È uno di quei film fatti sperando in mirabolanti incassi e che invece finiscono per aprire una voragine nelle casse dei produttori. Svariate decine di milioni di dollari hanno abbandonato le tasche dei munifici finanziatori per non farvi giammai ritorno.
Le bellissime scenografie, che mi hanno fatto pensare a Metropolis (non per nulla hanno girato nei mitici studi di Babelsberg), sono sprecate. Il notevole cast, con Charlize Theron che spadroneggia nei (succinti) panni della protagonista che dà l'improbabile nome al film (Aeon flux?! Pensavo fosse il nome del virus che, quattrocento anni prima dell'azione, spazzò via l'umanità), Frances McDormand e Pete Postlethwaite in piccoli ruoli secondari, si trova a recitare battute poco incisive (ad essere gentili) e lo fa senza alcuna convinzione. L'azione viene svolta come se fosse una compilation di film precedenti (Matrix occhieggia soprattutto nella scelta degli abiti).
Darei buona parte della responsabilità del disastro alla regista, Karyn Kusama, che si è trovata tra le mani una sceneggiatura che, pur non essendo eccelsa, aveva dei punti di interesse, ma non è riuscita a tirarci fuori un qualcosa di accettabile.
Un tale trova un antidoto al virus sopracitato, che però non funziona benissimo. Invece di salvare l'umanità, si finisce per metterla in stallo. Un gruppo di ribelli, stufi della stagnazione, operano per rovesciare il potere. E anche il governo è diviso al suo interno, con una fronda che sembra presa dalla storia romana. Ci si aggiungano temi come amore, relazioni famigliari, amicizie, rapporto tra cultura (tendenzialmente scientifica) e natura, e altre cosette del genere, che stanno evidentemente troppo strette in un solo film, per ottenere il confuso risultato finale.
Si fa guardare, ma magari è meglio togliere l'audio, e lasciare scorrere le solo immagini.
Zero dark thirty
A mezzanotte e mezza del due maggio 2011 (ora del Pakistan) si è conclusa quella che forse è stata la più intensa (e costosa) caccia all'uomo della storia. Ma il film non è tanto su Osama bin Laden quanto sull'ignota agente della CIA (Jessica Chastain) che ha gestito la relativa operazione di intelligence e sui metodi usati dal suo dipartimento per ottenere il risultato.
Il taglio dato al film (scritto da Mark Boal e diretto da Kathryn Bigelow, come il precedente The hurt locker) è documentaristico, e questo è sia il pregio sia il difetto del lavoro. È un pregio perché ci risparmia il nazionalismo trionfalista a cui rischia sempre di piegarsi un progetto del genere, è un difetto perché non prende posizione su alcuni aspetti della vicenda su cui è imbarazzante non avere (o non mostrare di avere) una posizione.
In particolare, è lecito usare la tortura? Si lascia intendere che non sia particolarmente utile (l'informazione chiave che ha portato alla localizzazione dell'anello debole della catena non è arrivata per quella via) ma non viene condannata esplicitamente. Si allude al fatto che distrugga la vita non solo dei torturati ma anche dei torturatori, ma non si mostrano le conseguenze.
E poi, era davvero quella la via migliore per reagire alla serie di attentati di Al Qaeda? Con quella montagna di soldi (svariati miliardi di dollari) non era più opportuno pensare ad attaccare le cause del conflitto invece di rispondere alla violenza con altra violenza? Sotto questo punto di vista risulta più costruttivo un film come ParaNorman.
E ancora, dobbiamo essere felici che vi siano donne che hanno un ruolo militare come la protagonista, o dobbiamo rabbrividire, visto che la femminilità è vista solo come una debolezza, e lasciata a spazi secondari, mentre quando si vuole far sentire si comporta come un uomo, vedi in particolare come si relaziona con i colleghi, come quando il pezzo grosso della CIA (James Gandolfini) chiede chi sia lei.
D'altronde, forse il duo Boal-Bigelow non poteva tirare più la corda, senza correre il rischio di condannare il loro film ad una distribuzione più limitata. Il che non vuol dire solo incassi più magri ma anche minore possibilità di avere un pubblico.
Nonostante le mie riserve, il film è pregevole. Le due ore e mezza filano via veloci, la regia bilancia adeguatamente la tensione al documentaristico (camera a mano, riprese in notturna) con l'esigenza di una piacevole visione cinematografica, il cast è di ottimo livello - oltre ai sopracitati, vale la pena di ricordare almeno anche Mark Strong, e pure il commento musicale, affidato al solito Alexandre Desplat, concorre bene a delineare i contorni emotivi del racconto.
Il taglio dato al film (scritto da Mark Boal e diretto da Kathryn Bigelow, come il precedente The hurt locker) è documentaristico, e questo è sia il pregio sia il difetto del lavoro. È un pregio perché ci risparmia il nazionalismo trionfalista a cui rischia sempre di piegarsi un progetto del genere, è un difetto perché non prende posizione su alcuni aspetti della vicenda su cui è imbarazzante non avere (o non mostrare di avere) una posizione.
In particolare, è lecito usare la tortura? Si lascia intendere che non sia particolarmente utile (l'informazione chiave che ha portato alla localizzazione dell'anello debole della catena non è arrivata per quella via) ma non viene condannata esplicitamente. Si allude al fatto che distrugga la vita non solo dei torturati ma anche dei torturatori, ma non si mostrano le conseguenze.
E poi, era davvero quella la via migliore per reagire alla serie di attentati di Al Qaeda? Con quella montagna di soldi (svariati miliardi di dollari) non era più opportuno pensare ad attaccare le cause del conflitto invece di rispondere alla violenza con altra violenza? Sotto questo punto di vista risulta più costruttivo un film come ParaNorman.
E ancora, dobbiamo essere felici che vi siano donne che hanno un ruolo militare come la protagonista, o dobbiamo rabbrividire, visto che la femminilità è vista solo come una debolezza, e lasciata a spazi secondari, mentre quando si vuole far sentire si comporta come un uomo, vedi in particolare come si relaziona con i colleghi, come quando il pezzo grosso della CIA (James Gandolfini) chiede chi sia lei.
D'altronde, forse il duo Boal-Bigelow non poteva tirare più la corda, senza correre il rischio di condannare il loro film ad una distribuzione più limitata. Il che non vuol dire solo incassi più magri ma anche minore possibilità di avere un pubblico.
Nonostante le mie riserve, il film è pregevole. Le due ore e mezza filano via veloci, la regia bilancia adeguatamente la tensione al documentaristico (camera a mano, riprese in notturna) con l'esigenza di una piacevole visione cinematografica, il cast è di ottimo livello - oltre ai sopracitati, vale la pena di ricordare almeno anche Mark Strong, e pure il commento musicale, affidato al solito Alexandre Desplat, concorre bene a delineare i contorni emotivi del racconto.
ParaNorman
È un prodotto della Laika Entertainment, quelli di Coraline, una animazione a passo uno con un budget che fa pensare che la cifra sia indicata in rupie o lire turche (e invece no, le decine di milioni si riferiscono proprio a dollari americani), di cui avevo sentito parlare molto bene, e che invece a me mi ha lasciato parzialmente insoddisfatto.
Non ho capito bene a che pubblico sia rivolto. Norman, il protagonista, ci tiene a rimarcare di avere undici anni e l'immaginario horror direi che si adatta bene a quella fascia di età (io l'ho trovato assopente, ma ho qualche annetto di più e l'orrore non è un genere che mi attizzi). Ma la trama piuttosto articolata e svariate allusioni sessuali mi paiono più rivolte a ragazzini con qualche anno di più.
Norman, come da titolo, ha poteri paranormali. Vede gli spiriti dei defunti, in particolare sua nonna paterna che continua imperterrita ad occupare il divano in soggiorno nonostante la sua dipartita. Questa sua caratteristica lo rende poco gradito ai suoi coetanei, e a scuola subisce le angherie del bullo locale (che mi ha ricordato molto Moe, il bullo di Calvin, fumetto Calvin & Hobbes).
Segue complicata vicenda che coinvolge una strega mandata al rogo tre secoli prima in quello stesso paese, che includerà zombie, portenti stregoneschi, folle urlanti, eccetera. Fino al lieto fine d'obbligo.
Qualche scena bella c'è. Ancora verso l'inizio c'è la camminata di Norman da casa a scuola. Una oggettiva che diventa soggettiva del protagonista, che vede una folla trapassati. A pensarci bene, strano che Norman veda tutti quei fantasmi solo in questa breve sequenza. Che fine fanno? La loro sparizione fa pensare che in realtà Norman non li veda affatto, il che avrebbe più senso, ma rende complicata la comprensione del resto del film.
Dopo un'ora arriva un sogno in cui Norman rivive la scena della condanna della strega (che risulta essere un suo alter ego al femminile, aprendo uno spiraglio su una possibile interpretazione psicologica della vicenda che eviterebbe il ricorso al paranormale da Halloween) che dà finalmente un senso alla costruzione della storia. Il suo problema è, a mio avviso, che arriva troppo tardi.
Non banale il messaggio, leggibile anche come critica alla politica estera americana alla Bush, banalotti invece i personaggi, con gli adulti mostrati in blocco come incapaci di ascoltare, e tutti quanti monodimensionali e poco approfonditi. Ad uscirne bene, con capacità di crescita e cambiamento, mi pare sia la sola strega. Che però, a ben vedere, è morta da centinaia di anni.
Non ho capito bene a che pubblico sia rivolto. Norman, il protagonista, ci tiene a rimarcare di avere undici anni e l'immaginario horror direi che si adatta bene a quella fascia di età (io l'ho trovato assopente, ma ho qualche annetto di più e l'orrore non è un genere che mi attizzi). Ma la trama piuttosto articolata e svariate allusioni sessuali mi paiono più rivolte a ragazzini con qualche anno di più.
Norman, come da titolo, ha poteri paranormali. Vede gli spiriti dei defunti, in particolare sua nonna paterna che continua imperterrita ad occupare il divano in soggiorno nonostante la sua dipartita. Questa sua caratteristica lo rende poco gradito ai suoi coetanei, e a scuola subisce le angherie del bullo locale (che mi ha ricordato molto Moe, il bullo di Calvin, fumetto Calvin & Hobbes).
Segue complicata vicenda che coinvolge una strega mandata al rogo tre secoli prima in quello stesso paese, che includerà zombie, portenti stregoneschi, folle urlanti, eccetera. Fino al lieto fine d'obbligo.
Qualche scena bella c'è. Ancora verso l'inizio c'è la camminata di Norman da casa a scuola. Una oggettiva che diventa soggettiva del protagonista, che vede una folla trapassati. A pensarci bene, strano che Norman veda tutti quei fantasmi solo in questa breve sequenza. Che fine fanno? La loro sparizione fa pensare che in realtà Norman non li veda affatto, il che avrebbe più senso, ma rende complicata la comprensione del resto del film.
Dopo un'ora arriva un sogno in cui Norman rivive la scena della condanna della strega (che risulta essere un suo alter ego al femminile, aprendo uno spiraglio su una possibile interpretazione psicologica della vicenda che eviterebbe il ricorso al paranormale da Halloween) che dà finalmente un senso alla costruzione della storia. Il suo problema è, a mio avviso, che arriva troppo tardi.
Non banale il messaggio, leggibile anche come critica alla politica estera americana alla Bush, banalotti invece i personaggi, con gli adulti mostrati in blocco come incapaci di ascoltare, e tutti quanti monodimensionali e poco approfonditi. Ad uscirne bene, con capacità di crescita e cambiamento, mi pare sia la sola strega. Che però, a ben vedere, è morta da centinaia di anni.
The master
Eccellente prova attoriale dei due protagonisti, Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, girato con la consueta perizia da Paul Thomas Anderson (che come al solito fa un ottimo uso della colonna sonora, le parti originali sono di Jonny Greenwood), ma finisce per non essere all'altezza del precedente Il petroliere, con cui ha molto in comune, per una eccessiva cautela nella sceneggiatura.
PT Anderson non è certo un regista che fa dell'esplicitazione la sua bandiera. Ma qui davvero esagera. Il problema pare che sia dovuto all'origine del soggetto, visto che il master del titolo è una figura di cui non si fa fatica a cogliere una certa rassomiglianza con L. Ron Hubbard, il fondatore di Scientology. E dunque sembra che la sceneggiatura sia stata scritta e riscritta per tener buoni gli attivisti di quell'organizzazione.
In realtà il ruolo principale non è quello del master (Hoffman), bensì quello di un tipaccio (Phoenix) che lo incontra fortunosamente, compie un tratto di vita assieme, come adepto, per poi distaccarsene. Una vita complicata. Lo seguiamo dalla fine della guerra nel Pacifico, dove l'abbiamo trovato con notevoli problemi mentali, alcolizzato (ma scopriremo che l'abuso di alcolici aveva già ucciso il padre, probabilmente portato la madre alla follia, e lo accompagnava chissà da quando) e con una capacità tutta sua per mettersi nei guai.
Non si capisce bene cosa cosa ci veda il master veda in quel violento ubriacone, sembra che sia un mistero anche per lui, forse lo capisce solo nel finale, nell'ultimo confronto tra i due.
Se il petroliere voleva solo soldi, il master sembra che abbia una specie di delirio narcisista. Vuole avere attorno solo persone adoranti che gli riconoscano il primato. È dunque attirato da questa specie di rottame umano che sembra quasi il suo opposto, disinteressato com'è al giudizio degli altri, ma che ha una volontà di ferro che non riesce a piegare. L'ubriacone, dal canto suo, apprezza il master, in quanto trova nei suoi bizzarri metodi pseudo curativi un sollievo, per quanto temporaneo al suo male di vivere, e magari ci vede anche una (im)possibile amicizia. Ma c'è qualcosa che valuta di più, la sua libertà, di cui non può fare a meno.
PT Anderson non è certo un regista che fa dell'esplicitazione la sua bandiera. Ma qui davvero esagera. Il problema pare che sia dovuto all'origine del soggetto, visto che il master del titolo è una figura di cui non si fa fatica a cogliere una certa rassomiglianza con L. Ron Hubbard, il fondatore di Scientology. E dunque sembra che la sceneggiatura sia stata scritta e riscritta per tener buoni gli attivisti di quell'organizzazione.
In realtà il ruolo principale non è quello del master (Hoffman), bensì quello di un tipaccio (Phoenix) che lo incontra fortunosamente, compie un tratto di vita assieme, come adepto, per poi distaccarsene. Una vita complicata. Lo seguiamo dalla fine della guerra nel Pacifico, dove l'abbiamo trovato con notevoli problemi mentali, alcolizzato (ma scopriremo che l'abuso di alcolici aveva già ucciso il padre, probabilmente portato la madre alla follia, e lo accompagnava chissà da quando) e con una capacità tutta sua per mettersi nei guai.
Non si capisce bene cosa cosa ci veda il master veda in quel violento ubriacone, sembra che sia un mistero anche per lui, forse lo capisce solo nel finale, nell'ultimo confronto tra i due.
Se il petroliere voleva solo soldi, il master sembra che abbia una specie di delirio narcisista. Vuole avere attorno solo persone adoranti che gli riconoscano il primato. È dunque attirato da questa specie di rottame umano che sembra quasi il suo opposto, disinteressato com'è al giudizio degli altri, ma che ha una volontà di ferro che non riesce a piegare. L'ubriacone, dal canto suo, apprezza il master, in quanto trova nei suoi bizzarri metodi pseudo curativi un sollievo, per quanto temporaneo al suo male di vivere, e magari ci vede anche una (im)possibile amicizia. Ma c'è qualcosa che valuta di più, la sua libertà, di cui non può fare a meno.
Momenti di gloria
I primi due minuti sono praticamente perfetti. Un gruppo di atleti britannici che corrono sulla battigia sulle note di Vangelis, roba che la conoscono tutti, a prescindere dal film:
Alle Olimpiadi londinesi dello scorso anno ne è stata presentata una variante con il Mr Bean di Rowan Atkinson che sabota l'azione:
Ma già ai tempi il regista (Hugh Hudson) si doveva essere accorto che era questa la scena migliore, al punto da duplicarla nel finale sull'inizio dei titoli di coda. E, a mio parere, aveva ragione. Le due ore che stanno in mezzo si possono tranquillamente tralasciare.
Si tratta di una storia vera, aggiustata dallo sceneggiatore (Colin Welland) per i suoi propri scopi. La spedizione britannica in Francia per le Olimpiadi del 1924, vista seguendo la prospettiva principale di due atleti, uno scozzese integralista presbiteriano (Ian Charleson) che corre per la gloria di Dio, e un inglese di origine ebraico-lituana (Ben Cross) che corre per combattere la discriminazione antisemita.
Seguiamo i vari problemi dei due, in particolare il presbiteriano rinuncia ai cento metri (gara in cui viene descritto come quasi invincibile) perché questo lo costringerebbe a gareggiare per le eliminatorie di domenica, contravvenendo ai dettami della sua religione. Ripiega perciò sui quattrocento che vince lo stesso, in barba ai superfavoriti americani.
All'ebreo, invece, viene contestato il fatto che faccia ricorso ad un allenatore professionista (Ian Holm, molto tempo prima di diventare Bilbo nell'immaginario comune), e che costui (orrore!) sia di origine italiana (anzi, peggio, ha anche sangue arabo). In pratica gli viene contestato di non essere un vero inglese, e di non comportarsi secondo i dettami dell'upper class. Lui reagirà tenendo nascosto il suo hobbit nella manica, e sconfiggendo i suoi demoni più mentali che fisici.
A parte la sopracitata sequenza, a me la colonna sonora di Vangelis non mi ha soddisfatto. Il gioco di usare musica elettronica in puro stile anni ottanta per descrivere scene sportive di sessant'anni prima mi ha lasciato freddo. Meglio sarebbe stato limitarsi a quell'eccellente brano (che del resto è l'unico che ha passato il vaglio del tempo) e usare musica d'epoca anche per le parti di commento.
Alle Olimpiadi londinesi dello scorso anno ne è stata presentata una variante con il Mr Bean di Rowan Atkinson che sabota l'azione:
Ma già ai tempi il regista (Hugh Hudson) si doveva essere accorto che era questa la scena migliore, al punto da duplicarla nel finale sull'inizio dei titoli di coda. E, a mio parere, aveva ragione. Le due ore che stanno in mezzo si possono tranquillamente tralasciare.
Si tratta di una storia vera, aggiustata dallo sceneggiatore (Colin Welland) per i suoi propri scopi. La spedizione britannica in Francia per le Olimpiadi del 1924, vista seguendo la prospettiva principale di due atleti, uno scozzese integralista presbiteriano (Ian Charleson) che corre per la gloria di Dio, e un inglese di origine ebraico-lituana (Ben Cross) che corre per combattere la discriminazione antisemita.
Seguiamo i vari problemi dei due, in particolare il presbiteriano rinuncia ai cento metri (gara in cui viene descritto come quasi invincibile) perché questo lo costringerebbe a gareggiare per le eliminatorie di domenica, contravvenendo ai dettami della sua religione. Ripiega perciò sui quattrocento che vince lo stesso, in barba ai superfavoriti americani.
All'ebreo, invece, viene contestato il fatto che faccia ricorso ad un allenatore professionista (Ian Holm, molto tempo prima di diventare Bilbo nell'immaginario comune), e che costui (orrore!) sia di origine italiana (anzi, peggio, ha anche sangue arabo). In pratica gli viene contestato di non essere un vero inglese, e di non comportarsi secondo i dettami dell'upper class. Lui reagirà tenendo nascosto il suo hobbit nella manica, e sconfiggendo i suoi demoni più mentali che fisici.
A parte la sopracitata sequenza, a me la colonna sonora di Vangelis non mi ha soddisfatto. Il gioco di usare musica elettronica in puro stile anni ottanta per descrivere scene sportive di sessant'anni prima mi ha lasciato freddo. Meglio sarebbe stato limitarsi a quell'eccellente brano (che del resto è l'unico che ha passato il vaglio del tempo) e usare musica d'epoca anche per le parti di commento.
Looper - In fuga dal passato
Con i racconti basati su viaggi nel tempo bisogna avere pazienza, il paradosso è inevitabile sin dalle premesse, e più si sviluppa la narrazione più le cose non possono che peggiorare. Looper non può che soffrire lo stesso problema, conviene dunque decidere prima di entrare in sala di accettare che i protagonisti vivano in un bizzarro mondo parallelo in cui le leggi della fisica sono a noi così incomprensibili che il viaggio del tempo risulta praticabile con il curioso bonus di una stravagante correlazione tra il corpo del viaggiatore del tempo prima e dopo la cura.
È un viaggio del tempo alla Ritorno al futuro, con il futuro che cambia a seconda delle interazioni del viaggiatore nel tempo con il suo passato. Altro riferimento ineludibile è quello con Terminator, visto che il protagonista, Joe, in versione anziana (Bruce Willis) spiega al se stesso giovane (Joseph Gordon-Levitt pesantemente truccato così da sembrare un possibile Willis da giovane) che vuole attuare un folle piano di ingegnerizzazione del futuro uccidendo da giovane un tale che al momento è un bambino, ma lui sa (o crede di sapere, la memoria è una facoltà opinabile in questi contesti) che da grande sarà un tipaccio. A far la Sarah Connor della situazione c'è Emily Blunt, che si trova ad essere contesa (e non intendo in senso romantico) tra lo stesso personaggio sfasato di trent'anni.
La parte debole della faccenda mi è sembrata quella relativa alla costruzione del personaggio del bambinetto terribile che metà del protagonista vuole eliminare e l'altra metà vuole difendere. L'avrei tagliato senza farmi problemi, avrei semplificato la trama, togliendo una (inutile, a mio avviso) ulteriore complicazione para-scientifica, e tanti saluti alla piccola peste. Vero è che si sarebbe dovuto cambiare anche il ruolo della Blunt, ma non mi pare un problema insormontabile.
Liquidata la parte fantascientifica, resta da dare un senso al film. A mio avviso, l'interesse sta nella relazione tra Joe giovane/anziano, e nel suo rapporto con la violenza.
Da giovane Joe è una persona di una vacuità demoralizzante. Ammazza, incassa la ricompensa, si droga, aspetta la pensione. Invecchiando (dopo molti, molti anni, e grazie ad un fortunato incontro) riesce a maturare e diventa una persona con una maggiore profondità. Uno a zero per Joe-vecchio? Mica tanto, perché il giovane dimostra che l'anziano ha perso la capacità di vedere le cose oltre all'immediato. OK, gli si possono dare delle attenuanti, una vita da killer, un viaggio nel tempo che deve essere una notevole fonte di confusione. Fatto è che nel finale, con un punto segnato all'ultimo minuto, è il Joe-giovane ad aggiudicarsi il derby, anche se paga ben caramente la vittoria.
La rappresentazione fornita del nostro futuro è sul deprimente andante. Violenza e decadimento. Joe-giovane, fino all'incontro con se stesso anziano, accetta senza problemi quella legge del branco. I fatti narrati nel film, però, lo porteranno a ribaltare il suo punto di vista, a comprendere come la violenza non possa che generarne altra e a pensare una via per ottenere un risultato diverso. Un briciolo di speranza c'è, dopotutto.
Sceneggiatura e regia sono di Rian Johnson, che ha esordito con il non riuscitissimo Brick, sempre con Gordon-Levitt come protagonista, e che qui è al suo primo blockbuster.
Oltre ai succitati attori principali, da notare la partecipazione di Jeff Daniels nel ruolo del boss mafioso, e Paul Dano, amico di Joe-giovane, e destinato ad una spiacevole uscita di scena.
È un viaggio del tempo alla Ritorno al futuro, con il futuro che cambia a seconda delle interazioni del viaggiatore nel tempo con il suo passato. Altro riferimento ineludibile è quello con Terminator, visto che il protagonista, Joe, in versione anziana (Bruce Willis) spiega al se stesso giovane (Joseph Gordon-Levitt pesantemente truccato così da sembrare un possibile Willis da giovane) che vuole attuare un folle piano di ingegnerizzazione del futuro uccidendo da giovane un tale che al momento è un bambino, ma lui sa (o crede di sapere, la memoria è una facoltà opinabile in questi contesti) che da grande sarà un tipaccio. A far la Sarah Connor della situazione c'è Emily Blunt, che si trova ad essere contesa (e non intendo in senso romantico) tra lo stesso personaggio sfasato di trent'anni.
La parte debole della faccenda mi è sembrata quella relativa alla costruzione del personaggio del bambinetto terribile che metà del protagonista vuole eliminare e l'altra metà vuole difendere. L'avrei tagliato senza farmi problemi, avrei semplificato la trama, togliendo una (inutile, a mio avviso) ulteriore complicazione para-scientifica, e tanti saluti alla piccola peste. Vero è che si sarebbe dovuto cambiare anche il ruolo della Blunt, ma non mi pare un problema insormontabile.
Liquidata la parte fantascientifica, resta da dare un senso al film. A mio avviso, l'interesse sta nella relazione tra Joe giovane/anziano, e nel suo rapporto con la violenza.
Da giovane Joe è una persona di una vacuità demoralizzante. Ammazza, incassa la ricompensa, si droga, aspetta la pensione. Invecchiando (dopo molti, molti anni, e grazie ad un fortunato incontro) riesce a maturare e diventa una persona con una maggiore profondità. Uno a zero per Joe-vecchio? Mica tanto, perché il giovane dimostra che l'anziano ha perso la capacità di vedere le cose oltre all'immediato. OK, gli si possono dare delle attenuanti, una vita da killer, un viaggio nel tempo che deve essere una notevole fonte di confusione. Fatto è che nel finale, con un punto segnato all'ultimo minuto, è il Joe-giovane ad aggiudicarsi il derby, anche se paga ben caramente la vittoria.
La rappresentazione fornita del nostro futuro è sul deprimente andante. Violenza e decadimento. Joe-giovane, fino all'incontro con se stesso anziano, accetta senza problemi quella legge del branco. I fatti narrati nel film, però, lo porteranno a ribaltare il suo punto di vista, a comprendere come la violenza non possa che generarne altra e a pensare una via per ottenere un risultato diverso. Un briciolo di speranza c'è, dopotutto.
Sceneggiatura e regia sono di Rian Johnson, che ha esordito con il non riuscitissimo Brick, sempre con Gordon-Levitt come protagonista, e che qui è al suo primo blockbuster.
Oltre ai succitati attori principali, da notare la partecipazione di Jeff Daniels nel ruolo del boss mafioso, e Paul Dano, amico di Joe-giovane, e destinato ad una spiacevole uscita di scena.
Emotivi anonimi
Commedia romantica canonica in salsa franco-belga. Lui (Benoît Poelvoorde), lei (Isabelle Carré), 'o malamente (l'incapacità relazionale dei protagonisti), una serie di circostanze, in genere buffe ma con qualche spina, che impediscono temporaneamente la formazione della coppia.
Scritto e diretto da Jean-Pierre Améris, che dimostra di avere buone idee nel campo ma una certa difficoltà a far riuscire la ciambella col buco. Fortuna che la scelta del cast è stata fatta con attenzione. E fortuna anche che ci si è limitati a una durata di 80 minuti, se mancano le idee, meglio limitarsi all'essenziale che rischiare di annoiare lo spettatore.
Spesso le commedie romantiche giocano sulla contrapposizione di caratteri (lei vivace, lui introverso ...). Qui, invece, i due hanno lo stesso problema, una timidezza patologica che li spinge ad una serie di piccole catastrofi (sfiorano anche le grosse, ma ne escono con leggerezza) del tipo: lei vorrebbe lavorare come ciocciolatiera nella cioccolateria di lui, si presenta al colloquio che però è per una venditrice, non riesce a spiegare l'equivoco e si trova ad essere assunta per un lavoro per cui non ha alcuna attitudine. D'altro canto, ad assumerla è stato lui, che ha percepito l'interesse di lei per il cioccolato, ma non è riuscito a farle un vero colloquio perché è suonato il telefono (!), cosa che l'ha mandato in pallone. Inoltre, la fatica di fare un colloquio è stata tale da spingerlo a cancellare tutti gli altri, ed è stato quindi gioco-forza assumere l'unica scrutinata.
Restando in tema con la sceneggiatura, direi che il punto debole del film è la mancanza di fiducia di Améris nei propri mezzi. Mi è parso infatti che si sia appoggiato ad altri titoli, quasi come per avere un supporto. Meglio avrebbe fatto a rischiare qualcosa di più e staccarsi dai suoi modelli. Se il riferimento a Chocolat è più nel tema che nello svolgimento, il riferimento a Il favoloso mondo di Amélie risulta dall'approccio ad alcune scene che ricordano il realismo magico di Jean-Pierre Jeunet, ma che non reggono il paragone - ah, nota anche la presenza di Lorella Cravotta, qui cioccolataia, là mamma della protagonista. C'è anche un riferimento che a me è sembrato piuttosto marcato alle commedie romantiche inglesi con Hugh Grant (i quattro matrimoni, Notting Hill, ...).
Sul versante positivo farei pesare le notazioni non banali sulle difficoltà dei protagonisti, e certe battute piuttosto acuminate sia dei protagonisti sia dei personaggi minori. Ad esempio, notevole quella dell'alticcio portiere dell'albergo che invita lui a non sprecare la sua occasione con lei: "Non la faccia andare via. È la donna della sua vita. Si vede." "Davvero?" "Mhm. O forse no. Ma la solitudine è molto peggio."
Scritto e diretto da Jean-Pierre Améris, che dimostra di avere buone idee nel campo ma una certa difficoltà a far riuscire la ciambella col buco. Fortuna che la scelta del cast è stata fatta con attenzione. E fortuna anche che ci si è limitati a una durata di 80 minuti, se mancano le idee, meglio limitarsi all'essenziale che rischiare di annoiare lo spettatore.
Spesso le commedie romantiche giocano sulla contrapposizione di caratteri (lei vivace, lui introverso ...). Qui, invece, i due hanno lo stesso problema, una timidezza patologica che li spinge ad una serie di piccole catastrofi (sfiorano anche le grosse, ma ne escono con leggerezza) del tipo: lei vorrebbe lavorare come ciocciolatiera nella cioccolateria di lui, si presenta al colloquio che però è per una venditrice, non riesce a spiegare l'equivoco e si trova ad essere assunta per un lavoro per cui non ha alcuna attitudine. D'altro canto, ad assumerla è stato lui, che ha percepito l'interesse di lei per il cioccolato, ma non è riuscito a farle un vero colloquio perché è suonato il telefono (!), cosa che l'ha mandato in pallone. Inoltre, la fatica di fare un colloquio è stata tale da spingerlo a cancellare tutti gli altri, ed è stato quindi gioco-forza assumere l'unica scrutinata.
Restando in tema con la sceneggiatura, direi che il punto debole del film è la mancanza di fiducia di Améris nei propri mezzi. Mi è parso infatti che si sia appoggiato ad altri titoli, quasi come per avere un supporto. Meglio avrebbe fatto a rischiare qualcosa di più e staccarsi dai suoi modelli. Se il riferimento a Chocolat è più nel tema che nello svolgimento, il riferimento a Il favoloso mondo di Amélie risulta dall'approccio ad alcune scene che ricordano il realismo magico di Jean-Pierre Jeunet, ma che non reggono il paragone - ah, nota anche la presenza di Lorella Cravotta, qui cioccolataia, là mamma della protagonista. C'è anche un riferimento che a me è sembrato piuttosto marcato alle commedie romantiche inglesi con Hugh Grant (i quattro matrimoni, Notting Hill, ...).
Sul versante positivo farei pesare le notazioni non banali sulle difficoltà dei protagonisti, e certe battute piuttosto acuminate sia dei protagonisti sia dei personaggi minori. Ad esempio, notevole quella dell'alticcio portiere dell'albergo che invita lui a non sprecare la sua occasione con lei: "Non la faccia andare via. È la donna della sua vita. Si vede." "Davvero?" "Mhm. O forse no. Ma la solitudine è molto peggio."
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