Con questo film Michael Haneke ha finalmente fatto il botto, raccogliendo una lunga serie di premi, in particolare una tripletta a Cannes, gran premio della giuria ad Haneke, miglior attrice alla Huppert (all'unanimità) e miglior attore a Magimel. Niente meno.
Lo stile della regia non mi pare cambiato radicalmente dai precedenti lavori, la freddezza dei primi titoli per il grande schermo si era già smussata con Codice sconosciuto, però si nota una maggior mobilità nell'uso della macchina da presa, qualche spazio concesso al montaggio, e soprattutto un uso della musica molto più pervasivo, almeno nella prima parte.
Da notare che, pur non essendo legato ufficialmente a Dogma 95, Haneke sembra seguirne gran parte dei dettami, ad esempio raramente sentiamo musica che esterna all'azione. Se qui abbonda Schubert (amato dalla protagonista) e non viene risparmiato Beethoven, Chopin, etc è perché la Huppert interpreta una insegnante di pianoforte.
In genere Haneke si scrive la storia da sé, anche se non si è lasciato intimidire dal compito (da far tremare le vene e i polsi) di tradurre per la televisione Il castello di Kafka. Qui invece ha basato la sceneggiatura sul romanzo omonimo del premio Nobel Elfriede Jelinek, di cui mi pare abbia ritoccato soprattutto il finale, per renderlo più aperto, come suo consueto.
Una pianista (Isabelle Huppert) non più giovane vive una esistenza sospesa, vive ancora in casa con la madre (Annie Girardot), che la tratta come fosse una ragazzina. Incapace di gestire la propria sessualità con naturalità, si rifugia nella pornografia e in pratiche autopunitive. Incontra un giovanotto (Benoît Magimel) che si piglia una cotta per lei, attirato probabilmente dalla sua algida aurea di perfezione. Lei pensa di usarlo per dare sfogo alle sue fantasie masochistiche, ma lui ne resta disgustato, considerandosi "normale" e incasellando lei come "deviata". Di conseguenza la tratta con sadismo (che sarebbe poi quello che vorrebbe lei, teoricamente) ma con un distacco che rivela che pure lui tanto "normale" non dovrebbe considerarsi.
Storie - Codice sconosciuto
Credo sia il primo film di Michael Haneke che sia stato distribuito in Italia, immagino grazie al premio ecumenico (e speciale) della giuria di Cannes, lo si trova anche in italiano su DVD, anche se con una certa fatica, magari col sottotitolo alternativo di Racconto incompleto di diversi viaggi, che lo rende più simile al titolo internazionale inglese, Code Unknown - Incomplete tales of several journeys, e all'originale francese, Code inconnu: Récit incomplet de divers voyages.
Tolto lo "storie" che appare in italiano, il resto del titolo spiega praticamente tutto del film. Si parla infatti della difficoltà, o impossibilità, a voler essere pessimisti, di capirsi tra noi umani. Ognuno ha il suo codice, pensa di essere chiaro nell'esprimersi, ma invece capita di non capire e non sapersi spiegare. Tematica che viene mostrata seguendo vicende che si intersecano debolmente a Parigi e che hanno come protagonisti svariati personaggi ognuno alle prese con un suo percorso.
Al centro c'è la storia di una attrice non ancora nota (Juliette Binoche, splendente come suo solito), legata ad un fotografo di guerra che però ha la mente altrove, oltre che ad un fratello stufo di vivere in campagna con un padre dal carattere ben poco socievole. Il fratello minore del fotografo si trova coinvolto, più o meno involontariamente, in una discussione con un ragazzotto di origine africana (del Mali) a proposito di un suo sgarbo nei confronti di una elemosinante "sans papier" romena. Il che allarga il campo dell'azione alle famiglie di questi altri due personaggi.
Meno inaccessibile dei precedenti lavori cinematografici di Haneke, richiede comunque un buon grado di partecipazione da parte dello spettatore. Lunghi piani sequenza, intervallati da stacchi netti, stile quasi-documentaristico, montaggio minimale, molti spunti forniti, lasciando che sia lo spettatore a darsi eventuali risposte.
Tolto lo "storie" che appare in italiano, il resto del titolo spiega praticamente tutto del film. Si parla infatti della difficoltà, o impossibilità, a voler essere pessimisti, di capirsi tra noi umani. Ognuno ha il suo codice, pensa di essere chiaro nell'esprimersi, ma invece capita di non capire e non sapersi spiegare. Tematica che viene mostrata seguendo vicende che si intersecano debolmente a Parigi e che hanno come protagonisti svariati personaggi ognuno alle prese con un suo percorso.
Al centro c'è la storia di una attrice non ancora nota (Juliette Binoche, splendente come suo solito), legata ad un fotografo di guerra che però ha la mente altrove, oltre che ad un fratello stufo di vivere in campagna con un padre dal carattere ben poco socievole. Il fratello minore del fotografo si trova coinvolto, più o meno involontariamente, in una discussione con un ragazzotto di origine africana (del Mali) a proposito di un suo sgarbo nei confronti di una elemosinante "sans papier" romena. Il che allarga il campo dell'azione alle famiglie di questi altri due personaggi.
Meno inaccessibile dei precedenti lavori cinematografici di Haneke, richiede comunque un buon grado di partecipazione da parte dello spettatore. Lunghi piani sequenza, intervallati da stacchi netti, stile quasi-documentaristico, montaggio minimale, molti spunti forniti, lasciando che sia lo spettatore a darsi eventuali risposte.
Das Schloss
Trasposizione televisiva de Il castello di Franz Kafka. Credo che non esistano altri tentativi del genere, e si può ben capire come mai, visto quanto è impervio il testo, oltre a mancare del finale.
L'idea di Michael Haneke è stata quella di portare la storia in un recente passato, e lasciare che una voce narrante segua tutta l'azione, spesso duplicando le battute recitate dagli attori.
Ottima prova attoriale di Ulrich Mühe nei panni del protagonista, K., che viene chiamato per un lavoro in un remoto castello in località non ben identificata. Scopre che il castello non è raggiungibile, nel paesino ai suoi piedi dove trova (con difficoltà) alloggio la gente vive seguendo regole al limite dell'assurdo (e anche lui si comporta in modo a tratti incomprensibile), il lavoro che dovrebbe fare in realtà non esiste, si tratta un errore della kafkiana burocrazia locale.
La vicenda diventa sempre più ingarbugliata, personaggi mossi da motivazioni oscure, spesso contraddittorie, entrano ed escono di scena. Non si capisce nemmeno bene perché poi K. sia così interessato a restare in quel posto miserevole. Come nel romanzo, anche qui la fine arriva con un improvviso colpo di forbice, prima che un nuovo personaggio riesca a dire la sua battuta.
Lo catalogherei come prodotto "only for fans", di Kafka, Haneke, e magari anche Mühe. Gli spunti proposti sono notevoli, ma non è che lo si possa dire di facile fruizione.
L'idea di Michael Haneke è stata quella di portare la storia in un recente passato, e lasciare che una voce narrante segua tutta l'azione, spesso duplicando le battute recitate dagli attori.
Ottima prova attoriale di Ulrich Mühe nei panni del protagonista, K., che viene chiamato per un lavoro in un remoto castello in località non ben identificata. Scopre che il castello non è raggiungibile, nel paesino ai suoi piedi dove trova (con difficoltà) alloggio la gente vive seguendo regole al limite dell'assurdo (e anche lui si comporta in modo a tratti incomprensibile), il lavoro che dovrebbe fare in realtà non esiste, si tratta un errore della kafkiana burocrazia locale.
La vicenda diventa sempre più ingarbugliata, personaggi mossi da motivazioni oscure, spesso contraddittorie, entrano ed escono di scena. Non si capisce nemmeno bene perché poi K. sia così interessato a restare in quel posto miserevole. Come nel romanzo, anche qui la fine arriva con un improvviso colpo di forbice, prima che un nuovo personaggio riesca a dire la sua battuta.
Lo catalogherei come prodotto "only for fans", di Kafka, Haneke, e magari anche Mühe. Gli spunti proposti sono notevoli, ma non è che lo si possa dire di facile fruizione.
Benny's video
Simile al precedente Il settimo continente, anche questo film di Michael Haneke è consigliabile solo ad un pubblico adulto, nel senso di uno spettatore che non cerchi un prodotto di facile consumo.
Anche questa è la storia di una famiglia austriaca, ma qui lo studio dei personaggi ha uno spazio maggiore. Il protagonista è il figlio minore (Arno Frisch), con una eccessiva passione per la cinematografia, probabilmente per compensare l'assenza dei genitori (Angela Winkler e Ulrich Mühe). Ha anche una sorella che vive fuori casa e di cui sappiamo solo che ha una certa passione per schemi tra il gioco e l'imbroglio per fare soldi alla svelta.
Benny sembra avere grossi problemi ad affrontare la realtà senza la mediazione di una telecamera, arriva all'assurdo di schermare le finestre della sua stanza ma di avere la vista su televisione. Un po' ricorda il ragazzetto di American beauty, a pensarci bene.
All'inizio del film, lo vediamo visionare un filmetto amatoriale che ha girato in campagna, dove ha seguito l'esecuzione di un maiale, abbattuto con una di quelle pistole ad aria compressa, tipo quella che usa il killer di Non è un paese per vecchi. Dopo aver visto così tante volte la morte in pellicola (nei film che noleggia, nei notiziari televisivi, ...) e aver avuto questa esperienza di morte reale, gli è venuta la curiosità di provarla di persona. Recluta così una ragazzina, e sperimenta su di lei, anche in questo caso mediando il tutto con la sua telecamera.
I genitori, decisamente distratti, non si accorgono di niente. Dovranno vedere il video per rendersi conto che il figlio ha ucciso. Segue la vera parte horror del film (che non viene mostrata), ovvero come viene fatto sparire il cadavere, e come i genitori si illudano che questo basti a risolvere i grossi problemi di Benny.
Haneke sottolinea l'insulsaggine dei genitori, che si preoccupano delle possibilità di carriera del figlio, se venisse condannato per omicidio, o che vengono mostrati orgogliosi per la "carriera" della figlia, che raggranella soldi in quel modo. Ma mantiene uno stile quasi-documentaristico, lasciando che sia lo spettatore a tirare le conclusioni che vuole. Se vuole.
Anche questa è la storia di una famiglia austriaca, ma qui lo studio dei personaggi ha uno spazio maggiore. Il protagonista è il figlio minore (Arno Frisch), con una eccessiva passione per la cinematografia, probabilmente per compensare l'assenza dei genitori (Angela Winkler e Ulrich Mühe). Ha anche una sorella che vive fuori casa e di cui sappiamo solo che ha una certa passione per schemi tra il gioco e l'imbroglio per fare soldi alla svelta.
Benny sembra avere grossi problemi ad affrontare la realtà senza la mediazione di una telecamera, arriva all'assurdo di schermare le finestre della sua stanza ma di avere la vista su televisione. Un po' ricorda il ragazzetto di American beauty, a pensarci bene.
All'inizio del film, lo vediamo visionare un filmetto amatoriale che ha girato in campagna, dove ha seguito l'esecuzione di un maiale, abbattuto con una di quelle pistole ad aria compressa, tipo quella che usa il killer di Non è un paese per vecchi. Dopo aver visto così tante volte la morte in pellicola (nei film che noleggia, nei notiziari televisivi, ...) e aver avuto questa esperienza di morte reale, gli è venuta la curiosità di provarla di persona. Recluta così una ragazzina, e sperimenta su di lei, anche in questo caso mediando il tutto con la sua telecamera.
I genitori, decisamente distratti, non si accorgono di niente. Dovranno vedere il video per rendersi conto che il figlio ha ucciso. Segue la vera parte horror del film (che non viene mostrata), ovvero come viene fatto sparire il cadavere, e come i genitori si illudano che questo basti a risolvere i grossi problemi di Benny.
Haneke sottolinea l'insulsaggine dei genitori, che si preoccupano delle possibilità di carriera del figlio, se venisse condannato per omicidio, o che vengono mostrati orgogliosi per la "carriera" della figlia, che raggranella soldi in quel modo. Ma mantiene uno stile quasi-documentaristico, lasciando che sia lo spettatore a tirare le conclusioni che vuole. Se vuole.
Il settimo continente
Primo film per il cinema di Michael Haneke, ma dopo quindici anni dal suo esordio registico per la televisione. Se ho capito bene quanto dice lo stesso Haneke nell'intervista fornita come extra del DVD (in francese sottotitolato inglese!), sarebbe stato un film per la TV anche questo, se i produttori non fossero rimasti poco soddisfatti della sceneggiatura, spingendolo a trovare vie alternative.
La storia, in effetti, non sembra fatta per attirare orde di spettatori. Nemmeno quelli di area tedesca, più avvezzi di noi mediterranei a programmi con un peso specifico non indifferente. Da notare che in Italia il film non ha trovato distribuzione cinematografica, e nemmeno televisiva, credo. Il DVD lo si trova grazie alle meraviglie del mercato comune europeo - nel mio caso, edizione inglese (The seventh continent, in originale Der siebente Kontinent).
Si parte da un fatto vero, una famigliola austriaca scopre di non sopportare più la quotidianità, e decide di migrare nel settimo continente, che però non è l'Australia, come lasciano credere a chi chiede loro come mai lascino i rispettivi lavori, vendano la macchina, eccetera.
Regia fredda, distaccata, che cerca, per quanto possibile, di non prendere posizioni sui fatti, lasciando le conclusioni allo spettatore.
Nella succitata intervista, Haneke fa notare come le scene che più hanno sconvolto il pubblico (a suo modo potrebbe essere catalogato come un film horror, un horror della quotidianità) sono quelle in cui il padre di famiglia distrugge a martellate l'acquario di casa, causando la morte dei pesci, e quella in cui gettano nel cesso (letteralmente) i loro risparmi. E sì che, a ben vedere, accadono cose ben peggiori.
Diviso in tre parti, richiede allo spettatore una buona dose di pazienza, soprattutto nella prima parte, che ci introduce nella vita monotona e ripetitiva della famiglia, usando inoltre l'interessante (ma barboso) espediente di non inquadrare gli umani, se non di sfuggita, e dedicare invece le inquadrature agli oggetti, che diventano protagonisti.
La seconda parte scorre meglio, sia perché le ripetizioni nei fatti narrati generano un curioso effetto ritmico (Haneke nota che il cinema, almeno il suo, ha molto più in comune con la musica che con la letteratura) sia perché viene dato più spazio agli umani.
La terza parte riserva mazzate (non solo metaforiche) non indifferenti.
Colonna sonora pop di consumo, che lascia spazio ad un solo momento alto, una scheggia dal concerto per violino e orchestra di Alban Berg, noto col nome di Alla memoria di un angelo, che dà un corposo indizio su cosa sta per succedere, in un momento in cui si poteva sperare che le cose potessero andare a finire in un modo meno terribile.
La storia, in effetti, non sembra fatta per attirare orde di spettatori. Nemmeno quelli di area tedesca, più avvezzi di noi mediterranei a programmi con un peso specifico non indifferente. Da notare che in Italia il film non ha trovato distribuzione cinematografica, e nemmeno televisiva, credo. Il DVD lo si trova grazie alle meraviglie del mercato comune europeo - nel mio caso, edizione inglese (The seventh continent, in originale Der siebente Kontinent).
Si parte da un fatto vero, una famigliola austriaca scopre di non sopportare più la quotidianità, e decide di migrare nel settimo continente, che però non è l'Australia, come lasciano credere a chi chiede loro come mai lascino i rispettivi lavori, vendano la macchina, eccetera.
Regia fredda, distaccata, che cerca, per quanto possibile, di non prendere posizioni sui fatti, lasciando le conclusioni allo spettatore.
Nella succitata intervista, Haneke fa notare come le scene che più hanno sconvolto il pubblico (a suo modo potrebbe essere catalogato come un film horror, un horror della quotidianità) sono quelle in cui il padre di famiglia distrugge a martellate l'acquario di casa, causando la morte dei pesci, e quella in cui gettano nel cesso (letteralmente) i loro risparmi. E sì che, a ben vedere, accadono cose ben peggiori.
Diviso in tre parti, richiede allo spettatore una buona dose di pazienza, soprattutto nella prima parte, che ci introduce nella vita monotona e ripetitiva della famiglia, usando inoltre l'interessante (ma barboso) espediente di non inquadrare gli umani, se non di sfuggita, e dedicare invece le inquadrature agli oggetti, che diventano protagonisti.
La seconda parte scorre meglio, sia perché le ripetizioni nei fatti narrati generano un curioso effetto ritmico (Haneke nota che il cinema, almeno il suo, ha molto più in comune con la musica che con la letteratura) sia perché viene dato più spazio agli umani.
La terza parte riserva mazzate (non solo metaforiche) non indifferenti.
Colonna sonora pop di consumo, che lascia spazio ad un solo momento alto, una scheggia dal concerto per violino e orchestra di Alban Berg, noto col nome di Alla memoria di un angelo, che dà un corposo indizio su cosa sta per succedere, in un momento in cui si poteva sperare che le cose potessero andare a finire in un modo meno terribile.
One day
Capita a volte che un film non piaccia a molti che scrivono di cinema per motivi che non mi sono chiari. Non che la cosa mi preoccupi, ma mi resta il dubbio, cos'è che non è davvero piaciuto?
Diretto con eleganza da Lone Scherfig, protagonisti Anne Hathaway e Jim Sturgess, buon cast al contorno, belle musiche originali (Rachel Portman). Fin qua tutto bene, non ho letto nessuno che avesse (seriamente) qualcosa da ridire.
Ne ho lette invece di cotte e di crude sulla sceneggiatura di David Nicholls, tratta dal suo omonimo romanzo, con motivazioni che però non mi hanno convinto. In molti si sono lamentati della struttura, che sarebbe poco fruibile dallo spettatore, o troppo rigorosa, o poco adatta per lo schermo. Vero è che si seguono le vicende della coppia di protagonisti, per quanto possibile, mostrando solo un giorno, il 15 luglio, per venti anni di fila, ma un consumatore di cinema contemporaneo dovrebbe essere abituato a narrazioni ben più impervie. Che dire di Pulp fiction allora? O (500) giorni insieme?
Altri contestano la vacuità del personaggio interpretato da Sturgess, come se non fosse lecito avere un protagonista vacuo. Dimenticandosi poi che è un personaggio che ha una sua complessa evoluzione, e alla fine lo troviamo, con gran fatica, cresciuto.
E così via avanzando perplessità che non comprendo e che non mi sembrano giustificate. L'unica ipotesi che mi sentirei di avanzare è che si tratti di una storia che risulta poco digeribile a molti perché ha qualcosa di spiazzante. Pur essendo costruita seguendo un modulo classico del dramma romantico, ci sono elementi dissonanti che forse sono sembrati stonature a chi non ha gradito.
Lui (Sturgess) è infatti uomo di successo, ma non è capace di gestirlo, e finirà per rovinarsi la vita. Lei (Hathaway) è bruttina (magie del trucco) e poco appariscente, ma riuscirà ad aver successo, dopo lunghe vicende, senza alcun supporto maschile. Lui cercherà di raddrizzare la propria vita appoggiandosi ad una donna ricca, cercando di diventare un buon marito, ma la moglie si stuferà di lui, mollandolo. E altre cose che non dico per non spoilerare troppo.
Il quadro dovrebbe essere chiaro. Le donne non sono passive in questa storia, me ne vengono in mente cinque che incrociano il destino di Lui, ognuna delle quali prende le sue decisioni in modo autonomo. Lui, invece, si lascia sballottare dalla corrente, fa "quello che gli dicono di fare", pensando che sia molto divertente, ma arrivando sull'orlo della catastrofe.
In positivo, la storia mi è sembrata interessante, non scontata, e ho apprezzato gli spunti di riflessione che offre in temi quali il successo (cos'è davvero, e a cosa serve), la gestione delle relazioni, l'assenza della persona amata.
Diretto con eleganza da Lone Scherfig, protagonisti Anne Hathaway e Jim Sturgess, buon cast al contorno, belle musiche originali (Rachel Portman). Fin qua tutto bene, non ho letto nessuno che avesse (seriamente) qualcosa da ridire.
Ne ho lette invece di cotte e di crude sulla sceneggiatura di David Nicholls, tratta dal suo omonimo romanzo, con motivazioni che però non mi hanno convinto. In molti si sono lamentati della struttura, che sarebbe poco fruibile dallo spettatore, o troppo rigorosa, o poco adatta per lo schermo. Vero è che si seguono le vicende della coppia di protagonisti, per quanto possibile, mostrando solo un giorno, il 15 luglio, per venti anni di fila, ma un consumatore di cinema contemporaneo dovrebbe essere abituato a narrazioni ben più impervie. Che dire di Pulp fiction allora? O (500) giorni insieme?
Altri contestano la vacuità del personaggio interpretato da Sturgess, come se non fosse lecito avere un protagonista vacuo. Dimenticandosi poi che è un personaggio che ha una sua complessa evoluzione, e alla fine lo troviamo, con gran fatica, cresciuto.
E così via avanzando perplessità che non comprendo e che non mi sembrano giustificate. L'unica ipotesi che mi sentirei di avanzare è che si tratti di una storia che risulta poco digeribile a molti perché ha qualcosa di spiazzante. Pur essendo costruita seguendo un modulo classico del dramma romantico, ci sono elementi dissonanti che forse sono sembrati stonature a chi non ha gradito.
Lui (Sturgess) è infatti uomo di successo, ma non è capace di gestirlo, e finirà per rovinarsi la vita. Lei (Hathaway) è bruttina (magie del trucco) e poco appariscente, ma riuscirà ad aver successo, dopo lunghe vicende, senza alcun supporto maschile. Lui cercherà di raddrizzare la propria vita appoggiandosi ad una donna ricca, cercando di diventare un buon marito, ma la moglie si stuferà di lui, mollandolo. E altre cose che non dico per non spoilerare troppo.
Il quadro dovrebbe essere chiaro. Le donne non sono passive in questa storia, me ne vengono in mente cinque che incrociano il destino di Lui, ognuna delle quali prende le sue decisioni in modo autonomo. Lui, invece, si lascia sballottare dalla corrente, fa "quello che gli dicono di fare", pensando che sia molto divertente, ma arrivando sull'orlo della catastrofe.
In positivo, la storia mi è sembrata interessante, non scontata, e ho apprezzato gli spunti di riflessione che offre in temi quali il successo (cos'è davvero, e a cosa serve), la gestione delle relazioni, l'assenza della persona amata.
Cloverfield
Che noia. Godzilla arriva a New York, l'esercito evacua Manhattan e la rade al suolo.
Scritto e diretto da Drew Goddard e Matt Reeves, è in realtà opera di J.J. Abrams, che l'ha prodotto con gran dispendio di capitali, ma facendo finta che sia un film a basso costo. In pratica un finto Blair witch project.
La storia è vista dal punto di vista di alcuni ragazzetti benestanti, lui neolaureato è in partenza per il Giappone, lei è una amica con cui ha fatto sesso un mese prima dei fatti, hanno passato una giornata assieme a Coney Island e poi ... pare niente. Sappiamo tutto ciò perché la sera dell'arrivo del Mostro sull'isola, i giovinastri stanno facendo festa per salutare il partente, e a un amico (incapace) viene detto di girare con la cinepresa digitale per raccogliere i saluti. Disgraziatamente, invece di usare una cassetta nuova, riutilizzano quella del mese prima, così che noi ci vediamo un po' tutto, mischiato a dovere.
La prima parte è micidiale, la camera viene mossa senza alcuna compassione per lo spettatore, e la fase di costruzione dei personaggi è inutile. Poco ci viene detto, e non serve a nulla nel seguito della storia. Poi arriva Alien (è enorme, alla Godzilla, ma corredato da tanti piccoli esserini malevoli) e almeno c'è un po' di azione.
Occhio e croce, direi che il senso è quello di sfruttare commercialmente l'undici settembre, usando quell'emozione trasferita su un evento evidentemente falso, e dunque meno doloroso. Ma a che serve un prodotto del genere?
Scritto e diretto da Drew Goddard e Matt Reeves, è in realtà opera di J.J. Abrams, che l'ha prodotto con gran dispendio di capitali, ma facendo finta che sia un film a basso costo. In pratica un finto Blair witch project.
La storia è vista dal punto di vista di alcuni ragazzetti benestanti, lui neolaureato è in partenza per il Giappone, lei è una amica con cui ha fatto sesso un mese prima dei fatti, hanno passato una giornata assieme a Coney Island e poi ... pare niente. Sappiamo tutto ciò perché la sera dell'arrivo del Mostro sull'isola, i giovinastri stanno facendo festa per salutare il partente, e a un amico (incapace) viene detto di girare con la cinepresa digitale per raccogliere i saluti. Disgraziatamente, invece di usare una cassetta nuova, riutilizzano quella del mese prima, così che noi ci vediamo un po' tutto, mischiato a dovere.
La prima parte è micidiale, la camera viene mossa senza alcuna compassione per lo spettatore, e la fase di costruzione dei personaggi è inutile. Poco ci viene detto, e non serve a nulla nel seguito della storia. Poi arriva Alien (è enorme, alla Godzilla, ma corredato da tanti piccoli esserini malevoli) e almeno c'è un po' di azione.
Occhio e croce, direi che il senso è quello di sfruttare commercialmente l'undici settembre, usando quell'emozione trasferita su un evento evidentemente falso, e dunque meno doloroso. Ma a che serve un prodotto del genere?
Iscriviti a:
Post (Atom)