Wonderwall

Un quarto di secolo più tardi Noel Gallagher prenderà ispirazione da questo film per scrivere l'omonima canzone degli Oasis, che verrà cantata da Liam diventando uno dei titoli più noti del gruppo. Ecco, questo penso sia il merito principale di questa pellicola. Credo che ad attirare Noel sia stata la colonna sonora, scritta da George Harrison. Non tra le migliori cose del Beatle, per dirla tutta.

La regia di Joe Massot è pesantemente influenzata dalle atmosfere proprie della swinging London di quegli anni, ci si ritrova un che di comune, ad esempio, con Blow-up di Michelangelo Antonioni, visione decisamente più consigliata. Fra l'altro i due film condividono anche la presenza di Jane Birkin, qui in un ruolo più centrale.

Si narra di Oscar (Jack MacGowran), uno scienziato molto stereotipizzato, distratto e asociale, che scopre di avere come vicina di casa l'affascinante Penny (la Birkin). Ci sono infatti un paio di buchi nel muro che separa i due appartamenti, da cui passano luci e suoni che lo attirano e lo trasformano in un guardone. L'impatto di Penny e della sua vita multicolore su Oscar è distruttivo. Smette di andare al lavoro, non ha più altri interessi che studiare la vita dei vicini (Penny convive con un fotografo) e fantasticare una relazione con lei.

Capita però che il fotografo molli Penny, e lei la prenda molto male, tentando il suicidio. Oscar si troverebbe nella condizione di fare qualcosa, ma la sua attitudine a comportarsi da osservatore distaccato ha il sopravvento. Contribuisce quindi a salvare Penny, ma mantenendo le distanze.

Finale criptico in cui Oscar torna al lavoro che sembra di nuovo dargli soddisfazioni, o forse è andato completamente fuori di testa e continua a vedere Penny ovunque.

Tutti per uno - A hard day's night

Il primo quarantacinque giri dei Beatles, Please please me, risale all'inizio del '63, e fu subito Beatlesmania. Un anno e mezzo dopo, una bizzarra concomitanza di cause portò all'uscita contemporanea del loro terzo album e primo film, entrambi titolati A hard day's night. Infatti da un lato c'era la distribuzione americana che pensava che la moda dei Beatles fosse destinata a svanire presto, e vedeva il film come un semplice escamotage per arrivare primi nella distribuzione del disco (trattandolo come colonna sonora di un loro film) rispetto alla locale consociata EMI che deteneva i diritti del disco ufficiale. Per i Beatles questo disco invece segna un passo in avanti nella definizione del loro stile, per la prima volta tutti i brani sono firmati esclusivamente da loro, e il film è una ghiotta occasione per mostrare il Beatles-pensiero, una esplosiva miscela di creatività, nonsenso e ipercinetismo finalizzata alla ribellione nei confronti dell'ingessata società del tempo che portò negli anni successivi al cambio paradigmatico della cultura occidentale.

Sono stati i Beatles stessi a scegliere sia il regista, Richard Lester, un americano che aveva scelto Londra per vivere e lavorare, e che era entrato nella cerchia di Peter Sellers, sia lo sceneggiatore, Alun Owen. Il limitatissimo budget ha anche implicato la scelta del bianco e nero, che del resto si sposa bene con le pretese documentaristiche della narrazione.

Si narra di come i Fab Four si rechino a Londra per esibirsi in uno show in diretta televisiva in cui suoneranno brani dal loro nuovo disco. Se Paul McCartney se la cava a buon mercato, grazie a barba e baffi finti che lo rendono irriconoscibile, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr, devono correre a perdifiato per evitare una torma di fan assatanate che li inseguono. Giunti nel loro scompartimento, scoprono la compagnia di un vecchiaccio dall'aria malefica (Wilfrid Brambell) che Paul accredita come suo nonno. Costui è un seminatore di zizzania che passerà il tempo a combinare guai e sedurre donne. Altri fatterelli minori renderanno dura la vita a Norm (Norman Rossington), il loro manager, e Dick (Victor Spinetti), regista televisivo.

Doctor Who 8.6: The caretaker

Come da titolo, in questo episodio il Dodicesimo Dottore (Peter Capaldi), dovendo indagare sul solito robot bellico fuori controllo che per sbaglio si è arenato nel nostro tempo sul nostro pianeta (uno Skovox Blitzer, per chi fosse interessato), si sostituisce al bidello della scuola di Clara (Jenna Coleman).

L'azione fantascientifica è tutto sommato secondaria. Si rischia un paio di volte l'annichilazione del pianeta, normale amministrazione nelle storie whoviane, e un poliziotto di passaggio viene polverizzato.

Il vero nucleo di questa storia sta nel fatto che il Dottore incontra finalmente l'uomo che Clara s'è scelta come partner, Danny Pink (Samuel Anderson). E nessuno dei due prende bene la cosa.

Il Dottore avrebbe voluto per Clara qualcuno che gli assomigliasse, come Adrian (altro collega di Clara, che ricorda l'Undicesimo Dottore), e non ha nessuna simpatia per i militari, al punto che non riesce nemmeno ad assorbire l'informazione che Danny sia un insegnante di matematica, e continua ad associarlo all'educazione fisica.

Danny, che pure riesce a non sbarellare alla scoperta che Clara abbia una vita ben più complicata di quanto si immaginasse, ha una istintiva antipatia per il Dottore, che incasella nella categoria dell'ufficiale di classe sociale elevata, uno di quelli che causa i problemi, e poi manda i soldati a risolverli, o a morire nel tentativo.

E in mezzo c'è Clara, che vuole bene ad entrambi, anche se in modo diverso. E non riesce a capire che entrambi agiscono in modo così infantile perché temono che l'altro non le voglia bene quanto lui.

Aumenta lo spazio a disposizione di Courtney Woods (Ellis George), studentessa ribelle (già vista di sfuggita in Deep breath) che genera il panico in tutto il corpo insegnante. Il suo carattere bizzoso sembra che ben si adatti a quello del Dottore, al punto che questi le permette di fare un giro nella TARDIS, accampando pure l'ipotesi che possa diventare la sua nuova companion (anche se sembra avere un problema di nausea spaziale).

In questo episodio il Dottore cita River Song, prima volta da quando è Dodicesimo. Lo fa nel raccontare che, in seguito ad un litigio con la moglie, una volta passò un mese in una comunità di otarie, senza che queste si accorgessero della sua alienità. Argomento utilizzato per dimostrare a Clara come egli possa benissimo mimetizzarsi tra gli umani senza problemi. Da cui si evince anche che il Dottore reputi le otarie molto più percettive di noi.

Appunto per mimetizzarsi, nell'assumere il ruolo di bidello il Dottore abbandona temporaneamente la sua mise abituale, rimpiazzata da un anonimo camice. Questo è il suo unico strumento mimetico, oltre all'uso del nome John Smith, come da sua inveterata abitudine. Per il resto parla e agisce come suo solito, il che fa pensare che davvero abbia una miglior opinione delle otarie rispetto agli umani.

Riappare la terra promessa, una sorta di paradiso, oltretomba, o chissà che. Missy (Michelle Gomez) sembra essere un pezzo grosso, che abbia tra le sue funzioni quella dell'accoglienza dei nuovi arrivati. Non può fare tutto da sola, e questa volta vediamo in azione Seb (Chris Addison), che sembra essere un suo subalterno.

Il capitale umano

La notizia del film proposto dall'Italia all'Academy per il premio al film non in inglese, mi ha fatto ricordare che mi sono perso al cinema l'ultimo film di Paolo Virzì (scritto in collaborazione coi soliti Francesco Bruni e Francesco Piccolo). Ho rimediato appena possibile con una visione casalinga.

Ottima regia, solida sceneggiatura (basata sul romanzo omonimo di Stephen Amidon, che è stato rivoluzionato per trasporre l'azione dal Connecticut, visto come periferia di New York, ad una anonimizzata Varese/Brianza periferia milanese, mantenendone però l'essenza), bella colonna sonora che segue bene l'azione (Carlo Virzì), piacevole la fotografia (Jérôme Alméras), esemplare il cast, magari con qualche incertezza in alcuni ruoli minori (in particolare il debuttante Guglielmo Pinelli, Massimiliano, non è che mi abbia fatto fare salti di gioia).

Riusciremo a strappare il secondo Oscar consecutivo? Ci spero. La reazione dei critici americani, per il momento, mi pare positiva. Il premio del Tribeca a Valeria Bruni Tedeschi (e non è nemmeno il primo per lei) potrebbe essere un buon auspicio. La curiosità di vedere come gli italiani abbiano adattato un romanzo americano, e la valanga di premi che il film di Virzì ha già conquistato, potrebbero alzare l'attenzione. Che è la cosa più importante, per come si assegnano le statuette.

Al centro della storia c'è un povero diavolo, cameriere a cottimo, che mentre sta tornando a casa in bicicletta a notte fonda viene travolto da un SUV. Nel finale scopriremo che non riesce a sopravvivere all'incidente, e la sua vita o, come dicono gli assicuratori, il capitale umano, verrà valutata circa duecentomila euro. Questo dramma viene sbrigato in pochi minuti, facendo da cornice alla parte centrale del racconto, che è in pratica la storia di due famiglie, i Bernaschi e gli Ossola, che si trovano in contatto a causa del filarino tra i rispettivi rampolli, Massimiliano (Pinelli) e Serena (Matilde Gioli).

Per esigenze di tempo (e già così il film dura quasi due ore, che però filano via benissimo) ci si focalizza su tre personaggi, ognuno dei quali viene seguito in un suo proprio "capitolo" del film. Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), Serena Ossola (Gioli). Seguendo la prospettiva di Dino e Carla abbiamo modo di vedere da diverse angolazioni il personaggio di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni) e, parallelamente, il giovane Bernaschi è reso dalla visione incrociata della madre Carla e di Serena.

Dino è un perdente che sta inseguendo da tutta la vita il sogno di diventare un vincente. Fatica sprecata. Ha già distrutto un precedente matrimonio, e mi pare molto probabile che manderà a catafascio anche la sua attuale convivenza, ed è un peccato, visto che Roberta (Valeria Golino) sarebbe una donna da tenersi stretta - e gli sta anche per dare un paio di gemelli. Ma a lui non importa nulla di lei e nemmeno di Serena, figlia della precedente unione, che vede semmai come utile aggancio per entrare nel mondo dei ricchi. Sarebbe un personaggio comico, se la sua rabbia (ben nascosta dietro a una facciata finto gioviale) e inutilità non lo rendesse squallido. E' così inutile che sparisce prima del finale, avendo forse ottenuto quello che cercava (soldi), lasciato da solo anche dalla sceneggiatura a scoprire di aver sprecato una vita intera.

Carla è ricca e depressa. Ha sposato Giovanni pensando che fosse il principe azzurro, scoprendo solo troppo tardi che lui aveva solo una passione, la finanza d'assalto, e che vedeva in lei solo un trofeo. Vive una vita inconsistente che mi ha ricordato quella della protagonista di Io sono l'amore, o anche peggio, visto che sembra sempre sull'orlo di dissolversi nell'aria. Non riesce nemmeno ad avere una qualche relazione con il figlio, che probabilmente ha ignorato per tutta la vita, e ha un solo soprassalto, in seguito al tradimento del marito. Giovanni tradisce la sua fiducia non con un altra donna (non ne sembra proprio il tipo) ma abbandonando il progetto di ristrutturare il teatro locale, che tanto stava a cuore a Carla (che ha un passato di attrice) per farne invece abitazioni di lusso. Lei lo ripaga con un ridicolo tradimento sessuale con un ancor più ridicolo insegnante di teatro (Luigi Lo Cascio). Basti dire che i due consumano guardando in dvd la Nostra signora dei turchi di Carmelo Bene. Nel finale sembra che sia sul punto di dare una scossa alla sua vita. Ma forse anche no.

Serena sta con Massimiliano, almeno questo è quello che pensano i genitori dei due giovinastri. In realtà lei si è resa conto che lui non fa per lei, ma non riesce a dare un taglio netto alla relazione. Ne inizia un'altra con un bello e dannato e, complice la giovane età di tutti gli implicati, viene fuori un pasticcio. Nonostante tutto sembra essere quella che esce meglio dalla storia.

Al centro della vicenda c'è dunque il denaro. Per lo sfortunato cameriere si tratta semplicemente della disumana quantificazione del valore della sua vita. Per altri (Dino, Giovanni) è lo scopo della loro esistenza. Carla lo ha forse visto come valore importante, ma ha scoperto amaramente di essersi sbagliata. A Serena sembra che non gliene importi nulla, e forse è questo l'unico modo per evitare i guai più grossi.

Godzilla

Non sono un fan del genere catastrofista, e dunque questo film non è stato pensato per me, ma occhio e croce mi pare che sia stato scritto per essere un buon prodotto medio di questa categoria.

Pur non apprezzando particolarmente storie di questo tipo, ogni tanto mi capita di vederne qualcuno, e ormai credo di averne identificato i tratti fondamentali.
Il tono con cui si narra il disastro è molto serioso, al massimo ci scappa solo una risata qua e là. Tra le eccezioni, Il dottor Stranamore, in cui la catastrofe atomica che si rischiava ai tempi della guerra fredda è satireggiata da Stanley Kubrick, e Piovono polpette, dove l'intero genere catastrofico viene parodiato e messo in ridicolo.
Muore un sacco di gente (anche se spesso i bambini vengono risparmiati). Come minimo una piccola comunità, magari creatasi casualmente come nel caso dei passeggeri di una nave (vedi Titanic), viene minacciata di estinzione, ma alla fine qualcuno (o a volte anche tutti o quasi, come nel caso della serie Airport e degli Aerei più pazzi del mondo che la prendono in giro) sopravvive. L'ovvia eccezione è Melancholia di Von Tier che in un eccesso depressivo arriva a distruggere l'intero pianeta non lasciando nemmeno un briciolo di speranza.
La causa può essere piccola come un virus, vedi World War Z o Contagion, o avere scala planetaria, come nel caso di 2012, dove è il riscaldamento del nucleo della Terra a generare sfracelli.

In questo Godzilla (affidato alla regia di Gareth Edwards) il disastro viene causato da dai bizzarri mostri che risalgono alla notte dei tempi, che vengono chiamati MUTO (Massive Unidentified Terrestrial Organism, Giganteschi Organismi Terrestri Non-identificati), nonostante uno di essi voli, e dal loro predatore, Godzilla. Però all'origine del loro riapparire c'è l'uso umano dell'energia atomica, vista come forza misteriosa capace, per l'appunto, di risvegliare mostri distruttivi. Sapendo che l'idea originale di Godzilla è giapponese, non bisogna essere dei geni per capire che si tratta di una rielaborazione del lutto conseguente alle stragi di Hiroshima e Nagasaki. Il motivo per cui continui ad avere successo credo sia da ricercarsi nella atavica paura per qualcosa che non possiamo vedere e, per molti, nemmeno ben capire.

La sceneggiatura (Max Borenstein su soggetto di David Callaham) affianca lo scontro tra i due MUTO e Godzilla alla storia della famiglia Brody, centrata in Ford (Aaron Taylor-Johnson). Costui da piccolo ha perso la madre (Juliette Binoche in una delle sue più brevi apparizioni sullo schermo) a causa di una misteriosa catastrofe nella centrale nucleare dove lei lavorava col marito. Il giovane Brody dà la colpa al padre (Bryan Cranston), e si fa una vita lontano da lui. Per esigenze di sceneggiatura entra nell'esercito e diventa esperto nel disinnescare bombe, si sposa con Elle (Elizabeth Olsen) e hanno un figlio. Questi ultimi due personaggi hanno l'unico senso nella storia di non dover morire. Anche perché Brody padre morirà tra le braccia di Brody figlio facendolo giurare di salvarli.

Una certa importanza nello sviluppo della trama umana è dato al dottor Ishiro Serizawa (Ken Watanabe) che sosterrà l'ipotesi di lasciar fare a Godzilla, visto come forza riequilibratrice dello scompenso generato dagli umani.

La narrazione della storia solleva un gran numero di perplessità (giganteschi animali che si nutrono di radiazione atomica? Godzilla predatore che uccide le prede ma non se le mangia?) ma il punto che ha causato maggiori discussioni nei fan della serie è stato quello relativo alla forma fisica del protagonista. Godzilla è apparso infatti decisamente sovrappeso rispetto allo standard.

Invictus - L'invincibile

Non possono mica sempre vincere tutti. In questo film, ad esempio, è lo spettatore che perde.

Credo che il problema principale stia nello strabismo della produzione che ha voluto fare un film su Nelson Mandela che avesse un certo appeal per gli Oscar (come dire, mostrasse un certo impegno nel sociale parlando di una causa degna di questo nome) e riuscisse pure a fare un incasso ragionevole. A volte il gioco riesce, altre volte, e questo è un caso, no. Anche perché l'idea è stata quella di trattare il personaggio Mandela (interpretato da Morgan Freeman, chi altri?) per mezzo del rugby, uno sport sconosciuto all'americano medio e direi pure al regista (nientemeno che Clint Eastwood). Per ravvivare il tutto, poi, si è dato un taglio giallo, dando rilevanza all'operato della sua scorta che (spoiler) in realtà non ha avuto praticamente niente da fare per tutte le due ore abbondanti del film.

La vicenda di Nelson Mandela vale ben più di una narrazione di questo tipo, anche perché la si è depotenziata per far della sua figura poco più di un santino. Si è tolto tutto quello che poteva dar fastidio, lasciando una storiella che, privata dei lati oscuri, contraddizioni, spiacevolezze varie, è diventata una sbobba dimenticabile.

La sceneggiatura è centrata sui primi anni della presidenza Mandela, si accenna rapidamente ad alcuni tra gli innumerevoli problemi che ha affrontato, e ci si focalizza sul rebus della pacificazione post apartheid, e in particolare sulla sua idea di usare il rugby, che in Sudafrica ai tempi era sport praticamente solo per bianchi, come veicolo di riconciliazione. E qui entra in gioco il personaggio di Francois Pienaar (Matt Damon), capitano della nazionale, che farà un po' da ambasciatore del Mandela-pensiero nell'ostico mondo dei rugbisti.

Vincendo le perplessità di tutti, Mandela manterrà i simboli degli Springboks (la nazionale sudafricana) ma facendo sì che rappresenti l'intera nazione. Punto cardine di questa strategia, il mondiale del 1995, che per l'appunto si tenne in Sudafrica. La rappresentativa locale, sfavorita dalla mancanza di esperienza internazionale (figlia di un lungo embargo nei confronti del precedente regime razzista), avrebbe dovuto far di tutto per vincere la coppa. Sorpresa delle sorprese, ci riuscirà.

Peccato che si finga che per ottenere il risultato sia bastato l'adamantino sforzo di mostrare che una nazione intera si possa riconoscere in un unico simbolo condiviso, dimenticando le divisioni del passato. Certo, c'è stato anche quello. Però forse si sarebbe dovuto accennare, almeno di sfuggita, a tanti altri fatterelli che hanno aiutato.

Ad alcuni la smagliante forma fisica degli Springboks, che anche nel film viene indicata come superiore a quella di tutte le altre squadre, aveva creato qualche perplessità, facendo avanzare l'ipotesi che si fossero usati metodi non limpidissimi per ottenerla. Praticamente impossibile scoprire adesso se fosse vero, però si sa che usare sostanze dopanti aumenta il rischio di malattie rare. Se rugbisti sudafricani del tempo venissero colpiti col passare dei decenni da malattie neurologiche in percentuale significativamente superiore alla media, avremmo un altro indizio che spingerebbe in quella direzione (spoiler, effettivamente sta succedendo).

Che gli arbitraggi non siano sempre all'altezza dell'evento non è certo una novità, ma l'annullamento (perlomeno dubbio) di una meta negli ultimi secondi di una semifinale non è cosa che capiti spessissimo.

Succede praticamente sempre anche che alcuni giocatori risentano del cambio di alimentazione e non rendano come al solito. Meno comune che ad essere colpiti a frotte da una improvvisa debolezza di stomaco siano gli avversari della squadra di casa proprio quando la incontrano in occasione della semifinale e finale.

Tutta la parte relativa alla scorta presidenziale, come accennavo sopra, serve praticamente solo a portar via tempo inutilmente. Da un lato rinforza il concetto della contrapposizione tra bianchi e neri che viene smussata (o addirittura eliminata!) grazie alla passione sportiva, dall'altro viene usata per veicolare l'idea di un possibile attentato a Mandela. Ad un certo punto appare pure un tizio che sembra un killer che stia scegliendo il posto adatto per sparare al presidente, ma poi non se ne fa nulla. Viene pure reinventata la scena in cui un jet di linea sorvola a bassissima quota lo stadio dove si sta per tenere la finale, facendo finta che si tratti di una azione estemporanea del pilota, in modo da farci temere che sia un attacco terroristico quando invece era, ovviamente, tutto preparato.

La regia non mi è sembrata particolarmente ispirata. Nota di demerito per le scene di gioco, girate in modo confuso, e in particolare per il rallenty negli ultimi secondi della partita contro la Nuova Zelanda, che vorrebbe mostrare la tensione sul campo ma, almeno a me, ha fatto pensare agli epici scontri tra l'ispettore Clouseau e il fido Cato, causando un effetto comico del tutto fuori luogo.

Doctor Who 8.5: Time heist

"Heist" vuol dire furto, e il sottogenere heist della cinematografia gialla racconta proprio di come una banda (a volte anche un singolo) compia un furto (o una serie di furti) che solitamente è considerato difficile o addirittura impossibile. Se lo stile narrativo include toni da commedia, spesso si usa il termine alternativo "caper".

Per noi, spettatori, questa storia è dunque un caper, visto che succedono (anche) cose piuttosto buffe. Ma il titolo riprende una battuta del Dodicesimo Dottore (Peter Capaldi) che, quando capisce il senso di quello che sta accadendo, spiega agli altri che si trovano in un "heist" che utilizza la (im)possibilità di viaggiare nel tempo.

Secondo me la sceneggiatura (di Steve Thompson e Steven Moffat) ha un difetto, la sua ricchezza. Sembra quasi che la regia (Douglas Mackinnon) corra disperatamente per cercare di far stare tutta quella roba in quarantacinque minuti. Se si fosse riusciti a strappare un'altro quarto d'ora al committente (la BBC, obviously) ci sarebbe stato modo di narrare con la dovuta calma gli accadimenti.

Che poi sono questi. Clara (Jenna Coleman) sta per uscire con Danny (Samuel Anderson). Il Dottore però risponde ad una misteriosa chiamata al telefono della TARDIS (sono in pochissimi nell'universo ad avere il numero) dicendo a Clara che dopotutto non può succedere nulla di male. Detto, fatto. Si ritrovano entrambi con in mano quel simpatico vermotto il cui contatto causa una amnesia in una stanza della più sicura banca dell'universo.

In compagnia di un umano modificato con innesti informatici (Jonathan Bailey) e di una mutante (Pippa Bennett-Warner) che ha l'utile ma spiacevole dono di trasformarsi in una copia perfetta di ogni individuo che tocca, si trovano a dover compiere un furto su commissione di un misterioso Architetto, senza sapere nemmeno cosa stiano cercando.

Già, perché tra i sistemi di sicurezza della banca, gestita da una ben poco gentile Ms Delphox (Keeley Hawes), c'è anche un essere che percepisce i piani malevoli dei clienti, e li segnala alla direzione. Meno si sa, meno si rischia di essere intercettati.

Alla fine della lunga corsa si troverà un altro impossibile loop logico che rimanda all'inzio della storia. A parte questo, tutto andrà per il meglio. Anche per Clara che verrà riportata nella sua time-line in tempo per l'appuntamento con Danny.