Liberamente inspirato da Viaggio allucinante (1966) e dal suo spoof Salto nel buio (1987) di Joe Dante. Qui è il Dodicesimo Dottore (Peter Capaldi) che, accompagnato da Clara (Jenna Coleman) e tre umani appartenenti ad una disperata futura resistenza, viaggia nel corpo di un Dalek.
Sembra che il Dottore sia di malumore, e quando questo accade, lo abbiamo già visto nelle sue due precedenti incarnazioni, preferisce viaggiare da solo. Dal punto di vista di Clara sono passate due settimane dalla fine dell'episodio precedente, solo la TARDIS sa a quanto tempo per il Dottore sia passato. Clara viene richiamata in azione come badante del Dottore, in quanto questi ha finalmente preso atto di avere qualche piccolo problema quando si tratta di relazionarsi con gli altri, e si è reso conto che Clara riesce a dargli dei suggerimenti nella giusta direzione. Lei sarebbe in ben altro affaccendata, in particolare ha appena conosciuto un nuovo collega, tale Danny Pink (Samuel Anderson), professore di matematica con un passato nell'esercito, e sta armeggiando per approfondire la conoscenza. Ma quando il Dottore chiama è difficile non rispondere.
Il Dalek in cui l'allegra combriccola viaggia dopo essere stata opportunamente (e assurdamente, come rimarca anche il Dottore) rimpicciolita, è inesplicabilmente diventato "buono" ma sembra anche avere qualche problema di salute. Va ricordato che i Dalek sono organismi viventi "aumentati" dall'integrazione con memorie e circuiti logici meccanici. I nostri viaggiano nella parte meccanica, che però duplica il comportamento di quella organica al punto di prevedere anche qualcosa di simile ad anticorpi.
Va ricordato anche che Dalek e Dottore hanno una vicendevole antipatia che dura da tempo immemorabile. Questo specifico Dalek non ha memoria del Dottore, forse per quanto è successo nell'episodio Il manicomio dei Dalek, primo della stagione 7, che introduceva anche per la prima volta una variante di Clara, o forse perché i Dalek non avevano mai visto la dodicesima versione del Dottore. Fatto è che il Dottore fa fatica ad accettare che un Dalek possa essere "buono" e finirebbe per essere soddisfatto se tornasse alla sua "cattiveria". Se non ci fosse Clara a farlo ragionare (a suon di schiaffoni).
Il tema principale della puntata è il dubbio del Dottore sulla sua natura. Gli piacerebbe essere un buon uomo (buon Signore del Tempo sarebbe la dizione più corretta) ma persino lui non sa se e quanto il suo lato oscuro sia determinante nel suo carattere.
Nuova apparizione per Missy (Michelle Gomez), che accoglie un altro personaggio nel suo misterioso "paradiso".
Sherlock 2.3 - Le cascate di Reichenbach
Le cascate del Reichenbach sono note a praticamente chiunque conosca le avventure di Sherlock Holmes o si interessi di letteratura seriale, e in particolare della difficoltà che un autore incontri quando si voglia liberare di un personaggio che gli sia diventato troppo ingombrante.
Sir Arthur Conan Doyle aveva infatti scritto L'ultima avventura (The final problem) sperando di mettere una definitiva fine alle avventure di Holmes. Nel far questo gli aveva dato un fratello, Mycroft, e formidabile avversario, il Professor Moriarty, un vero genio del male che potesse tenergli testa, così potente da giustificare persino un sacrificio finale da parte del nostro eroe. Tutto inutile. Molti anni dopo Stephen King spiegò con Misery non deve morire quanto il pubblico possa affezionarsi al protagonista di una serie. Per fortuna di Conan Doyle in questo caso non si raggiunsero questi eccessi, ma in ogni caso la produzione di racconti riprese come se niente fosse successo su quelle fatali sponde.
Nel 2011 è uscito il secondo capitolo delle avventure holmesiane targate Guy Ritchie, che ricalcano proprio questa storia, la scommessa di Mark Gatiss e Steven Moffat (più Steve Thompson che ha effettivamente scritto questo episodio) è stata quella di spostare l'enfasi dal duello mortale tra Holmes (Benedict Cumberbatch) e Moriarty (Andrew Scott) alle motivazioni di questi due brutti soggetti. E da farci chiedere non tanto se Sherlock sia davvero morto o meno, ma come sia riuscito a creare l'illusione della sua morte.
Tra le sorprese dell'episodio abbiamo quella di sentire Holmes ammettere di avere ben tre amici, il buon dottor Watson (Martin Freeman), la stonatissima Mrs. Hudson (Una Stubbs), e anche l'ispettore Lestrade (Rupert Graves). E riuscirà persino a dire a Molly (Louise Brealey) che la ha sempre apprezzata per la sua affidabilità (anche se viene il dubbio che la stia semplicemente usando, come gli capita spesso di fare).
Non sorprende invece vederlo maltrattare un po' tutti quanti gli capitino a tiro, compresa Kitty (Katherine Parkinson), una giornalista non eccelsa che però non si sarebbe meritata un trattamento così rude.
Si impasticcia ancora di più la relazione tra fratelli, visto che Mycroft (Mark Gatiss) capirà di aver fatto un grave errore ma non avrà la forza di ammetterlo a Sherlock, e che questi, in difficoltà, non sarà capace di chiedergli aiuto.
La mia speranza è che, dopo la caduta, Reichenbach si possa rialzare acquistando una miglior consapevolezza di sé.
A proposito di Reichenbach. In questa versione l'azione non si sposta da Londra. Succede invece che Sherlock, subito all'inizio dell'episodio, riesca a recuperare un dipinto di Turner della serie che questi ha dedicato alle cascate del suddetto torrente svizzero e i giornalisti, chissà come, chissà perché, finisca per soprannominare l'investigatore proprio Reichenbach. Il titolo dell'episodio andrebbe quindi tradotto La caduta di Reichenbach, in quanto Sherlock cadrà in disgrazia con (quasi) tutti e farà anche un tuffo da una altezza considerevole, con un esito che sembrerebbe fatale.
Sir Arthur Conan Doyle aveva infatti scritto L'ultima avventura (The final problem) sperando di mettere una definitiva fine alle avventure di Holmes. Nel far questo gli aveva dato un fratello, Mycroft, e formidabile avversario, il Professor Moriarty, un vero genio del male che potesse tenergli testa, così potente da giustificare persino un sacrificio finale da parte del nostro eroe. Tutto inutile. Molti anni dopo Stephen King spiegò con Misery non deve morire quanto il pubblico possa affezionarsi al protagonista di una serie. Per fortuna di Conan Doyle in questo caso non si raggiunsero questi eccessi, ma in ogni caso la produzione di racconti riprese come se niente fosse successo su quelle fatali sponde.
Nel 2011 è uscito il secondo capitolo delle avventure holmesiane targate Guy Ritchie, che ricalcano proprio questa storia, la scommessa di Mark Gatiss e Steven Moffat (più Steve Thompson che ha effettivamente scritto questo episodio) è stata quella di spostare l'enfasi dal duello mortale tra Holmes (Benedict Cumberbatch) e Moriarty (Andrew Scott) alle motivazioni di questi due brutti soggetti. E da farci chiedere non tanto se Sherlock sia davvero morto o meno, ma come sia riuscito a creare l'illusione della sua morte.
Tra le sorprese dell'episodio abbiamo quella di sentire Holmes ammettere di avere ben tre amici, il buon dottor Watson (Martin Freeman), la stonatissima Mrs. Hudson (Una Stubbs), e anche l'ispettore Lestrade (Rupert Graves). E riuscirà persino a dire a Molly (Louise Brealey) che la ha sempre apprezzata per la sua affidabilità (anche se viene il dubbio che la stia semplicemente usando, come gli capita spesso di fare).
Non sorprende invece vederlo maltrattare un po' tutti quanti gli capitino a tiro, compresa Kitty (Katherine Parkinson), una giornalista non eccelsa che però non si sarebbe meritata un trattamento così rude.
Si impasticcia ancora di più la relazione tra fratelli, visto che Mycroft (Mark Gatiss) capirà di aver fatto un grave errore ma non avrà la forza di ammetterlo a Sherlock, e che questi, in difficoltà, non sarà capace di chiedergli aiuto.
La mia speranza è che, dopo la caduta, Reichenbach si possa rialzare acquistando una miglior consapevolezza di sé.
A proposito di Reichenbach. In questa versione l'azione non si sposta da Londra. Succede invece che Sherlock, subito all'inizio dell'episodio, riesca a recuperare un dipinto di Turner della serie che questi ha dedicato alle cascate del suddetto torrente svizzero e i giornalisti, chissà come, chissà perché, finisca per soprannominare l'investigatore proprio Reichenbach. Il titolo dell'episodio andrebbe quindi tradotto La caduta di Reichenbach, in quanto Sherlock cadrà in disgrazia con (quasi) tutti e farà anche un tuffo da una altezza considerevole, con un esito che sembrerebbe fatale.
Sherlock 2.2 - I mastini di Baskerville
Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) si annoia. Non trova casi che lo stimolino, e in queste condizioni, nonostante gli sforzi del dottor Watson (Martin Freeman) e della signora Hudson (Una Stubbs), quasi non riesce a resistere alla sua dipendenza da tabacco (anche se fa un accenno a qualcosa più forte del sette per cento, evidente citazione della soluzione al 7% di cocaina di cui faceva uso l'Holmes originale).
E' sul punto di scartare un ennesimo caso per scarsità di interesse quando il cliente definisce l'animale che lo tormenta "hound", ovvero cane da caccia (per noi, tradizionalmente, mastino). Un termine antiquato, raramente usato in questo modo ai nostri giorni, che colpisce l'animo investigativo del nostro, facendogli pensare che ci sia del marcio nel Devon.
L'indagine è simile a quella narrata da Conan Doyle ne Il mastino dei Baskerville, con una serie di varianti, anche significative. In particolare qui bisognerà fare i conti con una base militare in cui avvengono sperimentazioni un po' di tutti i tipi. Sherlock riuscirà a penetrarla prima fingendo di essere suo fratello Mycroft (Mark Gatiss, sua anche la sceneggiatura di questo episodio), e poi usando la sua influenza.
Watson contribuirà all'indagine con un paio di intuizioni, una delle quali si dimostrerà erronea e pure imbarazzante. Sherlock si mostrerà, come suo solito, incapace di tatto o sentimento. Anche se farà un tentativo (un po' vero, un po' falso) di comportarsi amichevolmente con Watson.
E' sul punto di scartare un ennesimo caso per scarsità di interesse quando il cliente definisce l'animale che lo tormenta "hound", ovvero cane da caccia (per noi, tradizionalmente, mastino). Un termine antiquato, raramente usato in questo modo ai nostri giorni, che colpisce l'animo investigativo del nostro, facendogli pensare che ci sia del marcio nel Devon.
L'indagine è simile a quella narrata da Conan Doyle ne Il mastino dei Baskerville, con una serie di varianti, anche significative. In particolare qui bisognerà fare i conti con una base militare in cui avvengono sperimentazioni un po' di tutti i tipi. Sherlock riuscirà a penetrarla prima fingendo di essere suo fratello Mycroft (Mark Gatiss, sua anche la sceneggiatura di questo episodio), e poi usando la sua influenza.
Watson contribuirà all'indagine con un paio di intuizioni, una delle quali si dimostrerà erronea e pure imbarazzante. Sherlock si mostrerà, come suo solito, incapace di tatto o sentimento. Anche se farà un tentativo (un po' vero, un po' falso) di comportarsi amichevolmente con Watson.
Sherlock 2.1 - Scandalo a Belgravia
Seconda stagione della versione BBC delle avventure di Sherlock Holmes riveduta e modernizzata da Steven Moffat e Mark Gatiss. La prima è finita con un cliffhanger in cui Moriarty (Andrew Scott) era sul punto di far uccidere sia Holmes (Benedict Cumberbatch) che il dottor Watson (Martin Freeman) e nel contempo Holmes minacciava di ammazzare tutti quanti sparando su dell'esplosivo.
Sapendo quanto ad entrambe le parti non faccia piacere arretrare dalle proprie posizioni, il botto finale non è che sarebbe una ipotesi remota. Per fortuna della narrazione, Moriarty è interrotto da una telefonata che gli offre un qualche diversivo che lui reputa sufficiente per lasciare il campo in un sostanziale pareggio.
Laciato da parte Moriarty, i due si dedicano ad una lunga serie di casi minori generati anche dalla curiosità che viene creata dal blog in cui il dottore racconta i casi risolti (e anche no) da Holmes. Finché Mycroft Holmes (Gatiss) preleva a forza i due e li costringe ad occuparsi di un caso di rilevanza nazionale. Irene Adler (Lara Pulver), donna di grande fascino che usa seduzione e sesso per i propri scopi, ha in suo possesso materiale compromettente che potrebbe danneggiare una persona vicina alla corona. Da cosa nasce cosa, l'impiccio diventa sempre più impiccioso, e si finisce per tirare in ballo anche il terrorismo internazionale e pure il solito Moriarty.
Il caso è evidentemente basato su Uno scandalo in Boemia di Conan Doyle, ma lì la Adler vinceva (e sbeffeggiava) Holmes, mentre qui a vincere è Holmes, anche se ai punti.
Bella la varietà dei toni utilizzati, c'è qualche siparietto comico e si arriva nel finale pure a provare una certa commozione per l'incapacità affettiva di Holmes, cosa che, conoscendo il carattere, non mi sarei mai aspettato succedesse.
Sul lato sentimentale c'è anche da notare la situazione del buon dottore, a cui evidentemente piacciono le donne ma che non riesce a stabilire una relazione duratura con nessuna a causa della tensione omosessuale (per quanto da entrambi negata) con il compagno di casa.
Sapendo quanto ad entrambe le parti non faccia piacere arretrare dalle proprie posizioni, il botto finale non è che sarebbe una ipotesi remota. Per fortuna della narrazione, Moriarty è interrotto da una telefonata che gli offre un qualche diversivo che lui reputa sufficiente per lasciare il campo in un sostanziale pareggio.
Laciato da parte Moriarty, i due si dedicano ad una lunga serie di casi minori generati anche dalla curiosità che viene creata dal blog in cui il dottore racconta i casi risolti (e anche no) da Holmes. Finché Mycroft Holmes (Gatiss) preleva a forza i due e li costringe ad occuparsi di un caso di rilevanza nazionale. Irene Adler (Lara Pulver), donna di grande fascino che usa seduzione e sesso per i propri scopi, ha in suo possesso materiale compromettente che potrebbe danneggiare una persona vicina alla corona. Da cosa nasce cosa, l'impiccio diventa sempre più impiccioso, e si finisce per tirare in ballo anche il terrorismo internazionale e pure il solito Moriarty.
Il caso è evidentemente basato su Uno scandalo in Boemia di Conan Doyle, ma lì la Adler vinceva (e sbeffeggiava) Holmes, mentre qui a vincere è Holmes, anche se ai punti.
Bella la varietà dei toni utilizzati, c'è qualche siparietto comico e si arriva nel finale pure a provare una certa commozione per l'incapacità affettiva di Holmes, cosa che, conoscendo il carattere, non mi sarei mai aspettato succedesse.
Sul lato sentimentale c'è anche da notare la situazione del buon dottore, a cui evidentemente piacciono le donne ma che non riesce a stabilire una relazione duratura con nessuna a causa della tensione omosessuale (per quanto da entrambi negata) con il compagno di casa.
Analisi di un delitto
Il buon cast che la produzione è riuscita ad assicurarsi per questo film scritto e diretto dal (giustamente) poco noto Rowdy Herrington non basta a risollevarlo da una mediocrità che direi figlia di una sceneggiatura migliorabile. L'impostazione è da trama hitchcockiana con il protagonista che si trova con sua grande sorpresa in un inghippo di cui non capisce bene il senso se non che deve scappare e trovare da se il bandolo della matassa, se non vuole fare una brutta fine.
Un avvocato amorale (Cuba Gooding Jr - non particolarmente ispirato) decide improvvisamente che ne ha abbastanza di difendere ricconi evidentemente colpevoli, a partire dal suo cliente del momento (Eric Stoltz) e comunica al mondo il suo cambiamento in modo così poco appropriato che gli viene revocata la licenza.
Non sapendo più che fare della sua vita, decide di portare turisti in mare a pescare e pensa di scrivere un libro, senza avere bene una idea di cosa potrebbe mettere su quelle pagine. Per sua fortuna (?) gli capita di portare in giro un vegliardo che un giorno gli confida di aver scritto una storia su un serial killer di avvocati, gli lascia il malloppo in lettura e schiatta.
Mettendo rapidamente a tacere i suoi dubbi morali, il nostro copia, praticamente parola per parola, il romanzo e, spacciandolo come suo, lo sottopone ad una casa editrice, capitanata da una affascinante tipetta (Ashley Laurence), che in quattro e quattr'otto lo fa diventare un best seller.
La cosa migliore del romanzo è il titolo, che è anche il titolo originale del film, A murder of crows, che si può tradurre come Un assassino di corvi o anche Uno stormo di corvi, visto che il romanzo racconta di un omicida che odia gli avvocati, visti come corvi, sottolineando l'aspetto di quanto, almeno secondo l'assassino, agiscano di comune accordo, come animali gregari.
Ma qui arriva l'inghippo. Il romanzo non è opera di fantasia, ma la narrazione documentaristica di una serie di omicidi. Il libro viene recapitato al poliziotto (Tom Berenger) che ha seguito il primo caso narrato, a cui nasce il sospetto che l'ex-avvocato sia o conosca l'assassino. Una serie di circostanze, evidentemente preparate dal vero colpevole, fanno sì che la posizione del protagonista diventi sempre più scomoda. Al punto che si dovrà improvvisare investigatore del suo stesso caso.
Le indagini avranno punto chiave nella figura di un mite insegnante universitario (Mark Pellegrino) tramite cui si arriverà a capire l'intreccio. Anche se la chiusura della vicenda viene sbrigata in pochi minuti trascurando la complessità del problema in cui il protagonista si è andato a ficcare.
Un avvocato amorale (Cuba Gooding Jr - non particolarmente ispirato) decide improvvisamente che ne ha abbastanza di difendere ricconi evidentemente colpevoli, a partire dal suo cliente del momento (Eric Stoltz) e comunica al mondo il suo cambiamento in modo così poco appropriato che gli viene revocata la licenza.
Non sapendo più che fare della sua vita, decide di portare turisti in mare a pescare e pensa di scrivere un libro, senza avere bene una idea di cosa potrebbe mettere su quelle pagine. Per sua fortuna (?) gli capita di portare in giro un vegliardo che un giorno gli confida di aver scritto una storia su un serial killer di avvocati, gli lascia il malloppo in lettura e schiatta.
Mettendo rapidamente a tacere i suoi dubbi morali, il nostro copia, praticamente parola per parola, il romanzo e, spacciandolo come suo, lo sottopone ad una casa editrice, capitanata da una affascinante tipetta (Ashley Laurence), che in quattro e quattr'otto lo fa diventare un best seller.
La cosa migliore del romanzo è il titolo, che è anche il titolo originale del film, A murder of crows, che si può tradurre come Un assassino di corvi o anche Uno stormo di corvi, visto che il romanzo racconta di un omicida che odia gli avvocati, visti come corvi, sottolineando l'aspetto di quanto, almeno secondo l'assassino, agiscano di comune accordo, come animali gregari.
Ma qui arriva l'inghippo. Il romanzo non è opera di fantasia, ma la narrazione documentaristica di una serie di omicidi. Il libro viene recapitato al poliziotto (Tom Berenger) che ha seguito il primo caso narrato, a cui nasce il sospetto che l'ex-avvocato sia o conosca l'assassino. Una serie di circostanze, evidentemente preparate dal vero colpevole, fanno sì che la posizione del protagonista diventi sempre più scomoda. Al punto che si dovrà improvvisare investigatore del suo stesso caso.
Le indagini avranno punto chiave nella figura di un mite insegnante universitario (Mark Pellegrino) tramite cui si arriverà a capire l'intreccio. Anche se la chiusura della vicenda viene sbrigata in pochi minuti trascurando la complessità del problema in cui il protagonista si è andato a ficcare.
Alex & Emma
Rob Reiner è un bravo regista. Ha firmato cose come Stand by me, Harry ti presento Sally, Misery non deve morire. E poi ha fatto cose meno egregie. Questo film cade nel secondo gruppo.
A Boston un romanziere (Luke Wilson, fratello di Owen e Andrew) ha avuto successo col primo lavoro ma ha una profonda crisi creativa che gli impedisce di scrivere altro. Nel frattempo ha accumulato un cospicuo debito (causa gioco d'azzardo) con un paio di delinquenti cubani. Se non salda in un mese gli succederà qualcosa di brutto, ma il suo editore (lo stesso Reiner) non è disposto a sganciare altri soldi se non vede qualcosa di pubblicabile.
Per riuscire a rispettare la scadenza, il nostro chiama (con l'inganno) una stenografa (Kate Hudson) che inizialmente non vorrebbe prendere il lavoro ma che poi si dimostra indispensabile nel guidare la vena creativa dell'autore.
Mentre il romanzo prende corpo (una specie di versione americana ai tempi di Gatsby de Il giocatore di Fedor Dostoevskij, che tra l'altro è stato scritto in una situazione simile a quella narrata dalla sceneggiatura, ma è molto peggiore) i due piccioncini vincono l'inziale incomunicabilità e finiscono, ovviamente, per innamorarsi. La situazione nel "reale" viene duplicata nel romanzesco, con conseguente doppia interpretazione dei personaggi. Con la variante che la Hudson finisce per cambiare svariate volte nazionalità (inzia come svedese, poi diventa tedesca, quindi ispanica, e infine wasp americana) a seconda dei mutamenti della trama. A fare da terzo vertice del triangolo amoroso concorre Sophie Marceau, nel ruolo di una (possibile) ereditiera francofona di cui il protagonista romanzato è innamorato (e, poi scopriremo, anche quello filmico).
Da notare come i "cattivi" siano tutti non-americani (francesi, cubani, etc) e cerchino, in un modo o nell'altro, di disturbare il romanzetto amoroso tra i protagonisti.
La struttura della storia principale (il romanziere che scopre l'amore con chi gli scrive la storia) ricorda molto la sceneggiatura di Insieme a Parigi, film non propriamente memorabile del '64 ma che ha come protagonisti William Holden e, soprattutto, Audrey Hepburn.
A Boston un romanziere (Luke Wilson, fratello di Owen e Andrew) ha avuto successo col primo lavoro ma ha una profonda crisi creativa che gli impedisce di scrivere altro. Nel frattempo ha accumulato un cospicuo debito (causa gioco d'azzardo) con un paio di delinquenti cubani. Se non salda in un mese gli succederà qualcosa di brutto, ma il suo editore (lo stesso Reiner) non è disposto a sganciare altri soldi se non vede qualcosa di pubblicabile.
Per riuscire a rispettare la scadenza, il nostro chiama (con l'inganno) una stenografa (Kate Hudson) che inizialmente non vorrebbe prendere il lavoro ma che poi si dimostra indispensabile nel guidare la vena creativa dell'autore.
Mentre il romanzo prende corpo (una specie di versione americana ai tempi di Gatsby de Il giocatore di Fedor Dostoevskij, che tra l'altro è stato scritto in una situazione simile a quella narrata dalla sceneggiatura, ma è molto peggiore) i due piccioncini vincono l'inziale incomunicabilità e finiscono, ovviamente, per innamorarsi. La situazione nel "reale" viene duplicata nel romanzesco, con conseguente doppia interpretazione dei personaggi. Con la variante che la Hudson finisce per cambiare svariate volte nazionalità (inzia come svedese, poi diventa tedesca, quindi ispanica, e infine wasp americana) a seconda dei mutamenti della trama. A fare da terzo vertice del triangolo amoroso concorre Sophie Marceau, nel ruolo di una (possibile) ereditiera francofona di cui il protagonista romanzato è innamorato (e, poi scopriremo, anche quello filmico).
Da notare come i "cattivi" siano tutti non-americani (francesi, cubani, etc) e cerchino, in un modo o nell'altro, di disturbare il romanzetto amoroso tra i protagonisti.
La struttura della storia principale (il romanziere che scopre l'amore con chi gli scrive la storia) ricorda molto la sceneggiatura di Insieme a Parigi, film non propriamente memorabile del '64 ma che ha come protagonisti William Holden e, soprattutto, Audrey Hepburn.
Sherlock 1.3 - Il grande gioco
Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) si confronta nuovamente con suo fratello Mycroft (Mark Gatiss), in quanto il secondo vorrebbe che lui indagasse sulla morte di un agente dei servizi segreti inglesi, e la relativa sparizione di una chiavetta USB che scotta. Per motivi di competizione familare, Sherlock rifiuta nonostante John Watson (Martin Freeman), da buon militare, inorridisca al vedere un suddito della Regina che non risponda al richiamo del governo di Sua Maestà.
Nel tira e molla sul risolvere o meno questo caso, si inserisce Jim Moriarty (Andrew Scott) che si prende gioco di Sherlock sottoponendogli in rapida sequenza una serie di casi che il nostro dovrà risolvere pena l'esplosione di un ostaggio.
I due, Holmes e Moriarty, si intendono alla perfezione essendo entrambi socio e psicopatici e giocano allegramente con la vita degli altri. Notevole l'interpretazione di Scott che dà a Moriarty un giusto livello di follia.
Nel tira e molla sul risolvere o meno questo caso, si inserisce Jim Moriarty (Andrew Scott) che si prende gioco di Sherlock sottoponendogli in rapida sequenza una serie di casi che il nostro dovrà risolvere pena l'esplosione di un ostaggio.
I due, Holmes e Moriarty, si intendono alla perfezione essendo entrambi socio e psicopatici e giocano allegramente con la vita degli altri. Notevole l'interpretazione di Scott che dà a Moriarty un giusto livello di follia.
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