piano e la sicurezza perché non sono abbastanza solidali (b) Jen è capace di trattare con le persone - caratteristica che la rende utile al dipartimento.

La maglietta di Roy riporta le lettere RTFM - read the fucking manual - tipica risposta scurrile da IT in rotta col resto del mondo. Interpretabile come: invece di fare domande sceme, leggi prima il fottuto manuale.

Da catalogo anche la risposta che viene data a tutti quelli che telefonano al reparto (che si trova nel fatiscente scantinato di un lussuoso grattacielo londinese): "hai provato a spegnere e riaccendere?"

2 - Calamity Jen. Moss guarda uno spot televisivo (decisamente pitonesco) in cui annunciano che il numero da chiamare per le emergenze cambia in 0118 999 881 999 119 7253. Una vecchietta rotola dalle scale e giunta al fondo telefona per chiedere aiuto, seguendo un allegro motivetto che scandisce il lunghissimo numero.

I due temi che animano lo svolgimento sono un corso aziendale per la gestione dello stress e l'acquisto da parte di Jen di un paio di scarpe troppo piccole per il suo piede. Inoltre Jen fa saltare un merge aziendale, e scoppia un incendio nel ufficio IT.

3 - 50-50. Roy esce una sera con una centralinista e non combina nulla, anzi fa una pessima figura. Il giorno dopo Jen lo prende in giro e lui afferma che il problema è che le donne cercano bastardi. Per dimostrare il suo punto mette un annuncio online che sembra fatto da un serial killer, e riesce a rimediare un appuntamento. Nel contempo Jen cerca di far colpo su una guardia della sicurezza (il titolo della puntata deriva dal fatto che il tipo si sta allenando per partecipare a Chi vuole essere milionario, e le fa domande con due possibili risposte). Le due coppie finiranno nello stesso ristorante (consigliato da Moss).

Chi telefona all'IT ora si trova a parlare con un nastro registrato: ("hai provato a spegnere e riaccendere?" "sei sicuro che il cavo è attaccato?")

4 - The red door. Una sala macchine presidiata da un inquietante figuro.

5 - The Haunting of Bill Crouse. Moss alle prese con la necessità di dire menzogne.

6 - Aunt Irma Visits. La sindrome premestruale si abbatte sull'intero reparto IT. Moss ha una relazione con la psichiatra, da cui deve andare in seguito alle conseguenze dell'episodio precedente.

La maglietta di Roy ha la risposta alla domanda fondamentale (per un buon autostoppista galattico).