The conspirator

Una vicenda che, essendo storica, ha dell'incredibile. Una tipa che viene sottoposta a un processo militare farsa, si sa sin dall'inizio che verrà condannata, e che molto probabilmente la sentenza sarà capitale, per il motivo fondamentale che non si riesce a trovare il di lei figlio, "Dobbiamo condannare un Surratt, se non si trova il figlio, mi va bene la madre".

Dramma storico ambientato un secolo e mezzo fa, centrato sulla cospirazione che portò all'omicidio di Abramo Lincoln. Il punto del film è che in risposta a quell'attacco non fu giustizia ma una rapida vendetta, orchestrata dal ministro della difesa (Kevin Kline) che si trovò ad avere in mano il potere. La signora Surratt (ottima Robin Wright) viene arrestata come cospiratrice nonostante le scarse prove, e un paio di testimonianze che sembrano, come fa giustamente notare il suo avvocato difensore (James McAvoy), per lo meno poco attendibili.

Buona la regia di Robert Redford che resta in bilico tra il dramma storico filologico e la meditazione quasi filosofica sul diritto ad un equo processo per chiunque.

Notevole il cast che include anche Tom Wilkinson (senatore del sud a cui sarebbe originariamente assegnata la difesa, ma che la passa a McAvoy - eroe di guerra - per questioni di opportunità) e Evan Rachel Wood (altro elemento della famiglia Surratt).

Molti i film che mi sono venuti in mente durante la visione, Il buio oltre la siepe per la figura dell'avvocato che prende le difese di un accusato considerato indifendibile; Mio cugino Vincenzo per la teatralità del pubblico ministero; Il verdetto per la relazione conflittuale tra avvocato e assistito; e anche L'asso nella manica, per il coraggio del regista a trattare un tema decisamente impopolare.

L'asso nella manica

Mezzo secolo ma non lo dimostra. Prodotto, co-scritto e diretto, con una asciuttezza da manuale, da Billy Wilder, narra di Chuck, un giornalista (Kirk Douglas, in una delle sue molte eccellenti interpretazioni) di belle speranze ma scarsi risultati.

Se non fosse che i titoli di testa corrano su una musica dalle tonalità decisamente drammatiche, le prime scene farebbero pensare che si tratti di una commedia. Chuck fa il suo trionfale ingresso ad Albuquerque, New Mexico su un'auto guasta trainata dal carro attrezzi. Si fa scaricare al giornale di città, e racconta la sua storia al direttore. È un newyorkese che ha lavorato in tutte le principali metropoli dell'Est. Scacciato per il suo comportamento dissoluto, cerca l'occasione giusta per tornare in pista. Nella sede di quel giornale fanno bella mostra di sé copie di un quadretto all'uncinetto che avvertono "Dì la verità", ma non sembra che su di lui abbiano un gran effetto.

Purtroppo per Chuck, Albuquerque non è città che offre molte possibilità di farsi notare per un giornalista, e quello che nelle sue idee avrebbe dovuto essere una breve parentesi nella sua carriera si protrae per un anno intero. Finché un giorno si imbatte nel curioso caso di un disgraziato che, cercando argento nelle viscere di una montagna sacra agli indiani, dal nome evocativo di Sette Avvoltoi, finisce mezzo schiacciato da una trave. Sarebbe relativamente semplice tirarlo fuori, ma così non farebbe abbastanza notizia. E, anche se Chuck afferma di non far succedere cose, ma solo di scriverne, finisce per aggiustare la realtà in modo che si adatti a quelli che sono i suoi interessi.

Del resto vediamo che non è solo lui a preferire che le cose vadano per le lunghe. Alla moglie del povero diavolo (Jan Sterling) poco importa della salute del marito, e visto che hanno un piccolo ristorante con stazione di servizio, usa la tragedia per fare soldi sui curiosi che vengono a sbirciare. Lo sceriffo locale approfitta della vicenda per farsi pubblicità, in vista delle prossime elezioni. La stampa monta il caso e si costruisce una sorta di disneyland attorno alle operazioni di soccorso.

C'è qualche piccolo segnale di resistenza a questo squallore, ma è davvero poca roba. Solo nel finale Chuck si rende conto di aver sbagliato tutto nella sua vita, aver voluto correre ma senza chiedersi in che direzione stava andando (come gli fa notare il direttore del giornale locale). Non c'è un vero e proprio lieto fine, se non questa presa di coscienza.

The IT crowd - quarta serie

Pare si tratti dell'ultima stagione, anche se si rumoreggia a proposito di un mega episodio finale che dovrebbe uscire quest'anno (2012 - dunque in un certo senso la profezia terminatrice ci avrebbe azzeccato).

Struttura invariata, nessun cambiamento sostanziale rispetto al passato.

1 - Jen the Fredo. Jen, nonostante tutti gli dicano di non farlo, chiede di fare l'entertainment manager, ovvero quello strano personaggio aziendale che porta a spasso grossi clienti/fornitori aziendali. Per farla desistere le si ricorda che era quello che faceva Fredo ne Il padrino. Purtroppo le conoscenze cinematografiche di Jen non sono all'altezza della citazione. A dire il vero anche Moss confonde Fredo con Frodo (de Il signore degli anelli). Dunque ottiene il lavoro (vincendo la resistenza di Douglas che continua ad avere problemi per il suo sessismo) e si trova a dover badare a tre idiotoni.
Nel contempo Roy è in una profonda crisi, in seguito al termine di una relazione a lungo termine (almeno per i suoi standard). La cosa che più lo ha lasciato male è che lei se ne sia andata senza dirgli nemmeno addio.
A risolvere l'impiccio è Moss, che ha creato un gioco di ruolo e trascina nell'avventura i tre clienti, che ottengono così l'intrattenimento estremo che cercavano, e pure Roy, che supererà il suo trauma affettivo.

2 - The final countdown. Moss partecipa ad un gioco televisivo, tipo scarabeo, e vince strepitosamente facendo parole come Tnetennba. I campioni di questo gioco fanno parte di un club esclusivo (8+) che ha una serie di bonus - tra cui un gran numero di affascinanti grupie. Sfidato dal bullo locale, Moss dovrà batterlo in una specie di incrocio tra paroliamo e fight club. Roy viene scambiato da un suo ex compagno di scuola per un lavavetri, per tutta la puntata cerca di chiarire l'equivoco. Jen, viene esclusa dal meeting settimanale che odiava, e naturalmente ora fa di tutto per rientrarci.

3 - Something happened. Douglas diventa adepto di Spaceology, una di quelle religioni parascientifiche newage spillasoldi, diretta dal un santone che si fa chiamare Beth Gaga Shaggy. Jen si prende una cotta per un tasterista (piuttosto mostruoso) di una band. Roy ha un terribile mal di schiena, va da un bizzarro massaggiatore, che alla fine dell'opera lo bacia su una chiappa. Spaceology è nemica giurata dei massaggiatori, e supportano Roy fino a portare in tribunale il baciator cortese.

4 - Italian for beginners. Roy è in una nuova relazione, con una bella ragazza ma che ha un mistero nel suo passato, l'inesplicabile morte di entrambi i genitori in un incendio in un parco acquatico durante lo spettacolo dei leoni marini. Jen dice di conoscere l'italiano per impressionare Douglas, e si propone come interprete per un colloquio di affari con un genio della finanza italiano. Moss si mette in una situazione molto imbarazzante cercando di "vincere" un IPhone.

5 - Bad boys. Moss e Roy bigiano dal lavoro, con conseguenze disastrose. Si perdono un meeting a cui, in loro onore, era stato invitato George Lucas! Moss, eccitato dal rompere una regola, diventa ingestibile. Jen, in disperato bisogno dei colleghi assenti, chiama un supporto telefonico, ma risponde un tale dall'accento francese incomprensibile.

6 - Reynholm vs Reynholm. La moglie di Douglas, che si pensava fosse morta, è viva, torna, si rimette assieme al marito, che dopo due settimane non resiste e chiede il divorzio, lei chiede una somma spaventosa e si va davanti al giudice.

L'angelo sterminatore

In Midnight in Paris il protagonista, nostro contemporaneo che passa le notti nella Parigi degli anni 20, si toglie la soddisfazione di suggerire a Luis Buñuel di fare questo film suggerendogli in modo essenziale la trama: un gruppo di persone, dopo aver cenato a casa di uno di loro, non riescono più ad abbandonare la sala. Buñuel non capisce, sembra quasi oltraggiato da tale insensatezza. Chiaramente il vero Buñuel non avrebbe mai reagito in quel modo, ma nel contesto del film la scenetta è molto divertente.

Non vedevo questa pellicola da decenni, e ne avevo un ricordo piuttosto sbiadito. Al punto di non notare come la scena della cena in Hollywood party sia chiaramente debitrice della cena di questo film. Avevo invece miglior memoria di un altro capolavoro buñueliano, Il fascino discreto della borghesia, e ho invertito le dipendenze.

Buñuel ha una limpida impostazione postmoderna e quindi non se ne avrà a male se leggo il suo lavoro a mio modo. Io ci ho visto una critica al nostro modello economico, con un evidente accenno alla crisi corrente. La compagnia alto-borghese siamo noi, ricco occidente, che ci siamo scollati dalla realtà, diciamo e facciamo cose assurde. Non capiamo bene come, ma finiamo in una situazione che sembra disperata. Ma in modo ancor più inesplicabile ne usciamo. Impariamo qualcosa? Buñuel ne dubita.

Il punto debole di questa interpretazione è che il film risale a mezzo secolo fa. Ma per un surrealista del calibro di Buñuel, non mi pare questo sia un problema sostanziale.

Tra le bizzarrie del film ce n'è una, involontaria, che difficilmente può essere percepita dallo spettatore che non sia italiano e con qualche anno di troppo sulle spalle. Il periodo in cui il gruppo di protagonisti resta bloccato nella sala è delimitato nel tempo dalla duplice esecuzione dell'allegro dalla sesta sonata del Paradisi:

Nota ai più come "la musichetta dell'intervallo della RAI".

Il lungo addio

La colonna sonora consiste quasi di un solo brano con lo stesso titolo del film, The long goodbye, scritta da John Williams e Johnny Mercer (chi sia Williams credo la sappiano anche i sassi, a qualcuno potrebbe sfuggire Mercer ma dovrebbero bastare un titolo, Moon river, per chiarire la faccenda) e riarrangiata in una mezza dozzina di modi diversi. Spunta nei momenti più assurdi, accendi un autoradio e te la becchi, entri in un bar e un pianista la strimpella cercando di impararla, vai a trovare un gangster e lo becchi che la sta canticchiando, vai in Messico, passa un funerale e la banda accompagna la salma su quelle dolenti note. Sempre se ti chiami Philiph Marlowe, tutto questo.

A ben vedere, oltre a Mercer c'è un altro punto di contatto con Colazione da Tiffany, il gatto. Già, perché qui Marlowe, contrariamente alla iconografia ufficiale ha un gatto. E che gatto. Sveglia il suo procacciatore di cibo (chiamarlo padrone mi pare decisamente fuori luogo) alle tre del mattino, rifiuta di mangiare la strana miscela che gli viene proposta, costringe Marlowe ad uscire per comprargli cibo per gatti propriamente detto ma, nonostante i sotterfugi dell'astuto investigatore, subdora che gli si vuole gabellare una marca non corretta di scatoletta e dunque abbandona sdegnosamente l'appartamento.

E si potrebbe anche azzardare un parallelo tra Holly Golightly e questo Marlowe (Elliott Gould). Entrambi inseriti in un ambiente che pullula di personaggi a dir poco bizzarri, entrambi svagati, ma con una loro morale in un mondo in cui tutti sono disposti a calpestare tutto e tutti per ottenere il proprio scopo.

Un Marlowe così non s'era mai visto, è come se fosse stato trasportato di peso dagli anni cinquanta del soggetto originale (un romanzo di Raymond Chandler, naturalmente) negli anni 70 del film, e questo salto temporale lo avesse come ingentilito, ma lasciandogli la sua essenza originale. Unico rimasto a fumare come nei noir del suo tempo, quasi in tutte le scene si accende una sigaretta, spesso sfregando la sigaretta su superfici incongrue. Merito di Robert Altman, che ha modificato in più parti la sceneggiatura (Leigh Brackett) per rendere il suo Marlowe spiazzante.

Lavoro che ha coinvolto anche i personaggi al contorno, ad esempio abbiamo un boss della mala (Mark Rydell, più noto come regista), che per minacciare Marlowe spacca la faccia alla sua amante - se faccio così a lei, che amo teneramente, figurati cosa potrei fare a te, che manco mi stai simpatico, è il suo ragionamento.

Come sta nei canoni del genere, la storia è assurdamente complicata e piena di lati oscuri, ma non è questo il punto. Un omicidio, o forse più, soldi che viaggiano tra gli USA e il Messico, o forse fanno solo poche miglia, mariti e mogli infedeli, ma forse anche no.

Fa' la cosa sbagliata

Ma che razza di titolo è Fa' la cosa sbagliata? Evidente citazione di Fa' la cosa giusta di Spike Lee con cui non c'entra praticamente nulla. D'accordo che il titolo originale, The wackness, è praticamente intraducibile, ma è così impensabile mantenere l'originale? Per il curioso non incline all'anglicismo: Wack è un termine gergale solitamente dal significato poco lusinghiero. Wackness potrebbe voler dire Essere mediocri. In effetti non sembra un titolo pensato per attirare le masse.

Si tratta di una sorta di bizzarro buddy movie, ambientato a New York nella metà degli anni '90, che narra le vicende di un ragazzetto (Josh Peck) che si sta facendo un gruzzolo spacciando erba, con l'idea di finanziarsi l'università, e uno psichiatra anzianotto (Ben Kingsley) che non disdegna l'assunzione delle più diverse sostanze. Apparentemente molto diversi, i due sono in realtà molto simili, a partire dai deludenti risultati della loro vita sentimentale. Il giovane si piglierà una cotta per la figlia adottiva (Olivia Thirlby) dello strizza, così i due potranno ottenere il bel risultato di venir scaricati quasi contemporaneamente da madre e figlia, rispettivamente.

Scritto e diretto da Jonathan Levine, mi pare debole soprattutto nella parte della costruzione dei personaggi, che risulta lenta e ben poco coinvolgente. E' un peccato perché l'ultima mezz'oretta è decisamente piacevole. Kingsley inaspettato in un ruolo da fricchettone regge ottimamente la parte. Peck soccombe nel confronto.

The believer

Produzione americana a basso costo e alta tensione morale. La storia (scritta e diretta da Henry Bean) sembra assurda, infatti è basata su fatti reali. Un ebreo newyorkese diventa neo nazista, infiamma gli ambienti dell'estrema destra antisemita, finché un reportage sul New York Times espone il suo paradosso.

In pratica tutto il film si regge su Ryan Gosling, ottimo protagonista, che è ben supportato da un cast tra cui spicca Theresa Russell nel ruolo dell'anima nera di un gruppuscolo fascisteggiante.

Simile ad American history X ma diverso in quanto il travaglio del protagonista è tutto interiore. Non c'è una vera contrapposizione tra lui e una società distratta, ma piuttosto una lotta tra due diverse anime nella stessa persona.

I flash back che mostrano il ragazzetto a scuola di religione, ricordano in modo preoccupante le versioni di Woody Allen sullo stesso tema, mi aspettavo da un momento all'altro qualche battuta fulminante. Ma non è un film in cui si rida.

Direzione a tratti incerta, sceneggiatura che pare voglia fare domande più che offrire risposte.