Placidamente ignorabile. Se non fosse basato su una sceneggiatura con molti punti deboli, potrebbe essere considerato un prodotto medio. Regia accettabile del discontinuo Roger Donaldson, cast basato su due stelle, Al Pacino e Colin Farrell, e una stellina, Bridget Moynahan.
Pacino recluta Farrell nella CIA, da cui il titolo originale The recruit, e tra i due si instaura una simil-relazione padre-figlio. Durante la selezione Farrell e la Moynahan si invaghiscono, ma preferiscono anteporre il lavoro alla passione. E dato che il lavoro è quello della spia, mestiere in cui non ci si deve fidare di nessuno, e si deve essere disposti a tradire chiunque, non è che i due piccioncini abbiano grandi possibilità di convolare. A dire il vero a un certo punto convoleranno pure, ma con gran bagaglio di sospetti, retropensieri, dubbi vari che non deve aver reso la faccenda molto piacevole.
Il tutto ruota su un complesso giro di possibili tradimenti, e non si capisce bene, fino allo spiegone finale, chi tradisca chi, e perché.
La parte più ridicolmente interessante è quella informatica, del tutto implausibile e assurda, al punto da risultare amaramente comica.
Porco rosso
Evidentemente i lungometraggi di Hayao Miyazaki, anche se vecchiotti, funzionano bene anche al cinema. Infatti la distribuzione di Il castello nel cielo di questi giorni è stata preceduta nel 2010 da quella di Porco rosso, recuperato alle nostre sale con un ritardo quasi ventennale.
Anche ad un neofita come il sottoscritto, saltano subito all'occhio i molti i tratti in comune tra i due titoli, che li identificano chiaramente come prodotti di un autore con una sua voce molto specifica. Gli agganci alla realtà sono stravolti da una fervida fantasia che ci porta in un mondo dove l'impossibile viene accettato dai personaggi come fosse fatto quotidiano.
Se Il castello nel cielo era ambientato in un tardo ottocento piuttosto inglese, trasfigurato da influenze tra il fantasy e la fantascienza, in Porco rosso il setting è in Italia nei primi anni venti del secolo scorso nel mondo dell'aviazione, che a quei tempi era ancora in bilico tra il pionierismo iniziale e l'industrializzazione ormai prossima. Molti particolari fanno pensare ad un grande amore dell'autore per l'Italia e l'aviazione, anche se il tutto viene stravolto rimescolare storia, geografia, influenze esterne e qualunque cosa possa essere funzionale alla narrazione.
Il protagonista è un asso della prima guerra mondiale misteriosamente trasformatosi in maiale antropomorfo e che ora campa difendendo le navi da crociera dall'assalto di feroci pirati che infestano l'alto Adriatico. Sia lui che i pirati volano su bellissimi idrovolanti (più o meno) d'epoca e, anche se si odiano cordialmente, a fine giornata di incontrano tutti quanti al bar che colonizza un'isoletta, gestito da una affascinante Gina, che canta in francese.
Siamo dunque anche qui in un mondo parallelo, che ha solo una certa somiglianza con quello reale di riferimento. In questo caso direi che le distorsioni arrivano principalmente da influssi hard-boiled, con il suino protagonista che mi pare un classico personaggio alla Raymond Chandler, ci starebbe bene una sua interpretazione da parte di Bogart, solitario, con un mistero nel passato, cinico ma dal buon cuore. I pirati sono molto simili a quelli de Il castello nel cielo, teoricamente cattivi, ma dopo tutto neanche tanto, molto buffi. Anche qui sono le donne ad avere capacità decisionale, gli uomini in genere sono tendenzialmente dei bambinoni poco affidabili.
Molti i dettagli curiosi. In primo luogo il vero nome di Porco rosso (detto così per via delle sembianze, e per il colore del suo idrovolante, probabile accenno al triplano del più noto barone) è Marco Pagot, che sarebbe poi il nome del figlio di Nino Pagot, che col fratello ha creato, tra l'altro, Calimero. Si cita dunque la gloriosa scuola dell'animazione italiana, ridotta ormai ad un fuoco che cova sotto la cenere.
Si citano alcuni veri assi dell'aria italiani, in particolare Arturo Ferrarin viene presentato come amico di Pagot, e lo salva un paio di volte da situazioni pericolose. Ferrarin ha fatto veramente la prima guerra mondiale (anche se non risulta una sua amicizia con un aviatore poi trasformatosi in maiale), una delle sue imprese più ardite è stato il volo Roma-Tokio (guarda caso). Lo sviluppo dell'aviazione italiana di quegli anni è legato anche al suo contributo, che ha riguardato anche indicazioni ai progettisti di idrovolanti, come nel caso della macchina su cui lo vediamo nel film, no stupendo Macchi M.39, velivolo all'avanguardia ai suoi tempi (che sono successivi a quelli narrati, è del 1926) e che ha influenzato la progettazione aeronautica per un paio di decenni.
Storicamente, sappiamo di essere nel 1922 in quanto si accenna al cambiamento di regime in Italia, e nella seconda parte del film Pagot è pedinato da agenti della polizia segreta fascista. In realtà una vera e propria polizia segreta fascista sarà attiva solo dopo alcuni anni dalla marcia su Roma, anche questo, dunque, potrebbe essere considerato un anacronismo.
Si parla anche della Coppa Schneider, che era una sorta di Coppa America per idrovolanti, vinta ad esempio dal suddetto M.39, e si accenna al fatto che gli americani l'abbiano vinta in passato. Questo è successo nel 1923, su di un Curtiss che poi è il nome dell'antagonista americano di Pagot.
L'idrovolante di Pagot non mi pare sia un modello reale, anche se assomiglia a prodotti d'epoca della SIAI e della Macchi. Fatto è che, a seguito dello scontro con il rivale Curtiss, ingaggiato dai pirati, Porco Rosso lo porta ad aggiustare e migliorare in un cantiere milanese, e qui gli viene proposto di cambiare motore per metterci un "Ghibli". Beh, Ghibli è il nome dello studio di Miyazaki, e uno potrebbe pensare che si tratti di una citazione della produzione, mentre in realtà si cita un altro aereo italiano, un Caproni del decennio successivo, che appunto era noto con quel nome. Se ho capito bene, la passione di Miyazaki per l'aviazione italiana è addirittura precedente alla fondazione dello studio di produzione.
Ma tutti questi sono dettagli, relativamente poco interessanti. Il vero cuore della storia sta nella vicenda del protagonista, che pensa di espiare una colpa che a ben vedere non ha, della sua complicata relazione con le donne, e con gli umani in generale - lui sente addirittura di non fare più parte del nostro genere, di essere qualcosa di estraneo all'umanità. Solo in due momenti verrà intravisto come umano, da Fio, la giovane progettista che gli rimette a nuovo l'aereo, quando le parla di come è diventato un maiale, e da Curtiss, suo arci-rivale, nel finale.
Anche ad un neofita come il sottoscritto, saltano subito all'occhio i molti i tratti in comune tra i due titoli, che li identificano chiaramente come prodotti di un autore con una sua voce molto specifica. Gli agganci alla realtà sono stravolti da una fervida fantasia che ci porta in un mondo dove l'impossibile viene accettato dai personaggi come fosse fatto quotidiano.
Se Il castello nel cielo era ambientato in un tardo ottocento piuttosto inglese, trasfigurato da influenze tra il fantasy e la fantascienza, in Porco rosso il setting è in Italia nei primi anni venti del secolo scorso nel mondo dell'aviazione, che a quei tempi era ancora in bilico tra il pionierismo iniziale e l'industrializzazione ormai prossima. Molti particolari fanno pensare ad un grande amore dell'autore per l'Italia e l'aviazione, anche se il tutto viene stravolto rimescolare storia, geografia, influenze esterne e qualunque cosa possa essere funzionale alla narrazione.
Il protagonista è un asso della prima guerra mondiale misteriosamente trasformatosi in maiale antropomorfo e che ora campa difendendo le navi da crociera dall'assalto di feroci pirati che infestano l'alto Adriatico. Sia lui che i pirati volano su bellissimi idrovolanti (più o meno) d'epoca e, anche se si odiano cordialmente, a fine giornata di incontrano tutti quanti al bar che colonizza un'isoletta, gestito da una affascinante Gina, che canta in francese.
Siamo dunque anche qui in un mondo parallelo, che ha solo una certa somiglianza con quello reale di riferimento. In questo caso direi che le distorsioni arrivano principalmente da influssi hard-boiled, con il suino protagonista che mi pare un classico personaggio alla Raymond Chandler, ci starebbe bene una sua interpretazione da parte di Bogart, solitario, con un mistero nel passato, cinico ma dal buon cuore. I pirati sono molto simili a quelli de Il castello nel cielo, teoricamente cattivi, ma dopo tutto neanche tanto, molto buffi. Anche qui sono le donne ad avere capacità decisionale, gli uomini in genere sono tendenzialmente dei bambinoni poco affidabili.
Molti i dettagli curiosi. In primo luogo il vero nome di Porco rosso (detto così per via delle sembianze, e per il colore del suo idrovolante, probabile accenno al triplano del più noto barone) è Marco Pagot, che sarebbe poi il nome del figlio di Nino Pagot, che col fratello ha creato, tra l'altro, Calimero. Si cita dunque la gloriosa scuola dell'animazione italiana, ridotta ormai ad un fuoco che cova sotto la cenere.
Si citano alcuni veri assi dell'aria italiani, in particolare Arturo Ferrarin viene presentato come amico di Pagot, e lo salva un paio di volte da situazioni pericolose. Ferrarin ha fatto veramente la prima guerra mondiale (anche se non risulta una sua amicizia con un aviatore poi trasformatosi in maiale), una delle sue imprese più ardite è stato il volo Roma-Tokio (guarda caso). Lo sviluppo dell'aviazione italiana di quegli anni è legato anche al suo contributo, che ha riguardato anche indicazioni ai progettisti di idrovolanti, come nel caso della macchina su cui lo vediamo nel film, no stupendo Macchi M.39, velivolo all'avanguardia ai suoi tempi (che sono successivi a quelli narrati, è del 1926) e che ha influenzato la progettazione aeronautica per un paio di decenni.
Storicamente, sappiamo di essere nel 1922 in quanto si accenna al cambiamento di regime in Italia, e nella seconda parte del film Pagot è pedinato da agenti della polizia segreta fascista. In realtà una vera e propria polizia segreta fascista sarà attiva solo dopo alcuni anni dalla marcia su Roma, anche questo, dunque, potrebbe essere considerato un anacronismo.
Si parla anche della Coppa Schneider, che era una sorta di Coppa America per idrovolanti, vinta ad esempio dal suddetto M.39, e si accenna al fatto che gli americani l'abbiano vinta in passato. Questo è successo nel 1923, su di un Curtiss che poi è il nome dell'antagonista americano di Pagot.
L'idrovolante di Pagot non mi pare sia un modello reale, anche se assomiglia a prodotti d'epoca della SIAI e della Macchi. Fatto è che, a seguito dello scontro con il rivale Curtiss, ingaggiato dai pirati, Porco Rosso lo porta ad aggiustare e migliorare in un cantiere milanese, e qui gli viene proposto di cambiare motore per metterci un "Ghibli". Beh, Ghibli è il nome dello studio di Miyazaki, e uno potrebbe pensare che si tratti di una citazione della produzione, mentre in realtà si cita un altro aereo italiano, un Caproni del decennio successivo, che appunto era noto con quel nome. Se ho capito bene, la passione di Miyazaki per l'aviazione italiana è addirittura precedente alla fondazione dello studio di produzione.
Ma tutti questi sono dettagli, relativamente poco interessanti. Il vero cuore della storia sta nella vicenda del protagonista, che pensa di espiare una colpa che a ben vedere non ha, della sua complicata relazione con le donne, e con gli umani in generale - lui sente addirittura di non fare più parte del nostro genere, di essere qualcosa di estraneo all'umanità. Solo in due momenti verrà intravisto come umano, da Fio, la giovane progettista che gli rimette a nuovo l'aereo, quando le parla di come è diventato un maiale, e da Curtiss, suo arci-rivale, nel finale.
Il castello nel cielo
Non sono propriamente un fan dell'animazione made in Japan. Anzi, per dirla tutta, non ne capisco un tubazzo. Per cui quando su Componente instabile ho letto che il vestito della protagonista è lo stesso di Kiki, non è che mi si sia chiarito un granché. Studio Ghibli? Hayao Miyazaki? Per me parole al vento.
E non mi riuscivo a spiegare come mai si distribuisse nelle sale adesso questo film, a ventisei anni dalla prima uscita. Ma sono diventati tutti matti alla Lucky red? Forse sì. Ma spero che l'avventura finisca bene anche per loro e non gli passi la voglia di fare altre pazzie come questa.
Perché, c'è poco da girarci attorno, si tratta davvero di un bel lavoro che credo/spero riesca a ritagliarsi un'adeguata fetta di pubblico. La storia è a dir poco bizzarra, ambientata in un curioso mondo parallelo che ricorda da vicino la fantascienza di Jules Verne, con improbabili macchine volanti che appartengono al futuribile ottocentesco. Protagonisti due ragazzini, lei orfanella contadina che nasconde un mistero, lui orfanello minatore con un gran desiderio di riscatto per la memoria di suo padre. Un attacco tipico da letteratura per giovani adulti di quello stesso periodo, alla David Copperfield. C'è però un folle intrigo fantascientifico che include buffi pirati volanti e un possente esercito diviso da lotte di potere al suo interno, che fanno pensare agli intrighi della fantascienza imperiale, tipo Dune, o anche Star Wars. Ma il tutto punta verso un'altra dimensione della fantascienza, quella di 2002: la seconda odissea (in originale il titolo era un ben più sobrio Silent running).
Il rischio nel mettere assieme una tale accozzaglia di temi e influssi è quello di ottenere una sbobba indigeribile, invece Miyazaki riesce ad amalgamare il tutto in un assieme che lascia un po' straniti ma funziona benissimo. Nota finale sulla colonna molto efficace sonora. Spero mi passi di mente presto, che la sto canticchiando ancora adesso.
Edit: Ho appena finito di leggere la recensione su Prevalentemente anime e manga. Consiglio di fare un salto da quelle parti.
E non mi riuscivo a spiegare come mai si distribuisse nelle sale adesso questo film, a ventisei anni dalla prima uscita. Ma sono diventati tutti matti alla Lucky red? Forse sì. Ma spero che l'avventura finisca bene anche per loro e non gli passi la voglia di fare altre pazzie come questa.
Perché, c'è poco da girarci attorno, si tratta davvero di un bel lavoro che credo/spero riesca a ritagliarsi un'adeguata fetta di pubblico. La storia è a dir poco bizzarra, ambientata in un curioso mondo parallelo che ricorda da vicino la fantascienza di Jules Verne, con improbabili macchine volanti che appartengono al futuribile ottocentesco. Protagonisti due ragazzini, lei orfanella contadina che nasconde un mistero, lui orfanello minatore con un gran desiderio di riscatto per la memoria di suo padre. Un attacco tipico da letteratura per giovani adulti di quello stesso periodo, alla David Copperfield. C'è però un folle intrigo fantascientifico che include buffi pirati volanti e un possente esercito diviso da lotte di potere al suo interno, che fanno pensare agli intrighi della fantascienza imperiale, tipo Dune, o anche Star Wars. Ma il tutto punta verso un'altra dimensione della fantascienza, quella di 2002: la seconda odissea (in originale il titolo era un ben più sobrio Silent running).
Il rischio nel mettere assieme una tale accozzaglia di temi e influssi è quello di ottenere una sbobba indigeribile, invece Miyazaki riesce ad amalgamare il tutto in un assieme che lascia un po' straniti ma funziona benissimo. Nota finale sulla colonna molto efficace sonora. Spero mi passi di mente presto, che la sto canticchiando ancora adesso.
Edit: Ho appena finito di leggere la recensione su Prevalentemente anime e manga. Consiglio di fare un salto da quelle parti.
Tropic thunder - Unisciti a loro
Mi ha fatto ricordare I tre amigos! per il punto chiave della vicenda, un gruppo di attori vengono scambiati per quello che fingono di essere e si trovano a dover agire come avrebbero agito i loro personaggi. Tema che è sviluppato meglio nel film di John Landis, perché Ben Stiller (che ha co-scritto, diretto, interpretato, e co-prodotto il film) aveva in mente anche altra roba, in particolare lo spoof dei film sul Vietnam (Il cacciatore, Apocalypse Now, Platoon, ma anche Rambo, etc etc ...) e una bonaria critica al sistema cinematografico hollywoodiano. Troppa carne al fuoco, e il risultato mi pare confuso.
Partenza bruciante, in cui vengono presentati gli esilaranti trailer che ci spiegano la storia dei protagonisti del film. Ben Stiller è un action hero alla Stallone, ingabbiato in un ruolo alla Rambo e condannato a ripetere un film sempre uguale. Robert Downey Jr. è attorone che fa collezione di Oscar (una sorta di super Jack Nicholson - Sean Penn - Marlon Brandon). Brandon T. Jackson (chi?) è un rapper dalle nulle capacità attoriali ma dal folto seguito giovanile. Jack Black è un comico bloccato in un multiruolo scatologico che ricorda vagamente il peggior Eddie Murphy.
Questo improbabile cast viene messo assieme da un cinico produttore, violento e sboccato, (un irriconoscibile Tom Cruise) e mandato nel Vietnam a girare un ennesimo film di quel filone. Sceneggiatura basata sui ricordi di un veterano (Nick Nolte, solo una particina, purtroppo), regia affidata al solito inglese senza esperienza ma con belle speranze.
Le stelle litigano tra loro, il gigantesco carrozzone produttivo va per conto suo, un clamoroso incidente alla Hollywood party causa l'ennesimo gigantesco spreco di denaro, e il film sembra destinato a finire nel nulla. Il regista decide di giocare la carta della disperazione, porta gli attori principali (i suddetti più un pivello, che risulterà essere l'unico ad aver letto il copione) nella giungla per riprenderli con telecamere nascoste. Ma il regista esplode su una mina di mezzo secolo prima, e un cartello di produttori di droga pensa di avere a che fare con agenti della DEA.
Svariati gli spunti divertenti, ad esempio il personaggio di Downey Jr (il migliore in scena) è così calato nella sua parte che, pur essendo un biondo australiano, è diventato afroamericano, parla come tale, oltretutto dei diritti della sua gente, facendo ammattire il rapper. Stiller è così stonato che non capisce che il regista è morto, non capisce nemmeno che i narcos sono veri se non dopo essere torturato a lungo (nelle pause urla al regista di tagliare). Al produttore non importa un bel niente di quello che sta succedendo, anzi, fa i conti di quanto potrebbe rendere la morte del cast.
Comunque tutto finisce bene, a parte per i nativi, si intende.
Partenza bruciante, in cui vengono presentati gli esilaranti trailer che ci spiegano la storia dei protagonisti del film. Ben Stiller è un action hero alla Stallone, ingabbiato in un ruolo alla Rambo e condannato a ripetere un film sempre uguale. Robert Downey Jr. è attorone che fa collezione di Oscar (una sorta di super Jack Nicholson - Sean Penn - Marlon Brandon). Brandon T. Jackson (chi?) è un rapper dalle nulle capacità attoriali ma dal folto seguito giovanile. Jack Black è un comico bloccato in un multiruolo scatologico che ricorda vagamente il peggior Eddie Murphy.
Questo improbabile cast viene messo assieme da un cinico produttore, violento e sboccato, (un irriconoscibile Tom Cruise) e mandato nel Vietnam a girare un ennesimo film di quel filone. Sceneggiatura basata sui ricordi di un veterano (Nick Nolte, solo una particina, purtroppo), regia affidata al solito inglese senza esperienza ma con belle speranze.
Le stelle litigano tra loro, il gigantesco carrozzone produttivo va per conto suo, un clamoroso incidente alla Hollywood party causa l'ennesimo gigantesco spreco di denaro, e il film sembra destinato a finire nel nulla. Il regista decide di giocare la carta della disperazione, porta gli attori principali (i suddetti più un pivello, che risulterà essere l'unico ad aver letto il copione) nella giungla per riprenderli con telecamere nascoste. Ma il regista esplode su una mina di mezzo secolo prima, e un cartello di produttori di droga pensa di avere a che fare con agenti della DEA.
Svariati gli spunti divertenti, ad esempio il personaggio di Downey Jr (il migliore in scena) è così calato nella sua parte che, pur essendo un biondo australiano, è diventato afroamericano, parla come tale, oltretutto dei diritti della sua gente, facendo ammattire il rapper. Stiller è così stonato che non capisce che il regista è morto, non capisce nemmeno che i narcos sono veri se non dopo essere torturato a lungo (nelle pause urla al regista di tagliare). Al produttore non importa un bel niente di quello che sta succedendo, anzi, fa i conti di quanto potrebbe rendere la morte del cast.
Comunque tutto finisce bene, a parte per i nativi, si intende.
Super 8
Una specie di Stand by me - ricordo di una estate, solo che quello aveva una sceneggiatura basata su di un romanzo di Stephen King ed era diretto da un Rob Reiner nel suo periodo di grazia, mentre qui J.J. Abrams, che scrive e dirige, ha cercato di fondere la trama adolescenziale con l'intrigo fantascientifico, con risultati che mi paiono discutibili.
Siamo nel 1979, come la colonna sonora stile compilation sottolinea senza requie, e un gruppo di ragazzini sta cercando di realizzare un filmino in superotto, per partecipare ad un festival locale. Alcuni problemi rallentano le riprese, prima muore la mamma del truccatore (che poi è il protagonista), poi c'è un drammatico incidente ferroviario che stravolge l'intera vita cittadina. Solo sui titoli di coda riusciremo a vedere il risultato del loro lavoro, un curioso incrocio tra hard boiled e zombie, che ha un suo perverso fascino.
E questa è la parte del film che mi è piaciuta. Bravi i ragazzini, bella la rappresentazione della vita di un paesino vista dal loro punto di vista, simpatico il racconto delle dinamiche interne del gruppo di cineasti in erba, turbate dall'ingresso nel cast di una ragazzina (secondo il giovane regista una donna è essenziale per far decollare il lato zombi della vicenda) bella e brava senza nemmeno saperlo.
Purtroppo è anche la storia di un alieno catturato dall'esercito americano, tendezialmente "buono" ma reso crudele dalla lunga prigionia, che approfitta dell'incidente per scappare. Questo versante del racconto è terribilmente scarso. Esagerato, fracassone, zeppo di luoghi comuni. Una noia.
Siamo nel 1979, come la colonna sonora stile compilation sottolinea senza requie, e un gruppo di ragazzini sta cercando di realizzare un filmino in superotto, per partecipare ad un festival locale. Alcuni problemi rallentano le riprese, prima muore la mamma del truccatore (che poi è il protagonista), poi c'è un drammatico incidente ferroviario che stravolge l'intera vita cittadina. Solo sui titoli di coda riusciremo a vedere il risultato del loro lavoro, un curioso incrocio tra hard boiled e zombie, che ha un suo perverso fascino.
E questa è la parte del film che mi è piaciuta. Bravi i ragazzini, bella la rappresentazione della vita di un paesino vista dal loro punto di vista, simpatico il racconto delle dinamiche interne del gruppo di cineasti in erba, turbate dall'ingresso nel cast di una ragazzina (secondo il giovane regista una donna è essenziale per far decollare il lato zombi della vicenda) bella e brava senza nemmeno saperlo.
Purtroppo è anche la storia di un alieno catturato dall'esercito americano, tendezialmente "buono" ma reso crudele dalla lunga prigionia, che approfitta dell'incidente per scappare. Questo versante del racconto è terribilmente scarso. Esagerato, fracassone, zeppo di luoghi comuni. Una noia.
The Rum Diary - Cronache di una passione
Un giornalista/scrittore di belle speranze ma dal presente molto incerto (Johnny Depp) arriva in Porto Rico per lavorare nel giornale locale. Fa amicizia con un paio di colleghi (Michael Rispoli e Giovanni Ribisi) con cui ha in comune l'amore per gli alcolici e altre sostanze non bene identificate. Conosce inoltre un tipetta che ama vivere pericolosamente (Amber Heard) fidanzata con un tizio (Aaron Eckhart) dedito ad affari poco puliti.
Regia e sceneggiatura di Bruce Robinson su di un romanzo di Hunter S. Thompson, che sarebbe poi un giornalista/scrittore vagamente riconducibile al protagonista della storia, e che ha scritto anche il libro da cui è stata tratta la sceneggiatura di Paura e delirio a Las Vegas. Terry Gilliam ha fatto un lavoro migliore. La vicenda qui sonnecchia spesso, un bel taglio deciso credo avrebbe giovato.
Si mescola il romanzo di formazione, alla fine il protagonista dirà di aver finalmente trovato la propria voce e di essere pronto a fare sfracelli, alla storia romantica travagliata, o direi meglio sconclusionata.
Regia e sceneggiatura di Bruce Robinson su di un romanzo di Hunter S. Thompson, che sarebbe poi un giornalista/scrittore vagamente riconducibile al protagonista della storia, e che ha scritto anche il libro da cui è stata tratta la sceneggiatura di Paura e delirio a Las Vegas. Terry Gilliam ha fatto un lavoro migliore. La vicenda qui sonnecchia spesso, un bel taglio deciso credo avrebbe giovato.
Si mescola il romanzo di formazione, alla fine il protagonista dirà di aver finalmente trovato la propria voce e di essere pronto a fare sfracelli, alla storia romantica travagliata, o direi meglio sconclusionata.
Crazy, stupid, love.
È una di quelle commedie romantiche che si usava fare un buon mezzo secolo fa, mi ha fatto pensare, chessò, a L'erba del vicino è sempre più verde. E questo lo intendo come complimento. Tutti si vogliono bene, o almeno non si odiano, e anche se a un certo punto c'è una scazzottata che coinvolge tutti i protagonisti maschili (le donne, come si usava un tempo, per l'occasione restano sullo sfondo manifestando la loro preoccupazione con qualche gridolino), è più che altro una sorta di gigantesco equivoco. C'è molto sesso, ma tutto fuori scena. Ci sono dei nudi, ma sono fuori quadro, o impallati. A me va benissimo così, non sono dettagli essenziali, e a tagliarli non si perde nulla.
La sceneggiatura di Dan Fogelman (quello di Cars e Rapunzel) è complicata, ma fila via liscia come l'olio, alternando commedia e momenti più drammatici, anche se a volte tocca tasti un po' consunti dall'uso, rischio comune dei film di genere, d'altronde.
La regia è di Glenn Ficarra e John Requa, a loro volta sceneggiatori di Babbo Bastardo, che riescono a tenere nei giusti limiti la sceneggiatura e l'incredibile cast che sono riusciti a coinvolgere.
La scena iniziale dà bene il tono del film. Sera, ristorante di buon livello, la macchina da presa dopo aver vagabondato per la sala, giunge su una coppia (Julianne Moore e Steve Carell). Prima ancora che parlino sappiamo che c'è qualcosa che non va, solo lui sembra esserne all'oscuro. Chiede a lei cosa vuole per dessert, lei nicchia un po' e poi sbotta: "Voglio il divorzio". Potrebbe essere un inizio tragico e invece, inesplicabilmente (o meglio, si spiega facendo attenzione a come la scena è stata costruita) fa ridere.
Passiamo poi a seguire un seduttore da bar (Ryan Gosling) che cerca di agganciare una tipetta affascinante (Emma Stone) che però non è interessata all'articolo, nonostante le incitazioni dell'amica, che la sostituirebbe volentieri.
Torniamo sulla coppia in via di dissoluzione, che fa mesto ritorno a casa, dove il loro figlio tredicenne cerca di corteggiare la baby-sitter diciassettenne (Analeigh Tipton) che non ne vuol sapere anche perché ha una evidente (solo per noi) cotta per Carell.
Carell frequenta il bar di cui sopra, ma solo per fini alcolici e per lagnarsi con chiunque della moglie. Va finire che Gosling ne prende a cuore il caso, e cerca di trasformarlo in un altra macchina per sedurre. Dopo un lungo apprendistato, le istruzioni, sia pure in un modo poco canonico, funzionano. La pollastrella è una insegnante (Marisa Tomei) che al dunque si dimostra vulcanica.
E questo è solo l'inizio. Ah, non ho accennato al fatto che la Moore è entrata in crisi (lei si chiede se quella di mezza età colpisce anche le donne, notando che nei film succede solo agli uomini) perché ha tradito il marito per un collega, che poi è Kevin Bacon.
L'intreccio poi si infittisce, con una serie di colpi di scena che, pur non essendo molto probabili, non sono mai assurdi. Ci stanno. Perlomeno nell'ambito della commedia elegante.
Bravi gli attori a rendere passaggi anche complicati. Tipo, è possibile pensare che un Ryan Gosling in splendida forma, donnaiolo, pieno di soldi, susciti compassione per la vuotezza della sua vita? Beh, sì, almeno con me c'è riuscito.
La sceneggiatura di Dan Fogelman (quello di Cars e Rapunzel) è complicata, ma fila via liscia come l'olio, alternando commedia e momenti più drammatici, anche se a volte tocca tasti un po' consunti dall'uso, rischio comune dei film di genere, d'altronde.
La regia è di Glenn Ficarra e John Requa, a loro volta sceneggiatori di Babbo Bastardo, che riescono a tenere nei giusti limiti la sceneggiatura e l'incredibile cast che sono riusciti a coinvolgere.
La scena iniziale dà bene il tono del film. Sera, ristorante di buon livello, la macchina da presa dopo aver vagabondato per la sala, giunge su una coppia (Julianne Moore e Steve Carell). Prima ancora che parlino sappiamo che c'è qualcosa che non va, solo lui sembra esserne all'oscuro. Chiede a lei cosa vuole per dessert, lei nicchia un po' e poi sbotta: "Voglio il divorzio". Potrebbe essere un inizio tragico e invece, inesplicabilmente (o meglio, si spiega facendo attenzione a come la scena è stata costruita) fa ridere.
Passiamo poi a seguire un seduttore da bar (Ryan Gosling) che cerca di agganciare una tipetta affascinante (Emma Stone) che però non è interessata all'articolo, nonostante le incitazioni dell'amica, che la sostituirebbe volentieri.
Torniamo sulla coppia in via di dissoluzione, che fa mesto ritorno a casa, dove il loro figlio tredicenne cerca di corteggiare la baby-sitter diciassettenne (Analeigh Tipton) che non ne vuol sapere anche perché ha una evidente (solo per noi) cotta per Carell.
Carell frequenta il bar di cui sopra, ma solo per fini alcolici e per lagnarsi con chiunque della moglie. Va finire che Gosling ne prende a cuore il caso, e cerca di trasformarlo in un altra macchina per sedurre. Dopo un lungo apprendistato, le istruzioni, sia pure in un modo poco canonico, funzionano. La pollastrella è una insegnante (Marisa Tomei) che al dunque si dimostra vulcanica.
E questo è solo l'inizio. Ah, non ho accennato al fatto che la Moore è entrata in crisi (lei si chiede se quella di mezza età colpisce anche le donne, notando che nei film succede solo agli uomini) perché ha tradito il marito per un collega, che poi è Kevin Bacon.
L'intreccio poi si infittisce, con una serie di colpi di scena che, pur non essendo molto probabili, non sono mai assurdi. Ci stanno. Perlomeno nell'ambito della commedia elegante.
Bravi gli attori a rendere passaggi anche complicati. Tipo, è possibile pensare che un Ryan Gosling in splendida forma, donnaiolo, pieno di soldi, susciti compassione per la vuotezza della sua vita? Beh, sì, almeno con me c'è riuscito.
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