C'è poco da dire su questo film. Per chi conosce la trilogia omonima di Douglas Adams (in sei volumi, di cui uno postumo e apocrifo) si tratta di un opera imprescindibile, nonostante che si tratti di una misera briciola rispetto al variegato immaginario dispiegato su carta. Difficilmente gli altri avranno una reazione paragonabile.
Come il titolo lascia capire, The hitchhiker's guide to the galaxy, è roba di fantascienza. Quel tipo di fantascienza inglese autoironica che ha generato film come FAQ about time travel, con una vena di follia riconducibile ai Monty Python.
È per me una seconda visione, e penso che ne seguiranno altre. La prossima volta vorrei che fosse in inglese, dato che come narratore (che in italiano è il pur bravo Nando Gazzolo - o almeno mi pare) vorrei sentirmi Stephen Fry.
Tra le parti minori ricordo Bill Nighy, che interpreta Slartibartfast, e John Malkovich (Humma Kavula).
Payback - La rivincita di Porter
Cosa può spingere un essere senziente a vedere per due volte nella sua vita questo film non particolarmente significativo? Non certo la regia di Brian Helgeland, più a suo agio nei panni di sceneggiatore non originale (come anche qui, del resto, ma meglio in L.A. Confidential), ma nemmeno Mel Gibson nel ruolo principale (un delinquentello tutto muscoli e poco cervello, interpretato abbastanza bene, ma non lo metterei tra i suoi personaggi più significativi) e neanche la pur fascinosa Maria Bello, che fa più da contorno che altro.
Nel mio caso, è stata la scoperta che trattasi di un remake, o meglio, di una nuova riduzione cinematografica di un romanzo già utilizzato come base per Senza un attimo di tregua nei lontani anni sessanta. Approfittando di essermi quasi completamente dimenticato della prima visione, mi sono visto prima la versione di Boorman, poi quella di Helgeland. E devo dire che i due film, che visti singolarmente non sono poi un granché, visti a distanza ravvicinata guadagnano dal confronto.
Non è solo Point Blank a guadagnarci (bella forza, Boorman batte Helgeland anche a occhi chiusi) ma anche Payback. Vedendolo dopo si apprezzano meglio i cambiamenti nella trama, e assume un suo interesse come variazione su di un tema prefissato. Anche se c'é da dire che non è che mi pare particolarmente riuscita. È più intrigante il personaggio interpretato da Lee Marvin, che viene mosso da un presupposto assurdo, così assurdo che alla fine anche lui lo lascia perdere. Quello di Gibson è invece semplicemente un imbecille graziato da una incredibile fortuna e capacità di incassare botte, pallottole e persino martellate.
Nel mio caso, è stata la scoperta che trattasi di un remake, o meglio, di una nuova riduzione cinematografica di un romanzo già utilizzato come base per Senza un attimo di tregua nei lontani anni sessanta. Approfittando di essermi quasi completamente dimenticato della prima visione, mi sono visto prima la versione di Boorman, poi quella di Helgeland. E devo dire che i due film, che visti singolarmente non sono poi un granché, visti a distanza ravvicinata guadagnano dal confronto.
Non è solo Point Blank a guadagnarci (bella forza, Boorman batte Helgeland anche a occhi chiusi) ma anche Payback. Vedendolo dopo si apprezzano meglio i cambiamenti nella trama, e assume un suo interesse come variazione su di un tema prefissato. Anche se c'é da dire che non è che mi pare particolarmente riuscita. È più intrigante il personaggio interpretato da Lee Marvin, che viene mosso da un presupposto assurdo, così assurdo che alla fine anche lui lo lascia perdere. Quello di Gibson è invece semplicemente un imbecille graziato da una incredibile fortuna e capacità di incassare botte, pallottole e persino martellate.
Piovono polpette
Geniale reinterpetazione del filone catastrofico (alla The day after tomorrow o 2012, tanto per limitarsi a Roland Emmerich) in chiave mangereccia, rappresenta per la Sony Picture Animation il definitivo segnale ai competitori nel campo della produzione di lungometraggi animati che devono fare i conti anche con loro.
Il disegno è lineare, rinunciando alla verosimiglianza puntando invece ad una fumettosità dei personaggi che, a mio gusto, finisce per essere un punto a favore - sarà perché mi ricorda le animazioni del periodo d'oro italiano.
Brillante la storia, basata su un libro illustrato dallo stesso titolo (originale) del film, Cloudy with a chance of meatballs, ben sceneggiata e diretta da Phil Lord e Chris Miller (affiatata coppia che si è fatta le ossa con la televisione), che può essere letta in numerosi diversi modi, trovando il modo di soddisfare il pubblico più giovane e quello più maturo.
Tra le voci originali dei personaggi segnalo Anna Faris, la metereologa coprotagonista, James Caan, padre del protagonista, e persino Mr.T a dar voce ad un bizzarro poliziotto.
Il disegno è lineare, rinunciando alla verosimiglianza puntando invece ad una fumettosità dei personaggi che, a mio gusto, finisce per essere un punto a favore - sarà perché mi ricorda le animazioni del periodo d'oro italiano.
Brillante la storia, basata su un libro illustrato dallo stesso titolo (originale) del film, Cloudy with a chance of meatballs, ben sceneggiata e diretta da Phil Lord e Chris Miller (affiatata coppia che si è fatta le ossa con la televisione), che può essere letta in numerosi diversi modi, trovando il modo di soddisfare il pubblico più giovane e quello più maturo.
Tra le voci originali dei personaggi segnalo Anna Faris, la metereologa coprotagonista, James Caan, padre del protagonista, e persino Mr.T a dar voce ad un bizzarro poliziotto.
Ipotesi di reato
Cast notevole, storia che, a pensarci sopra, è non banale e degna di ragionarci sopra, eppure il risultato non mi ha entusiasmato. Colpa forse della regia (Roger Michell) non particolarmente ispirata?
Titolo italiano inesplicabile e che distoglie l'attenzione dal vero bersaglio del film, che viene reso meglio dal titolo originale, Changing lanes, che oltre a fare riferimento in senso letterale alla causa scatenante dell'azione, un assicuratore (Samuel L. Jackson) e un avvocato (Ben Affleck) cambiando corsia in una trafficata strada newyorkese cozzano tra loro, allude alla necessità per i due protagonisti di dare un deciso cambio alle loro vite.
L'assicuratore è un ex-alcolizzato che segue le riunione degli alcolisti anonimi (il suo referente è un William Hurt che come spesso gli capita ha un ruolo piccolo piccolo) e ha una causa di divorzio in corso da parte della moglie stufa del costante mettersi nei pasticci. L'avvocato è un sempliciotto che non si accorge che il suo studio è una sorta di palestra per squali, pur essendo sposato alla figlia di uno dei titolari (Sydney Pollack).
Le battute fondamentali vengono curiosamente assegnate ai personaggi minori, è dunque Hurt a notare che il problema dell'assicuratore non è l'alcool quanto la tendenza a complicare le situazioni semplici, cosa che gli aveva detto anche la moglie, facendogli capire come sia necessario un suo cambiamento profondo. E un ragazzetto che vorrebbe diventare avvocato, magnificando la professione con parole che forse il personaggio di Affleck avrebbe sottoscritto solo poche ore prima, gli fanno capire quanto in realtà quella visione sia fasulla.
Titolo italiano inesplicabile e che distoglie l'attenzione dal vero bersaglio del film, che viene reso meglio dal titolo originale, Changing lanes, che oltre a fare riferimento in senso letterale alla causa scatenante dell'azione, un assicuratore (Samuel L. Jackson) e un avvocato (Ben Affleck) cambiando corsia in una trafficata strada newyorkese cozzano tra loro, allude alla necessità per i due protagonisti di dare un deciso cambio alle loro vite.
L'assicuratore è un ex-alcolizzato che segue le riunione degli alcolisti anonimi (il suo referente è un William Hurt che come spesso gli capita ha un ruolo piccolo piccolo) e ha una causa di divorzio in corso da parte della moglie stufa del costante mettersi nei pasticci. L'avvocato è un sempliciotto che non si accorge che il suo studio è una sorta di palestra per squali, pur essendo sposato alla figlia di uno dei titolari (Sydney Pollack).
Le battute fondamentali vengono curiosamente assegnate ai personaggi minori, è dunque Hurt a notare che il problema dell'assicuratore non è l'alcool quanto la tendenza a complicare le situazioni semplici, cosa che gli aveva detto anche la moglie, facendogli capire come sia necessario un suo cambiamento profondo. E un ragazzetto che vorrebbe diventare avvocato, magnificando la professione con parole che forse il personaggio di Affleck avrebbe sottoscritto solo poche ore prima, gli fanno capire quanto in realtà quella visione sia fasulla.
L.A. confidential
Noir in ritardo di cinquant'anni che fa pensare a titoli come Il mistero del falco o Il grande sonno. Diretto, co-scritto (sceneggiatura non originale basata sul romanzo di James Ellroy), e co-prodotto da Curtis Hanson, che brilla sia per l'adattamento cinematografico di una storia decisamente complicata, come si può aspettare chi apprezza il genere, e nella scelta di un cast non banale, considerando anche che i due protagonisti (Russell Crowe e Guy Pearce) erano praticamente ignoti al pubblico americano.
Tutto ruota attorno ad un massacro in un bar, che viene seguito da tre elementi molto diversi del Los Angeles Police Department. Un giovane ambizioso (Pearce) dalle notevoli capacità investigative ma poco abile nel integrarsi con i colleghi; un muscoloso agente poco brillante (Crowe) ma non scemo; e un disilluso Kevin Spacey che usa il suo ruolo per ritagliarsi vantaggi e notorietà.
Nel ruolo della dark lady una Kim Basinger in uno dei suoi migliori ruoli - piccolo, ma che le lascia il modo di piazzare qualche bella scena; e non trascurabile la presenza di Danny DeVito come giornalista scandalistico che finirà per venir travolto dalla macchina che pensava di usare a suo vantaggio.
Vale la pena notare come i personaggi principali, pur tagliati un po' con l'accetta, sempre come richiede il genere, hanno tutti una loro evoluzione nel corso della vicenda che li rende interessanti.
Tutto ruota attorno ad un massacro in un bar, che viene seguito da tre elementi molto diversi del Los Angeles Police Department. Un giovane ambizioso (Pearce) dalle notevoli capacità investigative ma poco abile nel integrarsi con i colleghi; un muscoloso agente poco brillante (Crowe) ma non scemo; e un disilluso Kevin Spacey che usa il suo ruolo per ritagliarsi vantaggi e notorietà.
Nel ruolo della dark lady una Kim Basinger in uno dei suoi migliori ruoli - piccolo, ma che le lascia il modo di piazzare qualche bella scena; e non trascurabile la presenza di Danny DeVito come giornalista scandalistico che finirà per venir travolto dalla macchina che pensava di usare a suo vantaggio.
Vale la pena notare come i personaggi principali, pur tagliati un po' con l'accetta, sempre come richiede il genere, hanno tutti una loro evoluzione nel corso della vicenda che li rende interessanti.
Il petroliere
Scorrerà sangue (There will be blood) è un titolo decisamente più inquietante e dunque più adatto a questa pellicola in cui (quasi) niente e nessuno si salva. È vero che il protagonista assoluto (un ottimo Daniel Day-Lewis) si è calato nel ruolo del petroliere, ma tutto ciò è accidente. Lo vediamo solitario nel lungo prologo silenzioso - in cui domina la perfetta colonna sonora originale di Jonny Greenwood (integrata con classici, tra cui l'intero primo movimento del concerto opera 77 per violino e orchestra di Brahms sui titoli di coda - che invero mi pare fuori luogo ma, potenza di Brahms, va benissimo anche così) - a scavare argento in una miniera, quasi restarci secco, ma trovare il petrolio e la ricchezza.
Diventa dunque petroliere seguendo quella che è la sua stella fissa: il denaro, ottenerne sempre di più. Confesserà poi al (falso) mezzo fratello che incontrerà, che tutti quei soldi gli sarebbero serviti solo per allontanarsi dagli altri uomini, che disprezza. Come dire, una vita sprecata. Una lunga corsa verso l'autodistruzione. Che poi, a ben vedere, sembra una buona descrizione anche del capitalismo di rapina che viene descritto dal testo (dall'emblematico titolo "Oil!") che è stato la base su cui ha lavorato Paul Thomas Anderson (regia, sceneggiatura, coproduzione).
Ma dicevo che Anderson non si limita a costruire un drammatico quadro dell'esistenza del petroliere, bensì introduce alcuni altri personaggi che vengono indagati con un certo dettaglio. In primo luogo il predicatore (Paul Dano) che in teoria sarebbe all'opposto del petroliere, ma in realtà, seguendone lo sviluppo, scopriamo che i due sono molto simili, praticamente sono due gemelli che seguono strade diverse per ottenere lo stesso scopo. Entrambi passano la loro vita fingendo, e solo per pochi secondi mostrano la loro vera natura. Da notare che il predicatore ha un fratello (gemello vien da pensare, visto che è interpretato dallo stesso Dano, ma nessuno nel film fa cenno alla cosa, se trascuriamo una certa perplessità nel petroliere quando vede il predicatore per la prima volta), che però resta appare solo fugacemente all'inizio e torna solo nei discorsi degli altri personaggi. Secondo il petroliere quello era il vero profeta, ma viene da pensare che stia parlando di sé, e alluda al suo (mezzo) fratello che non riuscirà ad incontrare.
Sembra che tutto sia falso in questo film. Il petroliere, oltre ad avere un falso fratello, ha persino un falso figlio, che "adotta" e usa per rendersi più simpatico presso i bifolchi a cui sottrae i terreni. Ma forse costui riuscirà a salvarsi, in cambio dell'udito e di un abbandono da parte di colui che pensava essere il proprio padre.
Diventa dunque petroliere seguendo quella che è la sua stella fissa: il denaro, ottenerne sempre di più. Confesserà poi al (falso) mezzo fratello che incontrerà, che tutti quei soldi gli sarebbero serviti solo per allontanarsi dagli altri uomini, che disprezza. Come dire, una vita sprecata. Una lunga corsa verso l'autodistruzione. Che poi, a ben vedere, sembra una buona descrizione anche del capitalismo di rapina che viene descritto dal testo (dall'emblematico titolo "Oil!") che è stato la base su cui ha lavorato Paul Thomas Anderson (regia, sceneggiatura, coproduzione).
Ma dicevo che Anderson non si limita a costruire un drammatico quadro dell'esistenza del petroliere, bensì introduce alcuni altri personaggi che vengono indagati con un certo dettaglio. In primo luogo il predicatore (Paul Dano) che in teoria sarebbe all'opposto del petroliere, ma in realtà, seguendone lo sviluppo, scopriamo che i due sono molto simili, praticamente sono due gemelli che seguono strade diverse per ottenere lo stesso scopo. Entrambi passano la loro vita fingendo, e solo per pochi secondi mostrano la loro vera natura. Da notare che il predicatore ha un fratello (gemello vien da pensare, visto che è interpretato dallo stesso Dano, ma nessuno nel film fa cenno alla cosa, se trascuriamo una certa perplessità nel petroliere quando vede il predicatore per la prima volta), che però resta appare solo fugacemente all'inizio e torna solo nei discorsi degli altri personaggi. Secondo il petroliere quello era il vero profeta, ma viene da pensare che stia parlando di sé, e alluda al suo (mezzo) fratello che non riuscirà ad incontrare.
Sembra che tutto sia falso in questo film. Il petroliere, oltre ad avere un falso fratello, ha persino un falso figlio, che "adotta" e usa per rendersi più simpatico presso i bifolchi a cui sottrae i terreni. Ma forse costui riuscirà a salvarsi, in cambio dell'udito e di un abbandono da parte di colui che pensava essere il proprio padre.
Creation
Il tema principale di questo film non è tanto la vita e le opere di Charles Darwin quanto l'elaborazione del lutto di una figlia. Più che una biografia siamo dalle parti de La stanza del figlio, Rabbit hole o Amabili resti. Chi si aspettasse un film anticreazionista resterebbe perciò abbastanza deluso o comunque sorpreso di trovarsi di fronte a un prodotto ben diverso. Beninteso, sempre che lo riesca a reperire visto che, per quel che ne so, si tratta di un film che non è disponibile nel mercato italiano, e anche nel resto del mondo è distribuito con una sorprendente parsimonia. Come se il semplice accenno da Darwin mettesse in imbarazzo i distributori.
Un po' di nomi: scritto (sceneggiatura non originale) e diretto da Jon Amiel, solido regista di scuola BBC che ogni tanto gira un qualche titolo holliwoodiano (tipo Sommersby, quella sorta di riadattamento della vicenda dello smemorato di Collegno), interpretato nei ruoli dei coniugi Darwin dai coniugi Paul Bettany e Jennifer Connelly, la figlia morta è la debuttante Martha West. Toby Jones appare come Thomas Huxley (nonno di Aldous, e personaggione che meriterebbe un film solo per lui - qui ha solo pochi secondi ma anche una battuta fondamentale per la trama anticreazionista). Appropriata la colonna sonora di Christopher Young.
Gli amici premono perché Darwin metta su carta le sue osservazioni, ma lui nicchia, prende tempo, afferma che pochi anni di ricerca aggiuntivi sono nulla rispetto ai milioni di anni su cui opera l'evoluzione. Il fatto è che la amata primogenita è morta, e lui se ne sente responsabile. Non avrebbe dovuto lasciarla giocare nelle gelide acque del mare, non avrebbe dovuto parlarle dell'evoluzione, forse non avrebbe nemmeno dovuto sposare la sua amata Emma, cugina di primo grado.
Huxley gli dice che il suo libro ucciderà dio, affermazione che colpisce al cuore Darwin, che si trova ad avere allucinazioni sempre più frequenti, in cui spesso appare la figlia Annie con cui ha discussioni che si fondono con memorie del passato. La soluzione dell'intricata vicenda sarà quella di confidare nella moglie, parlarle apertamente di tutti i suoi dubbi sul suo ruolo paterno (e scoprire che buona parte dei loro problemi erano dovuti a reciproche false assunzioni), e scrivere L'origine delle specie ma lasciare che sia lei la prima a leggerlo e a decidere se pubblicarlo o no.
Il poco spazio lasciato alla diatriba scienza-religione mi pare sia gestito bene. Viene mostrato adeguatamente come le ragioni non stiano tutte da una parte, e che l'imbecillità alligni in entrambi gli schieramenti. L'esigenza di contrapporre i due coniugi Darwin sul tema fede/ragione, al fine di drammatizzare meglio lo scioglimento finale, mi pare abbia portato a calcare troppo la mano su un anticlericalismo di Darwin che, nei fatti, non è reale. E infatti nei titoli di coda si ricorda che è stato seppellito con tutti gli onori nell'abbazia di Westminster.
Un po' di nomi: scritto (sceneggiatura non originale) e diretto da Jon Amiel, solido regista di scuola BBC che ogni tanto gira un qualche titolo holliwoodiano (tipo Sommersby, quella sorta di riadattamento della vicenda dello smemorato di Collegno), interpretato nei ruoli dei coniugi Darwin dai coniugi Paul Bettany e Jennifer Connelly, la figlia morta è la debuttante Martha West. Toby Jones appare come Thomas Huxley (nonno di Aldous, e personaggione che meriterebbe un film solo per lui - qui ha solo pochi secondi ma anche una battuta fondamentale per la trama anticreazionista). Appropriata la colonna sonora di Christopher Young.
Gli amici premono perché Darwin metta su carta le sue osservazioni, ma lui nicchia, prende tempo, afferma che pochi anni di ricerca aggiuntivi sono nulla rispetto ai milioni di anni su cui opera l'evoluzione. Il fatto è che la amata primogenita è morta, e lui se ne sente responsabile. Non avrebbe dovuto lasciarla giocare nelle gelide acque del mare, non avrebbe dovuto parlarle dell'evoluzione, forse non avrebbe nemmeno dovuto sposare la sua amata Emma, cugina di primo grado.
Huxley gli dice che il suo libro ucciderà dio, affermazione che colpisce al cuore Darwin, che si trova ad avere allucinazioni sempre più frequenti, in cui spesso appare la figlia Annie con cui ha discussioni che si fondono con memorie del passato. La soluzione dell'intricata vicenda sarà quella di confidare nella moglie, parlarle apertamente di tutti i suoi dubbi sul suo ruolo paterno (e scoprire che buona parte dei loro problemi erano dovuti a reciproche false assunzioni), e scrivere L'origine delle specie ma lasciare che sia lei la prima a leggerlo e a decidere se pubblicarlo o no.
Il poco spazio lasciato alla diatriba scienza-religione mi pare sia gestito bene. Viene mostrato adeguatamente come le ragioni non stiano tutte da una parte, e che l'imbecillità alligni in entrambi gli schieramenti. L'esigenza di contrapporre i due coniugi Darwin sul tema fede/ragione, al fine di drammatizzare meglio lo scioglimento finale, mi pare abbia portato a calcare troppo la mano su un anticlericalismo di Darwin che, nei fatti, non è reale. E infatti nei titoli di coda si ricorda che è stato seppellito con tutti gli onori nell'abbazia di Westminster.
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