Film che mi interessava poco, visto solo perché gentilmente prestatomi da un amico ma quando ho cominciato a guardarlo ... no, nessuna illuminazione. Continua a sembrarmi poco interessante, e anche un pochetto noioso.
In teoria la storia dovrebbe far pensare a Philadelphia di Jonathan Demme, visto che si parla di AIDS e omofobia, ma il paragone che a me sembrava più naturale, mentre lo stavo guardando, era con Larry Flynt di Milos Forman, perché si parla di un brutto ceffo indifendibile che lotta contro le leggi del suo Paese per un suo tornaconto personale ma, curiosamente, la sua battaglia ha pure un lato che ha una utilità collettiva. In ogni caso sia la storia (questa è scritta da Craig Borten e Melisa Wallack) che la regia (Jean-Marc Vallée) mi sembra un gradino sotto ai film citati.
Il nocciolo della vicenda è reale, con il protagonista, Ron Woodroof (Matthew McConaughey), che s'è davvero beccato l'AIDS nei fantastici anni ottanta, e ne è morto qualche anno dopo, ma tutti gli altri personaggi sono inventati di sana pianta. Lo stesso Ron, a leggere quello che si trova in giro, era molto diverso dalla sua rappresentazione cinematografica. Meno impresentabile all'inizio della sua parabola, e probabilmente meno "redento" alla fine della stessa.
Il Ron che conosciamo noi, è un ignorantone razzista omofobico con dipendenze da alcol, droghe varie, e sesso, che sarebbe morto senza nemmeno sapere perché se, per una fortuna travestita da disgrazia, non fosse finito all'ospedale dove un provvidenziale test del sangue scopre che è praticamente spacciato.
Passa rapidamente dalla negazione del malanno alla consapevolezza che sta davvero per tirare le cuoia, cerca dunque di entrare nel processo sperimentale per l'AZT, unico medicinale che al tempo avesse un qualche risultato positivo. Ma come scopre come funziona la ricerca scientifica (lunga, incapace di offrire certezze immediate, costellata di errori), preferisce ripiegare sul DIY (do it yourself, fatelo da soli). Si procura AZT illegalmente, lo assume senza controllo, in dosi spropositate, rischiando di uccidersi ancor più rapidamente.
Questa brutta esperienza lo spinge su un percorso ancor più sdrucciolevole. Dal Texas è un attimo (relativamente parlando) andare in Messico, lì si procura medicinali non testati (alcuni inutili, altri dannosi, tutti pericolosi) li abbina ad un trattamento piuttosto new age e si illude di avere trovato una cura miracolosa. E dunque pensa come fare soldi da questa sua scoperta. Contrabbandare quella roba è il problema secondario per lui, il guaio è che i principali clienti sono gay, e lui non riesce proprio ad interagire con loro. E qui entra in gioco Rayon (Jared Leto) un travestito molto appariscente che ha conosciuto in ospedale. Riuscirà pure ad usare l'amicizia con Eve (Jennifer Garner), la dottoressa che ha seguito entrambi, per aiutare il suo commercio.
La storia prosegue in due direzioni. Da un lato c'è la conversione di Ron, che finisce per essere una persona migliore, contrapposta all'esistenza di Rayon che continua una parabola autodistruttiva. Dall'altro c'è il confronto tra il metodo medico-scientifico che viene presentato come inumano e immorale, in mano a Big Pharma che vuole solo fare soldi, e l'approccio informale di Ron che consiste fondamentalmente nel aggrapparsi ad ogni possibilità, fidandosi dell'istinto. Schematismo troppo in bianco e nero che mi ha lasciato poco soddisfatto. Perché, ad esempio, non è vero che l'AZT, come sostiene il Ron che ci viene presentato, fa solo danni, al contrario, è usato ancora oggi, solo che bisognava capire come usarlo correttamente.
La parte che mi ha più interessato del film è stata la sua produzione. Bisognerebbe farci un film. Film piccolo (per gli standard americani) costato pochi milioni, è riuscito a trovare la via delle sale solo grazie al coinvolgimento di McConaughey, che ha fatto scelte attoriali decisamente interessanti, probabilmente per cambiare la sua immagine prima che fosse troppo tardi, vedasi in particolare il bellissimo Mud, e a quello delle altre due star del film.
La mafia uccide solo d'estate
Per chi abbia a cuore il tema della lotta all'illegalità in Italia, la tensione emotiva generata da un racconto che ripercorre decenni di lotta alla mafia (qui in particolare quella palermitana) è assicurata. Anche l'alleggerimento che deriva dal seguire un punto di vista alla Forrest Gump, dando un taglio da commedia romantica a quella che è una tragedia, ha il suo perché, anche se Pierfrancesco Diliberto (noto anche come Pif) non è certo un novello Robert Zemeckis come regista, la sceneggiatura (nonostante il supporto di Marco Martani) non abbia la robustezza che aveva quella di Eric Roth (grazie anche al fatto che si basava sul solido romanzo di Winston Groom) e, soprattutto, nel recitare il paragone tra Pif e Tom Hanks è semplicemente improponibile.
Come dire, l'idea non è malvagia, meglio se Pif si fosse limitato al soggetto e avesse lasciato il resto ad altri. Almeno, per quanto mi riguarda. Perché io il buon Diliberto non lo conosco per niente, ma so che ha una piccola (?) coorte di fan a cui piace molto, grazie alle sue apparizioni televisive. E penso che questi, al contrario di me, abbiano apprezzato il film proprio per quello di personale che ci ha messo.
Si narra di Arturo (Pif), un giovanotto palermitano non troppo brillante che pensa che la mafia sia alla base di tutte le sue disgrazie. Un po' come il Tristram Shandy di Laurence Sterne, ritiene che persino il suo concepimento abbia avuto un malefico contributo mafioso, in quanto il coito sarebbe stato turbato dalla strage di Viale Lazio. Tutta la sua vita è un continuo incrociarsi con fatti di mafia, che lui percepisce solo come interferenze con la sua vita. Come se questo non bastasse, il giovane Arturo decide pure che il suo mito personale è Giulio Andreotti, il che gli crea ulteriori difficoltà nel capire quello che gli accade attorno.
Il lato romantico della vicenda è dato dal suo unico amore di tutta una vita, Flora (che da grande è interpretata da Cristiana Capotondi), di famiglia benestante evidentemente collusa con la mafia, che sembra essere così tonta da non rendersi conto di nulla, nemmeno quando viene chiamata per fare la segretaria di Salvo Lima proprio poco prima che venga eliminato a pistolettate. Il tremendo uno-due degli attentati mortali a Falcone e Borsellino accende un barlume di consapevolezza in Flora, che finirà per accettare la corte di Arturo e sposarselo.
Come dire, l'idea non è malvagia, meglio se Pif si fosse limitato al soggetto e avesse lasciato il resto ad altri. Almeno, per quanto mi riguarda. Perché io il buon Diliberto non lo conosco per niente, ma so che ha una piccola (?) coorte di fan a cui piace molto, grazie alle sue apparizioni televisive. E penso che questi, al contrario di me, abbiano apprezzato il film proprio per quello di personale che ci ha messo.
Si narra di Arturo (Pif), un giovanotto palermitano non troppo brillante che pensa che la mafia sia alla base di tutte le sue disgrazie. Un po' come il Tristram Shandy di Laurence Sterne, ritiene che persino il suo concepimento abbia avuto un malefico contributo mafioso, in quanto il coito sarebbe stato turbato dalla strage di Viale Lazio. Tutta la sua vita è un continuo incrociarsi con fatti di mafia, che lui percepisce solo come interferenze con la sua vita. Come se questo non bastasse, il giovane Arturo decide pure che il suo mito personale è Giulio Andreotti, il che gli crea ulteriori difficoltà nel capire quello che gli accade attorno.
Il lato romantico della vicenda è dato dal suo unico amore di tutta una vita, Flora (che da grande è interpretata da Cristiana Capotondi), di famiglia benestante evidentemente collusa con la mafia, che sembra essere così tonta da non rendersi conto di nulla, nemmeno quando viene chiamata per fare la segretaria di Salvo Lima proprio poco prima che venga eliminato a pistolettate. Il tremendo uno-due degli attentati mortali a Falcone e Borsellino accende un barlume di consapevolezza in Flora, che finirà per accettare la corte di Arturo e sposarselo.
Cellular
Credo che lo scopo principale di questo film fosse meramente commerciale. Impiegare un certo numero di milioni per produrre un buon prodotto medio che li ripagasse adeguatamente abbastanza velocemente. Risultato che è stato agevolmente ottenuto, tra l'altro.
L'unica componente eccellente del film direi che è la storia originale (Larry Cohen), che riesce a raccontare pianamente un intreccio piuttosto complicato che include svariate prospettive che riescono ad essere sviluppate senza pestarsi i piedi a vicenda. La sceneggiatura (Chris Morgan) e la regia (David R. Ellis) hanno il merito di veicolare le idee originali senza ingarbugliare inutilmente i vari fili del racconto.
Il cast manca di stelle brillanti ma include gente del calibro di Kim Basinger (che ha già salutato da anni il suo periodo migliore), William H. Macy (comprimario di lusso sempre pronto a dare peso a film di ogni tipo), Jason Statham (in un ruolo meno pungente del suo solito, era ancora in attesa di venir scoperto oltre oceano), e gli ancor poco noti Chris Evans e Jessica Biel.
La storia è piuttosto hitchcockiana, con un protagonista mediocre costretto dagli eventi a dare il meglio di sé, un meglio che nemmeno lui era probabilmente a conoscenza di avere, con una meccanica alla Lola corre (primo grosso successo di Tom Tykwer con Franka Potente costretta a correre per tutto il tempo dell'azione).
I cattivi, capitanati da Ethan (Statham), rapiscono Jessica (la Basinger) per motivi che sono inizialmente poco chiari. Capiamo però che lei è spacciata, uno di quei casi in cui si può decidere solo quando e come verrà eliminata. Riesce a stabilire un contatto telefonico con Ryan (Chris Evans), un ragazzotto così poco affidabile che la fidanzatina (Jessica Biel) è tentata di mandarlo a quel paese. Per motivi che non sto a spiegare, se cade la linea, Jessica potrebbe non avere una seconda possibilità.
Ryan contatta un poliziotto, Bob Mooney (Macy), piuttosto sfigatello, con una moglie che lo tartassa, e maltrattato dai colleghi (ha solo un amico, Noah Emmerich), che è sul punto di mollare il servizio per fare qualcosa di completamente differente. Purtroppo Mooney viene distratto da accadimenti vari e non riesce ad intervenire rapidamente.
Così tocca a Ryan correre (ma in macchina, siamo in California) per la città per cercare di evitare che i cattivi mettano le mani sul figlio di Jessica, che si chiama Ricky Martin (al solo scopo di fare una battuta sull'omonimia col cantante), e sul marito. Tutto sembra andare di male in peggio, ma alla fine gli improbabili eroi Mooney e Ryan dimostreranno di valere di più di quello che un po' tutti si aspettavano.
Tra i siparietti comici, da notare l'intermezzo in cui appare un antipaticissimo avvocato che viene derubato dal protagonista per due volte di fila della sua macchina, una bella Porsche targata "Faccio causa anche a te".
L'unica componente eccellente del film direi che è la storia originale (Larry Cohen), che riesce a raccontare pianamente un intreccio piuttosto complicato che include svariate prospettive che riescono ad essere sviluppate senza pestarsi i piedi a vicenda. La sceneggiatura (Chris Morgan) e la regia (David R. Ellis) hanno il merito di veicolare le idee originali senza ingarbugliare inutilmente i vari fili del racconto.
Il cast manca di stelle brillanti ma include gente del calibro di Kim Basinger (che ha già salutato da anni il suo periodo migliore), William H. Macy (comprimario di lusso sempre pronto a dare peso a film di ogni tipo), Jason Statham (in un ruolo meno pungente del suo solito, era ancora in attesa di venir scoperto oltre oceano), e gli ancor poco noti Chris Evans e Jessica Biel.
La storia è piuttosto hitchcockiana, con un protagonista mediocre costretto dagli eventi a dare il meglio di sé, un meglio che nemmeno lui era probabilmente a conoscenza di avere, con una meccanica alla Lola corre (primo grosso successo di Tom Tykwer con Franka Potente costretta a correre per tutto il tempo dell'azione).
I cattivi, capitanati da Ethan (Statham), rapiscono Jessica (la Basinger) per motivi che sono inizialmente poco chiari. Capiamo però che lei è spacciata, uno di quei casi in cui si può decidere solo quando e come verrà eliminata. Riesce a stabilire un contatto telefonico con Ryan (Chris Evans), un ragazzotto così poco affidabile che la fidanzatina (Jessica Biel) è tentata di mandarlo a quel paese. Per motivi che non sto a spiegare, se cade la linea, Jessica potrebbe non avere una seconda possibilità.
Ryan contatta un poliziotto, Bob Mooney (Macy), piuttosto sfigatello, con una moglie che lo tartassa, e maltrattato dai colleghi (ha solo un amico, Noah Emmerich), che è sul punto di mollare il servizio per fare qualcosa di completamente differente. Purtroppo Mooney viene distratto da accadimenti vari e non riesce ad intervenire rapidamente.
Così tocca a Ryan correre (ma in macchina, siamo in California) per la città per cercare di evitare che i cattivi mettano le mani sul figlio di Jessica, che si chiama Ricky Martin (al solo scopo di fare una battuta sull'omonimia col cantante), e sul marito. Tutto sembra andare di male in peggio, ma alla fine gli improbabili eroi Mooney e Ryan dimostreranno di valere di più di quello che un po' tutti si aspettavano.
Tra i siparietti comici, da notare l'intermezzo in cui appare un antipaticissimo avvocato che viene derubato dal protagonista per due volte di fila della sua macchina, una bella Porsche targata "Faccio causa anche a te".
Balle spaziali - Spaceballs
Spoof di Star Wars autorizzato da George Lucas a patto che non si creasse una linea di merchandising da questo film. Il che deve aver dato a Mel Brooks (che lo ha scritto, prodotto, diretto, interpetato in un paio di ruoli) l'idea di far pubblicizzare ai personaggi una bizzarra oggettistica che include anche la carta igenica ufficiale di Spaceballs.
La storia somiglia solo vagamente all'originale, è come se i personaggi di Guerre stellari subissero una demente variazione autodistruttiva. La viziatissima principessina Vespa (Daphne Zuniga) scappa per evitare il matrimonio combinato con il soporifero principe Valium. Nel frattempo il presidente Scrocco (in originale Skroob, anagramma di Brooks) del pianeta Spaceballs ha dato mandato alla sua (in)fida anima nera Lord Casco (Dark Helmet - Rick Moranis) di rapire Vespa per ricattare suo padre, così da poter rubare tutto l'aria del loro pianeta. Si mettono in mezzo un paio di avventurieri galattici, Stella Solitaria (Lone Starr - Bill Pullman) e il suo fido (mezzo uomo e mezzo cane) Rutto (Barf - John Candy), che hanno un grosso debito con un mafioso spaziale, Pizza Margherita (Pizza the Hutt in originale).
Questo universo è pervaso non dalla Forza, ma dallo Sforzo (in originale Schwartz, ma che nella scena del duello tra Casco e Stella rende esplicita la sua somiglianza con Schwanz, parola che in tedesco e yiddish sta gergalmente ad indicare il membro maschile) il cui massimo esponente vivente è Yogurt (ancora Brooks, ma in ginocchio e tutto pitturato).
Tra i ruoli minori, da notare Michael Winslow, ai tempi popolare per la sua capacità di imitare rumori (vedasi le varie Scuola di polizia). E John Hurt che nel finale subisce lo stesso trattamento che gli era capitato in Alien, solo che qui la contaminazione è causata dal piatto del giorno di un fast food poco raccomandabile.
La storia somiglia solo vagamente all'originale, è come se i personaggi di Guerre stellari subissero una demente variazione autodistruttiva. La viziatissima principessina Vespa (Daphne Zuniga) scappa per evitare il matrimonio combinato con il soporifero principe Valium. Nel frattempo il presidente Scrocco (in originale Skroob, anagramma di Brooks) del pianeta Spaceballs ha dato mandato alla sua (in)fida anima nera Lord Casco (Dark Helmet - Rick Moranis) di rapire Vespa per ricattare suo padre, così da poter rubare tutto l'aria del loro pianeta. Si mettono in mezzo un paio di avventurieri galattici, Stella Solitaria (Lone Starr - Bill Pullman) e il suo fido (mezzo uomo e mezzo cane) Rutto (Barf - John Candy), che hanno un grosso debito con un mafioso spaziale, Pizza Margherita (Pizza the Hutt in originale).
Questo universo è pervaso non dalla Forza, ma dallo Sforzo (in originale Schwartz, ma che nella scena del duello tra Casco e Stella rende esplicita la sua somiglianza con Schwanz, parola che in tedesco e yiddish sta gergalmente ad indicare il membro maschile) il cui massimo esponente vivente è Yogurt (ancora Brooks, ma in ginocchio e tutto pitturato).
Tra i ruoli minori, da notare Michael Winslow, ai tempi popolare per la sua capacità di imitare rumori (vedasi le varie Scuola di polizia). E John Hurt che nel finale subisce lo stesso trattamento che gli era capitato in Alien, solo che qui la contaminazione è causata dal piatto del giorno di un fast food poco raccomandabile.
Solo gli amanti sopravvivono
Adamo (Tom Hiddleston) si annoia. Vive a Detroit, Motown senza quasi più motori, colleziona chitarre, compone musica, si diletta di tecnologia, e ha pure una moglie, Eva (Tilda Swinton), di cui è teneramente innamorato. Ma tutto questo non basta a riempire il suo tempo, anche perché, essendo Adamo un vampiro, di tempo ne ha a disposizione in quantità spropositate. Dunque decide di suicidarsi.
Uccidere un vampiro non è una cosa semplice nel mondo di Adamo. Sembra che non basti esporsi alla luce del sole per essere ridotto immediatamente in cenere. Così pensa di attuare una versione modernizzata del classico metodo che consiste nel piazzare un paletto di frassino nel cuore del soggetto in questione. La variazione di Jim Jarmush (storia e regia) è che si usa un proiettile di pistola e un legno dal peso specifico molto elevato.
Eva vive invece a Tangeri (i due si amano, ma è difficile convivere con lo stesso vampiro per decenni di fila) e ha come amico niente meno che Marlowe (John Hurt), l'autore inglese che di tanto in tanto viene indicato come il vero Shakespeare. Qualcosa la mette sull'allerta, e decide di raggiungere al volo il marito. Arriva appena prima di sua sorella Ava (Mia Wasikowska) che, avendo solo qualche secolo di vita, è ancora una giovane teppista capace solo di far disastri (come ad esempio dissanguare a morte un tale che faceva da galoppino per Adamo). Riesce dunque ad evitare il suicidio di Adamo ma non l'uragano Ava, per cui la coppia deve lasciare la fatiscente Detroit per Tangeri. Dove però scarseggia sangue di buona qualità, e questo crea ai due il dubbio su come fare a procurarselo.
Peccato che Jarmusch non abbia utilizzato le potenzialità comiche della storia (solo il finale è da commedia, e in un certo modo ribalta anche il titolo del film) e abbia puntato invece sulla rappresentazione del tedio mortale che finisce per diventare una vita innaturalmente prolungata. Ci riesce bene, niente da dire, ma sequenze lunghissime in cui praticamente nulla accade sono forse un mezzo troppo facile e, diamine, troppo noioso. Ottima la regia, bravi gli attori, con la Swinton che mi è sembrata a tratti una versione femminile di David Bowie, ne L'uomo che cadde sulla Terra, umana e extraterrestre insieme, e Hiddleston eroe romantico quasi da animazione giapponese, bella la colonna sonora. Ah, se solo fosse durato mezz'ora in meno e se ci fosse stata maggiore levità nella scrittura!
Uccidere un vampiro non è una cosa semplice nel mondo di Adamo. Sembra che non basti esporsi alla luce del sole per essere ridotto immediatamente in cenere. Così pensa di attuare una versione modernizzata del classico metodo che consiste nel piazzare un paletto di frassino nel cuore del soggetto in questione. La variazione di Jim Jarmush (storia e regia) è che si usa un proiettile di pistola e un legno dal peso specifico molto elevato.
Eva vive invece a Tangeri (i due si amano, ma è difficile convivere con lo stesso vampiro per decenni di fila) e ha come amico niente meno che Marlowe (John Hurt), l'autore inglese che di tanto in tanto viene indicato come il vero Shakespeare. Qualcosa la mette sull'allerta, e decide di raggiungere al volo il marito. Arriva appena prima di sua sorella Ava (Mia Wasikowska) che, avendo solo qualche secolo di vita, è ancora una giovane teppista capace solo di far disastri (come ad esempio dissanguare a morte un tale che faceva da galoppino per Adamo). Riesce dunque ad evitare il suicidio di Adamo ma non l'uragano Ava, per cui la coppia deve lasciare la fatiscente Detroit per Tangeri. Dove però scarseggia sangue di buona qualità, e questo crea ai due il dubbio su come fare a procurarselo.
Peccato che Jarmusch non abbia utilizzato le potenzialità comiche della storia (solo il finale è da commedia, e in un certo modo ribalta anche il titolo del film) e abbia puntato invece sulla rappresentazione del tedio mortale che finisce per diventare una vita innaturalmente prolungata. Ci riesce bene, niente da dire, ma sequenze lunghissime in cui praticamente nulla accade sono forse un mezzo troppo facile e, diamine, troppo noioso. Ottima la regia, bravi gli attori, con la Swinton che mi è sembrata a tratti una versione femminile di David Bowie, ne L'uomo che cadde sulla Terra, umana e extraterrestre insieme, e Hiddleston eroe romantico quasi da animazione giapponese, bella la colonna sonora. Ah, se solo fosse durato mezz'ora in meno e se ci fosse stata maggiore levità nella scrittura!
Non dico altro
Eva (Julia Louis-Dreyfus) è una massaggiatrice cinquantenne divorziata, con una figlia (Tracey Fairaway) che sta per spiccare il volo da casa. Sembra essere rassegnata ad una vita piuttosto deprimente e solitaria, quando ad una festa, a cui viene trascinata dalla sorella (Toni Collette), incontra Albert, un corpulento coetaneo (James Gandolfini) verso il quale ha emozioni contrastanti. Si lascia convincere a dargli una possibilità, i due escono, si piacciono, ma lei resta sulla difensiva.
Caso vuole che Eva negli stessi giorni faccia amicizia anche con Marianne (Catherine Keener), poetessa molto posh che, sorpresa, è la ex moglie di Albert. Buon senso vorrebbe che Eva scoprisse subito le sue carte ma la curiosità ha il sopravvento, e cerca invece di usare la sua amicizia con Marianne per raccogliere informazioni su Albert. Mal gliene incoglie.
Storia interessante e ben raccontata da Nicole Holofcener, che media la spigolosità del tema principale (gestione degli affetti quando non si è più giovanissimi) con una buona dose di leggerezza. La vicenda è narrata tutta dal punto di vista di Eva, ed è il suo l'unico personaggio che abbia un significativo sviluppo che, come dire, impari qualcosa da quello che accade. Non ci si lasci distrarre dall'affetto per Gandolfini (il film è uscito postumo), il suo personaggio è secondario e del tutto funzionale a raccontare l'evoluzione di Eva.
Caso vuole che Eva negli stessi giorni faccia amicizia anche con Marianne (Catherine Keener), poetessa molto posh che, sorpresa, è la ex moglie di Albert. Buon senso vorrebbe che Eva scoprisse subito le sue carte ma la curiosità ha il sopravvento, e cerca invece di usare la sua amicizia con Marianne per raccogliere informazioni su Albert. Mal gliene incoglie.
Storia interessante e ben raccontata da Nicole Holofcener, che media la spigolosità del tema principale (gestione degli affetti quando non si è più giovanissimi) con una buona dose di leggerezza. La vicenda è narrata tutta dal punto di vista di Eva, ed è il suo l'unico personaggio che abbia un significativo sviluppo che, come dire, impari qualcosa da quello che accade. Non ci si lasci distrarre dall'affetto per Gandolfini (il film è uscito postumo), il suo personaggio è secondario e del tutto funzionale a raccontare l'evoluzione di Eva.
Il diario di Jack
Abbastanza simile a Jerry Maguire, cosa che non deve essere sfuggita a nessuno, a partire da Mike Binder, che l'ha scritto, diretto e pure interpretato in un ruolo secondario, al punto che il protagonista (Ben Affleck) cita espressamente Tom Cruise quando uno spiacevole contrattempo lo rende simile a (testuale) un fratello scemo del collega.
Jack (Affleck) è un agente di creativi losangelini arrivato al successo senza badare troppo agli scrupoli che scopre di aver sbagliato vita. Ha un bel lavoro di cui gli importa poco e una bella moglie (Rebecca Romijn) con cui quasi non parla. Refrattario alla psicologia, decide di affrontare il cambiamento iscrivendosi ad un corso per imparare a tenere un diario. Il corso si rivela gestito peculiarmente da un anomalo docente inglese (John Cleese), ma alla fine darà i suoi frutti.
Nel frattempo, Jack dovrà affrontare una serie di problemi, causati da bizzarri clienti e dalla fidanzata (Bai Ling) di un suo compagno di scuola che si aspettava, in virtù della lontana conoscenza, un trattamento di favore.
Il nucleo della storia non mi dispiace, la realizzazione non è però un granché.
Jack (Affleck) è un agente di creativi losangelini arrivato al successo senza badare troppo agli scrupoli che scopre di aver sbagliato vita. Ha un bel lavoro di cui gli importa poco e una bella moglie (Rebecca Romijn) con cui quasi non parla. Refrattario alla psicologia, decide di affrontare il cambiamento iscrivendosi ad un corso per imparare a tenere un diario. Il corso si rivela gestito peculiarmente da un anomalo docente inglese (John Cleese), ma alla fine darà i suoi frutti.
Nel frattempo, Jack dovrà affrontare una serie di problemi, causati da bizzarri clienti e dalla fidanzata (Bai Ling) di un suo compagno di scuola che si aspettava, in virtù della lontana conoscenza, un trattamento di favore.
Il nucleo della storia non mi dispiace, la realizzazione non è però un granché.
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