Il titolo internazionale è Fill the void, Riempire il vuoto, che, potenza dei traduttori automatici disponibili online, ho scoperto essere la traduzione letterale dell'originale ebraico. Come al solito la distribuzione nostrana brilla per una inventività non richiesta e che sembra dare una interpretazione tutta sua della pellicola.
In effetti la storia, scritta e diretta da Rama Burshtein (opera prima), narra di una giovane donna (Hadas Yaron - premiata a Venezia con la Coppa Volpi) che è sul punto di venir promessa in sposa ad un suo coetaneo. Ma succede un inghippo, la sorella maggiore muore di parto, e la madre, temendo che il genero (Yiftach Klein - bravo anche lui) se ne vada in Belgio col nipotino, cerca di convincere la minore a riempire il vuoto (per l'appunto) lasciato dalla sorella maggiore e sia lei a sposare il cognato.
Non sono riuscito a seguire a fondo la storia in quanto distratto dall'ambientazione. Siamo infatti a Tel Aviv, ai giorni nostri, ma sembra fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli, in quanto tutti i personaggi appartengono alla comunità ultra-ortodossa ebraica. Abbiamo dunque una grande formalità, rituali (per me) misteriosi e abbigliamenti bizzarri.
L'impostazione data dalla regista esclude completamente ogni relazione con il resto del mondo. Peccato, perché non credo sarebbe stato difficile mostrare anche un qualche scorcio della Tel Aviv più comunemente nota, occidentale e moderna, che avrebbe dato una visuale, a mio parere, più interessante. Credo che l'intenzione sia quella di mostrare una storia alla Jane Austen, con la protagonista (relativamente) ribelle che alla fine trova una sua collocazione nella sua società.
La forza della mente - Wit
Il titolo italiano è così sbagliato che non sono riuscito ad evitare di accostarlo nel titolo al titolo originale. Complice anche il fatto che è praticamente introvabile nella nostra lingua e chi volesse procurarselo avrebbe maggior fortuna cercando altre edizioni europee.
Con "wit" si intende l'arguzia, la prontezza di spirito, di cui è certamente fornita la protagonista (Emma Thompson, c'è bisogno di aggiungere altro?) mentre affronta gli ultimi mesi della sua vita. Già, perché subito nelle prime battute ci viene chiarito che Vivian Bearing, una professoressa universitaria di inglese, massima esperta sull'opera di John Donne, non ha praticamente scampo. Un brutto tumore colto in gran ritardo non le lascia praticamente scampo. Considerando che 50 e 50 è riuscito ad allontanare gran parte del suo possibile pubblico nonostante il suo taglio da commedia e l'assicurazione che il protagonista se la sarebbe scampata, si capisce come Wit, che è una sorta di "100 e 0", non miri a platee oceaniche.
Non stupisce allora che si tratti di un film per la TV, nella curiosa reincarnazione che ha preso questo termine negli ultimi anni. E' successo infatti che i cinema d'essai sono praticamente spariti dalla faccia della Terra, e dunque film che possono pensare di attrarre solo poche decine di spettatori alla volta non hanno più senso di essere prodotti. A meno che non siano pensati per la distribuzione televisiva, su appositi canali che non mirino al pubblico generalista.
L'impostazione è decisamente teatrale (da una piece di Margaret Edson), e non so bene quanto del "wit" che ci arriva venga dall'originale e quanto sia veicolata dalla regia (e sceneggiatura) di Mike Nichols e dalla recitazione (e sceneggiatura) di Emma Thompson.
Poco lo spazio che resta ai comprimari, anche se tutti meritano di essere ricordati. Il dottore che diagnostica il tumore è Christopher Lloyd (sì, il Dottor Emmett Brown di Ritorno al futuro), quello che segue, un po' malvolentieri, la paziente è Jonathan M. Woodward, l'infermiera che riesce a stabilire un legame emotivo è Audra McDonald. C'è pure un inatteso Harold Pinter nel ruolo del padre di Vivian.
Con "wit" si intende l'arguzia, la prontezza di spirito, di cui è certamente fornita la protagonista (Emma Thompson, c'è bisogno di aggiungere altro?) mentre affronta gli ultimi mesi della sua vita. Già, perché subito nelle prime battute ci viene chiarito che Vivian Bearing, una professoressa universitaria di inglese, massima esperta sull'opera di John Donne, non ha praticamente scampo. Un brutto tumore colto in gran ritardo non le lascia praticamente scampo. Considerando che 50 e 50 è riuscito ad allontanare gran parte del suo possibile pubblico nonostante il suo taglio da commedia e l'assicurazione che il protagonista se la sarebbe scampata, si capisce come Wit, che è una sorta di "100 e 0", non miri a platee oceaniche.
Non stupisce allora che si tratti di un film per la TV, nella curiosa reincarnazione che ha preso questo termine negli ultimi anni. E' successo infatti che i cinema d'essai sono praticamente spariti dalla faccia della Terra, e dunque film che possono pensare di attrarre solo poche decine di spettatori alla volta non hanno più senso di essere prodotti. A meno che non siano pensati per la distribuzione televisiva, su appositi canali che non mirino al pubblico generalista.
L'impostazione è decisamente teatrale (da una piece di Margaret Edson), e non so bene quanto del "wit" che ci arriva venga dall'originale e quanto sia veicolata dalla regia (e sceneggiatura) di Mike Nichols e dalla recitazione (e sceneggiatura) di Emma Thompson.
Poco lo spazio che resta ai comprimari, anche se tutti meritano di essere ricordati. Il dottore che diagnostica il tumore è Christopher Lloyd (sì, il Dottor Emmett Brown di Ritorno al futuro), quello che segue, un po' malvolentieri, la paziente è Jonathan M. Woodward, l'infermiera che riesce a stabilire un legame emotivo è Audra McDonald. C'è pure un inatteso Harold Pinter nel ruolo del padre di Vivian.
Doctor Who - Speciale del 50°
Peccato che motivi tecnici ed economici abbiano impedito di realizzare appieno quella che credo fosse l'idea originale. Avere in scena tutti i Dottori contemporaneamente sarebbe stato qualcosa al limite dell'incredibile. Invece di dobbiamo accontentare "solo" di tre Dottori. Con piccole apparizioni per gli altri.
Anche se la sceneggiatura non mi pare tra le migliori, l'impatto emozionale è tra i più potenti. La narrazione principale, infatti, riguarda la scelta che ha determinato cinquanta anni di storia della serie (e molti secoli della vita del personaggio).
Il giorno del Dottore - The day of the Doctor
Di sciocchezze il Dottore ne ha fatte molte nella sua lunga vita. Dopotutto non ci sarebbe modo di evitarlo, data una vita così lunga e attiva. Ce ne è una che però le batte tutte. Come ben sanno tutti gli whoviani, il buon Dottore, capace di affrontare milioni di alieni bellicosi con il solo supporto di un cacciavite (per quanto sonico) e di una sciolta parlantina, un giorno lontano ha causato il (quasi) completo annichilimento di due floride ed estremamente combattive razze aliene, i terribili Dalek, e gli stessi Signori del Tempo a cui appartiene.
Per anni si è (e ci ha) ripetuto che non poteva fare altrimenti, che era l'unico modo per salvare l'intero universo. Lo speciale finale della stagione speciale (che si è ricavata uno spazio tra la quarta e la quinta stagione) ci aveva già fatto pensare che magari tutta quella preoccupazione del Dottore fosse sprecata, che forse Gallifrey non fosse andata davvero distrutta e che i Dalek siano stati vittima più di loro stessi che di altro.
Torniamo quindi al tempo della conclusione della guerra fatale. Il Dottore decide che così non si può andare avanti, Time Lord e Dalek sono diventati due facce della stessa medaglia, e la loro guerra sembra che non possa finire se non con una distruzione generale. Si impossessa dunque di una arma finale, capace di porre fine al conflitto con l'eliminazione dei contendenti. L'amichevole interfaccia dall'apparecchio sarebbe disegnata per relazionarsi all'utente usando l'apparenza di una persona a lui nota, ma la tecnologia Gallifreyana ha le sue mancanze, e dunque finisce per usare le sembianze di Rose. Sara dunque questa pseudo-Rose a cercare di capire se il Dottore vuole davvero usarla (nel senso di arma) o no.
Per farlo, lo manda nel futuro, quel possibile futuro in cui ha davvero schiacciato il pulsante, a incontrare due sue future rigenerazioni, la decima, che al momento se la sta spassando allegramente con Elisabetta I, e l'undicesima, che sta affrontando una bizzarra crisi ai nostri giorni. Caso vuole che decimo e undicesimo Dottore stiano in realtà lavorando allo stesso caso, i Zygon (alieni bruttarelli capaci di assumere le sembianze di altre forme di vita) stanno invadendo la Terra usando un bizzarro meccanismo per viaggiare nel tempo. Un terzo Dottore rende la soluzione della matassa più semplice e, soprattutto, serve allo stesso per figurarsi un modo per uscire degnamente dal suo problema.
L'undicesimo Dottore: Matt Smith
Il decimo Dottore: David Tennant
Il Dottore dimenticato: John Hurt
Clara: Jenna Coleman
Rose (sembra): Billie Piper
Kate Stewart: Jemma Redgrave
Elisabetta I: Joanna Page
Anche se la sceneggiatura non mi pare tra le migliori, l'impatto emozionale è tra i più potenti. La narrazione principale, infatti, riguarda la scelta che ha determinato cinquanta anni di storia della serie (e molti secoli della vita del personaggio).
Il giorno del Dottore - The day of the Doctor
Di sciocchezze il Dottore ne ha fatte molte nella sua lunga vita. Dopotutto non ci sarebbe modo di evitarlo, data una vita così lunga e attiva. Ce ne è una che però le batte tutte. Come ben sanno tutti gli whoviani, il buon Dottore, capace di affrontare milioni di alieni bellicosi con il solo supporto di un cacciavite (per quanto sonico) e di una sciolta parlantina, un giorno lontano ha causato il (quasi) completo annichilimento di due floride ed estremamente combattive razze aliene, i terribili Dalek, e gli stessi Signori del Tempo a cui appartiene.
Per anni si è (e ci ha) ripetuto che non poteva fare altrimenti, che era l'unico modo per salvare l'intero universo. Lo speciale finale della stagione speciale (che si è ricavata uno spazio tra la quarta e la quinta stagione) ci aveva già fatto pensare che magari tutta quella preoccupazione del Dottore fosse sprecata, che forse Gallifrey non fosse andata davvero distrutta e che i Dalek siano stati vittima più di loro stessi che di altro.
Torniamo quindi al tempo della conclusione della guerra fatale. Il Dottore decide che così non si può andare avanti, Time Lord e Dalek sono diventati due facce della stessa medaglia, e la loro guerra sembra che non possa finire se non con una distruzione generale. Si impossessa dunque di una arma finale, capace di porre fine al conflitto con l'eliminazione dei contendenti. L'amichevole interfaccia dall'apparecchio sarebbe disegnata per relazionarsi all'utente usando l'apparenza di una persona a lui nota, ma la tecnologia Gallifreyana ha le sue mancanze, e dunque finisce per usare le sembianze di Rose. Sara dunque questa pseudo-Rose a cercare di capire se il Dottore vuole davvero usarla (nel senso di arma) o no.
Per farlo, lo manda nel futuro, quel possibile futuro in cui ha davvero schiacciato il pulsante, a incontrare due sue future rigenerazioni, la decima, che al momento se la sta spassando allegramente con Elisabetta I, e l'undicesima, che sta affrontando una bizzarra crisi ai nostri giorni. Caso vuole che decimo e undicesimo Dottore stiano in realtà lavorando allo stesso caso, i Zygon (alieni bruttarelli capaci di assumere le sembianze di altre forme di vita) stanno invadendo la Terra usando un bizzarro meccanismo per viaggiare nel tempo. Un terzo Dottore rende la soluzione della matassa più semplice e, soprattutto, serve allo stesso per figurarsi un modo per uscire degnamente dal suo problema.
L'undicesimo Dottore: Matt Smith
Il decimo Dottore: David Tennant
Il Dottore dimenticato: John Hurt
Clara: Jenna Coleman
Rose (sembra): Billie Piper
Kate Stewart: Jemma Redgrave
Elisabetta I: Joanna Page
A royal weekend
In originale il titolo è Hyde Park on Hudson. Per che motivo non lo si sia tradotto "Un weekend reale", se proprio era questo che si voleva fare (con lo scopo di lanciarlo come seguito di Il discorso del re, immagino), e si sia invece preferito usare la sua versione inglese è un mistero che è al di là delle mie capacità di comprensione.
Come non riesco a capire come sia riuscito lo sceneggiatore, Richard Nelson, nella improba fatica di prendere una serie di personaggi interessanti, un momento storico estremamente delicato, e riuscirne ad estrarne una storia così fiacca. Incolpevole, direi, il regista Roger Michell, anche se non si può dire che brilli.
Si narra del primo viaggio dei regnanti inglesi nella ex-colonia ribelle, già divenuta più potente della ex-madrepatria. Siamo sull'orlo di quella catastrofe più comunemente nota come seconda guerra mondiale, e Giorgio VI, amichevolmente noto come Bertie (Samuel West) e accompagnato da Elisabetta (Olivia Colman), non esita a mettere in soffitta il dinastico amor proprio per chiedere aiuto ai cugini di oltre oceano.
Come ci si può aspettare da una produzione americana, il racconto segue prevalentemente dal loro punto di vista, ovvero quello di Franklin D. Roosevelt (Bill Murray), presidente americano, o meglio quello di Daisy (Laura Linney) sua cugina di quinto (o sesto) grado.
FDR è un personaggio di cui si può dire tutto e il contrario di tutto, riuscendo in ogni caso a non andare troppo lontano dal vero. Sarebbe quindi bastato concentrarsi sulla sua controversa figura e il suo strano modo di relazionarsi a Giorgio VI, un misto di paternalismo, amicizia, contrapposizione al limite dell'offesa gratuita, per ottenere un racconto interessante, anche perché in un ruolo del genere Murray non poteva che dare del suo meglio.
Si è scelto invece di contrapporre al fatto storico uno più privato, la relazione tra FDR e le donne, in particolare la madre, la moglie (Olivia Williams), la segretaria-amante, e Daisy, quale cugina-amante. Curiosamente, però, il personaggio di Daisy, che diventa a tutti gli effetti protagonista narratrice, fa qui la figura della bella statuina. Poco dice, poco fa, sembra semplicemente seguire la corrente. Cosa che, fra l'altro, oltre a rallentare l'azione, non sembra nemmeno corrispondere alla realtà dei fatti.
La parte interessante del film, almeno a mio parere, rimane quella sullo studio del carattere dei reali inglesi, e sulla loro difficile relazione con il presidente americano. Bene viene mostrato come la difficoltà di comunicare tra due parti così diverse rischiò di far naufragare un amicizia che era oltretutto l'unica scelta razionale in quel contesto.
Come non riesco a capire come sia riuscito lo sceneggiatore, Richard Nelson, nella improba fatica di prendere una serie di personaggi interessanti, un momento storico estremamente delicato, e riuscirne ad estrarne una storia così fiacca. Incolpevole, direi, il regista Roger Michell, anche se non si può dire che brilli.
Si narra del primo viaggio dei regnanti inglesi nella ex-colonia ribelle, già divenuta più potente della ex-madrepatria. Siamo sull'orlo di quella catastrofe più comunemente nota come seconda guerra mondiale, e Giorgio VI, amichevolmente noto come Bertie (Samuel West) e accompagnato da Elisabetta (Olivia Colman), non esita a mettere in soffitta il dinastico amor proprio per chiedere aiuto ai cugini di oltre oceano.
Come ci si può aspettare da una produzione americana, il racconto segue prevalentemente dal loro punto di vista, ovvero quello di Franklin D. Roosevelt (Bill Murray), presidente americano, o meglio quello di Daisy (Laura Linney) sua cugina di quinto (o sesto) grado.
FDR è un personaggio di cui si può dire tutto e il contrario di tutto, riuscendo in ogni caso a non andare troppo lontano dal vero. Sarebbe quindi bastato concentrarsi sulla sua controversa figura e il suo strano modo di relazionarsi a Giorgio VI, un misto di paternalismo, amicizia, contrapposizione al limite dell'offesa gratuita, per ottenere un racconto interessante, anche perché in un ruolo del genere Murray non poteva che dare del suo meglio.
Si è scelto invece di contrapporre al fatto storico uno più privato, la relazione tra FDR e le donne, in particolare la madre, la moglie (Olivia Williams), la segretaria-amante, e Daisy, quale cugina-amante. Curiosamente, però, il personaggio di Daisy, che diventa a tutti gli effetti protagonista narratrice, fa qui la figura della bella statuina. Poco dice, poco fa, sembra semplicemente seguire la corrente. Cosa che, fra l'altro, oltre a rallentare l'azione, non sembra nemmeno corrispondere alla realtà dei fatti.
La parte interessante del film, almeno a mio parere, rimane quella sullo studio del carattere dei reali inglesi, e sulla loro difficile relazione con il presidente americano. Bene viene mostrato come la difficoltà di comunicare tra due parti così diverse rischiò di far naufragare un amicizia che era oltretutto l'unica scelta razionale in quel contesto.
The IT crowd - Speciale finale
E questa puntata è davvero sia speciale sia finale, lungo come due episodi normali, a tre anni di distanza dalla quarta serie, e senza prospettive di una continuazione.
Gli anni sono passati solo per noi, i cambiamenti nei personaggi sono minimi, sembra che lo scopo sia solo quello di dare una fine chiara alla serie, e questo lascia una vena di malinconia, anche se nascosta dalle solite gran risate che le sceneggiature di Graham Linehan ci hanno garantito.
The Internet is coming
L'inizio sembra carico di ottimi presagi per i protagonisti, Roy ha una fidanzata con cui riesce a relazionarsi (supera agevolmente il test di "the" Moss sugli eroi Marvel), e pare che lo abbia definito "artista emozionale", qualunque cosa questo possa voler dire, e Jen ha una attrazione che sembra fatale per un barista italiano.
Meno brillanti sembrano le prospettive per Moss, la sua web fanzine sui giochi di ruolo non decolla. O per meglio dire è terribile, non la si riesce proprio a guardare. Per sua fortuna (?) finisce nell'ufficio del supercapo Reynholm che gli spiega il segreto per aver successo: indossare pantaloni da donna. Moss applica il consiglio e, incredibilmente, ottiene miglioramenti clamorosi.
Vediamo invece la catastrofe in arrivo per Roy, nelle vesti di un sottodimensionato barista incapace di preparargli un caffé decente. Con la sensibilità che gli è propria, Roy traduce il suo disagio in una generica invettiva contro chi è molto basso. Ascoltandolo, Jen ha un lampo di genio, la donna di Roy gli aveva fatto notare il suo autismo emozionale, la sua incapacità di gestire le emozioni.
A complicare maggiormente le cose, Jen ha un paio di sfortunati incontri con una senzatetto e, colmo della sfortuna, Jen e Roy vengono filmati mentre fanno cose che, fuori contesto, li fanno catalogare come la feccia dell'umanità.
Inoltre, Moss passa a Roy la sua pozione miracolosa che usa quando deve simulare di essere triste. Da qui in poi le cose non possono che peggiorare.
C'è anche modo di dare un seguito alla mitologica scena su internet in una scatola, e di lasciare, proprio nel finale, il messaggio base su cosa fare se qualcosa di informatico non funziona: hai provato a spegnere e riaccendere?
Gli anni sono passati solo per noi, i cambiamenti nei personaggi sono minimi, sembra che lo scopo sia solo quello di dare una fine chiara alla serie, e questo lascia una vena di malinconia, anche se nascosta dalle solite gran risate che le sceneggiature di Graham Linehan ci hanno garantito.
The Internet is coming
L'inizio sembra carico di ottimi presagi per i protagonisti, Roy ha una fidanzata con cui riesce a relazionarsi (supera agevolmente il test di "the" Moss sugli eroi Marvel), e pare che lo abbia definito "artista emozionale", qualunque cosa questo possa voler dire, e Jen ha una attrazione che sembra fatale per un barista italiano.
Meno brillanti sembrano le prospettive per Moss, la sua web fanzine sui giochi di ruolo non decolla. O per meglio dire è terribile, non la si riesce proprio a guardare. Per sua fortuna (?) finisce nell'ufficio del supercapo Reynholm che gli spiega il segreto per aver successo: indossare pantaloni da donna. Moss applica il consiglio e, incredibilmente, ottiene miglioramenti clamorosi.
Vediamo invece la catastrofe in arrivo per Roy, nelle vesti di un sottodimensionato barista incapace di preparargli un caffé decente. Con la sensibilità che gli è propria, Roy traduce il suo disagio in una generica invettiva contro chi è molto basso. Ascoltandolo, Jen ha un lampo di genio, la donna di Roy gli aveva fatto notare il suo autismo emozionale, la sua incapacità di gestire le emozioni.
A complicare maggiormente le cose, Jen ha un paio di sfortunati incontri con una senzatetto e, colmo della sfortuna, Jen e Roy vengono filmati mentre fanno cose che, fuori contesto, li fanno catalogare come la feccia dell'umanità.
Inoltre, Moss passa a Roy la sua pozione miracolosa che usa quando deve simulare di essere triste. Da qui in poi le cose non possono che peggiorare.
C'è anche modo di dare un seguito alla mitologica scena su internet in una scatola, e di lasciare, proprio nel finale, il messaggio base su cosa fare se qualcosa di informatico non funziona: hai provato a spegnere e riaccendere?
Il comandante e la cicogna
Trattasi di una buona commedia italiana stata scritta da Doriana Leondeff e Silvio Soldini (anche regista), che mi sembra però indecisa se dare più spazio alla sua anima romantica o a quella più rivolta alla critica di costume. E' forse questa indecisione il suo punto debole. Avrei preferito due film, Il comandante, dove si sarebbe potuto satireggiare anche più decisamente sulla nostra crisi (che è più morale che economica) e La cicogna, in cui si sarebbe potuto dare maggiore spazio al lato affettivo dei personaggi.
Al centro dell'azione c'è Leo (Valerio Mastandrea), un baffuto idraulico di origine napoletana che ha una relazione molto travagliata con Teresa (Claudia Gerini - luminosa), che è stata sua moglie fino a non molto tempo prima. Ha due figli adolescenti, ognuno con i suoi problemi, a cui riesce a star dietro con molta fatica.
Capiamo subito che Leo è destinato ad incontrare Diana (Alba Rohrwacher), che è così timida e chiusa in sé da sembrar bruttina. Avrebbe velleità artistiche, che i suoi problemi caratteriali ostacolano, e un terribile padrone di casa, Amanzio (Giuseppe Battiston). Per non perdere il suo appartamento, si adatta ad affrescare una parete dello studio di un viscido avvocato (Luca Zingaretti) dalle amicizie e gusti molto discutibili.
Per motivi bizzarri, Amanzio e il figlio di Leo faranno amicizia, mentre Leo stesso, per faccende relative alla figlia, si troverà a frequentare lo studio del suddetto avvocato.
Questo ribollir d'azione è osservato dall'alto da una cicogna e da statue, in particolare Giuseppe Garibaldi (che ha la voce di Pierfrancesco Favino), Leonardo da Vinci (Neri Marcorè), e un fittizio Cavalier Cazzaniga (Gigio Alberti).
Piacevole la colonna sonora della Banda Osiris, a cui sui titoli di coda si aggiunge Vinicio Capossela per cantare, per l'appunto, La cicogna.
Il film è ambientato prevalentemente a Torino, resa però praticamente irriconoscibile (almeno ai non torinesi) grazie anche al trucco di aggiungere inserti da altre città (il Leonardo è quello milanese, il Garibaldi credo che venga da Genova).
Al centro dell'azione c'è Leo (Valerio Mastandrea), un baffuto idraulico di origine napoletana che ha una relazione molto travagliata con Teresa (Claudia Gerini - luminosa), che è stata sua moglie fino a non molto tempo prima. Ha due figli adolescenti, ognuno con i suoi problemi, a cui riesce a star dietro con molta fatica.
Capiamo subito che Leo è destinato ad incontrare Diana (Alba Rohrwacher), che è così timida e chiusa in sé da sembrar bruttina. Avrebbe velleità artistiche, che i suoi problemi caratteriali ostacolano, e un terribile padrone di casa, Amanzio (Giuseppe Battiston). Per non perdere il suo appartamento, si adatta ad affrescare una parete dello studio di un viscido avvocato (Luca Zingaretti) dalle amicizie e gusti molto discutibili.
Per motivi bizzarri, Amanzio e il figlio di Leo faranno amicizia, mentre Leo stesso, per faccende relative alla figlia, si troverà a frequentare lo studio del suddetto avvocato.
Questo ribollir d'azione è osservato dall'alto da una cicogna e da statue, in particolare Giuseppe Garibaldi (che ha la voce di Pierfrancesco Favino), Leonardo da Vinci (Neri Marcorè), e un fittizio Cavalier Cazzaniga (Gigio Alberti).
Piacevole la colonna sonora della Banda Osiris, a cui sui titoli di coda si aggiunge Vinicio Capossela per cantare, per l'appunto, La cicogna.
Il film è ambientato prevalentemente a Torino, resa però praticamente irriconoscibile (almeno ai non torinesi) grazie anche al trucco di aggiungere inserti da altre città (il Leonardo è quello milanese, il Garibaldi credo che venga da Genova).
Doctor Who 7.13 - Da Gallifrey a Trenzalore
Essere un Signore del Tempo garantisce alcuni vantaggi non trascurabili, ma anche qualche seccatura, come ad esempio quella di sapere come andrà a finire la propria storia. E può succedere pure che la notizia circoli in giro, e venga all'orecchio di tipacci poco raccomandabili che pensino di poter sfruttare il paradosso di un viaggiatore del tempo che visiti la propria tomba.
Questo sarebbe l'ultimo episodio della settima stagione ma è un imbroglio. Bisogna aspettare l'episodio speciale del cinquantesimo, che verrà - o è stato, a seconda del tempo corrente del lettore - trasmesso in buona parte del mondo in The Day of the Doctor, il 23 novembre 2013, per sapere come andrà davvero a finire l'annata. E questo rovina la struttura della puntata, che finisce per essere soltanto un antefatto al gran finale.
The name of the Doctor - Il nome del dottore
A guidare l'azione è La Grande Intelligenza che, estremamente incavolata per tutte le volte che il Dottore gli ha messo i bastoni tra le ruote, svolge un diabolico piano che mira alla rovina congiunta di entrambi. Vien da pensare che si sia scelto il nome con intenti umoristici, ma tant'è. Come scagnozzi questa volta utilizza dei Sussurratori che un po' mi hanno fatto pensare ai Dissennatori, guardiani di Azkaban della saga di Harry Potter, contro cui però perdono facilmente il confronto.
Il piano consiste nel rapire l'anomalo terzetto amico del Dottore (Madame Vastra, Jenny, Strax), portarli su Trenzalore, e ivi aspettare il Dottore. Che cade gioiosamente nella trappola portandosi dietro Clara, che a sua volta è in connessione con River Song.
Da notare che le due non si conoscevano, vengono introdotte da Madame Vastra, con un certo imbarazzo da parte di tutti. Già, perché pare che la povera River Song, che avevamo lasciata viva e vegeta a Manhattan, seguendo a nostra insaputa la sua linea temporale, sia arrivata ai fatti del pianeta-biblioteca, che l'hanno tolta dai giochi. Detto per inciso, protesto vivamente per come è stata gestita la faccenda.
Per quel che riguarda il resto dell'episodio, sembra che il perfido (e idiota, a ben vedere) piano della Grande Intelligenza abbia successo, ma non è detta l'ultima parola.
Tra i momenti migliori:
Il duetto tra River Song e il Dottore. Il Dottore finalmente vince la sua ritrosia a provare emozioni, e finalmente i due hanno modo di scambiarsi almeno un bacio propriamente detto.
Il finale che introduce John Hurt come una non ben specificata versione del Dottore che ha fatto qualcosa di terribile. Mistero che verrà chiarito nel già citato speciale.
L'undicesimo Dottore: Matt Smith
Clara: Jenna-Louise Coleman
River Song: Alex Kingston
Madame Vastra: Neve McIntosh
Jenny: Catrin Stewart
Strax: Dan Starkey
La Grande Intelligenza: Richard E. Grant
Il Dottore: John Hurt
Questo sarebbe l'ultimo episodio della settima stagione ma è un imbroglio. Bisogna aspettare l'episodio speciale del cinquantesimo, che verrà - o è stato, a seconda del tempo corrente del lettore - trasmesso in buona parte del mondo in The Day of the Doctor, il 23 novembre 2013, per sapere come andrà davvero a finire l'annata. E questo rovina la struttura della puntata, che finisce per essere soltanto un antefatto al gran finale.
The name of the Doctor - Il nome del dottore
A guidare l'azione è La Grande Intelligenza che, estremamente incavolata per tutte le volte che il Dottore gli ha messo i bastoni tra le ruote, svolge un diabolico piano che mira alla rovina congiunta di entrambi. Vien da pensare che si sia scelto il nome con intenti umoristici, ma tant'è. Come scagnozzi questa volta utilizza dei Sussurratori che un po' mi hanno fatto pensare ai Dissennatori, guardiani di Azkaban della saga di Harry Potter, contro cui però perdono facilmente il confronto.
Il piano consiste nel rapire l'anomalo terzetto amico del Dottore (Madame Vastra, Jenny, Strax), portarli su Trenzalore, e ivi aspettare il Dottore. Che cade gioiosamente nella trappola portandosi dietro Clara, che a sua volta è in connessione con River Song.
Da notare che le due non si conoscevano, vengono introdotte da Madame Vastra, con un certo imbarazzo da parte di tutti. Già, perché pare che la povera River Song, che avevamo lasciata viva e vegeta a Manhattan, seguendo a nostra insaputa la sua linea temporale, sia arrivata ai fatti del pianeta-biblioteca, che l'hanno tolta dai giochi. Detto per inciso, protesto vivamente per come è stata gestita la faccenda.
Per quel che riguarda il resto dell'episodio, sembra che il perfido (e idiota, a ben vedere) piano della Grande Intelligenza abbia successo, ma non è detta l'ultima parola.
Tra i momenti migliori:
Il duetto tra River Song e il Dottore. Il Dottore finalmente vince la sua ritrosia a provare emozioni, e finalmente i due hanno modo di scambiarsi almeno un bacio propriamente detto.
Il finale che introduce John Hurt come una non ben specificata versione del Dottore che ha fatto qualcosa di terribile. Mistero che verrà chiarito nel già citato speciale.
L'undicesimo Dottore: Matt Smith
Clara: Jenna-Louise Coleman
River Song: Alex Kingston
Madame Vastra: Neve McIntosh
Jenny: Catrin Stewart
Strax: Dan Starkey
La Grande Intelligenza: Richard E. Grant
Il Dottore: John Hurt
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