I pupazzi ballerini

Come seconda avventura da portare sullo schermo, quelli di Granada hanno scelto The adventure of the dancing men, che solitamente in italiano viene tradotta come L'avventura degli omini danzanti. Il titolo che ha scelto la distribuzione italiana fa più pensare a Dylan Dog (Giuda ballerino!) che al consulting detective di Conan Doyle, ma la realizzazione continua ad essere molto fedele alla lettera.

Curioso che si sia scelta ancora una storia in cui Sherlock Holmes (Jeremy Brett) non stravince. Se nella prima puntata pareggiava, qui ottiene una vittoria ai punti, facendo sì arrestare Abe, il cattivo di turno, ma arrivando molto vicino a perdere i suoi clienti. Considerando che Gli uomini danzanti non fanno parte della prima raccolta che dà anche il titolo all'intera stagione bensì de Il ritorno di Sherlock Holmes, vien da pensare che si sia intenzionalmente mostrato subito come Holmes, nonostante la sua genialità, non sia imbattibile.

Questa volta a portarlo sull'orlo del disastro è la sua tendenza ad agire solo quando è certo della soluzione. E qui, dovendo aspettare una risposta dalla polizia di Chicago per accertarsi dell'identità di Abe, perde tempo prezioso.

La coppia Holmes - Watson (David Burke) funziona a meraviglia. Il punto debole è semmai la regia, televisiva e molto anni ottanta, ma è già tutto dichiarato dalla produzione.

Birdman o (L'imprevedibile virtù dell'ignoranza)

Riggan (Michael Keaton), dopo aver raggiunto la fama nell'interpretare Birdman (*), è caduto nell'anonimato. Vent'anni dopo ha una idea geniale (?), affitta un teatro a Brodway (**), rielabora Di cosa parliamo quando parliamo d'amore (***), ne cura produzione (°), regia, e si prende pure la parte principale.

Nel fare ciò rischia il disastro economico, artistico, relazionale e mentale. Secondo la narrazione di Inarritu (°°), che segue (prevalentemente?) la soggettiva di Riggan, il protagonista riesce a salvare la baracca sotto tutti gli aspetti. Ma visto che il finale è palesemente frutto di una sua allucinazione, ci dovrebbe perlomeno sorgere il dubbio che sia avvenuta invece una completa catastrofe.

D'altronde, chi conosca quell'allegrone di Inarritu, sa bene della sua tendenza alla tragedia. Genere in cui i messicani sono maestri, tra l'altro. L'impressione che ho avuto è che il regista abbia voluto nascondere il dramma dietro una patina leggera. Probabilmente per far felici i suoi produttori e magari anche per garantirsi la possibilità di fare altri film con un budget significativo.

Per cui immagino che abbia accolto la candidatura e i successivi premi ai Golden Globe nella categoria "comedy or musical" con lo spirito di chi abbia fatto uno scherzo andato a buon fine. Anche se, per dirla tutta, è troppo facile prendere in giro quelli del Golden Globe in materia di cinema.

Qualcosa di molto comico nel film c'è. Ad esempio il fatto che tra il pubblico c'era gente che si aspettava un film di un supereroe fumettoso, e si è trovato a doversi sorbire due ore di delirio del passato interprete finzionale di un tale carattere. Per costoro c'è il contentino di una breve sequenza in cui Birdman prende il sopravvento su Riggan e distrugge un po' di New York in una lotta con un mostro apparentemente extraterrestre che avrebbe fatto felice Michael Bay.

Molti i riferimenti al cinema e al mondo che gli gira attorno, alcuni centrati, altri che sembrano messi apposta per confondere le acque. Il riferimento ad Altman mi pare stia nel secondo gruppo. E se proprio lo si vuole citare, penserei più a Il dottor T & le donne che ad altri titoli, facendo leva sul pessimismo nei confronti dei caratteri maschili che, pur sembrando al centro dell'azione, girano a vuoto. Il film di Altman lascia un barlume di speranza, qui non ce n'è. Gli uomini sono di una vacuità impressionante, sono le donne a reggere il gioco nella vita reale.

Sappiamo che Riggan è fuso già dalla prima scena, in cui lo vediamo meditare in levitazione, e nel resto del film la sua tendenza al delirio non fa che aumentare. Il secondo ruolo maschile, sia nel film sia nella piece teatrale, va a Mike (Edward Norton) che ammette senza problemi di sentirsi vero solo sul palcoscenico.

Sam (Emma Stone), figlia di Riggan, che teoricamente sarebbe il personaggio più debole della storia, avendo una dipendenza da droghe e lavorando come assistente del padre, mostra di saper tenere il gioco in mano. Come hobby si siede sul balcone, senza avere nessuna intenzione di buttarsi, per avere una scossa adrenalinica. Se decide di fare sesso con qualcuno, lo fa, anche se lui non ne aveva nessuna voglia e intenzione.

Anche gli scambi tra Riggan e la ex moglie (Amy Ryan) mostrano quanto il primo veda solo i lustrini ma gli sfugga la realtà.

C'è pure una scena lesbo tra Lesley (Naomi Watts), sul punto di rompere con Mike in quanto stremata dalla sua inconsistenza fuori dal palco e per il suo iperrealismo nella finzione, e Laura (Andrea Riseborough), anche lei sul punto di rompere con Riggan fondamentalmente per gli stessi motivi, che mostra quanto poco siano essenziali i loro ex anche quando si parla di sesso.

Non credo sia un caso che anche il critico teatrale da cui tutti si aspettano il verdetto definitivo sulla piece, Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), sia una donna, che abbia ben chiaro il senso dell'operazione, e che ne sia disgustata.

Tecnicamente ho trovato il film troppo forzato. E' vero che i lunghi piani sequenza che sembrano non aver mai fine sono funzionali a mostrarci lo stato mentale di Riggan, che si sente evidentemente ingabbiato in una struttura da cui non riesce ad uscire, rappresentata anche dal teatro e dai suoi meandri. Però forse non era necessario spingersi così in avanti, con il rischio di scatenare nello spettatore il gusto per la caccia al cambio di sequenza. Stesso discorso per la colonna sonora, che consiste in larga parte di improvvisazioni per batteria jazz opportunamente discordante, e che ci dovrebbe avvicinare al tumulto interiore di Riggan. Che però potrebbe causare un sovraccarico sensoriale con associata perdita di significati più interessanti. Ma magari era proprio quello che voleva Inarritu.

Simpatica l'idea di creare ulteriore confusione nello spettatore chiamando nel cast attori con un legame reale o interpretativo nella vicenda. Vedi la connessione a Fight club via Edward Norton, per la faccenda della lotta interiore del protagonista, e per un parallelo sul modo in cui risolverla, o quella con Paper man via Emma Stone per il rapporto che il protagonista ha con il supereroico amico invisibile.

(*) un supereroe variopinto ma tenebroso alla Batman.
(**) e mica off-off, praticamente in Times Square.
(***) il racconto che dà il titolo alla raccolta di Raymond Carver da cui ha attinto Robert Altman per il suo Short cuts, da noi noto come America oggi.
(°) tramite Jake (Zach Galifianakis) che sembra essere il suo unico amico, per quanto sembri interessato ai soli aspetti economici e legali di quello che accade.
(°°) Alejandro González Iñárritu, per essere precisi.

Scandalo in Boemia

Primo episodio della prima stagione, che ha il titolo complessivo di Le avventure di Sherlock Holmes, sul consulting detective per la rete televisiva privata inglese Granada. E in effetti A scandal in Bohemia è il primo racconto della raccolta The adventures of Sherlock Holmes. Uno studio in rosso e Il segno dei quattro ne sono restati fuori, perché non pubblicati sullo Strand Magazine come gli altri.

Si segue quasi alla lettera il racconto di Sir Arthur Conan Doyle, con il prossimo re di Boemia che chiede a Holmes (Jeremy Brett) di recuperare la foto che lo ritrae con la avventuriera Irene Adler (Gayle Hunnicutt) e che questa gli nega. Un paio di travestimenti e qualche azzardo sembrano bastare per ottenere lo scopo, ma la Adler si rivela un osso duro e, se non una sconfitta, direi che il match si può considerare un pareggio.

La differenza più grossa che ho notato è che il dottor Watson (David Burke) risulta ancora scapolo, mentre credo che nel racconto risultasse già ammogliato. Inoltre, nel finale si vede la Adler distruggere la foto, e anche questa credo sia una aggiunta dello sceneggiatore.

Big hero 6

La Disney, a furia di comprare tutto quello che trova, è entrata in possesso pure della Marvel. Questo film è basato sul prologo della omonima serie a fumetti, opportunamente adattata allo scopo di farlo diventare un classico Disney.

Pur essendo un fumetto americano, l'ambientazione era giapponese, nel film la si è portata in una futuristica San Francisco che si è, chissà come e chissà perché, fusa con Tokio, dando vita ad una San Fransokyo che eccheggia lontanamente la memoria di Blade runner, ma senza la pioggia, più utopica che distopica, più da uomo ragno che replicanti.

Tra i personaggi a far da mattatore è Baymax, un robot coccoloso inventato dal fratello maggiore del protagonista per far da crocerossino, e che quel giovane teppista Hiro, suo fratello minore, converte quasi militarmente insegnandogli pure discipline di combattimento orientali (un po' alla Matrix).

Ad una prima parte molto divertente, coinvolgente e per molti versi pure sorprendente, segue una seconda parte più tradizionale e, a tratti, pure deludente. Almeno per me, che a sentir dire che il gruppettino di amici di Hiro deve essere da lui stesso "upgradato" ad una loro versione supereroica, mi si sono rizzati i capelli. Avrei preferito che avessero affrontato la loro avventura così come erano. Ma d'altronde si sarebbe perso l'aggancio con il fumetto e, soprattutto, il merchandising ne avrebbe risentito.

Curiosa la difesa di Alistair Krei, l'imprenditore senza scrupoli che usa la ricerca per i propri fini economici. Negli ultimi anni si era assistito ad una loro caratterizzazione decisamente più negativa. Vedasi ad esempio Piovono polpette 2. Forse i tempi stanno nuovamente cambiando.

Interessante invece che si rinunci alla logica in bianco e nero dei vecchi film disneyani, arrivando perfino a non uccidere il supercattivo, che verrà solo mandato in galera a meditare sulle sue malefatte.

Il Golem - Come venne al mondo

Paul Wegener aveva già provato a portare sullo schermo la leggenda del Golem nel 1915. La aveva conosciuta pochi anni prima quando, girando il suo primo film, Lo studente di Praga, si era per l'appunto recato in quella città ed era entrato in contatto con l'atmosfera del locale ghetto ebraico. La produzione chiese qualche piccola modifica, come ad esempio spostare l'azione quattro secoli più avanti, pensando che una storia contemporanea sarebbe risultata più accettabile per gli spettatori. Il risultato fu strabiliante, con il mostruoso omone di argilla, interpretato dallo stesso Wegener, che divenne parte dell'immaginario collettivo mondiale.

Forte di questo risultato, Wegener riuscì a imporre la sua idea e realizzò quello che sembra essere stato il primo sequel della storia del cinema. O meglio prequel, visto che, come dice il titolo, si torna al sedicesimo secolo e si racconta la nascita del Golem.

La storia narrata è molto ricca, seguendo svariate trame che si sovrappongono e alimentano a vicenda. Al centro c'è la vita nel ghetto di Praga, con i suoi abitanti sempre a rischio di attacchi. Il Golem viene creato per mostrare all'imperatore l'inventività della comunità. Una volta raggiunto lo scopo dovrebbe essere distrutto. Anche perché, essendo legato ad una pratica di magia nera, si sa che non potrà essere controllabile a lungo.

Capita però che Miriam (Lyda Salmonova), figlia del creatore del Golem, si invaghisca di un cavaliere dell'imperatore e questo scateni le ire dello sciocco aiutante di famiglia (Ernst Deutsch, nientemeno), che finirà per scatenare il Golem.

Considerato tra i pezzi più pregiati dell'espressionismo tedesco, ha probabilmente influenzato Metropolis di Fritz Lang, certamente il Frankenstein di James Whale, quello dove il mostro è interpretato da Boris Karloff, e tutto il seguente dibattito sull'intelligenza artificiale.

Nel cast si vede per un attimo anche Greta Schröder, è lei che dà un fiore al Golem, forse creando in lui una tensione interiore che lo porterà più avanti a sbroccare.

Il quarto uomo

Quentin Tarantino ha detto che l'ispirazione per la sua opera prima, Resevoir dogs (per noi Le iene), gli è venuta da Rapina a mano armata (in originale The killing) di Stanley Kubrick. A molti però sembra di vedere più punti di contatto con questo Kansas City confidential diretto da Phil Karlson quattro anni prima. Sia come sia, se si è interessanti al genere, vale la pena di vederli tutti e tre, anche se questo è il più debole del lotto.

La storia viene raccontata seguendo prevalentemente il punto di vista di Joe (John Payne), ma si inizia seguendo la versione di Tim (Preston Foster), e i due filoni verranno uniti solo nel finale.

Joe sembra quasi un eroe hitchcockiano, fiondato suo malgrado in una storia più grande di lui, con l'avvertenza che siamo in un noir, e che dunque l'impiccio riguarda una rapina in banca e la successiva caccia all'uomo. Joe è un povero disgraziato che guida il furgone di un fiorista, i rapinatori gli clonano il veicolo e lasciano che la polizia insegua la macchina sbagliata, così da guadagnare il tempo per la fuga.

Quello che non sapevano è che Joe aveva la fedina penale sporca, e che aveva quel lavoro come parte del suo essere in libertà vigilata. Di conseguenza la polizia non va per niente leggera con lui. In pratica lo riempono di botte per alcuni giorni nel tentativo di farlo cantare. Alla fine non possono fare altro che rilasciarlo, ma senza scagionarlo pubblicamente, il che rende Joe una specie di paria.

Usando i suoi agganci nella malavita locale, Joe trova una flebile traccia, che lo porta in Messico, dove cercherà i veri delinquenti, con lo scopo di consegnarli alla legge o di farsi dare una parte del bottino.

Tim è un poliziotto messo a riposo per qualche pasticcio che ha combinato. Da come agisce viene il sospetto che abbiano fatto bene a sbatterlo fuori, ma secondo lui è stato vittima di oscure manovre politiche. Inscena dunque la rapina come modo per mostrare al mondo come lui sia un ottimo investigatore. Mette insieme una banda di brutti ceffi, Neville Brand, Jack Elam, e Lee Van Cleef, senza che loro lo vedano mai in faccia, studia alla perfezione un piano e, dopo qualche tempo, chiama tutti quanti nel resort messicano dove lui va abitualmente in vacanza per dividere il bottino, mentre in realtà li vuole consegnare alle autorità.

A sparigliare le sue carte c'è Helen (Coleen Gray), sua figlia, che, guarda un po', lo viene a trovare in vacanza proprio nel bel mezzo dell'azione e, se questo non bastasse, si innamora di Joe.

Il risultato complessivo dell'opera è discontinuo. Ci sono scene e situazioni ben riuscite, ma anche lungaggini che si sarebbero potute asciugare. Il finale che combina noir a dramma romantico mi ha lasciato molto perplesso.

Schiavo della furia

A prima vista sembra un classico B movie noir americano degli anni quaranta, ma con un buon numero di elementi inattesi che lo rendono molto particolare. Non riesco a vedere alcun senso nel titolo italiano. Quello originale, Raw deal, è molto più in linea con la tradizione pulp del genere. Il titolo inizialmente associato al lavoro, Corkscrew Alley, rende maggiormente il senso della storia, con i suoi avvitamenti e circonvoluzioni.

Gran lavoro di coppia tra il regista (Anthony Mann) e direttore della fotografia (John Alton) che, nonostante il budget molto limitato, hanno sperimentato, almeno a tratti, soluzioni piacevoli e sorprendenti. Si veda ad esempio la scena nel finale dove il rovello interiore di un personaggio è reso visivamente con l'immagine di un orologio su cui si fonde quella dell'attrice stessa. Intrigante anche il supporto di un theremin nella colonna sonora, sempre a sottolineare i momenti di angoscia dello stesso personaggio.

In teoria il protagonista della storia è Joe (Dennis O'Keefe), finito in galera per coprire il suo capo, dal quale si aspetta una ricca ricompensa quando uscirà. Però gran parte del racconto segue la prospettiva di Pat (Claire Trevor), sua donna e sodale, unico personaggio che ha la facoltà di farci sentire i suoi pensieri con il voice over.

Joe è combattuto. Da una parte c'è Pat, che rappresenta la continuità della sua vita di delinquente, dall'altra c'è Ann (Marsha Hunt), una assistente sociale che sta cercando di guidarlo verso il ravvedimento.

A complicare le cose arriva il suo capo, Rick (Raymond Burr), una brutta persona. Un coacervo di meschinità e violenza, con una preoccupante tendenza alla pirofilia. Per risparmiare sul generoso premio promesso a Joe per i suoi servigi, organizza la sua evasione, contando sul fatto che venga ucciso nell'atto, o almeno riacchiappato e premiato con una sostanziosa estensione della pena.

Abbiamo dunque almeno tre storie da seguire. Pat innamorata di Joe, nonostante sappia di non essere ricambiata, che si rende conto di quanto lui si stia innamorando di Ann, e si troverà a scegliere tra essere un ripiego o lasciare che lui se ne vada.
Joe, a sua volta, si trova ad essere al centro di una azione che non capisce, vorrebbe continuare sulla sua strada di criminale ma l'incontro con Ann lo ha messo di fronte alla sua natura duplice, e inizia a pensare che sia possibile ricominciare da capo.
Rick vorrebbe essere uno spietato capo banda, ma non ne ha le capacità. I suoi stessi accoliti si prendono gioco di lui, anche se poi sono disposti a farsi ammazzare per seguire i suoi ordini, e a lui non resta che giocare col fuoco per rassicurarsi del suo inesistente potere.

Curioso il rimescolamento dei ruoli dal punto di vista del sesso. Joe, nelle regole del genere, dovrebbe essere un uomo tutto di un pezzo. Invece è dilaniato da una crisi interiore. Si sollazza (*) con le due donne della storia ma senza cavarne gran piacere.
Pat, pur essendo fisicamente molto femminile, caratterialmente e nel nome sembra più un uomo. Anche Joe la tratta più come la sua spalla criminale che come la sua donna. Sarebbe molto facile riscrivere le sceneggiatura per far diventare i due una variante di Otello e Iago.
Rick sembra sdegnare le relazioni sessuali. In una scena centrale rifugge le avances di una avvenente biondona per proseguire una fallimentare partita a poker, finendo addirittura per gettare un piatto fiammeggiante sulla poveretta.

Da notare quanto il fuoco sia importante nella storia. In particolare per Rick, che lo usa come mezzo per imporre il suo ruolo di capobanda, ma anche per Joe, del quale ci viene detto di sfuggita che, quando era ancora un ragazzino, s'era comportato in modo eroico durante un incendio. C'è anche una scena chiave in cui il terzetto in fuga (Joe, Pat, Ann) rischia di essere intercettato a causa di un fuoco acceso in un bosco.

(*) Per quanto sia possibile in un film di quel periodo. Il mefitico codice Hays era in vigore dal 1934.