Noto in Italia con due titoli, Fiori di fuoco e Fuochi d'artificio. Scritto, diretto, montato e interpretato da Takeshi Kitano, che ha pure realizzato gli inquietanti dipinti che punteggiano l'azione.
Altro elemento importante nel film è Joe Hisaishi, che ha curato la colonna sonora che mi ha fatto pensare allo studio Ghibli. E infatti, grazie a imdb, vedo che la sua collaborazione con Hayao Miyazaki è cosa che dura nel tempo, lo troviamo, tra gli altri, già ne Il castello nel cielo, come anche ne Il mio vicino Totoro, e il più recente Ponyo sulla scogliera.
Poco è lasciato ai personaggi, il cui approfondimento caratteriale è lasciato per esercizio allo spettatore, e la storia è riassumibile in poche parole. Grande spazio è lasciato invece all'impressione che è generata da immagini e suoni.
Faccia dunque attenzione chi pensasse di avere a che fare con un classico film d'azione giapponese. Vero che il protagonista è un (ex) poliziotto, che ha un legame non ben chiarito con la yakuza, vero pure che ci sono scene di violenza, ma l'azione è rarefatta, e anche il montaggio tende più a rendere criptico lo svolgimento dei fatti che adrenalinico.
I fiumi di porpora
A Jean-Christophe Grangé, che ha scritto il romanzo e ne ha curato la trasposizione cinematografica assieme a Mathieu Kassovitz (anche regista), va riconosciuto il credito di una storia che, seppur navigando nelle acque tranquille del genere, non scade nella banalità. Ma gli va pure imputato un finale poco soddisfacente. C'è da dire anche che l'origine letteraria delle sceneggiatura è visibile nei dettagli poco spiegati, quasi un rimando a leggersi il libro per capire quello che sta accadendo. Ci si può comunque godere un'ora abbondante di azione, intrighi, indagini, qualche truculenza, inseguimenti, spari, scazzottate, scenette romantiche e comiche, per poi rassegnarsi alla chiusa sottotono.
Un superpoliziotto parigino (Jean Reno) viene spedito in Savoia per indagare su di un macabro omicidio. Le circostanze sono talmente bizzarre da far pensare ad un pazzo scatenato, ma rapidamente l'intreccio si infittisce, facendo puntare gli indizi verso la locale università, che sembra essere una sorta di esercizio di stile elitario in salsa paranazista. In parallelo seguiamo l'indagine di un altro poliziotto (Vincent Cassel) dai metodi poco ortodossi. Nel paesino in cui è stato assegnato succede finalmente qualcosa: una tomba danneggiata, e una irruzione notturna in una scuola elementare. Poca roba, sembrerebbe. Ma, seguendo il suo istinto, scopre che c'è dietro qualcosa di più, al punto che le indagini dei due si intrecciano e finiscono per diventare una sola.
La coppia Reno-Cassel funziona, Kassovitz fa vedere di saperci fare, l'ambientazione alpina è usata a dovere, e anche la colonna sonora fa la sua parte. Particina per Dominique Sanda.
Un superpoliziotto parigino (Jean Reno) viene spedito in Savoia per indagare su di un macabro omicidio. Le circostanze sono talmente bizzarre da far pensare ad un pazzo scatenato, ma rapidamente l'intreccio si infittisce, facendo puntare gli indizi verso la locale università, che sembra essere una sorta di esercizio di stile elitario in salsa paranazista. In parallelo seguiamo l'indagine di un altro poliziotto (Vincent Cassel) dai metodi poco ortodossi. Nel paesino in cui è stato assegnato succede finalmente qualcosa: una tomba danneggiata, e una irruzione notturna in una scuola elementare. Poca roba, sembrerebbe. Ma, seguendo il suo istinto, scopre che c'è dietro qualcosa di più, al punto che le indagini dei due si intrecciano e finiscono per diventare una sola.
La coppia Reno-Cassel funziona, Kassovitz fa vedere di saperci fare, l'ambientazione alpina è usata a dovere, e anche la colonna sonora fa la sua parte. Particina per Dominique Sanda.
Take shelter
Ha molto in comune con la mia precedente visione, Another Earth, ad esempio il fatto che la distribuzione italiana non se la sia sentita di cambiare il titolo ad entrambi. Poi il relativo basso costo (per gli standard americani) e direi anche una buona idea iniziale che però finisce per perdersi per strada.
Anche qui si tratta di un gioco prevalentemente a due tra regista (e sceneggiatore - Jeff Nichols) e protagonista (Michael Shannon), con il supporto di un ottimo cast al contorno, in particolare Jessica Chastain, nel ruolo della moglie.
La storia è presto detta, un tale che ha una vita normale nel mid-west americano, ad un certo punto inizia ad avere incubi spaventosi, roba da rizzare i capelli al punto che mi ha fatto pensare allo Shining di Kubrick, pur essendo meno efferato. Una sciagura sta per abbattersi su di lui, e su tutti quanti, pensa di interpretare lui. Oppure sta uscendo matto. Indeciso tra le due ipotesi, migliora il rifugio anti-tornado che ha in giardino e cerca sostegno psicologico.
Più il film continua e più gli incubi peggiorano, e più peggiorano le sue relazioni con gli altri, che propendono per la seconda delle sue spiegazioni, anche perché la di lui madre ha avuto una storia simile. Il bello della vicenda è che la moglie, pur tra molte perplessità, fa di tutto per stargli vicino ed aiutarlo, nonostante che ciò sia oggettivamente difficile.
Il problema è, a mio avviso, tutto nel finale, che non ho capito dove vuole andare a parare, e mi ha dato l'impressione che Nichols, che pure ha svolto egregiamente il tema fino a quel punto, non sapesse più che pesci pigliare e abbia deciso per un finale ad effetto fine a se stesso.
Anche qui si tratta di un gioco prevalentemente a due tra regista (e sceneggiatore - Jeff Nichols) e protagonista (Michael Shannon), con il supporto di un ottimo cast al contorno, in particolare Jessica Chastain, nel ruolo della moglie.
La storia è presto detta, un tale che ha una vita normale nel mid-west americano, ad un certo punto inizia ad avere incubi spaventosi, roba da rizzare i capelli al punto che mi ha fatto pensare allo Shining di Kubrick, pur essendo meno efferato. Una sciagura sta per abbattersi su di lui, e su tutti quanti, pensa di interpretare lui. Oppure sta uscendo matto. Indeciso tra le due ipotesi, migliora il rifugio anti-tornado che ha in giardino e cerca sostegno psicologico.
Più il film continua e più gli incubi peggiorano, e più peggiorano le sue relazioni con gli altri, che propendono per la seconda delle sue spiegazioni, anche perché la di lui madre ha avuto una storia simile. Il bello della vicenda è che la moglie, pur tra molte perplessità, fa di tutto per stargli vicino ed aiutarlo, nonostante che ciò sia oggettivamente difficile.
Il problema è, a mio avviso, tutto nel finale, che non ho capito dove vuole andare a parare, e mi ha dato l'impressione che Nichols, che pure ha svolto egregiamente il tema fino a quel punto, non sapesse più che pesci pigliare e abbia deciso per un finale ad effetto fine a se stesso.
Another Earth
Il riferimento a Melancholia regge solo fino ad un certo punto. Forse avrebbe più senso paragonarlo a Rabbit hole.
Già, perché un pianetone incombente non può non far pensare a Von Trier, e la fuga dei protagonisti verso una realtà parallela, sperabilmente migliore della loro misera esistenza, non può che rimandare alla piece teatrale, e poi sceneggiatura, di David Lindsay-Abaire.
Purtroppo questi altisonanti paragoni non fanno un bel servizio al film in questione, che sconta la debolezza di una sceneggiatura che non riesce a dare un finale degno di questo nome alla storia. Meglio allora vederselo come un buon film indipendente a (relativo) basso costo, senza stare ad approfondire troppo.
Scritto a quattro mani da Mike Cahill e Brit Marling, con il primo a dirigere e la seconda a far da protagonista, entrambi se la cavano abbastanza bene nella regia e recitazione, per la scrittura avrebbero dovuto chiedere consiglio a una terza parte.
La Marling è una ragazzetta con la passione per l'astronomia che, distratta dall'avvistamento di un misterioso doppione della Terra, si schianta in auto su di una famigliola, distruggendola all'istante. Si salva solo il padre-marito (William Mapother), pur uscendone piuttosto malridotto. Dopo qualche anno, lei esce di galera, e vorrebbe scusarsi con il sopravvissuto, ma per un curioso equivoco le cose vanno in modo diverso, e i due si trovano, tra l'altro, a pugilare con la Wii.
La seconda Terra risulta essere sorprendentemente simmetrica alla nostra, e dunque la Marling spera che il suo doppio di lassù non abbia fatto il suo stesso terribile errore. E il finale sembra confermare la sua speranza.
Piacevole la colonna sonora dei Fall on your sword. Simpatica l'ambientazione nel New England (New Haven e dintorni) mostrata sempre al suo peggio, nel freddo e nevoso inverno.
Già, perché un pianetone incombente non può non far pensare a Von Trier, e la fuga dei protagonisti verso una realtà parallela, sperabilmente migliore della loro misera esistenza, non può che rimandare alla piece teatrale, e poi sceneggiatura, di David Lindsay-Abaire.
Purtroppo questi altisonanti paragoni non fanno un bel servizio al film in questione, che sconta la debolezza di una sceneggiatura che non riesce a dare un finale degno di questo nome alla storia. Meglio allora vederselo come un buon film indipendente a (relativo) basso costo, senza stare ad approfondire troppo.
Scritto a quattro mani da Mike Cahill e Brit Marling, con il primo a dirigere e la seconda a far da protagonista, entrambi se la cavano abbastanza bene nella regia e recitazione, per la scrittura avrebbero dovuto chiedere consiglio a una terza parte.
La Marling è una ragazzetta con la passione per l'astronomia che, distratta dall'avvistamento di un misterioso doppione della Terra, si schianta in auto su di una famigliola, distruggendola all'istante. Si salva solo il padre-marito (William Mapother), pur uscendone piuttosto malridotto. Dopo qualche anno, lei esce di galera, e vorrebbe scusarsi con il sopravvissuto, ma per un curioso equivoco le cose vanno in modo diverso, e i due si trovano, tra l'altro, a pugilare con la Wii.
La seconda Terra risulta essere sorprendentemente simmetrica alla nostra, e dunque la Marling spera che il suo doppio di lassù non abbia fatto il suo stesso terribile errore. E il finale sembra confermare la sua speranza.
Piacevole la colonna sonora dei Fall on your sword. Simpatica l'ambientazione nel New England (New Haven e dintorni) mostrata sempre al suo peggio, nel freddo e nevoso inverno.
I muppet
Per un amante dei Muppet, basta sapere che sui titoli di coda viene eseguita una versione del mitologico "Mahna mahna" per giustificarne la visione. Il resto della popolazione potrebbe essere più difficile da convincere.
Per i pochi che non sapessero di cosa sto parlando, ecco una precedente versione, come da youtube:
A mio gusto, nel film il mix tra personaggi reali e Muppet non è venuto molto bene. Direi che si è lasciato troppo spazio agli umani, probabilmente con l'idea di far risultare più piacevole il prodotto al pubblico più adulto.
La storia racconta di come un ricco magnate petrolifero (Chris Cooper) abbia comprato il teatro dei Muppet, ormai in abbandono, per distruggerlo. Apparentemente il suo scopo è fare un pozzo petrolifero proprio lì (che sembra una scemenza), in realtà scopriremo che ha un trauma infantile di cui dà la responsabilità proprio ai Muppet. D'altro canto ci sono i fratelli Gary (Jason Segel) e Walter (Jim Parsons) che sono fan dei Muppet a tal punto che Walter appare quasi sempre nelle sembianze di pupazzo, e dunque si daranno da fare per riunire i Muppet, in una ricerca che ricorda quella dei Blues Brothers per la loro band, e salvare il teatro e l'essenza stessa del Muppet show.
La necessità di fare scelte, ma come questo non debba portare necessariamente a rinnegare una parte di sé, è illustrata nel seguente numero:
Mi pare che la regia (James Bobin - la mente dietro L'Ali G show) non abbia sfruttato appieno le possibilità dei Muppet, e nemmeno gli agganci forniti da una sceneggiatura non banale. Ma forse si è trovato a dover mediare con le richieste della produzione, e si sa che la Walt Disney non va mai molto per il sottile.
Simpatiche le apparizioni in ruoli minori di Jack Black, che si trova a fare, suo malgrado, l'ospite d'onore dello spettacolo, Emily Blunt, segretaria di Ms.Piggy, in un ruolo che ricalca la sua parte in Il diavolo veste Prada, e Rashida Jones come la produttrice televisiva che accetta malvolentieri di trasmettere lo show dei Muppet.
Per i pochi che non sapessero di cosa sto parlando, ecco una precedente versione, come da youtube:
A mio gusto, nel film il mix tra personaggi reali e Muppet non è venuto molto bene. Direi che si è lasciato troppo spazio agli umani, probabilmente con l'idea di far risultare più piacevole il prodotto al pubblico più adulto.
La storia racconta di come un ricco magnate petrolifero (Chris Cooper) abbia comprato il teatro dei Muppet, ormai in abbandono, per distruggerlo. Apparentemente il suo scopo è fare un pozzo petrolifero proprio lì (che sembra una scemenza), in realtà scopriremo che ha un trauma infantile di cui dà la responsabilità proprio ai Muppet. D'altro canto ci sono i fratelli Gary (Jason Segel) e Walter (Jim Parsons) che sono fan dei Muppet a tal punto che Walter appare quasi sempre nelle sembianze di pupazzo, e dunque si daranno da fare per riunire i Muppet, in una ricerca che ricorda quella dei Blues Brothers per la loro band, e salvare il teatro e l'essenza stessa del Muppet show.
La necessità di fare scelte, ma come questo non debba portare necessariamente a rinnegare una parte di sé, è illustrata nel seguente numero:
Mi pare che la regia (James Bobin - la mente dietro L'Ali G show) non abbia sfruttato appieno le possibilità dei Muppet, e nemmeno gli agganci forniti da una sceneggiatura non banale. Ma forse si è trovato a dover mediare con le richieste della produzione, e si sa che la Walt Disney non va mai molto per il sottile.
Simpatiche le apparizioni in ruoli minori di Jack Black, che si trova a fare, suo malgrado, l'ospite d'onore dello spettacolo, Emily Blunt, segretaria di Ms.Piggy, in un ruolo che ricalca la sua parte in Il diavolo veste Prada, e Rashida Jones come la produttrice televisiva che accetta malvolentieri di trasmettere lo show dei Muppet.
Drive
Si inizia con l'innominato protagonista di poche parole (Ryan Gosling, in una ottima annata che comprende anche Crazy, stupid, love e Le idi di marzo) che fa da autista ad una rapina. Cauto e con uno scatto bruciante che fa pensare ad un felino, una decina di minuti che da soli giustificano la visione del film.
Scopriamo poi che nessuno sa nulla del suo passato, e nemmeno il suo nome, ha anche lavori legali, lo stuntman, il meccanico, possibilmente anche il pilota, e che parla molto poco. Una miscela che non fa presagire niente di buono.
Caso vuole che per vicina di casa si trova ad avere una donna dalla quieta bellezza (l'appropriata Carey Mulligan, anche per lei uno splendido 2011, vedasi anche Shame) con un ragazzino a carico il cui padre è in galera. Sommessamente, il nostro si innamora della famigliola, forse sperando che quella sia la sua occasione per iniziare una nuova vita, ma senza farsi troppe illusioni. E infatti il galeotto termina la pena anzitempo, e lui accetta di diventare amico di famiglia. Mantenendo l'analogia felina, sembrerebbe ora un buon placido gattone, ma basta una successiva scena in cui incontra un vecchio "cliente" per farci vedere come abbia unghie affilate.
Le cose però si complicano, e si trova a partecipare ad una rapina complicata che farà partire una serie di avvenimenti che daranno modo di farci intuire qualche dettaglio della sua vita passata, e di quale sia il "drive" del nostro driver.
Storia non particolarmente memorabile (James Sallis) ma ben sceneggiata (Hossein Amini) e soprattutto diretta egregiamente da Nicolas Winding Refn, che usa a dovere l'intero armamentario del regista, compresa la colonna sonora (principalmente opera di Cliff Martinez, riconoscibilissimo visto che ho appena visto Contagion dello stesso anno) usata veramente con maestria, tanto nella sua presenza quanto nella sua assenza.
A parte l'ovvio riferimento a Sergio Leone, la prima parte del film mi ha fatto pensare che fossimo dalle parti di The transporter, con meno umorismo ma con un maggior approfondimento emotivo. Mi sono reso conto però che mi sbagliavo, e avrei dovuto pensare più ad A history of violence, di Cronenberg. L'innominato protagonista ha evidentemente un passato di estrema violenza, ne farebbe volentieri a meno, ma è molto difficile, forse impossibile, rinnegare la propria storia.
Interessante il confronto tra Nicolas Winding Refn e Quentin Tarantino. Nella seconda parte del film ci sono scene di violenza estrema che potrebbero far pensare al secondo, ma non è corretto. Indicativa la scena in ascensore, unica parentesi d'amore tra la coppia-non coppia Gosling-Mulligan, e anche teatro di una delle più letali azioni di Gosling. È una macchina per uccidere che vorrebbe una vita tranquilla, il che fa pensare anche a Bourne. Non gli piace essere violento, non lo diverte, ne farebbe volentieri a meno. Ma è la cosa che sa far meglio, e non riesce ad evitare di usare questa sua capacità.
Ancora sulla colonna sonora, la canzone che si sente in uno dei momenti principali (Gosling con la maschera che si prepara a colpire), Oh my love, è del nostro Riz Ortolani.
Ruolo minore, da cattivo sciocco e violento, per Ron Perlman.
Scopriamo poi che nessuno sa nulla del suo passato, e nemmeno il suo nome, ha anche lavori legali, lo stuntman, il meccanico, possibilmente anche il pilota, e che parla molto poco. Una miscela che non fa presagire niente di buono.
Caso vuole che per vicina di casa si trova ad avere una donna dalla quieta bellezza (l'appropriata Carey Mulligan, anche per lei uno splendido 2011, vedasi anche Shame) con un ragazzino a carico il cui padre è in galera. Sommessamente, il nostro si innamora della famigliola, forse sperando che quella sia la sua occasione per iniziare una nuova vita, ma senza farsi troppe illusioni. E infatti il galeotto termina la pena anzitempo, e lui accetta di diventare amico di famiglia. Mantenendo l'analogia felina, sembrerebbe ora un buon placido gattone, ma basta una successiva scena in cui incontra un vecchio "cliente" per farci vedere come abbia unghie affilate.
Le cose però si complicano, e si trova a partecipare ad una rapina complicata che farà partire una serie di avvenimenti che daranno modo di farci intuire qualche dettaglio della sua vita passata, e di quale sia il "drive" del nostro driver.
Storia non particolarmente memorabile (James Sallis) ma ben sceneggiata (Hossein Amini) e soprattutto diretta egregiamente da Nicolas Winding Refn, che usa a dovere l'intero armamentario del regista, compresa la colonna sonora (principalmente opera di Cliff Martinez, riconoscibilissimo visto che ho appena visto Contagion dello stesso anno) usata veramente con maestria, tanto nella sua presenza quanto nella sua assenza.
A parte l'ovvio riferimento a Sergio Leone, la prima parte del film mi ha fatto pensare che fossimo dalle parti di The transporter, con meno umorismo ma con un maggior approfondimento emotivo. Mi sono reso conto però che mi sbagliavo, e avrei dovuto pensare più ad A history of violence, di Cronenberg. L'innominato protagonista ha evidentemente un passato di estrema violenza, ne farebbe volentieri a meno, ma è molto difficile, forse impossibile, rinnegare la propria storia.
Interessante il confronto tra Nicolas Winding Refn e Quentin Tarantino. Nella seconda parte del film ci sono scene di violenza estrema che potrebbero far pensare al secondo, ma non è corretto. Indicativa la scena in ascensore, unica parentesi d'amore tra la coppia-non coppia Gosling-Mulligan, e anche teatro di una delle più letali azioni di Gosling. È una macchina per uccidere che vorrebbe una vita tranquilla, il che fa pensare anche a Bourne. Non gli piace essere violento, non lo diverte, ne farebbe volentieri a meno. Ma è la cosa che sa far meglio, e non riesce ad evitare di usare questa sua capacità.
Ancora sulla colonna sonora, la canzone che si sente in uno dei momenti principali (Gosling con la maschera che si prepara a colpire), Oh my love, è del nostro Riz Ortolani.
Ruolo minore, da cattivo sciocco e violento, per Ron Perlman.
Contagion
Niente di meglio, quando è in arrivo un'ondata influenzale, che guardarsi questo film del prolifico Steven Soderbergh (al cinema in questi giorni c'è Magic Mike, ed è riuscito a trovare il tempo anche di piazzare tra i due Knockout: La resa dei conti). Niente di meglio, si intende, per poi guardare con sospetto chiunque faccia anche un minimo innocuo colpetto di tosse.
Lo svolgimento mi pare fortemente influenzato dai molti film catastrofici che da sempre abbondano sui nostri schermi, in particolare mi ha fatto venire in mente un post-atomico a basso costo di cui ora mi sfugge il titolo e Andromeda, film del '71 di Robert Wise basato su un romanzo di Michael Crichton. Ma trova una sua via molto personale e, nonostante l'impostazione classica per il genere, dove tante storie diverse si accavallano per mostrare svariate prospettive sulla tragedia, riesce a mantenere una certa coerenza nella trama.
Il regista ha tale carisma da riuscire ad attirare un cast stupefacente anche in una avventura come questa, dove anche un Matt Damon si deve rassegnare ad apparire per relativamente pochi minuti, che pure è tra i protagonisti, marito di Gwyneth Paltrow che è la prima americana a beccarsi il mefitico virus e a passare rapidamente a miglior vita, ma non prima di aver infettato l'infettabile. Laurence Fishburne è un medico che viene messo a capo della task force americana per gestire l'emergenza, e manda Kate Winslet a controllare sul campo lo sviluppo dell'infezione. Elliott Gould farà una importante scoperta, ma sarà Jennifer Ehle a fare il colpaccio. Marion Cotillard viene mandata a Macao per cercare l'origine del virus, e finirà per scoprire qualcosa di completamente diverso, e Jude Law tocca il personaggio più antipatico, un blogger il cui unico scopo è cercare di approfittare della paura altrui per fare cassa.
Pur essendo lo sviluppo e la conclusione ben poco sorprendenti, il ritmo della narrazione, ben supportato anche dalla colonna sonora di Cliff Martinez, e la qualità del cast, fanno sì che il risultato sia decisamente interessante.
Lo svolgimento mi pare fortemente influenzato dai molti film catastrofici che da sempre abbondano sui nostri schermi, in particolare mi ha fatto venire in mente un post-atomico a basso costo di cui ora mi sfugge il titolo e Andromeda, film del '71 di Robert Wise basato su un romanzo di Michael Crichton. Ma trova una sua via molto personale e, nonostante l'impostazione classica per il genere, dove tante storie diverse si accavallano per mostrare svariate prospettive sulla tragedia, riesce a mantenere una certa coerenza nella trama.
Il regista ha tale carisma da riuscire ad attirare un cast stupefacente anche in una avventura come questa, dove anche un Matt Damon si deve rassegnare ad apparire per relativamente pochi minuti, che pure è tra i protagonisti, marito di Gwyneth Paltrow che è la prima americana a beccarsi il mefitico virus e a passare rapidamente a miglior vita, ma non prima di aver infettato l'infettabile. Laurence Fishburne è un medico che viene messo a capo della task force americana per gestire l'emergenza, e manda Kate Winslet a controllare sul campo lo sviluppo dell'infezione. Elliott Gould farà una importante scoperta, ma sarà Jennifer Ehle a fare il colpaccio. Marion Cotillard viene mandata a Macao per cercare l'origine del virus, e finirà per scoprire qualcosa di completamente diverso, e Jude Law tocca il personaggio più antipatico, un blogger il cui unico scopo è cercare di approfittare della paura altrui per fare cassa.
Pur essendo lo sviluppo e la conclusione ben poco sorprendenti, il ritmo della narrazione, ben supportato anche dalla colonna sonora di Cliff Martinez, e la qualità del cast, fanno sì che il risultato sia decisamente interessante.
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