Fantastic Mr. Fox

Ne parlano tutti bene, sarà per il regista, Wes Anderson (Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling), per il fatto che la storia è stata scritta da Roald Dahl, o per le voci (George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray, Willem Dafoe ...). Fatto è che mi aspettavo molto da questa animazione in passo uno, e ne sono rimasto molto deluso.

Il paragone con Mary e Max, stesso anno, budget enormemente inferiore, a mio parere, chiude il discorso. Ma anche uno stop-motion che ho visto citato come confronto, Galline in fuga (2000), mi sembra decisamente fatto meglio.

Due nomination all'oscar, colonna sonora e animazione, battuto in entrambi i casi, e in questo caso sono d'accordo con l'Academy, da Up.

The island

Molto scarso. Se non l'hai ancora visto, continua così.

Dato il regista/produttore, Michael Bay, non è che ci si possa aspettare molto - noto per la serie dei Transformers, ma anche per i due Bad Boys, Armageddon, Pearl Harbor e persino The Rock. Roba di facile visione e molto rumorosa. Anche paragonato alla sua produzione normale, però, The island non regge al confronto.

Uno scienziato pazzo (Sean Bean) ha creato una specie di fabbrica sotterranea in cui, dietro cospicuo pagamento, crea e mantiene cloni dei clienti finché questi non hanno bisogno di pezzi di ricambio. Ai cloni si dice che è successa una catastrofe planetaria e loro sono gli unici superstiti in un ambiente controllato. Un clone (Ewan McGregor) inizia a fare troppe domande e stringe amicizia con un tecnico (Steve Buscemi) che, direttamente o indirettamente, finirà per fargli aumentare i dubbi. Un giorno una clone sua amica (Scarlett Johansson) vince la "lotteria" che le permetterà di lasciare quella specie di galera per andare su una fantastica isola incontaminata (questa è la favoletta che raccontano ai cloni per spiegare come mai ogni tanto qualcuno di loro sparisce). Lo stesso giorno il clone astuto scopre che non è vero niente di quanto avevano detto loro, e organizza una fuga per lui e la sua amica. Seguono inseguimenti, sparatorie, incidenti stradali, elicotteri che si schiantano finché i cloni non riescono a riprendersi la libertà.

Volontariamente o meno, sono citati film a bizzeffe. Matrix, anche se lì la contrapposizione era tra umani e macchine, qui i cloni nel loro bozzolo ricordano molto gli umani "addormentati" di quel film. Blade Runner, se vogliamo, per la storia dei cloni che si ribellano. Gattaca, per il discorso pseudo-etico sui diritti dei cloni. Persino Metropolis di Fritz Lang, per la rappresentazione della Los Angeles del futuro. Ma anche film di azione alla Arma Letale per parte del film dedicata all'inseguimento.

Per far funzionare il film si sarebbe dovuta prendere una decisione: o rendere i personaggi e la storia più realistica di quel che è; o puntare esplicitamente sull'azione, tagliando i molti tempi morti e tentativi (falliti) di dare uno spessore ad una storia che non ne ha.

Altro elemento che mi ha decisamente disturbato è stata la presenza veramente eccessiva della pubblicità. Alla faccia del product placement. Alcune scene sembrano girate con l'unico scopo di dare spazio ad un certo articolo.

Sul DVD non è male il making of incluso, dove si vede Michael Bay che si diverte un mondo a schiantare automobili, far precipitare un elicottero e a filmare gioiosamente tutte queste catastrofi. Da cui si deduce che almeno uno s'è divertito con questo film.

Notturno bus

Primo lungometraggio diretto da Davide Marengo, noto per la sua esperienza nei video musicali. La frequentazione di Marengo all'ambiente musicale - suo Craj del 2005, documentario sulla musica popolare pugliese - spiega la bella colonna sonora che si destreggia tra diversi stili.

Ottimo il cast, almeno nei ruoli principali. La storia non è niente di soprendente, ma viene giocata giocata con una buona ironia, appoggiandosi sulle atmosfere di una Roma notturna che risultano piacevoli.

Buon risultato complessivo, grazie agli ottimi ingredienti che ha avuto a disposizione, anche se il finale non mi ha soddisfatto. Un po' come se si fosse arrivati corti di fiato, dopo tutto il correre del film.

Giovanna Mezzogiorno ha il ruolo di una ladra che ha imparato sin da piccina a non fidarsi di niente e di nessuno e che tira dentro nella storia Valerio Mastandrea, autista di autobus tendente alla depressione e con un grosso debito di gioco da saldare. Ennio Fantastichini, sempre un ottimo cattivo, qui fa un agente dei servizi che sta cercando di mettere le mani su di un misterioso microchip, finito per caso nelle mani della ladra; dall'altra parte ci sono Francesco Pannofino, anche lui un convincente cattivo ma con una vena più comica, e Roberto Citran, una coppia di sbirri un po' pasticcioni e molto violenti. Una particina (nei panni della moglie del poliziotto interpretato da Pannofino) anche per la brava Iaia Forte.

I personaggi sono costruiti bene, ma non (mi) è chiaro il loro sviluppo. Il protagonista, ad esempio. Ha studiato, gli mancava un esame a laurearsi ma, per motivi imprecisati (una donna, pare) ha mollato tutto e si è adattato su un lavoro che chiede poco, e poco dà. Inoltre, in contrasto alla sua tendenza di non rischiare, ha la passione per il gioco d'azzardo, che lo porta verso la rovina, dato che non è capace di bluffare e non riesce a capire il gioco degli avversari. Ha un rapporto complesso con un suo amico che è anche il suo strozzino. Nel suo lavoro è capace, ma gli manca lo stimolo a fare quel di più che sarebbe alla sua portata. Parlando con la ladra viene fuori che il "segreto del bravo autista di autobus" è il guardarsi dietro, sapere usare gli specchietti retrovisori. La ladra lo interpreta nel modo negativo, ovvero nel fatto che lui non si sappia staccare dal passato (anche perché lei ha il problema opposto, non riesce a mantenere una relazione con il passato, è sempre in fuga verso qualcos'altro).

Un buon personaggio, dunque, ben caratterizzato. Lo vediamo usare il suo passato, la conoscenza di un deposito di stoffe, per riuscire ad sfuggire agli inseguitori. Lo vediamo usare anche le sue capacità di guida all'autobus in una scena di inseguimento (avrebbe potuto essere maggiormente spettacolarizzata - mi sembra che invece sia solo confusa), da cui però ne esce in un modo che sembra più fortunato che abile. Lo vediamo anche bluffare con successo e riuscire a stendere un avversario. Ma tutto questo ci viene mostrato senza dargli l'opportuna rilevanza, e sembra sempre che il personaggio sia sì cambiato, ma più accidentalmente che sostanzialmente. Come dire, non si vede bene la crescita del personaggio.

La scena topica risulta quella dove deve decidere se prendere una borsa contenente un paio di milioni di euro o abbandonarla. La ladra, esperta della faccenda, gli ha consigliato di lasciarla ed è scappata, ritenendo che due tra i presenti sul posto fossero poliziotti. A questo punto noi dovremmo vedere la sua transizione e vedere come agisce in questa situazione limite. Invece non vediamo niente. Stacco e passaggio alla scena successiva, quando lui si ricongiunge alla ladra. Non sapremo mai cosa è successo in quel frangente.

Titoli di coda con Daniele Silvestri che canta La paranza, e viene premiato con un David.

Peccato per l'assenza assoluta di bonus nel DVD.

Clerks 2

Clerks 2 è in linea con Clerks (Commessi - 1994). Chi ha visto il primo episodio, sempre scritto e diretto da Kevin Smith, dovrebbe avere più o meno le stesse reazioni alla vista del secondo.

I personaggi principali sono gli stessi: Dante (Brian O'Halloran) e Randal (Jeff Anderson) che "lavoravano" in una sorta di minimarket, adesso "lavorano" in un fastfood, ma non si sono riusciti a scrollare di dosso Jay (Jason Mewes) e Silent Bob (lo stesso Kevin Smith) che continuano a spacciare. A questi si aggiungono Rosario Dawson e Jennifer Schwalbach Smith (moglie del regista) che, incredibilmente, si contendono Dante.

Stesso spirito da commedia irriverente, in certi casi al limite del disgusto (e per qualcuno anche oltre), in entrambi i film.

Stessa ambientazione nel New Jersey, tipica anche di altri film di Smith, come Jersey Girl (che però è più rivolta ad un pubblico più tranquillo).

Se nel primo Clerks grosso peso avevano i clienti e entravano e uscivano dal negozio, qui la vicenda è più centrata sul dilemma di Dante: mollare il Jersey per la Florida o restare? Con tutto quel che ne consegue.

Tra le apparizioni dei clienti spiccano quelle di Ben Affleck (giusto un paio di battute) e Jason Lee (compagno di scuola di Dante e Randal che è diventato schifosamente ricco ma che ha un cetriolo nella sua memoria).

Divertenti le citazioni di altri film. Jay, ad esempio, cita il silenzio degli innocenti (e quale scena se non quella dove il rapitore pervertito si mette a ballar da solo mentre la vittima è in fondo al pozzo?).

Bel film, dunque. Fra l'altro, al contrario del primo, questo è quasi tutto a colori. Attenzione però ai temi trattati. Ad esempio: come addio al celibato Randal regala a Dante (a insaputa di questi, naturalmente) uno spettacolino erotico altamente disgustoso, naturalmente in tipico stile Randal.

L'ultimo re di Scozia

The last king of Scotland, regia di Kevin Macdonald, scozzese e più interessato ai documentari che alla fiction. Nonostante questo, grazie ad un tema decisamente interessante, la feroce dittatura di Idi Amin, e alla convincente interpretazione di Forest Whitaker il film ha avuto un ottimo successo, ratificato anche da una serie di premi tra cui spicca l'oscar a Whitaker.

C'è da tener presente che i fatti narrati hanno un'attinenza molto limitata alla realtà. Per dirla con schiettezza, il dottor Nicholas Garrigan (interpretato da James McAvoy, che ho apprezzato di più in Espiazione) è pura invenzione.

Mi pare che la storia regga solo fino a un certo punto.

Si potrebbe dire che si tratta di un racconto di formazione, dato che inizia con Garrison che si laurea e decide di andarsene di casa, stufo dell'aria di superiorità paterna. Sceglie l'Uganda a caso, fa un po' di sesso casuale, gioca all'inglese (pardon, scozzese) nel terzo mondo, tenta di sedurre la moglie del collega, finché incontra Amin i due si piacciono e lui molla il suo lavoro per diventare il medico del presidente. Fa un po' di bella vita, finché ad un certo punto inizia a maturargli qualche dubbietto sul suo amico Amin.

Fin qui tutto bene. Il dottore risulta essere un ragazzetto in fin dei conti di buon carattere (dopotutto sa fare il suo lavoro) anche se immaturo. A questo punto dovrebbe crescere e prendere delle decisioni. Invece traccheggia e si mette nei guai ancor più profondi. La sua passione per le donne sposate (ad altri) lo porta a legarsi ad una moglie di Amin, al punto da metterla incinta. Pur essendo poligamo e trattandosi di una moglie in disgrazia, la reazione coniugale è quella che ci si può aspettare, e fa a pezzi - letteralmente - la moglie.

E a questo punto siamo oltre la plausibilità. Diciamo che sia possibile che Amin perdoni il medico che gli ha soffiato una moglie, ma che si continui a fidarsi di lui è eccessivo. E solo quando il dottore pianifica di ucciderlo dandogli del veleno invece che pastiglie per il mal di testa, e il piano viene scoperto dall'astuto capo della sorveglianza, finalmente si decide di eliminarlo. Capita però che proprio in quel momento arrivi ad Entebbe l'aereo dirottato da palestinesi per cui, contro ogni logica, si decide di giustiziare il dottore all'aeroporto, utilizzando un sistema che non può che ricordare la prova del dolore a cui si sottopone il protagonista di Un uomo chiamato cavallo (1970). Ma il fortunato dottore riesce a scappare, seppur malridotto, grazie al sacrificio inspiegabile (come dice lui stesso) di un suo collega.

Ha imparato qualcosa il dottor Garrison dalle sue avventure? Non si sa. E forse non gliene può importar di meno a nessuno. Resta la notevole interpretazione di Whitaker e un film tutto sommato guardabile.

Wall Street

Il punto di vista di Oliver Stone sul turbocapitalismo anni ottanta, giusto prima del crollo dell'87 - che risulta stranamente simile alla stessa situazione che ha portato alla crollo di venti anni dopo. Dunque, probabilmente, invece di vedersi il seguito (Il denaro non dorme mai - 2010) tanto vale vedersi il primo episodio.

Charlie Sheen (non eccezionale) interpreta Bud Fox, operatore di borsa che, visto l'andazzo generale, vorrebbe arrichirsi, ma in realtà non riesce nemmeno a ripagare il debito contratto per prendersi la laurea. Anche perché vivendo a New York (Upper West Side - ci tiene a specificare) i soldi che guadagna se ne vanno solo per vivere. Come molti suoi colleghi ha il mito di Gordon Gekko (un superlativo Michael Douglas), uno squalo di Wall Street che fa montagne di soldi viaggiando in bilico tra lecito e illecito. Lo incontra, inzia a violare qualche regoletta, e conosce Darien (Daryl Hannah, ruolo che le è valso il Razzie Award come peggior attrice non protagonista) di cui si invaghisce, anche se lei mette bene in chiaro le sue priorità: soldi e cose costose. Bud fa una montagna di soldi facendo porcherie varie, che impegna in una casa dall'altra parte di Central Park (l'Upper East Side fa più figo), bizzarre opere d'arte e tutto quanto vuole Darien. Una nota simpatica: nel frigo della sua nuova casa si vede un cartone di Pomì, evidentemente considerato alla moda.

Il problema nasce dal fatto che Bud chiede al perfido Gekko di aiutarlo a comprare la compagnia area dove lavora il padre di Bud (interpretato da Martin Sheen, padre di Charlie - meglio del figlio, visto di recente in The Departed). Bud vorrebbe salvarla, Gekko lo asseconda ma vuole fare come al solito: farla a pezzi, liquidarla e farci sopra una gran plusvalenza.

A questo punto Bud decide di mollare Gekko, qualunque cosa dovesse costargli.

Storia non originalissima, ma che regge. Interessante anche perché, come si diceva all'inizio, a parte la tecnologia, poco pare che sia cambiato nel mondo della finanza da allora a oggi.

Chicago

Non sono un amante del musical, e Chicago è soprattutto per amanti del genere. C'è da dire che, persino a me, la partenza ha colpito al cuore con un numero davvero notevole, All that jazz interpretato da Catherine Zeta-Jones. Bravissima, davvero. Ho scoperto solo dopo, guardando il lungo e interessante "making of" incluso nel DVD, che la Zeta-Jones è praticamente nata come cantante e ballerina. Beh, lo dimostra a meraviglia nel film.

Mi chiedevo come mai le avessero dato il ruolo di Velma Kelly e non quello di Roxie Hart, la protagonista (Renée Zellweger, brava, ma non paragonabile). Ho scoperto poi che è stata lei a voler fare quel ruolo, perché voleva assolutamente fare, per l'appunto, il numero in iniziale. E come darle torto.

Altra stella del cast Richard Gere, nel ruolo di un estroso avvocato. Bravo, ma parte limitata. Buona prova di John C.Reilly nella parte del povero disgraziato che si era sposato la protagonista. Fra l'altro Really è uno di quegli attori che lo vedo e mi chiedo, "ma io questo dove l'ho già visto?", do un occhiata su imdb e scopro che l'ho visto in una dozzina di titoli.

La sceneggiatura è poco più di un pretesto per tenere assieme i numeri. Velma fa il suo numero e viene portata in galera, per aver ammazzato sorella e marito (colti sul fatto). Roxie era lì con un suo amico che pretendeva di avere agganci per introdurla nell'ambiente, quando lui si stuferà di lei, e le dirà la verità, Roxie lo fa fuori. Roxie e Velma si incontrano in galera, non vanno per niente d'accordo. Processo farsa di Roxie, con l'avvocato che la riesce a far assolvere; poi farà assolvere pure Velma. Finale con Roxie e Velma che, pur odiandosi, lavorano assieme (l'impresario aveva spiegato a Velma che un'assassina che balla e canta non fa più notizia, ma due assieme sì).

La trovata del film è che quasi tutti numeri sono immaginati da Roxie, come modo di evadere dalla realtà. Il problema (dal mio punto di vista) è che è la stessa trovata di Dancer in the dark (Lars von Trier - 2000) film, a mio avviso, superiore e premiato anche negli USA. Mi pare curioso, ma non ho trovato nessuno che abbia notato la cosa.

In maniera per me incomprensibile, Chicago è stato premiato con addirittura 6 oscar (sarebbe bastato quello alla Zeta-Jones, a mio avviso) e una montagna di altri premi. Come miglior film ha battuto Gangs of New York (anche lì c'era Reilly, tra l'altro) e Il pianista, secondo me ingiustamente. E se Il pianista s'è consolato con un gran numero di altri oscar, Gangs lo avrebbe meritato.